di Federico Giuliani
Il 30 aprile 1975 il Vietnam è libero e indipendente. Esattamente 50 anni fa gli elicotteri Usa si alzavano in volo per portare via gli ultimi americani da Saigon, mentre le truppe nordvietnamite entravano nella città che sarebbe stata ribattezzata Ho Chi Min City. La guerra contro gli “imperialisti occidentali” era finalmente terminata. Ed era stata vinta. Dopo la Francia, infatti, anche gli Stati Uniti salutavano il Vietnam, un Paese diviso nel 1954 al termine della Prima Guerra d’Indocina (1946-1954) tra le forze coloniali francesi e i vietnamiti guidati da Ho Chi Minh, e che di lì a poco sarebbe stato riunificato sotto il nome di Repubblica Socialista del Vietnam con capitale Hanoi.
Saigon, che fino a pochi anni prima deteneva il ruolo consolidato di capitale del Vietnam non comunista, era appena entrata in una nuova era. Generali, soldati, politici e funzionari pubblici che avevano sempre dettato legge in città erano evaporati come neve al sole. I nordvietnamiti erano pronti a riconquistare questo centro urbano anche a costo di combattere isolato per isolato.
Non ce ne sarebbe stato bisogno perché i combattimenti tra le forze comuniste e le ultime difese del Vietnam del Sud si consumarono fuori dalla città. E poi perché l’ultimo presidente sudvietnamita, il generale Duong Van Minh, aveva ordinato all’esercito di deporre le armi.
La vittoria sui francesi
Dal 1975 in poi ogni 30 aprile in Vietnam si festeggia un doppio anniversario: quello della Liberazione del Sud e quello della Riunificazione Nazionale, ovvero una delle tappe più significative della storia moderna vietnamita. Per capire cosa era appena accaduto in questo Paese del Sud Est asiatico bisogna tornare indietro nel tempo.
La Francia colonizzò l’intera regione dell’Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia) tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Nel 1940, con Parigi alle prese con l’occupazione nazista in Europa, il Giappone invase l’Indocina francese, lasciando formalmente al potere l’amministrazione coloniale europea. Nel frattempo emersero diversi movimenti di resistenza locali, compreso il Viet Minh, la Lega per l’indipendenza del Vietnam, un movimento comunista e nazionalista per liberare il Vietnam fondato da Ho Chi Minh.
Con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, il Viet Minh prese il controllo di Hanoi e il 2 settembre 1945, Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza del Vietnam. La Francia non accettò l’indipendenza e cercò di riprendere il controllo del Paese. Seguirono otto anni di guerra e la clamorosa sconfitta di una potenza coloniale europea da parte di un esercito di liberazione asiatico.
La liberazione del Vietnam
Dopo la sconfitta francese nella battaglia di Dien Bien Phu vennero firmati gli Accordi di Ginevra. Il Vietnam veniva diviso temporaneamente lungo il 17esimo parallelo nel Vietnam del Nord (controllato dal Viet Minh comunista) e nel Vietnam del Sud (con un Governo anti comunista sostenuto da Francia e Stati Uniti). Nel 1956 si sarebbero dovute tenere elezioni nazionali per riunificare il Paese ma non successe niente del genere, in primis per l’opposizione del Sud (soprattutto statunitense) che temeva una schiacciante vittoria comunista.
Risultato: il sentimento anti occidentale crebbe fino ad arrivare alla guerra aperta tra il Vietnam del Nord e quello del Sud, ormai appoggiato dagli Usa, di fatto subentrati ai francesi e desiderosi di contenere l’espansione del comunismo in Asia. Washington avrebbe tuttavia miseramente fallito, così come anni prima avevano fallito i francesi. Il conflitto fu durissimo ma sfiancante. Nel 1973 gli Stati Uniti firmarono gli Accordi di Parigi con il Vietnam del Nord: gli americani si sarebbero ritirati in cambio di un cessate il fuoco e del ritorno dei prigionieri di guerra. Tuttavia, il conflitto continuò tra Nord e Sud Vietnam fino al 1975.
“I comunisti governavano ancora di fatto gran parte delle campagne e si erano infiltrati a ogni livello del Governo sudvietnamita, dal palazzo presidenziale in giù. Furono i soldi americani, non la lealtà, a guidare lo sforzo bellico sudvietnamita. Senza alcuna prospettiva di aiuto americano, l’esercito sudvietnamita crollò nella primavera del 1975”, scriveva il Time ricordando quegli anni. Il 30 aprile del 1975 Saigon cadde definitivamente. E il Vietnam si scopriva libero da ogni ingerenza occidentale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ho Chi Minh. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ho Chi Minh. Mostra tutti i post
30/04/2025
19/08/2019
La parola allo Zio Ho a proposito di “Patriottismo e Internazionalismo”
Negli ultimi mesi la discussione sul concetto di “sovranità” è stata egemonizzata da concezioni teoriche e culturali reazionarie. Spesso qualsiasi allusione a questo tipo di categoria è stata bollata come una concessione al nazionalismo borghese o a presunte derive da “piccole patrie”.
Costantemente, specie da parte degli epigoni della “sinistra” tale ragionamento viene catalogato come una variante del leghismo e associato all’altro grande ossimoro di questa bizzarra stagione politica: il sovranismo.
Eppure il marxismo, particolarmente nei punti alti dell’esperienza del movimento comunista internazionale, ha sempre affrontato e trattato la “questione nazionale” non disdegnando – sulla base del fondamentale metodo “analisi concreta della situazione concreta” – di misurarsi, senza complessi di inferiorità teorica o di subordinazione politica, con lo stesso concetto di “patria”.
Questo cimento politico/pratico è avvenuto non solo nell’ambito delle lotte di liberazione nazionale dal vecchio ordine colonialista e/o imperialista, nei paesi del Sud del mondo, ma si è concretamente palesato anche nelle battaglie politiche che i comunisti hanno affrontato, a vario titolo, nel cuore dell’Occidente capitalista durante il Novecento.
Da tale punto di vista le resistenze antifasciste durante e subito dopo il secondo conflitto mondiale (quella Jugoslava e Greca in primis, ma – per molti aspetti – anche quella Italiana) sono state paradigmatiche di come i comunisti declinarono il tema della “patria” nei vari contesti in cui agivano. Probabilmente, al giorno d’oggi, si può discutere e problematizzare gli esiti avveratisi, ma non possiamo non riconoscere la positiva e matura attitudine che i partiti comunisti riuscirono a mettere in campo quando furono chiamati ad intervenire dentro giganteschi sommovimenti sociali e politici.
Ma relegare al Novecento questa battaglia teorica e politica sarebbe una omissione storica ed un grave errore politico nei confronti dell’attuale corso generale della crisi capitalistica. Nella fase degli Imperialismi e della ripresa della competizione globale tra blocchi politici e monetari il tema di quali forme di Patriottismo/Sovranità siano utili agitare ed affermare nella classe non è una operazione astratta, ma è un dibattito necessario per consolidare una efficace lotta antimperialistica rapportata alle contraddizioni della nostra contemporaneità.
Intanto – mentre procede la definizione/costruzione del polo imperialista europeo nell’ambito della più generale competizione inter-imperialistica – ritorna, sicuramente con modalità di esemplificazione diversa rispetto al passato, l’esigenza di una battaglia culturale e politica a difesa della “sovranità nazionale” e della “sovranità popolare” contro i moderni dispositivi normativi ed economici che l’Imperialismo di casa nostra (quello Europeo) dispiega in ogni campo.
L’opera di aperta manomissione diplomatica, finanziaria, economica e militare perpetrata dalla borghesia continentale europea rende attuale una necessaria riqualificazione di questa battaglia politica per continuare a mantenere aperta la possibilità e l’opzione politica e programmatica di una alternativa popolare e di classe.
Ovviamente nei paesi del Sud del Mediterraneo, dove i processi antisociali di concentrazione/centralizzazione del capitale Europeo si avvertono maggiormente la lotta per una vera “Sovranità Nazionale/Popolare” deve essere ripresa adeguatamente e riconnessa alla più generale battaglia per la Rottura della gabbia dell’Unione Europea e la costruzione di una prospettiva Euro/Mediterranea che sappia affascinare popoli, paesi, culture ed economie mortificate dai variegati programmi di austerity e di “contenimento del debito” elaborati a Francoforte, Bruxelles e Berlino.
La interessante pubblicazione – da parte dei compagni dell’Associazione Politica “MARX XXI°” – della raccolta degli scritti di Ho Chi Minh (Patriottismo e Internazionalismo 1919 – 1969), redatti in vari periodi della sua vita di dirigente comunista, prima in Francia e poi in Vietnam, dedicata a questo complesso tema, è un ottimo contributo alla riapertura di un dibattito pubblico fuori e contro la consumata e mistificante grancassa mediatica che, nell’ultimo periodo, ha appestato la discussione.
L’autore – lo Zio Ho – pur muovendo la sua elaborazione da temi e snodi politici attinenti la liberazione del Vietnam e le questioni della lotta agli occupanti francesi e, poi, a quelli statunitensi non smarrisce mai di collocare tali suggestioni teoriche e queste vere e proprie lezioni politiche in un contesto internazionalista e nel solco della più generale battaglia per la trasformazione dei rapporti sociali e per il Socialismo.
Un eccellente contributo, sperimentato in decenni di scontri politici e militari di grande complessità, dove il rivoluzionario vietnamita ha saputo dialettizzare il pensiero di Marx, Engels e di Lenin alle contraddizioni del contesto in cui agiva, alla dimensione del conflitto locale ed internazionale di quegli anni ed alla lotta internazionalista per il Socialismo.
Riproduciamo, dal testo che segnaliamo, un estratto dal significativo titolo:
“Il cammino che mi ha portato al leninismo”.
Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Lenin. 22 aprile 1960
Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.
A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.
Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.
A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?
Quello che volevo sapere soprattutto – e che non veniva dibattuto alle riunioni – era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?
Sollevai la questione – la più importante per me – durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.
In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.
Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.
Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.
Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.
All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.
C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.
Note
[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.
[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.
Fonte
Costantemente, specie da parte degli epigoni della “sinistra” tale ragionamento viene catalogato come una variante del leghismo e associato all’altro grande ossimoro di questa bizzarra stagione politica: il sovranismo.
Eppure il marxismo, particolarmente nei punti alti dell’esperienza del movimento comunista internazionale, ha sempre affrontato e trattato la “questione nazionale” non disdegnando – sulla base del fondamentale metodo “analisi concreta della situazione concreta” – di misurarsi, senza complessi di inferiorità teorica o di subordinazione politica, con lo stesso concetto di “patria”.
Questo cimento politico/pratico è avvenuto non solo nell’ambito delle lotte di liberazione nazionale dal vecchio ordine colonialista e/o imperialista, nei paesi del Sud del mondo, ma si è concretamente palesato anche nelle battaglie politiche che i comunisti hanno affrontato, a vario titolo, nel cuore dell’Occidente capitalista durante il Novecento.
Da tale punto di vista le resistenze antifasciste durante e subito dopo il secondo conflitto mondiale (quella Jugoslava e Greca in primis, ma – per molti aspetti – anche quella Italiana) sono state paradigmatiche di come i comunisti declinarono il tema della “patria” nei vari contesti in cui agivano. Probabilmente, al giorno d’oggi, si può discutere e problematizzare gli esiti avveratisi, ma non possiamo non riconoscere la positiva e matura attitudine che i partiti comunisti riuscirono a mettere in campo quando furono chiamati ad intervenire dentro giganteschi sommovimenti sociali e politici.
Ma relegare al Novecento questa battaglia teorica e politica sarebbe una omissione storica ed un grave errore politico nei confronti dell’attuale corso generale della crisi capitalistica. Nella fase degli Imperialismi e della ripresa della competizione globale tra blocchi politici e monetari il tema di quali forme di Patriottismo/Sovranità siano utili agitare ed affermare nella classe non è una operazione astratta, ma è un dibattito necessario per consolidare una efficace lotta antimperialistica rapportata alle contraddizioni della nostra contemporaneità.
Intanto – mentre procede la definizione/costruzione del polo imperialista europeo nell’ambito della più generale competizione inter-imperialistica – ritorna, sicuramente con modalità di esemplificazione diversa rispetto al passato, l’esigenza di una battaglia culturale e politica a difesa della “sovranità nazionale” e della “sovranità popolare” contro i moderni dispositivi normativi ed economici che l’Imperialismo di casa nostra (quello Europeo) dispiega in ogni campo.
L’opera di aperta manomissione diplomatica, finanziaria, economica e militare perpetrata dalla borghesia continentale europea rende attuale una necessaria riqualificazione di questa battaglia politica per continuare a mantenere aperta la possibilità e l’opzione politica e programmatica di una alternativa popolare e di classe.
Ovviamente nei paesi del Sud del Mediterraneo, dove i processi antisociali di concentrazione/centralizzazione del capitale Europeo si avvertono maggiormente la lotta per una vera “Sovranità Nazionale/Popolare” deve essere ripresa adeguatamente e riconnessa alla più generale battaglia per la Rottura della gabbia dell’Unione Europea e la costruzione di una prospettiva Euro/Mediterranea che sappia affascinare popoli, paesi, culture ed economie mortificate dai variegati programmi di austerity e di “contenimento del debito” elaborati a Francoforte, Bruxelles e Berlino.
La interessante pubblicazione – da parte dei compagni dell’Associazione Politica “MARX XXI°” – della raccolta degli scritti di Ho Chi Minh (Patriottismo e Internazionalismo 1919 – 1969), redatti in vari periodi della sua vita di dirigente comunista, prima in Francia e poi in Vietnam, dedicata a questo complesso tema, è un ottimo contributo alla riapertura di un dibattito pubblico fuori e contro la consumata e mistificante grancassa mediatica che, nell’ultimo periodo, ha appestato la discussione.
L’autore – lo Zio Ho – pur muovendo la sua elaborazione da temi e snodi politici attinenti la liberazione del Vietnam e le questioni della lotta agli occupanti francesi e, poi, a quelli statunitensi non smarrisce mai di collocare tali suggestioni teoriche e queste vere e proprie lezioni politiche in un contesto internazionalista e nel solco della più generale battaglia per la trasformazione dei rapporti sociali e per il Socialismo.
Un eccellente contributo, sperimentato in decenni di scontri politici e militari di grande complessità, dove il rivoluzionario vietnamita ha saputo dialettizzare il pensiero di Marx, Engels e di Lenin alle contraddizioni del contesto in cui agiva, alla dimensione del conflitto locale ed internazionale di quegli anni ed alla lotta internazionalista per il Socialismo.
Riproduciamo, dal testo che segnaliamo, un estratto dal significativo titolo:
“Il cammino che mi ha portato al leninismo”.
Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Lenin. 22 aprile 1960
Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.
A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.
Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.
A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?
Quello che volevo sapere soprattutto – e che non veniva dibattuto alle riunioni – era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?
Sollevai la questione – la più importante per me – durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.
In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.
Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.
Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.
Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.
All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.
C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.
Note
[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.
[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.
Fonte
10/05/2019
La lezione di Ho Chi Minh
Nel cinquantenario della morte di Ho Chi Minh, lo storico Presidente vietnamita e anima della resistenza anticoloniale ed antimperialista del suo Paese, compare per MarxVentuno Edizioni il volume “Internazionalismo e patriottismo. Scritti e discorsi 1919-1969”.
La storia del Vietnam, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento con la conquista della Cocincina da parte dei colonialisti francesi, è la storia di un popolo oppresso e sfruttato, violentato e decimato dalla violenza degli invasori, ma è anche una storia di eroica resistenza e di solidarietà. Il popolo vietnamita ha resistito per decenni, tra tentativi di insurrezione soffocati nel sangue e varie forme di organizzazione popolare, contro i colonizzatori francesi prima, poi contro le truppe occupanti del Kuomintang e dei fascisti giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, fino all’attacco imperialista statunitense che mirava a trasformare il Vietnam in una roccaforte americana nel Sud-Est asiatico.
Con la guerra del Vietnam, la storia di sangue e violenza del piccolo Paese asiatico raggiunge il suo apice. Sotto cinque presidenti statunitensi, vengono inviati in Vietnam oltre 800.000 soldati americani, vengono sganciate sul Paese 7.850.000 tonnellate di bombe e spesi 352 miliardi di dollari.
Tra il 1961 e il 1969 vengono distrutti 13.000 km quadrati di terreno coltivato (il 43% dell’intero territorio coltivabile) e 25.000 km quadrati di foreste (il 44% dell’intera superficie forestale). I morti civili e i danni subiti dalla popolazione a causa di gas tossici e neurotossici responsabili di alterazioni genetiche trasmissibili ereditariamente alle generazioni future sono praticamente incalcolabili.
Questo enorme dispiegamento di forze porta finalmente la dolorosa storia del popolo vietnamita all’attenzione dell’opinione pubblica occidentale. La solidarietà verso il popolo vietnamita, che prima riguardava poche avanguardie politiche e pochi partiti fratelli, contagia intere popolazioni. Per la pace si mobilitano masse intere di lavoratori e lavoratrici, di studenti europei e italiani.
Perfino nel cuore del Paese aggressore cresce un forte movimento di solidarietà con il popolo aggredito, per la pace, che culmina con la famosa manifestazione del 27 marzo 1966, che vede mobilitarsi oltre 70.000 persone a Washington contro la presidenza Johnson che promuoveva, in quei mesi, un piano militare di una violenza distruttiva senza precedenti.
Finita la guerra e passati gli anni di grande fermento politico di massa anche in Occidente, la storia di Ho Chi Minh e del suo glorioso, piccolo Paese in lotta per la libertà e l’autodeterminazione è purtroppo pressoché sparita dalla scena editoriale italiana.
Per questa ragione, nel cinquantenario della morte dello «zio Ho», Andrea Catone (studioso e storico del movimento operaio) e Alessia Franco (dottoranda in Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari) hanno deciso di curare una nuova edizione degli scritti e dei discorsi del Presidente vietnamita, che riproponesse testi fondamentali, autentici piccoli classici dimenticati, e altri mai tradotti prima in italiano.
La vita di Ho Chi Minh scorre parallela alla storia del suo Paese, passando per lo snodo fondamentale della proclamazione dell’indipendenza dal dominio francese il 2 settembre del 1945. I testi riuniti nella raccolta “Patriottismo e internazionalismo” ripercorrono cinquant’anni di vita e attività rivoluzionaria.
Attraverso gli articoli pubblicati su “l’Humanité”, “le Paria”, “la Vie Ouvrière”, gli appelli al popolo vietnamita e molti altri testi, scopriamo la complessa personalità di una delle figure più importanti della storia del socialismo: uomo politico radicale ma prudente, commentatore acuto e capace di pungente umorismo, diplomatico e dirigente di partito dedito alla causa dell’indipendenza del suo Vietnam e di tutti i Paesi oppressi dal colonialismo, sempre lucidamente consapevole della dimensione internazionale di ogni lotta per l’emancipazione.
“Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-1969” è la raccolta di scritti di Ho Chi Minh più completa attualmente disponibile in lingua italiana, corredata da un’ampia introduzione e da una dettagliata cronologia pensate per accompagnare le lettrici e i lettori che si avvicinano per la prima volta a questo pezzo di storia di cui, oggi più che mai, siamo chiamati a preservare la memoria e raccogliere l’eredità.
Fonte
La storia del Vietnam, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento con la conquista della Cocincina da parte dei colonialisti francesi, è la storia di un popolo oppresso e sfruttato, violentato e decimato dalla violenza degli invasori, ma è anche una storia di eroica resistenza e di solidarietà. Il popolo vietnamita ha resistito per decenni, tra tentativi di insurrezione soffocati nel sangue e varie forme di organizzazione popolare, contro i colonizzatori francesi prima, poi contro le truppe occupanti del Kuomintang e dei fascisti giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, fino all’attacco imperialista statunitense che mirava a trasformare il Vietnam in una roccaforte americana nel Sud-Est asiatico.
Con la guerra del Vietnam, la storia di sangue e violenza del piccolo Paese asiatico raggiunge il suo apice. Sotto cinque presidenti statunitensi, vengono inviati in Vietnam oltre 800.000 soldati americani, vengono sganciate sul Paese 7.850.000 tonnellate di bombe e spesi 352 miliardi di dollari.
Tra il 1961 e il 1969 vengono distrutti 13.000 km quadrati di terreno coltivato (il 43% dell’intero territorio coltivabile) e 25.000 km quadrati di foreste (il 44% dell’intera superficie forestale). I morti civili e i danni subiti dalla popolazione a causa di gas tossici e neurotossici responsabili di alterazioni genetiche trasmissibili ereditariamente alle generazioni future sono praticamente incalcolabili.
Questo enorme dispiegamento di forze porta finalmente la dolorosa storia del popolo vietnamita all’attenzione dell’opinione pubblica occidentale. La solidarietà verso il popolo vietnamita, che prima riguardava poche avanguardie politiche e pochi partiti fratelli, contagia intere popolazioni. Per la pace si mobilitano masse intere di lavoratori e lavoratrici, di studenti europei e italiani.
Perfino nel cuore del Paese aggressore cresce un forte movimento di solidarietà con il popolo aggredito, per la pace, che culmina con la famosa manifestazione del 27 marzo 1966, che vede mobilitarsi oltre 70.000 persone a Washington contro la presidenza Johnson che promuoveva, in quei mesi, un piano militare di una violenza distruttiva senza precedenti.
Finita la guerra e passati gli anni di grande fermento politico di massa anche in Occidente, la storia di Ho Chi Minh e del suo glorioso, piccolo Paese in lotta per la libertà e l’autodeterminazione è purtroppo pressoché sparita dalla scena editoriale italiana.
Per questa ragione, nel cinquantenario della morte dello «zio Ho», Andrea Catone (studioso e storico del movimento operaio) e Alessia Franco (dottoranda in Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari) hanno deciso di curare una nuova edizione degli scritti e dei discorsi del Presidente vietnamita, che riproponesse testi fondamentali, autentici piccoli classici dimenticati, e altri mai tradotti prima in italiano.
La vita di Ho Chi Minh scorre parallela alla storia del suo Paese, passando per lo snodo fondamentale della proclamazione dell’indipendenza dal dominio francese il 2 settembre del 1945. I testi riuniti nella raccolta “Patriottismo e internazionalismo” ripercorrono cinquant’anni di vita e attività rivoluzionaria.
Attraverso gli articoli pubblicati su “l’Humanité”, “le Paria”, “la Vie Ouvrière”, gli appelli al popolo vietnamita e molti altri testi, scopriamo la complessa personalità di una delle figure più importanti della storia del socialismo: uomo politico radicale ma prudente, commentatore acuto e capace di pungente umorismo, diplomatico e dirigente di partito dedito alla causa dell’indipendenza del suo Vietnam e di tutti i Paesi oppressi dal colonialismo, sempre lucidamente consapevole della dimensione internazionale di ogni lotta per l’emancipazione.
“Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-1969” è la raccolta di scritti di Ho Chi Minh più completa attualmente disponibile in lingua italiana, corredata da un’ampia introduzione e da una dettagliata cronologia pensate per accompagnare le lettrici e i lettori che si avvicinano per la prima volta a questo pezzo di storia di cui, oggi più che mai, siamo chiamati a preservare la memoria e raccogliere l’eredità.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)