Per anni le criptovalute sono state raccontate come la promessa di una finanza libera dagli Stati, dalle banche centrali e dagli intermediari tradizionali. Una sorta di territorio digitale dove il denaro avrebbe potuto circolare senza confini e senza controlli. La realtà che emerge dai conflitti degli ultimi anni è decisamente meno libertaria: Bitcoin, stablecoin e altri criptoasset sono diventati anche strumenti della guerra, delle sanzioni e della competizione tra potenze.
È una delle tante contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Una tecnologia presentata come alternativa al sistema finanziario esistente viene progressivamente incorporata nelle sue dinamiche più brutali: finanziare apparati militari, aggirare sanzioni, acquistare equipaggiamenti e trasferire capitali oltre frontiera.
Il primo terreno è quello dell’elusione delle sanzioni. Le sanzioni economiche sono diventate uno degli strumenti centrali attraverso cui le grandi potenze esercitano pressione su Stati considerati ostili. Congelamento di attività, esclusione dai circuiti bancari, limitazioni all’accesso al dollaro e al sistema finanziario internazionale possono colpire pesantemente un’economia.
In questo scenario le criptovalute offrono un canale alternativo. Non sono una bacchetta magica capace di rendere invisibili i capitali – le blockchain possono essere analizzate e le transazioni ricostruite – ma possono complicare il lavoro delle autorità e permettere il trasferimento di valore attraverso reti che sfuggono, almeno in parte, ai circuiti bancari tradizionali.
Le autorità statunitensi hanno individuato e sanzionato reti finanziarie accusate di utilizzare criptovalute in operazioni collegate all’Iran. Il dato politicamente interessante è che la stessa infrastruttura può essere utilizzata da soggetti diversi e per finalità opposte: ciò che per un investitore è un asset speculativo, per un’organizzazione sottoposta a sanzioni può diventare uno strumento per mantenere aperti i propri canali finanziari.
La guerra in Ucraina ha mostrato un’altra faccia del fenomeno: la raccolta immediata di denaro attraverso le criptovalute. Dopo l’invasione russa del febbraio 2022, il governo ucraino e organizzazioni collegate allo sforzo bellico hanno diffuso indirizzi blockchain per ricevere donazioni. Sono stati raccolti decine di milioni di dollari in criptovalute, contribuendo a finanziare diverse necessità legate alla guerra.
Il meccanismo è semplice e politicamente significativo: un soggetto situato in un Paese può trasferire direttamente fondi a un destinatario dall’altra parte del continente senza utilizzare necessariamente un bonifico bancario tradizionale. La frontiera finanziaria si assottiglia, mentre il denaro può essere mobilitato quasi in tempo reale.
Ed è proprio la velocità uno degli aspetti più interessanti per chi opera in un contesto di guerra. Trasferimenti internazionali che attraverso i canali bancari possono richiedere procedure, verifiche e tempi tecnici possono essere sostituiti, in determinate circostanze, da transazioni digitali molto più rapide. Questo rende le criptovalute particolarmente utili quando occorre reperire risorse con urgenza.
Il passaggio successivo è quello dagli asset digitali alle merci. Il denaro raccolto può essere convertito in valuta tradizionale e utilizzato per acquistare attrezzature, dispositivi tecnologici, droni e materiali di varia natura. La criptovaluta diventa così soltanto l’anello iniziale di una catena che termina nel mondo materiale della guerra.
La retorica secondo cui la blockchain avrebbe inaugurato una nuova era di libertà finanziaria mostra allora il suo rovescio. La finanza non viene abolita: viene digitalizzata, accelerata e adattata alle nuove forme della competizione geopolitica.
Questo non significa che le criptovalute siano “la causa” delle guerre. Le guerre nascono da rapporti di potere, interessi economici, rivalità geopolitiche e strategie degli Stati. Ma le infrastrutture finanziarie che permettono di sostenerle cambiano insieme al capitalismo.
Ed è proprio qui che sta la questione politica. Mentre una parte della propaganda cripto continua a presentare la decentralizzazione come sinonimo di emancipazione, la realtà mostra che anche questa tecnologia può essere assorbita dalle logiche dell’accumulazione, delle sanzioni e della guerra. Il capitale non ha bisogno che il denaro sia tradizionale o digitale: ha bisogno che continui a circolare.
La blockchain non ha cancellato l’imperialismo. In alcuni casi, gli ha semplicemente fornito un nuovo strumento.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/10/2026
Criptovalute e guerra: quando la finanza entra nei conflitti
01/10/2026
27/09/2026
Cuba, il crimine è non inginocchiarsi
Trump e Rubio tornano all’attacco di Cuba. E lo fanno con il solito repertorio: accuse, minacce, sanzioni e una montagna di propaganda confezionata a Washington per nascondere una realtà che ormai è impossibile cancellare.
Cuba è sotto assedio
Da più di sessant’anni gli Stati Uniti tentano di piegare un piccolo paese che ha avuto la presunzione di non inginocchiarsi davanti alla principale potenza imperialista del continente. Adesso Rubio racconta che mentre il popolo cubano soffre per la carenza di carburante e per i blackout, i «leader comunisti» accumulerebbero risorse per se stessi, per l’esercito e per gli apparati repressivi, utilizzando il razionamento come strumento di controllo sociale.
Una narrazione comoda. Fin troppo comoda. Perché nella versione di Washington c’è un grande assente: il blocco statunitense.
Scompare l’embargo. Scompaiono le sanzioni. Scompaiono le restrizioni finanziarie. Scompaiono le difficoltà imposte a Cuba per acquistare carburante, tecnologie, componenti industriali e beni necessari al funzionamento della propria economia.
Rimane soltanto la fotografia della crisi. E quella fotografia viene utilizzata come arma politica. È un meccanismo vecchio quanto la guerra economica: si strangola un paese, si osservano le conseguenze dello strangolamento e poi si usa quella sofferenza per dimostrare che il paese non è capace di governarsi.
È esattamente la logica con cui Washington ha trattato Cuba per decenni. Nessuno sostiene che Cuba non abbia problemi interni. Sarebbe ridicolo. L’economia cubana è in difficoltà, le infrastrutture energetiche sono logore e la popolazione affronta sacrifici pesantissimi. Ma proprio per questo la domanda è inevitabile: perché gli Stati Uniti, invece di rimuovere le proprie sanzioni, continuano ad aggiungere pressione a una situazione già drammatica?
La risposta è politica
Il problema di Washington non è soltanto ciò che Cuba fa. È ciò che Cuba rappresenta.
Dal 1959 l’isola ha rotto con il sistema di dipendenza economica e politica costruito dagli Stati Uniti nei decenni precedenti. Ha nazionalizzato interessi economici statunitensi, ha scelto un percorso socialista e ha rivendicato il diritto di decidere autonomamente delle proprie alleanze e del proprio modello sociale.
Per Washington, questo era intollerabile. Cuba doveva essere riportata all’ordine. E l’ordine che si vuole ripristinare non è difficile da immaginare.
Prima della Rivoluzione, l’isola era profondamente subordinata agli interessi statunitensi. L’Avana era una vetrina del turismo internazionale, dei casinò e degli affari che ruotavano attorno al capitale straniero. La mafia statunitense vi aveva costruito interessi enormi. La dittatura di Batista garantiva che quel sistema funzionasse.
Poi arrivò la Rivoluzione. E il giocattolo si ruppe. Da quel momento Cuba è diventata un esempio da cancellare.
Non perché costituisse una minaccia militare per gli Stati Uniti. Non perché avesse la possibilità di invadere la Florida. Ma perché dimostrava che anche un piccolo paese latinoamericano poteva dire no a Washington e continuare a esistere.
È questo che il blocco cerca di spezzare. Trump e Rubio possono chiamarlo «pressione», «sicurezza», «democrazia» o «sostegno al popolo cubano». Le parole cambiano. La politica resta. E la politica è quella di provocare una crisi economica abbastanza profonda da trasformarsi in crisi sociale e, infine, in crisi politica.
Poi arriverà il momento di dire: «Vedete? Il socialismo non funziona». Una profezia che Washington cerca da decenni di realizzare con le proprie mani. È difficile immaginare un’ipocrisia più grande.
Se davvero l’obiettivo fosse il benessere dei cubani, basterebbe una decisione semplicissima: fine del blocco. Lasciare Cuba libera di commerciare, acquistare, vendere, investire, scegliere i propri partner economici. Ma è proprio questa libertà che Washington non vuole concedere. Perché una Cuba libera di commerciare sarebbe anche una Cuba più libera di scegliere.
E il vero scandalo, per l’imperialismo statunitense, è precisamente questo: che Cuba continui a scegliere da sola. Non importa quante sanzioni verranno aggiunte. Non importa quante volte Rubio ripeterà le proprie accuse. Non importa quante volte la macchina della propaganda proverà a trasformare il carnefice in vittima.
La questione rimane elementare.
Cuba ha il diritto di esistere senza chiedere il permesso a Washington. E forse è proprio questo, ancora oggi, il crimine che gli Stati Uniti non riescono a perdonarle.
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26/09/2026
L’asse del Sud globale come risposta al nuovo assedio imperialista
Il nuovo equilibrio mondiale si sta costruendo contemporaneamente in più geografie del Sud globale. Dall’Iran al Messico, dalla Patagonia al Cile, dal Venezuela a Cuba, emerge un tratto comune: la rivendicazione della sovranità nazionale contro le nuove forme di imperialismo politico, economico e militare. Non si tratta di episodi isolati, ma di un processo storico nel quale i BRICS sono chiamati ad assumere una responsabilità ben più ampia di quella economica.
L’aggressione militare statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha rappresentato uno spartiacque. Il silenzio di molte cancellerie e la prudenza di alcuni Paesi emergenti hanno mostrato i limiti dell’attuale architettura multipolare.
Se i BRICS vogliono realmente rappresentare un’alternativa all’ordine unipolare, non possono limitarsi alla cooperazione commerciale o alla costruzione di strumenti finanziari autonomi: devono affermare con chiarezza il principio dell’inviolabilità della sovranità degli Stati e del rifiuto delle guerre di aggressione.
La multipolarità, senza una comune politica di pace e di difesa del diritto internazionale, rischia di ridursi a una semplice redistribuzione del potere economico.
La questione iraniana, dunque, non riguarda soltanto Teheran. Riguarda la possibilità stessa di costruire un ordine internazionale nel quale nessuna potenza possa arrogarsi il diritto di decidere unilateralmente quali governi possano esistere, quali economie possano svilupparsi e quali popoli possano essere sottoposti a sanzioni, bombardamenti o destabilizzazioni.
L’America Latina contro il ritorno della Dottrina Monroe
Questo stesso conflitto attraversa oggi l’America Latina. Il Messico di Claudia Sheinbaum ha lanciato un messaggio destinato a tutta la regione. La decisione di Washington di classificare i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche non può diventare il pretesto giuridico per interventi militari oltre frontiera. Dietro la retorica della sicurezza si cela infatti il rischio della riattivazione della storica dottrina dell’intervento negli affari interni dei Paesi latinoamericani.
La risposta messicana difende non soltanto il proprio territorio, ma un principio fondamentale del diritto internazionale che riguarda l’intero continente: nessuna emergenza, neppure quella legata alla criminalità organizzata, può trasformarsi in una licenza per violare la sovranità di uno Stato.
La vecchia Dottrina Monroe sembra così riaffacciarsi in forme nuove. Non più soltanto attraverso invasioni militari dirette, ma mediante pressioni economiche, sanzioni, operazioni di destabilizzazione, controllo delle risorse strategiche e costruzione di governi politicamente subordinati agli interessi statunitensi.
Patagonia e Cile, la nuova frontiera geopolitica
Più a sud, la Patagonia e il Cile rappresentano un’altra frontiera della contesa geopolitica. Non è soltanto uno scontro elettorale tra destra e sinistra: è il confronto fra due modelli di sviluppo e di sovranità.
L’avanzata dell’ultradestra, incarnata dall’asse ideologico che lega Javier Milei in Argentina e José Antonio Kast in Cile all’eredità politica del pinochettismo, propone un modello fondato sulla privatizzazione delle risorse naturali, sulla finanziarizzazione dei beni comuni e su un forte allineamento agli interessi geopolitici occidentali.
In gioco vi sono il litio, l’acqua, le immense riserve energetiche, le terre rare, le risorse minerarie e le rotte australi che fanno della Patagonia uno dei territori strategicamente più importanti del XXI secolo. La difesa della sovranità latinoamericana passa dunque anche dalla capacità dei popoli di impedire che le proprie ricchezze naturali vengano trasformate in una riserva strategica al servizio delle grandi multinazionali e delle potenze imperialiste.
Le lotte per la sovranità energetica, per la difesa dei territori indigeni e per il controllo pubblico delle materie prime si intrecciano così con i processi di integrazione latinoamericana promossi da ALBA, CELAC e BRICS.
Il Venezuela e il tradimento del chavismo
Dentro questo scenario non si può ignorare la drammatica parabola del Venezuela, soprattutto dopo l’attacco imperialista del 3 gennaio, il rapimento di Nicolás Maduro e Cilia Flores e le successive concessioni della vicepresidente ad interim Delcy Rodríguez al governo degli Stati Uniti.
Quello che appare sempre più evidente è il rischio di un tradimento del progetto originario del chavismo da parte di una nuova direzione politica che, in nome della necessità di sopravvivere alla crisi, sembra accettare compromessi sempre più profondi con Washington. Gli accordi energetici recentemente conclusi con gli Stati Uniti, accompagnati da una crescente apertura del settore petrolifero al capitale straniero, pongono una questione politica che va ben oltre la gestione dell’emergenza economica.
Il problema non è soltanto economico, ma riguarda l’identità stessa della Rivoluzione bolivariana. Il chavismo era nato come progetto di sovranità nazionale, redistribuzione della ricchezza, controllo pubblico delle risorse strategiche e costruzione di un’America Latina autonoma dagli Stati Uniti. Se oggi, dopo anni di scontro e di resistenza, la nuova leadership venezuelana accetta una subordinazione crescente agli interessi energetici e geopolitici di Washington, il rischio è che venga svuotato proprio il significato storico della lotta di Hugo Chávez.
Non si tratta di negare la necessità di riaprire relazioni internazionali, attirare investimenti o rilanciare l’economia venezuelana. Una cosa è utilizzare la diplomazia per rompere l’isolamento e ottenere margini di manovra; altra cosa è trasformare la necessità in una nuova dipendenza. È questa la linea di demarcazione sulla quale si misura oggi la fedeltà al chavismo.
Portare il nome di Chávez non significa necessariamente portare avanti il suo progetto. Il vero lascito della Rivoluzione bolivariana dovrebbe essere la difesa della sovranità, dell’indipendenza economica, dell’integrazione latinoamericana e del diritto del popolo venezuelano a decidere autonomamente il proprio destino.
Cuba e Iran, due fronti della stessa aggressione
Cuba e Iran vivono due forme diverse della medesima aggressione: l’una attraverso il bloqueo economico genocida, mediante sanzioni, minacce militari e destabilizzazione, e l’altro attraverso dure sanzioni economiche e una guerra militare di sterminio, che sta vedendo una grande resistenza e gli Stati Uniti impantanati in un nuovo Vietnam. La risposta deve essere comune, politica e organizzata all’interno del progetto multipolare dei BRICS.
È proprio questo il punto che deve essere compreso quando si parla di Sud globale. Non siamo davanti a crisi separate, ma a differenti manifestazioni di una stessa struttura di potere. Cuba viene strangolata economicamente perché ha scelto un modello politico indipendente; l’Iran viene colpito perché occupa una posizione strategica decisiva nella costruzione del nuovo equilibrio multipolare. In entrambi i casi, la posta in gioco è la sovranità.
Per questo il silenzio dei BRICS davanti alle aggressioni contro i Paesi che resistono all’ordine unipolare non può diventare la normalità. La costruzione di un mondo multipolare richiede una solidarietà politica concreta, capace di trasformare la cooperazione economica in uno strumento di protezione collettiva.
Cuba, il bloqueo e l’assedio alla Rivoluzione
Cuba non sta semplicemente affrontando una crisi economica. Sta resistendo a un genocidio economico, costruito attraverso oltre sessant’anni di bloqueo statunitense e oggi aggravato dalla complicità politica e finanziaria dell’Unione Europea, che continua ad allinearsi alle sanzioni extraterritoriali di Washington invece di difendere realmente il diritto internazionale e la sovranità dei popoli.
Il blocco non è una semplice misura diplomatica: è un’arma di guerra economica. Colpisce il diritto alla salute, all’alimentazione, all’energia, ai trasporti, alla ricerca scientifica e allo sviluppo. È una delle forme più sofisticate dell’imperialismo contemporaneo, perché tenta di piegare un popolo attraverso la scarsità, l’isolamento finanziario e la privazione delle risorse necessarie alla vita quotidiana.
La Rivoluzione cubana ha compreso da tempo che la sicurezza nazionale non coincide soltanto con le armi. Difendere la sovranità significa garantire scuole, ospedali, energia, ricerca e produzione alimentare. È precisamente questo che il bloqueo tenta di impedire.
Le parole di Abel Prieto, secondo cui “combattiamo contro un nemico molto potente, ma non onnipotente”, sintetizzano la consapevolezza di un popolo che continua a resistere nonostante l’enorme pressione esterna. Cuba continua a produrre cultura, medicina, solidarietà internazionale e dignità, dimostrando che la resistenza non è soltanto militare, ma anche sociale, culturale e politica.
Cuba verso i BRICS
In questa prospettiva, la richiesta cubana di ottenere il sostegno della Russia per entrare a pieno titolo nei BRICS assume un’importanza strategica. Cuba è già Paese partner del gruppo e punta a trasformare questa relazione in una vera integrazione politica ed economica.
L’Avana ha inoltre indicato nella nuova fase di apertura economica un elemento favorevole all’integrazione nel gruppo, sostenendo che le riforme possano creare maggiori opportunità per gli investimenti esteri e per una cooperazione più stretta con le economie dei BRICS.
L’ingresso pieno nei BRICS consentirebbe a Cuba di rafforzare i propri legami economici e finanziari con un insieme di Paesi che rappresenta una parte crescente dell’economia mondiale e che può offrire strumenti alternativi rispetto ai circuiti finanziari dominati dal dollaro.
Ma l’obiettivo non può essere soltanto quello di trovare nuovi investitori. Per Cuba, l’integrazione nei BRICS dovrebbe rappresentare soprattutto la possibilità di spezzare progressivamente l’isolamento imposto dal bloqueo e di costruire nuove relazioni economiche fondate sulla cooperazione e sulla reciprocità.
Il Sud globale davanti alla scelta decisiva
Dall’Iran al Messico, dal Venezuela a Cuba, dalla Patagonia al Cile, il Sud globale si trova davanti a una scelta decisiva. Da una parte c’è la possibilità di continuare a essere frammentato, sottoposto alle pressioni delle grandi potenze e costretto a negoziare individualmente con un sistema internazionale ancora dominato dagli Stati Uniti. Dall’altra c’è la possibilità di trasformare la multipolarità in un progetto politico concreto.
I BRICS rappresentano oggi il principale spazio nel quale questa trasformazione può prendere forma. Ma per farlo devono superare la dimensione esclusivamente economica e diventare uno strumento politico di difesa della sovranità dei popoli.
Non basta parlare di multipolarismo: occorre praticarlo. Significa creare sistemi finanziari alternativi, rafforzare la cooperazione energetica e alimentare, sviluppare sistemi di pagamento indipendenti dai circuiti dominati dal dollaro, sostenere i Paesi sottoposti a sanzioni e aggressioni e costruire una posizione comune contro le guerre di aggressione.
Salvare Cuba significa difendere un principio universale
Chi pensa che la questione cubana riguardi soltanto i cubani commette un errore storico. Se il bloqueo può continuare impunemente contro Cuba, domani qualunque Paese che rifiuti l’egemonia occidentale potrà essere sottoposto agli stessi strumenti di strangolamento economico.
La questione cubana diventa quindi una questione universale. Difendere Cuba significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere condannato alla fame, alla scarsità e all’isolamento perché ha scelto un percorso politico diverso da quello imposto dalle potenze dominanti.
Cuba, Iran, Venezuela e le altre realtà del Sud globale non chiedono un nuovo imperialismo che sostituisca quello precedente. Chiedono la possibilità di essere sovrani. È questa la vera sostanza della battaglia multipolare.
I BRICS hanno davanti a sé una responsabilità storica: trasformare la forza economica dei nuovi equilibri mondiali in una forza politica capace di difendere la pace, il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.
Il Sud globale non vuole semplicemente un posto al tavolo dell’ordine esistente. Vuole contribuire a costruirne uno nuovo. E la partita decisiva si gioca oggi proprio sulla capacità di trasformare la solidarietà tra i popoli in un progetto politico organizzato, autonomo e realmente multipolare.
Fonte
24/09/2026
Vertice dei BRICS+: tra promesse e contraddizioni
Il 18° Vertice dei BRICS, tenutosi a Nuova Delhi dal 12 al 13 settembre, si è svolto in un contesto di eccezionale intensificazione delle contraddizioni internazionali. Le guerre nell’Asia occidentale, le sanzioni unilaterali, le barriere tariffarie e l’uso della finanza e della tecnologia come armi hanno messo in evidenza il carattere fondamentalmente diseguale dell’ordine internazionale dominato dall’imperialismo.
In questo contesto, la continua espansione dei BRICS riflette il desiderio dei Paesi in via di sviluppo di raggiungere una maggiore autonomia strategica e un sistema più democratico di governance globale. Allo stesso tempo, il vertice ha dimostrato che i BRICS+ restano un raggruppamento eterogeneo, i cui membri differiscono sostanzialmente per allineamenti politici e interessi economici.
La Dichiarazione di Nuova Delhi, frutto del vertice, ha ribadito la richiesta di una riforma delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e del sistema commerciale multilaterale. Si è opposta alle sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto un maggiore ricorso al commercio nelle valute nazionali.
La dichiarazione ha inoltre appoggiato una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni le cui regole continuano a essere determinate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste posizioni assumono un’importanza concreta in un momento in cui Washington ricorre sempre più a sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni e controllo dei sistemi di pagamento per disciplinare i Paesi che rifiutano di accettare le sue direttive.
Ambiguità
Tuttavia, il linguaggio attentamente negoziato della dichiarazione ha anche rivelato i limiti dell’allargamento dell’organizzazione. I BRICS+ comprendono ora Paesi sottoposti a una pressione occidentale costante, come Russia e Iran, così come gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati che mantengono ampi legami economici e di sicurezza con l’Occidente.
Di conseguenza, il consenso può essere mantenuto soltanto attraverso formulazioni che riconoscano i conflitti senza identificarne sempre le cause politiche. Questa ambiguità è stata particolarmente evidente nel trattamento riservato dal vertice alla guerra sempre più estesa nell’Asia occidentale e alla posizione assunta dall’Iran.
Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha approfittato del vertice per denunciare le sanzioni unilaterali e la guerra di aggressione contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha sottolineato, correttamente, che la resilienza economica non può essere separata dalla pace, dalla sovranità e dalla sicurezza.
L’Iran ha inoltre sostenuto il commercio nelle valute nazionali, un maggiore utilizzo della Nuova Banca di Sviluppo e la costruzione di corridoi indipendenti per i trasporti e l’energia (come ha già fatto attraverso il Pakistan, che ha fornito sei rotte terrestri per consentire alle merci cinesi e russe di entrare in Iran).
Per un Paese sottoposto a decenni di sanzioni, all’esclusione dalle reti finanziarie occidentali e a ripetute minacce di cambio di regime, l’appartenenza ai BRICS+ rappresenta un’importante opportunità diplomatica ed economica.
La posizione dell’Iran, tuttavia, presenta una marcata ambiguità. Teheran presenta i BRICS+ come uno strumento per resistere all’unilateralismo e difendere la sovranità. Allo stesso tempo, deve cercare un accordo con gli Stati vicini del Golfo, molti dei quali sono profondamente integrati con il capitale e gli accordi di sicurezza occidentali.
L’Iran ha firmato una dichiarazione che chiedeva moderazione e de-escalation, mentre accusava Stati Uniti e Israele di aggressione e difendeva le proprie azioni di ritorsione. La sua posizione combattiva nei confronti della pressione imperialista si combina quindi con uno sforzo pragmatico per evitare l’isolamento regionale, ottenere un allentamento delle sanzioni e preservare i canali negoziali.
Questo non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’incoerenza. L’Iran si trova ad affrontare una coalizione militare e finanziaria di gran lunga superiore alle proprie forze e deve muoversi all’interno di severe limitazioni. Ma ciò illustra anche il problema più ampio che i BRICS+ devono affrontare.
L’opposizione al dominio occidentale non genera automaticamente un programma coerente di natura antimperialista. Gli Stati partecipanti sono Stati capitalisti che perseguono i rispettivi interessi nazionali. Le loro classi dominanti possono opporsi a determinati aspetti dell’egemonia statunitense, pur rimanendo disponibili a raggiungere accordi con la finanza globale o con potenze regionali reazionarie.
Di conseguenza, i BRICS+ costituiscono un terreno di confronto all’interno dell’ordine mondiale in trasformazione, non un’alternativa già costituita all’imperialismo.
Partner
L’evento politico più significativo del vertice per l’Asia è stato l’incontro tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping. La prima visita di Xi in India dopo sette anni ha confermato il graduale miglioramento delle relazioni a partire dagli accordi di ritiro militare avviati nel 2024.
I due leader hanno concordato che India e Cina dovrebbero considerarsi partner anziché rivali e affrontare le relazioni bilaterali da una prospettiva strategica di lungo periodo. Hanno inoltre discusso della questione dei confini, del commercio, dell’accesso ai mercati e dei problemi delle catene di approvvigionamento.
Qualsiasi miglioramento duraturo nelle relazioni tra India e Cina dovrebbe essere accolto positivamente. Il prolungato confronto seguito allo scontro nella valle di Galwan del 2020 ha danneggiato entrambi i Paesi, ha aumentato la spesa militare e ha rafforzato gli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere l’India nella propria strategia indo-pacifica. Washington ha cercato costantemente di trasformare l’India in un contrappeso strategico alla Cina attraverso il Quad e l’espansione della cooperazione militare e tecnologica.
Pertanto, un confronto continuo tra India e Cina avvantaggia molto più la strategia degli Stati Uniti che gli interessi delle popolazioni indiana e cinese.
La pace e la tranquillità lungo la Linea di Controllo Effettivo restano indispensabili. Gli accordi sul ritiro delle truppe devono essere seguiti da un impegno costante sul piano diplomatico e militare, dalla chiarificazione delle aree contese e dalla rigorosa osservanza degli accordi esistenti.
Non si dovrebbe permettere né alla retorica nazionalista né alla costruzione competitiva di infrastrutture di provocare un nuovo confronto. Le differenze sul confine non possono essere ignorate, ma possono e devono essere gestite senza subordinare l’intera relazione a una rivalità militarizzata.
Le relazioni economiche presentano una contraddizione altrettanto difficile. La Cina è uno dei maggiori partner commerciali dell’India e un’importante fonte di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, apparecchiature per le energie rinnovabili e altri fattori produttivi industriali.
Tuttavia, l’enorme deficit commerciale dell’India nei confronti della Cina riflette sia la debolezza del settore manifatturiero indiano sia gli ostacoli che le esportazioni indiane incontrano sul mercato cinese.
Per affrontare questo squilibrio sono necessari un migliore accesso al mercato, investimenti cinesi realizzati in condizioni trasparenti e, soprattutto, una politica industriale indiana capace di sviluppare la capacità produttiva nazionale. Negli ultimi sei mesi, il commercio bilaterale è aumentato vertiginosamente.
L’approccio del governo Modi ha alternato la dipendenza dalle importazioni cinesi e le restrizioni, motivate politicamente, agli investimenti e alla tecnologia cinesi. La sua retorica del “China plus one” non può nascondere il fallimento delle proprie politiche nel generare un’industrializzazione di ampia base. Neppure un più stretto allineamento strategico con gli Stati Uniti può fornire all’India una base manifatturiera indipendente.
Gli Stati Uniti cercano un accesso privilegiato al mercato indiano, mentre ricorrono a dazi, restrizioni tecnologiche e pressioni politiche ogni volta che le politiche indiane si discostano dai loro interessi. L’incoerenza del governo Modi emerge soprattutto dalla sua incapacità di elaborare realmente un’agenda nazionale di sviluppo che sfrutti il dinamismo dell’economia cinese e prenda le distanze da un’America sempre più orientata verso il nazionalismo economico.
La Cina, da parte sua, deve riconoscere che relazioni stabili richiedono sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dell’India. Tra queste vi sono la questione irrisolta del confine, l’accesso diseguale ai mercati e lo squilibrio commerciale.
La considerevole asimmetria tra le due economie rende particolarmente importante la reciprocità. L’appello di Pechino alla collaborazione acquisterà significato soltanto quando sarà accompagnato da misure concrete che consentano a beni e servizi indiani di entrare nel mercato cinese e impediscano che le tensioni sul confine finiscano ripetutamente per oscurare il dialogo politico.
La cooperazione tra India e Cina conferirebbe ai BRICS+ un peso molto maggiore nella lotta per la democratizzazione dell’ordine internazionale. Insieme, i due Paesi rappresentano più di un terzo dell’umanità.
La loro cooperazione potrebbe favorire la riforma delle istituzioni internazionali, il finanziamento di politiche a vantaggio del clima, lo scambio di tecnologie, le iniziative di sanità pubblica e un sistema commerciale più equo. Al contrario, un nuovo confronto paralizzerebbe i BRICS+ e consentirebbe alle potenze esterne di sfruttare le divisioni presenti in tutta l’Asia.
Pertanto, l’India dovrebbe seguire una politica estera indipendente basata sulla coesistenza pacifica e non partecipare a un progetto statunitense volto a contenere la Cina.
Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto proposte per la continuità istituzionale, una cooperazione finanziaria più solida e una maggiore resilienza tra le economie in via di sviluppo. Tuttavia, le dichiarazioni avranno un valore limitato se non verranno tradotte in accordi concreti.
La Nuova Banca di Sviluppo dovrebbe ampliare i prestiti nelle valute nazionali e dare priorità alle infrastrutture socialmente necessarie, anziché riprodurre le condizioni e l’orientamento aziendale della Banca Mondiale. I meccanismi di pagamento transfrontalieri dovrebbero essere sviluppati in modo trasparente, senza creare nuove forme di dominio da parte delle economie più forti dei BRICS.
Le forti dichiarazioni a sostegno della Rivoluzione cubana e delle aspirazioni all’autodeterminazione del popolo palestinese dovranno trovare un’applicazione concreta. Riusciranno i BRICS+ a trovare un modo per rompere il crudele e illegale embargo degli Stati Uniti contro Cuba? E i BRICS+ offriranno sostegno alla riattivazione della vita politica palestinese?
I BRICS+ incarnano sia il movimento verso un nuovo equilibrio mondiale sia tutte le contraddizioni di tale movimento. Il cauto riavvicinamento tra India e Cina è un esempio di questa contraddizione, poiché combina il riconoscimento della reciproca dipendenza con una sfiducia strategica ancora irrisolta.
Il futuro dei BRICS+ dipenderà dalla capacità di gestire pacificamente tali contraddizioni e dal fatto che la cooperazione produca benefici tangibili per i lavoratori, invece di limitarsi ad ampliare il margine di manovra delle classi dominanti nazionali.
Per l’India, la strada da seguire è chiara: ristabilire relazioni normali e pacifiche con la Cina, resistere all’inserimento nella strategia militare degli Stati Uniti, opporsi all’aggressione e alle sanzioni unilaterali contro l’Iran e lavorare per un ordine multilaterale autenticamente democratico.
Ci sarà un nuovo equilibrio mondiale soltanto quando il dominio imperialista verrà limitato e aumenteranno la sovranità e le possibilità di sviluppo dei popoli. Il vertice di Nuova Delhi ha segnato un ulteriore passo in questa controversa transizione, ma la direzione e il contenuto sociale dell’ordine emergente rimangono oggetto di lotta politica.
Fonte
17/09/2026
Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile
di Luciano Vasapollo
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo e che l’imperialismo tenta accuratamente di cancellare: perché gli Stati Uniti e i loro alleati non attaccano soltanto Cuba, la Palestina, il Vietnam o la Cina, ma colpiscono con tanta violenza l’idea stessa del partito comunista? La risposta è semplice quanto decisiva. Il vero bersaglio non è un governo, ma la possibilità che esista un’alternativa organizzata al capitalismo.
Viviamo nell’epoca della crisi sistemica del capitale: crisi economica, finanziaria, ambientale, energetica e militare. Il capitalismo non riesce più a riprodurre sé stesso se non attraverso la guerra permanente e la distruzione dei diritti sociali. In questo scenario la questione centrale non è soltanto la resistenza dei popoli, ma il soggetto politico capace di trasformare quella resistenza in progetto storico. È qui che ritorna, con straordinaria attualità, la funzione del partito rivoluzionario.
Perché l’imperialismo teme il partito rivoluzionario
Donald Trump e Marco Rubio hanno dichiarato apertamente che il loro obiettivo non è esclusivamente Cuba. La loro offensiva è diretta contro tutto ciò che continua a rappresentare una forma organizzata di socialismo e di potere popolare. L’assedio economico contro L’Avana, il genocidio del popolo palestinese, le sanzioni contro i paesi antimperialisti e persino la criminalizzazione dei movimenti di solidarietà in Europa fanno parte di un’unica strategia: distruggere materialmente e ideologicamente l’ipotesi socialista.
Non è un caso che vengano accusati di terrorismo anche i movimenti che manifestano per la Palestina o per Cuba. L’imperialismo sa che una società può sopportare molte crisi, ma non può tollerare l’esistenza di una soggettività collettiva capace di organizzare il conflitto di classe. Per questo il partito rivoluzionario diventa il nemico principale.
Dove resiste il socialismo
L’esperienza storica degli ultimi decenni offre una lezione che la sinistra occidentale ha troppo spesso rimosso. I processi rivoluzionari hanno retto laddove è esistita una forte direzione politica esercitata da partiti comunisti organizzati. Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista.
Al contrario, molti processi di straordinaria rottura antimperialista in America Latina si sono progressivamente indeboliti. Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela hanno dimostrato che la conquista del governo non coincide automaticamente con la costruzione del potere. Quando manca un partito rivoluzionario radicato nella classe, la tattica finisce per sostituire la strategia e il compromesso diventa progressivamente capitolazione.
Il problema, dunque, non riguarda il nome del partito, ma la sua funzione storica.
Togliatti e il significato del Partito Nuovo
Per comprendere questa funzione è necessario tornare a Palmiro Togliatti, liberandolo tanto dalla lettura socialdemocratica quanto dalla caricatura settaria. Il “Partito Nuovo” non rappresentava una rinuncia alla rivoluzione, ma il tentativo di tradurre il leninismo nelle condizioni concrete dell’Italia uscita dalla Resistenza.
Nel 1944 Togliatti scriveva su Rinascita che un partito non può liberarsi del proprio passato perché è figlio della propria storia. È una riflessione di enorme profondità politica. Nessuna organizzazione rivoluzionaria nasce dal nulla: vive dell’accumulazione teorica, culturale e morale delle lotte precedenti. Chi recide questo legame con la memoria non costruisce il futuro, ma prepara la sconfitta.
La filosofia della prassi gramsciana diventa allora il terreno sul quale teoria e realtà si incontrano. Il partito non è un apparato elettorale né una semplice coalizione di opinioni. È il luogo in cui l’elaborazione teorica si trasforma in organizzazione della classe e in progetto di trasformazione della società.
Il partito per la costruzione del socialismo: un futuro che non può forzare l’orizzonte
La riflessione di Palmiro Togliatti, anche attraverso lo scritto del 1958, conserva una particolare attualità proprio perché pone al centro una questione che ogni progetto di trasformazione sociale è costretto ad affrontare: quale debba essere la funzione storica del partito politico rivoluzionario. Non si tratta semplicemente di costruire uno strumento elettorale o un’organizzazione capace di rappresentare una parte della società, ma di comprendere il rapporto complesso tra partito, classe, masse popolari e costruzione del socialismo. Il partito, nella prospettiva togliattiana, non può essere separato dal processo storico concreto nel quale agisce: deve essere capace di interpretare i rapporti di forza, di organizzare il conflitto, di costruire coscienza e, nello stesso tempo, di individuare le condizioni materiali attraverso le quali una trasformazione può realmente diventare possibile.
È proprio qui che assume un’importanza decisiva la distinzione tra strategia e tattica. La strategia indica l’orizzonte storico, il progetto generale di trasformazione della società e dei rapporti di produzione; la tattica riguarda invece le forme concrete attraverso le quali, in una determinata fase, si costruiscono rapporti di forza favorevoli al raggiungimento dell’obiettivo. Confondere i due livelli significa correre due rischi opposti e ugualmente pericolosi. Da una parte il riformismo, che finisce per trasformare la tattica in un fine permanente e rinuncia progressivamente alla prospettiva della trasformazione sociale; dall’altra il massimalismo, che pretende di realizzare immediatamente l’obiettivo strategico senza misurarsi con le condizioni reali, con i rapporti di forza e con il livello effettivo della coscienza e dell’organizzazione delle classi popolari.
In questo senso, il problema del tempo storico è centrale. Un progetto rivoluzionario non può “forzare l’orizzonte”, perché nessuna trasformazione profonda può essere semplicemente decretata dalla volontà soggettiva di un’organizzazione politica. La storia non procede secondo calendari prestabiliti. Il compito di un partito rivoluzionario è, piuttosto, quello di preparare le condizioni affinché ciò che oggi appare difficile o impossibile possa diventare domani concretamente praticabile. Significa lavorare nel presente senza perdere la prospettiva del futuro, costruire organizzazione, accumulare forze, sviluppare coscienza politica e sociale, saldare le lotte immediate a una prospettiva generale di cambiamento.
Questa impostazione assume un significato particolare di fronte alla crisi contemporanea della sinistra. La dissoluzione o l’indebolimento delle organizzazioni politiche capaci di rappresentare in maniera autonoma il lavoro, i ceti popolari e le classi subalterne ha prodotto un vuoto che non può essere colmato soltanto attraverso campagne elettorali, leadership individuali o aggregazioni occasionali. La crisi della sinistra non è infatti soltanto una crisi elettorale: è una crisi di funzione storica, di rappresentanza, di capacità organizzativa e, soprattutto, di elaborazione strategica. Per questo torna a essere decisiva la necessità di una funzione politica rivoluzionaria organizzata, capace di ricostruire un rapporto stabile tra teoria e pratica, tra conflitto sociale e organizzazione politica, tra bisogni immediati delle masse e prospettiva di trasformazione.
Il partito, dunque, non può sostituirsi alla classe e neppure pretendere di parlare in suo nome dall’esterno dei processi sociali. Deve essere uno strumento della sua organizzazione e della sua crescita politica. La costruzione del socialismo non può essere ridotta a un atto istituzionale né a una semplice conquista del governo: è un processo storico nel quale cambiano progressivamente i rapporti di potere, le strutture economiche, le forme della proprietà, le relazioni sociali e la stessa coscienza collettiva. Da questo punto di vista, il partito rivoluzionario è chiamato a svolgere una funzione di direzione politica senza trasformarsi in un apparato separato dalla società.
Anche il rapporto tra via nazionale al socialismo e internazionalismo deve essere letto alla luce di questa concezione. La specificità delle condizioni nazionali non significa chiusura nazionalistica. Ogni processo rivoluzionario nasce necessariamente dentro una determinata formazione economica e sociale, con una propria storia, una propria struttura produttiva, una propria composizione di classe e specifici rapporti di forza. Ma nessuna trasformazione socialista può essere pensata oggi come un processo isolato. Il capitalismo è un sistema mondiale e, di conseguenza, anche la risposta delle forze del lavoro e dei popoli deve assumere una dimensione internazionale. La via nazionale non è dunque l’opposto dell’internazionalismo: è la forma concreta attraverso cui una strategia generale di emancipazione si misura con condizioni storiche determinate.
È questo uno degli insegnamenti che la riflessione togliattiana può offrire alla fase attuale. Di fronte alla trasformazione degli equilibri geopolitici, alla crisi del modello neoliberista, alla crescita delle disuguaglianze e alla ridefinizione dei rapporti tra Nord e Sud globale, diventa necessario un soggetto politico capace di leggere la fase senza cadere né nell’illusione riformista di poter modificare il sistema semplicemente amministrandolo, né nella tentazione massimalista di proclamare una rottura immediata priva delle condizioni materiali e organizzative per sostenerla.
La questione, allora, non è scegliere tra gradualismo e rivoluzione, ma costruire una strategia rivoluzionaria capace di attraversare il tempo storico. Significa comprendere che ogni conquista sociale, ogni lotta per il salario, per il lavoro, per la pace, contro la guerra e contro lo sfruttamento, ogni processo di emancipazione dei popoli può diventare parte di un progetto più generale soltanto quando viene collegato a una capacità politica organizzata. Il futuro socialista non può essere imposto all’orizzonte prima che maturino le condizioni per raggiungerlo; ma proprio per questo occorre un partito capace di lavorare affinché quell’orizzonte, anziché allontanarsi indefinitamente, possa progressivamente diventare realtà.
La malattia della sinistra: tattica senza strategia
La crisi contemporanea di molti partiti comunisti nasce da un errore fondamentale: aver trasformato la strategia in tattica. Si rincorrono le emergenze istituzionali, le alleanze elettorali, i compromessi parlamentari e perfino le mode culturali, dimenticando il problema essenziale dell’esercizio del potere.
All’estremo opposto prospera un massimalismo sterile, fatto di parole radicali e di totale impotenza politica. È lo pseudo-estremismo che sostituisce l’organizzazione con la testimonianza e la rivoluzione con la retorica.
Entrambe le derive conducono allo stesso risultato: l’abbandono della funzione dirigente della classe lavoratrice.
La politica con la P maiuscola non consiste nel commentare la crisi dei partiti; consiste nel costruire il partito capace di guidare democraticamente un blocco storico di trasformazione. Senza questa prospettiva, la protesta rimane spontaneità e il governo diventa amministrazione dell’esistente.
La via nazionale nell’internazionalismo
Parlare oggi di via nazionale al socialismo non significa chiudersi dentro i confini geografici. Significa comprendere che ogni processo rivoluzionario nasce da condizioni materiali specifiche, pur appartenendo a un medesimo orizzonte internazionalista.
Per l’Europa questo implica una riflessione nuova. La classe lavoratrice italiana, francese, spagnola o tedesca condivide ormai uno spazio economico e politico comune. La costruzione del partito rivoluzionario deve quindi saper coniugare radicamento territoriale e visione continentale, facendo dell’internazionalismo non una formula astratta, ma una pratica concreta di organizzazione.
È precisamente questa la lezione che unisce Lenin, Gramsci e Togliatti: il partito è avanguardia perché interpreta le contraddizioni reali della società e organizza le energie popolari in un progetto di emancipazione.
La necessità dell’oggi
La questione decisiva del nostro tempo non è se il capitalismo entrerà in crisi: vi è già entrato. La vera domanda è quale soggetto sarà capace di governare la transizione storica che si apre davanti a noi.
Di fronte alla barbarie della guerra mondiale permanente, al riarmo, alla finanziarizzazione dell’economia e alla distruzione dello Stato sociale, il partito rivoluzionario torna a essere una necessità storica, non una nostalgia del Novecento. Esso deve formare nuovi quadri, costruire democrazia di classe, elaborare cultura critica e trasformare la partecipazione popolare in potere politico.
L’imperialismo attacca Cuba perché teme ciò che Cuba rappresenta: la continuità di una soggettività socialista organizzata. Attacca il Vietnam e la Cina per la medesima ragione. E criminalizza chi, in Occidente, tenta di ricostruire una coscienza comunista.
La funzione storica del partito rivoluzionario consiste dunque nel tenere uniti ciò che il capitalismo vorrebbe separare: teoria e prassi, masse e direzione politica, democrazia e socialismo, memoria e futuro. Perché la storia non cambia spontaneamente. Cambia quando una classe diventa soggetto organizzato della propria liberazione.
Fonte
13/09/2026
Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti
Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.
Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.
“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.
In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.
La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.
La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.
La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.
Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.
Non siamo rimasti delusi.
Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra
Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.
Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.
Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.
Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.
Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.
La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.
L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.
Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.
Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.
Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.
La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.
Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.
Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.
Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.
Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran
Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.
Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali.
1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde
La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.
Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.
Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.
2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base
La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.
Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.
La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.
Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.
La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.
3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione
Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.
Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.
Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.
Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.
La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.
La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran
Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.
Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.
La ricostruzione postbellica
L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.
Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.
Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.
Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.
Normalizzazione del condotto energetico
Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.
Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.
I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.
Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione
La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.
Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.
Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.
Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.
Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori
Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.
Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.
È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.
In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.
Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.
Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.
Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.
Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.
Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.
Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.
Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA
Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.
In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.
Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.
L’uscita degli USA e l’entrata della Cina
Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.
Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.
ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.
Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.
Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.
Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026
La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.
Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.
Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.
A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.
Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”
Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.
In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.
In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.
Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.
Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.
Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.
Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica
La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.
A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.
Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.
Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza
In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.
Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.
Estrazione di minerali critici ed energia
Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.
Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.
La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.
Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.
Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)
Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.
La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.
La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.
Influenza diplomatica
Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.
Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.
La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti
I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.
Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.
Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.
Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali.
1. Il vantaggio della “non interferenza”
Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.
Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.
Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.
Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.
Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.
2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale
Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.
La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.
In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.
Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.
3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare
Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.
Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.
La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.
Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.
Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.
4. Distrazione geopolitica
Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.
L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.
Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.
I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.
Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.
Conclusione
In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.
La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.
L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.
Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.
L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.
Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.
Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.
Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.
La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.
Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.
In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.
Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.
In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.
In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.
È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.
Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.
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Lettera ad un cittadino statunitense, dopo l’11 settembre
Cosa si prova? Cosa si prova quando l’orrore divampa nel tuo cortile e non nel soggiorno del vicino?
Cosa si prova davanti a quella paura che ti attanaglia il petto, a quel panico incorniciato nel rumore assordante, alle fiamme senza controllo, ai palazzi che crollano, a quello spaventoso fetore che trafigge i polmoni, davanti agli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e di ceneri?
Cosa si prova, quando arriva nella tua casa l’incertezza su quello che potrebbe succedere? Come si esce da questo stato di shock? Lo stesso nel quale deambulavano immersi, nell’agosto del 45’, i sopravvissuti di Hiroshima.
Nulla è rimasto in piedi dopo che il bombardiere nord-americano Enola Gay ebbe scaricato la bomba. Nel giro di pochi secondi morivano 80.000 uomini, donne e bambini. Altrettanti sarebbero deceduti negli anni che seguirono, a causa delle radiazioni.
Ma quella era una guerra lontana e non c’era nemmeno la televisione.
Come ti senti oggi, quando le terribili immagini della televisione ti dicono che quel che sta succedendo non accadde in una terra lontana ma nella tua casa?
Un altro undici di settembre, ma di 28 anni fa, fu assassinato un Presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva ad un colpo di stato organizzato dai tuoi governanti.
Furono anch’essi tempi di orrore, ma succedevano in un posto molto distante dalla tua linea di confine, in un’ignota repubblichetta sudamericana.
Queste repubblichette sostavano nel tuo cortile interno e non ti sei mai preoccupato quando i tuoi marines entravano in esse, mettendo tutto a ferro e fuoco, per imporre i tuoi punti di vista.
Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese portò a termine 73 invasioni in paesi dell’America Latina? Le vittime furono Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panamà, Haitì, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana, Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Granada.
È da quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Dall’inizio del ventesimo secolo, non c’è stato un conflitto armato nel Mondo nel quale il tuo Pentagono non fosse coinvolto. Certo, le bombe allora esplodevano sempre al di fuori del tuo territorio, con la sola eccezione di Pearl Harbor, quando l’aviazione giapponese bombardò la settima flotta, nel 1941.
Ma l’orrore è rimasto sempre lontano.
Quando le Torri Gemelle sono crollate, quando hai visto le immagini dalla televisione o hai ascoltato le grida quella mattina, hai pensato per un solo secondo a quello che sentirono quotidianamente i contadini del Vietnam attraverso i lunghi anni della guerra? A Manhattan la gente cadeva dall’alto dei grattacieli come tragiche marionette. In Vietnam, la gente correva tra urla strazianti perché il Napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte che seguiva era spaventosa, tanto quanto quella di chi si è lanciato in un salto disperato verso il vuoto.
La tua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né un ponte in Jugoslavia. In Iraq furono 500.000 i morti. (Nella prima campagna - NdT.) Mezzo milione di anime fu il bottino dell’operazione “Tempesta nel Deserto”, incalcolabili i corpi dilaniati in luoghi esotici quali Vietnam, Iraq, Iran, Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Cambogia, Sudan, Jugoslavia e, a continuare, la lista sarebbe interminabile.
In ognuno di questi paesi, la gente veniva massacrata da proiettili fabbricati nel tuo paese, sparati dai tuoi ragazzi, da gente iscritta nel libro paga del tuo Dipartimento di Stato, solo e soltanto affinché tu potessi continuare a godere del tuo proverbiale stile di vita americano.
Da quasi un secolo il tuo paese è in guerra col mondo.
Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i loro Cavalieri dell’Apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Ma dovresti sapere che per molti popoli del mondo (di questo Pianeta nel quale muoiono quotidianamente 24.000 persone vittime della fame o di malattie altrove guaribili) gli Stati Uniti non rappresentano la libertà ma un nemico lontano e terribile che semina soltanto guerra, fame, paura e distruzione.
Sono sempre stati conflitti bellici lontani per te, ma per chi abita quei luoghi sono una dolorosa realtà quotidiana, una guerra nella quale i palazzi vengono molto frequentemente giù e dove la gente va spesso incontro ad una morte raccapricciante.
E le vittime sono sempre, per il 90 per cento, civili. Donne, anziani, bambini.
Effetti collaterali.
Come ci si sente quando l’orrore bussa alla tua porta, anche solo per un istante, per un singolo giorno?
Come ci si sente quando si pensa che le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o impiegati delle pulizie che pagavano regolarmente le loro tasse e non avevano mai fatto male neanche ad una mosca?
Com’è la paura ?
Come ci si sente, cittadino americano, quando si pensa che la lunga guerra è finalmente sbarcata a casa propria?
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12/09/2026
11 settembre 2001: siamo ancora “tutti americani”? Non lo eravamo neanche allora ma non avevamo il coraggio di dirlo
di Fulvio Scaglione
Oggi è stata la giornata delle Torri Gemelle, come è diventata abitudine sintetizzare i quattro attentati che 19 terroristi arabi misero a segno negli Stati Uniti dirottando altrettanti aerei di linea e lanciandoli come missili contro i due grattacieli di New York e il Pentagono a Washington, mentre il quarto precipitò in Pennsylvania dopo l’eroico tentativo dei passeggeri di recuperarne il controllo. 2.977 morti in totale, dei quali 2.606 alle Torri Gemelle. E più di 9 mila soccorritori morti da allora a causa delle polveri tossiche respirate quel giorno. Una strage orrenda, durata anni. Inconcepibile allora e quasi incredibile ancora oggi. Oggi che è stata la Giornata delle Torri Gemelle come lo sarà sempre, di decennio in decennio, di generazione in generazione. Almeno finché resterà qualcuno di noi che ricorda con precisione assoluta dove eravamo e che cosa facevamo in quelle ore. Il sottoscritto per esempio era in Armenia, con un aereo da prendere nella notte e, per la prima volta, terrorizzato all’idea di volare.
E però questi 25 anni ci hanno cambiato molto. Più noi che gli americani. Venticinque anni fa, lo ricordiamo tutti, il mantra era “siamo tutti americani”. Questo era il titolo e la sostanza di un famoso editoriale di un famoso giornalista, Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della Sera. E come tutti gli articoli azzeccati interpretava perfettamente lo spirito di quelle ore. Ma... lo interpretava o lo dettava?
Oggi a sentir dire “siamo tutti americani” vien da rispondere: col piffero! Ma adesso son capaci tutti, c’è l’orrido Donald Trump che dà la caccia ai migranti, vuol ritirare le truppe dall’Europa proprio mentre c’è la guerra della Russia, se ne frega dell’Ucraina, si pappa il Venezuela, ci fa salire il prezzo del petrolio e della benzina con quella guerra folle contro l’Iran e poi promette 5 mila dollari a chi vota il suo partito. Ci sono i sondaggi che dicono che solo l’11% degli europei ancora considera gli Usa un Paese alleato. Chi vorrebbe autodefinirsi, adesso, americano?
Il problema vero è che tutti americani lo eravamo col piffero anche venticinque anni fa. Ma allora non avevamo il coraggio di dirlo o la lucidità per capirlo. E ne avremmo avuto la dimostrazione quasi subito. Nel 2003 Germania e Francia rifiutarono di unirsi alla campagna angloamericana contro l’Iraq, giustificata a suon di balle e comunque pretestuosa perché il rivoltante Saddam Hussein non solo non aveva armi di distruzione di massa ma, soprattutto, non c’entrava nulla con l’11 settembre. Ricordate le critiche, gli insulti, le beffe a carico del presidente francese Jacque Chirac e del ministro degli Esteri Dominique de Villepin? E perché nessuno scrisse “siamo tutti iracheni” quando fu chiaro che l’invasione stava provocando centinaia di migliaia di morti innocenti tra i civili?
De Bortoli, allora, colse bene il sentiment popolare. Tutti erano a dir poco scioccati all’idea che un colpo così forte potesse essere sferrato ai danni della potenza americana super-armata e super-protetta da un apparato senza uguali di servizi di sicurezza. Era, in un certo senso, la fine del mondo, o qualcosa che molto le somigliava. E infatti nell’editoriale risuonava l’affermazione: “È tutta la civiltà sotto attacco”. Tutta? Civiltà? Perché? Perché i morti erano di passaporto americano, anche se in realtà i Paesi d’origine delle povere vittime erano 77? Quale civiltà anche “nostra” era ravvisabile nell’eterno maneggio americano dei colpi di Stato (Indonesia 1965, Grecia 1967, Argentina 1967, Cile 1973) o nelle invasioni (Grenada 1983, Panama 1989)?
Nell’articolo di allora si notavano anche “le inqualificabili manifestazioni di giubilo palestinese davanti alle immagini di morte di civili inermi”. Inqualificabili è poco, ma di nuovo: di fronte a qualunque morte di civili inermi. Epperò risulta (risultava) così difficile capire che alla base di quelle “manifestazioni” poteva esserci anche il rancore per una potenza che, già in quegli anni, faceva di tutto per appoggiare lo Stato di Israele e la sua politica di occupazione dei territori? Nel 2000 gli abitanti israeliani negli insediamenti illegali erano già 200 mila. E poiché in quel periodo ci si avviava verso i colloqui di Camp David e la seconda Intifada, il governo israeliano (guidato da Ehud Barak, l’amico di Epstein) ricorse a una mossa astuta: non approvò ufficialmente alcun nuovo insediamento ma fece costruire nuove abitazioni in quelli vecchi, allargandoli. È quella politica, subito dietro il fanatismo assassino dei terroristi di Hamas e di Hezbollah, ad aver portato in questi anni ai grandi massacri di Gaza e del Libano. E di nuovo: dovremmo, avremmo dovuto sentirci parte di questa “civiltà”?
No, grazie. Il ribrezzo per Osama bin Laden, i capi di Hamas e i loro pari non basta a farci confondere l’interesse nazionale degli Usa con una qualche indistinta civiltà. Né il lutto e il rispetto per le innumerevoli vittime di questo giorno, che resterà scolpito nella storia, basta a farci dimenticare le ancor più numerose vittime di tale famosa civiltà, vittime che non hanno nemmeno un giorno sul calendario per essere ricordate.
11/09/2026
11 settembre 2001, 25 anni dopo le guerre americane sconvolgono ancora il mondo
Osama bin Laden voleva trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne logorasse la potenza, ne alimentasse l’ostilità verso il mondo musulmano e provocasse una reazione ampia e di lungo termine. Non riuscì a distruggere l’America. Al Qaeda fu decapitata, Bin Laden venne ucciso nel 2011 e il jihadismo globale non ha mai conquistato il potere fuori dal Medio oriente.
Allo stesso tempo la risposta statunitense all’11 settembre produsse qualcosa di molto diverso da una semplice operazione di sicurezza. Produsse una guerra globale.
È proprio questo il punto di partenza dello speciale che Foreign Affairs dedica in questi giorni al venticinquesimo anniversario. Philip H. Gordon parla di “A Quarter Century of Fear and Fantasy”, mentre Nelly Lahoud titola il suo saggio “Bin Laden’s Catastrophic Success”: Al Qaeda, sostiene già il titolo, ha cambiato il mondo, ma non nel modo che si aspettava.
La risposta immediata e la guerra senza fineL’Afghanistan era la risposta più direttamente legata all’11 settembre. Il regime talebano aveva ospitato Bin Laden e la leadership di Al Qaeda. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra. Ma quella che doveva essere un’operazione contro un’organizzazione armata divenne progressivamente una guerra ventennale per costruire un nuovo Afghanistan. Quando nell’agosto 2021 gli americani se ne sono andati, i talebani sono tornati al potere. Foreign Affairs, a cinque anni dal ritiro, osserva che l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito della politica estera americana, nonostante la situazione del Paese resti drammatica. La rivista parla anche del costo del “collective forgetting”, della rimozione collettiva di quella che è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Vent’anni di guerra per tornare, almeno politicamente, al punto di partenza.
Poi arrivò l’IraqSe l’Afghanistan aveva un rapporto diretto con l’11 settembre, l’Iraq no. Saddam Hussein non aveva partecipato agli attentati. Nonostante ciò, nel 2003 George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, costruendo la giustificazione pubblica intorno ad inesistenti armi di distruzione di massa e alla più ampia guerra contro il terrorismo. Il punto merita di essere ricordato anche perché Foreign Affairs ha riesaminato recentemente le proprie responsabilità editoriali dell’epoca. In un articolo del 2002 Kenneth Pollack aveva sostenuto che Washington dovesse “invade Iraq, eliminate the present regime”, ammettendo tuttavia che l’invasione non fosse una componente necessaria della guerra contro il terrorismo.
Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq fu invece devastato. Il collasso delle istituzioni statali, lo scioglimento dell’esercito, la guerra settaria e l’insurrezione crearono le condizioni nelle quali Al Qaeda in Iraq poté svilupparsi. Da quella galassia jihadista sarebbe poi emerso lo Stato islamico.
È uno dei paradossi più tragici della risposta americana: una guerra dichiarata anche in nome della lotta al terrorismo contribuì a creare il terreno sul quale sarebbe nato uno dei più potenti movimenti jihadisti della storia.
Il prezzo che non entra nei comunicati
Il nuovo rapporto del Costs of War Project della Brown University, pubblicato il 2 settembre 2026, stima che le guerre post-11 settembre abbiano provocato, fino al 2023, 905.000-940.000 morti direttamente legate alla violenza bellica in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Yemen e altri teatri. Almeno 408.749-432.093 erano civili.
Ma la guerra non uccide soltanto chi viene colpito da una bomba o da un proiettile. Distrugge ospedali, sistemi sanitari, reti idriche, economie, scuole. Produce malnutrizione e malattie. Genera migrazioni e sfollamento. Per questo la Brown University stima altre 3,6-3,8 milioni di morti indirette. Il bilancio complessivo delle morti direttamente e indirettamente riconducibili alle guerre post-11 settembre arriva così ad almeno 4,5-4,7 milioni di persone. E più di 38 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei diversi teatri delle guerre post-11 settembre. Sono numeri che rendono quasi impossibile parlare semplicemente di una “guerra al terrorismo”. Si è trattato di una trasformazione geopolitica di dimensioni storiche, con un costo umano enorme.
Guantanamo: l’eccezione diventata sistemaC’è poi l’altra eredità dell’11 settembre, quella che non si misura in morti ma nella trasformazione dello Stato di diritto. Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, le extraordinary renditions, le detenzioni indefinite, gli interrogatori coercitivi, le torture. Abu Ghraib. La risposta americana non si limitò a bombardare Afghanistan e Iraq. Creò un sistema parallelo nel quale alcune delle garanzie fondamentali del diritto vennero sospese o aggirate. La Brown University sintetizza oggi questo lascito parlando di “indefinite detention, torture and mistreatment”, insieme all’espansione della sorveglianza di massa e alla militarizzazione della polizia americana.
È difficile non vedere qui una delle contraddizioni fondamentali dell’intera stagione post-11 settembre. Per “difendere la democrazia”, quella che si proclama la principale democrazia occidentale accettò pratiche incompatibili con alcuni dei principi che dichiarava di voler difendere. Per proteggere la libertà, ampliò enormemente i poteri dello Stato. Per impedire nuovi attentati, costruì una macchina di sorveglianza che modificò il rapporto tra individuo e autorità.
Una guerra senza confiniLa guerra al terrorismo avrebbe dovuto avere un obiettivo preciso. Finì invece per non avere praticamente più confini geografici. Afghanistan e Iraq furono seguiti da Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Libia e altri teatri. Secondo il Costs of War Project, nel 2023 gli Stati Uniti conducevano attività di controterrorismo in almeno 78 Paesi. È una trasformazione straordinaria.
Quella che nel settembre 2001 sembrava una risposta emergenziale a un attacco senza precedenti è diventata, un quarto di secolo dopo, una componente strutturale della politica estera e di sicurezza americana. Il costo economico è altrettanto enorme: circa 8.000 miliardi di dollari spesi o impegnati dagli Stati Uniti per le guerre post-11 settembre, secondo la Brown University. Una cifra difficile persino da immaginare. E ancora più difficile da giustificare se la domanda è quale mondo abbia prodotto quella spesa.
Il Medio Oriente dopo l’IraqLa guerra in Iraq non distrusse soltanto uno Stato. Contribuì a rompere gli equilibri regionali, alimentò il conflitto settario tra sunniti e sciiti, rafforzò indirettamente l’influenza iraniana e contribuì alla nascita dell’ambiente politico e militare nel quale si sviluppò lo Stato islamico (ISIS). L’invasione del 2003 fu dunque un passaggio decisivo nella trasformazione del Medio Oriente contemporaneo.
Il problema è che la regione non è diventata più stabile. La guerra in Iraq, la successiva destabilizzazione della Siria, l’ascesa dell’Isis, la crescita delle milizie regionali e le guerre successive hanno prodotto una regione nella quale la violenza è diventata una componente permanente della politica. E oggi, nel 2026, il Medio Oriente è nuovamente attraversato da una devastazione di proporzioni enormi, dalla distruzione israeliana di Gaza alle sue ripercussioni regionali.
Non è corretto attribuire all’invasione dell’Iraq la responsabilità diretta di ogni guerra successiva. Ma è altrettanto difficile negare che il sistema regionale uscito dall’intervento americano sia molto più instabile di quello che Washington dichiarava di voler costruire.
Dall’11 settembre a Gaza: il precedente della forzaIl collegamento con Gaza deve essere fatto con cautela, perché non esiste una linea diretta che colleghi l’invasione dell’Iraq alle guerre successive lanciate da Israele. Ma esiste un elemento più generale: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario della politica internazionale. Dopo l’11 settembre, il concetto di guerra al terrorismo ha contribuito a dilatare il diritto all’autodifesa fino a includere operazioni militari lontanissime dal luogo dell’attacco originario.
Ha contribuito a rendere abituale l’uso di droni, uccisioni mirate, operazioni speciali e bombardamenti contro organizzazioni non statali. È uno dei lasciti più controversi dell’epoca Bush: l’idea che la sicurezza possa giustificare quasi indefinitamente l’eccezione. E quando un principio viene normalizzato dalla potenza più forte, inevitabilmente altri Stati lo utilizzano per giustificare le proprie azioni.
Gli Usa volevano prendere il pieno controllo del mondo usando il pretesto della guerra al terrorismo. E invece ha perso terreno, La competizione tra Stati Uniti e Cina è diventata il principale asse strategico del sistema internazionale. La Russia è tornata protagonista. Il Medio Oriente è attraversato da conflitti e crisi che hanno oltrepassato i confini regionali. Il sistema internazionale appare più fragile.
La guerra al terrorismo avrebbe dovuto consolidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Invece, almeno in parte, ha contribuito a consumare risorse, credibilità e capitale politico americano. Già nel 2003, G. John Ikenberry aveva messo in guardia sulle conseguenze di quella trasformazione, parlando di una possibile “neoimperial grand strategy” destinata a provocare “antagonism and resistance” e a lasciare gli Stati Uniti in “a more hostile and divided world”.
L’11 settembre non ha distrutto l’ordine americano. Ma la risposta all’11 settembre ha contribuito a logorarlo. Questa potrebbe essere, venticinque anni dopo, la vera lezione. La minaccia jihadista era reale. Ma una cosa è rispondere al terrorismo. Un’altra è trasformare quella risposta in una guerra permanente. Una cosa è proteggere una democrazia. Un’altra è sacrificare, in nome della sua sicurezza, proprio la democrazia e i diritti. L’11 settembre 2026 il terrorismo di Al Qaeda non è più la principale minaccia strategica degli Stati Uniti. Il mondo però è attraversato da guerre, rivalità tra grandi potenze, Stati falliti, crisi umanitarie e una crescente sfiducia verso le regole internazionali*.
* sarebbe più corretto parlare di sfiducia nei confronti dell'ordine basato sulle regole dell'occidente capitalistico.
