Quale deve essere l’approccio dei comunisti nei confronti del momento elettorale, quali gli obiettivi da perseguire? Quale deve essere la relazione tra la battaglia strategica per la rottura sistemica, le vertenze dei settori sociali e dei lavoratori e la rappresentanza politica dei settori di massa? Ha senso oggi riproporre un modello puramente identitario della soggettività comunista, o quello del “partito di massa”, senza confrontarsi con le condizioni e i gradi di coscienza imposti da decenni di scomposizione di classe?
Sulla base di questo documento e attraverso le diverse iniziative di dibattito in cantiere invitiamo i comunisti a confrontarsi su questi temi mentre siamo impegnati in una campagna elettorale che vede la Piattaforma Eurostop, movimento politico animato dalla Rete dei Comunisti insieme ad altre organizzazioni politiche, sociali e sindacali, parte integrante della lista Potere al Popolo.
La nostra impostazione
Dagli anni ’90 la Rete dei Comunisti ha fatto della teoria dei tre fronti la propria strategia in una fase non rivoluzionaria. L’analisi della nuova composizione di classe, con le trasformazioni che ha subito in termini quantitativi e qualitativi la classe operaia, pilastro sociale su cui si fondava la forza del movimento comunista e di classe nel nostro paese dal dopoguerra, l’emergere di nuovi soggetti sociali soprattutto nelle aree metropolitane, unita al bilancio della sconfitta storica subita dal movimento operaio internazionale con la caduta dell’Unione Sovietica, e la conseguente egemonia globale del capitalismo, ci ha costretti a elaborare una strategia che sapesse dare ai comunisti una funzione nel nuovo scenario. Abbiamo più volte sostenuto che le “ragioni sociali” dei comunisti non erano finite nemmeno nel momento di massima potenza geometrica dell’imperialismo, ovvero quegli anni novanta e primi duemila caratterizzati dall’egemonia globale dell’imperialismo statunitense e dal processo costituente dell’UE che si andava a dotare degli strumenti istituzionali adeguati alla nuova fase internazionale. Per più di un decennio il lavoro teorico della Rete dei Comunisti, così come la militanza dei propri quadri politici, è stato messo a disposizione della costruzione di un fronte sociale e sindacale capace di intercettare e organizzare lavoratori, disoccupati e proletariato metropolitano, costruendo e dinamizzando quello che oggi è il più importante soggetto del sindacalismo di base nel nostro paese, e dando vita a una dialettica tra progetto strategico della RdC e funzione sociale, ovvero la capacità di agire nelle lotte e nei movimenti sociali senza per questo rinunciare alla battaglia delle idee.
Abbiamo definito questa modalità di azione politica come appunto i “3 Fronti”.
Nell’opuscolo del Marzo 2013 “I Tre fronti della lotta di classe – Un progetto in movimento” essi si definivano come:
- il “fronte strategico”, la cui funzione è la ricostruzione di un’analisi e di un punto di vista comunista della realtà, un processo iniziato a metà anni novanta per sviluppare la ricerca e l’attualizzazione su temi come l’imperialismo, la composizione e l’inchiesta di classe, le caratteristiche del conflitto tra capitale e lavoro, il passato e il presente delle esperienze di transizione al socialismo;
- il “fronte politico” che ha sempre avuto ben presente l’esigenza della rappresentanza politica (anche elettorale) come espressione però di interessi di classe definiti e organizzati e non dunque di mera rappresentazione di residue storie politiche e personali della sinistra per quanto dignitose esse possano essere;
- il “fronte sociale” dell’organizzazione diretta dei settori del blocco sociale antagonista tramite il conflitto di classe nei posti di lavoro e nelle aree metropolitane, un processo questo che affonda le proprie radici e che ha accumulato esperienza, elaborazione e convinzioni a partire dagli anni settata del secolo scorso.
L’articolazione sui tre fronti è stata elaborata sulla base del fatto che la loro sintesi nel nostro paese è andata liquidandosi nel tempo, sia sotto i colpi dell’avversario e delle modificazioni nella realtà sociale, sia per le crescenti contraddizioni dei partiti comunisti esistenti.
Siamo convinti che l’organizzazione non sia uno strumento immutabile nel tempo e che essa debba essere in grado di modificarsi a seconda del contesto e della realtà sociale e politica in cui opera. Concependo l’organizzazione come un mezzo e non come un fine non possiamo pensare che essa sia adeguata ad affrontare, a prescindere, le sfide imposte da scenari diversi. Crediamo al contrario che l’organizzazione si debba modificare e adattare alle esigenze di fase senza mai perdere di vista l’obiettivo e il fine ultimo dei comunisti, ovvero la rivoluzione sociale anche in un paese a capitalismo avanzato come il nostro. La domanda allora è: come può oggi operare una organizzazione comunista nella realtà dell’occidente a capitalismo avanzato, caratterizzato dalla pauperizzazione di ampi settori di società, da una crisi di egemonia dell’avversario di classe che si ripercuote anche sul livello istituzionale, da una preventiva repressione interna mirata a non lasciare nessuno spazio di sviluppo al dissenso sociale e da una tendenza alla guerra economica e militare sul versante internazionale? Di fronte a queste contraddizioni, tendenzialmente favorevoli all’affermazione di un progetto di rottura com’è quello dei comunisti, dobbiamo registrare la più totale passività dei nostri settori sociali, generalmente riluttanti al conflitto e privati – a causa degli errori storici della sinistra – degli strumenti adeguati a resistere alla guerra dichiarata e combattuta dalle classi dominanti. Anche dove si registrano momenti elevati di conflitto sociale il movimento di classe in quanto tale risulta impotente, incapace di contrapporre all’attacco dell’avversario una risposta politica e sociale a 360° e richiudendosi nel vertenzialismo e nelle rivendicazioni specifiche.
Siamo convinti che la nostra teorizzazione sui tre fronti non sia stata superata dai fatti e anzi ancora oggi trova riscontri positivi nella realtà. Gli ultimi anni sono stati però segnati da una profonda velocizzazione dei processi che ha politicizzato lo scontro e che, pur mantenendo distinti organizzativamente i nostri assi di intervento, ci ha permesso alcuni importanti momenti di avvicinamento politico e di ricomposizione dei tre fronti. Solo per restare nell’ultimo anno politico possiamo registrare la grande mobilitazione contro il referendum per la modifica della costituzione che ha avuto nelle giornate del 21 e 22 ottobre il punto più alto di mobilitazione con la partecipazione alla manifestazione nazionale di alcune decine di migliaia di persone, palesando una possibile alleanza tra soggetti sociali e politici capaci di rappresentare un blocco sociale insofferente dopo anni di crisi. Lo stesso potenziale soggetto lo abbiamo visto scendere in campo anche in altre occasioni come nella manifestazione contro il vertice UE in occasione dell’anniversario per i trattati europei nel marzo 2017 e in occasione dello sciopero e della manifestazione contro il governo di novembre. Questa alleanza, riunita sotto l’ombrello della Piattaforma Sociale Eurostop, è stata sicuramente frutto del lavoro soggettivo delle realtà sociali e politiche che ne fanno parte ma anche di una diversa percezione che i soggetti sociali hanno in questa fase rispetto alle possibilità di conflitto. Se lo spazio di mediazione sociale e sindacale si va restringendo sempre più la politicizzazione dell’intervento e delle lotte rimane l’unica strada percorribile. Stiamo parlando ovviamente di tendenze, che però costringono ad elaborare con maggior attenzione il ruolo e la funzione di ognuno dei tre fronti.
L’organizzazione dei comunisti
Per anni abbiamo fatto del fronte strategico, il terreno proprio dell’azione dei comunisti, un ambito di ricerca e analisi teorica e della realtà capace di elaborare ed organizzare l’azione politica sociale e sindacale. In tal senso questa nostra azione non è stata di “prima linea”, ma ha agito pubblicamente soprattutto sul terreno dell’elaborazione e della proposta teorica. Negli ultimi anni questa sorta di “sommergibile” è però emerso. La crisi dei partiti comunisti tradizionali e la progressiva settorializzazione di ampi settori militanti ci hanno portato a cominciare una progressiva emersione del fronte strategico e della nostra concezione dell’organizzazione diretta dei comunisti.
La penetrazione ideologica dell’avversario, lo sviluppo dei movimenti reazionari a livelli di massa così come il bisogno di identità e organizzazione di tanti compagni provenienti dalle organizzazioni della sinistra storica e dai movimenti rendono necessaria la presenza e l’attività del fronte strategico dei comunisti.
La recente ulteriore velocizzazione sul fronte elettorale, che ha visto la repentina costituzione della lista “Potere al Popolo”, esperienza che abbiamo deciso di sostenere, ha prodotto diverse reazioni in ciò che resta delle organizzazioni comuniste. La RdC non è un partito ed è cosciente di non esserlo: non abbiamo la sufficiente massa critica per autoproclamare noi stessi “il partito dei comunisti” e sosteniamo comunque che il partito non si proclama ma è il frutto di un processo storico. Quello che possiamo però avviare è un serio dibattito su quali devono essere le forme attraverso le quali i comunisti operano nella realtà attuale e conquistano la propria funzione.
Registriamo infatti ancora oggi due tendenze tra le organizzazioni comuniste, entrambe frutto della crisi di prospettiva politica che investe i comunisti non solo in Italia ma in tutta Europa. La prima è sicuramente quella di chi continua a concepire l’organizzazione comunista come il classico partito di massa, a volte indipendentemente dal fatto che il dato numerico sussista o meno. Questa concezione è stata fondamentale in un’epoca – il dopoguerra – in cui, non potendo “fare come in Russia” e dialettizzando lotta sociale e lotta per la democrazia, il partito di massa e del “consenso” ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita e lo sviluppo del movimento comunista e dell’influenza dei comunisti. Ma oggi tale concezione non è a nostro avviso praticabile dato lo scollamento tra classe reale e sinistra dovuto sia agli errori delle varie soggettività sia alle profonde trasformazioni che la classe stessa ha subìto. La seconda è una tendenza che potremmo definire identitaria (a volte anche settaria) che fa dell’autoreferenzialità e della rappresentazione ideologica lo strumento della propria sopravvivenza. Si tratta probabilmente della concezione più dannosa in questa fase. Se infatti la prima è costretta a confrontarsi quantomeno con la realtà concreta, la deriva identitaria rinchiude i comunisti in un cenacolo chiuso, al massimo approdo dei resti ideologici del movimento comunista del ‘900. L’identitarismo non lascia molto spazio alla funzione di massa che i comunisti devono svolgere, né ad un rapporto vivo con la classe che vada oltre la propaganda. Pensare di ricostruire una ipotesi di rottura prescindendo dai settori sociali che vogliamo organizzare e rappresentare, attraverso strumenti di intervento adeguati al contesto, rappresenta a nostro avviso un errore di fondo che riduce il partito ad un mero strumento di agitazione incapace però di incidere nella realtà.
Quella che rivendichiamo invece è la concezione dell’organizzazione come intellettuale collettivo, capace di produrre azione politica di massa, elaborazione teorica e un modello di militanza che siano in campo indipendentemente dalla tagliola delle elezioni e dagli appuntamenti imposti dall’avversario di classe. Una organizzazione, di quadri e militanti, in grado di realizzare un serio bilancio del Novecento (ovviamente senza buttare il bambino con l’acqua sporca) ed in grado di produrre una prospettiva di rottura adatta alla fase attuale. Per fare ciò è centrale il lavoro del fronte strategico dei comunisti che oggi deve saper interpretare le dinamiche di fondo del capitalismo attuale, orientare l’azione politica, affrontare i nodi legati alla transizione e ricostruire gli strumenti organizzativi sui cui operare sia a livello teorico e analitico sia di massa.
Sulla Rappresentanza Politica, le esperienze di Eurostop ed il passaggio di Potere al Popolo
La novità degli ultimi anni è stato il tentativo di costruire gli strumenti giusti per dare gambe al fronte politico e della rappresentanza. È stato un percorso che ci ha visto partecipare a diversi passaggi fino a giungere alla costituzione della Piattaforma Sociale Eurostop. Noi come tutti i soggetti della sinistra più o meno radicale abbiamo dovuto fare i conti con una scissione oggettiva tra la sinistra e la realtà del corpo sociale di riferimento. Ma il nostro operare sui tre fronti ci ha permesso di costruire un rapporto di massa solido contribuendo all’attività sindacale indipendente ed essendo interni ai movimenti sociali e metropolitani. Storicamente, nella costruzione degli strumenti sindacali e sociali abbiamo sempre evitato la sovrapposizione con la prospettiva politico-strategica, motivo per cui abbiamo scelto di contribuire alla costruzione del sindacato di massa e conflittuale e non di un sindacato comunista e identitario, ma i contributi provenienti dal fronte strategico ci hanno permesso di trovare riscontri anche nella dimensione sindacale nel momento in cui abbiamo proceduto alla costruzione del fronte politico sulla rappresentanza. Il primo passaggio lo abbiamo avuto con il Comitato “No Debito”. Non è stato un caso che il “colpo di stato bianco” operato dalla BCE contro l’allora governo Berlusconi, ci abbia fornito l’occasione per cominciare a gettare le basi materiali per la costruzione di questa prospettiva. La scelta è stata quella di partire dalle contraddizioni in atto e non dai soli soggetti sociali per poi declinare una progettualità politica di rottura che basandosi sulla denuncia delle politiche di austerità, tentasse di ridare forma a quel corpo sociale strangolato dalle politiche UE e dalla competizione internazionale. Lo sviluppo del progetto europeista ci ha permesso di costruire un progetto incardinato sul rifiuto delle politiche comunitarie che ci ha portato prima con Rossa e poi in maniera più chiara e strutturata con Eurostop a contribuire alla costruzione di un fronte largo, sociale e politico, che ha affrontato e diretto con successo importanti momenti politici.
Una costruzione che è partita anche dalla coscienza della necessità di tenere un “filo rosso” tra il movimento operaio del passato e l’attuale conflitto di classe e che ha creato le condizioni per una collaborazione politica positiva tra soggetti ed organizzazioni diversi da noi per storia e collocazione.
Le mobilitazioni contro la guerra, contro il referendum voluto dal governo Renzi, contro il vertice dei capi di stato Ue a Roma e l’ultima di novembre contro il governo Gentiloni hanno portato in piazza un pezzo di quella ricomposizione sociale e politica necessaria per ridare protagonismo politico al movimento di classe. Contemporaneamente allo sviluppo del nostro fronte politico le contraddizioni dell’avversario hanno continuato ad accumularsi soprattutto sul piano istituzionale. Nonostante la stagnazione ed un sostanziale equilibrio delle forze a livello mondiale, nel quale nessuna potenza può imporre del tutto il proprio dominio alle altre e che a tutt’oggi non ha ancora prodotto grandi sommovimenti, è sempre più evidente la crisi di egemonia delle classi dominanti che oggi traspare dalla crisi istituzionale sia negli Stati Uniti con la presidenza Trump, sia nell’Unione Europea.
Dal voto dell’Oxi in Grecia al referendum sulla Brexit, al referendum costituzionale in Italia, fino alle elezioni tedesche, ogni volta che i governi responsabili delle politiche Ue sono sottoposti ad una consultazione popolare sono stati sonoramente battuti e hanno dovuto costruire governi di unità nazionale. Questo segna una netta perdita di egemonia dell’avversario di classe che non si ripercuote però sull’intensità del conflitto di classe dal basso ma che produce molto spesso fenomeni di voto per protesta e antisistema, generalmente non orientati a sinistra.
Siamo arrivati dunque all’appuntamento elettorale, che sicuramente produrrà anche in Italia la necessità di un governo di larghe intese, ponendoci il problema di costruire lo strumento adeguato per giocare una partita anche sulla contraddizione istituzionale che investe l’avversario. La costruzione di Eurostop ci ha permesso di rispondere alla chiamata di Potere al Popolo con la forza di un percorso strutturato in un fronte che ha potuto inserire una parte importante delle proprie ragioni nella lista che tendenzialmente può rappresentare uno strumento di rappresentanza elettorale ed istituzionale largo, potenzialmente capace di ricomporre l’atomizzazione che la classe ha subito negli ultimi decenni. Il possibile risultato elettorale in questa fase non è il dato centrale, ma che si sia aperto questo processo è un fatto importante che rappresenta una discontinuità con le liste che la sinistra radicale ha proposto in passato. Ogni fronte ha al suo interno delle contraddizioni ma oggi il compito dei comunisti è quello di mantenere saldi i punti strategici, come la rottura con il sistema costituito dai trattati della Ue e l’uscita dalla Nato, mantenendo però l’unità di quelle forze sociali e politiche che possono essere la base con cui ridare voce agli interessi popolari. Dare voce agli interessi popolari non può rappresentare una mera enunciazione e anche il modo in cui viene costruita e realizzata la campagna politica/elettorale a sostegno della lista è fondamentale per dare coerenza al nostro ragionamento ed esplicitare a pieno la funzione dei comunisti. Le aree degradate delle metropoli, i posti di lavoro, le scuole e le università sono i luoghi centrali del nostro intervento di massa e lo devo essere anche della nostra campagna elettorale. La politica va costruita nelle strade, nel rapporto diretto con chi vogliamo rappresentare ed organizzare, abbandonando e avversando i “salotti” e i ristretti circoli che hanno allontanato la sinistra dalla classe. Nessuna scorciatoia identitaria è possibile. Lo scollamento tra la sinistra, i comunisti e il blocco sociale è tale per cui pensare che simboli o affermazioni di identità siano in grado di rappresentare segmenti sociali veri è idealistico e fuori dal contesto.
Per la rappresentanza sociale organizzata
Le possibilità d'intervento sul piano politico non possono però far venire meno l’importanza di continuare il processo organizzativo e di sedimentazione delle forze sul versante sindacale e sociale. Il rapporto tra militanti e settori sociali è dirimente. Un rapporto che non può fondarsi solo sulla propaganda ma che deve basarsi, come abbiamo fatto in questi anni, sulla costruzione del conflitto sociale organizzato che deve mantenere la sua autonomia politica e organizzativa ma che deve anche considerare le dinamiche di politicizzazione prima citate. Non è un caso infatti che sia Eurostop, che vede la partecipazione diretta di USB, sia Potere al Popolo abbiano ricevuto molti consensi tra i delegati sindacali più attivi e combattivi. La necessità di aumentare i livelli di organizzazione sociale si dialettizza con il bisogno di politica e di prospettive generali di chi ogni giorno si scontra con la chiusura degli spazi di mediazione sindacale concessi dal nemico di classe. Ancora una volta la strutturazione dell’azione politica sui tre fronti permette di gestire questo processo senza comprimere le diverse espressioni della lotta di classe ma procedendo in parallelo tra costruzione della rappresentanza politica e organizzazione del conflitto sociale. Molti dei candidati nelle liste di Potere al Popolo sono diretta espressione delle lotte e delle vertenze territoriali del sindacalismo di base e dei movimenti sociali e territoriali. Ciò dimostra che praticando uno sviluppo nei diversi ambiti di intervento si rafforza il progetto complessivo.
Siamo convinti che la sintesi tra i tre fronti che hanno caratterizzato la nostra azione politica in questi anni non è ancora data dalla realtà. Le dinamiche di politicizzazione e velocizzazione a cui assistiamo non hanno ancora superato la situazione che ci ha convinto ad optare per questo modello e per questa strategia. Su questo approccio vogliamo andare a confronto con i militanti e gli attivisti di diversa provenienza. In una fase come questa le forme dell’organizzazione comunista e del rapporto di massa sono fondamentali per reggere uno scontro che si fa sempre più duro. Le ipotesi movimentiste attive negli anni passati non trovano più terreno su cui crescere e svilupparsi, così come le organizzazioni storiche, settarie o basate sul modello del “partito leggero” non svolgono più una funzione progressiva ma continuano a riprodurre gli schemi che ci hanno portato alla situazione di attuale debolezza. Di quale organizzazione abbiamo bisogno e come darle ruolo è oggi una domanda imprescindibile per i comunisti. Aprire il confronto su un'esperienza che in qualche modo ha tenuto testa allo sviluppo della situazione generale crediamo sia il miglior contributo che possiamo dare per cercare risposte a queste domande.
Rete dei Comunisti
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2018
03/03/2017
Ma che mischia è questa? Spunti su tattica e istituzioni dall’Italia del rugby
Domenica 26 febbraio si è giocata una partita di rugby che certamente rimarrà negli annali, con l'Italrugby (squadra di modesta capacità e con un curriculum più di sconfitte che di vittorie) che è riuscita effettivamente a contendere la vittoria all'Inghilterra (che si combatte il primo posto nel ranking mondiale con la Nuova Zelanda), per poi capitolare soltanto negli ultimi 15 minuti. Quello che ha sorpreso di più però non è stata tanto la nuova capacità anche offensiva dell'Italia (fino a ieri quasi assente) che aveva anche portato all'intervallo in vantaggio sugli avversari, ma un'innovativa tattica difensiva che, dopo avere sconvolto sul campo la squadra inglese, da giorni regna come argomento di discussione unico su tutte le riviste specialistiche, oltre che su tutti i giornali del Regno Unito. E quello che è diventato il chiodo fisso di tutti i rugbisti può dare degli spunti interessanti anche a chi non è appassionato direttamente di questo sport (o addirittura potrebbe farlo appassionare).
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
La partita
Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:
Reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.
Fonte
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
La partita
Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:
Reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.
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26/10/2016
Un giorno Spinelli, l’altro Orbán: gli scivolosi travestimenti dello Zelig di Palazzo Chigi
Si possono dire tante cose dell’attuale presidente del consiglio ma almeno una va sottolineata con onestà: ha un quadro della drammaticità della situazione del paese, e della precarietà su cui poggia il suo potere apparentemente saldo, più lucido di quello delle forze politiche che lo contrastano.
Già perché il Renzi che fa il Viktor Orbàn, pronto, a parole, a far saltare l’ “Europa” sul fiscal compact non è un personaggio inventato per motivi referendari ed elettorali. E’ un presidente del consiglio che ha ben presente di fronte a sé un ordigno reale. Quello della possibile riattivazione del fiscal compact, sospeso a partire dal gennaio 2015, a causa delle difficoltà dell’eurozona ad applicarlo.
Poi c’è il Renzi che fa l’Altiero Spinelli, porta Hollande e la Merkel a Ventotene, in pellegrinaggio ai luoghi in cui sarebbe stata pensata l’Europa di oggi, e che, durante le trattative a latere del pellegrinaggio, chiede discretamente di poter sforare qualche decimale di deficit pubblico. Per tenere assieme la legge di stabilità in vista dell’ordalia referendaria del 4 dicembre.
Entrambi i Renzi sono veri bisogna vedere perché lo sono. Come sono veri i Renzi della politica estera. Quello che va a Washington per l’endorsement di Obama (contro “l’austerità”, in funzione antitedesca e pro deficit-spending) e quello che blocca le sanzioni a Mosca in sede Ue proprio nel momento in cui le contraddizioni Usa-Russia sono acute. Anche qui Renzi fa sia lo Spinelli che il Viktor Orbàn: quello che vuole stemperare le crisi con gli altri paesi europei (la Russia) e quello che tratta con tutti, in funzione di contenimento della Germania, centralizzando bilancio dello stato e rappresentanza dei grandi affari all’estero.
Per non parlare della versione Cavour del presidente del consiglio: ai viaggi fuoriporta in giubbotto militare (Libano, Afghanistan) di Renzi ha corrisposto, quando i mezzi hanno supportato un minimo le ambizioni, un silenzioso, extraparlamentare, posizionamento di truppe in Libia, Iraq e confine turco-siriano. Anche qui il personaggio è lo stesso: un po' prigioniero delle relazioni internazionali, e dei mezzi reali di un paese in crisi, un po' desideroso di smarcarsi da tutti per giocare partite in solitario, sulla scacchiera delle geopolitica, per garantirsi la propria sopravvivenza politica. E’ evidente che su quest’ultimo aspetto, quello geopolitico, bisogna aspettare la scelta del sovrano da parte degli Usa. Che vinca la Clinton o Trump il significato, del collocamento geopolitico Usa nelle aree di interesse italiano, non è lo stesso. Renzi, con la visita a Obama, si è naturalmente posizionato sull’attenti nei confronti della Clinton. Ma il rifiuto di sanzioni più dure verso Mosca ha il significato, oltre che di protezione delle aziende interessate a mantenere un rapporto solido con la Russia, anche di qualche fiche messa sul tavolo per una eventuale vittoria di Trump (ci sono sondaggi che danno la Clinton vincente in doppia cifra ma anche quelli che danno pareggio o Trump vincente, meglio non esagerare in zelo clintoniano).
In attesa che si sblocchi la situazione Usa, i movimenti da osservare nello Zelig di palazzo Chigi riguardano la manovra di bilancio e il futuro prossimo dell’economia. Quello che non piace a Francoforte, Berlino e Bruxelles in Renzi è questo: il governo italiano ha mantenuto il rigore di bilancio ma al limite e, allo stesso tempo, ha fatto spesa improduttiva (dagli 80 euro ai bonus ai diciottenni, visti come il fumo negli occhi a Bruxelles etc.) per garantirsi consenso elettorale. Nelle tre capitali europee si desiderava altro: tagli strutturali, spending review di tipo hard, privatizzazioni a ondata. In modo che le grandi aziende europee potessero fare la spesa in Italia. Il tipo di capitalismo rappresentato da Renzi, il nocciolo duro di ciò che è rimasto nel paese dopo dieci anni di crisi, la vede in maniera diversa (non a caso Confindustria ha benedetto due manovre di fila di Renzi e Marchionne, seppur non si capisca più a quale paese appartenga, parla solo bene di chi gli ha permesso di far ripartire la produzione auto). Compreso quel settore più quotato alla borsa di Milano: il (sinistrato) complesso banche-servizi finanziari-assicurazioni. Lo Zelig renziano deve tener conto di questi interessi come di quelli europei. Non solo, oggi, non è facile ma è anche praticamente irrealizzabile. Ma a palazzo Chigi non manca l’inventiva.
Inoltre Renzi ha capito benissimo che le piazze finanziarie non sposano il referendum e il Si come il remain al referendum scozzese o inglese. Il Financial Times, un tempo entusiasta del guitto di Rignano, ha detto chiaramente che in caso di vittoria del “Si” non cambia nulla. Quello che la City, ovunque si ridislochi dopo il referendum sulla Brexit, vuole non è tanto una riforma costituzionale. Ma una amministrazione dello stato in grado di vendere all’incanto tutto quanto desiderato dai mercati. Possono stupire certi atteggiamenti da parte della stessa testata o, persino, dello stesso giornalista. Al netto del fatto che sui mercati, e nelle persone, tutto cambia veloce va tenuto conto di una cosa. Gli analisti dei mercati finanziari sanno leggere meglio le riforme istituzionali di qualche anno fa. Sanno come funziona un paese e, a differenza della politica, sanno cosa vogliono.
Renzi, o chi per lui, una cosa però la sa: il quadro di integrazione economica e di alleanza nel quale si è immessa l’Italia a partire dalla fine della guerra fredda è traballante. Non ha un modello né di relazioni internazionali o di economia che sia originale rispetto a quanto si vede. Semplicemente si posiziona sia per sopravvivere che per rappresentare quanti più interessi possibile. Una vera tecnica della sopravvivenza politica che però può fare i conti, e sbattere la faccia, con problemi seri. Sia su fiscal compact sia su banche. E se dal prossimo anno dovesse attivarsi il fiscal compact, che di per sé porta un carico di tagli pari al doppio di depressione del Pil di una manovra Monti (il quale perse quasi il tre per cento di Pil in dodici mesi tra il tripudio del centrosinistra che se lo portò come alleato alle elezioni), Renzi non potrebbe sopravvivere politicamente. Non tanto per le pressioni della piazza ma per la sfiducia di chi detiene ricchezza. Certo, il renzismo reale è l’arte dello Zelig, solo travestimenti veloci senza prospettiva, profondità, strategia. Del resto chi si fa un nome, come con la Leopolda, importando miti un po' a giro per il mondo altro non può fare.
Sun Tzu nel celeberrimo L’arte della guerra scriveva: “La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile”. Renzi, per non sbagliare mette in scena tutte queste qualità senza distinzione. Per questo vive di un solo paradosso: quello del travestimento fine a sé stesso. Ma questo modo di fare si chiama vivere di sola tattica. E quando i problemi che emergono sono così complessi vivere di sola tattica non allunga la vita politica. Al massimo allunga le sofferenze.
Redazione, 25 ottobre 2016
Fonte
Già perché il Renzi che fa il Viktor Orbàn, pronto, a parole, a far saltare l’ “Europa” sul fiscal compact non è un personaggio inventato per motivi referendari ed elettorali. E’ un presidente del consiglio che ha ben presente di fronte a sé un ordigno reale. Quello della possibile riattivazione del fiscal compact, sospeso a partire dal gennaio 2015, a causa delle difficoltà dell’eurozona ad applicarlo.
Poi c’è il Renzi che fa l’Altiero Spinelli, porta Hollande e la Merkel a Ventotene, in pellegrinaggio ai luoghi in cui sarebbe stata pensata l’Europa di oggi, e che, durante le trattative a latere del pellegrinaggio, chiede discretamente di poter sforare qualche decimale di deficit pubblico. Per tenere assieme la legge di stabilità in vista dell’ordalia referendaria del 4 dicembre.
Entrambi i Renzi sono veri bisogna vedere perché lo sono. Come sono veri i Renzi della politica estera. Quello che va a Washington per l’endorsement di Obama (contro “l’austerità”, in funzione antitedesca e pro deficit-spending) e quello che blocca le sanzioni a Mosca in sede Ue proprio nel momento in cui le contraddizioni Usa-Russia sono acute. Anche qui Renzi fa sia lo Spinelli che il Viktor Orbàn: quello che vuole stemperare le crisi con gli altri paesi europei (la Russia) e quello che tratta con tutti, in funzione di contenimento della Germania, centralizzando bilancio dello stato e rappresentanza dei grandi affari all’estero.
Per non parlare della versione Cavour del presidente del consiglio: ai viaggi fuoriporta in giubbotto militare (Libano, Afghanistan) di Renzi ha corrisposto, quando i mezzi hanno supportato un minimo le ambizioni, un silenzioso, extraparlamentare, posizionamento di truppe in Libia, Iraq e confine turco-siriano. Anche qui il personaggio è lo stesso: un po' prigioniero delle relazioni internazionali, e dei mezzi reali di un paese in crisi, un po' desideroso di smarcarsi da tutti per giocare partite in solitario, sulla scacchiera delle geopolitica, per garantirsi la propria sopravvivenza politica. E’ evidente che su quest’ultimo aspetto, quello geopolitico, bisogna aspettare la scelta del sovrano da parte degli Usa. Che vinca la Clinton o Trump il significato, del collocamento geopolitico Usa nelle aree di interesse italiano, non è lo stesso. Renzi, con la visita a Obama, si è naturalmente posizionato sull’attenti nei confronti della Clinton. Ma il rifiuto di sanzioni più dure verso Mosca ha il significato, oltre che di protezione delle aziende interessate a mantenere un rapporto solido con la Russia, anche di qualche fiche messa sul tavolo per una eventuale vittoria di Trump (ci sono sondaggi che danno la Clinton vincente in doppia cifra ma anche quelli che danno pareggio o Trump vincente, meglio non esagerare in zelo clintoniano).
In attesa che si sblocchi la situazione Usa, i movimenti da osservare nello Zelig di palazzo Chigi riguardano la manovra di bilancio e il futuro prossimo dell’economia. Quello che non piace a Francoforte, Berlino e Bruxelles in Renzi è questo: il governo italiano ha mantenuto il rigore di bilancio ma al limite e, allo stesso tempo, ha fatto spesa improduttiva (dagli 80 euro ai bonus ai diciottenni, visti come il fumo negli occhi a Bruxelles etc.) per garantirsi consenso elettorale. Nelle tre capitali europee si desiderava altro: tagli strutturali, spending review di tipo hard, privatizzazioni a ondata. In modo che le grandi aziende europee potessero fare la spesa in Italia. Il tipo di capitalismo rappresentato da Renzi, il nocciolo duro di ciò che è rimasto nel paese dopo dieci anni di crisi, la vede in maniera diversa (non a caso Confindustria ha benedetto due manovre di fila di Renzi e Marchionne, seppur non si capisca più a quale paese appartenga, parla solo bene di chi gli ha permesso di far ripartire la produzione auto). Compreso quel settore più quotato alla borsa di Milano: il (sinistrato) complesso banche-servizi finanziari-assicurazioni. Lo Zelig renziano deve tener conto di questi interessi come di quelli europei. Non solo, oggi, non è facile ma è anche praticamente irrealizzabile. Ma a palazzo Chigi non manca l’inventiva.
Inoltre Renzi ha capito benissimo che le piazze finanziarie non sposano il referendum e il Si come il remain al referendum scozzese o inglese. Il Financial Times, un tempo entusiasta del guitto di Rignano, ha detto chiaramente che in caso di vittoria del “Si” non cambia nulla. Quello che la City, ovunque si ridislochi dopo il referendum sulla Brexit, vuole non è tanto una riforma costituzionale. Ma una amministrazione dello stato in grado di vendere all’incanto tutto quanto desiderato dai mercati. Possono stupire certi atteggiamenti da parte della stessa testata o, persino, dello stesso giornalista. Al netto del fatto che sui mercati, e nelle persone, tutto cambia veloce va tenuto conto di una cosa. Gli analisti dei mercati finanziari sanno leggere meglio le riforme istituzionali di qualche anno fa. Sanno come funziona un paese e, a differenza della politica, sanno cosa vogliono.
Renzi, o chi per lui, una cosa però la sa: il quadro di integrazione economica e di alleanza nel quale si è immessa l’Italia a partire dalla fine della guerra fredda è traballante. Non ha un modello né di relazioni internazionali o di economia che sia originale rispetto a quanto si vede. Semplicemente si posiziona sia per sopravvivere che per rappresentare quanti più interessi possibile. Una vera tecnica della sopravvivenza politica che però può fare i conti, e sbattere la faccia, con problemi seri. Sia su fiscal compact sia su banche. E se dal prossimo anno dovesse attivarsi il fiscal compact, che di per sé porta un carico di tagli pari al doppio di depressione del Pil di una manovra Monti (il quale perse quasi il tre per cento di Pil in dodici mesi tra il tripudio del centrosinistra che se lo portò come alleato alle elezioni), Renzi non potrebbe sopravvivere politicamente. Non tanto per le pressioni della piazza ma per la sfiducia di chi detiene ricchezza. Certo, il renzismo reale è l’arte dello Zelig, solo travestimenti veloci senza prospettiva, profondità, strategia. Del resto chi si fa un nome, come con la Leopolda, importando miti un po' a giro per il mondo altro non può fare.
Sun Tzu nel celeberrimo L’arte della guerra scriveva: “La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile”. Renzi, per non sbagliare mette in scena tutte queste qualità senza distinzione. Per questo vive di un solo paradosso: quello del travestimento fine a sé stesso. Ma questo modo di fare si chiama vivere di sola tattica. E quando i problemi che emergono sono così complessi vivere di sola tattica non allunga la vita politica. Al massimo allunga le sofferenze.
Redazione, 25 ottobre 2016
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12/09/2016
I curdi e la sinistra italiana
Dovrebbe esserci una qualche differenza tra solidarietà
internazionale e analisi degli eventi. Eppure, quando si parla di guerra
civile internazionalizzata creatasi dal tentativo di destabilizzazione
interna in Siria, così come di Turchia e di imperialismi statunitensi
nel Mashreq, tutto viene ridotto alla questione curda, importante ma
che, slegata dal contesto e dall’analisi degli interessi in campo, non
esaurisce la complessità della situazione. Le vicende del popolo curdo,
nonostante la mitizzazione e il misticismo e talvolta la mistificazione
ideologica, rappresentano uno dei tanti aspetti della vicenda siriana,
che però è decisamente più articolata. E’ questa articolazione che viene
persa per strada nella lettura degli eventi presente in certa sinistra.
Inoltre, non vale solo per la Siria.
Quando si parlava del golpe contro Erdogan, molti sottolineavano le “conseguenze per i curdi”; quando sono state applicate le leggi speciali farlocche anti-Daesh in Turchia, idem; e così via, sviluppando una narrazione limitante ma che è decisamente “interessata”, vedremo in seguito perché. In Turchia non esiste solo la questione curda: al contrario, è presente una frattura di classe ben più profonda, che divide la società e la sua politica, una frattura di cui fa parte anche la questione curda ma che, per le sue peculiarità, difficilmente può fagocitare tutto lo scontro sociale e politico turco nonché mediorientale. Lo scontro tra l’estrema sinistra e il potere turco non trova alcuno spazio nelle notizie condivise dal mondo della sinistra italiana, che riduce la lotta di classe turca a una vicenda esclusiva tra lo Stato e il Kurdistan, inframezzata dalle proteste della società civile veicolate dai media mainstream.
Scadere nell’etnicismo di un’analisi incapace di abbracciare un’ottica di classe rischia di comportare una totale cecità per quanto riguarda la comprensione del processo che sta vivendo la Turchia nel suo tentativo di crescita iper-liberistica e di conflitto capitale-lavoro; nelle dinamiche politiche dovute al semi-presidenzialismo prima, al controgolpe di Erdogan dal sapore di golpe poi; nel suo tentativo di guadagnarsi una posizione regionale andando contro gli Usa e aprendo dialoghi con la Russia, se necessario. Crediamo che per parlare di curdi, ma ancora meglio di prospettive rivoluzionare in Turchia, in Siria e nel Medio Oriente, si debba necessariamente affrontare tali questioni. In Turchia non esiste solo il Pkk (e varrebbe la pena analizzare gli effetti che il processo di pace tra questi e lo stato turco ha avuto sul resto delle organizzazioni anticapitaliste); la questione siriana non è possibile ridurla allo scontro tra Daesh e curdi.
In questo momento stiamo assistendo all’ennesima aggressione da parte dell’esercito turco al popolo curdo del Rojava, che però non può essere ridotta solamente ad un episodio, fra i tanti, della secolare pulizia etnica nei confronti dei curdi, che tanto bene ha raccolto il governo Akp, spalleggiato peraltro da una società turca sempre più islamizzata. Deve essere inserito in un’ottica più ampia. Probabilmente l’aggressione turca al Rojava rappresenta il frutto di una merce di scambio all’interno del dialogo con la Russia, aperto a seguito delle tensioni tra Erdogan e gli Usa: lo Stato turco, che detiene il più grande esercito Nato dell’area e uno dei più numerosi al mondo, ha avviato la prima operazione a nome Nato senza la presenza né il beneplacito Usa.
Questo significa che le contraddizioni in termini di strategia stanno prevalendo sulle ragioni di tattica, in un primo tempo unitarie per quanto riguardava la destabilizzazione di Assad. I curdi dopo aver ricevuto una serie di offerte di alleanze da paesi come Israele, hanno scelto definitivamente di mettersi sotto l’egida americana, convinti che questa li avrebbe protetti meglio di tutti. E in effetti, da qualche mese è sotto gli occhi dei più il cambio di strategia nord-americana: Daesh, creatura costruita in laboratorio dalle potenze occidentali e in primis dagli Usa per destabilizzare la Siria e spodestare Assad, è nel frattempo platealmente sfuggito di mano, divenendo da possibile risorsa (abbattere Assad senza sporcarsi le mani) a concreto problema geopolitico internazionale, da risolvere più che da “amministrare”. Erdogan, il più importante sponsor locale di Daesh insieme all’Arabia Saudita, da risorsa pacificante si è trasformato anch’egli in problema. Erdogan non è più credibile come argine a Daesh.
Di qui, la serie di contraddizioni in seno all’imperialismo Nato tra Usa e Turchia. Il nemico assoluto Assad è stato spodestato nella speciale graduatoria occidentale da Daesh, non certo per ragioni morali o etiche, ma perché non conviene più. E’ anche attorno a questo conflitto interno all’imperialismo che può essere compresa la vicenda siriana. L’imperialismo, così come lo stesso capitalismo, non è tutto uguale, e trattare in maniera omogenea ciò che invece procede contraddittoriamente significa privarsi della possibilità di riconoscere i punti deboli del sistema.
Il popolo curdo ha ciclicamente cercato l’appoggio delle potenze imperialiste contro gli Stati costituiti dell’area per cercare di strappare territorio e concessioni politiche, senza mai peraltro riuscire nel suo intento. Il problema non è però questo, che anzi rientra in una certa capacità realpolitica di sfruttare debolezze e contraddizioni altrui per raggiungere i propri obiettivi. Le strategie e le tattiche dei curdi non rappresentano un problema, in questo senso. Sono scelte legittime, ancorché criticabili, di un popolo che lotta per la sua indipendenza e, in questo momento, l’unico popolo che lotta davvero contro Daesh e Erdogan.
La questione non è “prendere le distanze dai curdi”, e anzi la loro guerra va non solo appoggiata passivamente, ma anche attivamente, perché rappresenta il bastione più democratico e più conseguente nella lotta contro Daesh. Sgombriamo allora il campo da possibili equivoci in cui nuotano da una parte i fascisti e dall’altra certa “sinistra” post-moderna: la lotta curda contro Daesh è la parte più avanzata della resistenza popolare all’aggressione islamista-imperialista, una resistenza popolare prima di tutto interna alla società araba, nonostante i farfugliamenti ideologici che descriverebbero l’Occidente “in prima linea” contro l’estremismo islamico. Il problema allora risiede nel “filo-curdismo” occidentale, che ha fatto dell’esperienza del Rojava l’esempio politico da seguire, il paradigma per la ricostruzione di una nuova sinistra anche in Europa.
Qui sorgono tutta una serie di problematiche politiche che non possono essere taciute.
Il modello politico sperimentato in Rojava ricalca la linea politica del Pkk, un partito che nel corso del tempo è andato incontro ad un processo di profonda revisione politica dei suoi obiettivi, dei suoi metodi di lotta, delle sue proposte, dei suoi orizzonti. Un processo revisionistico che non ha semplicemente ammodernato l’apparato politico-ideologico di un partito marxista-leninista, cosa assolutamente necessaria dopo il 1989 – intendiamoci – ma che ha rotto con l’esperienza comunista per proseguire per altre strade, su altri percorsi, opposti e non intersecanti la sinistra anticapitalista.
Tutte “svolte” legittime inserite nel contesto curdo, ma allo stesso tempo criticabili se prese a modello per “la sinistra” antagonista (non utilizziamo il termine rivoluzionaria perché non esiste, al momento, alcuna “sinistra rivoluzionaria” in Occidente) nel suo complesso. E’ un processo d’altronde che va avanti da più di vent’anni, non da ieri, e che quindi è stato ormai assimilato dal Partito dei lavoratori curdo, dalla società curda che si ritrova nelle esperienze democratiche legate a quel movimento, e da quella sinistra che ritrova ancora nel Pkk un modello politico.
Non entreremo nel merito della critica al confederalismo democratico, così come non vaglieremo le proposte di ecologismo sociale e di municipalismo libertario che contraddistinguono il programma del Pkk e del Rojava. Sono questioni aperte e dibattute da anni, e che fanno parte di quell’insieme di teorie neo-anarchiche molto in voga (e molto seducenti) dopo il 1989. Analizzarle nel concreto richiederebbe troppo tempo e spazio e porterebbe la discussione molto lontano e fuori dal cuore del problema che qui ci interessa discutere. La critica a quel tipo di sinistra è d’altronde al centro del nostro discorso politico di fondo. Il problema, come detto, è tale modello applicato alla sinistra europea e al resto dei movimenti di resistenza e/o di liberazione anche nel Medioriente.
Il nocciolo della questione è che questo tipo di sinistra, questo modello politico post-moderno, che non ha alcuna ambizione di presa del potere, che non mira alla sovranità statale, che rifiuta pensieri forti e sistemi di pensiero strutturati, che eleva tematiche importanti ma parziali a orizzonte di valore (dall’ecologismo al femminismo), che si accontenta di nicchie autogestite senza connessione con la generalità dei rapporti sociali e di potere, esiste già da vent’anni. E’ la sinistra italiana, nelle sue variegate forme. Perché andare a cercarla in Kurdistan?
Il processo revisionistico a cui è andato incontro il Pkk altro non è che una parte del processo revisionistico che ha investito la sinistra europea nel suo complesso. Per non fraintenderci: quando parliamo di processo revisionistico non alludiamo alla necessaria e improcrastinabile operazione di ri-organizzazione politica e ideologica che partiti e movimenti comunisti avrebbero dovuto compiere di fronte alla sconfitta storica dell’89 (una sconfitta che in realtà iniziava ben prima del 1989 ovviamente).
Chi ci legge sa quanto siamo i primi critici di chi ancora oggi propone soluzioni politiche fondate su paradigmi ormai ultra-superati, come “costituenti rosse”, micro-partiti ml, certe rigidità ideologiche fuori tempo massimo, massimalismi parolai, eccetera: operazioni macchiettistiche testimoniali che suscitano, nel migliore dei casi, bonaria simpatia, ma che di certo non cambiano di una virgola lo stato di cose presenti nella sinistra di classe. Con “processo revisionistico” intendiamo il rapido adeguamento di certa sinistra al corso degli eventi e allo spirito dei tempi, che imponeva e impone tutt’oggi la svalutazione generale del processo di liberazione delle classi subalterne dal 1789 al 1989, con i suoi variegati annessi e connessi: la fine di ogni orizzonte alternativo al capitalismo, che può essere migliorato ma mai superato; la fine del conflitto e della forza come strumenti legittimi della lotta politica; la fine delle ideologie e delle differenze politiche in nome del tecnicismo a-politico fondato sui pensieri deboli e ultra-relativistici; il “libero mercato” come entità data e immutabile, da assecondare e non da governare; il primato dell’economia sulla politica; la fine delle “grandi narrazioni”; la dittatura del particolare sul generale, e della forma sulla sostanza; e molti altri eccetera.
Il Pkk, certo non svaccando come il resto dei partiti occidentali e anzi immaginando percorsi realistici nel particolare contesto in cui si trova ad operare, si è accodato ad un idem sentire molto in voga negli anni Novanta, caratterizzati infatti da un altro dei miti fondativi della sinistra post-moderna, lo zapatismo. Anche qui, occorre precisare: non è in discussione la sacrosanta lotta di resistenza delle comunità Maya del Chiapas contro lo Stato messicano, i loro modelli di autogoverno e di democrazia diretta, il loro tentativo di creare zone di contropotere territoriale in guerra col capitalismo messicano. Sono esperienze di lotta che rivelano la dignità di comunità storicamente spogliate di tutte le loro ricchezze materiali e umane. Sono anche affascinanti, esotiche, mitopoietiche e via dicendo.
Il problema non è (era) il Chiapas e l’Ezln, ma lo zapatismo occidentale, che utilizzava gli zapatisti veri nella sua resa dei conti con un’altra sinistra, quella ancora legata a certi schemi politici del Novecento che non riuscivano più a rispondere alla necessità di ri-organizzazione del campo del lavoro dipendente salariato. Passata la moda zapatista, è oggi il turno dei curdi, che rispondono, nel piccolo gioco della sinistra europea e soprattutto italiana, allo stesso leitmotiv: vengono usati come modello seducente per risolvere i conti nelle contraddizioni interne alla sinistra.
Che sia una scelta ideologica appare evidente anche da un piccolo fatto però rivelante: pochi giorni fa si firmava lo storico accordo tra le Farc e il governo colombiano. Stiamo parlando della più estesa, influente e importante guerriglia comunista presente al mondo in questo momento, attiva da cinquant’anni, modello di riferimento per una parte importante della sinistra latinoamericana, appoggio fondamentale per la nascita dell’esperienza del bolivarismo venezuelano. Nessuno, a sinistra, sembra essersene accorto (ovviamente esclusi i soliti noti, trattati come simpatici mattacchioni col chiodo fisso). Nessuno, più in generale, sembrerebbe essersi accorto delle Farc, della feroce repressione dei governi fascio-liberisti colombiani, del dibattito che ha generato quel movimento politico, sulle soluzioni collettive escogitate per terminare un’esperienza (la lotta armata), senza cedere un millimetro al potere colombiano.
Come evidente, sono scelte politiche. Si sceglie chi appoggiare, a chi dare risalto, per fini, ci teniamo a ribadirlo, di polemica interna. E’ giusto che sia così, se rivendicato: ognuno sceglie i propri modelli. Quando avviene furbescamente e ambiguamente, assume un altro valore, decisamente più squallido.
Il problema è che se nel 1994 era possibile cascare nel tranello ideologico del camminare domandando, vent’anni e passa dopo aver sperimentato in lungo e in largo gli orizzonti di gloria della neo-sinistra post-moderna, ricadere nell’errore sarebbe quantomeno diabolico. Detto altrimenti, o si riparte da una seria capacità autocritica che metta in discussione quel tipo di approccio, che, tra parentesi, portò a Genova e alla catastrofe successiva, che vide la fine, almeno in Italia, di ogni concreto e credibile movimento sociale di massa, oppure saremo costretti a rivedere sempre lo stesso film, quello di una sinistra “moltitudinaria”, “ecologista”, “arcobaleno”, “leggera”, eccetera, che si propone come nuovo quando è sempre lo stesso ormai datato paradigma che ripropone se stesso. Di sconfitta in sconfitta, senza neanche il sogno di una vittoria finale ormai neanche più immaginata.
La lotta curda contro Daesh è importante, va appoggiata e sostenuta come merita e rivendicata nel modo migliore. Ma evitiamo di utilizzarli nelle rese di conti interne a una sinistra che proprio per questi motivi è definitivamente tramontata dal novero delle opzioni politiche credibili e praticabili. Almeno qui in Italia.
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Quando si parlava del golpe contro Erdogan, molti sottolineavano le “conseguenze per i curdi”; quando sono state applicate le leggi speciali farlocche anti-Daesh in Turchia, idem; e così via, sviluppando una narrazione limitante ma che è decisamente “interessata”, vedremo in seguito perché. In Turchia non esiste solo la questione curda: al contrario, è presente una frattura di classe ben più profonda, che divide la società e la sua politica, una frattura di cui fa parte anche la questione curda ma che, per le sue peculiarità, difficilmente può fagocitare tutto lo scontro sociale e politico turco nonché mediorientale. Lo scontro tra l’estrema sinistra e il potere turco non trova alcuno spazio nelle notizie condivise dal mondo della sinistra italiana, che riduce la lotta di classe turca a una vicenda esclusiva tra lo Stato e il Kurdistan, inframezzata dalle proteste della società civile veicolate dai media mainstream.
Scadere nell’etnicismo di un’analisi incapace di abbracciare un’ottica di classe rischia di comportare una totale cecità per quanto riguarda la comprensione del processo che sta vivendo la Turchia nel suo tentativo di crescita iper-liberistica e di conflitto capitale-lavoro; nelle dinamiche politiche dovute al semi-presidenzialismo prima, al controgolpe di Erdogan dal sapore di golpe poi; nel suo tentativo di guadagnarsi una posizione regionale andando contro gli Usa e aprendo dialoghi con la Russia, se necessario. Crediamo che per parlare di curdi, ma ancora meglio di prospettive rivoluzionare in Turchia, in Siria e nel Medio Oriente, si debba necessariamente affrontare tali questioni. In Turchia non esiste solo il Pkk (e varrebbe la pena analizzare gli effetti che il processo di pace tra questi e lo stato turco ha avuto sul resto delle organizzazioni anticapitaliste); la questione siriana non è possibile ridurla allo scontro tra Daesh e curdi.
In questo momento stiamo assistendo all’ennesima aggressione da parte dell’esercito turco al popolo curdo del Rojava, che però non può essere ridotta solamente ad un episodio, fra i tanti, della secolare pulizia etnica nei confronti dei curdi, che tanto bene ha raccolto il governo Akp, spalleggiato peraltro da una società turca sempre più islamizzata. Deve essere inserito in un’ottica più ampia. Probabilmente l’aggressione turca al Rojava rappresenta il frutto di una merce di scambio all’interno del dialogo con la Russia, aperto a seguito delle tensioni tra Erdogan e gli Usa: lo Stato turco, che detiene il più grande esercito Nato dell’area e uno dei più numerosi al mondo, ha avviato la prima operazione a nome Nato senza la presenza né il beneplacito Usa.
Questo significa che le contraddizioni in termini di strategia stanno prevalendo sulle ragioni di tattica, in un primo tempo unitarie per quanto riguardava la destabilizzazione di Assad. I curdi dopo aver ricevuto una serie di offerte di alleanze da paesi come Israele, hanno scelto definitivamente di mettersi sotto l’egida americana, convinti che questa li avrebbe protetti meglio di tutti. E in effetti, da qualche mese è sotto gli occhi dei più il cambio di strategia nord-americana: Daesh, creatura costruita in laboratorio dalle potenze occidentali e in primis dagli Usa per destabilizzare la Siria e spodestare Assad, è nel frattempo platealmente sfuggito di mano, divenendo da possibile risorsa (abbattere Assad senza sporcarsi le mani) a concreto problema geopolitico internazionale, da risolvere più che da “amministrare”. Erdogan, il più importante sponsor locale di Daesh insieme all’Arabia Saudita, da risorsa pacificante si è trasformato anch’egli in problema. Erdogan non è più credibile come argine a Daesh.
Di qui, la serie di contraddizioni in seno all’imperialismo Nato tra Usa e Turchia. Il nemico assoluto Assad è stato spodestato nella speciale graduatoria occidentale da Daesh, non certo per ragioni morali o etiche, ma perché non conviene più. E’ anche attorno a questo conflitto interno all’imperialismo che può essere compresa la vicenda siriana. L’imperialismo, così come lo stesso capitalismo, non è tutto uguale, e trattare in maniera omogenea ciò che invece procede contraddittoriamente significa privarsi della possibilità di riconoscere i punti deboli del sistema.
Il popolo curdo ha ciclicamente cercato l’appoggio delle potenze imperialiste contro gli Stati costituiti dell’area per cercare di strappare territorio e concessioni politiche, senza mai peraltro riuscire nel suo intento. Il problema non è però questo, che anzi rientra in una certa capacità realpolitica di sfruttare debolezze e contraddizioni altrui per raggiungere i propri obiettivi. Le strategie e le tattiche dei curdi non rappresentano un problema, in questo senso. Sono scelte legittime, ancorché criticabili, di un popolo che lotta per la sua indipendenza e, in questo momento, l’unico popolo che lotta davvero contro Daesh e Erdogan.
La questione non è “prendere le distanze dai curdi”, e anzi la loro guerra va non solo appoggiata passivamente, ma anche attivamente, perché rappresenta il bastione più democratico e più conseguente nella lotta contro Daesh. Sgombriamo allora il campo da possibili equivoci in cui nuotano da una parte i fascisti e dall’altra certa “sinistra” post-moderna: la lotta curda contro Daesh è la parte più avanzata della resistenza popolare all’aggressione islamista-imperialista, una resistenza popolare prima di tutto interna alla società araba, nonostante i farfugliamenti ideologici che descriverebbero l’Occidente “in prima linea” contro l’estremismo islamico. Il problema allora risiede nel “filo-curdismo” occidentale, che ha fatto dell’esperienza del Rojava l’esempio politico da seguire, il paradigma per la ricostruzione di una nuova sinistra anche in Europa.
Qui sorgono tutta una serie di problematiche politiche che non possono essere taciute.
Il modello politico sperimentato in Rojava ricalca la linea politica del Pkk, un partito che nel corso del tempo è andato incontro ad un processo di profonda revisione politica dei suoi obiettivi, dei suoi metodi di lotta, delle sue proposte, dei suoi orizzonti. Un processo revisionistico che non ha semplicemente ammodernato l’apparato politico-ideologico di un partito marxista-leninista, cosa assolutamente necessaria dopo il 1989 – intendiamoci – ma che ha rotto con l’esperienza comunista per proseguire per altre strade, su altri percorsi, opposti e non intersecanti la sinistra anticapitalista.
Tutte “svolte” legittime inserite nel contesto curdo, ma allo stesso tempo criticabili se prese a modello per “la sinistra” antagonista (non utilizziamo il termine rivoluzionaria perché non esiste, al momento, alcuna “sinistra rivoluzionaria” in Occidente) nel suo complesso. E’ un processo d’altronde che va avanti da più di vent’anni, non da ieri, e che quindi è stato ormai assimilato dal Partito dei lavoratori curdo, dalla società curda che si ritrova nelle esperienze democratiche legate a quel movimento, e da quella sinistra che ritrova ancora nel Pkk un modello politico.
Non entreremo nel merito della critica al confederalismo democratico, così come non vaglieremo le proposte di ecologismo sociale e di municipalismo libertario che contraddistinguono il programma del Pkk e del Rojava. Sono questioni aperte e dibattute da anni, e che fanno parte di quell’insieme di teorie neo-anarchiche molto in voga (e molto seducenti) dopo il 1989. Analizzarle nel concreto richiederebbe troppo tempo e spazio e porterebbe la discussione molto lontano e fuori dal cuore del problema che qui ci interessa discutere. La critica a quel tipo di sinistra è d’altronde al centro del nostro discorso politico di fondo. Il problema, come detto, è tale modello applicato alla sinistra europea e al resto dei movimenti di resistenza e/o di liberazione anche nel Medioriente.
Il nocciolo della questione è che questo tipo di sinistra, questo modello politico post-moderno, che non ha alcuna ambizione di presa del potere, che non mira alla sovranità statale, che rifiuta pensieri forti e sistemi di pensiero strutturati, che eleva tematiche importanti ma parziali a orizzonte di valore (dall’ecologismo al femminismo), che si accontenta di nicchie autogestite senza connessione con la generalità dei rapporti sociali e di potere, esiste già da vent’anni. E’ la sinistra italiana, nelle sue variegate forme. Perché andare a cercarla in Kurdistan?
Il processo revisionistico a cui è andato incontro il Pkk altro non è che una parte del processo revisionistico che ha investito la sinistra europea nel suo complesso. Per non fraintenderci: quando parliamo di processo revisionistico non alludiamo alla necessaria e improcrastinabile operazione di ri-organizzazione politica e ideologica che partiti e movimenti comunisti avrebbero dovuto compiere di fronte alla sconfitta storica dell’89 (una sconfitta che in realtà iniziava ben prima del 1989 ovviamente).
Chi ci legge sa quanto siamo i primi critici di chi ancora oggi propone soluzioni politiche fondate su paradigmi ormai ultra-superati, come “costituenti rosse”, micro-partiti ml, certe rigidità ideologiche fuori tempo massimo, massimalismi parolai, eccetera: operazioni macchiettistiche testimoniali che suscitano, nel migliore dei casi, bonaria simpatia, ma che di certo non cambiano di una virgola lo stato di cose presenti nella sinistra di classe. Con “processo revisionistico” intendiamo il rapido adeguamento di certa sinistra al corso degli eventi e allo spirito dei tempi, che imponeva e impone tutt’oggi la svalutazione generale del processo di liberazione delle classi subalterne dal 1789 al 1989, con i suoi variegati annessi e connessi: la fine di ogni orizzonte alternativo al capitalismo, che può essere migliorato ma mai superato; la fine del conflitto e della forza come strumenti legittimi della lotta politica; la fine delle ideologie e delle differenze politiche in nome del tecnicismo a-politico fondato sui pensieri deboli e ultra-relativistici; il “libero mercato” come entità data e immutabile, da assecondare e non da governare; il primato dell’economia sulla politica; la fine delle “grandi narrazioni”; la dittatura del particolare sul generale, e della forma sulla sostanza; e molti altri eccetera.
Il Pkk, certo non svaccando come il resto dei partiti occidentali e anzi immaginando percorsi realistici nel particolare contesto in cui si trova ad operare, si è accodato ad un idem sentire molto in voga negli anni Novanta, caratterizzati infatti da un altro dei miti fondativi della sinistra post-moderna, lo zapatismo. Anche qui, occorre precisare: non è in discussione la sacrosanta lotta di resistenza delle comunità Maya del Chiapas contro lo Stato messicano, i loro modelli di autogoverno e di democrazia diretta, il loro tentativo di creare zone di contropotere territoriale in guerra col capitalismo messicano. Sono esperienze di lotta che rivelano la dignità di comunità storicamente spogliate di tutte le loro ricchezze materiali e umane. Sono anche affascinanti, esotiche, mitopoietiche e via dicendo.
Il problema non è (era) il Chiapas e l’Ezln, ma lo zapatismo occidentale, che utilizzava gli zapatisti veri nella sua resa dei conti con un’altra sinistra, quella ancora legata a certi schemi politici del Novecento che non riuscivano più a rispondere alla necessità di ri-organizzazione del campo del lavoro dipendente salariato. Passata la moda zapatista, è oggi il turno dei curdi, che rispondono, nel piccolo gioco della sinistra europea e soprattutto italiana, allo stesso leitmotiv: vengono usati come modello seducente per risolvere i conti nelle contraddizioni interne alla sinistra.
Che sia una scelta ideologica appare evidente anche da un piccolo fatto però rivelante: pochi giorni fa si firmava lo storico accordo tra le Farc e il governo colombiano. Stiamo parlando della più estesa, influente e importante guerriglia comunista presente al mondo in questo momento, attiva da cinquant’anni, modello di riferimento per una parte importante della sinistra latinoamericana, appoggio fondamentale per la nascita dell’esperienza del bolivarismo venezuelano. Nessuno, a sinistra, sembra essersene accorto (ovviamente esclusi i soliti noti, trattati come simpatici mattacchioni col chiodo fisso). Nessuno, più in generale, sembrerebbe essersi accorto delle Farc, della feroce repressione dei governi fascio-liberisti colombiani, del dibattito che ha generato quel movimento politico, sulle soluzioni collettive escogitate per terminare un’esperienza (la lotta armata), senza cedere un millimetro al potere colombiano.
Come evidente, sono scelte politiche. Si sceglie chi appoggiare, a chi dare risalto, per fini, ci teniamo a ribadirlo, di polemica interna. E’ giusto che sia così, se rivendicato: ognuno sceglie i propri modelli. Quando avviene furbescamente e ambiguamente, assume un altro valore, decisamente più squallido.
Il problema è che se nel 1994 era possibile cascare nel tranello ideologico del camminare domandando, vent’anni e passa dopo aver sperimentato in lungo e in largo gli orizzonti di gloria della neo-sinistra post-moderna, ricadere nell’errore sarebbe quantomeno diabolico. Detto altrimenti, o si riparte da una seria capacità autocritica che metta in discussione quel tipo di approccio, che, tra parentesi, portò a Genova e alla catastrofe successiva, che vide la fine, almeno in Italia, di ogni concreto e credibile movimento sociale di massa, oppure saremo costretti a rivedere sempre lo stesso film, quello di una sinistra “moltitudinaria”, “ecologista”, “arcobaleno”, “leggera”, eccetera, che si propone come nuovo quando è sempre lo stesso ormai datato paradigma che ripropone se stesso. Di sconfitta in sconfitta, senza neanche il sogno di una vittoria finale ormai neanche più immaginata.
La lotta curda contro Daesh è importante, va appoggiata e sostenuta come merita e rivendicata nel modo migliore. Ma evitiamo di utilizzarli nelle rese di conti interne a una sinistra che proprio per questi motivi è definitivamente tramontata dal novero delle opzioni politiche credibili e praticabili. Almeno qui in Italia.
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