Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.
Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.
Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.
A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.
“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.
“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.
Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario
Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.
“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.
Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.
Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.
“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.
Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.
Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.
“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.
Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.
“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.
Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.
Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.
Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.
Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.
In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.
In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.
Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.
Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.
Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.
Un leader che ha materializzato le sue idee
Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.
Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.
Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.
L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.
Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.
Fidel: una guida per superare le sfide
In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.
Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.
“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.
In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.
Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.
“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.
Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.
Appello ai partecipanti del colloquio
“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.
Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.
Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”
Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.
Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.
Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.
“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.
Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.
Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.
“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.
Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.
Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/08/2026
Fidel è la bussola più precisa
28/07/2026
“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”
Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.
Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.
“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.
“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.
Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?
Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.
Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.
Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.
Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.
Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.
Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?
Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.
Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.
Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.
Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?
Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.
E sul rapporto con Cuba?
Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.
Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.
Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.
Perché considera questo aspetto così grave?
Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.
Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?
Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.
Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?
Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.
Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?
Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.
La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?
È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.
Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?
Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.
Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?
Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.
Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?
È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.
Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?
Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.
Fonte
26/07/2026
L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo
Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.
La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia”.
La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro economico, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di affrancarsi dallo status quo.
L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.
Il dominio ha cambiato le sue vesti
Pushpa Kamal Dahal “Prachanda”, ex primo ministro del Nepal e presidente del Partito Comunista Nepalese, ha aperto i lavori definendo il momento: un monopolio unipolare in degenerazione e un’apertura multipolare che i paesi del Sud del mondo desiderano da tempo perché dà spazio alle voci represse per farsi ascoltare.
Ma la sua avvertenza era più tagliente del suo ottimismo. La questione, ha sostenuto, non è se il potere si sposti da una regione all’altra. La questione è che tipo di ordine emerga da questo spostamento.
La dominazione politica diretta può essersi ritirata; i meccanismi di dominio, no. Prachanda ha descritto un tecno-imperialismo proprio dell’era della quarta rivoluzione industriale: un controllo esercitato attraverso la dipendenza finanziaria e strutturale, attraverso alleanze militari e, sempre più, attraverso dati, ecosistemi digitali e ciò che ha chiamato appropriazione algoritmica. La guerra dell’informazione non è una metafora, ma una realtà quotidiana.
In questa lettura, l’imperialismo contemporaneo è un sistema integrato, e la sovranità deve essere altrettanto integrata. Significa non solo un governo proprio, ma indipendenza nelle finanze, libertà dal debito e controllo sulle risorse nazionali, tutto conquistato attraverso la partecipazione attiva e democratica dei popoli.
L’esperienza del Nepal ha portato una doppia lezione, ha suggerito: i movimenti progressisti possono imparare dalle sue vittorie e dagli attacchi subiti. La sua conclusione è stata organizzativa. La cooperazione strategica deve venire prima della competizione tra opinioni, e l’unità del fronte progressista al di sopra di tutto.
L’indipendenza politica non è indipendenza
Il dott. Dammika Patabendi, ministro dell’ambiente del governo dello Sri Lanka, ha ancorato il quadro alla frattura del suo paese. Gli abitanti dello Sri Lanka, ha osservato, hanno espresso un mandato elettorale contro decenni di attacchi. Tuttavia, le sfide che il nuovo governo deve affrontare rimangono enormi, proprio perché la nazione è ancora tenuta in pugno dall’ordine internazionale.
La lezione che l’Asia continua a insegnare è che l’indipendenza politica non garantisce l’indipendenza. La dipendenza strutturale sopravvive al cambio di bandiera.
La sua definizione delle parole d’ordine abbinate della conferenza è stata la più concreta della mattinata. Un percorso sovrano significa la libertà di formulare una politica economica indipendente, di destinare le risorse nazionali allo sviluppo nazionale e di fornire alle persone un lavoro dignitoso.
Un orizzonte socialista significa non solo cambiare governi, ma garantire progresso per tutti: approfondire la partecipazione popolare, perseguire l’uguaglianza tecnologica e permettere a ogni nazione di seguire il proprio percorso in base alle proprie risorse, bisogni e storia.
Fondamentalmente, ha insistito sul fatto che questo non è un appello all’isolamento. Ciò che viene richiesto è una cooperazione internazionale costruttiva tra pari, con il riconoscimento che il terreno pianeggiante per l’uguaglianza non esiste e deve essere costruito. La cooperazione pratica, ha suggerito, potrebbe essere il vero risultato di questa conferenza: il coordinamento tra sindacati oltre i confini, perché l’avversario del lavoro è già organizzato a livello internazionale.
“Giù le mani dall’Asia”, nella sua interpretazione, non è solo un “no” a un mondo sempre più militarizzato, ma anche un’affermazione positiva. È il diritto dei popoli asiatici di plasmare il proprio futuro attraverso la cooperazione reciproca, senza interferenze.
Una ribellione di classe in abiti generazionali
Vijay Prashad di Tricontinental ha spinto la discussione dalla diagnosi alla costruzione. Anche se l’imperialismo trema, ha avvertito, i movimenti non sono preparati per ciò che verrà. Il compito è far avanzare una nuova teoria dello sviluppo socialista e combattere la battaglia delle idee necessaria per rendere visibile il socialismo nel presente, nelle cooperative e in altre forme di “non ancora” che sono già in costruzione ma raramente notate, persino dai compagni.
Due dei suoi argomenti meritano di essere diffusi. In primo luogo, le ribellioni giovanili che attraversano l’Asia, spinte dalla disoccupazione, dalla precarietà dei lavoretti, dalla distruzione ambientale e dalla rabbia per il genocidio, costituiscono una ribellione di classe camuffata da ribellione generazionale.
La rappresentazione dei media mainstream come “movimenti della Gen Z” è essa stessa un’operazione politica. Il compito della sinistra non è essere sospettosa di queste ribellioni, ma organizzarvisi all’interno e affinare la loro comprensione delle realtà di classe, prima che questi movimenti vengano cooptati, come ha avvertito anche Prachanda, da potenze imperialiste o da forze borghesi interne.
In secondo luogo, i governi di sinistra non salgono al potere per detenerlo, ma per costruire potere sociale utilizzando efficacemente gli strumenti dello Stato. Dove i governi alternativi falliscono, falliscono per mancanza di un’agenda. Tale agenda non può fermarsi alla redistribuzione. Deve essere ampliata per ricostruire la capacità produttiva attraverso la partecipazione popolare.
Questa è la strada attraverso cui i progetti socialisti hanno abolito la povertà assoluta, un risultato senza equivalente capitalista. La Cina, ha ricordato, ha anche dimostrato che la dignità nazionale e il miglioramento materiale attraverso l’espansione delle capacità produttive si rafforzano a vicenda; è questo che rende concreta la speranza. La grandezza di una nazione, ha sostenuto, si misura non nei suoi miliardari, ma nell’assenza di fame.
Contro questa agenda si erge ciò che Tricontinental ha definito iper-imperialismo: un reticolo di servizio del debito, aggiustamenti strutturali, sanzioni, embarghi tecnologici e basi militari. Esistono oltre 900 di queste basi in tutto il mondo e più di 400 solo in Asia, con la maggiore concentrazione in Giappone.
Questo reticolo esiste per destabilizzare qualsiasi governo che cerchi di porre fine alla fame. Tuttavia, la recente reazione dell’Iran nella guerra illegale contro il Paese, ha sostenuto Prashad, ha insegnato all’Asia orientale qualcosa che deve assimilare: una base statunitense non è uno scudo, ma un bersaglio.
“Giù le mani dall’Asia”, quindi, non è solo una richiesta militare. È anche una richiesta economica e finanziaria. Niente veti dalle agenzie di rating, niente dipendenza dal dollaro, niente condizionalità del FMI, niente sanzioni, in modo che ai governi eletti dai popoli asiatici sia permesso governare.
La storia, ha concluso Prashad, procede a zigzag. Questa settimana a Colombo, il tentativo è dare una direzione al prossimo zig.
Fonte
01/07/2026
Venezuela - Una lettera a Delcy Rodriguez
Qui di seguito la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez. Il documento propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali.
La traduzione è a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.
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Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.
Alla Signora Delcy Eloína Rodríguez Gómez, Presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Da parte dei figli e delle figlie della Rivoluzione Latinoamericana, dall’anima ferita della Cuba ribelle e solidale.
Presidente,
Le scrivo dal dolore più profondo che si annida nel petto di chi ha visto il proprio sangue piegare le ginocchia. Le scrivo con l’inchiostro invisibile delle lacrime di un continente che, per secoli, si è rialzato per non baciare la frusta di alcun padrone. Oggi la storia ci osserva con i suoi occhi di pietra e di fuoco e ci domanda: dov’è finita la dignità? In quale curva del cammino abbiamo smarrito l’anima ribelle che ci hanno lasciato in eredità i liberatori?
Lei è cresciuta all’ombra della leggenda di Jorge Antonio Rodríguez, suo padre, un martire che offrì la propria vita, torturato dalla polizia politica del sistema puntofijista, senza mai denunciare i suoi compagni della Lega Socialista. Lei, Delcy, è figlia di quel sacrificio. Per questo fa così male vederla oggi, non come la “tigre” che difendeva con fierezza la sovranità dalla Cancelleria, ma come colei che sussurra, con un sorriso compiaciuto, che stabilirà “relazioni rispettose” con lo stesso impero che ha sequestrato il suo predecessore.
La osserviamo, Presidente, e quasi non riconosciamo più il fulgore della Rivoluzione. La vediamo accordarsi con coloro che hanno devastato l’economia venezuelana attraverso sanzioni criminali; la vediamo aprire le porte del petrolio alle stesse multinazionali che Chávez nazionalizzò con mano ferma. Lei ha detto che si tratta di un “nuovo momento politico”, ma nei quartieri popolari, nelle comuni, nelle caserme dove ancora sventola la bandiera della Patria Grande, questo suona come la triste giustificazione di chi confonde la prudenza con la genuflessione. Inginocchiarsi davanti all’impero che ci blocca non è un “nuovo momento”: è semplicemente una rinuncia.
Dov’è l’eredità del Comandante Eterno, Hugo Chávez Frías? Quell’uomo che con la sua voce da uragano svegliò i popoli addormentati e restituì a Simón Bolívar la sua spada filosofica. Quel soldato del Socialismo del XXI secolo che ci insegnò che l’unico modo di essere liberi è essere pienamente sovrani. Chávez non si inginocchiò né davanti al sabotaggio petrolifero, né davanti al golpe dell’aprile 2002, né davanti alle minacce di morte. Preferì essere un gigante scomodo piuttosto che un servitore redditizio. Oggi, osservando come vengono gestite le cose pubbliche, ci chiediamo con il cuore stretto: stiamo amministrando la sconfitta invece di organizzare la resistenza?
La Cuba di Martí, di Fidel e del Che la osserva con i pugni serrati. Noi, che abbiamo resistito per sessantacinque anni a un blocco genocida senza mai consegnare la nostra dignità, sentiamo una pugnalata al fianco vedendo che, con il cambio di potere a Caracas, il sostegno energetico che manteneva in parte la nostra isola è crollato nel silenzio complice. Lei, che si è riunita con il direttore della CIA mentre i nostri bambini soffrivano interminabili blackout, saprà comprendere il nostro sgomento.
Fa male vedere come la solidarietà incondizionata che Cuba ha offerto al Venezuela – medici, educatori, militari caduti in difesa del suo territorio – venga oggi ripagata con l’accondiscendenza verso coloro che strangolano la nostra economia. Cuba non merita questa indifferenza, sorella. Non è così che si onora il sangue condiviso.
Lo spirito del Liberatore Simón Bolívar percorre oggi l’America incatenata. Che cosa facciamo del suo testamento di unità antimperialista? Bolívar ci avvertì che gli Stati Uniti “sembrano destinati dalla Provvidenza a colmare l’America di miserie in nome della libertà”. Mentre lei afferma che “abbiamo il diritto di avere relazioni con gli Stati Uniti”, noi le rispondiamo con il dolore di chi ha già visto troppe volte questo film: non abbiamo il diritto di mendicare. Abbiamo il diritto di commerciare, sì, ma in piedi, con rispetto reciproco, senza consegnare ad altri l’amministrazione del nostro denaro né le chiavi delle nostre risorse.
O forse non sanguina più il ricordo dei 32 militari cubani uccisi durante l’attacco che permise la cattura di Maduro? Quei figli di Martí, caduti difendendo la terra di Bolívar mentre i vertici venezuelani, secondo quanto si sostiene, paralizzavano la risposta militare. Questa ferita non si è chiusa. Ogni giorno in cui lei si siede a negoziare senza esigere giustizia e piena verità per quei martiri, l’eredità della Rivoluzione si scioglie come una zolletta di zucchero nel mare amaro della Realpolitik.
Questa non è una lettera contro il Venezuela. È una lettera a favore dell’anima del Venezuela. Non lasciamoci ingannare dai canti delle sirene. L’oligarchia venezuelana, la stessa che applaudì le sanzioni e i colpi di Stato, non vuole pace né transizione: vuole restaurazione. Vuole trasformare nuovamente scuole e ospedali in affari e i contadini in servi. Se il chavismo dovesse trasformarsi nell’amministratore docile dell’agenda imperiale, avrebbe tradito non solo Chávez, ma anche quel popolo umile che continua a credere, che continua a fare la fila per il CLAP, che continua a sognare il Socialismo Bolivariano.
Mi rivolgo alla Delcy che un tempo fu una giovane rivoluzionaria, alla figlia del guerrigliero, alla donna che salì nei ranghi del partito con la bandiera rossa alzata. Reagisca, Presidente. Non è vero che l’unica opzione sia “piegarsi per non spezzarsi”. Esiste la strada della resistenza attiva e della mobilitazione popolare. Esiste la strada della sovranità tecnologica, dell’alleanza strategica con i popoli del Sud Globale. Esiste, in definitiva, la possibilità di tornare a essere ciò che eravamo: la speranza accesa dell’umanità, il faro dei popoli oppressi.
Come scrisse il grande Pablo Neruda, ferito anch’egli dai tradimenti del suo tempo: “Potranno tagliare tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera”. Non sia lei, Delcy, la mano che impugna le forbici contro i fiori che il Comandante Chávez ha seminato. Non scriva il suo nome nella pagina di coloro che, per paura o per ambizione, sono passati dalla parte dei vincitori di turno.
Noi, da questa trincea di dignità, continuiamo a credere nel Venezuela eroico. Ma abbiamo bisogno di vedere lei all’altezza di quell’eroismo. Le chiediamo, con amore rivoluzionario, di correggere la rotta. Di onorare i martiri. Di ritrovare l’ideale bolivariano, l’antimperialismo coerente e la solidarietà che ci unisce come popoli.
Fino alla Vittoria, Sempre.
Patria o Morte.
Vinceremo.
Fonte
10/03/2026
I portuali del CALP partono col Nuestra América Convoy, per rompere l’assedio USA a Cuba
Come il Collettivo era stato presente sulla Global Sumud Flotilla, e come quella iniziativa era pensata non solo per portare aiuti umanitari, ma anche e soprattutto come azione politica per rompere il blocco criminale degli imperialisti a un popolo in lotta, anche in questo caso il Convoy si presenta con un fine politico: difendere l’autodeterminazione del popolo cubano contro le ingerenze imperialiste.
Questo è il messaggio che è stato ribadito anche da Thiago Ávila, anch’egli presente sulla Sumud Flotilla e tra gli organizzatori del Convoy. “Da Gaza all’Avana – ha scritto sui suoi social – la lotta è una sola: contro l’imperialismo e il sionismo, e per la dignità dei popoli liberi del mondo. Siamo nel mezzo della più grande battaglia della nostra generazione e dobbiamo affrontare le strutture di oppressione ovunque si manifestino”.
Come ha ricordato sempre Thiago, si prevede che il Convoy dovrebbe arrivare nella capitale cubana il 21 marzo, raggiungendo l’isola con ogni mezzo di trasporto. Sin dal lancio dell’iniziativa, il supporto è aumentato e si è allargato in vari paesi del mondo, dove sono state organizzate raccolte fondi, medicinali e di pannelli fotovoltaici per alleviare lo strozzamento energetico di Cuba.
L’aggressività statunitense va inoltre aumentando in questi giorni, dopo il tentativo di infiltrazione terroristica di fine febbraio. “Cuba è la prossima”, ha detto il senatore Lindsey Graham a Fox News, poco dopo l’inizio dei raid congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo stesso Trump, in un’intervista telefonica alla CNN, ha detto che il governo socialista “sta per cadere”, più come minaccia e auspicio che come dato di realtà.
Il Dipartimento del Tesoro ha annunciato che valuterà licenze per aziende statunitensi (e potenzialmente di paesi terzi) per la vendita di greggio venezuelano a Cuba. Tuttavia, il Dipartimento del Commercio ha imposto un paletto ferreo: il petrolio può essere venduto esclusivamente a privati cubani per attività economiche o fini familiari. È fatto divieto assoluto di fornire carburante alle autorità politiche, alle Forze Armate o a strutture riconducibili allo Stato.
L’obiettivo è chiaro: scavalcare L’Avana, usare le esigenze del popolo cubano come leva contro il governo, favorire lo sviluppo di un mercato nero che destabilizzi il socialismo cubano. Ma il pericolo principale viene in questo momento dai tribunali della Florida. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, FBI, DEA e Dipartimento del Tesoro stanno raccogliendo prove per istruire procedimenti penali contro i leader del Partito Comunista Cubano.
Le accuse spaziano dal traffico di droga alle violazioni delle sanzioni e alle infrazioni in materia di immigrazione. Si tratta, insomma, della strategia già usata per il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della Prima Combattente Cilia Flores, e ciò deve mettere in allerta tutti i solidali con la rivoluzione cubana.
Manca ancora una decina di giorni all’arrivo del Convoy a Cuba, che rappresenta un’importante azione di sostegno a Cuba. Ma solo una mobilitazione larga può creare le condizioni per impedire ulteriori aggressioni imperialiste in America Latina. Non a caso, nel loro video i portuali si dicono pronti a “Bloccare Tutto”, ancora una volta.
Fonte
08/03/2026
La Rivoluzione Cubana vista dalla Cina
È ovvio che un dato del genere non può che rafforzare la simpatia delle masse cinesi per Cuba (che, assai vivace un tempo, è ormai probabilmente offuscata da decenni di ‘arricchirsi è giusto’, a detrimento di altre istanze, quali quelle internazionaliste).
Il resoconto mette bene in evidenza quant’erano esigue, inizialmente e per un lungo periodo, le forze della rivoluzione armata, che pure finirono per prevalere; la centralità dell’abolizione della grande proprietà privata e la sua riassegnazione, una volta sminuzzata, al popolo; l’internazionalismo (d’altronde l’esempio di Guevara da tempo rasenta il mito); la superiorità militare della guerriglia sulla guerra regolare ecc..
Ma sembra possibile anche una seconda lettura del richiamo al contributo cinese alla rivoluzione cubana. Si può cioè intendere come un velato monito all’energumeno della Casa Bianca: attento a dove ficchi le zampe, la Repubblica Cubana la fecero anche i Cinesi, gli antenati di quelli odierni, ed è nota la fedeltà cinese alle tradizioni di famiglia.
Detto questo, è sorprendente che nella temperie della Cina contemporanea emergano ancora richiami a tutta una serie di fattori chiave del passato, insieme all’esortazione a difenderne l’attualità: la necessità e l’efficacia, contro il capitalismo e l’imperialismo, di un Partito di quadri e combattente; la routine seguita dall’imperialismo statunitense, che ieri come oggi resta quella dell’intervento militare nelle regioni che mostrano di volersi sottrarre alle sue grinfie, donde la necessità della guerra rivoluzionaria; l’inanità del pacifismo e dell’opinionismo.
Giorgio Casacchia
La rivoluzione cubana
Cuba si trova nella parte nord-occidentale del Mar dei Caraibi ed è la più grande nazione insulare delle Indie Occidentali. Dista solo 90 miglia nautiche dallo stato americano della Florida. Nel 1492 Cuba fu scoperta da Cristoforo Colombo e successivamente divenne una colonia della Spagna.
Il popolo cubano intraprese una lunga lotta contro il dominio coloniale. Nel XIX secolo, per ottenere l’indipendenza e la liberazione, esso combatté due guerre d’indipendenza, la Prima (1868-1878) e la Seconda (1895-1898).
Gli Stati Uniti covarono sin da subito il progetto d’annettere l’isola, che da sempre consideravano un “accessorio naturale” del continente nordamericano, un “frutto maturo” destinato prima o poi a cadere in mano loro. Affermò a suo tempo il segretario di Stato americano John Quincy Adams [1767-1848]: “La posizione strategica di Cuba nel Golfo del Messico e nel Mar dei Caraibi, la semplicità dei costumi della sua popolazione, la sua collocazione tra la nostra costa meridionale e l’isola di Santo Domingo, l’ampio porto dell’Avana, che si trova di fronte alla nostra lunga linea costiera povera di buoni porti, nonché le caratteristiche della sua produzione e del suo consumo, che offrono una base per un commercio reciprocamente vantaggioso: tutto ciò conferisce a Cuba un’importanza così rilevante per gli interessi della nostra nazione che nessun altro territorio straniero può eguagliarla; e il nostro rapporto con essa è quasi pari a quello che intercorre tra i vari Stati della nostra Unione”.
Gli Stati Uniti tentarono d’acquistare Cuba per 100 milioni di dollari, ma il governo spagnolo rifiutò.
Alla fine del XIX secolo, il capitalismo statunitense si sviluppò rapidamente ed entrò progressivamente nella fase imperialista; il capitale americano arrivò a controllare a Cuba i settori industriali dello zucchero, del tabacco, della cantieristica navale e altri comparti. Per tutelare i propri interessi economici nell’isola, nel momento in cui la Seconda Guerra d’Indipendenza cubana stava per conseguire la vittoria finale, gli Stati Uniti intervennero militarmente con il pretesto di “aiutare” l’indipendenza di Cuba.
Nel 1933, Fulgencio Batista [1901-'73] ordì un colpo di Stato e, in qualità di capo di stato maggiore dell’esercito, prese il controllo del governo; nel 1940 divenne presidente, ma fu sconfitto alle elezioni del 1944 e lasciò il potere, per riprenderlo tuttavia nel marzo 1952, con il sostegno del governo statunitense. Al suo ritorno, nel primo anno sciolse il parlamento, abolì la costituzione del 1940 (che aveva caratteri progressisti di matrice borghese) e promulgò uno “Statuto costituzionale” e leggi anti operaie.
L’anno seguente dichiarò “illegale” il Partito Socialista Popolare di Cuba; nel 1954 vietò inoltre scioperi e manifestazioni di massa. Nei pochi anni successivi alla sua ascesa, decine di migliaia di cubani furono uccisi o imprigionati o esiliati, oltre 100.000 persone emigrarono all’estero e più di un milione rimasero senza lavoro.
Nel frattempo, il capitale statunitense rafforzò ulteriormente la presa sull’economia cubana e Cuba e Stati Uniti firmarono un “Trattato di mutua assistenza militare”, in base al quale le forze militari e di polizia statunitensi della base navale di Guantánamo avrebbero partecipato direttamente alla repressione del movimento rivoluzionario cubano.
La dittatura di Batista aggravò le contraddizioni interne del paese e suscitò una forte resistenza popolare.
Svolgimento delle ostilità
Il 26 luglio 1953, Fidel Castro guidò un gruppo di rivoluzionari di 165 membri all’assalto della caserma Moncada, nei sobborghi di Santiago di Cuba, con l’obiettivo d’impadronirsi delle armi per armare il popolo e avviare un ampio movimento di liberazione. L’azione non ebbe successo e molti rivoluzionari caddero, mentre Fidel Castro e altri sopravvissuti furono arrestati e imprigionati. Fallì anche l’attacco alla caserma di Bayamo, lanciato nello stesso periodo.
L’assalto alla Moncada segnò l’inizio della lotta armata contro la dittatura, con l’obiettivo di ripristinare la Costituzione abolita da Fulgencio Batista, e incoraggiò i lavoratori cubani a intraprendere la lotta rivoluzionaria contro i monopoli imperialisti, il latifondo e il capitalismo. Nel paese emerse un nuovo movimento politico organizzato,il Movimento 26 Luglio, che pose la questione della lotta armata contro la tirannia.
Dopo l’arresto, Fidel Castro fu condannato a 15 anni di carcere. Processato in un tribunale di Santiago, Castro, che era un avvocato, ottenne il permesso di difendersi da solo. In aula pronunciò un’appassionata arringa, il celebre discorso intitolato «La storia mi assolverà», che in seguito divenne il programma politico della lotta armata.
Su pressione del movimento popolare esploso in tutto il paese che esigeva l’amnistia per i prigionieri politici, Fulgencio Batista, alla vigilia delle elezioni presidenziali del novembre 1954, liberò i partecipanti all’assalto alla caserma Moncada. Una volta rilasciato grazie all’amnistia, Fidel Castro tornò all’Avana ma, l’anno seguente, si trasferì con suo fratello Raul Castro a Città del Messico, dove organizzò una forza rivoluzionaria, in attesa dell’occasione per rientrare a Cuba e riprendere la lotta.
In Messico, Fidel Castro incontrò Ernesto Che Guevara, uno dei fondatori della teoria della guerriglia in America Latina. Guevara era un giovane medico argentino che aveva studiato medicina presso l’Università di Buenos Aires; a 24 anni aveva abbandonato gli studi e preso a viaggiare in lungo e in largo in Sudamerica. Nel 1954 servì nel governo democratico di Jacobo Árbenz in Guatemala. Dopo che Árbenz fu rovesciato dai militari, Guevara fuggì in Messico. Nel 1955 si unì al Movimento 26 Luglio guidato da Fidel Castro in Messico e ricevette l’addestramento alla guerriglia.
Ampliamento del conflitto
La sera del 25 novembre 1956, Fidel Castro, salpò dalla foce del fiume Tuxpan, in Messico sul panfilo Granma, alla testa di un contingente rivoluzionario cubano di 82 membri, dirigendosi verso Cuba. Il piano prevedeva che, al loro arrivo il 30 novembre, i rivoluzionari guidati da Frank Pais avviassero una serie di azioni di guerriglia a Santiago di Cuba per coordinarsi con lo sbarco. In quel giorno, Pais riuscì rapidamente a prendere il controllo della città secondo il piano stabilito.
Tuttavia, a causa del mare agitato, il gruppo di Castro raggiunse la provincia orientale di Cuba solo il 2 dicembre. Appena sbarcata, la spedizione rivoluzionaria fu circondata dalle truppe di Fulgencio Batista. Dopo tre giorni di sanguinosi combattimenti, soltanto 12 uomini riuscirono a rompere l’accerchiamento e a rifugiarsi nella Sierra Maestra, tra cui lo stesso Fidel Castro, suo fratello Raul Castro ed Ernesto Che Guevara.
Nella Sierra Maestra essi stabilirono una base rivoluzionaria e avviarono la guerriglia. Nel gennaio 1957, le forze ribelli attaccarono di notte la caserma di La Plata, uccidendo 12 soldati nemici e ottenendo la prima vittoria. Nel maggio dello stesso anno, le truppe di Fidel Castro assalirono Uvero, eliminando 53 soldati.
In seguito, i ribelli dichiararono apertamente l’obiettivo di rovesciare il regime reazionario di Batista, instaurare un governo rivoluzionario popolare e promuovere la riforma agraria, la liberazione dei prigionieri politici e il ripristino dei diritti politici dei cittadini. Queste parole d’ordine ottennero un ampio sostegno tra le diverse classi sociali e le forze ribelli continuarono a crescere e rafforzarsi.
La lotta condotta nella base rivoluzionaria della Sierra Maestra ebbe un’importante influenza sulla resistenza nazionale contro la dittatura di Fulgencio Batista.
Il 13 marzo 1957, il presidente della Federazione Studentesca dell’Università dell’Avana, Antonio Echeverria, guidò un gruppo di giovani patrioti nell’assalto al palazzo presidenziale di Batista, all’Avana. Sebbene l’azione volta a rovesciare la dittatura fallisse, contribuì a promuovere lo sviluppo attivo della lotta di massa; da allora, il movimento studentesco prese il nome di Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo e intraprese la lotta armata.
Il 9 aprile, i lavoratori dell’Avana proclamarono uno sciopero generale. Il 5 settembre 1957 scoppiò un’insurrezione popolare nella città di Cienfuegos. I rivoluzionari e i marinai insorti occuparono il comando navale di Cayo Loco, presero il controllo della città e distribuirono armi alla popolazione. Le truppe di Batista intervennero e repressero brutalmente l’insurrezione.
Nel corso della lotta contro la tirannia di Batista, la Sierra Maestra divenne il coagulo di tutte le forze antigovernative. A Cuba si costituì un fronte nazionale democratico e antimperialista, incentrato sul “Movimento 26 di Luglio” e guidato dal comandante in capo Fidel Castro, al quale parteciparono attivamente anche il Partito Socialista Popolare, il “Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo” e altre forze e fazioni politiche.
La “Dichiarazione sulla riforma agraria” proclamata da Fidel Castro il 12 luglio 1957 e il Decreto-Legge n. 3 sul “Diritto alla terra per i contadini”, annunciato il 10 ottobre 1958, ebbero un ruolo estremamente importante nella mobilitazione delle masse rivoluzionarie. In forza di questi documenti, nelle zone liberate furono confiscate le terre ai latifondisti e distribuite ai contadini.
La base sociale della rivoluzione si ampliò. Contadini, operai, studenti universitari e altri si unirono in massa alle file dell’insurrezione. Tra la fine del 1957 e l’inizio del 1958, le forze guerrigliere crebbero fino a oltre 2000 uomini, e Fidel Castro le riorganizzò trasformandole nell’Esercito Insurrezionale.
Per liberare tutto il Paese, l’Esercito Insurrezionale condusse attivamente varie operazioni militari. All’inizio del 1958, Raúl Castro guidò 50 combattenti attraverso le zone occupate dal nemico, trasferendosi dalla Sierra Maestra alla Sierra Cristal, dove aprì il “Secondo Fronte Orientale Frank País”. Poco dopo, l’area compresa tra Mayarí e Baracoa, nel nord della provincia di Oriente, passò sotto il controllo degli insorti. Contemporaneamente, sotto il comando di Juan Almeida, fu aperto il “Terzo Fronte Santiago de Cuba”.
Le forze guerrigliere guidate dal Partito Socialista Popolare operarono nella parte settentrionale della provincia di Las Villas. Un gruppo armato del “Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo” sbarcò nel febbraio 1958 nella zona di Nuevitas e, dopo cinque giorni di marcia, raggiunse la Sierra dell’Escambray, dove avviò attività guerrigliere. Entro la prima metà del 1958, l’attività dell’Esercito Ribelle s’estendeva alla maggior parte della Cuba Orientale. Anche in diverse altre province del Paese scoppiarono insurrezioni armate.
Nel maggio 1958, dopo aver represso la sciopero d’aprile e le insurrezioni armate all’Avana e in altre città, Batista iniziò a progettare una “offensiva totale” contro la Sierra Maestra. A quel tempo, la base principale dei guerriglieri contava poco più di 300 uomini, armati solo di fucili e mitragliatrici leggere. Il governo di Batista schierò oltre 10.000 soldati, col sostegno di aerei, carri armati e artiglieria, per accerchiare la zona. Operarono bombardamenti aerei contro le basi ribelli anche le truppe statunitensi di stanza a Guantánamo.
Di fronte alla preponderanza delle forze nemiche, l’Esercito Ribelle condusse una dura guerriglia. Nei villaggi montani attuava manovre ingegnose, sfruttando appieno la difficile conformazione geografica della zona per logorare e attaccare il nemico. I soldati del governo erano riluttanti a combattere per Batista e avevano il morale basso. I guerriglieri educavano i prigionieri dell’esercito governativo prima di rimandarli indietro; molti di questi, tornando alle truppe di Batista, diffondevano idee rivoluzionarie, e nel giro di poche settimane disertavano altri soldati.
Con l’appoggio della popolazione locale, l’Esercito Ribelle inflisse numerosi colpi alle truppe nemiche in avanzata. Alla fine di luglio, durante tre giorni di combattimenti a Santo Domingo, i ribelli, rafforzati da rinforzi, annientarono la più potente unità dell’esercito governativo e passarono all’offensiva. Dopo oltre un mese di scontri, i guerriglieri neutralizzarono più di 1.000 soldati nemici e liberarono completamente la regione della Sierra Maestra, decretando il fallimento della “offensiva totale” lanciata da Batista.
Svolta della rivoluzione
Nella seconda metà del 1958, la guerra rivoluzionaria a Cuba entrò in una nuova fase. Alla fine di agosto, due colonne della guerriglia, partirono dalle montagne della Sierra Maestra, attraversarono le paludi delle province di Oriente e del sud di Camagüey e lanciarono un’offensiva nelle regioni occidentali di Cuba.
Nella provincia di Las Villas, secondo gli accordi politici già raggiunti, si unirono all’attacco le forze rivoluzionarie del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo”, del Partito Sociale del Popolo e di altri gruppi armati anti-americani e anti-dittatoriali. Ciò permise di unire le forze nella regione e accelerare il corso delle operazioni militari dell'esercito. La liberazione dalla occupazione delle truppe di Batista della città strategica di Fomento ebbe un grande significato politico e militare, consentendo alla guerriglia di assumere il controllo di vaste aree del territorio.
Il 29 dicembre 1958, la guerriglia iniziò l’attacco alla capitale provinciale di Santa Clara. Le truppe governative a difesa della città erano circa 3.000, equipaggiate con armi automatiche e un grande quantitativo di munizioni, supportate da oltre 20 carri armati, un treno corazzato e unità aeree. L’esercito rivoluzionario impegnato nell’attacco era di circa 400 uomini, armati con fucili automatici e semiautomatici. Nonostante il vantaggio delle forze governative, il comando della guerriglia decise di assaltare Santa Clara.
Per impedire che le truppe governative provenienti dalle regioni orientali, in particolare le unità meccanizzate, intervenissero come rinforzo, Guevara ordinò alla vigilia dell’attacco di far saltare i ponti vicino alla città di Falcón. Con il sostegno della popolazione, l’esercito rivoluzionario ottenne già il primo giorno della battaglia risultati decisivi, catturando il treno corazzato del governo, carico di armi e munizioni.
Il 1° gennaio 1959, l’ultima guarnigione della caserma “Leoncio Vidal” si arrese. Nello stesso giorno, le forze rivoluzionarie occuparono la capitale orientale Santiago de Cuba. Il giorno precedente, il dittatore Batista era fuggito precipitosamente all’estero. Le forze reazionarie locali e l’ambasciata statunitense tentarono di deviare la rivoluzione, promuovendo un loro rappresentante per sostituire Batista. Tuttavia, il comando della guerriglia e il Partito Sociale del Popolo lanciarono uno sciopero generale, sventando il complotto.
Il 2 gennaio, le forze rivoluzionarie entrarono a L’Avana, le truppe governative si arresero e la guerra rivoluzionaria del popolo raggiunse la vittoria.
Vittoria della rivoluzione
Il 3 gennaio 1959 a Santiago de Cuba fu istituito un governo rivoluzionario provvisorio, con a capo come presidente ad interim il rappresentante della borghesia liberale, mentre Castro assunse il comando delle forze armate. Questo governo non ratificò le leggi redatte dai rivoluzionari.
Nel febbraio successivo, le forze rivoluzionarie costrinsero tale governo alle dimissioni. Il governo rivoluzionario era principalmente guidato dalle forze rivoluzionarie del “Movimento del 26 luglio”, capeggiate da Fidel Castro, e comprendeva esponenti di vari partiti contrari a Batista.
Il nuovo regime attuò profonde trasformazioni sociali ed economiche, promuovendo la riforma agraria e lo sviluppo industriale, nazionalizzando le proprietà delle imprese statunitensi e della grande e media borghesia locale, e perseguendo una politica volta a contrastare l’intervento imperialista e a salvaguardare l’indipendenza nazionale.
Nel 1961, Castro dichiarò che la rivoluzione cubana aveva natura socialista. Nello stesso anno, il “Movimento del 26 luglio” si fuse con il Partito Sociale del Popolo e il “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” dando origine all’Organizzazione Unificata della Rivoluzione Cubana. Nel 1965, questa organizzazione cambiò nome in Partito Comunista di Cuba. La vittoria della guerra rivoluzionaria cubana segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella storia di Cuba.
La vittoria della rivoluzione cubana, come un tuono improvviso, scosse il sogno geopolitico americano.
La guerra rivoluzionaria cubana fu una guerra di rivoluzione democratica nazionale condotta dal popolo cubano contro il regime dittatoriale filostatunitense. Questa guerra ricevette un ampio sostegno dalla popolazione cubana e si combinò con il movimento rivoluzionario nazionale e democratico del popolo, che costituì la fonte di forza per il successo della rivoluzione.
La guerra rivoluzionaria attraversò diverse fasi: inizialmente insurrezioni urbane, poi, dopo i fallimenti, si trasformò in una lunga guerra di guerriglia nelle campagne, fino a evolversi in attacchi alle città per conquistare il potere. Le forze armate rivoluzionarie si svilupparono gradualmente durante la guerra di guerriglia; le truppe del governo reazionario, pur avendo superiorità numerica rispetto alle forze rivoluzionarie, non erano particolarmente efficaci sul piano del combattimento.
Gli Stati Uniti non compresero pienamente la natura del “Movimento del 26 luglio”, che guidava la guerra rivoluzionaria cubana, ritenendolo semplicemente un movimento volto a ripristinare la Costituzione di natura borghese del 1940. Convinti di poter controllare la situazione a Cuba e per altre ragioni, non ebbero il tempo di intervenire militarmente, e così le forze armate rivoluzionarie conquistarono il potere.
Le principali lezioni ed esperienze della guerra rivoluzionaria cubana sono le seguenti.
In primo luogo, una volta maturata una situazione rivoluzionaria, per conquistare il potere la lotta politica deve evolvere in lotta armata. Fra l’imperialismo statunitense, il suo controllo e sfruttamento a lungo termine di Cuba, e il popolo cubano esisteva una profonda contraddizione. I governi cubani, collusi con l’imperialismo statunitense e pronti a sacrificare gli interessi nazionali, erano odiati dal popolo. La guerra di rivoluzione democratica nazionale aveva quindi solide basi sociali e politiche.
Tuttavia, per un lungo periodo, la lotta dei partiti rivoluzionari si era concentrata principalmente sulla lotta politica ed economica; di conseguenza, sebbene i governi cubani cambiassero di volta in volta, i partiti rivoluzionari non riuscivano a conquistare il potere. Dopo il 1953, venne finalmente compresa la gravità delle contraddizioni tra il popolo cubano e i gruppi monopolistici stranieri con i loro agenti, generate dal regime dittatoriale di Batista sul piano politico, economico, interno ed estero. In una condizione rivoluzionaria ormai matura, Castro intraprese con coraggio la lotta armata, dando inizio alla conquista del potere attraverso le armi.
In secondo luogo, per condurre una guerra rivoluzionaria è necessario determinare una linea corretta. Questo è l’importante problema strategico da risolvere per primo. Guevara, nelle sue Memorie della guerra rivoluzionaria cubana, afferma che la guerra rivoluzionaria cubana prevedeva due linee: l’una consisteva nel creare basi rivoluzionarie nelle montagne e da lì lanciare l’attacco alle città; l’altra consisteva nell’insurrezione diretta nelle città per conquistare immediatamente il potere.
All’inizio, egli aveva avviato un’insurrezione urbana, ma dopo il fallimento scelse di istituire basi rivoluzionarie nelle montagne. Dopo averle create, ampliò gradualmente le zone liberate e infine attaccò le città. La pratica della guerra rivoluzionaria cubana dimostrò che questa era la linea vincente.
Naturalmente, scegliere questa linea non escludeva le insurrezioni urbane. Quando necessario, era opportuno organizzare sequenze di rivolte in città per sostenere la lotta di “contenimento e scontro” nelle basi montane, specialmente durante la fase di offensiva strategica, quando era essenziale promuovere le insurrezioni urbane per occupare le città e, infine, conquistare il potere.
In terzo luogo, per condurre una guerra rivoluzionaria è necessario formare un esercito rivoluzionario forte. La guerra di guerriglia, estremamente dura e faticosa, richiede dai combattenti rivoluzionari una ferma convinzione rivoluzionaria, uno spirito rivoluzionario tenace, resistenza alla fatica e alle difficoltà, oltre a una disciplina ferrea e capacità di lavorare con le masse. Guevara scrive nelle sue memorie: “Come in tutti gli eserciti del mondo, anche i membri del nostro esercito devono rispettare i superiori. Devono obbedire immediatamente agli ordini, ovunque vengano inviati, anche se ciò comporta grandi fatiche. Tuttavia, nel loro lavoro devono anche considerarsi sia investigatori sociali sia operatori giudiziari.
Come investigatori sociali, devono entrare in contatto con il popolo per capire le correnti di pensiero e gli umori della popolazione, così da poter formulare proposte costruttive alle organizzazioni superiori; come operatori giudiziari, hanno la responsabilità di criticare qualsiasi cattiva condotta avvenga dentro o fuori dall’esercito e di fare tutto il possibile per eliminarla. Dobbiamo fare in modo che il popolo – operai, contadini, studenti e persone di ogni settore – consideri come un onore, nelle giuste circostanze, affiancare con le armi in mano chi indossa l’uniforme militare e combattere insieme a loro”.
In quarto luogo, è necessario costruire un fronte unito rivoluzionario più ampio possibile, coordinando lotta politica, lotta economica, lotta culturale e lotta armata. Durante la guerra rivoluzionaria cubana, il “Movimento del 26 luglio” si unì, formando un ampio fronte rivoluzionario, con il Partito Sociale del Popolo, il “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo”, il Partito Rivoluzionario Cubano, il Partito del Popolo Cubano, il Partito Nazionale e il “Movimento Operaio Cubano”, tutte organizzazioni e partiti contrari al regime dittatoriale di Batista. Il Partito Sociale del Popolo sosteneva che il “Movimento del 26 luglio”, senza il supporto di “azioni dirette delle masse e dello sciopero generale”, non avrebbe potuto ottenere la vittoria. Perciò, esso chiamò e organizzò operai e contadini a partecipare all’esercito rivoluzionario, mobilitando il popolo a fornire supporto economico. Molti membri del Partito Sociale del Popolo e del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” si unirono all’esercito rivoluzionario guidato dal “Movimento del 26 luglio” nella Sierra Maestra.
Allo stesso tempo, le unità di guerriglia del Partito Sociale del Popolo, del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” e di altre organizzazioni agirono in stretta collaborazione con l’esercito rivoluzionario del “Movimento del 26 luglio”, infliggendo gravi perdite alle truppe governative. Il popolo cubano, conducendo lotte politiche, economiche e culturali di varie forme, supportò direttamente la lotta armata, e in particolare lo sciopero generale finale contribuì insieme all’esercito rivoluzionario a rovesciare il regime dittatoriale.
La guerra rivoluzionaria cubana, grazie alla formazione di un ampio fronte unito anti-dittatoriale e allo sviluppo di molteplici forme di lotta politica, economica e culturale, creò un potente movimento rivoluzionario nazionale e democratico del popolo cubano, permettendo così di ottenere in tempi relativamente brevi la vittoria finale contro il regime dittatoriale di Batista.
I cinesi durante la guerra
Secondo le statistiche, tra il giugno 1847 e il 1874 arrivarono a Cuba 141.000 lavoratori cinesi, pari a un decimo della popolazione dell’isola in quel periodo.
Tra il 1868 e il 1878 il popolo cubano lanciò la prima guerra d’indipendenza contro il dominio oppressivo del governo coloniale spagnolo, ma senza successo. La seconda guerra d’indipendenza si svolse dal 1895 al 1898 e, grazie all’intervento degli Stati Uniti, riuscì infine a rovesciare il dominio spagnolo; tuttavia, Cuba divenne di fatto una dipendenza del governo e dei capitalisti statunitensi.
Durante le due guerre d’indipendenza, migliaia di cinesi, ancora con la tradizionale treccia, si unirono al fiume della rivoluzione; all’epoca vi furono diverse unità composte interamente da cinesi. Queste truppe cinesi, formate in gran parte da cantonesi e hakka, erano valorose e non temevano la morte. L’eroe della guerra d’indipendenza cubana, il generale Gonzalo de Quesada, pronunciò una celebre frase, che ora è incisa in un parco della capitale cubana L’Avana: «In tutta la guerra d’indipendenza cubana non vi fu un solo cinese traditore, né un solo cinese disertore».
Oltre la metà dei soldati nelle unità cinesi era composta da hakka, che diedero piena prova del loro carattere tenace e indomito, spargendo il loro sangue sull’isola e nel Mar dei Caraibi.
Negli anni Cinquanta del XX secolo, Castro e suo fratello avviarono la lotta guerrigliera contro il regime; vi parteciparono anche numerosi cinesi. Tra i più noti vi furono tre comandanti: Armando Choy, Gustavo Chui e Moisés Sio Wong.
Armando Choy nacque a Cuba nel 1934; suo padre era emigrato sull’isola nel 1918, mentre sua madre era una cubana bianca. Choy fu uno dei veterani del celebre “Movimento del 26 luglio” nella storia della rivoluzione cubana e uno dei fondatori del Partito Comunista di Cuba. Nell’aprile 1961, quando la CIA statunitense sostenne lo sbarco di esuli anticomunisti cubani alla Baia dei Porci, respinti sulle spiagge, Choy si distinse nelle operazioni di accerchiamento; all’epoca era comandante di battaglione. Nel 1976 fu promosso generale di brigata e ricoprì anche l’incarico di ambasciatore.
Gustavo Chui nacque nel 1938; sua madre era una cubana nera e proveniva da una famiglia modesta. Iniziò l’attività rivoluzionaria a soli sedici anni e partecipò alla battaglia della Baia dei Porci; nel 1980 fu promosso generale di brigata. Guidò truppe cubane in missioni militari in Africa, in Angola, Etiopia e Mozambico, e ricoprì l’incarico di vice capo di stato maggiore delle forze cubane in Angola. Nel 1988 il veicolo su cui viaggiava saltò su una mina e perse una gamba nell’esplosione.
Wang nacque nel 1938 e partecipò al “Movimento del 26 luglio”. Suo padre era arrivato a Cuba nel 1895; sua madre era cinese, mentre suo cognato era stato segretario della sezione cubana del Kuomintang cinese ed era un ricco uomo d’affari. Durante gli studi superiori, Wang prese parte ad attività antigovernative; nel 1957 si unì alla rivoluzione e fu incaricato di organizzare un corpo di polizia militare. Wang fu anche aiutante di campo di Raúl Castro. Nel 1976 venne promosso generale di brigata e presidette in tarda età l’Associazione di amicizia sino-cubana.
Castro chiese personalmente a Wang quanti cinesi avessero preso parte alle guerre d’indipendenza cubane e alla guerra rivoluzionaria. Wang rispose che il numero esatto forse non sarà mai conosciuto, poiché molti cinesi che parteciparono ai combattimenti avevano adottato nomi spagnoli; tuttavia, secondo una stima prudente, almeno più di diecimila cinesi presero parte alle guerre d’indipendenza del XIX secolo, mentre alcune centinaia avrebbero partecipato alla guerra rivoluzionaria.
Cuba è un pugnale puntato al petto degli Stati Uniti (Post Cinese,2021)
Dei grandi eventi storici globali, sono certamente responsabili le grandi potenze, ma non va dimenticato che anche molti Paesi piccoli possono scuotere il mondo, esercitando un’influenza globale. L’esempio più tipico è la Repubblica di Cuba: pur essendo un piccolo paese latinoamericano, la crisi dei missili lo proiettò nell’arengo mondiale. Essa rischiò infatti di provocare una guerra nucleare tra USA e URSS, minacciando la sicurezza e gli interessi globali. Cuba ebbe infatti, nel periodo sovietico, una presenza internazionale molto rilevante. Oggi però i tempi sono cambiati: quale posizione occupa attualmente Cuba nel mondo? Al tempo dell’URSS, la Repubblica di Cuba godette del sostegno sovietico e fu di conseguenza una nazione relativamente potente, con un certo sviluppo economico e una presenza internazionale significativa.
Dopo la dissoluzione dell’URSS tuttavia Cuba si trovò senza aiuti e iniziò progressivamente il suo declino. A trent’anni di distanza, quale posizione occupa oggi Cuba nel mondo? La sua attuale condizione si può riassumere in quattro punti.
Primo: è il paese piccolo con il sistema medico più sviluppato al mondo
Molti si chiedono perché, in America Latina, numerosi dirigenti di Stato scelgano di farsi curare a Cuba. L’esempio più emblematico è l’ex presidente del Venezuela, Hugo Chávez, che si sottopose a un intervento chirurgico proprio a Cuba. La ragione è che il sistema sanitario cubano è considerato tra i più avanzati al mondo. A Cuba c’è un medico ogni 170 abitanti; le tecnologie e le attrezzature mediche sono ai vertici internazionali, la sua reputazione in questo ambito è riconosciuta a livello globale, conferendole un’elevata considerazione internazionale.
Secondo: è tutto sommato un paese ancora prospero
Sebbene con la fine degli aiuti dell’Unione Sovietica, le entrate della Repubblica di Cuba abbiano subito una forte contrazione, il Paese dispone ancora di un’agricoltura sviluppata e di una solida base industriale. Ancora oggi Cuba è considerata uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, con un PIL pro capite vicino ai 10.000 dollari. Nel complesso, rimane una nazione prospera. La popolazione cubana è ritenuta tra le più felici al mondo, ciò che costituisce un fattore importante della buona reputazione di Cuba nel mondo.
Terzo: ha numerosi marchi di fama mondiale
Pur non essendo una nazione grande (ha circa km2100.000 di territorio e 10 milioni di abitanti), Cuba gode di una notevole notorietà nel sistema industriale globale. In particolare, possiede molti prodotti e marchi conosciuti a livello internazionale, p.es. lo zucchero di canna cubano, il tabacco e le apparecchiature mediche. Sono fattori che accrescono costantemente la presenza e l’influenza di Cuba nel mondo. I sigari cubani per esempio hanno un mercato molto ampio negli stessi USA.
Quarto: gode di grande prestigio in America Latina
L’economia, la politica e le forze armate costituiscono una forza complessiva tra le più rilevanti dell’America Latina. Inoltre, i leader cubani hanno mostrato una forte capacità di mobilitazione nella regione, permettendo a Cuba di farsi numerosi alleati, come la Colombia, il Venezuela e la Bolivia.
Fonte
15/02/2026
Cuba manda un messaggio al Sud Globale. E a noi
È evidente che quanto accaduto nei mesi scorsi, e in particolare il 3 gennaio con il rapimento del Presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela, l’inasprimento del blocco economico e le minacciose dichiarazioni di Donald Trump, prospettano tempi bui per l’isola, già provata dall’uragano Melissa, dalla carenza di combustibile e dai problemi sulla rete elettrica, oltre alle prolungate difficoltà nel settore turistico.
Oltre a rispondere nel merito delle questioni più cogenti per il paese, dalla situazione energetica a quella dei carburanti, Diaz-Canel espone i punti sui quali il Partito e le istituzioni devono compiere dei salti qualitativi di fronte ai due enormi problemi dell’asfissia economica e della possibilità di un intervento militare statunitense.
Il suo intervento però si spinge oltre e rende chiara la lettura che Cuba dà della situazione e delle relazioni internazionali, profilando anche un messaggio di avvertimento all’intero Sud Globale sui tempi a venire.
Non si può pensare infatti che quanto sta avvenendo in America Latina e cioè la riaffermazione e l’aggiornamento della Dottrina Monroe, siano fatti che riguardano esclusivamente i governi progressisti o rivoluzionari per semplice contrapposizione ideologica.
Il richiamo è a leggere la dinamica generale di strategia aggressiva dell’imperialismo in crisi, che partendo dalla ridefinizione dei rapporti all’interno del blocco occidentale, guarda alla sua riaffermazione su scala globale.
Nel mirino c’è il multilateralismo, l’emergere di nuovi attori, la necessità di una ridefinizione più equilibrata dei rapporti internazionali. Nessuno, nel Sud Globale, può ritenersi “al sicuro”. Agli strumenti di strangolamento economico, di blocco unilaterale, di sanzioni e dazi, si accompagnano anche gli strumenti tecnologici e militari.
Per raggiungere i propri obiettivi però, afferma Diaz-Canel, occorre comprendere che c’è di più, e che gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria “guerra di quarta generazione”.
Una guerra che si svolge sul piano politico ma anche ideologico, con il tentativo di “imporre la visione del mondo della più grande potenza imperialista rendendola egemone su tutti”; sul piano culturale, perché “per affermare quell’ideologia è necessario distruggere il legame tra i popoli e le proprie radici, rendendo ai loro occhi la propria cultura e la propria storia obsoleta, qualcosa di cui vergognarsi, da rinnegare”; ed è anche una guerra mediatica, “come è stato dimostrato chiaramente nell’escalation e nell’aggressione verso il Venezuela, con la manipolazione dell’opinione pubblica internazionale attraverso la stampa e i social media: pressione psicologica volta a rompere l’unità, a instillare dubbi e titubanze, come si sta facendo oggi contro Cuba”.
È importante notare quindi che nella visione della dirigenza cubana c’è una concezione della dinamica complessiva che è in atto e una consapevolezza dei nuovi orizzonti e con quale profondità l’imperialismo agisca per disarticolare la possibile opposizione alle sue mire e alla sua egemonia, il che implica impedire l’affermazione di ogni concreta idea di trasformazione della società e degli equilibri.
Se, come afferma Diaz-Canel, i BRICS e altri formati internazionali offrono una prospettiva al Sud Globale, è vero anche che questa prospettiva rischia di non poter essere approfondita senza questa visione complessiva, che sia cosciente di tutti i piani su cui l’attacco viene condotto, e che produca forme più avanzate di unità e cooperazione tra i popoli.
Da questo punto di vista “la mobilitazione anti egemonica deve avere una caratteristica: deve essere antifascista”. Può apparire sorprendete questo richiamo all’antifascismo come elemento di unità e di forza nella lotta antimperialista a livello mondiale, ma il richiamo è dovuto al fatto che di fronte alla crisi sempre più profonda l’imperialismo assume atteggiamenti sempre più violenti e che in politica internazionale assumono le forme e i metodi che il fascismo e il nazismo hanno utilizzato quando diedero il via alla Seconda Guerra Mondiale.
Quello dell’isola caraibica è quindi un monito a tutto il Sud Globale: l’attacco a Cuba non è solo un affare cubano e della sua Rivoluzione, che da oltre 60 anni resiste ad ogni tipo di attacco, ma è affare di chiunque voglia affermare i principi dell’autodeterminazione dei propri popoli, la possibilità di deciderne il futuro, l’emancipazione.
Che Cuba resista o meno è quindi affare di tutti. Anche nostro, aggiungiamo noi. Perché la stretta autoritaria, antipopolare e classista che vediamo alle nostre latitudini, così come il riarmo e la tendenza generale alla guerra che si vanno profilando nel Vecchio Continente vanno di pari passo con l’attacco ai popoli del mondo e alle esperienze di Cuba e Venezuela: sono infatti anch’esse effetto della corsa sullo stesso piano inclinato e che occorre contrastare.
Il video completo della conferenza stampa del presidente cubano Diaz Canel:
Fonte
23/01/2026
Cuba - Díaz-Canel rilancia l’asse antimperialista
Secondo il presidente cubano, l’attacco contro il Venezuela non è un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una strategia imperiale che, ignorando il diritto internazionale, avrebbe inaugurato una nuova fase di barbarie globale. Il riferimento diretto all’amministrazione statunitense e a Donald Trump segna un cambio di tono netto: non più solo resistenza diplomatica, ma denuncia frontale di un’aggressione presentata come fascista, terroristica e destabilizzante per l’intera America Latina.
La figura dei 32 caduti diventa così centrale non solo come simbolo del sacrificio, ma come prova vivente – anzi, morente – dell’alleanza organica tra Cuba e Venezuela. Díaz-Canel respinge con forza la lettura utilitaristica dei rapporti tra i due Paesi, spesso ridotti dalla propaganda occidentale a un mero scambio di servizi e risorse. Al contrario, rivendica una fratellanza storica che affonda le sue radici in Bolívar e Martí, passa per Fidel e Chávez e si incarna oggi nel sangue versato dai combattenti cubani a difesa della sovranità venezuelana.
Il discorso costruisce una narrazione epica, in cui i caduti non sono “superuomini”, ma soldati formati a un’etica rivoluzionaria che mette al centro l’unità, l’antimperialismo e la lealtà alla missione. I riferimenti a Maceo, Almeida, Fidel e Martí non hanno solo una funzione retorica: servono a inscrivere l’evento dentro una lunga genealogia di resistenza, presentando l’attuale fase storica come continuità delle guerre d’indipendenza del XIX secolo, della Sierra Maestra e delle missioni internazionaliste del Novecento, fino all’Africa e oggi al Venezuela.
Particolarmente significativo è il modo in cui Díaz-Canel ribalta il rapporto di forza simbolico con gli Stati Uniti. Da un lato descrive la sproporzione tecnologica e militare degli aggressori – droni, elicotteri, visori notturni, blackout – dall’altro esalta la resistenza dei combattenti cubani, armati “solo” di armi convenzionali, morale e disciplina. In questa contrapposizione, la tecnologia imperiale appare come segno di codardia, mentre il sacrificio umano diventa misura della superiorità etica.
Costruire la pace ma non abbandonare i cubani ad un destino di servitù.
Cuba è un Paese che sceglie la pace, che lavora instancabilmente per la pace, che rivendica la pace come principio fondativo della propria azione internazionale. Ma Cuba non è un Paese inerme. Sa difendersi, perché la difesa di Cuba coincide con la difesa di tutti i popoli oppressi.
Questa verità si è manifestata, nel corso della storia, nella straordinaria capacità di sacrificio del popolo cubano: nei medici, negli insegnanti, nei cooperanti internazionalisti, e fino all’estremo dono della vita. I 32 combattenti caduti in Venezuela ne sono la prova più alta: uomini che, nel difendere il presidente Nicolás Maduro e la sovranità venezuelana, hanno resistito per ore contro un apparato militare infinitamente superiore, mettendo consapevolmente a disposizione la propria esistenza.
Per questo la strada del socialismo non si interrompe. E per questo l’imperialismo statunitense – qualunque volto assuma, anche quello di Donald Trump – non troverà terreno facile. Di fronte a sé non ha una nazione piegata, ma una resistenza eroica, radicata nella storia e proiettata nel futuro.
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