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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/05/2024

I “leninisti” di Sua Maestà

Le aggressioni consumate verso alcuni presidi studenteschi che protestavano contro il genocidio in atto a Gaza ed in sostegno alla Resistenza Palestinese di cui si sono resi protagonisti i “giovani di Lotta Comunista” sono un episodio grave che non deve più ripetersi.

Le due “spedizioni punitive” alla Statale di Milano e alla Sapienza di Roma sono episodi che si collocano – quanto meno oggettivamente – nel lungo elenco di diffamazioni e violenze con cui è costellata la generale campagna sionista contro gli studenti nelle università mobilitate in mezzo mondo, il popolo palestinese e l’insieme delle masse mediorientali.

Questi “leninisti” (che deformano Lenin e il suo pensiero politico) non solo hanno rivendicato pubblicamente il loro “eroico comportamento” contro i giovani studenti ma hanno ribadito che considerano alla stessa stregua i criminali aggressori sionisti e l’insieme dei loro padrini occidentali e la pluridecennale ed eroica lotta di liberazione che conducono le masse arabe e palestinesi.

A sostegno di simile aberrazione teorica – questi “leninisti” imbevuti da un vero e proprio “economicismo proto/imperialista” e molto eurocentrico – appiattiscono ogni dinamica di sviluppo ineguale del capitalismo concependo la lotta proletaria, sia nei paesi imperialisti che nei paesi soggiogati dall’imperialismo, come una battaglia che non deve tenere conto, in alcun modo, dell’oppressione nazionale e neo/coloniale. Contraddicono in questo modo l’analisi di Lenin sull’imperialismo e sulla necessità di alleanza con i popoli colonizzati oltre che con la storia del movimento comunista mondiale.

Da simili derive teoriche derivano pratiche settarie e – conseguentemente – di aperta ostilità, come quelle viste alle università di Milano e Roma, verso i movimenti di lotta e di solidarietà internazionalista definiti – di volta in volta – campisti, putiniani, nazionalisti, piccolo/borghesi ed altre banalizzazioni di questa tipo.

Si comprenderà, quindi, che assumendo tali allucinazioni teoriche non è difficile arrivare a sostenere “alcuni caratteri progressisti del sionismo” e propugnare l’esaltazione di una non meglio identificata “funzione di avanguardia del proletariato israeliano” individuato come “punta avanzata delle classi sociali nel Medio Oriente”.

Del resto dietro l’evanescente involucro del “partito/scienza” si evidenzia – particolarmente nei momenti topici dello scontro di classe quando occorre schierarsi con chiarezza e senza astratti politicismi – un totale nullismo politico che sul versante dell’analisi internazionale mostra la propria indifferenza verso il complesso delle aggressioni imperialiste, mentre sul piano interno sfoggia una “pratica leninista” tutta dentro l’apparato burocratico e collaborazionista della Cgil e di volontaria estraneità politica e fisica da qualsiasi vicenda di mobilitazione e di conflitto politico e sociale.

Non è nostra intenzione né discutere e né, tantomeno, dialettizzarci con queste fumisterie ma siamo costretti ad occuparci di simili bestialità per i possibili effetti – di ulteriore criminalizzazione e di repressione contro il movimento di lotta e di solidarietà con la Palestina – che le aggressioni contro gli studenti compiute da questi leninisti di Sua Maestà possono innestare nel incombente clima autoritario che sta montando nelle Università e nel paese.

Non è un caso che alcune testate giornalistiche abbiano amplificato, oltremodo, questi episodi per sollecitare una soglia di blindatura più stringente sul versante dell’agibilità culturale e politica nelle Scuole e nelle Università.

È – quindi – evidente che occorre affermare un deciso Stop a queste pratiche, isolare tali mestatori e preservare il carattere di indipendenza politica e di sana conflittualità che gli studenti, le comunità palestinesi, le nuove generazioni di immigrati e l’insieme del movimento di lotta con la Palestina hanno saputo imprimere – in Italia ed in tutto l’occidente capitalistico – alle proteste di questi mesi.

Fonte

07/11/2023

Il nuovo disordine mondiale 24 / Appunti palestinesi. Di nuovo il fuoco

0. Premessa.
Di questi appunti ne avevamo già scritti poco più di due anni fa su queste stesse pagine1. Operazione Guardiano delle Mura, guerra di razzi, fiamme sulla Spianata delle Moschee, mobilitazione generale della gioventù, islam politico e pratica di liberazione.
È da lì che ripartiamo per tentare una presa di parola.
Perché non sia il solito eterno presente a colonizzare il discorso.
Inutile rivangare per l’ennesima volta i torti, le date, le passate tragedie, gli attori consumati.
Le parti sono chiare e il copione ormai noto.

La presa di parola è sempre un intento combattuto in questi casi. Stretto tra la necessità di tracciare linee e porre punti per orientarsi e la nausea per la marea montante di notizie, perlopiù faziose o monche, che sommerge ogni spazio disponibile, toglie ossigeno e soffoca il ragionamento più di quanto lo stimoli.
Orrore per la pervicace e martellante chiacchiera da bar, piccola e oscena, che divora le possibilità dell’analisi. E necessità di esserci. Oltre il cicaleccio sulle quisquilie dell’attualità.

Premettiamo che è una presa di parola mossa da cattive intenzioni, quella di chi è seduto avanti al PC, in una celletta degli alveari delle metropoli d’Europa, il culo al caldo come si suol dire. Guardiamo a quello che succede da dietro gli schermi, ci forziamo ad ingurgitare notizie e sottoporci immagini di strazio, tracciando dei fili rossi e cercando di costruire un senso a ciò che stiamo vivendo e osservando.
Prendiamo la parola per parlare “ai nostri”, per ribadire ancora l’ossessione del pensiero politico, per esercizio d’analisi, per andare a scuola dai fatti della Storia nel suo dispiegarsi.

Non scriviamo per prendere posizione. Ma per comprendere, per affilare lo sguardo, scandagliare piste, pescare strumenti per l’azione degli amici in ascolto. Scandalosa osservazione.
Eppure vogliamo sottolinearvela qui, che sia ben chiara. Non ci serve scrivere per prendere posizione perché diamo per scontato, almeno per quel che riguarda noi, qual è lo schieramento cui apparteniamo.
Siamo, saremo sempre, tra le fila di quelli che sono al servizio dei dannati della Terra. Tra uno stato nazione coloniale, razzista e genocida, ed una popolazione in guerra per la propria sopravvivenza abbiamo sempre avuta ben chiara quale sia la nostra parte.
Ergo non ce ne frega un cazzo di sprecare inchiostro per ribadirla, e ancora di meno ci interessa giustificare la nostra posizione, articolare preamboli giustificazionisti a scanso di equivoci, quasi a scusarci per il nostro uscire dai ranghi.

Siamo per gli ultimi, quelli che stanno in basso. Stabilita la nostra parte non ci interessa affatto giudicare dall’alto di una presunta superiorità morale, quella di chi tiene il culo al caldo di cui sopra, quali siano le pratiche di lotta legittime o consone ad una liberazione collettiva.
Ci prendiamo il pacchetto completo.
Riconosciamo primariamente il diritto collettivo all’autodeterminazione: ciò detto su mezzi, tempi e parole della rivolta ha diritto di veto solo chi è letteralmente con i piedi sul campo di battaglia.

1. Questione di sguardi.
Cominciamo da principio. Primo elemento imprescindibile, il punto di vista, la maniera in cui interpretiamo i fenomeni: il 7 ottobre non come tragica e sanguinosa giornata, ma come zenit di un processo politico che vediamo quale catalisi locale di una tendenza quanto meno internazionale.
Organizzazione politica e sentimento popolare, rivolta anticoloniale e passaggio strategico di geopolitica convivono in una giornata dal peso storico.
Hamas ha invaso Israele, ha ammazzato civili e soldati, ha rapito innocenti, ha compiuto una strage... Ha rovinato una festa.
Potremmo anzitutto smettere di ciarlare di Hamas, quale esclusivo attore in campo. L’offensiva è stata portata avanti dalla Resistenza Palestinese tutta (ovvero una rosa di organizzazioni militanti che comprendono, tra le varie, declinazioni differenti di islam politico, laicismo panarabista e marxismo leninismo), che già da anni si è dotata di un Comando operativo unico per portare avanti la lotta oltre le singole fazioni2. Comando unico che già aveva portato ad un livello più alto le capacità di resistenza e che, anche mentre si combatte dentro Gaza, continua a tenere il punto della questione3.

Questo aiuta a comprendere la vastità delle operazioni di guerriglia messe in campo e l’ampia partecipazione anche emotiva della popolazione palestinese. Ma soprattutto impone di smetterla con i distinguo, gli equilibrismi, le dichiarazioni dai guanti di velluto.
Tornando al 2021, segnalavamo come al termine delle ostilità, nonostante il tributo di sangue e nessun avanzamento territoriale, tutta la Palestina celebrò l’evento come una vittoria: una vittoria politica ed esistenziale, la dimostrazione che non solo un popolo recluso e privato dei più semplici mezzi sussistenza potesse ancora imporre la propria presenza al mondo intero, ma che era in grado di tirare su, nei cunicoli delle sue baraccopoli, sistemi di guerra tali da sfidare uno dei più potenti giganti militari del globo.
Una affermazione della vita che passa, paradossalmente, per il sangue.
E difatti ogni volta che Israele ha risposto col terrore e la brutalità che lo contraddistingue, nel tentativo di estirpare la resistenza, non ha fatto che alimentare il fuoco, portare altra gioventù sulla via della lotta.
Se nel 2021 la Palestina ha vinto la sua guerra, nel 2023 ha sconfitto Israele sul suo stesso campo.

2. Un colpo al cuore del nemico.
Questo è stato il 7 ottobre.
I militanti palestinesi hanno sconfitto Israele in primo luogo perché ne hanno sfondato il dispositivo militare mostrando al mondo, specialmente al mondo del Medio Oriente, che la macchina bellica mostruosa e imbattibile di Israele (e per estensione dell’Occidente tutto) può essere sbaragliata con una combinazione di determinazione ed organizzazione.
L’esercito più potente del mondo è tale solo finché bombarda scuole e ospedali.
È terribile l’umiliazione dei propri soldati decimati mentre tentano di reagire con indosso elmetto e mutande da notte, dei propri mezzi corazzati distrutti e requisiti da contadini in ciabatte. L’invincibilità è una carta che non si gioca due volte.
In secondo luogo hanno inferto un trauma devastante alla psiche collettiva di Israele: uno Stato che tollera con difficoltà anche un solo caduto, figuriamoci quando a morire sono in centinaia, e che è alle prese con una lunga e lacerante crisi interna. È la goccia che fa traboccare il vaso, l’evento che scatena il definitivo attacco di panico.

Sul balletto dei numeri e dei morti eviteremo di tirare in ballo le notizie manipolate quando non inventate, i resoconti di massacri efferati, la pornografia del dolore e della morte violenta, ciò che preme segnalare è come molte delle vittime civili siano cadute nella reazione scomposta, o forse per certi versi intenzionale, delle forze di sicurezza israeliane4, tale per cui sono stati diversi gli attori dentro e fuori Israele a chiedere un’inchiesta che faccia luce su quanto avvenuto, e sul possibile utilizzo del Protocollo Hannibal, che prevede l’eliminazione fisica dei soldati stessi pur di scongiurarne la cattura5.
Dottrina militare alla luce della quale è più facile comprendere come gli ostaggi israeliani non siano in grado di frenare la furia omicida del Tsahal che, alle dichiarazioni da Gaza, ne avrebbe già ammazzati una sessantina sotto le sue stesse bombe.
Oltre a ciò domandiamo soltanto quanto possa essere netta la divisione civile/militare in uno Stato che considera se stesso come una nazione in armi cui ogni cittadino, uomo o donna che sia, deve prestare servizio nell’esercito ed essere perennemente mobilitabile; dove parte delle brutalità peggiori, quali quelle dei coloni, sono commesse da civili armati, con le spalle coperte dalla fanteria in divisa?

Ora, se in un momento di stabilità sociale, Israele è poco in grado di gestire un morto o un prigioniero delle sue fila, in una fase critica come quella che attraversa da oltre un anno, la faccenda è più complicata.
Netanyahu resta in sella solo in virtù dell’emergenza, per i resto è politicamente un morto che cammina, una caduta rimandata di poco ma ormai inevitabile. Lui, come la politica stessa è preso in mezzo tra spinte sanguinarie più esplicite quali quelle dei generali dell’esercito, di cui il ministro Gallan è grottesco portavoce, e più miti consigli quali quelli dell’americano Blinken, preoccupato di una deflagrazione incontrollabile.
Fratture che si approfondiscono giorno dopo giorno dentro la società israeliana che si cannibalizza da sé6, con le famiglie degli ostaggi che premono per una trattativa e vengono accusati di tradimento, con la polizia che reprime violentemente qualsiasi manifestazione di dissenso interno7 nonostante siano sempre di più i cittadini contrari ad una guerra boots on the ground, con la briglia sciolta ai coloni che scaricano sulla Cisgiordania una violenza disordinata che rischia di trascinare loro per primi nel baratro ed il proliferare di video di pessimo gusto in cui si deridono i civili palestinesi massacrati e gli stessi ostaggi8.

Nel momento in cui, tra le macerie di Gaza, inizieranno a cadere i fanti e aumenteranno le coscrizioni, è difficile che il tessuto sociale non si strappi in maniera ancora più irreparabile.
Israele aveva già perso prima ancora di mostrare al mondo il suo vero volto da killer seriale, perché non può resistere alla sua furia imperiale, a costo di sacrificare il suo stesso popolo.
E d’altronde, ogni processo di liberazione antimperialista tende ad una guerra civile che, a vario grado, straborda dalla colonia per riversarsi nella metropoli dominante.

3. Il martirio e la liberazione
Nel buttare giù le recinzioni, nell’attaccare i posti militari ed i kibbutz, nell’uccidere e sequestrare militari e civili, occupando porzioni di territorio inviolabile, molti dei militanti palestinesi sapevano che non avrebbero fatto ritorno. Così come sapevano quale sarebbe stata la tragica conseguenza dell’azione. Una partita in più tempi, con la lucida consapevolezza di portarsi sulle spalle una tragedia.
E infatti tutto lo schieramento liberale d’Occidente, che in un primo momento è corso a schierarsi nei ranghi sionisti, anche dovendo aggiustare la propria posizione di fronte agli abominevoli atti e dichiarazioni israeliane non trova di meglio che buttare addosso ad Hamas la responsabilità delle vittime civili palestinesi. Come se fossero le organizzazioni palestinesi a bombardare i propri stessi ospedali.
Una critica che ricorda da vicino quelle che la nostra destra oppone ai fatti di via Rasella, le responsabilità delle rappresaglie dell’occupante buttate addosso ai resistenti. Umanitarismo peloso con l’obbiettivo di disarmare la mano che prova a liberarsi, negare la possibilità di risposta a chi la violenza la subisce quotidianamente e tenta una pratica di liberazione9.
Quello che non si capisce, o che si preferisce tacere, è che un popolo che viene rinchiuso, limitato nei movimenti, espropriato delle proprie terre e case, mutilato nel corpo e nel futuro possibile, ingiuriato, bastonato, rinchiuso e ucciso senza ragione, non può che trovare l’unica forma di vita possibile nella liberazione.

Per settantacinque anni (qualche decennio in più se contiamo gli anni in cui le bande armate di sionisti erano attive prima della fondazione ufficiale dello stato di Israele) i palestinesi si sono visti massacrare quotidianamente, hanno subito la violazione di ogni accordo e ogni norma di diritto internazionale ed il mondo è rimasto muto. Le loro case sono state demolite o occupate e intorno c’era silenzio. I luoghi di culto profanati nell’indifferenza generale; gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani sequestrati di notte nei loro letti, ingoiati nelle prigioni o uccisi con un colpo davanti la porta di casa; ancora il mondo che guarda e tace. Qualche parola di circostanza, qualche impotente biasimo, ma un sostanziale semaforo verde allo sterminio e all’occupazione.
Gli unici momenti in cui il popolo palestinese ha ottenuto qualche tangibile risultato, costringendo il mondo a guardare, sono quelli in cui si è sollevato. Le organizzazioni militanti, le sommosse popolari, le pietre, i fucili e gli esplosivi sono gli unici mezzi con cui la Palestina è riuscita a strapparsi il bavaglio dalla bocca e ha fatto sentire la propria voce.

Ogni volta ha pagato con un pesante tributo di sangue, ogni volta ha sacrificato tanto i civili innocenti quanto gli insorti. E allora lentamente si è diffusa e cementata una ferma volontà di liberazione ad ogni costo.
Di fronte ad una quotidiana ed inesorabile morte collettiva, il sacrificio di sé stessi per la causa dell’autodeterminazione diventa un elemento culturale cruciale che restituisce senso e dignità ad una esistenza lacerata.
Tramite il martirio l’oppresso afferma la propria vita e rivendica la giustezza della propria causa; impone la sua verità al mondo ribaltando di segno la propria fine corporale e facendosi simbolo ed esempio10.

Andando a stringere non c’è scelta per un palestinese che non sia fuga, rassegnazione o combattimento. Se non si comprende questo elemento fondamentale non si può comprendere né come sia possibile una resistenza che dura da tre generazioni, né come possa ad ogni passaggio di fase essere sempre più radicata e potente nonostante il proprio costante dissanguamento. Più violenta è l’azione di Israele più i combattenti aumentano in numero e determinazione, e dalle fionde passano ai Qassam.
Dietro le azioni della resistenza non c’è un manipolo di fanatici ma un intero movimento sociale e nazionale che passa attraverso tutto il popolo palestinese in patria e nella diaspora11; motivo per cui la volontà di sterminio è tanto radicata nei vertici di Israele: il progetto sionista non può dirsi compiuto finché rimane anche una minima traccia della Palestina, sia essa un corpo o un brandello di terra.

Soprattutto ecco perché l’operazione di terra e l’assedio sono destinati a fallire. I vertici della resistenza lo hanno dichiarato a più riprese fin dal primo giorno12. Non solo sono pronti ad una guerra di lunga durata, ma sono disposti a pagarne il prezzo fino all’ultimo, d’altronde non hanno altre vie. Tsahal e Netanyahu non possono dire lo stesso.

4. Geopolitica e sentimento della decolonizzazione.
Bisogna inoltre inquadrare quanto sta andando in scena dentro una cornice più ampia.
Le ricadute del conflitto russo-ucraino fuori dai confini occidentali, la rovinosa ritirata americana da Kabul, lo sgretolamento della Francafrique; il riallineamento di blocchi transnazionali secondo coordinate inedite e l’inarrestabile declino dell’Occidente sono tasselli di un quadro i cui significanti principali sono tendenza alla guerra e multipolarismo emergente.

Evitiamo di cadere nuovamente dal pero. Si combatte dentro Gaza ma si lotta per l’intero Medio Oriente. L’Asse della Resistenza antisionista conferisce profondità internazionale alla lotta palestinese poiché la natura stessa dello stato di Israele ha al suo centro un progetto coloniale, etnorazzista ed espansionista che non fa altro che mettere in pericolo l’integrità, la stabilità e la sicurezza dei paesi circostanti.
Se l’ingresso delle truppe di fanteria è stato più e più volte ritardato, nell’attesa di una copertura statunitense con uomini, navi e sottomarini nucleari quale forza di deterrenza, è proprio perché dal 7 ottobre stesso questo Asse è attivo sul fronte di guerra in forme differenti13.

Fin dal primo giorno, al confine tra Israele e Libano si è registrata una costante e calibrata pressione di Hezbollah che ha bersagliato le fattorie Sheeba e diversi mezzi e postazioni militari; un esercizio della forza cautamente controllato tale da evitare una escalation ma sufficiente a tenere sotto scacco le forze israeliane distogliendole dal fronte gazawi. Avversario temibile con cui diverse volte Tsahal ha dovuto fare i conti (amari) nonché uno dei più potenti attori politico militari della regione14.
Le forze Houti dallo Yemen hanno manifestato la propria solidarietà attraverso il lancio di missili balistici e droni15, mentre le milizie irachene e siriane hanno ripetutamente attaccato basi e truppe USA16.
L’Iran, considerato centro nevralgico dell’asse, sembra non esporsi sul campo nonostante le minacciose dichiarazioni rilasciate più volte contro i bombardamenti a Gaza e la sfacciata complicità statunitense. Ma più che un disimpegno sembra mantenere una posizione di “garante politico” dell’asse laddove un suo impegno significherebbe la definitiva conflagrazione regionale, mentre un ruolo di mediazione diplomatica, unita ad un coordinamento tattico delle forze ed una alquanto probabile sotterranea attività di intelligence e supporto logistico permette di mantenere una profondità strategica delle potenzialità dell’Asse, coprendolo da eventuali avventurismi sionisti.17.

Un attivismo frenetico che ha spinto la presidenza statunitense non solo a schierarsi immediatamente senza se e senza ma al fianco della “unica democrazia del medio oriente”, anche quando le posizioni e le volontà israeliane rasentano la mitomania e la psicosi omicida; ma ad impegnarsi direttamente nello scenario dispiegando in tempi strettissimi una forza di deterrenza che, lontano dalle roboanti dichiarazioni sugli aiuti all’Ucraina, segna un ben diverso coinvolgimento.
Non è un caso che nelle stesse ore si moltiplichino i segnali di ricerca di una via di fuga diplomatica dal pantano ai confini orientali d’Europa.

Stavolta la posta in gioco è cruciale, il rischio è quello dell’emergere di un blocco di potere indipendente nell’area dell’occidente asiatico che significherebbe per Washington la definitiva caduta d’egemonia globale, attraverso una perdita di controllo dei territori mediorientali. Alla luce di ciò si rende molto più evidente il ruolo geopolitico di Israele quale testa di ponte dell’imperialismo occidentale. Ma nonostante tutto il potenziale militare è evidente l’ansia statunitense di cavarsi in fretta fuori da un brutto affare.
Con questi brividi d’ansia possiamo interpretare il frenetico tour di Antony Blinken in giro per la regione a seminare minacce e ipotesi letteralmente di fantapolitica quale quella di mettere in mano, dopo lo sterminio di Gaza, le redini della Striscia all’ANP di Abu Mazen: l’organismo più depotenziato, delegittimato, inutile e detestato dai palestinesi stessi, il cui unico risultato tangibile è quello di frenare le spinte dal basso in Cisgiordania con una repressione delle forze palestinesi e una manifesta impotenza davanti ai soprusi israeliani18.

Ma se la retorica infiammata è moneta corrente nei discorsi dei diversi leader, con sicuramente un maggiore grado di sincerità e coinvolgimento rispetto alle tristi pagliacciate dei politici europei e americani; gli stati arabi, al pari di quelli occidentali, riflettono la volontà e gli interessi delle proprie classi dirigenti, sempre pronte a sacrificare tutto e tutti sull’altare del proprio disegno. Perduto è il popolo che spera nell’amicizia di uno Stato.
Ciò nonostante il riallineamento delle potenze procede parallelo ad un sentimento popolare che in tutto il mondo musulmano (ed in generale nel Sud Globale) vede come sempre più auspicabile l’allontanamento dall’egemonia occidentale e rileva nella causa palestinese la punta avanzata di un processo di liberazione globale.
Le immense piazze turche, gli accesi raduni libanesi e giordani, le manifestazioni oceaniche che dal Marocco al Pakistan non hanno disertato alcun paese della cintura, i ripetuti e diffusi assalti contro ambasciate, consolati e istituti israeliani ed americani si sono succeduti fin dall’inizio e non accennano a diminuire di intensità né di partecipazione19.

Il coro più gettonato nelle strade, accanto a quello per la Palestina libera, è Takbir-Allahu Akbar. Coro che impulsivamente smuove un certo nervosismo islamofobo anche alle più progressiste orecchie bianche ma che, lungi dal rappresentare una qualche improbabile volontà di sanguinaria conversione globale, esplicita una collettiva adesione ad una comunità di destino, quella musulmana, vissuta come unica alternativa politica e valoriale alla subordinazione all’Occidente.
No, Hamas non è l’ISIS così come l’islam non è la barbarie jihadista che abbiamo visto all’opera in Siria.
Oggi l’Islam politico rappresenta una galassia di formazioni, prassi e istanze estremamente diverse tra loro, fino ad attraversare organizzazioni laiche e marxiste, accomunate tutte da un minimo comune denominatore: essere le espressioni organizzate della parte del globo che sta in basso. E non intendiamo solo geograficamente 20.

Non molti decenni fa le masse subalterne si rivolgevano al socialismo per cercare una via d’uscita dalla dominazione coloniale. E allora c’era una Russia sovietica pronta a foraggiarne le ragioni e le pratiche. Strumentalmente certo, eppure era un punto di riferimento materiale oltre che ideale; e soldi e armi contano più di attestati di solidarietà quando devi difenderti.
Oggi quello schema è tramontato ed è cambiato il registro, il vessillo verde ha sostituito la bandiera rossa e le parole d’ordine sono diverse, ma ciononostante il moto collettivo indica volontà di liberazione.
C’è un processo decoloniale in corso che parla una lingua diversa dal passato ma non ne ha mutato l’orizzonte, che ci piaccia o meno21.
Contro questa possibilità si scaglia il potere occidentale quando si schiera al fianco di Israele: contro questi popoli si è pronti a scatenare una guerra ben più ampia di quella che ci ha coinvolto con la Russia. Questa è la posta in gioco, ed è ormai inevitabile fare i conti con questa realtà.

5. Il movimento che viene.
Non dovrebbe stupire che la resistenza palestinese è a questi popoli che fa riferimento quando prende parola.
Oltre la diffusa islamofobia occidentale, dovremmo chiederci quanto tempo è che alle nostre latitudini le forze progressiste o rivoluzionarie hanno smesso di interagire con il resto del mondo? Ma soprattutto, quanto tempo è che abbiamo smesso di dimostrare una forza collettiva tale da poter essere considerati come interlocutori credibili?
Il nostro concetto di post-coloniale ha dismesso da un pezzo le lezioni di Fanon e Cabral ed è diventato puro accademicismo imbecille, ergo, non capiamo più un tubo di ciò che si muove fuori dai parametri del mondo bianco, ecco perché ci si sente in dovere di dire “si i palestinesi hanno ragione, però Hamas è cattivo” e via dicendo.
Come se fosse davvero utile o interessante, come lo avesse veramente chiesto qualcuno, di esprimere un parere immancabilmente superfluo e impotente.

Eppure nel ventre moscio di questo Occidente alla deriva si è mosso qualcosa, si è avuto un sussulto di vita che non ci si aspettava.
Davanti all’orrore indicibile che si sta consumando e alla colpevole impotenza delle istituzioni internazionali, nonostante una martellante campagna propagandistica di media e politica, abbiamo assistito ad un proliferare di mobilitazioni ed iniziative di solidarietà con una forza che quasi si dava per estinta.
Si è dato un cortocircuito che ha segnato in maniera esplicita e netta la frattura tra la narrazione dominante e la coscienza popolare; qualcosa che prima era ravvisabile nelle chiacchiere e nei sospiri di rammarico, ma che è venuto a galla con la Palestina, nonostante potremmo leggerci in controluce anche dell’altro.

E così si è disertata la chiamata alle armi in difesa della democrazia, parola completamente svuotata di significato, e si è attraversato le piazze di tutta Europa sfidando divieti e calunnie.
Gli stessi Stati Uniti sono solcati da un’ondata, che vede la stessa comunità ebraica in prima fila, mobilitativa senza precedenti che è arrivata ad occupare Capitol Hill per rivendicare un cessate il fuoco e ha portato oltre trecentomila persone a marciare per le strade di Washington22.

E se quarantamila persone in corteo a Roma sono un evento più che raro oggi, figurarsi il gigantesco serpentone di corpi che ha solcato il ponte di Londra.
Ancora più notevole è il protagonismo delle seconde generazioni, delle gioventù misconosciute delle nostre città, forze che premono per prendere parola e che nell’incontro nelle piazze si dimostrano il nerbo di un movimento a venire; prefigurano l’emergere di contraddizioni rinfocolate e di soggettività da scoprire.

Per farla breve, una così ampia e profonda dimostrazione di sdegno e solidarietà lascia intravedere delle energie vive che agitano le metropoli, ma se la testimonianza e lo sdegno sono sacrosanti, bisogna portare oltre il ragionamento.
Le sirene del potere imperialista urlano di scontro della civiltà e vorrebbero schierarci a difesa dei traballanti ed ipocriti valori atlantici. Tocca oggi disertare questa chiamata alle armi e se saremo i traditori dell’Occidente, tanto meglio, che ha smesso già da un pezzo di garantire una vita decente ai suoi stessi figli.

Per questo la Palestina ci riguarda da vicino, molto più vicino di quanto vorremmo credere. Occorre guardare ai fenomeni senza le lenti dell’universalismo bianco e venefico, ascoltare le voci che il resto del globo urla, tornare a ragionare seriamente di antimperialismo, allargare le alleanze, approfondire le reti di solidarietà e contro informazione, imporre un’agenda che non si limiti all’umanitarismo e rompere un meccanismo che ci trascina sempre più velocemente verso il baratro.

Lo diciamo chiaramente: la soluzione del problema palestinese non può che passare per la distruzione di Israele sionista; assunto che non significa certo buttare a mare o eliminare gli ebrei, ma vuol dire mettere a tacere una volta per tutte l’egemonia di un progetto fascista, genocida e coloniale che è ormai insostenibile per la sua stessa popolazione; ed è proprio dalle forze progressiste di quest’ultima, oggi ridotte a poco più che un lumicino, che verrà la spinta definitiva che potrà aprire la strada ad un reale processo di pacificazione e riconciliazione collettiva.
Ipotesi più volte silenziata ma che da tempo è presente nel dibattito, come dimostrato dall’impagabile lavoro di Edward Said23.

La liberazione della Palestina non è che uno dei passaggi obbligati per rovesciare la tendenza folle mortifera che avvolge in modo sempre più soffocante il pianeta intero.

Note

  1. https://www.carmillaonline.com/2021/05/22/sei-appunti-palestinesi/  

  2. https://bnn.network/world/palestine/palestinian-factions-unite-a-joint-operational-command-to-counter-israeli-actions/ 

  3. https://www.infoaut.org/conflitti-globali/dichiarazione-rilasciata-dalle-5-forze-della-resistenza-palestinese-il-29-ottobre-2023  

  4. https://electronicintifada.net/content/israeli-forces-shot-their-own-civilians-kibbutz-survivor-says/38861 

  5. https://www.slobodenpecat.mk/it/poraneshen-izraelski-vojnik-otkriva-shto-e-direktivata-hanibal/ e https://mcc43.wordpress.com/2014/08/02/idf-soldati-israele-protocollo-hannibal/ 

  6. Ne ha parlato Moiso su queste pagine qualche giorno fa qui https://www.carmillaonline.com/2023/11/01/il-nuovo-disordine-mondiale-23-le-guerre-perdute-di-israele/#rf1-79758  

  7. https://www.newarab.com/news/israeli-police-attack-anti-zionist-jews-amid-gaza-war 

  8. https://www.fanpage.it/innovazione/tecnologia/gli-influencer-israeliani-prendono-in-giro-i-palestinesi-su-tiktok-cosa-sappiamo-su-questo-trend/ 

  9. https://networkcultures.org/tactical-media-room/2023/10/18/from-resistance-to-liberation-how-october-7th-made-palestinians-once-again-protagonists-of-their-own-history-eng-ita/  

  10. Illuminante per questo aspetto, anche se a tratti limitato e generalmente eurocentrico, rimane F. Dei; Terrore suicida. Religione politica e violenza nelle culture del martirio; Donzelli Editore; Roma 2016 

  11. https://www.sinistrainrete.info/politica/26693-leila-seurat-hamas-e-la-societa-palestinese.html  

  12. https://english.alarabiya.net/News/middle-east/2023/10/19/-Israel-is-killing-us-whether-we-resist-or-not-says-former-Hamas-chief  

  13. https://english.almayadeen.net/news/politics/axis-of-resistance-factions-join-forces-against-israel-us  

  14. https://www.youtube.com/watch?v=sPrF6Cqj6mY  

  15. https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-warns-possible-hostile-aircraft-near-red-sea-city-eilat-2023-10-31/  

  16. https://thehill.com/policy/defense/4273531-us-troops-in-iraq-syria-attacked-13-times-in-past-week-pentagon-says/ 

  17. https://www.fpri.org/article/2023/10/iran-and-the-axis-of-resistance-vastly-improved-hamass-operational-capabilities/  

  18. https://www.raiplaysound.it/audio/2023/11/Radio3-Mondo-del-06112023-2a87a96f-b625-4316-81ce-f6643ca14757.html  

  19. https://crisis24.garda.com/alerts/2023/10/mena-pro-palestinian-rallies-likely-across-region-through-november-update-8  

  20. https://www.carmillaonline.com/2023/10/14/il-nuovo-disordine-mondiale-22-al-di-la-delle-banalita-sul-male-assoluto/  

  21. che poi il processo di decolonizzazione fosse un limpido e lineare cammino delle masse verso il socialismo europeo, è una di quelle cazzate della sinistra bianca che ci risparmiamo di commentare. 

  22. https://peoplesdispatch.org/2023/11/06/300000-march-in-washington-dc-for-palestine/  

  23. https://www.leparoleelecose.it/?p=15641

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02/10/2023

Ciad, “una pentola pronta ad esplodere”

L’ondata di sentimenti antifrancesi che sta investendo la regione del Sahel sta risuonando anche in Ciad.

Mentre la giunta militare ciadiana sostenuta dalla Francia ha ricevuto il sostegno della comunità internazionale, compresi i funzionari delle Nazioni Unite, all’interno sta affrontando un’intensa resistenza. Un attivista ha descritto il Paese come una “pentola a pressione in attesa di esplodere”.

La giunta militare del Ciad guidata da Mahamat Déby avrebbe dovuto cedere il potere a un governo civile eletto entro il 20 ottobre 2022. Tuttavia, le elezioni non si sono tenute e il governo militare è stato prorogato di altri due anni a ottobre.

Opponendosi alla proroga, il 20 ottobre 2022 i manifestanti sono scesi in piazza nella capitale N’Djamena e in tutto il Paese, innalzando slogan contro la giunta al potere e la Francia.

La giunta ha risposto con la repressione, uccidendo almeno 128 persone. La Commissione nazionale per i diritti umani del Ciad (CNDH) ha riferito all’inizio di quest’anno che 943 persone sono state arrestate, altre 435 detenute e 12 sono scomparse durante la repressione del 20 ottobre, che è diventata nota come il “giovedì nero”.

“Gli eventi del 20 ottobre hanno avuto un forte impatto sulla politica ciadiana. Il regime ora teme visibilmente le proteste“, ha dichiarato Max Loalngar, presidente della Lega ciadiana per i diritti umani (LTDH).

La giunta militare del Ciad è stata formata con il sostegno della Francia nell’aprile 2021 dal generale Mahamat Déby, che ha preso il potere con un colpo di stato dopo che suo padre, l’allora presidente Idriss Déby, è stato ucciso mentre era in visita ai soldati che stavano combattendo i ribelli.

Idriss Déby, che ha governato il Ciad per oltre 30 anni fino alla sua morte nel 2021, è stato ampiamente descritto come un dittatore. Al suo funerale, il Presidente francese Emmanuel Macron lo ha salutato come “un grande soldato” e un “coraggioso amico” della Francia. Macron ha poi rassicurato il figlio, Mahamat Déby, sul sostegno della Francia.

Il 5 settembre, l’esercito ciadiano ha sparato a diversi manifestanti per disperdere le manifestazioni antifrancesi nella città di Faya-Largeau. I manifestanti avevano circondato la guarnigione francese nella città e, secondo quanto riferito, alcuni avevano cercato di fare irruzione, dopo aver appreso che un soldato ciadiano, Mahamat Dakou Hamid, 35 anni, era stato ucciso da un medico dell’esercito francese.

Sebbene le circostanze della sua morte siano controverse, le proteste militanti che ha immediatamente scatenato, dimostrano che sotto la relativa stabilità che il regime di Déby ha mantenuto in superficie dal Giovedì Nero, c’è quella che Loalngar ha definito “una pentola a pressione pronta a esplodere“.

In Ciad sono presenti contingenti militari francesi e statunitensi.

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03/02/2022

L’Africa non vuole più essere il “cortile di casa” dell’Europa

Alcuni giorni fa a Roma, si è tenuta una conferenza di informazione sulla rivolta popolare in Sudan contro il colpo di stato militare.

L’incontro è stato organizzato dalla Rete dei Comunisti insieme alla Comunità sudanese in Italia, RdC che pochi giorni prima aveva partecipato e preso parola nelle manifestazioni contro le sanzioni al Mali convocate a Milano e a Roma da diverse forze panafricaniste attive nel nostro paese.

Giornalisti ed attivisti della diaspora sudanese di associazioni e forze politiche dell’opposizione, hanno spiegato sia la storia recente del paese, dall’indipendenza del 1956 in poi, sia la situazione attuale che vede una durissima resistenza popolare al golpe, ma soprattutto la determinazione a non accettare compromessi con i militari come vorrebbe l’Onu.

Nel corso del dibattito sono intervenuti anche il ricercatore Jacopo Resti, ed altri esponenti della diaspora africana in Italia, in particolare dal Mali e dalla Guinea. In questi due paesi si sono ripetuti dei colpi di stato che, con diverse gradazioni, hanno visto la condanna e in alcuni casi le sanzioni dell’Unione Europea e della Cedeao (la Comunità economica dei paesi centroafricani ben controllata da Parigi e Washington).

“La decisione di congelare i beni nazionali del Mali porta quindi chiaramente l’impronta dei leader dei paesi dell’UEMOA, la maggior parte dei quali sono sottomessi alla Francia. È stato comunque approvato e annunciato dalla CEDEAO, attualmente sotto la presidenza ghanese” hanno spiegato su Contropiano Fanny Pigeaud e Ndongo Samba Sylla.

Ma i giovani africani intervenuti hanno tenuto a precisare che non tutti i colpi di stato sono uguali. Alcuni mirano a ripristinare o imporre privilegi esclusivi di questo o quel gruppo di potere, altri aprono invece la strada all’affrancamento dall’asfissiante controllo coloniale esercitato in quell’area soprattutto dalla Francia. L’espulsione dell’ambasciatore francese dal Mali e la richiesta di allontanamento dei contingenti militari stranieri (tra cui ce n’è anche uno italiano, ndr) ne sono una dimostrazione lampante.

Dunque come valutare il ritorno dei colpi di stato in Africa come avvenuto recentemente in Sudan, Ciad, Mali, Guinea Conakry o Burkina Faso o i mancati golpe in Niger e ieri in Guinea Bissau? Con lo stesso metro di misura o cercando di capire quali esigenze e quali interessi li hanno ispirati, differenziando quello che va differenziato e analizzando le conseguenze che possono produrre?

Sarebbe doveroso, tra l’altro, rammentare in Europa che alcuni colpi di stato come quelli del 2011, in Libia contro Gheddafi e in Costa D’Avorio contro Gbagbo, hanno visto la partecipazione militare diretta della Francia.

Uno degli elementi emersi da interventi che pure hanno raccontato realtà diverse tra loro, è che uno dei fattori di crisi ma anche di emancipazione dei paesi africani è la questione dello Stato.

Il colonialismo ha agito sistematicamente per indebolire o distruggere le pur fragili entità statali emerse dalla decolonizzazione e dalle lotte di liberazione dei paesi africani. Se deve saccheggiare le risorse di territori ricchissimi, il colonialismo europeo come tutti gli altri ha agito disgregando gli Stati esistenti, indebolendoli e riducendoli a enclavi spesso etniche in conflitto tra loro, scegliendo di volta in volta l’interlocuzione con i vari soggetti (settori dei militari, bande paramilitari, gruppi tribali) per contrattare al prezzo più vantaggioso il controllo delle zone più ricche di risorse.

Al contrario, gli Stati unificati e centralizzati hanno visto spesso crescere la tentazione di negoziare duramente con le multinazionali, e con gli Stati che le supportano, da posizioni meno remissive, magari chiedendo royalties più alte sui diritti di estrazione o di passaggio o destinando i fondi pubblici allo sviluppo piuttosto che al pagamento del debito estero o all’obbedienza agli antipopolari diktat del Fmi.

Nella debolezza degli Stati africani postcoloniali, spesso l’unico apparato strutturato si è rivelato l’esercito.

E qui che si sono prodotti dittatori e assassini seriali ma anche leader e capi di stati anticolonialisti. L’esercito dava la possibilità di studiare, di andare in giro per il mondo ad addestrarsi ma anche a capire meglio i meccanismi che determinano le relazioni internazionali. Inoltre spesso le forze armate sono “l’azienda” più grande dei loro paesi, anche sul piano economico. Insomma nelle forze armate di stati indeboliti o disgregati, si producono i virus ma anche gli anticorpi. Il colonialismo preferisce interloquire con i primi, le istanze di emancipazione con i secondi.

Dunque in Africa è forte l’esigenza di riavere o di avere uno Stato degno di questo nome e capace di garantire sicurezza e redistribuzione a tutti i cittadini che lo abitano, anche se appartenenti a gruppi etnici diversi. E talvolta questa garanzia viene offerta più da settori delle forze armate locali che dalle ingerenze occidentali, governative o non governative che siano, e che prosperano invece proprio sulla debolezza e la disgregazione degli Stati africani.

Altrettanto interessanti sono le ambizioni a nuove forme di integrazione regionale sganciate da quelle imposte dal colonialismo moderno, ambizioni crescenti in nome di un panafricanismo che si va riaffacciando tra le nuove generazioni e ormai ben visibili anche nella diaspora africana in Europa, che sarebbe un tragico errore ridurre a mera questione di “immigrati”.

L’altra riflessione emersa dagli interventi, è la diversa percezione in Africa della figura di Gheddafi. Isolato e poco apprezzato nei governi arabi e occidentali, Gheddafi era invece molto più apprezzato nei paesi africani. Possiamo dire che aveva imbracciato con maggior successo il panafricanismo che il panarabismo. I suoi tentativi di dare vita ad una Banca Africana sganciata dalle ingerenze francesi e del Fmi, devono aver decretato la sua condanna a morte, avvenuta poi praticamente nell’ottobre 2011 dopo il colpo di stato sobillato da Francia e Gran Bretagna soprattutto, ma anche dall’Italia di Giorgio Napolitano.

La discussione nella conferenza va indubbiamente vista in connessione con gli interventi ascoltati in piazza nelle manifestazioni di Roma e Milano contro le sanzioni al Mali. “Quando si sa che gli interessi dell’imperialismo occidentale (in modo particolare quello francese) possono sentirsi minacciati, si può comprendere qual è il vero motivo della ”punizione” che il Mali sta subendo” ha scritto l’attivista africano Francoise Sanduno sulle pagine di Contropiano.

Ci sono dunque tutte le potenzialità – e la necessità – di guardare alle aspirazioni di emancipazione anticoloniale dell’Africa con occhi nuovi, liberati dall’eurocentrismo e fondati su un moderno internazionalismo. Il lavoro di informazione, formazione e iniziativa che sta sviluppando la Rete dei Comunisti muove i passi giusti.

È un atto dovuto soprattutto per i comunisti europei, perché l’Unione Europea e i grandi gruppi monopolistici per i quali è stata costituita, ritiene ormai apertamente l’Africa e le sue risorse il “proprio cortile di casa” da sfruttare e controllare, esattamente come gli Usa hanno fatto e ritengono di dover fare ancora in America Latina. Ed è proprio sulla base di questa analisi che negli anni scorsi è stata avanzata la proposta di una Area Euro-Afro-Mediterranea alternativa all’Unione Europea sul piano politico ed economico.

Non solo. Il colonialismo è nato in Europa ed anche su questo ha costruito un suo modello ideologico eurocentrista ancora egemonico – incluso nella sinistra europea – che va scardinato dalle fondamenta, anche e soprattutto nelle nuove generazioni di attivisti, militanti, rivoluzionari del XXI Secolo, siano essi europei o africani o mediorientali.

Chiosando con un compagno alla fine della conferenza ci siamo detti: “Serve come il pane la Tricontinentale”, ossia l’organizzazione internazionale antimperialista che negli anni Sessanta e Settanta sostenne tutte le lotte di liberazione in Africa, Asia e America Latina. Pochi lo sanno ma tutt’oggi la Tricontinentale è ancora attiva e pubblica un suo sito ricco di informazioni e analisi.

L’imperialismo prima e gli imperialismi poi, in questi decenni di egemonia hanno ritenuto di aver fatto tabula rasa, ma non ci sono riusciti – neanche in Africa – e adesso guardano a tutto questo con timore crescente. Se l’America Latina ha deciso di non essere più il patio trasero degli Stati Uniti, in Africa sta crescendo la spinta a non voler essere più il cortile di casa dell’Unione Europea.

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19/08/2019

La parola allo Zio Ho a proposito di “Patriottismo e Internazionalismo”

Negli ultimi mesi la discussione sul concetto di “sovranità” è stata egemonizzata da concezioni teoriche e culturali reazionarie. Spesso qualsiasi allusione a questo tipo di categoria è stata bollata come una concessione al nazionalismo borghese o a presunte derive da “piccole patrie”.

Costantemente, specie da parte degli epigoni della “sinistra” tale ragionamento viene catalogato come una variante del leghismo e associato all’altro grande ossimoro di questa bizzarra stagione politica: il sovranismo.

Eppure il marxismo, particolarmente nei punti alti dell’esperienza del movimento comunista internazionale, ha sempre affrontato e trattato la “questione nazionale” non disdegnando – sulla base del fondamentale metodo “analisi concreta della situazione concreta” – di misurarsi, senza complessi di inferiorità teorica o di subordinazione politica, con lo stesso concetto di “patria”.

Questo cimento politico/pratico è avvenuto non solo nell’ambito delle lotte di liberazione nazionale dal vecchio ordine colonialista e/o imperialista, nei paesi del Sud del mondo, ma si è concretamente palesato anche nelle battaglie politiche che i comunisti hanno affrontato, a vario titolo, nel cuore dell’Occidente capitalista durante il Novecento.

Da tale punto di vista le resistenze antifasciste durante e subito dopo il secondo conflitto mondiale (quella Jugoslava e Greca in primis, ma – per molti aspetti – anche quella Italiana) sono state paradigmatiche di come i comunisti declinarono il tema della “patria” nei vari contesti in cui agivano. Probabilmente, al giorno d’oggi, si può discutere e problematizzare gli esiti avveratisi, ma non possiamo non riconoscere la positiva e matura attitudine che i partiti comunisti riuscirono a mettere in campo quando furono chiamati ad intervenire dentro giganteschi sommovimenti sociali e politici.

Ma relegare al Novecento questa battaglia teorica e politica sarebbe una omissione storica ed un grave errore politico nei confronti dell’attuale corso generale della crisi capitalistica. Nella fase degli Imperialismi e della ripresa della competizione globale tra blocchi politici e monetari il tema di quali forme di Patriottismo/Sovranità siano utili agitare ed affermare nella classe non è una operazione astratta, ma è un dibattito necessario per consolidare una efficace lotta antimperialistica rapportata alle contraddizioni della nostra contemporaneità.

Intanto – mentre procede la definizione/costruzione del polo imperialista europeo nell’ambito della più generale competizione inter-imperialistica – ritorna, sicuramente con modalità di esemplificazione diversa rispetto al passato, l’esigenza di una battaglia culturale e politica a difesa della “sovranità nazionale” e della “sovranità popolare” contro i moderni dispositivi normativi ed economici che l’Imperialismo di casa nostra (quello Europeo) dispiega in ogni campo.

L’opera di aperta manomissione diplomatica, finanziaria, economica e militare perpetrata dalla borghesia continentale europea rende attuale una necessaria riqualificazione di questa battaglia politica per continuare a mantenere aperta la possibilità e l’opzione politica e programmatica di una alternativa popolare e di classe.

Ovviamente nei paesi del Sud del Mediterraneo, dove i processi antisociali di concentrazione/centralizzazione del capitale Europeo si avvertono maggiormente la lotta per una vera “Sovranità Nazionale/Popolare” deve essere ripresa adeguatamente e riconnessa alla più generale battaglia per la Rottura della gabbia dell’Unione Europea e la costruzione di una prospettiva Euro/Mediterranea che sappia affascinare popoli, paesi, culture ed economie mortificate dai variegati programmi di austerity e di “contenimento del debito” elaborati a Francoforte, Bruxelles e Berlino.

La interessante pubblicazione – da parte dei compagni dell’Associazione Politica “MARX XXI°” – della raccolta degli scritti di Ho Chi Minh (Patriottismo e Internazionalismo 1919 – 1969), redatti in vari periodi della sua vita di dirigente comunista, prima in Francia e poi in Vietnam, dedicata a questo complesso tema, è un ottimo contributo alla riapertura di un dibattito pubblico fuori e contro la consumata e mistificante grancassa mediatica che, nell’ultimo periodo, ha appestato la discussione.

L’autore – lo Zio Ho – pur muovendo la sua elaborazione da temi e snodi politici attinenti la liberazione del Vietnam e le questioni della lotta agli occupanti francesi e, poi, a quelli statunitensi non smarrisce mai di collocare tali suggestioni teoriche e queste vere e proprie lezioni politiche in un contesto internazionalista e nel solco della più generale battaglia per la trasformazione dei rapporti sociali e per il Socialismo.

Un eccellente contributo, sperimentato in decenni di scontri politici e militari di grande complessità, dove il rivoluzionario vietnamita ha saputo dialettizzare il pensiero di Marx, Engels e di Lenin alle contraddizioni del contesto in cui agiva, alla dimensione del conflitto locale ed internazionale di quegli anni ed alla lotta internazionalista per il Socialismo.

Riproduciamo, dal testo che segnaliamo, un estratto dal significativo titolo:

“Il cammino che mi ha portato al leninismo”.

Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Lenin. 22 aprile 1960

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.

A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.

Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.

A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?

Quello che volevo sapere soprattutto – e che non veniva dibattuto alle riunioni – era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?

Sollevai la questione – la più importante per me – durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.

In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.

Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.

Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.

Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.

All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.

C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.

Note

[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per  riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.

[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.

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26/11/2016

Ciao, Fidel


Questa mattina ci siamo svegliati tutti con una notizia che quasi pensavamo non sarebbe arrivata mai: Fidel Castro, il lider maximo, mente e braccio della rivoluzione cubana prima e del movimento dei paesi non allineati poi, è morto. A 90 anni si è spento un simbolo della lotta all’anti-imperialismo e all’anti-colonialismo per tanti popoli e nazioni in cerca di libertà e indipendenza. Un modello di società alternativa a quella imposta dal blocco occidentale prima, durante e dopo la Guerra Fredda, nel quale Fidel ha sempre scorto il fallimento del capitalismo e la necessità di aprire ad un sistema nuovo, egualitario, libero.

Un’eredità radicata in ogni angolo del globo, un pensiero che si è fatto azione, partito in America Latina ma presto allargatosi a macchia d’olio nei continenti più colpiti dalle politiche coloniali e neo-coloniali occidentali. In particolare in Africa dove Castro ha sempre sostenuto concretamente i movimenti di liberazione, a partire dall’Algeria contro il dominio francese e poi in Mozambico, Congo, Angola, Guinea-Bissau, Namibia. Senza dimenticare il ruolo avuto da Cuba per la causa del Sahara occidentale e del popolo sahrawi: sono ancora oggi tantissimi i sahrawi che a Cuba arrivano per studiare e formarsi, ospiti dell’Avana.

E se in Africa forte è stato l’intervento cubano, sia militare che politico, nel Medio Oriente decolonizzato e oggi di nuovo costretto ad affrontare nuove forme di strisciante colonialismo è difficile trovare qualcuno che non pensi a Castro come ad un modello di lotta. Forte si è sempre levata la sua voce a favore delle sofferenze secolari del popolo palestinese: già nel 1959 Che Guevara visitava Gaza facendo da subito della Palestina la base di partenza di una lotta globale e non solo regionale contro il progetto colonialista sionista. E se negli anni Sessanta e Settanta Cuba è stata partner diretto dell’Olp, solo guardando agli ultimi anni le accuse al progetto sionista in Palestina non sono mai scomparse. Durante gli ultimi attacchi contro Gaza, il leader cubano ha apertamente parlato di “olocausto palestinese”.

Il mondo perde un uomo che ha fatto la storia e ha dato a tanti popoli gli strumenti politici per affrontare le radici della propria dipendenza da poteri esterni. La redazione di Nena News si unisce al dolore di tutti loro, del popolo cubano e delle persone che in ogni angolo del globo oggi si sentono più sole.

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