Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/03/2026
I portuali del CALP partono col Nuestra América Convoy, per rompere l’assedio USA a Cuba
Come il Collettivo era stato presente sulla Global Sumud Flotilla, e come quella iniziativa era pensata non solo per portare aiuti umanitari, ma anche e soprattutto come azione politica per rompere il blocco criminale degli imperialisti a un popolo in lotta, anche in questo caso il Convoy si presenta con un fine politico: difendere l’autodeterminazione del popolo cubano contro le ingerenze imperialiste.
Questo è il messaggio che è stato ribadito anche da Thiago Ávila, anch’egli presente sulla Sumud Flotilla e tra gli organizzatori del Convoy. “Da Gaza all’Avana – ha scritto sui suoi social – la lotta è una sola: contro l’imperialismo e il sionismo, e per la dignità dei popoli liberi del mondo. Siamo nel mezzo della più grande battaglia della nostra generazione e dobbiamo affrontare le strutture di oppressione ovunque si manifestino”.
Come ha ricordato sempre Thiago, si prevede che il Convoy dovrebbe arrivare nella capitale cubana il 21 marzo, raggiungendo l’isola con ogni mezzo di trasporto. Sin dal lancio dell’iniziativa, il supporto è aumentato e si è allargato in vari paesi del mondo, dove sono state organizzate raccolte fondi, medicinali e di pannelli fotovoltaici per alleviare lo strozzamento energetico di Cuba.
L’aggressività statunitense va inoltre aumentando in questi giorni, dopo il tentativo di infiltrazione terroristica di fine febbraio. “Cuba è la prossima”, ha detto il senatore Lindsey Graham a Fox News, poco dopo l’inizio dei raid congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo stesso Trump, in un’intervista telefonica alla CNN, ha detto che il governo socialista “sta per cadere”, più come minaccia e auspicio che come dato di realtà.
Il Dipartimento del Tesoro ha annunciato che valuterà licenze per aziende statunitensi (e potenzialmente di paesi terzi) per la vendita di greggio venezuelano a Cuba. Tuttavia, il Dipartimento del Commercio ha imposto un paletto ferreo: il petrolio può essere venduto esclusivamente a privati cubani per attività economiche o fini familiari. È fatto divieto assoluto di fornire carburante alle autorità politiche, alle Forze Armate o a strutture riconducibili allo Stato.
L’obiettivo è chiaro: scavalcare L’Avana, usare le esigenze del popolo cubano come leva contro il governo, favorire lo sviluppo di un mercato nero che destabilizzi il socialismo cubano. Ma il pericolo principale viene in questo momento dai tribunali della Florida. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, FBI, DEA e Dipartimento del Tesoro stanno raccogliendo prove per istruire procedimenti penali contro i leader del Partito Comunista Cubano.
Le accuse spaziano dal traffico di droga alle violazioni delle sanzioni e alle infrazioni in materia di immigrazione. Si tratta, insomma, della strategia già usata per il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della Prima Combattente Cilia Flores, e ciò deve mettere in allerta tutti i solidali con la rivoluzione cubana.
Manca ancora una decina di giorni all’arrivo del Convoy a Cuba, che rappresenta un’importante azione di sostegno a Cuba. Ma solo una mobilitazione larga può creare le condizioni per impedire ulteriori aggressioni imperialiste in America Latina. Non a caso, nel loro video i portuali si dicono pronti a “Bloccare Tutto”, ancora una volta.
Fonte
08/03/2026
La Rivoluzione Cubana vista dalla Cina
È ovvio che un dato del genere non può che rafforzare la simpatia delle masse cinesi per Cuba (che, assai vivace un tempo, è ormai probabilmente offuscata da decenni di ‘arricchirsi è giusto’, a detrimento di altre istanze, quali quelle internazionaliste).
Il resoconto mette bene in evidenza quant’erano esigue, inizialmente e per un lungo periodo, le forze della rivoluzione armata, che pure finirono per prevalere; la centralità dell’abolizione della grande proprietà privata e la sua riassegnazione, una volta sminuzzata, al popolo; l’internazionalismo (d’altronde l’esempio di Guevara da tempo rasenta il mito); la superiorità militare della guerriglia sulla guerra regolare ecc..
Ma sembra possibile anche una seconda lettura del richiamo al contributo cinese alla rivoluzione cubana. Si può cioè intendere come un velato monito all’energumeno della Casa Bianca: attento a dove ficchi le zampe, la Repubblica Cubana la fecero anche i Cinesi, gli antenati di quelli odierni, ed è nota la fedeltà cinese alle tradizioni di famiglia.
Detto questo, è sorprendente che nella temperie della Cina contemporanea emergano ancora richiami a tutta una serie di fattori chiave del passato, insieme all’esortazione a difenderne l’attualità: la necessità e l’efficacia, contro il capitalismo e l’imperialismo, di un Partito di quadri e combattente; la routine seguita dall’imperialismo statunitense, che ieri come oggi resta quella dell’intervento militare nelle regioni che mostrano di volersi sottrarre alle sue grinfie, donde la necessità della guerra rivoluzionaria; l’inanità del pacifismo e dell’opinionismo.
Giorgio Casacchia
La rivoluzione cubana
Cuba si trova nella parte nord-occidentale del Mar dei Caraibi ed è la più grande nazione insulare delle Indie Occidentali. Dista solo 90 miglia nautiche dallo stato americano della Florida. Nel 1492 Cuba fu scoperta da Cristoforo Colombo e successivamente divenne una colonia della Spagna.
Il popolo cubano intraprese una lunga lotta contro il dominio coloniale. Nel XIX secolo, per ottenere l’indipendenza e la liberazione, esso combatté due guerre d’indipendenza, la Prima (1868-1878) e la Seconda (1895-1898).
Gli Stati Uniti covarono sin da subito il progetto d’annettere l’isola, che da sempre consideravano un “accessorio naturale” del continente nordamericano, un “frutto maturo” destinato prima o poi a cadere in mano loro. Affermò a suo tempo il segretario di Stato americano John Quincy Adams [1767-1848]: “La posizione strategica di Cuba nel Golfo del Messico e nel Mar dei Caraibi, la semplicità dei costumi della sua popolazione, la sua collocazione tra la nostra costa meridionale e l’isola di Santo Domingo, l’ampio porto dell’Avana, che si trova di fronte alla nostra lunga linea costiera povera di buoni porti, nonché le caratteristiche della sua produzione e del suo consumo, che offrono una base per un commercio reciprocamente vantaggioso: tutto ciò conferisce a Cuba un’importanza così rilevante per gli interessi della nostra nazione che nessun altro territorio straniero può eguagliarla; e il nostro rapporto con essa è quasi pari a quello che intercorre tra i vari Stati della nostra Unione”.
Gli Stati Uniti tentarono d’acquistare Cuba per 100 milioni di dollari, ma il governo spagnolo rifiutò.
Alla fine del XIX secolo, il capitalismo statunitense si sviluppò rapidamente ed entrò progressivamente nella fase imperialista; il capitale americano arrivò a controllare a Cuba i settori industriali dello zucchero, del tabacco, della cantieristica navale e altri comparti. Per tutelare i propri interessi economici nell’isola, nel momento in cui la Seconda Guerra d’Indipendenza cubana stava per conseguire la vittoria finale, gli Stati Uniti intervennero militarmente con il pretesto di “aiutare” l’indipendenza di Cuba.
Nel 1933, Fulgencio Batista [1901-'73] ordì un colpo di Stato e, in qualità di capo di stato maggiore dell’esercito, prese il controllo del governo; nel 1940 divenne presidente, ma fu sconfitto alle elezioni del 1944 e lasciò il potere, per riprenderlo tuttavia nel marzo 1952, con il sostegno del governo statunitense. Al suo ritorno, nel primo anno sciolse il parlamento, abolì la costituzione del 1940 (che aveva caratteri progressisti di matrice borghese) e promulgò uno “Statuto costituzionale” e leggi anti operaie.
L’anno seguente dichiarò “illegale” il Partito Socialista Popolare di Cuba; nel 1954 vietò inoltre scioperi e manifestazioni di massa. Nei pochi anni successivi alla sua ascesa, decine di migliaia di cubani furono uccisi o imprigionati o esiliati, oltre 100.000 persone emigrarono all’estero e più di un milione rimasero senza lavoro.
Nel frattempo, il capitale statunitense rafforzò ulteriormente la presa sull’economia cubana e Cuba e Stati Uniti firmarono un “Trattato di mutua assistenza militare”, in base al quale le forze militari e di polizia statunitensi della base navale di Guantánamo avrebbero partecipato direttamente alla repressione del movimento rivoluzionario cubano.
La dittatura di Batista aggravò le contraddizioni interne del paese e suscitò una forte resistenza popolare.
Svolgimento delle ostilità
Il 26 luglio 1953, Fidel Castro guidò un gruppo di rivoluzionari di 165 membri all’assalto della caserma Moncada, nei sobborghi di Santiago di Cuba, con l’obiettivo d’impadronirsi delle armi per armare il popolo e avviare un ampio movimento di liberazione. L’azione non ebbe successo e molti rivoluzionari caddero, mentre Fidel Castro e altri sopravvissuti furono arrestati e imprigionati. Fallì anche l’attacco alla caserma di Bayamo, lanciato nello stesso periodo.
L’assalto alla Moncada segnò l’inizio della lotta armata contro la dittatura, con l’obiettivo di ripristinare la Costituzione abolita da Fulgencio Batista, e incoraggiò i lavoratori cubani a intraprendere la lotta rivoluzionaria contro i monopoli imperialisti, il latifondo e il capitalismo. Nel paese emerse un nuovo movimento politico organizzato,il Movimento 26 Luglio, che pose la questione della lotta armata contro la tirannia.
Dopo l’arresto, Fidel Castro fu condannato a 15 anni di carcere. Processato in un tribunale di Santiago, Castro, che era un avvocato, ottenne il permesso di difendersi da solo. In aula pronunciò un’appassionata arringa, il celebre discorso intitolato «La storia mi assolverà», che in seguito divenne il programma politico della lotta armata.
Su pressione del movimento popolare esploso in tutto il paese che esigeva l’amnistia per i prigionieri politici, Fulgencio Batista, alla vigilia delle elezioni presidenziali del novembre 1954, liberò i partecipanti all’assalto alla caserma Moncada. Una volta rilasciato grazie all’amnistia, Fidel Castro tornò all’Avana ma, l’anno seguente, si trasferì con suo fratello Raul Castro a Città del Messico, dove organizzò una forza rivoluzionaria, in attesa dell’occasione per rientrare a Cuba e riprendere la lotta.
In Messico, Fidel Castro incontrò Ernesto Che Guevara, uno dei fondatori della teoria della guerriglia in America Latina. Guevara era un giovane medico argentino che aveva studiato medicina presso l’Università di Buenos Aires; a 24 anni aveva abbandonato gli studi e preso a viaggiare in lungo e in largo in Sudamerica. Nel 1954 servì nel governo democratico di Jacobo Árbenz in Guatemala. Dopo che Árbenz fu rovesciato dai militari, Guevara fuggì in Messico. Nel 1955 si unì al Movimento 26 Luglio guidato da Fidel Castro in Messico e ricevette l’addestramento alla guerriglia.
Ampliamento del conflitto
La sera del 25 novembre 1956, Fidel Castro, salpò dalla foce del fiume Tuxpan, in Messico sul panfilo Granma, alla testa di un contingente rivoluzionario cubano di 82 membri, dirigendosi verso Cuba. Il piano prevedeva che, al loro arrivo il 30 novembre, i rivoluzionari guidati da Frank Pais avviassero una serie di azioni di guerriglia a Santiago di Cuba per coordinarsi con lo sbarco. In quel giorno, Pais riuscì rapidamente a prendere il controllo della città secondo il piano stabilito.
Tuttavia, a causa del mare agitato, il gruppo di Castro raggiunse la provincia orientale di Cuba solo il 2 dicembre. Appena sbarcata, la spedizione rivoluzionaria fu circondata dalle truppe di Fulgencio Batista. Dopo tre giorni di sanguinosi combattimenti, soltanto 12 uomini riuscirono a rompere l’accerchiamento e a rifugiarsi nella Sierra Maestra, tra cui lo stesso Fidel Castro, suo fratello Raul Castro ed Ernesto Che Guevara.
Nella Sierra Maestra essi stabilirono una base rivoluzionaria e avviarono la guerriglia. Nel gennaio 1957, le forze ribelli attaccarono di notte la caserma di La Plata, uccidendo 12 soldati nemici e ottenendo la prima vittoria. Nel maggio dello stesso anno, le truppe di Fidel Castro assalirono Uvero, eliminando 53 soldati.
In seguito, i ribelli dichiararono apertamente l’obiettivo di rovesciare il regime reazionario di Batista, instaurare un governo rivoluzionario popolare e promuovere la riforma agraria, la liberazione dei prigionieri politici e il ripristino dei diritti politici dei cittadini. Queste parole d’ordine ottennero un ampio sostegno tra le diverse classi sociali e le forze ribelli continuarono a crescere e rafforzarsi.
La lotta condotta nella base rivoluzionaria della Sierra Maestra ebbe un’importante influenza sulla resistenza nazionale contro la dittatura di Fulgencio Batista.
Il 13 marzo 1957, il presidente della Federazione Studentesca dell’Università dell’Avana, Antonio Echeverria, guidò un gruppo di giovani patrioti nell’assalto al palazzo presidenziale di Batista, all’Avana. Sebbene l’azione volta a rovesciare la dittatura fallisse, contribuì a promuovere lo sviluppo attivo della lotta di massa; da allora, il movimento studentesco prese il nome di Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo e intraprese la lotta armata.
Il 9 aprile, i lavoratori dell’Avana proclamarono uno sciopero generale. Il 5 settembre 1957 scoppiò un’insurrezione popolare nella città di Cienfuegos. I rivoluzionari e i marinai insorti occuparono il comando navale di Cayo Loco, presero il controllo della città e distribuirono armi alla popolazione. Le truppe di Batista intervennero e repressero brutalmente l’insurrezione.
Nel corso della lotta contro la tirannia di Batista, la Sierra Maestra divenne il coagulo di tutte le forze antigovernative. A Cuba si costituì un fronte nazionale democratico e antimperialista, incentrato sul “Movimento 26 di Luglio” e guidato dal comandante in capo Fidel Castro, al quale parteciparono attivamente anche il Partito Socialista Popolare, il “Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo” e altre forze e fazioni politiche.
La “Dichiarazione sulla riforma agraria” proclamata da Fidel Castro il 12 luglio 1957 e il Decreto-Legge n. 3 sul “Diritto alla terra per i contadini”, annunciato il 10 ottobre 1958, ebbero un ruolo estremamente importante nella mobilitazione delle masse rivoluzionarie. In forza di questi documenti, nelle zone liberate furono confiscate le terre ai latifondisti e distribuite ai contadini.
La base sociale della rivoluzione si ampliò. Contadini, operai, studenti universitari e altri si unirono in massa alle file dell’insurrezione. Tra la fine del 1957 e l’inizio del 1958, le forze guerrigliere crebbero fino a oltre 2000 uomini, e Fidel Castro le riorganizzò trasformandole nell’Esercito Insurrezionale.
Per liberare tutto il Paese, l’Esercito Insurrezionale condusse attivamente varie operazioni militari. All’inizio del 1958, Raúl Castro guidò 50 combattenti attraverso le zone occupate dal nemico, trasferendosi dalla Sierra Maestra alla Sierra Cristal, dove aprì il “Secondo Fronte Orientale Frank País”. Poco dopo, l’area compresa tra Mayarí e Baracoa, nel nord della provincia di Oriente, passò sotto il controllo degli insorti. Contemporaneamente, sotto il comando di Juan Almeida, fu aperto il “Terzo Fronte Santiago de Cuba”.
Le forze guerrigliere guidate dal Partito Socialista Popolare operarono nella parte settentrionale della provincia di Las Villas. Un gruppo armato del “Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo” sbarcò nel febbraio 1958 nella zona di Nuevitas e, dopo cinque giorni di marcia, raggiunse la Sierra dell’Escambray, dove avviò attività guerrigliere. Entro la prima metà del 1958, l’attività dell’Esercito Ribelle s’estendeva alla maggior parte della Cuba Orientale. Anche in diverse altre province del Paese scoppiarono insurrezioni armate.
Nel maggio 1958, dopo aver represso la sciopero d’aprile e le insurrezioni armate all’Avana e in altre città, Batista iniziò a progettare una “offensiva totale” contro la Sierra Maestra. A quel tempo, la base principale dei guerriglieri contava poco più di 300 uomini, armati solo di fucili e mitragliatrici leggere. Il governo di Batista schierò oltre 10.000 soldati, col sostegno di aerei, carri armati e artiglieria, per accerchiare la zona. Operarono bombardamenti aerei contro le basi ribelli anche le truppe statunitensi di stanza a Guantánamo.
Di fronte alla preponderanza delle forze nemiche, l’Esercito Ribelle condusse una dura guerriglia. Nei villaggi montani attuava manovre ingegnose, sfruttando appieno la difficile conformazione geografica della zona per logorare e attaccare il nemico. I soldati del governo erano riluttanti a combattere per Batista e avevano il morale basso. I guerriglieri educavano i prigionieri dell’esercito governativo prima di rimandarli indietro; molti di questi, tornando alle truppe di Batista, diffondevano idee rivoluzionarie, e nel giro di poche settimane disertavano altri soldati.
Con l’appoggio della popolazione locale, l’Esercito Ribelle inflisse numerosi colpi alle truppe nemiche in avanzata. Alla fine di luglio, durante tre giorni di combattimenti a Santo Domingo, i ribelli, rafforzati da rinforzi, annientarono la più potente unità dell’esercito governativo e passarono all’offensiva. Dopo oltre un mese di scontri, i guerriglieri neutralizzarono più di 1.000 soldati nemici e liberarono completamente la regione della Sierra Maestra, decretando il fallimento della “offensiva totale” lanciata da Batista.
Svolta della rivoluzione
Nella seconda metà del 1958, la guerra rivoluzionaria a Cuba entrò in una nuova fase. Alla fine di agosto, due colonne della guerriglia, partirono dalle montagne della Sierra Maestra, attraversarono le paludi delle province di Oriente e del sud di Camagüey e lanciarono un’offensiva nelle regioni occidentali di Cuba.
Nella provincia di Las Villas, secondo gli accordi politici già raggiunti, si unirono all’attacco le forze rivoluzionarie del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo”, del Partito Sociale del Popolo e di altri gruppi armati anti-americani e anti-dittatoriali. Ciò permise di unire le forze nella regione e accelerare il corso delle operazioni militari dell'esercito. La liberazione dalla occupazione delle truppe di Batista della città strategica di Fomento ebbe un grande significato politico e militare, consentendo alla guerriglia di assumere il controllo di vaste aree del territorio.
Il 29 dicembre 1958, la guerriglia iniziò l’attacco alla capitale provinciale di Santa Clara. Le truppe governative a difesa della città erano circa 3.000, equipaggiate con armi automatiche e un grande quantitativo di munizioni, supportate da oltre 20 carri armati, un treno corazzato e unità aeree. L’esercito rivoluzionario impegnato nell’attacco era di circa 400 uomini, armati con fucili automatici e semiautomatici. Nonostante il vantaggio delle forze governative, il comando della guerriglia decise di assaltare Santa Clara.
Per impedire che le truppe governative provenienti dalle regioni orientali, in particolare le unità meccanizzate, intervenissero come rinforzo, Guevara ordinò alla vigilia dell’attacco di far saltare i ponti vicino alla città di Falcón. Con il sostegno della popolazione, l’esercito rivoluzionario ottenne già il primo giorno della battaglia risultati decisivi, catturando il treno corazzato del governo, carico di armi e munizioni.
Il 1° gennaio 1959, l’ultima guarnigione della caserma “Leoncio Vidal” si arrese. Nello stesso giorno, le forze rivoluzionarie occuparono la capitale orientale Santiago de Cuba. Il giorno precedente, il dittatore Batista era fuggito precipitosamente all’estero. Le forze reazionarie locali e l’ambasciata statunitense tentarono di deviare la rivoluzione, promuovendo un loro rappresentante per sostituire Batista. Tuttavia, il comando della guerriglia e il Partito Sociale del Popolo lanciarono uno sciopero generale, sventando il complotto.
Il 2 gennaio, le forze rivoluzionarie entrarono a L’Avana, le truppe governative si arresero e la guerra rivoluzionaria del popolo raggiunse la vittoria.
Vittoria della rivoluzione
Il 3 gennaio 1959 a Santiago de Cuba fu istituito un governo rivoluzionario provvisorio, con a capo come presidente ad interim il rappresentante della borghesia liberale, mentre Castro assunse il comando delle forze armate. Questo governo non ratificò le leggi redatte dai rivoluzionari.
Nel febbraio successivo, le forze rivoluzionarie costrinsero tale governo alle dimissioni. Il governo rivoluzionario era principalmente guidato dalle forze rivoluzionarie del “Movimento del 26 luglio”, capeggiate da Fidel Castro, e comprendeva esponenti di vari partiti contrari a Batista.
Il nuovo regime attuò profonde trasformazioni sociali ed economiche, promuovendo la riforma agraria e lo sviluppo industriale, nazionalizzando le proprietà delle imprese statunitensi e della grande e media borghesia locale, e perseguendo una politica volta a contrastare l’intervento imperialista e a salvaguardare l’indipendenza nazionale.
Nel 1961, Castro dichiarò che la rivoluzione cubana aveva natura socialista. Nello stesso anno, il “Movimento del 26 luglio” si fuse con il Partito Sociale del Popolo e il “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” dando origine all’Organizzazione Unificata della Rivoluzione Cubana. Nel 1965, questa organizzazione cambiò nome in Partito Comunista di Cuba. La vittoria della guerra rivoluzionaria cubana segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella storia di Cuba.
La vittoria della rivoluzione cubana, come un tuono improvviso, scosse il sogno geopolitico americano.
La guerra rivoluzionaria cubana fu una guerra di rivoluzione democratica nazionale condotta dal popolo cubano contro il regime dittatoriale filostatunitense. Questa guerra ricevette un ampio sostegno dalla popolazione cubana e si combinò con il movimento rivoluzionario nazionale e democratico del popolo, che costituì la fonte di forza per il successo della rivoluzione.
La guerra rivoluzionaria attraversò diverse fasi: inizialmente insurrezioni urbane, poi, dopo i fallimenti, si trasformò in una lunga guerra di guerriglia nelle campagne, fino a evolversi in attacchi alle città per conquistare il potere. Le forze armate rivoluzionarie si svilupparono gradualmente durante la guerra di guerriglia; le truppe del governo reazionario, pur avendo superiorità numerica rispetto alle forze rivoluzionarie, non erano particolarmente efficaci sul piano del combattimento.
Gli Stati Uniti non compresero pienamente la natura del “Movimento del 26 luglio”, che guidava la guerra rivoluzionaria cubana, ritenendolo semplicemente un movimento volto a ripristinare la Costituzione di natura borghese del 1940. Convinti di poter controllare la situazione a Cuba e per altre ragioni, non ebbero il tempo di intervenire militarmente, e così le forze armate rivoluzionarie conquistarono il potere.
Le principali lezioni ed esperienze della guerra rivoluzionaria cubana sono le seguenti.
In primo luogo, una volta maturata una situazione rivoluzionaria, per conquistare il potere la lotta politica deve evolvere in lotta armata. Fra l’imperialismo statunitense, il suo controllo e sfruttamento a lungo termine di Cuba, e il popolo cubano esisteva una profonda contraddizione. I governi cubani, collusi con l’imperialismo statunitense e pronti a sacrificare gli interessi nazionali, erano odiati dal popolo. La guerra di rivoluzione democratica nazionale aveva quindi solide basi sociali e politiche.
Tuttavia, per un lungo periodo, la lotta dei partiti rivoluzionari si era concentrata principalmente sulla lotta politica ed economica; di conseguenza, sebbene i governi cubani cambiassero di volta in volta, i partiti rivoluzionari non riuscivano a conquistare il potere. Dopo il 1953, venne finalmente compresa la gravità delle contraddizioni tra il popolo cubano e i gruppi monopolistici stranieri con i loro agenti, generate dal regime dittatoriale di Batista sul piano politico, economico, interno ed estero. In una condizione rivoluzionaria ormai matura, Castro intraprese con coraggio la lotta armata, dando inizio alla conquista del potere attraverso le armi.
In secondo luogo, per condurre una guerra rivoluzionaria è necessario determinare una linea corretta. Questo è l’importante problema strategico da risolvere per primo. Guevara, nelle sue Memorie della guerra rivoluzionaria cubana, afferma che la guerra rivoluzionaria cubana prevedeva due linee: l’una consisteva nel creare basi rivoluzionarie nelle montagne e da lì lanciare l’attacco alle città; l’altra consisteva nell’insurrezione diretta nelle città per conquistare immediatamente il potere.
All’inizio, egli aveva avviato un’insurrezione urbana, ma dopo il fallimento scelse di istituire basi rivoluzionarie nelle montagne. Dopo averle create, ampliò gradualmente le zone liberate e infine attaccò le città. La pratica della guerra rivoluzionaria cubana dimostrò che questa era la linea vincente.
Naturalmente, scegliere questa linea non escludeva le insurrezioni urbane. Quando necessario, era opportuno organizzare sequenze di rivolte in città per sostenere la lotta di “contenimento e scontro” nelle basi montane, specialmente durante la fase di offensiva strategica, quando era essenziale promuovere le insurrezioni urbane per occupare le città e, infine, conquistare il potere.
In terzo luogo, per condurre una guerra rivoluzionaria è necessario formare un esercito rivoluzionario forte. La guerra di guerriglia, estremamente dura e faticosa, richiede dai combattenti rivoluzionari una ferma convinzione rivoluzionaria, uno spirito rivoluzionario tenace, resistenza alla fatica e alle difficoltà, oltre a una disciplina ferrea e capacità di lavorare con le masse. Guevara scrive nelle sue memorie: “Come in tutti gli eserciti del mondo, anche i membri del nostro esercito devono rispettare i superiori. Devono obbedire immediatamente agli ordini, ovunque vengano inviati, anche se ciò comporta grandi fatiche. Tuttavia, nel loro lavoro devono anche considerarsi sia investigatori sociali sia operatori giudiziari.
Come investigatori sociali, devono entrare in contatto con il popolo per capire le correnti di pensiero e gli umori della popolazione, così da poter formulare proposte costruttive alle organizzazioni superiori; come operatori giudiziari, hanno la responsabilità di criticare qualsiasi cattiva condotta avvenga dentro o fuori dall’esercito e di fare tutto il possibile per eliminarla. Dobbiamo fare in modo che il popolo – operai, contadini, studenti e persone di ogni settore – consideri come un onore, nelle giuste circostanze, affiancare con le armi in mano chi indossa l’uniforme militare e combattere insieme a loro”.
In quarto luogo, è necessario costruire un fronte unito rivoluzionario più ampio possibile, coordinando lotta politica, lotta economica, lotta culturale e lotta armata. Durante la guerra rivoluzionaria cubana, il “Movimento del 26 luglio” si unì, formando un ampio fronte rivoluzionario, con il Partito Sociale del Popolo, il “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo”, il Partito Rivoluzionario Cubano, il Partito del Popolo Cubano, il Partito Nazionale e il “Movimento Operaio Cubano”, tutte organizzazioni e partiti contrari al regime dittatoriale di Batista. Il Partito Sociale del Popolo sosteneva che il “Movimento del 26 luglio”, senza il supporto di “azioni dirette delle masse e dello sciopero generale”, non avrebbe potuto ottenere la vittoria. Perciò, esso chiamò e organizzò operai e contadini a partecipare all’esercito rivoluzionario, mobilitando il popolo a fornire supporto economico. Molti membri del Partito Sociale del Popolo e del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” si unirono all’esercito rivoluzionario guidato dal “Movimento del 26 luglio” nella Sierra Maestra.
Allo stesso tempo, le unità di guerriglia del Partito Sociale del Popolo, del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” e di altre organizzazioni agirono in stretta collaborazione con l’esercito rivoluzionario del “Movimento del 26 luglio”, infliggendo gravi perdite alle truppe governative. Il popolo cubano, conducendo lotte politiche, economiche e culturali di varie forme, supportò direttamente la lotta armata, e in particolare lo sciopero generale finale contribuì insieme all’esercito rivoluzionario a rovesciare il regime dittatoriale.
La guerra rivoluzionaria cubana, grazie alla formazione di un ampio fronte unito anti-dittatoriale e allo sviluppo di molteplici forme di lotta politica, economica e culturale, creò un potente movimento rivoluzionario nazionale e democratico del popolo cubano, permettendo così di ottenere in tempi relativamente brevi la vittoria finale contro il regime dittatoriale di Batista.
I cinesi durante la guerra
Secondo le statistiche, tra il giugno 1847 e il 1874 arrivarono a Cuba 141.000 lavoratori cinesi, pari a un decimo della popolazione dell’isola in quel periodo.
Tra il 1868 e il 1878 il popolo cubano lanciò la prima guerra d’indipendenza contro il dominio oppressivo del governo coloniale spagnolo, ma senza successo. La seconda guerra d’indipendenza si svolse dal 1895 al 1898 e, grazie all’intervento degli Stati Uniti, riuscì infine a rovesciare il dominio spagnolo; tuttavia, Cuba divenne di fatto una dipendenza del governo e dei capitalisti statunitensi.
Durante le due guerre d’indipendenza, migliaia di cinesi, ancora con la tradizionale treccia, si unirono al fiume della rivoluzione; all’epoca vi furono diverse unità composte interamente da cinesi. Queste truppe cinesi, formate in gran parte da cantonesi e hakka, erano valorose e non temevano la morte. L’eroe della guerra d’indipendenza cubana, il generale Gonzalo de Quesada, pronunciò una celebre frase, che ora è incisa in un parco della capitale cubana L’Avana: «In tutta la guerra d’indipendenza cubana non vi fu un solo cinese traditore, né un solo cinese disertore».
Oltre la metà dei soldati nelle unità cinesi era composta da hakka, che diedero piena prova del loro carattere tenace e indomito, spargendo il loro sangue sull’isola e nel Mar dei Caraibi.
Negli anni Cinquanta del XX secolo, Castro e suo fratello avviarono la lotta guerrigliera contro il regime; vi parteciparono anche numerosi cinesi. Tra i più noti vi furono tre comandanti: Armando Choy, Gustavo Chui e Moisés Sio Wong.
Armando Choy nacque a Cuba nel 1934; suo padre era emigrato sull’isola nel 1918, mentre sua madre era una cubana bianca. Choy fu uno dei veterani del celebre “Movimento del 26 luglio” nella storia della rivoluzione cubana e uno dei fondatori del Partito Comunista di Cuba. Nell’aprile 1961, quando la CIA statunitense sostenne lo sbarco di esuli anticomunisti cubani alla Baia dei Porci, respinti sulle spiagge, Choy si distinse nelle operazioni di accerchiamento; all’epoca era comandante di battaglione. Nel 1976 fu promosso generale di brigata e ricoprì anche l’incarico di ambasciatore.
Gustavo Chui nacque nel 1938; sua madre era una cubana nera e proveniva da una famiglia modesta. Iniziò l’attività rivoluzionaria a soli sedici anni e partecipò alla battaglia della Baia dei Porci; nel 1980 fu promosso generale di brigata. Guidò truppe cubane in missioni militari in Africa, in Angola, Etiopia e Mozambico, e ricoprì l’incarico di vice capo di stato maggiore delle forze cubane in Angola. Nel 1988 il veicolo su cui viaggiava saltò su una mina e perse una gamba nell’esplosione.
Wang nacque nel 1938 e partecipò al “Movimento del 26 luglio”. Suo padre era arrivato a Cuba nel 1895; sua madre era cinese, mentre suo cognato era stato segretario della sezione cubana del Kuomintang cinese ed era un ricco uomo d’affari. Durante gli studi superiori, Wang prese parte ad attività antigovernative; nel 1957 si unì alla rivoluzione e fu incaricato di organizzare un corpo di polizia militare. Wang fu anche aiutante di campo di Raúl Castro. Nel 1976 venne promosso generale di brigata e presidette in tarda età l’Associazione di amicizia sino-cubana.
Castro chiese personalmente a Wang quanti cinesi avessero preso parte alle guerre d’indipendenza cubane e alla guerra rivoluzionaria. Wang rispose che il numero esatto forse non sarà mai conosciuto, poiché molti cinesi che parteciparono ai combattimenti avevano adottato nomi spagnoli; tuttavia, secondo una stima prudente, almeno più di diecimila cinesi presero parte alle guerre d’indipendenza del XIX secolo, mentre alcune centinaia avrebbero partecipato alla guerra rivoluzionaria.
Cuba è un pugnale puntato al petto degli Stati Uniti (Post Cinese,2021)
Dei grandi eventi storici globali, sono certamente responsabili le grandi potenze, ma non va dimenticato che anche molti Paesi piccoli possono scuotere il mondo, esercitando un’influenza globale. L’esempio più tipico è la Repubblica di Cuba: pur essendo un piccolo paese latinoamericano, la crisi dei missili lo proiettò nell’arengo mondiale. Essa rischiò infatti di provocare una guerra nucleare tra USA e URSS, minacciando la sicurezza e gli interessi globali. Cuba ebbe infatti, nel periodo sovietico, una presenza internazionale molto rilevante. Oggi però i tempi sono cambiati: quale posizione occupa attualmente Cuba nel mondo? Al tempo dell’URSS, la Repubblica di Cuba godette del sostegno sovietico e fu di conseguenza una nazione relativamente potente, con un certo sviluppo economico e una presenza internazionale significativa.
Dopo la dissoluzione dell’URSS tuttavia Cuba si trovò senza aiuti e iniziò progressivamente il suo declino. A trent’anni di distanza, quale posizione occupa oggi Cuba nel mondo? La sua attuale condizione si può riassumere in quattro punti.
Primo: è il paese piccolo con il sistema medico più sviluppato al mondo
Molti si chiedono perché, in America Latina, numerosi dirigenti di Stato scelgano di farsi curare a Cuba. L’esempio più emblematico è l’ex presidente del Venezuela, Hugo Chávez, che si sottopose a un intervento chirurgico proprio a Cuba. La ragione è che il sistema sanitario cubano è considerato tra i più avanzati al mondo. A Cuba c’è un medico ogni 170 abitanti; le tecnologie e le attrezzature mediche sono ai vertici internazionali, la sua reputazione in questo ambito è riconosciuta a livello globale, conferendole un’elevata considerazione internazionale.
Secondo: è tutto sommato un paese ancora prospero
Sebbene con la fine degli aiuti dell’Unione Sovietica, le entrate della Repubblica di Cuba abbiano subito una forte contrazione, il Paese dispone ancora di un’agricoltura sviluppata e di una solida base industriale. Ancora oggi Cuba è considerata uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, con un PIL pro capite vicino ai 10.000 dollari. Nel complesso, rimane una nazione prospera. La popolazione cubana è ritenuta tra le più felici al mondo, ciò che costituisce un fattore importante della buona reputazione di Cuba nel mondo.
Terzo: ha numerosi marchi di fama mondiale
Pur non essendo una nazione grande (ha circa km2100.000 di territorio e 10 milioni di abitanti), Cuba gode di una notevole notorietà nel sistema industriale globale. In particolare, possiede molti prodotti e marchi conosciuti a livello internazionale, p.es. lo zucchero di canna cubano, il tabacco e le apparecchiature mediche. Sono fattori che accrescono costantemente la presenza e l’influenza di Cuba nel mondo. I sigari cubani per esempio hanno un mercato molto ampio negli stessi USA.
Quarto: gode di grande prestigio in America Latina
L’economia, la politica e le forze armate costituiscono una forza complessiva tra le più rilevanti dell’America Latina. Inoltre, i leader cubani hanno mostrato una forte capacità di mobilitazione nella regione, permettendo a Cuba di farsi numerosi alleati, come la Colombia, il Venezuela e la Bolivia.
Fonte
15/02/2026
Cuba manda un messaggio al Sud Globale. E a noi
È evidente che quanto accaduto nei mesi scorsi, e in particolare il 3 gennaio con il rapimento del Presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela, l’inasprimento del blocco economico e le minacciose dichiarazioni di Donald Trump, prospettano tempi bui per l’isola, già provata dall’uragano Melissa, dalla carenza di combustibile e dai problemi sulla rete elettrica, oltre alle prolungate difficoltà nel settore turistico.
Oltre a rispondere nel merito delle questioni più cogenti per il paese, dalla situazione energetica a quella dei carburanti, Diaz-Canel espone i punti sui quali il Partito e le istituzioni devono compiere dei salti qualitativi di fronte ai due enormi problemi dell’asfissia economica e della possibilità di un intervento militare statunitense.
Il suo intervento però si spinge oltre e rende chiara la lettura che Cuba dà della situazione e delle relazioni internazionali, profilando anche un messaggio di avvertimento all’intero Sud Globale sui tempi a venire.
Non si può pensare infatti che quanto sta avvenendo in America Latina e cioè la riaffermazione e l’aggiornamento della Dottrina Monroe, siano fatti che riguardano esclusivamente i governi progressisti o rivoluzionari per semplice contrapposizione ideologica.
Il richiamo è a leggere la dinamica generale di strategia aggressiva dell’imperialismo in crisi, che partendo dalla ridefinizione dei rapporti all’interno del blocco occidentale, guarda alla sua riaffermazione su scala globale.
Nel mirino c’è il multilateralismo, l’emergere di nuovi attori, la necessità di una ridefinizione più equilibrata dei rapporti internazionali. Nessuno, nel Sud Globale, può ritenersi “al sicuro”. Agli strumenti di strangolamento economico, di blocco unilaterale, di sanzioni e dazi, si accompagnano anche gli strumenti tecnologici e militari.
Per raggiungere i propri obiettivi però, afferma Diaz-Canel, occorre comprendere che c’è di più, e che gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria “guerra di quarta generazione”.
Una guerra che si svolge sul piano politico ma anche ideologico, con il tentativo di “imporre la visione del mondo della più grande potenza imperialista rendendola egemone su tutti”; sul piano culturale, perché “per affermare quell’ideologia è necessario distruggere il legame tra i popoli e le proprie radici, rendendo ai loro occhi la propria cultura e la propria storia obsoleta, qualcosa di cui vergognarsi, da rinnegare”; ed è anche una guerra mediatica, “come è stato dimostrato chiaramente nell’escalation e nell’aggressione verso il Venezuela, con la manipolazione dell’opinione pubblica internazionale attraverso la stampa e i social media: pressione psicologica volta a rompere l’unità, a instillare dubbi e titubanze, come si sta facendo oggi contro Cuba”.
È importante notare quindi che nella visione della dirigenza cubana c’è una concezione della dinamica complessiva che è in atto e una consapevolezza dei nuovi orizzonti e con quale profondità l’imperialismo agisca per disarticolare la possibile opposizione alle sue mire e alla sua egemonia, il che implica impedire l’affermazione di ogni concreta idea di trasformazione della società e degli equilibri.
Se, come afferma Diaz-Canel, i BRICS e altri formati internazionali offrono una prospettiva al Sud Globale, è vero anche che questa prospettiva rischia di non poter essere approfondita senza questa visione complessiva, che sia cosciente di tutti i piani su cui l’attacco viene condotto, e che produca forme più avanzate di unità e cooperazione tra i popoli.
Da questo punto di vista “la mobilitazione anti egemonica deve avere una caratteristica: deve essere antifascista”. Può apparire sorprendete questo richiamo all’antifascismo come elemento di unità e di forza nella lotta antimperialista a livello mondiale, ma il richiamo è dovuto al fatto che di fronte alla crisi sempre più profonda l’imperialismo assume atteggiamenti sempre più violenti e che in politica internazionale assumono le forme e i metodi che il fascismo e il nazismo hanno utilizzato quando diedero il via alla Seconda Guerra Mondiale.
Quello dell’isola caraibica è quindi un monito a tutto il Sud Globale: l’attacco a Cuba non è solo un affare cubano e della sua Rivoluzione, che da oltre 60 anni resiste ad ogni tipo di attacco, ma è affare di chiunque voglia affermare i principi dell’autodeterminazione dei propri popoli, la possibilità di deciderne il futuro, l’emancipazione.
Che Cuba resista o meno è quindi affare di tutti. Anche nostro, aggiungiamo noi. Perché la stretta autoritaria, antipopolare e classista che vediamo alle nostre latitudini, così come il riarmo e la tendenza generale alla guerra che si vanno profilando nel Vecchio Continente vanno di pari passo con l’attacco ai popoli del mondo e alle esperienze di Cuba e Venezuela: sono infatti anch’esse effetto della corsa sullo stesso piano inclinato e che occorre contrastare.
Il video completo della conferenza stampa del presidente cubano Diaz Canel:
Fonte
23/01/2026
Cuba - Díaz-Canel rilancia l’asse antimperialista
Secondo il presidente cubano, l’attacco contro il Venezuela non è un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una strategia imperiale che, ignorando il diritto internazionale, avrebbe inaugurato una nuova fase di barbarie globale. Il riferimento diretto all’amministrazione statunitense e a Donald Trump segna un cambio di tono netto: non più solo resistenza diplomatica, ma denuncia frontale di un’aggressione presentata come fascista, terroristica e destabilizzante per l’intera America Latina.
La figura dei 32 caduti diventa così centrale non solo come simbolo del sacrificio, ma come prova vivente – anzi, morente – dell’alleanza organica tra Cuba e Venezuela. Díaz-Canel respinge con forza la lettura utilitaristica dei rapporti tra i due Paesi, spesso ridotti dalla propaganda occidentale a un mero scambio di servizi e risorse. Al contrario, rivendica una fratellanza storica che affonda le sue radici in Bolívar e Martí, passa per Fidel e Chávez e si incarna oggi nel sangue versato dai combattenti cubani a difesa della sovranità venezuelana.
Il discorso costruisce una narrazione epica, in cui i caduti non sono “superuomini”, ma soldati formati a un’etica rivoluzionaria che mette al centro l’unità, l’antimperialismo e la lealtà alla missione. I riferimenti a Maceo, Almeida, Fidel e Martí non hanno solo una funzione retorica: servono a inscrivere l’evento dentro una lunga genealogia di resistenza, presentando l’attuale fase storica come continuità delle guerre d’indipendenza del XIX secolo, della Sierra Maestra e delle missioni internazionaliste del Novecento, fino all’Africa e oggi al Venezuela.
Particolarmente significativo è il modo in cui Díaz-Canel ribalta il rapporto di forza simbolico con gli Stati Uniti. Da un lato descrive la sproporzione tecnologica e militare degli aggressori – droni, elicotteri, visori notturni, blackout – dall’altro esalta la resistenza dei combattenti cubani, armati “solo” di armi convenzionali, morale e disciplina. In questa contrapposizione, la tecnologia imperiale appare come segno di codardia, mentre il sacrificio umano diventa misura della superiorità etica.
Costruire la pace ma non abbandonare i cubani ad un destino di servitù.
Cuba è un Paese che sceglie la pace, che lavora instancabilmente per la pace, che rivendica la pace come principio fondativo della propria azione internazionale. Ma Cuba non è un Paese inerme. Sa difendersi, perché la difesa di Cuba coincide con la difesa di tutti i popoli oppressi.
Questa verità si è manifestata, nel corso della storia, nella straordinaria capacità di sacrificio del popolo cubano: nei medici, negli insegnanti, nei cooperanti internazionalisti, e fino all’estremo dono della vita. I 32 combattenti caduti in Venezuela ne sono la prova più alta: uomini che, nel difendere il presidente Nicolás Maduro e la sovranità venezuelana, hanno resistito per ore contro un apparato militare infinitamente superiore, mettendo consapevolmente a disposizione la propria esistenza.
Per questo la strada del socialismo non si interrompe. E per questo l’imperialismo statunitense – qualunque volto assuma, anche quello di Donald Trump – non troverà terreno facile. Di fronte a sé non ha una nazione piegata, ma una resistenza eroica, radicata nella storia e proiettata nel futuro.
Fonte
11/01/2026
Migliaia in piazza per il Venezuela. L’Italia non è complice dell’aggressione statunitense
Si è svolta in una trentina di città italiane la giornata nazionale di mobilitazione “Giù le mani dal Venezuela” che ha visto cortei e presidi in piazza contro l’aggressione statunitense e per la liberazione del presidente Nicolas Maduro e di Cilia Flores. Ma nelle manifestazioni sono state ben visibili ovunque le bandiere palestinesi e striscioni che richiamano la comune resistenza dei popoli contro imperialismo e colonialismo.
A Roma più di duemila sono partite in corteo da Piazza Esquilino sfilando fino all’ambasciata USA. Su via Bissolati sono state bruciate alcune bandiere degli Stati Uniti.
Prima della partenza del corteo c’è stato un tentativo di provocazione – a esclusivo uso di telecamere – da parte di un venezuelano e di alcuni esponenti del partito radicale. I provocatori sono stati rapidamente allontanati dalla piazza senza troppi complimenti e seppelliti da banconote di dollari (ovviamente dei fac simili) al grido di “mercenari”.
Sotto l’ambasciata USA è intervenuto telefonicamente dal palco anche Nicolasito Maduro, presidente del parlamento venezuelano e figlio del presidente rinchiuso nelle carceri statunitensi.
A Milano il corteo è passato davanti alla sede dei palestinesi dell’Abspp recentemente chiusa dalla magistratura nel quadro di una montatura politico/giudiziaria ed è terminato sotto il consolato USA.
Anche a Torino alla partenza del corteo è stata bruciata una bandiera statunitense, dopo una tappa davanti alla sede Rai, il corteo è arrivato sotto la Questura dove anche qui, come a Roma, è intervenuto telefonicamente il figlio del Presidente Maduro.
Cortei hanno sfilato anche per le strade di Bologna (anche qui è stata bruciata in piazza una bandiera statunitense), Torino, Brescia, Genova (qui il corteo è andato al consolato USA ed è stata bruciata una bandiera americana), Rimini, Piacenza, Firenze, Pisa, Bari, Palermo, Venezia, Perugia e in altre città.
A Napoli nella “sala Gaetano Marati” della Federazione campana di USB, nella mattinata si è svolto invece un approfondito dibattito che ha fatto chiarezza sulla situazione della Repubblica Bolivariana del Venezuela da mesi assediata dalla forze armate dell’imperialismo USA. Seguiranno aggiornamenti.
Anche a Palermo si è svolta prima una assemblea pubblica sulla situazione in Venezuela e poi un presidio in piazza.
Fonte e foto delle manifestazioni nelle varie città.
17/11/2025
Francia - La “Marcia per la pace” a Parigi apre nuovi scenari
L’appello unitario è stato lanciato da Union pour la Recontruction Communiste, organizzazione comunista strutturata a livello nazionale, nata nell’autunno scorso dalla fusione dell’Association Nationale des Communistes (ANC) e Rassemblement Communiste (RC), insieme alla Jeunesse Communiste – nata questa estate dalla scissione interna alla giovanile del Partito Comunista Francese – la Ligue de la Jeunesse Révolutionnaire (LJR), la Fédération Syndicale Étudiante (FSE), l’Union Prolétarienne Marxiste-Léniniste (UPML) e il Comité de Soutien à la Révolution aux Philippines (CSRP).
Queste organizzazioni, che rivendicano l’appartenenza a diverse “scuole” del comunismo marxista-leninista, sono state tra gli animatori negli ultimi anni del movimento per la Palestina e della campagna per la liberazione di George Abdallah, articolando una critica complessiva dell’imperialismo occidentale, e in particolare quello francese, e delle guerre e genocidi che esporta dalla Palestina, al Congo, al Sudan, al Sahel, al Venezuela.
Negli scorsi mesi, l’URC aveva lanciato una petizione contro le guerre imperialiste in Palestina, Congo e Ucraina, raccogliendo migliaia di firme, che avrebbero dovuto essere portate al Ministero delle Armées in occasione della marcia di mercoledì, prima che la prefettura negasse al corteo iniziato a Port Royal di dirigersi verso il ministero.
Mille persone sono scese in piazza, distribuite in diversi spezzoni: in testa il “bloc rouge” composto da URC e Jeunesse Communiste, dietro il Front uni de l’immigration et des quartiers populaires (FUIQP), animato dal megafono di Saïd Bouamama, poi i diversi striscioni delle realtà panafricane e di originari di ex-colonie o colonie francesi, e infine i giovani della LJR e dell’FSE.
Presenti anche alcuni esponenti del collettivo Parole d’Honneur, che anima in Francia un dibattito originale sulle questioni dei quartieri e dell’immigrazione post-coloniale, intervenendo a fine manifestazione in Place d’Italie con una condanna ferma ad ogni tipo di operazione di riarmo e invio di armi della Francia sui fronti di guerra.
Tuttavia, non sono certo i numeri ad aver determinato la qualità politica della giornata: almeno tre elementi di riflessione emergono da un’analisi della giornata dell’11 novembre, che sembra ambire ad innestare una dinamica inedita nel paese.
Innanzitutto, l’emergere di nuove soggettività comuniste indipendenti rispetto al PCF, in una fase di convergenza e di unificazione politica e talvolta anche organizzativa, come avvenuto per l’URC.
La fuoriuscita questa estate di alcune sezioni locali del Mouvement des Jeunes Communistes de France (MJCF), che hanno formato la Jeunesse Communiste, è un altro indice importante dello spazio esistente per una proposta di alternativa a tutti quei comunisti che da tempo non si sentono più rappresentati da un partito che è ormai incapace di portare avanti una linea radicale e progressista, avendo negli ultimi anni solamente rafforzato il proprio carattere “sciovinista” ereditato dal PCF storico, che già dagli anni ‘30 del Novecento metteva gli interessi della classe operaia nazionale davanti a quelli dei popoli oppressi dall’imperialismo francese.
In secondo luogo, emerge il lavoro di sinergia tra queste organizzazioni e le realtà antimperialiste della diaspora africana, vero corpo vibrante del corteo di martedì. La volontà comune è quella di costruire un piano di mobilitazione antimperialista complessivo, che metta al centro la questione della guerra, come elemento cardine non solo per leggere il presente che viviamo, ma anche su cui dare battaglia, a maggior ragione in Francia, cuore dell’imperialismo europeo.
La conferenza su Bandung organizzata dall’URC in aprile, e poi le due giornate delle Universités Panafricaines organizzate dalla Ligue Panafricaine Umoja lo scorso weekend (8-9 novembre), forniscono la spessa cornice ideologica in cui inquadrare le questioni portate in piazza l’11.
La figura di spicco di Saïd Bouamama, fondatore del Front uni de l’immigration et des quartiers populaires (FUIQP), militante dell’URC e autore di numerose opere – tra i riferimenti teorici odierni sull’antimperialismo più autorevoli per il mondo della sinistra in Francia – rappresenta la sintesi riuscita tra mentalità antimperialista, prospettiva di organizzazione e orizzonte rivoluzionario.
La terza questione riguarda il legame tra budget/spesa sociale e spesa bellica. Di fronte al rapido tramonto del movimento Bloquons tout, è legittimo e necessario interrogare i limiti della mobilitazione.
L’annuncio di Macron del piano di riarmo che alzava al 5% del PIL la spesa militare è arrivato nella scorsa primavera, scuotendo le coscienze della popolazione francese, nello stesso periodo in cui si discuteva del riconoscimento dello stato di Palestina, di fronte alla crescente sensibilizzazione sulla questione.
Nonostante ciò, il movimento Bloquons tout – dai sindacati alle forze politiche e quelle di movimento – lanciato con l’annuncio del budget di Bayrou a luglio, ha lasciato in secondo piano (per dirla in termini eufemistici) la questione della guerra imperialista, volendo puntare alla pancia dei francesi, senza complicare troppo la faccenda.
Da questo punto di vista, l’Italia – a partire dallo sciopero del 22, quattro giorni dopo l’ultima grande piazza lanciata in Francia dall’intersindacale il 18 ottobre – ha mostrato a livello internazionale un’idea di sciopero diversa, politica e internazionalista, in cui lavoratori e le lavoratrici non rivendicano solo i propri diritti, ma tornano attori politici.
In questo senso, l’emersione di un’“area politica” – se così possiamo chiamarla, forzando una categoria più italiana che francese – con obiettivi chiari, che dialoghi con giovani, sindacati e con realtà antimperialiste, si rivela ancora più determinante e strategica nella costruzione di un movimento per la pace e contro la guerra a livello internazionale.
La piazza dell’11 ha messo al centro la dicotomia austerità/guerra, rilanciando l’esigenza della costruzione di un largo “fronte popolare e anti-guerra” dai caratteri internazionalisti che unisca i lavoratori e le lavoratrici, le numerose comunità diasporiche che vivono nel paese e i giovani:
«Gli Stati Uniti, la NATO, ma anche l’Unione Europea hanno approvato l’obiettivo di aumentare i budget per la “difesa” [cioè per la guerra] fino al 5% del PIL, contro una media del 2% oggi. Concretamente, per la Francia ciò significa passare da un budget che nel 2025 è di 50 miliardi di euro l’anno a circa 150 miliardi l’anno nel lungo termine!La sfida lanciata dalle organizzazioni promotrici dell’appello è di certo ambiziosa, e il lavoro da fare ancora lungo, ma, dopo la marcia di questo martedì, la strada sembra tracciata: verso un allargamento delle alleanze di classe e antimperialiste, per una mobilitazione contro guerra, NATO e Unione Europea.
(...) Macron ha già deciso di portare il budget a 64 miliardi entro il 2027 e ha lanciato un appello all’“impegno” dei giovani (un arruolamento camuffato sotto il SNU) nel contesto di una militarizzazione generale della società. Con Bayrou, hanno deciso di toglierci 2 giorni festivi, tra cui l’8 maggio, provocazione suprema poiché è la data anniversario della vittoria contro il fascismo!
Non vogliamo pagare per le loro guerre! Non vogliamo che i giovani vadano a combattere e morire per l’imperialismo!
Difendere i popoli, il loro diritto alla pace, al progresso sociale, alla loro autodeterminazione, significa dire No a Macron, no all’UE e alla NATO, fautori di guerra e austerità! Per l’uscita immediata dalla NATO!
Spetta ai lavoratori e ai giovani organizzarsi e mobilitarsi. Come proclama l’Internazionale, questo splendido canto dei lavoratori di tutto il mondo: «Pace tra noi, guerra ai tiranni!» (tradotto dall’appello per l’11 novembre)
Fonte
23/06/2025
L’Iran resiste
Dopo il caos iniziale delle prime ore, l’Iran ha nominato nuovi comandanti e potenziato l’efficacia dei suoi sistemi di difesa aerea. Le autorità iraniane hanno anche implementato misure di sicurezza per identificare infiltrati sospettati di aver utilizzato droni e altri velivoli leggeri per condurre operazioni clandestine nel territorio nazionale.
È probabile che le autorità statunitensi e israeliane non si aspettassero un crollo immediato del governo iraniano solo attraverso i bombardamenti. Sebbene entrambi i governi abbiano commesso errori strategici, sarebbe sorprendente se credessero davvero che uno Stato potesse essere abbattuto esclusivamente con attacchi aerei.
L’apparente strategia sembrava puntare a scatenare disordini civili tra i gruppi di opposizione dopo l’iniziale destabilizzazione del governo. Questo avrebbe potuto creare aperture per mercenari addestrati a iniziare una seconda fase di operazioni. Tuttavia, questo scenario non si è materializzato.
Invece, la maggior parte degli iraniani, soprattutto dopo le notizie di vittime civili, ha reagito con rabbia e solidarietà. Le perdite tra i civili sembrano aver risvegliato un senso di unità nazionale e patriottismo nella popolazione.
Le dichiarazioni contraddittorie di Trump possono essere comprese in questo contesto di errore strategico, insieme alle pressioni delle autorità sioniste, come evidenziato dai post sui social media e dai commenti pubblici.
I messaggi di Trump sono stati incoerenti: un giorno afferma di non avere piani per un coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto, il giorno dopo minaccia di considerare una dichiarazione di guerra contro l’Iran se non accetta una “resa incondizionata”.
Dall’altra parte, il messaggio televisivo della Guida Suprema dell’Iran è stato chiaro e definitivo: “Non accettiamo una ‘pace’ imposta, così come non abbiamo accettato una guerra imposta, come dimostrammo durante l’invasione dell’Iran da parte del regime baathista iracheno”.
Questa posizione si riflette nella rappresaglia delle forze armate iraniane e nelle prese di posizione degli alti funzionari politici.
Forse è per questo che il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, ha ammesso che “non ci sono prove di un piano attivo dell’Iran per costruire armi nucleari”.
Da notare che Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale, aveva già fatto dichiarazioni simili, anche se Trump ha recentemente indicato di ignorarle, dicendo che “non gli importa di cosa ha detto”.
Questo ricorda il pretesto usato per invadere l’Iraq: le accuse di “armi di distruzione di massa” che si rivelarono infondate, simili alla screditata testimonianza di Nayirah, diventata uno scandalo per l’amministrazione di George W. Bush.
Potremmo discutere per ore sulle ragioni della situazione attuale e sul tempismo degli attacchi diretti all’Iran: fattori esterni, catalizzatori interni, dinamiche internazionali e altro.
Tuttavia, tre punti sono chiari.
Primo, Israele non agisce in modo indipendente. Lo Stato israeliano funziona come un’entità coloniale che rappresenta gli interessi imperialisti occidentali in Asia occidentale.
Secondo, gli Stati Uniti ignorano il diritto internazionale, le prove e l’opinione pubblica quando calcolano che i benefici di un’azione militare superino i costi.
Terzo, e più importante a mio avviso, questo non è un conflitto religioso o regionale tra due potenze rivali. Rappresenta una nuova fase del piano del “Nuovo Medio Oriente”, come riflesso nella copertina di un recente numero del Time. E la frammentazione dell’Iran è una parte centrale di questo piano. Si basa su precedenti quadri strategici, tra cui il Piano Yinon (anni ’80) e “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” (anni ’90), con il sostegno del blocco occidentale.
Da questa prospettiva, si tratta di uno scontro su vasta scala tra il Nord Globale e il Sud Globale, con l’Iran in prima linea contro l’aggressione imperialista occidentale verso i movimenti di liberazione nazionale in tutto il Sud del Mondo.
Sulla base di questa analisi, tutte le forze rivoluzionarie devono unirsi dietro questo slogan: “Mani fuori dall’Iran!”
E un messaggio per i nostri amici in tutto il mondo: l’Iran resiste, fino all’ultima persona, all’ultimo proiettile, all’ultimo respiro.
Fonte
22/06/2025
A tutti i compagni e le compagne dell’USB, ai delegati e alle delegate, alla nostra ampia comunità
Per questo il ringraziamento che vi inviamo per il lavoro svolto sia nella costruzione di uno sciopero non certo semplice da realizzare, sia per l’organizzazione delle iniziative che lo hanno accompagnato e sia per la partecipazione alla manifestazione di ieri a Roma, non può non essere accompagnato anche da una riflessione a caldo su come la situazione sia in rapida evoluzione.
Purtroppo, viene da dire, ancora una volta avevamo visto giusto. La chiarezza degli obiettivi della manifestazione di piazza Vittorio, che abbiamo voluto tenere ben salda, assieme al Coordinamento Disarmiamoli, si manifesta in tutta la sua rilevanza proprio alla luce degli avvenimenti del giorno dopo. Nel mondo si prepara la guerra e il comportamento e le scelte del nostro governo avranno una ricaduta fondamentale per il nostro futuro. I rapporti con la Nato e con la UE, i piani di riarmo, il ruolo dello stato terrorista di Israele, la conversione della nostra economia ad una economia di guerra non sono i temi dei prossimi mesi o anni, ma riguardano l’oggi e su questi non sono più accettabili balbettii. Se vogliamo provare a fermare questa maledetta spirale o quantomeno a mettere in protezione il nostro popolo, questi devono essere i nostri obiettivi.
L’impegno sindacale, cari compagni e compagne, è uno sforzo quotidiano incessante che pesa sulla vita di tutti noi. Per noi che viviamo il sindacato come una scelta per provare a combattere le ingiustizie del mondo questo sforzo è anche passione e ragione di vita, ma come non riconoscere che la fatica si fa sentire? La manifestazione di ieri, soprattutto per chi è venuto da più lontano, è stato un passaggio non facile anche se ripagato dalla piena riuscita della mobilitazione e dall’entusiasmo che si è respirato per le strade di Roma. Una manifestazione che ci dice, una volta di più, che l’azione sui posti di lavoro e la tutela quotidiana dei nostri non si può fare se non allarghiamo lo sguardo al contesto nel quale operiamo, se non teniamo ben saldo il nesso tra i salari che non crescono e il riarmo che stanno decidendo.
C’è un dato che crediamo in tanti abbiano colto della giornata di ieri: l’emergere di un potenziale blocco sociale fatto di tanti giovani e giovanissimi, di lavoratori immigrati, di operai della logistica e di fabbrica, di settori popolari delle periferie delle città e di lavoratori dei servizi. Un blocco che fatica ancora a riconoscersi in modo compiuto ma che ieri ha fatto un passo in avanti, togliendosi di dosso il timore ad andare da soli, a contare sulle proprie forze, ad essere accusati di minoritarismo e settarismo. È una comunità che è stanca delle parole vuote e delle ambiguità, che non vuole più vedere le solite facce di gente pronta a tradire, che vuole parlar chiaro e che alle parole preferisce le azioni.
Di fronte ai terribili avvenimenti di stamane questa comunità, che ha davanti enormi potenzialità di crescita e di allargamento, costituisce la migliore speranza che abbiamo, forse l’unica, che sia ancora possibile cambiare il corso degli eventi.
Senza un attimo di respiro, compagni e compagne, avanti tutta!
Unione Sindacale di Base
Fonte
26/08/2024
La relazione tra IA e genocidio palestinese impone il passaggio dal boicottaggio all’antimperialismo
La lunga inchiesta di +972 Magazine e Local Call, tradotta e pubblicata su Contropiano ha messo in fila una serie di esempi che non lasciano spazio a interpretazioni. E mi hanno perciò spinto alle riflessioni qui di seguito, nella necessità di problematizzare ulteriormente i compiti della lotta che ci aspetta.
Innanzitutto, il nodo del dual use. Per mesi le piazze italiane sono state attraversate da manifestazioni che chiedevano la rescissione di tutti gli accordi di ricerca con Israele, e queste rivelazioni non fanno che confermare come programmi e infrastrutture sviluppate a livello civile possano essere usate per fini militari.
Ma c’è anche un altro elemento che non viene abbastanza messo in risalto. Le campagne di solidarietà contro il sionismo hanno largamente usato la pratica del boicottaggio, che ha anche ottenuto buoni risultati in alcuni settori.
Ovviamente, tutti sanno che boicottare non può far collassare quel regime razzista e coloniale. Ma in questo caso non si può non notare come sia pressoché impossibile impostare azioni del genere contro i colossi del Big Tech.
Le GAFAM (Google, Apple, Facebook/Meta, Amazon, Microsoft) gestiscono pressoché tutti i servizi informatici di oggi. Servizi con cui ormai larghe fetta della popolazione oggi lavora, e non può fare a meno di lavorare... o, ad ogni modo, attraverso di essi svolge anche molte attività del tempo libero.
Un conto è non andare in un determinato supermercato, o non acquistare un determinato prodotto, un altro è, per dire, non avere in pratica nessuna funzionalità degli smartphone. Anche l’attività politica, così per come è organizzata oggi, diventerebbe impossibile.
Come detto, il boicottaggio serve a diventare una spina nel fianco, e quindi non riguarda necessariamente ogni aspetto di ciò che può essere collegato a Israele. Ma è chiaro che qui appare evidente come, giunti a una tale maturazione dell’imperialismo, qualche interrogativo bisogna porselo.
Non ho risposte. Ma, al di là del boicottaggio, il fatto che un cartello di cinque compagnie controlli forse la principale infrastruttura strategica del futuro di mezzo mondo (con buona pace del libero mercato, finito intorno alla fine del XIX secolo), delle riflessioni sul ruolo del pubblico e del privato nell’imperialismo di oggi sicuramente le stimola.
Le stimola anche rispetto all’imperialismo nostrano. Taysir Mathlouthi è parte dell’Arab Center for Social Media Advancement (citato anche nell’inchiesta prima ricordata), un gruppo di attivisti per i diritti digitali e umani dei palestinesi, che in passato ha anche lavorato sul tema disinformazione per l’UNICEF.
In un suo articolo del 22 agosto sul Middle East Eye, l’attivista ha fatto presente come, proprio in questo agosto, sia entrato in vigore lo European Union AI Act, per regolare “lo sviluppo e l’impiego responsabile dell’intelligenza artificiale nell’UE”. Con esso si vietano quelle più pericolose e si pongono delle misure di salvaguardia per le applicazioni ad alto rischio.
Questo, però, vale ovviamente solo per i cittadini UE. Nessuna tutela è stata pensata per gli usi che ne potrebbero fare, ad esempio, le forze sioniste, nella loro apartheid fatta anche di riconoscimento facciale, telecamere, sensori intelligenti, algoritmi e continua violazione della privacy e della libertà di movimento dei palestinesi.
Infatti, Tel Aviv si rifornisce anche da aziende europee del settore, e l’AI Act esenta esplicitamente dalla regolamentazione l’intelligenza artificiale utilizzata per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Una dimenticanza che tale, ovviamente, non è, ma è una precisa scelta politica.
In sostanza, le imprese UE possono vendere tecnologie IA, vietate o altamente regolamentate all’interno dell’UE, a Israele senza adeguate garanzie. La cosiddetta civiltà vale solo per i bianchi europei, anglosassoni e forse per i giapponesi, ma oltre c’è solo la “giungla” di cui parlava Borrell, che viene trattata col machete.
Fuori dal recinto del “giardino“, le iniziative occidentali continuano ad avere connotati coloniali e violenti, che non rispettano nessuna regola o diritto, come del resto dimostrano l’Iraq, la Somalia, l’Afghanistan, la Libia. Anche la guerra non ha più regole: basta guardare alle azioni dell’IDF, con la legittimità della maggioranza della popolazione degli ebrei israeliani.
Come più volte si è letto sugli striscioni e nei comunicati di Potere al Popolo, la guerra è esterna, ma anche interna contro le esperienze di lotta e di alternativa. E infatti, molte tecnologie invasive sono esentate dalle limitazioni nel caso di necessità per sicurezza nazionale e antiterrorismo, una formula che sappiamo essere stata usata in maniera molto flessibile.
Le agenzie di polizia non avranno l’obbligo di pubblicare i dettagli dei sistemi di intelligenza artificiale che utilizzano, riducendone le responsabilità. Gli strumenti usati per uccidere i palestinesi saranno usati per perseguitare per motivi politici i solidali alle nostre latitudini.
Questa cornice legale non è una svista dei vertici europei, ma è l’espressione compiuta di come la proiezione imperialistica di Bruxelles sia maturata nel corso degli anni. Non ci si può attendere che la UE aggiusti il tiro dell’AI Act, ma anzi che approfondisca le proprie tendenze bellicose e autoritarie man mano che si intensificherà la competizione globale.
Perciò, la lotta contro di essa sarà ancora più dura e ancora più necessaria. Purché non ci si scordi che viviamo in un paese che è parte di una compagine imperialista, e che con le caratteristiche di questa fase di sviluppo del capitale dobbiamo confrontarci.
E che dunque, solo l’organizzazione con un orizzonte di lotta esplicitamente antimperialista può ottenere risultati, sul lungo periodo.
Fonte
10/08/2024
Gran Bretagna - Mobilitazioni razziste e necessità di una risposta internazionalista e di classe
Queste manifestazioni dimostrano come non sia il pugno di ferro di un governo laburista che può fermare i neo-fascisti britannici, ma la mobilitazione popolare.
Come ha fatto notare l’editoriale dello storico quotidiano comunista britannico The Morning Star: “Le bandiere palestinesi alle dimostrazioni mostrano l’intreccio tra antirazzismo e anti-imperialismo, e le connessioni personali e organizzative tra attiviste e campagne saranno vitali per assicurare che una sinistra anti-razzista e anti-imperialista non sia divisa.”
Tornando ai tre interventi.
Il primo è apparso sul sito della “Stop The War Coalition”, storica coalizione anti-war di cui fa parte anche l’ex leader del Labour Jeremy Corbyn, particolarmente attiva dall’autunno scorso contro il genocidio palestinese a Gaza.
Il secondo è un intervento apparso sullo storico quotidiano comunista “The Morning Star” sul ruolo di alcune federazioni sindacali nelle manifestazioni di solidarietà con le comunità colpite da questa nuova ondata xenofoba.
Il terzo è una presa di posizione unitaria, firmata da differenti soggetti, dell’organizzazione “Stand up to racism”.
Ciò che sembra mancare nella narrazione dei media-mainstream è la capacità di leggere ciò che sta succedendo connettendo la tradizionale politica imperialista britannica con lo sviluppo del razzismo all’interno del Paese, nelle sue ultime evoluzioni dalla “War on Terror” contro Iraq ed Afghanistan fino al sostegno alla politica israeliana.
Tommy Robison, pseudonimo di Stephen Christopher-Lento, ex leader EDL, ed uno dei maggiori fomentatori delle mobilitazioni violente dell’estrema destra – dalle sue vacanze in un hotel di lusso a Cipro – è un fervente filo-sionista che ogni pie’ sospinto prende le difese di Israele.
Nella concezione del neo-fascista britannico, Israele, è il paese guida della contro-offensiva nei confronti della Jihad e della popolazione mussulmana. La English Defense League (EDF) – ora formalmente sciolta – prende il proprio nome dall’organizzazione sionista di destra Jewesh Defence League (JDL) che aveva ospitato Robinson in un certo numero di eventi in nome della comune battaglia contro “l’islam politico”. In generale la destra sionista ed i gruppi di destra nord-americani che sostengono Israele – tra cui il Think Tank basato a Filadelfia Middle East Forum – hanno sostenuto (anche finanziariamente) in passato Robinson.
Non stupisce il legame tra difesa ad oltranza di Israele e odio anti-mussulmano considerando anche che le comunità islamiche nel Paese sono state al centro delle oceaniche manifestazioni pro-Palestina.
I media mainstream ignorano la natura profondamente anti-operaia delle organizzazioni dell’estrema destra britannica che si ergono a paladini della parte autoctona della working class, utilizzando il meccanismo del capro espiatorio per sviare l’attenzione sui veri responsabili della crisi sociale in atto, deresponsabilizzando le élite politico-economiche in maniera non dissimile da come avvenne nell’ascesa dell’importante movimento fascista britannico – British Union of Fascists (BUF) – con a capo Oswald Ernald Mosley, sostenuto da una parte importante della borghesia britannica.
Non vengono generalmente identificate le colpe di ciò che sta avvenendo, non additando un quadro della rappresentanza politica in cui i conservatori hanno fatto proprio un approccio tipico della destra oltranzista mentre la leadership centrista del Labour si è dimostrata sostanzialmente incapace di contrastare la regressione culturale veicolata anche dai media.
Buona Lettura.
Lindsey German: l’odiosa propaganda contro i musulmani usata per giustificare il fallimento delle guerre in Afghanistan e Iraq riecheggia ancora oggi
L’esplosione di disordini da parte di folle fasciste e di estrema destra non dovrebbe essere degna del termine “protesta”. Nonostante l’inconsistente pretesto di essere solidali con le vittime degli atroci omicidi di Southport, non sono nulla di tutto ciò. Stanno sfruttando la questione per sferrare attacchi feroci contro moschee, alberghi che ospitano rifugiati e altri edifici, nonché contro musulmani e altre minoranze etniche che hanno la sfortuna di incrociare il loro cammino.
In questo sono l’eco dei pogrom e dei linciaggi che hanno segnato la storia del razzismo e che erano concepiti per tenere intere popolazioni in soggezione e paura. I fascisti vogliono creare di nuovo questo tipo di clima. I loro bersagli sono soprattutto i musulmani e sono riusciti a crescere perché l’islamofobia e il razzismo, quotidianamente declamati dai politici “rispettabili” del mainstream e dai media che ripetono e abbelliscono doverosamente le loro menzogne razziste, sono un terreno fertile per loro.
È importante riconoscere che l’islamofobia in Gran Bretagna si è notevolmente aggravata dall’inizio della “guerra al terrorismo” nel 2001. L’odiosa propaganda contro i musulmani usata per giustificare le fallimentari guerre in Afghanistan e in Iraq riecheggia ancora oggi. Va anche detto che alcuni di coloro che vengono attaccati negli alberghi che ospitano i richiedenti asilo sono probabilmente fuggiti dal caos lasciato da quelle guerre. Sono qui perché noi c’eravamo: questo non deve essere dimenticato.
I canti di “stop ai barconi”, “rimandiamoli a casa”, “rivogliamo il nostro Paese” non sono nati dai fascisti, ma dal palazzo di Westminster e dalle prime pagine dei giornali di destra (riportati quotidianamente in “paper reviews” dalla BBC, che si suppone liberale). Nigel Farage, leader del Reform, è stato esposto sui media più di ogni altro politico – si guardi ancora una volta il Question Time della BBC – per sputare la sua bile anti-immigrati e anti-musulmana.
Il morente governo Tory ha raddoppiato la sua retorica sulla deportazione degli immigrati in Ruanda e sul blocco dei barconi e non è stato messo in discussione dai laburisti sulle loro premesse razziste di base. Abbiamo avuto oltre due decenni di crescente islamofobia, che ha raggiunto un crescendo nell’ultimo anno con ripetuti attacchi al movimento di massa per la Palestina come “marce dell’odio”, “estremista” e “antisemita”. Questo nonostante il fatto che le marce siano state per la maggior parte pacifiche e composte da persone di tutte le etnie e religioni.
L’ex ministro degli Interni Suella Braverman ha deliberatamente incoraggiato i manifestanti di estrema destra a scendere in strada per affrontare la marcia per la Palestina dell’11 novembre dello scorso anno. Oggi vediamo le conseguenze della retorica dei politici.
Keir Starmer non ha capito nulla di tutto ciò e vuole trattare le folle di estrema destra come una semplice ala dell'”estremismo” e considerare le loro azioni come puramente criminali. Anche se pochi di noi verserebbero una lacrima se alcune di queste persone venissero rinchiuse, ciò non fermerà questo comportamento. È creato da un discorso politico dall’alto che poi rafforza l’estrema destra nei parlamenti – come vediamo in tutta Europa – e a sua volta contribuisce a rafforzare questo tipo di violenza razzista di strada.
La destra fa leva su lamentele genuine – sulla povertà, sugli alloggi, sulla disoccupazione, sui posti di lavoro spazzatura – per costruire la sua base e poi la usa per attaccare le minoranze etniche, i sindacalisti e chiunque non si conformi alle sue visioni gerarchiche razziste. Il Labour di Starmer si rifiuta di sfidare l’infrastruttura economica di sfruttamento e non è quindi in grado di affrontare le ragioni della miseria di cui soffre tanta classe operaia. Solo la settimana scorsa ha tagliato l’indennità di riscaldamento invernale per i pensionati, spingendo molti di loro ancora più in povertà. E la risposta del Labour alle sconfitte dei candidati indipendenti sulla Palestina è stata quella di accusarli di violenza e di campagne di odio, facendo eco agli attacchi islamofobici.
I fascisti non saranno – e non sono mai stati – sconfitti con mezzi parlamentari. Devono essere affrontati nelle strade, come molte persone hanno fatto durante il fine settimana e come continueranno a fare nelle prossime settimane e mesi. Dobbiamo anche collegare il movimento di massa per la Palestina, che è stato una forza di cambiamento così importante negli ultimi mesi, all’opposizione al fascismo e all’estrema destra.
Stop the War si è sempre opposto ai tentativi di demonizzazione dei musulmani e abbiamo lottato per la coesione delle nostre comunità in opposizione all’islamofobia. È chiaramente giunto il momento di raddoppiare questi sforzi.
“Non restare indietro e permettere all’estrema destra di dividerci”
I sindacati hanno giurato oggi che non ci sarà alcun tentativo di dividerci.
La violenza ha attanagliato la Gran Bretagna dopo che agitatori di estrema destra hanno sfruttato l’accoltellamento mortale di tre ragazze a Southport per promuovere la loro agenda razzista.
I disordini sono stati scatenati dalla diffusione di menzogne online che sostenevano che l’aggressore, nato in Gran Bretagna da una famiglia cristiana, fosse musulmano e un immigrato.
I centri per l’immigrazione, le moschee e gli alberghi che ospitano i richiedenti asilo sono stati presi di mira in manifestazioni diffuse sui canali social media dell’estrema destra.
I rivoltosi hanno attaccato alberghi a Rotherham e Tamworth e hanno tentato di incendiarli.
Il gruppo nazionale di monitoraggio Tell Mama ha dichiarato che nell’ultima settimana sono quintuplicate le minacce ai musulmani, come quelle di stupro e di morte, e triplicati i crimini d’odio.
L’FBU, l’RMT, il CWU e il NEU sono tra i sindacati che hanno lanciato appelli per incoraggiare gli iscritti a offrire sostegno alle moschee e ai centri per rifugiati presenti sul territorio.
Il segretario generale dell’FBU Matt Wrack ha dichiarato: “L’austerità, il taglio dei salari e la distruzione dei servizi pubblici sono state scelte fatte da politici di destra nell’interesse delle grandi imprese – non dai migranti”.
Ha aggiunto che il governo laburista ha “il dovere di offrire un’alternativa, piuttosto che assecondare la retorica anti-migranti”.
Il Primo Ministro Sir Keir Starmer non ha finora fatto riferimento alla natura islamofobica della violenza.
Ha condannato i colpevoli come “teppisti di estrema destra” solo alcuni giorni dopo l’inizio dei disordini.
Da quando è entrato in carica, il Labour ha continuato a fare eco alla retorica anti-immigrati dei conservatori, impegnandosi a intensificare i controlli alle frontiere.
La Federazione Generale dei Sindacati (GFTU) ha preso di mira la retorica razzista dei politici e dei media che ha “sostenuto e alimentato l’estrema destra”, aggiungendo che essi portano una “parte di responsabilità per ciò che sta accadendo nelle nostre strade”.
L’organismo ha sollecitato una “strategia economica e politica alternativa per invertire il declino economico e sociale che ha fornito un terreno fertile per le idee fasciste”.
Ha detto che qualsiasi strategia a lungo termine deve prendere sul serio la necessità di affrontare la discriminazione e la disuguaglianza, fornire un’occupazione stabile e dare alle comunità una speranza per il futuro.
“Questo significa investire nella nostra economia e nei servizi pubblici, aumentare le retribuzioni e ricostruire il tessuto sociale della nostra società”, ha aggiunto.
Il segretario generale del Sindacato Nazionale dell’Educazione, Daniel Kebede, ha affermato che la violenza deve rappresentare un “momento spartiacque per il cambiamento”.
Ha dichiarato: “Il linguaggio divisivo e odioso e gli stereotipi negativi e razzisti hanno un impatto reale e immediato sulle classi e sul benessere di studenti ed educatori”.
L’attuale revisione dei programmi scolastici deve rispondere a queste urgenti problematiche sociali e studiare come costruire un programma di studi antirazzista che aumenti l’impegno, l’autostima e il senso di appartenenza di ogni bambino”.
“I nostri figli hanno il diritto di crescere senza paura”.
Lo Scottish Trades Union Congress (STUC) ha dichiarato di aver da tempo messo in guardia dall’estrema destra che “diffonde l’odio razzista tra le comunità che sono spesso emarginate e con poche risorse”.
Ha giurato di “non restare indietro e permettere all’estrema destra di tentare di dividerci”.
Il Paese si prepara a nuovi disordini questa sera dopo che 39 luoghi, tra cui avvocati per l’immigrazione e servizi per i rifugiati, sono stati trovati su “liste di obiettivi” dell’estrema destra diffuse sui social media.
Steve Valdez-Symonds, direttore di Amnesty International UK per i diritti dei rifugiati e degli immigrati, ha dichiarato: “L’accesso ai servizi legali e di supporto, e la libertà di fornirli, sono fondamentali per salvaguardare i nostri diritti fondamentali.
“È ora urgente una seria riflessione da parte dei leader e dei commentatori politici riguardo al linguaggio che usano e alle politiche che promuovono. ”
Stand Up to Racism è tra coloro che stanno organizzando contro-dimostrazioni per garantire la difesa della comunità e la resistenza agli attacchi, e ha anche chiesto una giornata nazionale di protesta in ogni città sabato.
Il suo co-convocatore Weyman Bennett ha dichiarato: “Le nostre proteste devono unire neri, bianchi, musulmani, ebrei, LGBT+ per opporsi alla minaccia dell’estrema destra”.
“Li abbiamo già sconfitti in passato e li sconfiggeremo ancora grazie all’unità e alla solidarietà”.
“Uniti contro il razzismo, l’islamofobia e l’antisemitismo”
Rivolte fasciste hanno avuto luogo in città e paesi della Gran Bretagna, con attacchi alle moschee e agli alberghi che ospitano migranti. Tommy Robinson ha mobilitato oltre 15.000 persone a Trafalgar Square il 27 luglio. L’estrema destra sta diffondendo razzismo, islamofobia e odio.
Robinson e altri stanno cercando di sfruttare l’orribile attacco con coltello a Southport per fomentare l’islamofobia e seminare divisioni, diffondendo informazioni errate sull’identità dell’aggressore. Questo ha portato a una folla razzista che si è scatenata a Southport e altrove, attaccando violentemente le moschee e la polizia, scandendo gli stessi slogan odiosi sentiti nella manifestazione londinese di Robinson.
Il razzismo e l’islamofobia in Parlamento stanno portando al razzismo e all’islamofobia nelle strade. Quando Robinson ha chiesto alla sua manifestazione londinese chi avesse votato per Nigel Farage e Reform UK, quasi tutte le mani si sono alzate. Suella Braverman ha incoraggiato quest’ultima iterazione di mobilitazioni fasciste, con le sue affermazioni di una minaccia “islamista”, i “doppi standard” della polizia e la retorica incendiaria dell'”invasione” dei rifugiati.
In tutta Europa assistiamo all’ascesa di forze di estrema destra e fasciste, da Marine Le Pen in Francia all’AfD in Germania.
L’estrema destra è una minaccia per tutte le persone oneste. Nel processo al terrorista di Finsbury Park Darren Osborne, che ha ucciso Makram Ali, è stato detto che si è radicalizzato leggendo il materiale di Tommy Robinson. Quando Robinson era leader della English Defence League, attaccava i musulmani, i sindacati e gli scioperi.
Tutti coloro che si oppongono a tutto questo devono unirsi in un movimento di massa unito e abbastanza potente da respingere i fascisti. La maggioranza delle persone in Gran Bretagna aborrisce Robinson e l’estrema destra.
Noi siamo la maggioranza, loro sono i pochi. La Gran Bretagna ha una storia orgogliosa di sconfitta di fascisti e razzisti. Possiamo sconfiggerli di nuovo. Dobbiamo opporci al razzismo, all’islamofobia e all’antisemitismo. Dobbiamo unirci e mobilitarci contro l’estrema destra e il fascismo.
Fonte
28/05/2024
I “leninisti” di Sua Maestà
Le due “spedizioni punitive” alla Statale di Milano e alla Sapienza di Roma sono episodi che si collocano – quanto meno oggettivamente – nel lungo elenco di diffamazioni e violenze con cui è costellata la generale campagna sionista contro gli studenti nelle università mobilitate in mezzo mondo, il popolo palestinese e l’insieme delle masse mediorientali.
Questi “leninisti” (che deformano Lenin e il suo pensiero politico) non solo hanno rivendicato pubblicamente il loro “eroico comportamento” contro i giovani studenti ma hanno ribadito che considerano alla stessa stregua i criminali aggressori sionisti e l’insieme dei loro padrini occidentali e la pluridecennale ed eroica lotta di liberazione che conducono le masse arabe e palestinesi.
A sostegno di simile aberrazione teorica – questi “leninisti” imbevuti da un vero e proprio “economicismo proto/imperialista” e molto eurocentrico – appiattiscono ogni dinamica di sviluppo ineguale del capitalismo concependo la lotta proletaria, sia nei paesi imperialisti che nei paesi soggiogati dall’imperialismo, come una battaglia che non deve tenere conto, in alcun modo, dell’oppressione nazionale e neo/coloniale. Contraddicono in questo modo l’analisi di Lenin sull’imperialismo e sulla necessità di alleanza con i popoli colonizzati oltre che con la storia del movimento comunista mondiale.
Da simili derive teoriche derivano pratiche settarie e – conseguentemente – di aperta ostilità, come quelle viste alle università di Milano e Roma, verso i movimenti di lotta e di solidarietà internazionalista definiti – di volta in volta – campisti, putiniani, nazionalisti, piccolo/borghesi ed altre banalizzazioni di questa tipo.
Si comprenderà, quindi, che assumendo tali allucinazioni teoriche non è difficile arrivare a sostenere “alcuni caratteri progressisti del sionismo” e propugnare l’esaltazione di una non meglio identificata “funzione di avanguardia del proletariato israeliano” individuato come “punta avanzata delle classi sociali nel Medio Oriente”.
Del resto dietro l’evanescente involucro del “partito/scienza” si evidenzia – particolarmente nei momenti topici dello scontro di classe quando occorre schierarsi con chiarezza e senza astratti politicismi – un totale nullismo politico che sul versante dell’analisi internazionale mostra la propria indifferenza verso il complesso delle aggressioni imperialiste, mentre sul piano interno sfoggia una “pratica leninista” tutta dentro l’apparato burocratico e collaborazionista della Cgil e di volontaria estraneità politica e fisica da qualsiasi vicenda di mobilitazione e di conflitto politico e sociale.
Non è nostra intenzione né discutere e né, tantomeno, dialettizzarci con queste fumisterie ma siamo costretti ad occuparci di simili bestialità per i possibili effetti – di ulteriore criminalizzazione e di repressione contro il movimento di lotta e di solidarietà con la Palestina – che le aggressioni contro gli studenti compiute da questi leninisti di Sua Maestà possono innestare nel incombente clima autoritario che sta montando nelle Università e nel paese.
Non è un caso che alcune testate giornalistiche abbiano amplificato, oltremodo, questi episodi per sollecitare una soglia di blindatura più stringente sul versante dell’agibilità culturale e politica nelle Scuole e nelle Università.
È – quindi – evidente che occorre affermare un deciso Stop a queste pratiche, isolare tali mestatori e preservare il carattere di indipendenza politica e di sana conflittualità che gli studenti, le comunità palestinesi, le nuove generazioni di immigrati e l’insieme del movimento di lotta con la Palestina hanno saputo imprimere – in Italia ed in tutto l’occidente capitalistico – alle proteste di questi mesi.
Fonte
07/11/2023
Il nuovo disordine mondiale 24 / Appunti palestinesi. Di nuovo il fuoco
0. Premessa.
Di questi appunti ne avevamo già scritti poco più di due anni fa su queste stesse pagine1.
Operazione Guardiano delle Mura, guerra di razzi, fiamme sulla Spianata
delle Moschee, mobilitazione generale della gioventù, islam politico e
pratica di liberazione.
È da lì che ripartiamo per tentare una presa di parola.
Perché non sia il solito eterno presente a colonizzare il discorso.
Inutile rivangare per l’ennesima volta i torti, le date, le passate tragedie, gli attori consumati.
Le parti sono chiare e il copione ormai noto.
La presa di parola è sempre un intento combattuto in questi casi.
Stretto tra la necessità di tracciare linee e porre punti per orientarsi
e la nausea per la marea montante di notizie, perlopiù faziose o
monche, che sommerge ogni spazio disponibile, toglie ossigeno e soffoca
il ragionamento più di quanto lo stimoli.
Orrore per la pervicace e martellante chiacchiera da bar, piccola e
oscena, che divora le possibilità dell’analisi. E necessità di esserci.
Oltre il cicaleccio sulle quisquilie dell’attualità.
Premettiamo che è una presa di parola mossa da cattive intenzioni,
quella di chi è seduto avanti al PC, in una celletta degli alveari delle
metropoli d’Europa, il culo al caldo come si suol dire. Guardiamo a
quello che succede da dietro gli schermi, ci forziamo ad ingurgitare
notizie e sottoporci immagini di strazio, tracciando dei fili rossi e
cercando di costruire un senso a ciò che stiamo vivendo e osservando.
Prendiamo la parola per parlare “ai nostri”, per ribadire ancora
l’ossessione del pensiero politico, per esercizio d’analisi, per andare a
scuola dai fatti della Storia nel suo dispiegarsi.
Non scriviamo per prendere posizione. Ma per comprendere, per
affilare lo sguardo, scandagliare piste, pescare strumenti per l’azione
degli amici in ascolto. Scandalosa osservazione.
Eppure vogliamo sottolinearvela qui, che sia ben chiara. Non ci serve
scrivere per prendere posizione perché diamo per scontato, almeno per
quel che riguarda noi, qual è lo schieramento cui apparteniamo.
Siamo, saremo sempre, tra le fila di quelli che sono al servizio dei
dannati della Terra. Tra uno stato nazione coloniale, razzista e
genocida, ed una popolazione in guerra per la propria sopravvivenza
abbiamo sempre avuta ben chiara quale sia la nostra parte.
Ergo non ce ne frega un cazzo di sprecare inchiostro per ribadirla, e
ancora di meno ci interessa giustificare la nostra posizione, articolare
preamboli giustificazionisti a scanso di equivoci, quasi a scusarci per
il nostro uscire dai ranghi.
Siamo per gli ultimi, quelli che stanno in basso. Stabilita la nostra
parte non ci interessa affatto giudicare dall’alto di una presunta
superiorità morale, quella di chi tiene il culo al caldo di cui sopra,
quali siano le pratiche di lotta legittime o consone ad una liberazione
collettiva.
Ci prendiamo il pacchetto completo.
Riconosciamo primariamente il diritto collettivo all’autodeterminazione:
ciò detto su mezzi, tempi e parole della rivolta ha diritto di veto
solo chi è letteralmente con i piedi sul campo di battaglia.
1. Questione di sguardi.
Cominciamo da principio. Primo elemento imprescindibile, il punto di
vista, la maniera in cui interpretiamo i fenomeni: il 7 ottobre non come
tragica e sanguinosa giornata, ma come zenit di un processo politico
che vediamo quale catalisi locale di una tendenza quanto meno
internazionale.
Organizzazione politica e sentimento popolare, rivolta anticoloniale e
passaggio strategico di geopolitica convivono in una giornata dal peso
storico.
Hamas ha invaso Israele, ha ammazzato civili e soldati, ha rapito innocenti, ha compiuto una strage... Ha rovinato una festa.
Potremmo anzitutto smettere di ciarlare di Hamas, quale esclusivo attore
in campo. L’offensiva è stata portata avanti dalla Resistenza
Palestinese tutta (ovvero una rosa di organizzazioni militanti che
comprendono, tra le varie, declinazioni differenti di islam politico,
laicismo panarabista e marxismo leninismo), che già da anni si è dotata
di un Comando operativo unico per portare avanti la lotta oltre le
singole fazioni2.
Comando unico che già aveva portato ad un livello più alto le capacità
di resistenza e che, anche mentre si combatte dentro Gaza, continua a
tenere il punto della questione3.
Questo aiuta a comprendere la vastità delle operazioni di guerriglia
messe in campo e l’ampia partecipazione anche emotiva della popolazione
palestinese. Ma soprattutto impone di smetterla con i distinguo, gli
equilibrismi, le dichiarazioni dai guanti di velluto.
Tornando al 2021, segnalavamo come al termine delle ostilità, nonostante
il tributo di sangue e nessun avanzamento territoriale, tutta la
Palestina celebrò l’evento come una vittoria: una vittoria politica ed
esistenziale, la dimostrazione che non solo un popolo recluso e privato
dei più semplici mezzi sussistenza potesse ancora imporre la propria
presenza al mondo intero, ma che era in grado di tirare su, nei cunicoli
delle sue baraccopoli, sistemi di guerra tali da sfidare uno dei più
potenti giganti militari del globo.
Una affermazione della vita che passa, paradossalmente, per il sangue.
E difatti ogni volta che Israele ha risposto col terrore e la brutalità
che lo contraddistingue, nel tentativo di estirpare la resistenza, non
ha fatto che alimentare il fuoco, portare altra gioventù sulla via della
lotta.
Se nel 2021 la Palestina ha vinto la sua guerra, nel 2023 ha sconfitto Israele sul suo stesso campo.
2. Un colpo al cuore del nemico.
Questo è stato il 7 ottobre.
I militanti palestinesi hanno sconfitto Israele in primo luogo perché ne
hanno sfondato il dispositivo militare mostrando al mondo, specialmente
al mondo del Medio Oriente, che la macchina bellica mostruosa e
imbattibile di Israele (e per estensione dell’Occidente tutto) può
essere sbaragliata con una combinazione di determinazione ed
organizzazione.
L’esercito più potente del mondo è tale solo finché bombarda scuole e ospedali.
È terribile l’umiliazione dei propri soldati decimati mentre tentano di
reagire con indosso elmetto e mutande da notte, dei propri mezzi
corazzati distrutti e requisiti da contadini in ciabatte.
L’invincibilità è una carta che non si gioca due volte.
In secondo luogo hanno inferto un trauma devastante alla psiche
collettiva di Israele: uno Stato che tollera con difficoltà anche un
solo caduto, figuriamoci quando a morire sono in centinaia, e che è alle
prese con una lunga e lacerante crisi interna. È la goccia che fa
traboccare il vaso, l’evento che scatena il definitivo attacco di
panico.
Sul balletto dei numeri e dei morti eviteremo di tirare in ballo le
notizie manipolate quando non inventate, i resoconti di massacri
efferati, la pornografia del dolore e della morte violenta, ciò che
preme segnalare è come molte delle vittime civili siano cadute nella
reazione scomposta, o forse per certi versi intenzionale, delle forze di
sicurezza israeliane4,
tale per cui sono stati diversi gli attori dentro e fuori Israele a
chiedere un’inchiesta che faccia luce su quanto avvenuto, e sul
possibile utilizzo del Protocollo Hannibal, che prevede l’eliminazione
fisica dei soldati stessi pur di scongiurarne la cattura5.
Dottrina militare alla luce della quale è più facile comprendere come
gli ostaggi israeliani non siano in grado di frenare la furia omicida
del Tsahal che, alle dichiarazioni da Gaza, ne avrebbe già ammazzati una
sessantina sotto le sue stesse bombe.
Oltre a ciò domandiamo soltanto quanto possa essere netta la divisione
civile/militare in uno Stato che considera se stesso come una nazione in
armi cui ogni cittadino, uomo o donna che sia, deve prestare servizio
nell’esercito ed essere perennemente mobilitabile; dove parte delle
brutalità peggiori, quali quelle dei coloni, sono commesse da civili
armati, con le spalle coperte dalla fanteria in divisa?
Ora, se in un momento di stabilità sociale, Israele è poco in grado
di gestire un morto o un prigioniero delle sue fila, in una fase critica
come quella che attraversa da oltre un anno, la faccenda è più
complicata.
Netanyahu resta in sella solo in virtù dell’emergenza, per i resto è
politicamente un morto che cammina, una caduta rimandata di poco ma
ormai inevitabile. Lui, come la politica stessa è preso in mezzo tra
spinte sanguinarie più esplicite quali quelle dei generali
dell’esercito, di cui il ministro Gallan è grottesco portavoce, e più
miti consigli quali quelli dell’americano Blinken, preoccupato di una
deflagrazione incontrollabile.
Fratture che si approfondiscono giorno dopo giorno dentro la società israeliana che si cannibalizza da sé6,
con le famiglie degli ostaggi che premono per una trattativa e vengono
accusati di tradimento, con la polizia che reprime violentemente
qualsiasi manifestazione di dissenso interno7 nonostante siano sempre di più i cittadini contrari ad una guerra boots on the ground,
con la briglia sciolta ai coloni che scaricano sulla Cisgiordania una
violenza disordinata che rischia di trascinare loro per primi nel
baratro ed il proliferare di video di pessimo gusto in cui si deridono i
civili palestinesi massacrati e gli stessi ostaggi8.
Nel momento in cui, tra le macerie di Gaza, inizieranno a cadere i
fanti e aumenteranno le coscrizioni, è difficile che il tessuto sociale
non si strappi in maniera ancora più irreparabile.
Israele aveva già perso prima ancora di mostrare al mondo il suo vero
volto da killer seriale, perché non può resistere alla sua furia
imperiale, a costo di sacrificare il suo stesso popolo.
E d’altronde, ogni processo di liberazione antimperialista tende ad una
guerra civile che, a vario grado, straborda dalla colonia per riversarsi
nella metropoli dominante.
3. Il martirio e la liberazione
Nel buttare giù le
recinzioni, nell’attaccare i posti militari ed i kibbutz, nell’uccidere e
sequestrare militari e civili, occupando porzioni di territorio
inviolabile, molti dei militanti palestinesi sapevano che non avrebbero
fatto ritorno. Così come sapevano quale sarebbe stata la tragica
conseguenza dell’azione. Una partita in più tempi, con la lucida
consapevolezza di portarsi sulle spalle una tragedia.
E infatti tutto lo schieramento liberale d’Occidente, che in un primo
momento è corso a schierarsi nei ranghi sionisti, anche dovendo
aggiustare la propria posizione di fronte agli abominevoli atti e
dichiarazioni israeliane non trova di meglio che buttare addosso ad
Hamas la responsabilità delle vittime civili palestinesi. Come se
fossero le organizzazioni palestinesi a bombardare i propri stessi
ospedali.
Una critica che ricorda da vicino quelle che la nostra destra oppone ai
fatti di via Rasella, le responsabilità delle rappresaglie
dell’occupante buttate addosso ai resistenti. Umanitarismo peloso con
l’obbiettivo di disarmare la mano che prova a liberarsi, negare la
possibilità di risposta a chi la violenza la subisce quotidianamente e
tenta una pratica di liberazione9.
Quello che non si capisce, o che si preferisce tacere, è che un popolo
che viene rinchiuso, limitato nei movimenti, espropriato delle proprie
terre e case, mutilato nel corpo e nel futuro possibile, ingiuriato,
bastonato, rinchiuso e ucciso senza ragione, non può che trovare l’unica
forma di vita possibile nella liberazione.
Per settantacinque anni (qualche decennio in più se contiamo gli anni
in cui le bande armate di sionisti erano attive prima della fondazione
ufficiale dello stato di Israele) i palestinesi si sono visti massacrare
quotidianamente, hanno subito la violazione di ogni accordo e ogni
norma di diritto internazionale ed il mondo è rimasto muto. Le loro case
sono state demolite o occupate e intorno c’era silenzio. I luoghi di
culto profanati nell’indifferenza generale; gli uomini, le donne, i
bambini, gli anziani sequestrati di notte nei loro letti, ingoiati nelle
prigioni o uccisi con un colpo davanti la porta di casa; ancora il
mondo che guarda e tace. Qualche parola di circostanza, qualche
impotente biasimo, ma un sostanziale semaforo verde allo sterminio e
all’occupazione.
Gli unici momenti in cui il popolo palestinese ha ottenuto qualche
tangibile risultato, costringendo il mondo a guardare, sono quelli in
cui si è sollevato. Le organizzazioni militanti, le sommosse popolari,
le pietre, i fucili e gli esplosivi sono gli unici mezzi con cui la
Palestina è riuscita a strapparsi il bavaglio dalla bocca e ha fatto
sentire la propria voce.
Ogni volta ha pagato con un pesante tributo di sangue, ogni volta ha
sacrificato tanto i civili innocenti quanto gli insorti. E allora
lentamente si è diffusa e cementata una ferma volontà di liberazione ad
ogni costo.
Di fronte ad una quotidiana ed inesorabile morte collettiva, il
sacrificio di sé stessi per la causa dell’autodeterminazione diventa un
elemento culturale cruciale che restituisce senso e dignità ad una
esistenza lacerata.
Tramite il martirio l’oppresso afferma la propria vita e rivendica la
giustezza della propria causa; impone la sua verità al mondo ribaltando
di segno la propria fine corporale e facendosi simbolo ed esempio10.
Andando a stringere non c’è scelta per un palestinese che non sia
fuga, rassegnazione o combattimento. Se non si comprende questo elemento
fondamentale non si può comprendere né come sia possibile una
resistenza che dura da tre generazioni, né come possa ad ogni passaggio
di fase essere sempre più radicata e potente nonostante il proprio
costante dissanguamento. Più violenta è l’azione di Israele più i
combattenti aumentano in numero e determinazione, e dalle fionde passano
ai Qassam.
Dietro le azioni della resistenza non c’è un manipolo di fanatici ma un
intero movimento sociale e nazionale che passa attraverso tutto il
popolo palestinese in patria e nella diaspora11;
motivo per cui la volontà di sterminio è tanto radicata nei vertici di
Israele: il progetto sionista non può dirsi compiuto finché rimane anche
una minima traccia della Palestina, sia essa un corpo o un brandello di
terra.
Soprattutto ecco perché l’operazione di terra e l’assedio sono destinati a fallire. I vertici della resistenza lo hanno dichiarato a più riprese fin dal primo giorno12. Non solo sono pronti ad una guerra di lunga durata, ma sono disposti a pagarne il prezzo fino all’ultimo, d’altronde non hanno altre vie. Tsahal e Netanyahu non possono dire lo stesso.
4. Geopolitica e sentimento della decolonizzazione.
Bisogna inoltre inquadrare quanto sta andando in scena dentro una cornice più ampia.
Le ricadute del conflitto russo-ucraino fuori dai confini occidentali,
la rovinosa ritirata americana da Kabul, lo sgretolamento della
Francafrique; il riallineamento di blocchi transnazionali secondo
coordinate inedite e l’inarrestabile declino dell’Occidente sono
tasselli di un quadro i cui significanti principali sono tendenza alla
guerra e multipolarismo emergente.
Evitiamo di cadere nuovamente dal pero. Si combatte dentro Gaza ma si
lotta per l’intero Medio Oriente. L’Asse della Resistenza antisionista
conferisce profondità internazionale alla lotta palestinese poiché la
natura stessa dello stato di Israele ha al suo centro un progetto
coloniale, etnorazzista ed espansionista che non fa altro che mettere in
pericolo l’integrità, la stabilità e la sicurezza dei paesi
circostanti.
Se l’ingresso delle truppe di fanteria è stato più e più volte
ritardato, nell’attesa di una copertura statunitense con uomini, navi e
sottomarini nucleari quale forza di deterrenza, è proprio perché dal 7
ottobre stesso questo Asse è attivo sul fronte di guerra in forme
differenti13.
Fin dal primo giorno, al confine tra Israele e Libano si è registrata
una costante e calibrata pressione di Hezbollah che ha bersagliato le
fattorie Sheeba e diversi mezzi e postazioni militari; un esercizio
della forza cautamente controllato tale da evitare una escalation ma
sufficiente a tenere sotto scacco le forze israeliane distogliendole dal
fronte gazawi. Avversario temibile con cui diverse volte Tsahal ha
dovuto fare i conti (amari) nonché uno dei più potenti attori politico
militari della regione14.
Le forze Houti dallo Yemen hanno manifestato la propria solidarietà attraverso il lancio di missili balistici e droni15, mentre le milizie irachene e siriane hanno ripetutamente attaccato basi e truppe USA16.
L’Iran, considerato centro nevralgico dell’asse, sembra non esporsi sul
campo nonostante le minacciose dichiarazioni rilasciate più volte contro
i bombardamenti a Gaza e la sfacciata complicità statunitense. Ma più
che un disimpegno sembra mantenere una posizione di “garante politico”
dell’asse laddove un suo impegno significherebbe la definitiva
conflagrazione regionale, mentre un ruolo di mediazione diplomatica,
unita ad un coordinamento tattico delle forze ed una alquanto probabile
sotterranea attività di intelligence e supporto logistico permette di
mantenere una profondità strategica delle potenzialità dell’Asse,
coprendolo da eventuali avventurismi sionisti.17.
Un attivismo frenetico che ha spinto la presidenza statunitense non
solo a schierarsi immediatamente senza se e senza ma al fianco della
“unica democrazia del medio oriente”, anche quando le posizioni e le
volontà israeliane rasentano la mitomania e la psicosi omicida; ma ad
impegnarsi direttamente nello scenario dispiegando in tempi strettissimi
una forza di deterrenza che, lontano dalle roboanti dichiarazioni sugli
aiuti all’Ucraina, segna un ben diverso coinvolgimento.
Non è un caso che nelle stesse ore si moltiplichino i segnali di ricerca
di una via di fuga diplomatica dal pantano ai confini orientali
d’Europa.
Stavolta la posta in gioco è cruciale, il rischio è quello
dell’emergere di un blocco di potere indipendente nell’area
dell’occidente asiatico che significherebbe per Washington la definitiva
caduta d’egemonia globale, attraverso una perdita di controllo dei
territori mediorientali. Alla luce di ciò si rende molto più evidente il
ruolo geopolitico di Israele quale testa di ponte dell’imperialismo
occidentale. Ma nonostante tutto il potenziale militare è evidente
l’ansia statunitense di cavarsi in fretta fuori da un brutto affare.
Con questi brividi d’ansia possiamo interpretare il frenetico tour di
Antony Blinken in giro per la regione a seminare minacce e ipotesi
letteralmente di fantapolitica quale quella di mettere in mano, dopo lo
sterminio di Gaza, le redini della Striscia all’ANP di Abu
Mazen: l’organismo più depotenziato, delegittimato, inutile e detestato
dai palestinesi stessi, il cui unico risultato tangibile è quello di
frenare le spinte dal basso in Cisgiordania con una repressione delle
forze palestinesi e una manifesta impotenza davanti ai soprusi
israeliani18.
Ma se la retorica infiammata è moneta corrente nei discorsi dei
diversi leader, con sicuramente un maggiore grado di sincerità e
coinvolgimento rispetto alle tristi pagliacciate dei politici europei e
americani; gli stati arabi, al pari di quelli occidentali, riflettono la
volontà e gli interessi delle proprie classi dirigenti, sempre pronte a
sacrificare tutto e tutti sull’altare del proprio disegno. Perduto è il
popolo che spera nell’amicizia di uno Stato.
Ciò nonostante il riallineamento delle potenze procede parallelo ad un
sentimento popolare che in tutto il mondo musulmano (ed in generale nel
Sud Globale) vede come sempre più auspicabile l’allontanamento
dall’egemonia occidentale e rileva nella causa palestinese la punta
avanzata di un processo di liberazione globale.
Le immense piazze turche, gli accesi raduni libanesi e giordani, le
manifestazioni oceaniche che dal Marocco al Pakistan non hanno disertato
alcun paese della cintura, i ripetuti e diffusi assalti contro
ambasciate, consolati e istituti israeliani ed americani si sono
succeduti fin dall’inizio e non accennano a diminuire di intensità né di
partecipazione19.
Il coro più gettonato nelle strade, accanto a quello per la Palestina
libera, è Takbir-Allahu Akbar. Coro che impulsivamente smuove un certo
nervosismo islamofobo anche alle più progressiste orecchie bianche ma
che, lungi dal rappresentare una qualche improbabile volontà di
sanguinaria conversione globale, esplicita una collettiva adesione ad
una comunità di destino, quella musulmana, vissuta come unica
alternativa politica e valoriale alla subordinazione all’Occidente.
No, Hamas non è l’ISIS così come l’islam non è la barbarie jihadista che abbiamo visto all’opera in Siria.
Oggi l’Islam politico rappresenta una galassia di formazioni, prassi e
istanze estremamente diverse tra loro, fino ad attraversare
organizzazioni laiche e marxiste, accomunate tutte da un minimo comune
denominatore: essere le espressioni organizzate della parte del globo
che sta in basso. E non intendiamo solo geograficamente 20.
Non molti decenni fa le masse subalterne si rivolgevano al socialismo
per cercare una via d’uscita dalla dominazione coloniale. E allora
c’era una Russia sovietica pronta a foraggiarne le ragioni e le
pratiche. Strumentalmente certo, eppure era un punto di riferimento
materiale oltre che ideale; e soldi e armi contano più di attestati di
solidarietà quando devi difenderti.
Oggi quello schema è tramontato ed è cambiato il registro, il vessillo
verde ha sostituito la bandiera rossa e le parole d’ordine sono diverse,
ma ciononostante il moto collettivo indica volontà di liberazione.
C’è un processo decoloniale in corso che parla una lingua diversa dal
passato ma non ne ha mutato l’orizzonte, che ci piaccia o meno21.
Contro questa possibilità si scaglia il potere occidentale quando si
schiera al fianco di Israele: contro questi popoli si è pronti a
scatenare una guerra ben più ampia di quella che ci ha coinvolto con la
Russia. Questa è la posta in gioco, ed è ormai inevitabile fare i conti
con questa realtà.
5. Il movimento che viene.
Non dovrebbe stupire che la resistenza palestinese è a questi popoli che fa riferimento quando prende parola.
Oltre la diffusa islamofobia occidentale, dovremmo chiederci quanto
tempo è che alle nostre latitudini le forze progressiste o
rivoluzionarie hanno smesso di interagire con il resto del mondo? Ma
soprattutto, quanto tempo è che abbiamo smesso di dimostrare una forza
collettiva tale da poter essere considerati come interlocutori
credibili?
Il nostro concetto di post-coloniale ha dismesso da un pezzo le lezioni
di Fanon e Cabral ed è diventato puro accademicismo imbecille, ergo, non
capiamo più un tubo di ciò che si muove fuori dai parametri del mondo
bianco, ecco perché ci si sente in dovere di dire “si i palestinesi
hanno ragione, però Hamas è cattivo” e via dicendo.
Come se fosse davvero utile o interessante, come lo avesse veramente
chiesto qualcuno, di esprimere un parere immancabilmente superfluo e
impotente.
Eppure nel ventre moscio di questo Occidente alla deriva si è mosso
qualcosa, si è avuto un sussulto di vita che non ci si aspettava.
Davanti all’orrore indicibile che si sta consumando e alla colpevole
impotenza delle istituzioni internazionali, nonostante una martellante
campagna propagandistica di media e politica, abbiamo assistito ad un
proliferare di mobilitazioni ed iniziative di solidarietà con una forza
che quasi si dava per estinta.
Si è dato un cortocircuito che ha segnato in maniera esplicita e netta
la frattura tra la narrazione dominante e la coscienza popolare;
qualcosa che prima era ravvisabile nelle chiacchiere e nei sospiri di
rammarico, ma che è venuto a galla con la Palestina, nonostante potremmo
leggerci in controluce anche dell’altro.
E così si è disertata la chiamata alle armi in difesa della
democrazia, parola completamente svuotata di significato, e si è
attraversato le piazze di tutta Europa sfidando divieti e calunnie.
Gli stessi Stati Uniti sono solcati da un’ondata, che vede la stessa
comunità ebraica in prima fila, mobilitativa senza precedenti che è
arrivata ad occupare Capitol Hill per rivendicare un cessate il fuoco e
ha portato oltre trecentomila persone a marciare per le strade di
Washington22.
E se quarantamila persone in corteo a Roma sono un evento più che
raro oggi, figurarsi il gigantesco serpentone di corpi che ha solcato il
ponte di Londra.
Ancora più notevole è il protagonismo delle seconde generazioni, delle
gioventù misconosciute delle nostre città, forze che premono per
prendere parola e che nell’incontro nelle piazze si dimostrano il nerbo
di un movimento a venire; prefigurano l’emergere di contraddizioni
rinfocolate e di soggettività da scoprire.
Per farla breve, una così ampia e profonda dimostrazione di sdegno e
solidarietà lascia intravedere delle energie vive che agitano le
metropoli, ma se la testimonianza e lo sdegno sono sacrosanti, bisogna
portare oltre il ragionamento.
Le sirene del potere imperialista urlano di scontro della civiltà e
vorrebbero schierarci a difesa dei traballanti ed ipocriti valori
atlantici. Tocca oggi disertare questa chiamata alle armi e se saremo i
traditori dell’Occidente, tanto meglio, che ha smesso già da un pezzo di
garantire una vita decente ai suoi stessi figli.
Per questo la Palestina ci riguarda da vicino, molto più vicino di quanto vorremmo credere. Occorre guardare ai fenomeni senza le lenti dell’universalismo bianco e venefico, ascoltare le voci che il resto del globo urla, tornare a ragionare seriamente di antimperialismo, allargare le alleanze, approfondire le reti di solidarietà e contro informazione, imporre un’agenda che non si limiti all’umanitarismo e rompere un meccanismo che ci trascina sempre più velocemente verso il baratro.
Lo diciamo chiaramente: la soluzione del problema palestinese non può
che passare per la distruzione di Israele sionista; assunto che non
significa certo buttare a mare o eliminare gli ebrei, ma vuol dire
mettere a tacere una volta per tutte l’egemonia di un progetto fascista,
genocida e coloniale che è ormai insostenibile per la sua stessa
popolazione; ed è proprio dalle forze progressiste di quest’ultima, oggi
ridotte a poco più che un lumicino, che verrà la spinta definitiva che
potrà aprire la strada ad un reale processo di pacificazione e
riconciliazione collettiva.
Ipotesi più volte silenziata ma che da tempo è presente nel dibattito, come dimostrato dall’impagabile lavoro di Edward Said23.
La liberazione della Palestina non è che uno dei passaggi obbligati per rovesciare la tendenza folle mortifera che avvolge in modo sempre più soffocante il pianeta intero.
Note
https://www.carmillaonline.com/2021/05/22/sei-appunti-palestinesi/
https://bnn.network/world/palestine/palestinian-factions-unite-a-joint-operational-command-to-counter-israeli-actions/
https://www.infoaut.org/conflitti-globali/dichiarazione-rilasciata-dalle-5-forze-della-resistenza-palestinese-il-29-ottobre-2023
https://electronicintifada.net/content/israeli-forces-shot-their-own-civilians-kibbutz-survivor-says/38861
https://www.slobodenpecat.mk/it/poraneshen-izraelski-vojnik-otkriva-shto-e-direktivata-hanibal/ e https://mcc43.wordpress.com/2014/08/02/idf-soldati-israele-protocollo-hannibal/
Ne ha parlato Moiso su queste pagine qualche giorno fa qui https://www.carmillaonline.com/2023/11/01/il-nuovo-disordine-mondiale-23-le-guerre-perdute-di-israele/#rf1-79758
https://www.newarab.com/news/israeli-police-attack-anti-zionist-jews-amid-gaza-war
https://www.fanpage.it/innovazione/tecnologia/gli-influencer-israeliani-prendono-in-giro-i-palestinesi-su-tiktok-cosa-sappiamo-su-questo-trend/
https://networkcultures.org/tactical-media-room/2023/10/18/from-resistance-to-liberation-how-october-7th-made-palestinians-once-again-protagonists-of-their-own-history-eng-ita/
Illuminante per questo aspetto, anche se a tratti limitato e generalmente eurocentrico, rimane F. Dei; Terrore suicida. Religione politica e violenza nelle culture del martirio; Donzelli Editore; Roma 2016
https://www.sinistrainrete.info/politica/26693-leila-seurat-hamas-e-la-societa-palestinese.html
https://english.alarabiya.net/News/middle-east/2023/10/19/-Israel-is-killing-us-whether-we-resist-or-not-says-former-Hamas-chief
https://english.almayadeen.net/news/politics/axis-of-resistance-factions-join-forces-against-israel-us
https://www.youtube.com/watch?v=sPrF6Cqj6mY
https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-warns-possible-hostile-aircraft-near-red-sea-city-eilat-2023-10-31/
https://thehill.com/policy/defense/4273531-us-troops-in-iraq-syria-attacked-13-times-in-past-week-pentagon-says/
https://www.fpri.org/article/2023/10/iran-and-the-axis-of-resistance-vastly-improved-hamass-operational-capabilities/
https://www.raiplaysound.it/audio/2023/11/Radio3-Mondo-del-06112023-2a87a96f-b625-4316-81ce-f6643ca14757.html
https://crisis24.garda.com/alerts/2023/10/mena-pro-palestinian-rallies-likely-across-region-through-november-update-8
https://www.carmillaonline.com/2023/10/14/il-nuovo-disordine-mondiale-22-al-di-la-delle-banalita-sul-male-assoluto/
che poi il processo di decolonizzazione fosse un limpido e lineare cammino delle masse verso il socialismo europeo, è una di quelle cazzate della sinistra bianca che ci risparmiamo di commentare.
https://peoplesdispatch.org/2023/11/06/300000-march-in-washington-dc-for-palestine/
https://www.leparoleelecose.it/?p=15641
