“Nella notte di Sabato 19 novembre una pioggia di bombe si è abbattuta sul Rojava/Nord-Est Siria per mano dell’aviazione turca. Molte le città colpite contemporaneamente in Rojava tra cui Kobane, Ain Issa, Tel Rifaat, Derik e Derbasiye, ma anche Sulaymaniyya, Qandil e Shengal nel Sud Kurdistan/Nord Iraq. In particolare le città di Kobane e Derik sono state ripetutamente colpite per diverse ore durante la notte e di nuovo nel corso della mattinata.
Kobane, la città che ha sconfitto l’ISIS al prezzo di migliaia di vite civili e di combattenti YPG/YPJ e PKK, è da allora nel mirino del regime di Erdogan e per questo motivo è stata immediatamente indicata dal governo turco come capro espiatorio in seguito al recente attentato avvenuto ad Istanbul.
Indicare le istituzioni del Rojava come responsabili dell’attentato non è altro che un goffo tentativo di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica una nuova invasione del Rojava, in particolare della città di Kobane, la cui occupazione completerebbe il progetto neo-ottomano iniziato con le invasioni del 2018 e 2019.
Anche la tempistica di questi attacchi non è casuale, il governo AKP-MHP è in calo nei sondaggi che lo vedrebbero sconfitto nelle prossime elezioni, nonostante Erdogan abbia tentato di ritagliarsi una posizione di rilievo attraverso gli accordi economici con l’UE e tentando di acquisire una posizione centrale nel conflitto tra Russia e Ucraina.
In un momento storico in cui il mondo sta seguendo con attenzione le rivolte in Rojhelat e in Iran, al grido di “Jin Jiyan Azadi” – Donna Vita Libertà, il governo turco sta lavorando attivamente per distruggere la rivoluzione delle donne del Rojava, il luogo in cui da dieci anni questo motto è stato applicato e si è tramutato in pratica politica. Di fronte a questa ipocrisia l’opinione pubblica mondiale deve adoperarsi affinché la comunità internazionale metta fine agli attacchi turchi agli uomini e alle donne che lottano per un nuovo modello di pace in Kurdistan e in medio oriente.
L’assemblea nazionale di ReteKurdistan Italia che si è riunita il 19 e 20 novembre fa per questo appello a tutte le realtà e i singoli solidali con il popolo curdo e che credono nella pace e nella democrazia a non aspettare l’inizio di una nuova invasione per mobilitarsi.
Chiediamo quindi di iniziare immediatamente a mobilitarsi per informare l’opinione pubblica sui crimini di guerra dello stato turco, sui suoi piani di invasione e sull’uso massiccio di armi chimiche già in corso.
Chiediamo di fare pressione sulle istituzioni affinché il nostro paese non sia complice di questa guerra, affinché le armi italiane non vengano usate per distruggere la rivoluzione delle donne e massacrare i popoli che sperimentano il paradigma del Confederalismo Democratico, in Rojava e in ogni altro luogo.”
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/11/2022
18/10/2019
Trump-Erdogan, un accordo tra sconfitti
Questa, diciamolo, ancora non si era vista. Un “accordo per il cessate il fuoco” che non riguarda una delle parti in conflitto, ma impegna – anche qui, solo a parole – quasi soltanto l’attaccante e una delle parti che si è appena ritirata dalla scena. Un po’ come “fare la pace” con i popri alleati invece che con il nemico...
Quello tra Trump ed Erdogan, il giorno dopo, sembra più un escamotage per salvare la faccia ad entrambi che non un fatto vero, di quelli che cambiano lo scenario nell’area.
La posizione degli Usa, dopo il voltafaccia a l’abbandono degli “alleati” curdi nel Rojava, era diventata assolutamente non credibile per qualsiasi soggetto mediorientale. Lo si è visto con il frettoloso viaggio del segretario di Stato Pompeo in Israele, per rassicurare Netanyahu sul fatto che quel ritiro non significa un disimpegno totale degli Stati Uniti dall’area.
Dunque si poneva la necessità di far vedere che invece giocano ancora un ruolo “decisivo”.
Erdogan, invece, si trovava in un empasse pericolosa, soprattutto per lui. Aveva scatenato un’offensiva militare dichiarando che sarebbe “andato fino in fondo”, grazie al ritiro Usa che in teoria doveva lasciare i curdi senza alcuna copertura (soprattutto aerea, oltre che diplomatica). Ma la resistenza curda e l’avanzata delle truppe russe e di Assad (e quelle filo-iraniane di Hezbollah) verso la linea del confine nord siriano ha di fatto ridotto la portata dell’attacco a solo alcune zone, pur bombardamento tutto quel che si muove (anche con armi chimiche, nel silenzio delle “democrazie occidentali”).
Dunque o rischiava uno scontro diretto con Russia, Assad e Iran, oppure doveva fermarsi e perdere la faccia all’interno del suo paese dopo aver acceso ancora una volta i fuochi del nazionalismo più acefalo. La “tregua” concordata con Trump – peraltro non rispettata affatto da Ankara – lo solleva per il momento da questo rischio mentre, sul terreno, le milizie jihadiste da lui controllate e armate restano inchiodate nello scontro con i curdi; e, se pure fossero sterminate dai siriani e dai russi, non sarebbe Erdogan a doversi definire sconfitto.
Sul fronte opposto, è altrettanto ovvio che né Assad né la Russia hanno alcuna intenzione di trasformare la loro avanzata in conflitto vero e proprio (la Turchia, per quanto irritante soprattutto verso i propri alleati, è pur sempre un membro della Nato e potrebbe invocarne l’intervento). Dunque il compromesso implicito nell’“accordo” – ritiro delle milizie curde al di qua della “fascia di sicurezza” definita da Erdogan – può essere per il momento accettabile. In fondo hanno guadagnato terreno senza pagare alcun prezzo, né militare né diplomatico. Ci sarà tempo e modo di decidere altro...
Ed anche per i curdi – ancora una volta – non c’è alternativa. Non potevano restare soli contro l’attacco congiunto dell’esercito turco e dei tagliagole jihadisti, non possono chiedere ai nuovi “alleati” un impegno maggiore della semplice “protezione”. Dunque debbono definire – in parte a ragione, visto che con la loro resistenza hanno fortemente limitato l’avanzata delle “truppe di terra” turco-jihadiste – una “vittoria” il fatto che Erdogan debba fermarsi.
Poi c’è ovviamente la propaganda. Anche i turchi dicono di aver “ottenuto quel che volevamo”, anche se è qualcosa di molto diverso da quanto dichiarato. E Trump si auto compiace di aver impedito “milioni di morti”.
Resta fuori da ogni gioco l’Unione Europea, che ha perso forse l’ultima occasione per smarcarsi dagli Stati Uniti e avere un ruolo. Ma del resto, già da molti anni l’UE aveva fatto della Siria un proprio bersaglio e la situazione attuale è il frutto anche delle sue sozzure più folli.
Naturalmente questa non è una “data storica”, ma solo una tappa della lunghissima “guerra mondiale a pezzetti” che si sta giocando in Medio Oriente sulla pelle di chi ci vive.
Fonte
Quello tra Trump ed Erdogan, il giorno dopo, sembra più un escamotage per salvare la faccia ad entrambi che non un fatto vero, di quelli che cambiano lo scenario nell’area.
La posizione degli Usa, dopo il voltafaccia a l’abbandono degli “alleati” curdi nel Rojava, era diventata assolutamente non credibile per qualsiasi soggetto mediorientale. Lo si è visto con il frettoloso viaggio del segretario di Stato Pompeo in Israele, per rassicurare Netanyahu sul fatto che quel ritiro non significa un disimpegno totale degli Stati Uniti dall’area.
Dunque si poneva la necessità di far vedere che invece giocano ancora un ruolo “decisivo”.
Erdogan, invece, si trovava in un empasse pericolosa, soprattutto per lui. Aveva scatenato un’offensiva militare dichiarando che sarebbe “andato fino in fondo”, grazie al ritiro Usa che in teoria doveva lasciare i curdi senza alcuna copertura (soprattutto aerea, oltre che diplomatica). Ma la resistenza curda e l’avanzata delle truppe russe e di Assad (e quelle filo-iraniane di Hezbollah) verso la linea del confine nord siriano ha di fatto ridotto la portata dell’attacco a solo alcune zone, pur bombardamento tutto quel che si muove (anche con armi chimiche, nel silenzio delle “democrazie occidentali”).
Dunque o rischiava uno scontro diretto con Russia, Assad e Iran, oppure doveva fermarsi e perdere la faccia all’interno del suo paese dopo aver acceso ancora una volta i fuochi del nazionalismo più acefalo. La “tregua” concordata con Trump – peraltro non rispettata affatto da Ankara – lo solleva per il momento da questo rischio mentre, sul terreno, le milizie jihadiste da lui controllate e armate restano inchiodate nello scontro con i curdi; e, se pure fossero sterminate dai siriani e dai russi, non sarebbe Erdogan a doversi definire sconfitto.
Sul fronte opposto, è altrettanto ovvio che né Assad né la Russia hanno alcuna intenzione di trasformare la loro avanzata in conflitto vero e proprio (la Turchia, per quanto irritante soprattutto verso i propri alleati, è pur sempre un membro della Nato e potrebbe invocarne l’intervento). Dunque il compromesso implicito nell’“accordo” – ritiro delle milizie curde al di qua della “fascia di sicurezza” definita da Erdogan – può essere per il momento accettabile. In fondo hanno guadagnato terreno senza pagare alcun prezzo, né militare né diplomatico. Ci sarà tempo e modo di decidere altro...
Ed anche per i curdi – ancora una volta – non c’è alternativa. Non potevano restare soli contro l’attacco congiunto dell’esercito turco e dei tagliagole jihadisti, non possono chiedere ai nuovi “alleati” un impegno maggiore della semplice “protezione”. Dunque debbono definire – in parte a ragione, visto che con la loro resistenza hanno fortemente limitato l’avanzata delle “truppe di terra” turco-jihadiste – una “vittoria” il fatto che Erdogan debba fermarsi.
Poi c’è ovviamente la propaganda. Anche i turchi dicono di aver “ottenuto quel che volevamo”, anche se è qualcosa di molto diverso da quanto dichiarato. E Trump si auto compiace di aver impedito “milioni di morti”.
Resta fuori da ogni gioco l’Unione Europea, che ha perso forse l’ultima occasione per smarcarsi dagli Stati Uniti e avere un ruolo. Ma del resto, già da molti anni l’UE aveva fatto della Siria un proprio bersaglio e la situazione attuale è il frutto anche delle sue sozzure più folli.
Naturalmente questa non è una “data storica”, ma solo una tappa della lunghissima “guerra mondiale a pezzetti” che si sta giocando in Medio Oriente sulla pelle di chi ci vive.
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Siria - L'invasione turca spacca il fornte anti Assad
di Michele Giorgio
Il presidente siriano Bashar Assad ieri ha ribadito che la Siria contrasterà l’offensiva turca «su tutto il territorio e con ogni mezzo legittimo». Parole forti che tuttavia non indicano necessariamente il desiderio di andare allo scontro militare con Ankara, anzi.
Ad Assad conviene molto di più lasciar fare alla diplomazia russa e trarre vantaggio dallo sdegno globale provocato dall’attacco di Erdogan all’Amministrazione Autonoma curda del Rojava. Lunedì senza sparare un colpo l’esercito siriano ha fatto ingresso nelle città di Manbij e di Taqba e successivamente a Kobane, rientrando in territori che Damasco non controllava più da anni. Per Assad i frutti migliori sono quelli politici. I curdi non fanno salti di gioia ma ora sono suoi alleati. Abbandonati dai falsi amici americani dovranno cercare con lui e la Russia una via d’uscita.
«Non credo di sbagliare affermando che, purtroppo per i curdi, l’Amministrazione Autonoma del Rojava sia già parte del passato e mi riesce difficile, a meno di sconvolgimenti eccezionali, che possa rinascere nella forma che abbiamo conosciuto», ci dice l’analista Mouin Rabbani.
«Quella realtà politica e amministrativa – aggiunge – si sosteneva grazie all’appoggio di Washington. In futuro i curdi potranno intavolare trattative con il governo centrale, ma Damasco non andrà oltre i temi in discussione prima del 2011, come il possibile riconoscimento dell’identità culturale e linguistica e la questione della cittadinanza. Magari sarà trovata una formula per una autogestione curda in determinate aree ma il governo non cederà sul principio dell’integrità del territorio nazionale».
Ankara senza volerlo ha rafforzato Bashar Assad nel confronto con l’opposizione siriana – la Coalizione nazionale della rivoluzione siriana e delle forze di opposizione (Snc, sotto l’ala turca) – che ha visto crollare la sua immagine internazionale. La sua milizia, l’Esercito nazionale (Ens, già Esercito siriano libero) che combatte per Erdogan, si è rivelata per quello che è sempre stata e che l’Occidente fingeva di non vedere: un’accozzaglia di gruppi mercenari – alcuni di chiara ispirazione jihadista – che si tengono insieme grazie ai soldi e alle armi che ricevono dalla Turchia e che sono responsabili di atrocità e rappresaglie.
Sul piano politico il caos nell’opposizione è totale. Traditi dagli americani e disgustati dal giubilo dei loro compagni di schieramento per l’inizio dell’offensiva turca contro «i terroristi», il Partito curdo del Futuro ha chiesto che la rappresentanza curda sospenda subito la sua partecipazione alla Snc. La frattura al momento è insanabile. Com’era prevedibile, i Fratelli musulmani siriani, legati all’Akp di Erdogan (e ai finanziamenti del Qatar), hanno gioiosamente sostenuto l’attacco turco che, dicono, «fa gli interessi della rivoluzione siriana e dei fratelli turchi nella lotta al terrorismo». Per gli islamisti, la campagna militare non prenderebbe di mira i curdi siriani (sic) ma solo «le milizie separatiste e terroriste».
Ma quasi tutta la Snc applaude ad Erdogan e ha già invitato il «suo governo, i suoi ministeri e le sue direzioni a prepararsi a lavorare in qualsiasi area liberata». Proclami che hanno convinto il Consiglio nazionale curdo, che rappresenta 13 partiti, a sospendere l’adesione alla Snc. Ad allargare la frattura interna c’è inoltre la secca condanna dell’aggressione turca espressa dal Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Ncc), che rappresenta gli oppositori di Bashar Assad in Siria.
Quanto tutto ciò influirà sui lavori del comitato chiamato a scrivere la nuova costituzione siriana – composto da rappresentanti del governo, dell’opposizione e da indipendenti, dovrebbe riunirsi a fine mese a Ginevra – è difficile valutarlo. Poco secondo Mouin Rabbani. «I curdi – spiega l’analista – non ne fanno parte perché erano stati esclusi su pressione di Erdogan e comunque la Russia eviterà che l’iniziativa possa saltare del tutto». Allo stesso tempo, aggiunge Rabbani, «il successo del comitato costituzionale non è affatto garantito».
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Il presidente siriano Bashar Assad ieri ha ribadito che la Siria contrasterà l’offensiva turca «su tutto il territorio e con ogni mezzo legittimo». Parole forti che tuttavia non indicano necessariamente il desiderio di andare allo scontro militare con Ankara, anzi.
Ad Assad conviene molto di più lasciar fare alla diplomazia russa e trarre vantaggio dallo sdegno globale provocato dall’attacco di Erdogan all’Amministrazione Autonoma curda del Rojava. Lunedì senza sparare un colpo l’esercito siriano ha fatto ingresso nelle città di Manbij e di Taqba e successivamente a Kobane, rientrando in territori che Damasco non controllava più da anni. Per Assad i frutti migliori sono quelli politici. I curdi non fanno salti di gioia ma ora sono suoi alleati. Abbandonati dai falsi amici americani dovranno cercare con lui e la Russia una via d’uscita.
«Non credo di sbagliare affermando che, purtroppo per i curdi, l’Amministrazione Autonoma del Rojava sia già parte del passato e mi riesce difficile, a meno di sconvolgimenti eccezionali, che possa rinascere nella forma che abbiamo conosciuto», ci dice l’analista Mouin Rabbani.
«Quella realtà politica e amministrativa – aggiunge – si sosteneva grazie all’appoggio di Washington. In futuro i curdi potranno intavolare trattative con il governo centrale, ma Damasco non andrà oltre i temi in discussione prima del 2011, come il possibile riconoscimento dell’identità culturale e linguistica e la questione della cittadinanza. Magari sarà trovata una formula per una autogestione curda in determinate aree ma il governo non cederà sul principio dell’integrità del territorio nazionale».
Ankara senza volerlo ha rafforzato Bashar Assad nel confronto con l’opposizione siriana – la Coalizione nazionale della rivoluzione siriana e delle forze di opposizione (Snc, sotto l’ala turca) – che ha visto crollare la sua immagine internazionale. La sua milizia, l’Esercito nazionale (Ens, già Esercito siriano libero) che combatte per Erdogan, si è rivelata per quello che è sempre stata e che l’Occidente fingeva di non vedere: un’accozzaglia di gruppi mercenari – alcuni di chiara ispirazione jihadista – che si tengono insieme grazie ai soldi e alle armi che ricevono dalla Turchia e che sono responsabili di atrocità e rappresaglie.
Sul piano politico il caos nell’opposizione è totale. Traditi dagli americani e disgustati dal giubilo dei loro compagni di schieramento per l’inizio dell’offensiva turca contro «i terroristi», il Partito curdo del Futuro ha chiesto che la rappresentanza curda sospenda subito la sua partecipazione alla Snc. La frattura al momento è insanabile. Com’era prevedibile, i Fratelli musulmani siriani, legati all’Akp di Erdogan (e ai finanziamenti del Qatar), hanno gioiosamente sostenuto l’attacco turco che, dicono, «fa gli interessi della rivoluzione siriana e dei fratelli turchi nella lotta al terrorismo». Per gli islamisti, la campagna militare non prenderebbe di mira i curdi siriani (sic) ma solo «le milizie separatiste e terroriste».
Ma quasi tutta la Snc applaude ad Erdogan e ha già invitato il «suo governo, i suoi ministeri e le sue direzioni a prepararsi a lavorare in qualsiasi area liberata». Proclami che hanno convinto il Consiglio nazionale curdo, che rappresenta 13 partiti, a sospendere l’adesione alla Snc. Ad allargare la frattura interna c’è inoltre la secca condanna dell’aggressione turca espressa dal Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Ncc), che rappresenta gli oppositori di Bashar Assad in Siria.
Quanto tutto ciò influirà sui lavori del comitato chiamato a scrivere la nuova costituzione siriana – composto da rappresentanti del governo, dell’opposizione e da indipendenti, dovrebbe riunirsi a fine mese a Ginevra – è difficile valutarlo. Poco secondo Mouin Rabbani. «I curdi – spiega l’analista – non ne fanno parte perché erano stati esclusi su pressione di Erdogan e comunque la Russia eviterà che l’iniziativa possa saltare del tutto». Allo stesso tempo, aggiunge Rabbani, «il successo del comitato costituzionale non è affatto garantito».
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Rojava, l'esercito siriano raggiunge Kobane. Per Erdogan "nessuna tregua"
di Chiara Cruciati - il Manifesto
Al sicuro tra le mura della Casa Bianca e in quelle del palazzo presidenziale di Ankara, i due responsabili dell’apertura di un nuovo fronte di guerra in Siria hanno dedicato la giornata di ieri a distribuire al mondo pillole di boria e muscoli.
Mentre nel nord-est del paese proseguivano i combattimenti a terra, mentre cresceva il numero di sfollati dalle comunità del Rojava, il presidente statunitense Donald Trump mandava a dire a siriani e turchi di ammazzarsi pure tra di loro: «Non è un nostro problema», ha detto mentre incontrava il presidente italiano Mattarella, appena 48 ore dopo aver imposto sanzioni alla Turchia.
«Il Pkk è una minaccia terroristica per certi versi peggiore dell’Isis. E i curdi non sono angeli. Gli abbiamo dato un sacco di soldi per combattere con noi e sono stati bravi. Non tanto bravi quando non combattevano con noi», ha aggiunto cancellando in pochi attimi gli 11mila combattenti curdi, arabi, assiri, turkmeni morti nella lotta allo Stato Islamico e i migliaia di prigionieri stranieri dell’Isis detenuti in Rojava e che i rispettivi paesi hanno, per interesse, dimenticato.
Nelle stesse ore, nella capitale turca, il presidente Recep Tayyip Erdogan faceva fare un po’ di anticamera al vice-presidente statunitense Mike Pence e al segretario di Stato Mike Pompeo, arrivati per convincere l’alleato ad accettare il cessate il fuoco e a negoziare.
Alla fine Erdogan li farà passare (l’incontro è previsto oggi), probabilmente per ribadirgli quanto detto ieri a un vertice del suo partito, l’Akp: una tregua è possibile solo se «i terroristi (le forze curde) abbandoneranno le armi, distruggeranno le loro trappole e lasceranno la safe zone che abbiamo stabilito». Ovvero se gli permetteranno di creare quella zona cuscinetto su cui rimugina da anni, a metà tra un «magazzino» di rifugiati siriani e un simil-emirato sunnita, da tenere sotto la propria ala.
Il gioco machista di ruolo in corso tra i due leader si consuma sulla pelle di un intero popolo che ieri è entrato nel suo ottavo giorno di operazione «Fonte di pace». Sul campo le varie forze prendono posizione con i primi reali scontri tra esercito siriano e milizie islamiste (opposizione a Damasco) al soldo turco: «L’esercito siriano è a sud ovest di Kobane – ci faceva sapere in mattinata il Rojava Information Center – Attendiamo l’ingresso in città in serata». Ingresso confermato ieri sera dal Ric e dalle foto di soldati a cavalcioni sui carri armati a sventolare la bandiera siriana: l’esercito governativo è entrato a Kobane.
«Ad Ain Issa, Tel Temer e fuori Manbij ci sono scontri tra le Sdf (Forze democratiche siriane), le milizie filo-turche e i soldati governativi – aggiunge il Ric – Il governo ha un ruolo attivo: da quando sono presenti aerei russi e siriani, l’aviazione turca non si è vista».
Colpi di mortaio e artiglieria pesante anche a Ras al-Ain (Sere Kaniye), con colonne di fumo visibili dalla parte turca della frontiera. Ma gli scontri peggiori hanno investito Ain Issa: qui, secondo l’agenzia curda Anha, le milizie filo-turche avrebbero dato alle fiamme il campo profughi dove sono detenuti miliziani dell’Isis, liberandone un numero non definito.
Nomi di città e di comunità che all’Europa dicono poco. Sono la prima linea del fuoco, quella che Erdogan ha bisogno di conquistare per radicare le proprie posizioni, sia militari che politiche. E sono, in alcuni casi, città-simbolo non solo dal punto di vista geografico: sono quelle che con la loro storia hanno plasmato il carattere sociale, economico, politico, di genere, dell’esperienza del confederalismo democratico.
L’eventuale caduta di Manbij e Kobane nelle mani di Erdogan e dei suoi pretoriani rafforzerebbe la narrazione turca del conflitto, non tanto fuori quanto all’interno della Turchia, dove crisi economica e avanzata delle opposizioni al voto amministrativo gli hanno suggerito il vecchio trucco della distrazione di massa.
Fonte
Al sicuro tra le mura della Casa Bianca e in quelle del palazzo presidenziale di Ankara, i due responsabili dell’apertura di un nuovo fronte di guerra in Siria hanno dedicato la giornata di ieri a distribuire al mondo pillole di boria e muscoli.
Mentre nel nord-est del paese proseguivano i combattimenti a terra, mentre cresceva il numero di sfollati dalle comunità del Rojava, il presidente statunitense Donald Trump mandava a dire a siriani e turchi di ammazzarsi pure tra di loro: «Non è un nostro problema», ha detto mentre incontrava il presidente italiano Mattarella, appena 48 ore dopo aver imposto sanzioni alla Turchia.
«Il Pkk è una minaccia terroristica per certi versi peggiore dell’Isis. E i curdi non sono angeli. Gli abbiamo dato un sacco di soldi per combattere con noi e sono stati bravi. Non tanto bravi quando non combattevano con noi», ha aggiunto cancellando in pochi attimi gli 11mila combattenti curdi, arabi, assiri, turkmeni morti nella lotta allo Stato Islamico e i migliaia di prigionieri stranieri dell’Isis detenuti in Rojava e che i rispettivi paesi hanno, per interesse, dimenticato.
Nelle stesse ore, nella capitale turca, il presidente Recep Tayyip Erdogan faceva fare un po’ di anticamera al vice-presidente statunitense Mike Pence e al segretario di Stato Mike Pompeo, arrivati per convincere l’alleato ad accettare il cessate il fuoco e a negoziare.
Alla fine Erdogan li farà passare (l’incontro è previsto oggi), probabilmente per ribadirgli quanto detto ieri a un vertice del suo partito, l’Akp: una tregua è possibile solo se «i terroristi (le forze curde) abbandoneranno le armi, distruggeranno le loro trappole e lasceranno la safe zone che abbiamo stabilito». Ovvero se gli permetteranno di creare quella zona cuscinetto su cui rimugina da anni, a metà tra un «magazzino» di rifugiati siriani e un simil-emirato sunnita, da tenere sotto la propria ala.
Il gioco machista di ruolo in corso tra i due leader si consuma sulla pelle di un intero popolo che ieri è entrato nel suo ottavo giorno di operazione «Fonte di pace». Sul campo le varie forze prendono posizione con i primi reali scontri tra esercito siriano e milizie islamiste (opposizione a Damasco) al soldo turco: «L’esercito siriano è a sud ovest di Kobane – ci faceva sapere in mattinata il Rojava Information Center – Attendiamo l’ingresso in città in serata». Ingresso confermato ieri sera dal Ric e dalle foto di soldati a cavalcioni sui carri armati a sventolare la bandiera siriana: l’esercito governativo è entrato a Kobane.
«Ad Ain Issa, Tel Temer e fuori Manbij ci sono scontri tra le Sdf (Forze democratiche siriane), le milizie filo-turche e i soldati governativi – aggiunge il Ric – Il governo ha un ruolo attivo: da quando sono presenti aerei russi e siriani, l’aviazione turca non si è vista».
Colpi di mortaio e artiglieria pesante anche a Ras al-Ain (Sere Kaniye), con colonne di fumo visibili dalla parte turca della frontiera. Ma gli scontri peggiori hanno investito Ain Issa: qui, secondo l’agenzia curda Anha, le milizie filo-turche avrebbero dato alle fiamme il campo profughi dove sono detenuti miliziani dell’Isis, liberandone un numero non definito.
Nomi di città e di comunità che all’Europa dicono poco. Sono la prima linea del fuoco, quella che Erdogan ha bisogno di conquistare per radicare le proprie posizioni, sia militari che politiche. E sono, in alcuni casi, città-simbolo non solo dal punto di vista geografico: sono quelle che con la loro storia hanno plasmato il carattere sociale, economico, politico, di genere, dell’esperienza del confederalismo democratico.
L’eventuale caduta di Manbij e Kobane nelle mani di Erdogan e dei suoi pretoriani rafforzerebbe la narrazione turca del conflitto, non tanto fuori quanto all’interno della Turchia, dove crisi economica e avanzata delle opposizioni al voto amministrativo gli hanno suggerito il vecchio trucco della distrazione di massa.
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11/10/2019
Rojava, «chiuso» per tradimento americano. Ecco le conseguenze
Terrore turco: una parte del Rojava si prepara a diventare la nuova «casa» dei jihadisti dell’Isis, di Al Qaida e di gruppi estremisti alleati con la Turchia. L’obiettivo di Erdogan è creare un «Muro» jihadista e integralista che si oppone ai curdi e possa essere poi manovrato anche per insidiare Assad.
Con l’attacco della Turchia alla Siria è ufficiale: abbiamo venduto la pelle dei curdi che gli americani avevano usato come maggiore alleato contro il Califfato. In fondo si poteva immaginare quando entrai a Kobane il primo ottobre del 2014 e la città era in mano per il 70% ai jihadisti: l’aviazione Usa dava un sostegno minimo alla resistenza per non inimicarsi la Turchia, secondo esercito della Nato e alleata dell’Isis con cui sperava di abbattere Assad, prendersi la regione di Aleppo in Siria e magari pure Mosul con il suo petrolio in Iraq. Insomma quello che Ataturk aveva dovuto cedere con la disgregazione dell’impero ottomano.
Con la sconfitta dell’Isis, a opera anche dei siriani, delle milizie sciite, degli iraniani e degli Hezbollah libanesi, Erdogan ha dovuto ridimensionare i suoi piani di Sultano del Medio Oriente e questa è la ricompensa per farlo tornare nell’alveo della Nato.
Tutto questo dopo avere stretto amicizia con Putin ma anche con Teheran: la pelle dei curdi e il Rojava, l’unico esperimento di governo della regione che ricordi uno stato laico europeo.
Il cartello del Rojava, «fabbrica democratica» al confine turco-siriano adesso dice: «Chiuso per tradimento americano».
Persino i repubblicani, che dovrebbero salvare il presidente dall’impeachment, chiedono a Trump di tornare sulla decisione di ritirare le truppe americane che avrebbero dovuto fare da diaframma tra turchi e curdi in questa «safe zone», zona sicura che è diventata un nuovo campo di battaglia di una «guerra mondiale a pezzi», come la definì il Papa.
MA IL ROJAVA RISCHIA di trasformarsi in una trappola dalle conseguenze imprevedibili. Per Trump che ha tradito un alleato e ha dato un ulteriore colpo alla sua assai residua credibilità e a quella degli Stati Uniti. Già nel dicembre scorso il presidente aveva gettato nel panico gli alleati degli Stati Uniti dopo il suo annuncio di voler ritirare i 2mila soldati, giustificato dal fatto di avere sconfitto lo Stato islamico. Se il Rojava si disgrega potrebbero essere liberati dai turchi o fuggire migliaia di combattenti dell’Isis in mano ai curdi.
Non solo. Erdogan dice di volere trasferire qui una parte dei suoi tre milioni di profughi siriani.
È una possibilità che viene però accompagnata da una certezza: il leader turco schiererà in Siria le milizie filo-turche islamiste e magari pure i jihadisti che si dovessero ritirare da Idlib quando verrà presa dalle forze siriane e russe.
In poche parole una parte del Rojava si prepara a diventare la nuova «casa» dei jihadisti dell’Isis, di Al Qaida e di altri gruppi estremisti che in questi anni, di volta in volta, si sono alleati anche con la Turchia. L’obiettivo di Erdogan è creare un «Muro» jihadista e integralista che si oppone ai curdi e possa essere poi manovrato anche per insidiare la rioccupazione di territori da parte di Assad.
TANTO È VERO CHE L’ISIS ieri rivendicava attacchi alle milizie curde, un segnale inequivocabile che la Turchia, nonostante le dichiarazioni ufficiali, non ha abbandonato l’idea di creare sacche di territorio siriano in mano agli integralisti.
Questo scenario per niente improbabile la dice lunga sulle mosse sconsiderate della Casa bianca che sta berciando su possibili ritorsioni economiche e politiche contro Ankara, «nel caso superasse i limiti», ben sapendo di avere dato il via libera a Erdogan.
Se l’obiettivo strategico è far tornare la Turchia nell’ambito Nato si tratta di dichiarazioni prive di consistenza. Ma vediamo come e per chi potrebbe scattare ulteriormente la trappola del Rojava. Russia e Iran teoricamente potrebbero avvantaggiarsi: i curdi lasciati senza protezione Usa sarebbero spinti a gettarsi nella braccia di Putin e degli ayatollah. Ma anche Mosca e Teheran devono essere prudenti perché Ankara è il partner per la sistemazione della Siria e deve contribuire, ritirando le milizie filo-turche, alla liberazione Idlib, che oggi per il regime di Damasco è più strategica del Rojava.
MOSCA, pur criticando come l’Iran la mossa della Turchia, con la crisi siriana ha portato Erdogan dalla sua parte vendendogli persino il sistema anti-aereo S-400: risultati cui Putin non vorrebbe rinunciare per difendere i curdi. Certo l’offensiva turca, impegnando le milizie curde, offre ad Assad l’opportunità di muovere le truppe a Est dell’Eufrate e non è da escludere che temporaneamente Damasco si trasformi in alleato dei curdi.
Ma anche questo potrebbe non piacere a Mosca che dovrebbe giostrare in bilico tra Ankara e Damasco.
QUANTO ALL’EUROPA è solo una linea sotto Trump quanto a ipocrisia. Si esaltano i curdi come combattenti per la libertà ma la Germania è andata ad Ankara promettendo a Erdogan altri soldi dell’Unione per bloccare la rotta balcanica dei profughi e accettando di fatto l’invasione del Rojava «per il ritorno dei rifugiati siriani».
Quanto all’Italia qui è meglio che stiano zitti: il paese è colonizzato, come testimonia l’arrivo a Roma di Gina «la sanguinaria»: il capo della Cia, Gina Haspel, è venuta a dare una mano a «Giuseppi» che in agosto qualche guaio con gli uomini di Trump deve averlo combinato. «Sopire e troncare, troncare e sopire»: il Conte Giuseppe ormai somiglia al manzoniano Conte Zio.
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Con l’attacco della Turchia alla Siria è ufficiale: abbiamo venduto la pelle dei curdi che gli americani avevano usato come maggiore alleato contro il Califfato. In fondo si poteva immaginare quando entrai a Kobane il primo ottobre del 2014 e la città era in mano per il 70% ai jihadisti: l’aviazione Usa dava un sostegno minimo alla resistenza per non inimicarsi la Turchia, secondo esercito della Nato e alleata dell’Isis con cui sperava di abbattere Assad, prendersi la regione di Aleppo in Siria e magari pure Mosul con il suo petrolio in Iraq. Insomma quello che Ataturk aveva dovuto cedere con la disgregazione dell’impero ottomano.
Con la sconfitta dell’Isis, a opera anche dei siriani, delle milizie sciite, degli iraniani e degli Hezbollah libanesi, Erdogan ha dovuto ridimensionare i suoi piani di Sultano del Medio Oriente e questa è la ricompensa per farlo tornare nell’alveo della Nato.
Tutto questo dopo avere stretto amicizia con Putin ma anche con Teheran: la pelle dei curdi e il Rojava, l’unico esperimento di governo della regione che ricordi uno stato laico europeo.
Il cartello del Rojava, «fabbrica democratica» al confine turco-siriano adesso dice: «Chiuso per tradimento americano».
Persino i repubblicani, che dovrebbero salvare il presidente dall’impeachment, chiedono a Trump di tornare sulla decisione di ritirare le truppe americane che avrebbero dovuto fare da diaframma tra turchi e curdi in questa «safe zone», zona sicura che è diventata un nuovo campo di battaglia di una «guerra mondiale a pezzi», come la definì il Papa.
MA IL ROJAVA RISCHIA di trasformarsi in una trappola dalle conseguenze imprevedibili. Per Trump che ha tradito un alleato e ha dato un ulteriore colpo alla sua assai residua credibilità e a quella degli Stati Uniti. Già nel dicembre scorso il presidente aveva gettato nel panico gli alleati degli Stati Uniti dopo il suo annuncio di voler ritirare i 2mila soldati, giustificato dal fatto di avere sconfitto lo Stato islamico. Se il Rojava si disgrega potrebbero essere liberati dai turchi o fuggire migliaia di combattenti dell’Isis in mano ai curdi.
Non solo. Erdogan dice di volere trasferire qui una parte dei suoi tre milioni di profughi siriani.
È una possibilità che viene però accompagnata da una certezza: il leader turco schiererà in Siria le milizie filo-turche islamiste e magari pure i jihadisti che si dovessero ritirare da Idlib quando verrà presa dalle forze siriane e russe.
In poche parole una parte del Rojava si prepara a diventare la nuova «casa» dei jihadisti dell’Isis, di Al Qaida e di altri gruppi estremisti che in questi anni, di volta in volta, si sono alleati anche con la Turchia. L’obiettivo di Erdogan è creare un «Muro» jihadista e integralista che si oppone ai curdi e possa essere poi manovrato anche per insidiare la rioccupazione di territori da parte di Assad.
TANTO È VERO CHE L’ISIS ieri rivendicava attacchi alle milizie curde, un segnale inequivocabile che la Turchia, nonostante le dichiarazioni ufficiali, non ha abbandonato l’idea di creare sacche di territorio siriano in mano agli integralisti.
Questo scenario per niente improbabile la dice lunga sulle mosse sconsiderate della Casa bianca che sta berciando su possibili ritorsioni economiche e politiche contro Ankara, «nel caso superasse i limiti», ben sapendo di avere dato il via libera a Erdogan.
Se l’obiettivo strategico è far tornare la Turchia nell’ambito Nato si tratta di dichiarazioni prive di consistenza. Ma vediamo come e per chi potrebbe scattare ulteriormente la trappola del Rojava. Russia e Iran teoricamente potrebbero avvantaggiarsi: i curdi lasciati senza protezione Usa sarebbero spinti a gettarsi nella braccia di Putin e degli ayatollah. Ma anche Mosca e Teheran devono essere prudenti perché Ankara è il partner per la sistemazione della Siria e deve contribuire, ritirando le milizie filo-turche, alla liberazione Idlib, che oggi per il regime di Damasco è più strategica del Rojava.
MOSCA, pur criticando come l’Iran la mossa della Turchia, con la crisi siriana ha portato Erdogan dalla sua parte vendendogli persino il sistema anti-aereo S-400: risultati cui Putin non vorrebbe rinunciare per difendere i curdi. Certo l’offensiva turca, impegnando le milizie curde, offre ad Assad l’opportunità di muovere le truppe a Est dell’Eufrate e non è da escludere che temporaneamente Damasco si trasformi in alleato dei curdi.
Ma anche questo potrebbe non piacere a Mosca che dovrebbe giostrare in bilico tra Ankara e Damasco.
QUANTO ALL’EUROPA è solo una linea sotto Trump quanto a ipocrisia. Si esaltano i curdi come combattenti per la libertà ma la Germania è andata ad Ankara promettendo a Erdogan altri soldi dell’Unione per bloccare la rotta balcanica dei profughi e accettando di fatto l’invasione del Rojava «per il ritorno dei rifugiati siriani».
Quanto all’Italia qui è meglio che stiano zitti: il paese è colonizzato, come testimonia l’arrivo a Roma di Gina «la sanguinaria»: il capo della Cia, Gina Haspel, è venuta a dare una mano a «Giuseppi» che in agosto qualche guaio con gli uomini di Trump deve averlo combinato. «Sopire e troncare, troncare e sopire»: il Conte Giuseppe ormai somiglia al manzoniano Conte Zio.
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10/10/2019
Siria - La resistenza curda guarda ad intese con Damasco
di Michele Giorgio – il Manifesto
«Siamo pronti a fare da scudi umani pur di impedire l’avanzata turca». Arin Sheikhmous, attivista di Qamishli, raccontava ieri ad Al Jazeera la mobilitazione di civili e combattenti nei centri abitati curdi dopo l’annuncio di Trump del ritiro delle truppe Usa dalla regione nordorientale della Siria. Centinaia di curdi si sono radunati davanti all’ufficio delle Nazioni Unite chiedendo protezione internazionale. Altri stanno organizzando sit-in nelle aree di confine con la Turchia e montano tende enormi a Ras al-Ain, Tal Abyad e Kobane dove troveranno posto persone di tutte le età. Nel Rojava è allarme rosso.
I primi cannoneggiamenti turchi sono cominciati nella notte tra lunedì e martedì e l’aviazione di Ankara ha colpito postazioni curde al valico di Semelka. La paura è forte tra i civili. Si sa già come è andata con le precedenti offensive turche: Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’ulivo. Non impressionano i toni bellicosi di Donald Trump che minaccia di «annientare l’economia turca» se le truppe di Ankara si macchieranno di massacri e devastazioni dopo il ritiro dei soldati Usa. Sono solo parole. Contro i curdi ci saranno anche i 14mila uomini dell’Esercito libero siriano (Els, ora chiamato “Esercito nazionale”), la milizia dell’opposizione siriana, addestrata dalla Turchia e sponsorizzata dal Qatar. «L’azione turca rappresenta una nuova speranza per il popolo siriano», ha commentato il portavoce dell’Els Yusuf Hammoud. Questa milizia, ben sostenuta in passato dall’Occidente, rimprovera a Trump di aver sospeso i finanziamenti nel 2017.
Erdogan sente di avere le mani libere. Trump ha abbandonato i curdi che usava contro l’Isis. L’Europa da un lato chiede una soluzione politica e dall’altro mostra comprensione per la «lotta terrorismo» della Turchia. Perciò la «zona di sicurezza» turca, profonda chilometri, in territorio siriano sta per diventare una realtà. Dopo il 2011 Ankara ha insistito per costituirla in modo da aiutare i “ribelli” siriani e colpire il presidente Bashar Assad. Ora, dopo aver promesso alla Russia alleata di Assad che non metterà a rischio «l’integrità territoriale della Siria», la userà per insediarvi almeno uno dei tre milioni di profughi siriani che la Turchia ospita nel suo territorio. E per sbaragliare la Fds, le Ypg e le altre forze curde che considera “terroriste” e per mettere fine ad ogni idea di federazione autonoma curda.
Tutti i segmenti della società nella regione del Rojava – curdi, arabi e siriaci – si oppongono all’offensiva turca che spaventa i civili. I leader curdi cercano alleanze, consapevoli che l’esercito avversario è molto forte. Il comandante delle Fds, Mazlum Abdi, ha detto al portale Rojava Network Broadcasting, che si sta valutando «una collaborazione con il presidente Assad, con l’obiettivo di combattere le forze turche». Damasco da parte sua invita i curdi a «tornare nell’abbraccio della patria siriana» per evitare di «sprofondare negli abissi». Intervistato dal quotidiano Al Watan, il viceministro degli esteri siriano Faysal al Miqdad si è rivolto ai leader curdi affermando: «Siamo pronti a difendere la nostra terra e il nostro popolo ma (i curdi) non devono abbandonarsi alla rovina». Damasco condanna la nuova probabile invasione del suo territorio settentrionale. Allo stesso tempo è forte dell’assicurazione ricevuta da Mosca che Erdogan non cercherà di annettersi porzioni di Siria. «Gli analisti e i media occidentali sembrano non rendersi conto che quanto accade è assolutamente riconducibile al meccanismo di Astana» spiega al manifesto un alto funzionario delle Nazioni Unite che ha chiesto l’anonimato «Russia, Turchia e Iran hanno messo in piedi un processo che tiene conto degli interessi di tutti e tre i paesi e che, a conti fatti, è quello che ha prodotto in Siria risultati concreti sul terreno, a differenza della conferenza di Ginevra. Se c’è un comitato costituzionale in via di formazione in Siria, con rappresentanti del governo e delle opposizioni lo si deve ad Astana, non a Ginevra. E non è un caso che l’inviato speciale dell’Onu sia ora un osservatore quasi ufficiale di Astana».
All’interno di questo quadro i curdi non potranno far altro che rivolgersi a Damasco e cercare una soluzione concordata con il governo centrale sul futuro del Rojava e del nord est della Siria, ora che gli Stati Uniti li hanno traditi e lasciati soli. Erdogan si accontenterà di una occupazione temporanea dei territori siriani lungo il confine? Pubblicamente Mosca e Tehran non approvano le mosse di Erdogan. Ma dietro le quinte le cose sono diverse. Vladimir Putin si mostra tranquillo e il presidente iraniano Rohani non si è stracciato le vesti per le intenzioni di Ankara. In realtà fatta la zona cuscinetto nessuno potrà fare previsioni sulle intenzioni di Erdogan.
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«Siamo pronti a fare da scudi umani pur di impedire l’avanzata turca». Arin Sheikhmous, attivista di Qamishli, raccontava ieri ad Al Jazeera la mobilitazione di civili e combattenti nei centri abitati curdi dopo l’annuncio di Trump del ritiro delle truppe Usa dalla regione nordorientale della Siria. Centinaia di curdi si sono radunati davanti all’ufficio delle Nazioni Unite chiedendo protezione internazionale. Altri stanno organizzando sit-in nelle aree di confine con la Turchia e montano tende enormi a Ras al-Ain, Tal Abyad e Kobane dove troveranno posto persone di tutte le età. Nel Rojava è allarme rosso.
I primi cannoneggiamenti turchi sono cominciati nella notte tra lunedì e martedì e l’aviazione di Ankara ha colpito postazioni curde al valico di Semelka. La paura è forte tra i civili. Si sa già come è andata con le precedenti offensive turche: Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’ulivo. Non impressionano i toni bellicosi di Donald Trump che minaccia di «annientare l’economia turca» se le truppe di Ankara si macchieranno di massacri e devastazioni dopo il ritiro dei soldati Usa. Sono solo parole. Contro i curdi ci saranno anche i 14mila uomini dell’Esercito libero siriano (Els, ora chiamato “Esercito nazionale”), la milizia dell’opposizione siriana, addestrata dalla Turchia e sponsorizzata dal Qatar. «L’azione turca rappresenta una nuova speranza per il popolo siriano», ha commentato il portavoce dell’Els Yusuf Hammoud. Questa milizia, ben sostenuta in passato dall’Occidente, rimprovera a Trump di aver sospeso i finanziamenti nel 2017.
Erdogan sente di avere le mani libere. Trump ha abbandonato i curdi che usava contro l’Isis. L’Europa da un lato chiede una soluzione politica e dall’altro mostra comprensione per la «lotta terrorismo» della Turchia. Perciò la «zona di sicurezza» turca, profonda chilometri, in territorio siriano sta per diventare una realtà. Dopo il 2011 Ankara ha insistito per costituirla in modo da aiutare i “ribelli” siriani e colpire il presidente Bashar Assad. Ora, dopo aver promesso alla Russia alleata di Assad che non metterà a rischio «l’integrità territoriale della Siria», la userà per insediarvi almeno uno dei tre milioni di profughi siriani che la Turchia ospita nel suo territorio. E per sbaragliare la Fds, le Ypg e le altre forze curde che considera “terroriste” e per mettere fine ad ogni idea di federazione autonoma curda.
Tutti i segmenti della società nella regione del Rojava – curdi, arabi e siriaci – si oppongono all’offensiva turca che spaventa i civili. I leader curdi cercano alleanze, consapevoli che l’esercito avversario è molto forte. Il comandante delle Fds, Mazlum Abdi, ha detto al portale Rojava Network Broadcasting, che si sta valutando «una collaborazione con il presidente Assad, con l’obiettivo di combattere le forze turche». Damasco da parte sua invita i curdi a «tornare nell’abbraccio della patria siriana» per evitare di «sprofondare negli abissi». Intervistato dal quotidiano Al Watan, il viceministro degli esteri siriano Faysal al Miqdad si è rivolto ai leader curdi affermando: «Siamo pronti a difendere la nostra terra e il nostro popolo ma (i curdi) non devono abbandonarsi alla rovina». Damasco condanna la nuova probabile invasione del suo territorio settentrionale. Allo stesso tempo è forte dell’assicurazione ricevuta da Mosca che Erdogan non cercherà di annettersi porzioni di Siria. «Gli analisti e i media occidentali sembrano non rendersi conto che quanto accade è assolutamente riconducibile al meccanismo di Astana» spiega al manifesto un alto funzionario delle Nazioni Unite che ha chiesto l’anonimato «Russia, Turchia e Iran hanno messo in piedi un processo che tiene conto degli interessi di tutti e tre i paesi e che, a conti fatti, è quello che ha prodotto in Siria risultati concreti sul terreno, a differenza della conferenza di Ginevra. Se c’è un comitato costituzionale in via di formazione in Siria, con rappresentanti del governo e delle opposizioni lo si deve ad Astana, non a Ginevra. E non è un caso che l’inviato speciale dell’Onu sia ora un osservatore quasi ufficiale di Astana».
All’interno di questo quadro i curdi non potranno far altro che rivolgersi a Damasco e cercare una soluzione concordata con il governo centrale sul futuro del Rojava e del nord est della Siria, ora che gli Stati Uniti li hanno traditi e lasciati soli. Erdogan si accontenterà di una occupazione temporanea dei territori siriani lungo il confine? Pubblicamente Mosca e Tehran non approvano le mosse di Erdogan. Ma dietro le quinte le cose sono diverse. Vladimir Putin si mostra tranquillo e il presidente iraniano Rohani non si è stracciato le vesti per le intenzioni di Ankara. In realtà fatta la zona cuscinetto nessuno potrà fare previsioni sulle intenzioni di Erdogan.
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07/10/2019
Siria - Curdi pronti a resistere all'offensiva turca
Pronti a resistere ad oltranza all’esercito turco.
Lo dicono le Fds, le Forze democratiche siriane a maggioranza curda, che
dopo aver pagato con migliaia di morti e feriti, assieme alle altre
formazioni combattenti curde, la lotta contro lo Stato islamico, sono
state pugnalate alla schiena dalla Casa Bianca.
Nel corso della notte l’Amministrazione Usa ha diffuso un comunicato in cui di fatto approva e dà il via libera alle operazioni militari turche nel nord-est della Siria, l’area che i curdi-siriani a partire dal 2015 hanno liberato dallo Stato islamico con l’aiuto dell’aviazione statunitense. “La Turchia avvierà presto la sua operazione nella Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non supporteranno o saranno coinvolte nell’operazione. Gli Stati Uniti, avendo sconfitto il califfato territoriale dell’Isis, non saranno più nell’area immediata”, si legge nel comunicato diffuso dopo la conversazione telefonica tra Donald Trump e il presidente turco Erdogan. Trump ha poi ricordato i finanziamenti Usa ai curdi. “I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa”, ha scritto in un tweet il presidente americano.
Le truppe Usa, circa un migliaio nel nord della Siria, hanno già cominciato a smantellare le loro basi e si preparano, non si sa bene se tutte e subito, a rientrare in patria. Washington aveva accettato di pattugliare congiuntamente con truppe turche la “zona cuscinetto” all’interno della Siria che Ankara sta costituendo arbitrariamente. Ma la sua partecipazione al piano di Erdogan è avvenuta con il freno a mano tirato e Trump messo alle strette ha deciso di lasciare il campo agli alleati turchi vendendosi i curdi e le loro aspirazioni.
L’offensiva dei comandi militari agli ordini di Erdogan si è fatta imminente, potrebbe essere una questione di pochi giorni, forse meno. Ankara ha già fatto fa sapere di essere pronta a colpire con ingenti forze i “terroristi” così come abitualmente definisce i combattenti curdi. Ma l’altra parte non resterà a guardare malgrado la disparità delle forze in campo. “Se la Turchia rompe i patti siamo pronti alla guerra e a difendere i diritti del nostro popolo”, si legge nel comunicato emesso dal comando militare del “Rojava”, area amministrata dai curdi siriani del Pyd-Ypg che Ankara è decisa a cacciare dall’Est del fiume Eufrate.
Amarezza e rabbia attraversano in queste ore i centri abitati curdi. “Gli Stati Uniti non hanno rispettato i loro impegni nel nord-est della Siria e, ritirandosi, trasformeranno l’area in una zona di guerra”, ha twittato Mustafa Bali, portavoce delle Fds, “nonostante l’accordo sul meccanismo di sicurezza e la conseguente distruzione delle nostre fortificazioni, le forze Usa non hanno rispettato le loro responsabilità... Ma le Forze siriane democratiche sono determinate a difendere il nord-est della Siria a ogni costo”. Poco dopo Bali si è rivolto a Washington. “La nostra gente merita una spiegazione a proposito dell’accordo sul meccanismo di sicurezza, della distruzione delle fortificazioni e della fuga degli Stati Uniti dalle proprie responsabilità”, ha detto riferendosi alle intese turco-americane.
Erdogan ha stretto i tempi e dopo aver ha annunciato, nel fine settimana l’imminente avvio di un’operazione militare “aerea e di terra” ad est del fiume Eufrate, ha aumentato le pressioni su Trump dichiarandosi insoddisfatto dai progressi sui pattugliamenti congiunti con gli Usa. La parola ora passa alle armi e a pagarne il costo saranno i civili curdi siriani. Le Nazioni Unite hanno fatto sapere che si stanno preparando al peggio. “Non sappiamo cosa succederà. Ma ci prepariamo al peggio”, ha dichiarato il coordinatore Onu per le operazioni umanitarie in Siria, Panos Moumtzis.
Mentre si attendono le reazioni di Damasco, la Russia alleata della Siria ha precisato attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che il presidente Vladimir Putin non ha discusso con Erdogan i piani militari della Turchia nel nord della Siria. “Il Cremlino – ha detto Peskov – tuttavia è consapevole dell’impegno della Turchia per il postulato dell’integrità territoriale e politica della Siria. L’integrità territoriale del paese è il punto di partenza negli sforzi per trovare una soluzione al conflitto siriano.
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Nel corso della notte l’Amministrazione Usa ha diffuso un comunicato in cui di fatto approva e dà il via libera alle operazioni militari turche nel nord-est della Siria, l’area che i curdi-siriani a partire dal 2015 hanno liberato dallo Stato islamico con l’aiuto dell’aviazione statunitense. “La Turchia avvierà presto la sua operazione nella Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non supporteranno o saranno coinvolte nell’operazione. Gli Stati Uniti, avendo sconfitto il califfato territoriale dell’Isis, non saranno più nell’area immediata”, si legge nel comunicato diffuso dopo la conversazione telefonica tra Donald Trump e il presidente turco Erdogan. Trump ha poi ricordato i finanziamenti Usa ai curdi. “I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa”, ha scritto in un tweet il presidente americano.
Le truppe Usa, circa un migliaio nel nord della Siria, hanno già cominciato a smantellare le loro basi e si preparano, non si sa bene se tutte e subito, a rientrare in patria. Washington aveva accettato di pattugliare congiuntamente con truppe turche la “zona cuscinetto” all’interno della Siria che Ankara sta costituendo arbitrariamente. Ma la sua partecipazione al piano di Erdogan è avvenuta con il freno a mano tirato e Trump messo alle strette ha deciso di lasciare il campo agli alleati turchi vendendosi i curdi e le loro aspirazioni.
L’offensiva dei comandi militari agli ordini di Erdogan si è fatta imminente, potrebbe essere una questione di pochi giorni, forse meno. Ankara ha già fatto fa sapere di essere pronta a colpire con ingenti forze i “terroristi” così come abitualmente definisce i combattenti curdi. Ma l’altra parte non resterà a guardare malgrado la disparità delle forze in campo. “Se la Turchia rompe i patti siamo pronti alla guerra e a difendere i diritti del nostro popolo”, si legge nel comunicato emesso dal comando militare del “Rojava”, area amministrata dai curdi siriani del Pyd-Ypg che Ankara è decisa a cacciare dall’Est del fiume Eufrate.
Amarezza e rabbia attraversano in queste ore i centri abitati curdi. “Gli Stati Uniti non hanno rispettato i loro impegni nel nord-est della Siria e, ritirandosi, trasformeranno l’area in una zona di guerra”, ha twittato Mustafa Bali, portavoce delle Fds, “nonostante l’accordo sul meccanismo di sicurezza e la conseguente distruzione delle nostre fortificazioni, le forze Usa non hanno rispettato le loro responsabilità... Ma le Forze siriane democratiche sono determinate a difendere il nord-est della Siria a ogni costo”. Poco dopo Bali si è rivolto a Washington. “La nostra gente merita una spiegazione a proposito dell’accordo sul meccanismo di sicurezza, della distruzione delle fortificazioni e della fuga degli Stati Uniti dalle proprie responsabilità”, ha detto riferendosi alle intese turco-americane.
Erdogan ha stretto i tempi e dopo aver ha annunciato, nel fine settimana l’imminente avvio di un’operazione militare “aerea e di terra” ad est del fiume Eufrate, ha aumentato le pressioni su Trump dichiarandosi insoddisfatto dai progressi sui pattugliamenti congiunti con gli Usa. La parola ora passa alle armi e a pagarne il costo saranno i civili curdi siriani. Le Nazioni Unite hanno fatto sapere che si stanno preparando al peggio. “Non sappiamo cosa succederà. Ma ci prepariamo al peggio”, ha dichiarato il coordinatore Onu per le operazioni umanitarie in Siria, Panos Moumtzis.
Mentre si attendono le reazioni di Damasco, la Russia alleata della Siria ha precisato attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che il presidente Vladimir Putin non ha discusso con Erdogan i piani militari della Turchia nel nord della Siria. “Il Cremlino – ha detto Peskov – tuttavia è consapevole dell’impegno della Turchia per il postulato dell’integrità territoriale e politica della Siria. L’integrità territoriale del paese è il punto di partenza negli sforzi per trovare una soluzione al conflitto siriano.
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17/08/2019
Siria - La situazione è di nuovo in fibrillazione
Andiamo con ordine. I fronti più incandescenti si sono relativamente stabilizzati dal settembre 2018, quando, grazie agli accordi raggiunti tra Russia, Iran e Turchia nell’ambito dei colloqui di Astana, è stato stipulato un accordo per la creazione di una zona demilitarizzata di 20-25 km attorno ai territori ancora in mano alle opposizioni islamiste nella provincia di Idlib.
L’accordo prevedeva che all’interno di tali territori si stabilisse una limitata presenza militare turca, atta a tutelare i jihadisti presenti, ma, soprattutto, a separare le fazioni non considerate terroriste da quelle considerate tali, ovvero specialmente Hayat Tahrir al-Sham, ex Al Nusra, sostanzialmente braccio di Al-Qaeda in Siria, al fine di eliminare queste ultime.
In realtà, la costituzione della zona demilitarizzata non è stata mai completamente rispettata e nessun passo per eliminare i “terroristi” è stato mai mosso; anzi, Hayat Tahrir al-Sham, ad un certo punto aveva quasi completamente annichilito militarmente gli altri gruppi jihadisti considerati “legali” dalle potenze internazionali, salvo poi consentire loro un limitato ridispiegamento al fine di non far saltare completamente gli accordi di Astana.
Tutti questi fattori hanno in qualche modo garantito, come detto, una relativa stabilizzazione e il tasso di violenza è drasticamente diminuito rispetto a prima, anche se non è mai cessato completamente, sia per gli sporadici scontri mai cessati fra esercito siriano e jihadisti attorno alla zona formalmente demilitarizzata, sia per gli scontri all’interno della provincia di Idlib di cui si è detto poc’anzi.
Anche nell’altra ampia area del paese non controllata dall’esercito governativo, ovvero quella a nord-est (posta in parte delle province di Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor) controllata dalle Syrian Democratic Forces, ovvero il cosiddetto Rojava, la situazione si è relativamente stabilizzata da più di anno: una volta sconfitta la presenza dell’Isis sul terreno, gli USA non hanno dato corso ai propositi espressi da Trump di ritirare il contingente statunitense presente sul terreno in un numero stimato in qualche migliaio di unità.
Pertanto, i disegni turchi di “mettere le mani” anche su quest’area, riproducendo lo scenario di Afrin, si sono dovuti (momentaneamente) fermare di fronte alla presenza militare nord-americana, che costituisce, di fatto, la garanzia di sopravvivenza delle Sirian Democratic Forces e, quindi, delle milizie Ypg/Ypg, braccio militare del Pyd, ala siriana del Pkk, che Ankara vorrebbe distruggere.
A favorire il non ritiro nord americano gioca anche la persistente ostilità fra USA e Turchia dovuto a varie questioni aperte quali l’acquisto, da parte di Ankara, di forniture militari dalla Russia, la guerra finanziaria scatenata contro la lira turca e il rifiuto, da parte di Washington di estradare in Turchia Fetullah Gulen.
Tale situazione, seppure ha portato a far quasi “tacere le armi” nell’area, per un altro verso ha xondotto alla chiusura di ogni tentativo di dialogo formale fra le Syrian Democratic Forces e l’alleanza Russia-Siria in precedenza imbastito (ad esempio alla vigilia dell’operazione “ramoscello di ulivo su Afrin e in altre circostanze), con Damasco che accusa le milizie curde di comportarsi come un proxy degli USA, rubando, tra l’altro, il petrolio siriano a beneficio dei loro protettori (la maggior parte del petrolio presente nel sottosuolo del paese si trova proprio in aree sotto il controllo dei Curdi, dove sono posizionate le fortificazioni militari USA); ciò ha avuto come conseguenze degli sporadici scontri fra le parti, nonché alcuni scontri interni ai territori del Rojava per la presenza di alcune tribù e villaggi a maggioranza araba che vorrebbero instaurare un dialogo con Damasco o passare dalla sua parte.
Ebbene, vi sono diversi segnali che tale equilibrio di forze sia di nuovo in fibrillazione.
In primo luogo, ogni cessate il fuoco nell’area di Idlib è, allo stato, completamente saltato. Gli scontri sono aumentati di intensità già da un paio di mesi, ma da un paio di settimane l’esercito siriano sta premendo decisamente sull’acceleratore con un’intensità pari a quella di prima degli accordi del settembre 2018; in alcune circostanze anche i punti di osservazione delle truppe turche sono stati colpiti e ci sono state vittime fra i soldati di Ankara. Al momento, l’esercito di Damasco è giunto nelle immediate vicinanze di Kan Shaykhun, la principale località situata a sud del capoluogo Idlib.
Ciò che fa pensare a possibili cambiamenti sostanziali alle viste nei rapporti di forza nell’area è la mancata reazione della Turchia ad eventi del genere, che normalmente sarebbero stati accompagnati da minacce e dimostrazioni di isteria verbale. Anzi, al termine del 13-esimo round dei colloqui di Astana, terminati a inizio agosto, proprio in coincidenza con l’incremento dell’offensiva dell’esercito siriano, i funzionari turchi si sono detti soddisfatti di come progrediscono le trattative di pacificazione della Siria e, in particolare, quelle per l’instaurazione di un Comitato Costituzionale, il quale dovrebbe dare impulso ad una soluzione politica del conflitto.
Ovviamente non avremo mai conferme ufficiali, ma questa catena di eventi fa pensare che potrebbe esserci un accordo fra Russia e Turchia per dare disco verde all’operazione militare attualmente in corso da parte dell’esercito siriano, della quale, però non è dato sapere i reali obiettivi e fin dove si spingerà all’interno della sacca di idlib.
Contemporaneamente, è ripreso l’attivismo diplomatico turco sull’altro fronte, quello del nord-est paese. Mentre Erdogan ha ripreso le minacce di intervenire militarmente per spazzare via le Ypg, sono cominciati dei negoziati con gli USA per trovare una soluzione condivisa.
Tali sessioni di trattative, secondo le dichiarazioni ufficiali delle parti, sarebbero giunte ad un primo esito concludente consistente in un accordo per stabilire una buffer zone al confine turco/siriano in corrispondenza, ovviamente delle aree attualmente controllate delle Syrian Democratic Forces; tale zona cuscinetto verrebbe controllata dalla Turchia e, ovviamente, da essa le Ypg sarebbero costrette a ritirarsi. Non sono stati forniti maggiori dettagli a riguardo, ad esempio sulla profondità all’interno del territorio siriano di tale area: la Turchia ha fatto filtrare che la controparte ha promesso loro 35 km. Inoltre, Ankara avrebbe richiesto ulteriori 20 km liberi dal dispiegamento di armi pesanti da parte delle milizie curde.
Da parte loro le Yog/Ypj, le quali, ancora una volta, come nel caso di Afrin, ripongono le loro speranze nell’”alleato” da esse stesse accettato e selezionato, avrebbero fatto sapere a quest’ultimo di essere disposte ad accettare una buffer zone di 10 km, che preveda, però, l’esclusione dei maggiori centri urbani (Kobani/Ain al Arab, Tell Abyad, Ain Issa), sui quali la situazione dovrebbe rimanere immutata.
Staremo a vedere come si evolvono questi negoziati. Non è escluso che alla fine venga trovato un compromesso, i cui effetti politici e umanitari saranno delineati da come verranno sciolti i nodi sopracitati. Tirando le somme degli eventi recenti, pare ipotizzabile un ridispiegamento parziale delle milizie fondamentaliste sunnite filo-turche dal fronte di Idlib a quello del nord-est della Siria che, al momento, per Ankara pare prioritario, lasciando all’esercito siriano ampie fette di territorio e l’onere di combattere contro Hayat Tahrir al-Sham.
Se pure il ridispiegamento di milizie nell’area dell’attuale Rojava dovesse avvenire senza bisogno di un’operazione militare, come ad Afrin, nondimeno per le popolazioni non arabe dell’area le conseguenze potrebbero rivelarsi disastrose: emigrazione forzata, confische e altre vessazioni di ogni genere a favore delle famiglie dei miliziani e anche in parte dei profughi siriani attualmente presenti in grandissimo numero sul territorio turco, che Ankara vorrebbe ricollocare su porzioni del territorio siriano sotto il suo protettorato.
Il Governo di Damasco, intanto, vede premiati il suo basso profilo e la sua pazienza nell’adottare la tattica di affrontare un fronte alla volta, avvalendosi dei buoni uffici diplomatici dell’alleato russo, senza mai venire formalmente meno al principio dell’affermazione dell’unità territoriale del paese. L’obiettivo è quello d’imporre una soluzione politica in cui le altri componenti in gioco (milizie filo-turche e milizie curde) si presentino ai tavoli di trattativa molto più deboli; d’altra parte, Damasco spero anche di poter vantare, agli occhi di buona parte della popolazione, una maggiore capacità di stabilizzare i territori sotto il proprio controllo e, quindi di poter riportare la vita alla normalità. Pertanto, anche per questo motivo cerca di evitare strappi e mantiene un basso profilo.
Fonte
L’accordo prevedeva che all’interno di tali territori si stabilisse una limitata presenza militare turca, atta a tutelare i jihadisti presenti, ma, soprattutto, a separare le fazioni non considerate terroriste da quelle considerate tali, ovvero specialmente Hayat Tahrir al-Sham, ex Al Nusra, sostanzialmente braccio di Al-Qaeda in Siria, al fine di eliminare queste ultime.
In realtà, la costituzione della zona demilitarizzata non è stata mai completamente rispettata e nessun passo per eliminare i “terroristi” è stato mai mosso; anzi, Hayat Tahrir al-Sham, ad un certo punto aveva quasi completamente annichilito militarmente gli altri gruppi jihadisti considerati “legali” dalle potenze internazionali, salvo poi consentire loro un limitato ridispiegamento al fine di non far saltare completamente gli accordi di Astana.
Tutti questi fattori hanno in qualche modo garantito, come detto, una relativa stabilizzazione e il tasso di violenza è drasticamente diminuito rispetto a prima, anche se non è mai cessato completamente, sia per gli sporadici scontri mai cessati fra esercito siriano e jihadisti attorno alla zona formalmente demilitarizzata, sia per gli scontri all’interno della provincia di Idlib di cui si è detto poc’anzi.
Anche nell’altra ampia area del paese non controllata dall’esercito governativo, ovvero quella a nord-est (posta in parte delle province di Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor) controllata dalle Syrian Democratic Forces, ovvero il cosiddetto Rojava, la situazione si è relativamente stabilizzata da più di anno: una volta sconfitta la presenza dell’Isis sul terreno, gli USA non hanno dato corso ai propositi espressi da Trump di ritirare il contingente statunitense presente sul terreno in un numero stimato in qualche migliaio di unità.
Pertanto, i disegni turchi di “mettere le mani” anche su quest’area, riproducendo lo scenario di Afrin, si sono dovuti (momentaneamente) fermare di fronte alla presenza militare nord-americana, che costituisce, di fatto, la garanzia di sopravvivenza delle Sirian Democratic Forces e, quindi, delle milizie Ypg/Ypg, braccio militare del Pyd, ala siriana del Pkk, che Ankara vorrebbe distruggere.
A favorire il non ritiro nord americano gioca anche la persistente ostilità fra USA e Turchia dovuto a varie questioni aperte quali l’acquisto, da parte di Ankara, di forniture militari dalla Russia, la guerra finanziaria scatenata contro la lira turca e il rifiuto, da parte di Washington di estradare in Turchia Fetullah Gulen.
Tale situazione, seppure ha portato a far quasi “tacere le armi” nell’area, per un altro verso ha xondotto alla chiusura di ogni tentativo di dialogo formale fra le Syrian Democratic Forces e l’alleanza Russia-Siria in precedenza imbastito (ad esempio alla vigilia dell’operazione “ramoscello di ulivo su Afrin e in altre circostanze), con Damasco che accusa le milizie curde di comportarsi come un proxy degli USA, rubando, tra l’altro, il petrolio siriano a beneficio dei loro protettori (la maggior parte del petrolio presente nel sottosuolo del paese si trova proprio in aree sotto il controllo dei Curdi, dove sono posizionate le fortificazioni militari USA); ciò ha avuto come conseguenze degli sporadici scontri fra le parti, nonché alcuni scontri interni ai territori del Rojava per la presenza di alcune tribù e villaggi a maggioranza araba che vorrebbero instaurare un dialogo con Damasco o passare dalla sua parte.
Ebbene, vi sono diversi segnali che tale equilibrio di forze sia di nuovo in fibrillazione.
In primo luogo, ogni cessate il fuoco nell’area di Idlib è, allo stato, completamente saltato. Gli scontri sono aumentati di intensità già da un paio di mesi, ma da un paio di settimane l’esercito siriano sta premendo decisamente sull’acceleratore con un’intensità pari a quella di prima degli accordi del settembre 2018; in alcune circostanze anche i punti di osservazione delle truppe turche sono stati colpiti e ci sono state vittime fra i soldati di Ankara. Al momento, l’esercito di Damasco è giunto nelle immediate vicinanze di Kan Shaykhun, la principale località situata a sud del capoluogo Idlib.
Ciò che fa pensare a possibili cambiamenti sostanziali alle viste nei rapporti di forza nell’area è la mancata reazione della Turchia ad eventi del genere, che normalmente sarebbero stati accompagnati da minacce e dimostrazioni di isteria verbale. Anzi, al termine del 13-esimo round dei colloqui di Astana, terminati a inizio agosto, proprio in coincidenza con l’incremento dell’offensiva dell’esercito siriano, i funzionari turchi si sono detti soddisfatti di come progrediscono le trattative di pacificazione della Siria e, in particolare, quelle per l’instaurazione di un Comitato Costituzionale, il quale dovrebbe dare impulso ad una soluzione politica del conflitto.
Ovviamente non avremo mai conferme ufficiali, ma questa catena di eventi fa pensare che potrebbe esserci un accordo fra Russia e Turchia per dare disco verde all’operazione militare attualmente in corso da parte dell’esercito siriano, della quale, però non è dato sapere i reali obiettivi e fin dove si spingerà all’interno della sacca di idlib.
Contemporaneamente, è ripreso l’attivismo diplomatico turco sull’altro fronte, quello del nord-est paese. Mentre Erdogan ha ripreso le minacce di intervenire militarmente per spazzare via le Ypg, sono cominciati dei negoziati con gli USA per trovare una soluzione condivisa.
Tali sessioni di trattative, secondo le dichiarazioni ufficiali delle parti, sarebbero giunte ad un primo esito concludente consistente in un accordo per stabilire una buffer zone al confine turco/siriano in corrispondenza, ovviamente delle aree attualmente controllate delle Syrian Democratic Forces; tale zona cuscinetto verrebbe controllata dalla Turchia e, ovviamente, da essa le Ypg sarebbero costrette a ritirarsi. Non sono stati forniti maggiori dettagli a riguardo, ad esempio sulla profondità all’interno del territorio siriano di tale area: la Turchia ha fatto filtrare che la controparte ha promesso loro 35 km. Inoltre, Ankara avrebbe richiesto ulteriori 20 km liberi dal dispiegamento di armi pesanti da parte delle milizie curde.
Da parte loro le Yog/Ypj, le quali, ancora una volta, come nel caso di Afrin, ripongono le loro speranze nell’”alleato” da esse stesse accettato e selezionato, avrebbero fatto sapere a quest’ultimo di essere disposte ad accettare una buffer zone di 10 km, che preveda, però, l’esclusione dei maggiori centri urbani (Kobani/Ain al Arab, Tell Abyad, Ain Issa), sui quali la situazione dovrebbe rimanere immutata.
Staremo a vedere come si evolvono questi negoziati. Non è escluso che alla fine venga trovato un compromesso, i cui effetti politici e umanitari saranno delineati da come verranno sciolti i nodi sopracitati. Tirando le somme degli eventi recenti, pare ipotizzabile un ridispiegamento parziale delle milizie fondamentaliste sunnite filo-turche dal fronte di Idlib a quello del nord-est della Siria che, al momento, per Ankara pare prioritario, lasciando all’esercito siriano ampie fette di territorio e l’onere di combattere contro Hayat Tahrir al-Sham.
Se pure il ridispiegamento di milizie nell’area dell’attuale Rojava dovesse avvenire senza bisogno di un’operazione militare, come ad Afrin, nondimeno per le popolazioni non arabe dell’area le conseguenze potrebbero rivelarsi disastrose: emigrazione forzata, confische e altre vessazioni di ogni genere a favore delle famiglie dei miliziani e anche in parte dei profughi siriani attualmente presenti in grandissimo numero sul territorio turco, che Ankara vorrebbe ricollocare su porzioni del territorio siriano sotto il suo protettorato.
Il Governo di Damasco, intanto, vede premiati il suo basso profilo e la sua pazienza nell’adottare la tattica di affrontare un fronte alla volta, avvalendosi dei buoni uffici diplomatici dell’alleato russo, senza mai venire formalmente meno al principio dell’affermazione dell’unità territoriale del paese. L’obiettivo è quello d’imporre una soluzione politica in cui le altri componenti in gioco (milizie filo-turche e milizie curde) si presentino ai tavoli di trattativa molto più deboli; d’altra parte, Damasco spero anche di poter vantare, agli occhi di buona parte della popolazione, una maggiore capacità di stabilizzare i territori sotto il proprio controllo e, quindi di poter riportare la vita alla normalità. Pertanto, anche per questo motivo cerca di evitare strappi e mantiene un basso profilo.
Fonte
13/05/2019
Siria - Battaglia finale a Idlib fa 150mila sfollati
di Chiara Cruciati
Oggi, alle 16 ora italiana, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà a porte chiuse su richiesta di Kuwait, Germania e Belgio per discutere dell’operazione russo-siriana in corso nella provincia nord-occidentale di Idlib.
Iniziata il 26 aprile scorso, rompendo mesi di “tregua” negoziati tra Turchia e Russia, ha lo scopo dichiarato di strappare l’ultima enclave in mano alle opposizioni di matrice islamista jihadista. A otto anni dall’inizio della guerra civile, Damasco non è mai stato tanto vicino alla ripresa dell’intero territorio nazionale.
Eppure l’operazione sembra passare in sordina, sia sul piano mediatico che diplomatico, lontanissima dai clamori che accompagnarono nell’inverno 2016 la riconquista di Aleppo. A tacere è soprattutto la Turchia, primo sponsor dei gruppi armati arroccati a Idlib, seppure stia per perdere un pezzo di territorio fondamentale a mantenere una presenza (diretta e indiretta) in Siria.
Dopo giorni di bombardamenti, ieri l’esercito governativo ha ripreso il controllo di Qalaat al-Madiq, città strategica per la sua vicinanza alla base russa di Hmeimim, che dal mese scorso è stata messa sotto tiro dai gruppi islamisti, scatenando – dicono Mosca e Damasco – la reazione del fronte pro-Assad. Non solo: è da Qalaat al-Madiq che si accede alla zona controllata interamente dalle opposizioni, porta di ingresso verso quell’hub islamista che in questi anni è cresciuto e si è radicato a seguito degli accordi di evacuazione siglati dal governo con le opposizioni nelle città e le province riprese da Damasco.
A essere interessate dall’avanzata governativa sono anche le vicine province di Hama e Latakia: nel mirino c’è la città di Kabani, roccaforte di Hayat Tahrir al Sham (l’ex al-Nusra, così ribattezzatosi dopo l’apparente e solo mediatica uscita da al Qaeda). Idlib, Hama e porzioni di Latakia: ovvero, l’intero territorio fino a due settimane fa protetto dall’accordo di de-escalation tra Russia e Turchia. Tra le città riprese quella di Kfar Nabudah, altra roccaforte delle opposizioni islamiste ad Hama.
Gli effetti sui civili sono, ancora una volta, devastanti. La provincia di Idlib in questi anni ha visto più che raddoppiare la sua popolazione, raggiungendo i tre milioni di persone per effetto delle evacuazioni: miliziani islamisti, i loro familiari ma anche i residenti nelle zone assediate all’interno e all’esterno (dalla Ghouta al sud della Siria) rientrati negli accordi tra governo e gruppi armati.
E ora gli scontri brutali tra le due parti (secondo fonti delle opposizioni sarebbero almeno 80 i civili uccisi e una decina gli ospedali colpiti) stanno provocando l’ennesima fuga: sarebbero già 150mila gli sfollati interni, secondo le Nazioni Unite che avvertono dell’imminente scoppio di una nuova crisi umanitaria nel nord siriano. Moltissimi si stanno spostando verso il confine con la Turchia, da anni sbarrato da un muro che corre lungo la regione a maggioranza curda di Rojava.
E se Ankara tace su quanto sta avvenendo a Idlib, parla invece per assicurarsi quel pezzo di Siria che gli interessa di più: Rojava. Ieri il presidente Erdogan ha annunciato, durante un incontro all’Università della Difesa nazionale della capitale, un’operazione sulla città di Manbij, a metà strada tra Afrin e Kobane e da tempo nel mirino dell’esercito turco. “Operazione anti-terrorismo”, l’ha definita. Eppure è proprio lì che stazionano da anni i marines statunitensi inviati da Washington a sostegno delle Forze Democratiche Siriane, federazione di curdi, assiri, turkmeni, arabi protagonista della liberazione dal giogo dell’Isis di Raqqa.
I “terroristi” di cui parla Erdogan sono le unità di difesa popolare curde, le Ypg e le Ypj, alleate militari Usa. Obiettivo affatto occulto di Ankara è il controllo totale del corridoio di terre che dal cantone di Afrin a ovest (occupato dalla Turchia 14 mesi fa) al confine est con l’Iraq, ovvero l’intero territorio di Rojava su cui da anni le amministrazione curde hanno dato vita a una forma di autonomia democratica che tentano di preservare negoziando con il governo centrale di Damasco.
Fonte
Oggi, alle 16 ora italiana, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà a porte chiuse su richiesta di Kuwait, Germania e Belgio per discutere dell’operazione russo-siriana in corso nella provincia nord-occidentale di Idlib.
Iniziata il 26 aprile scorso, rompendo mesi di “tregua” negoziati tra Turchia e Russia, ha lo scopo dichiarato di strappare l’ultima enclave in mano alle opposizioni di matrice islamista jihadista. A otto anni dall’inizio della guerra civile, Damasco non è mai stato tanto vicino alla ripresa dell’intero territorio nazionale.
Eppure l’operazione sembra passare in sordina, sia sul piano mediatico che diplomatico, lontanissima dai clamori che accompagnarono nell’inverno 2016 la riconquista di Aleppo. A tacere è soprattutto la Turchia, primo sponsor dei gruppi armati arroccati a Idlib, seppure stia per perdere un pezzo di territorio fondamentale a mantenere una presenza (diretta e indiretta) in Siria.
Dopo giorni di bombardamenti, ieri l’esercito governativo ha ripreso il controllo di Qalaat al-Madiq, città strategica per la sua vicinanza alla base russa di Hmeimim, che dal mese scorso è stata messa sotto tiro dai gruppi islamisti, scatenando – dicono Mosca e Damasco – la reazione del fronte pro-Assad. Non solo: è da Qalaat al-Madiq che si accede alla zona controllata interamente dalle opposizioni, porta di ingresso verso quell’hub islamista che in questi anni è cresciuto e si è radicato a seguito degli accordi di evacuazione siglati dal governo con le opposizioni nelle città e le province riprese da Damasco.
A essere interessate dall’avanzata governativa sono anche le vicine province di Hama e Latakia: nel mirino c’è la città di Kabani, roccaforte di Hayat Tahrir al Sham (l’ex al-Nusra, così ribattezzatosi dopo l’apparente e solo mediatica uscita da al Qaeda). Idlib, Hama e porzioni di Latakia: ovvero, l’intero territorio fino a due settimane fa protetto dall’accordo di de-escalation tra Russia e Turchia. Tra le città riprese quella di Kfar Nabudah, altra roccaforte delle opposizioni islamiste ad Hama.
Gli effetti sui civili sono, ancora una volta, devastanti. La provincia di Idlib in questi anni ha visto più che raddoppiare la sua popolazione, raggiungendo i tre milioni di persone per effetto delle evacuazioni: miliziani islamisti, i loro familiari ma anche i residenti nelle zone assediate all’interno e all’esterno (dalla Ghouta al sud della Siria) rientrati negli accordi tra governo e gruppi armati.
E ora gli scontri brutali tra le due parti (secondo fonti delle opposizioni sarebbero almeno 80 i civili uccisi e una decina gli ospedali colpiti) stanno provocando l’ennesima fuga: sarebbero già 150mila gli sfollati interni, secondo le Nazioni Unite che avvertono dell’imminente scoppio di una nuova crisi umanitaria nel nord siriano. Moltissimi si stanno spostando verso il confine con la Turchia, da anni sbarrato da un muro che corre lungo la regione a maggioranza curda di Rojava.
E se Ankara tace su quanto sta avvenendo a Idlib, parla invece per assicurarsi quel pezzo di Siria che gli interessa di più: Rojava. Ieri il presidente Erdogan ha annunciato, durante un incontro all’Università della Difesa nazionale della capitale, un’operazione sulla città di Manbij, a metà strada tra Afrin e Kobane e da tempo nel mirino dell’esercito turco. “Operazione anti-terrorismo”, l’ha definita. Eppure è proprio lì che stazionano da anni i marines statunitensi inviati da Washington a sostegno delle Forze Democratiche Siriane, federazione di curdi, assiri, turkmeni, arabi protagonista della liberazione dal giogo dell’Isis di Raqqa.
I “terroristi” di cui parla Erdogan sono le unità di difesa popolare curde, le Ypg e le Ypj, alleate militari Usa. Obiettivo affatto occulto di Ankara è il controllo totale del corridoio di terre che dal cantone di Afrin a ovest (occupato dalla Turchia 14 mesi fa) al confine est con l’Iraq, ovvero l’intero territorio di Rojava su cui da anni le amministrazione curde hanno dato vita a una forma di autonomia democratica che tentano di preservare negoziando con il governo centrale di Damasco.
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28/03/2019
Torino - La Procura contro i combattenti in Rojava
Uno Stato reazionario si vede da certe cose.
Sono passati pochi giorni dalla morte in combattimento di Lorenzo “Tekoser” Orsetti in Siria, insieme alle forze curde che stanno finendo di distruggere l’Isis. E per una volta anche le voci dell’establishment avevano in qualche misura condiviso il dolore della famiglia, se non quello dei tanti compagni che l’avevano conosciuto.
Ma si vede che la Procura di Torino non ha gradito troppo questo rispetto, pur fermandosi un attimo per non apparire “eccessiva”. Lunedì si è tenuta l’udienza con cui l’accusa – rappresentata dalla pm Manuela Pedrotta – ha chiesto la “sorveglianza speciale” per cinque compagni che avevano preceduto “Orso” nell’esperienza con le Ypg.
La requisitoria del pm ha avuto momenti di pura ideologia reazionaria: «Non credo che siano andati in Siria per salvare la nostra società da una minaccia terroristica. Uno di loro ha scritto che “dopo l’Isis il nemico numero uno è la società capitalista”. Loro vogliono continuare la lotta in Italia».
La presunta conferma della loro pericolosità starebbe, sempre a parere del magistrato, nella frequentazione che alcuni di loro hanno avuto con il movimento No Tav. «(I cinque) si sono resi responsabili di condotte violente contro le forze dell’ordine in occasione di manifestazioni contro il Tav, le politiche contro l’immigrazione, gli avversari politici all’università».
Quindi, seguendo un sillogismo non formalmente esplicitato (e giuridicamente assurdo), i cinque sarebbero “pericolosi” perché sarebbero andati a combattere in Rojava soltanto per imparare come si fa e poter “fare la rivoluzione” in Italia.
Non staremo qui a ricordare a un pm che “l’addestramento militare” – quella fase in cui si imparano a maneggiare le armi e a muoversi secondo le regole della guerra – si fa in condizioni di sicurezza, praticamente senza rischi, così come avviene per gli allenamenti pre-gara sportiva. Mentre il combattere contro un nemico che ti spara comporta il forte rischio di rimanere uccisi.
Dunque, è manifestamente infondata – e proprio sul piano militare – l’idea che si vada a combattere sul serio solo per “imparare” come si fa e riproporlo altrove... Forse se gli stessi pm si occupassero dei fascisti italiani che vanno a fare addestramento in Ucraina andrebbero un po’ più vicini a un reato come quello che vanno ipotizzando.
I compagni Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci, invece, hanno corso i loro rischi e sono fortunatamente tornati nel proprio paese, mantenendo ovviamente le proprie opinioni politiche, al contrario di quanto avvenuto per “Orso” e Giovanni Francesco Asperti (“Hiwa Bosco”).
La sentenza ci sarà tra 90 giorni, tempo che al tribunale deve esser sembrato sufficiente a far cadere il definitivo silenzio mediatico sulla vicenda di “Orso” e quindi rendere meno “antipatica” la misura richiesta dalla Procura.
Sta di fatto, però, che così facendo la Procura torinese sintetizza una posizione precisa dello Stato italiano a proposito dei combattenti per l’autodeterminazione e la libertà dei popoli: sarete considerati brava gente solo se tornerete morti.
Sarà bene ricordarsene...
Fonte
20/03/2019
Rojava - "Lorenzo non è un morto di serie B"
Chiara Cruciati – il Manifesto
«Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia».
Sono le parole di Lorenzo Orsetti, rese pubbliche ieri dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano.
Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. La battaglia finale come è stata chiamata, con migliaia di curdi, arabi, turkmeni impegnati contro centinaia di miliziani islamisti rimasti nel villaggio. Pochi ma, come si temeva, intenzionati a resistere fino alla fine. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, con Orso – così in Italia lo chiamano i compagni – sarebbe stata uccisa tutta la sua unità.
«Ci avrebbe fatto piacere un po’ di vicinanza istituzionale, politica, ma nessuno si è messo in contatto con noi – dice al manifesto il padre Alessandro – è vero che ancora il corpo non è stato ritrovato, è ancora nel campo di battaglia, ma ci sono le sue foto, quelle dei documenti. Lo abbiamo saputo dalla tv. Poi ci è stato confermato dai curdi, ci ha chiamato il suo comandante. Ci ha invitato ad andare lì per le commemorazioni, il suo desiderio era di essere seppellito in Siria».
«È un caduto di serie B, fosse stato un altro forse ci avrebbero chiamato. Ma forse era dalla parte “sbagliata” della barricata».
In Siria Orsetti era arrivato nel settembre-ottobre del 2017, ci racconta Davide Grasso, ex combattente delle Ypg: «L’ho conosciuto in Siria, erano le ultime fasi della battaglia di Raqqa. Dopo l’addestramento ha partecipato all’offensiva di Deir Ezzor. Poi a gennaio il cantone curdo di Afrin è stato invaso dai turchi e lui, con altri internazionalisti, ha insistito per andare. In battaglia si è distinto, è stato tra gli ultimi a lasciare il cantone. Lorenzo è stato tra i combattenti che ha avuto l’atteggiamento più generoso sul piano militare».
Per unirsi alle Ypg aveva lasciato il lavoro in un ristorante poco fuori Firenze, sulla spinta della vicinanza agli ideali che muovono da anni il confederalismo democratico in corso a Rojava: «Una società più giusta ed equa», diceva Orso in un’intervista rilasciata poco tempo fa a Radio Onda Rossa. Un anarchico, si definiva. A Rifredi la sua partenza per la Siria ha portato alla nascita del gruppo «Da Rifredi ad Afrin». Su Fb raccontava la battaglia di Baghouz, “rallentata” in questi giorni per la presenza di migliaia di civili: «Rallentare non vuol dire che non si combatte – continua Davide – ma più scontri di terra e meno aviazione»
A dare per primo la notizia della sua uccisione è stato lo Stato islamico: sul sito Amaq, ormai da anni «agenzia stampa» del sedicente califfato, l’Isis ha pubblicato la foto del corpo di Lorenzo (definito con spregio «crociato italiano») e dei suoi documenti. «Noi nelle Ypg non abbiamo mai toccato un prigioniero, quello che ha fatto l’Isis è disgustoso», ci dice un amico di Lorenzo, ex combattente anche lui. Nome di battaglia Dilsoz: «Abbiamo combattuto insieme ad Afrin, in una guerra che ci riguarda tutti, dove la Turchia ha cacciato le Sdf per sostituirle con i jihadisti. Quando si muore così, si diventa un martire: perché quello per cui si è morti, non muore».
«Lorenzo era un compagno, un proletario, uno che lavorava. Era molto semplice, non aveva bisogno di grandi discorsi politici per sapere da che parte stare – continua Dilsoz – Gli volevano tutti bene, la condivisione gli veniva naturale». Due mesi fa a morire nella lotta all’Isis era stato il 50enne Giovanni Francesco Asperti, nome di battaglia Hiwa Bosco. Due vite spese al fianco di una rivoluzione ma che in Italia il sistema politico e giudiziario reprime.
Ieri il ministro dell’interno Salvini affidava a Twitter «una preghiera per Lorenzo e disprezzo per i suoi infami assassini», “dimenticando” che la Digos (sotto il suo ministero) di Torino e la procuratrice Pedrotta tentano da mesi di restringere la libertà degli italiani che in Siria hanno fatto lo stesso. Il 25 marzo i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Torino decideranno in merito alla richiesta di sorveglianza speciale per cinque torinesi, Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci. In Sardegna identica misura è stata chiesta per Pierluigi Luisi Caria: la decisione è prevista per oggi.
L’udienza di lunedì (non essendo un processo, non ci sarà sentenza ma la notifica dell’eventuale «attivazione» della sorveglianza speciale sarà comunicata a domicilio) sarà accompagnata da un presidio di protesta come avviene da mesi. Alla base della richiesta, sta la criminalizzazione politica della lotta all’Isis: secondo la procura i cinque vanno privati della libertà in assenza di reato e di processo (una misura di epoca fascista, direttamente dal Codice Rocco) perché pericolosi per la società. Hanno imparato a sparare e hanno idee politiche che Digos e Procura ritengono un rischio per la comunità. La stessa comunità per cui si battono da anni, per il diritto allo studio, alla casa, in prima fila nel movimento No-Tav.
«La pm ha prodotto nuovi atti, tra cui il mio libro – continua Davide – E il comandante della Digos Carlo Ambra ha copiato e incollato i nostri post su Fb e il discorso letto da Jacopo alla manifestazione di Roma per Ocalan. È tutto basato sulle idee, i libri, le parole. Un contesto degenerato che minaccia chi ancora combatte a Rojava. Pochi giorni fa ho parlato con Lorenzo, ci esprimeva solidarietà. Se la sorveglianza speciale sarà applicata è una minaccia anche per chi combatte ancora laggiù».
«Ora, dopo la morte di Lorenzo – conclude Dilsoz – voglio vedere con che faccia il giudice potrà condannare dei compagni. Se condannano loro, condannano tutte le Ypg».
Fonte
«Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia».
Sono le parole di Lorenzo Orsetti, rese pubbliche ieri dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano.
Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. La battaglia finale come è stata chiamata, con migliaia di curdi, arabi, turkmeni impegnati contro centinaia di miliziani islamisti rimasti nel villaggio. Pochi ma, come si temeva, intenzionati a resistere fino alla fine. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, con Orso – così in Italia lo chiamano i compagni – sarebbe stata uccisa tutta la sua unità.
«Ci avrebbe fatto piacere un po’ di vicinanza istituzionale, politica, ma nessuno si è messo in contatto con noi – dice al manifesto il padre Alessandro – è vero che ancora il corpo non è stato ritrovato, è ancora nel campo di battaglia, ma ci sono le sue foto, quelle dei documenti. Lo abbiamo saputo dalla tv. Poi ci è stato confermato dai curdi, ci ha chiamato il suo comandante. Ci ha invitato ad andare lì per le commemorazioni, il suo desiderio era di essere seppellito in Siria».
«È un caduto di serie B, fosse stato un altro forse ci avrebbero chiamato. Ma forse era dalla parte “sbagliata” della barricata».
In Siria Orsetti era arrivato nel settembre-ottobre del 2017, ci racconta Davide Grasso, ex combattente delle Ypg: «L’ho conosciuto in Siria, erano le ultime fasi della battaglia di Raqqa. Dopo l’addestramento ha partecipato all’offensiva di Deir Ezzor. Poi a gennaio il cantone curdo di Afrin è stato invaso dai turchi e lui, con altri internazionalisti, ha insistito per andare. In battaglia si è distinto, è stato tra gli ultimi a lasciare il cantone. Lorenzo è stato tra i combattenti che ha avuto l’atteggiamento più generoso sul piano militare».
Per unirsi alle Ypg aveva lasciato il lavoro in un ristorante poco fuori Firenze, sulla spinta della vicinanza agli ideali che muovono da anni il confederalismo democratico in corso a Rojava: «Una società più giusta ed equa», diceva Orso in un’intervista rilasciata poco tempo fa a Radio Onda Rossa. Un anarchico, si definiva. A Rifredi la sua partenza per la Siria ha portato alla nascita del gruppo «Da Rifredi ad Afrin». Su Fb raccontava la battaglia di Baghouz, “rallentata” in questi giorni per la presenza di migliaia di civili: «Rallentare non vuol dire che non si combatte – continua Davide – ma più scontri di terra e meno aviazione»
A dare per primo la notizia della sua uccisione è stato lo Stato islamico: sul sito Amaq, ormai da anni «agenzia stampa» del sedicente califfato, l’Isis ha pubblicato la foto del corpo di Lorenzo (definito con spregio «crociato italiano») e dei suoi documenti. «Noi nelle Ypg non abbiamo mai toccato un prigioniero, quello che ha fatto l’Isis è disgustoso», ci dice un amico di Lorenzo, ex combattente anche lui. Nome di battaglia Dilsoz: «Abbiamo combattuto insieme ad Afrin, in una guerra che ci riguarda tutti, dove la Turchia ha cacciato le Sdf per sostituirle con i jihadisti. Quando si muore così, si diventa un martire: perché quello per cui si è morti, non muore».
«Lorenzo era un compagno, un proletario, uno che lavorava. Era molto semplice, non aveva bisogno di grandi discorsi politici per sapere da che parte stare – continua Dilsoz – Gli volevano tutti bene, la condivisione gli veniva naturale». Due mesi fa a morire nella lotta all’Isis era stato il 50enne Giovanni Francesco Asperti, nome di battaglia Hiwa Bosco. Due vite spese al fianco di una rivoluzione ma che in Italia il sistema politico e giudiziario reprime.
Ieri il ministro dell’interno Salvini affidava a Twitter «una preghiera per Lorenzo e disprezzo per i suoi infami assassini», “dimenticando” che la Digos (sotto il suo ministero) di Torino e la procuratrice Pedrotta tentano da mesi di restringere la libertà degli italiani che in Siria hanno fatto lo stesso. Il 25 marzo i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Torino decideranno in merito alla richiesta di sorveglianza speciale per cinque torinesi, Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci. In Sardegna identica misura è stata chiesta per Pierluigi Luisi Caria: la decisione è prevista per oggi.
L’udienza di lunedì (non essendo un processo, non ci sarà sentenza ma la notifica dell’eventuale «attivazione» della sorveglianza speciale sarà comunicata a domicilio) sarà accompagnata da un presidio di protesta come avviene da mesi. Alla base della richiesta, sta la criminalizzazione politica della lotta all’Isis: secondo la procura i cinque vanno privati della libertà in assenza di reato e di processo (una misura di epoca fascista, direttamente dal Codice Rocco) perché pericolosi per la società. Hanno imparato a sparare e hanno idee politiche che Digos e Procura ritengono un rischio per la comunità. La stessa comunità per cui si battono da anni, per il diritto allo studio, alla casa, in prima fila nel movimento No-Tav.
«La pm ha prodotto nuovi atti, tra cui il mio libro – continua Davide – E il comandante della Digos Carlo Ambra ha copiato e incollato i nostri post su Fb e il discorso letto da Jacopo alla manifestazione di Roma per Ocalan. È tutto basato sulle idee, i libri, le parole. Un contesto degenerato che minaccia chi ancora combatte a Rojava. Pochi giorni fa ho parlato con Lorenzo, ci esprimeva solidarietà. Se la sorveglianza speciale sarà applicata è una minaccia anche per chi combatte ancora laggiù».
«Ora, dopo la morte di Lorenzo – conclude Dilsoz – voglio vedere con che faccia il giudice potrà condannare dei compagni. Se condannano loro, condannano tutte le Ypg».
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02/03/2019
L’occhio “malevolo” dei servizi segreti su antifascismo militante e mobilitazioni ambientali
L’Italia è un paese ormai pacificato e privo di conflitti “sovversivi”? Scorrendo la relazione annuale che i servizi segreti consegnano al Parlamento sembrerebbe di sì. Diversamente dagli anni scorsi, dove i conflitti sociali legati all’impoverimento generale, alla crisi e alle conseguenze delle misure antipopolari facevano drizzare le antenne e le azioni degli apparati repressivi (e l’alto numero di denunce, arresti, misure di sorveglianza speciale contro gli attivisti e i militanti lo certificava), l’analisi dei servizi di sicurezza presentata quest’anno pare preoccuparsi solo di quello che si è visto, in particolare le iniziative antifasciste e le mobilitazioni ambientali sui territori.
L’immagine di un paese socialmente pacificato indurrebbe a ritenere che per gli apparati repressivi non ci sia più lavoro da fare. Il modello di repressione preventiva dell’epoca Minniti sembra aver funzionato e il modello repressivo contundente dell’epoca Salvini (galera per chi occupa edifici o fa blocchi stradali) vorrebbe aver chiuso il cerchio. In realtà l’aria che si respira tra le righe di una relazione dei servizi di sicurezza, che pare preoccupata solo degli scontri con i fascisti o delle mobilitazioni popolari/ambientali, emette un odore di “accanimento terapeutico” contro i punti di resistenza e attività dell’antagonismo politico e di classe nel nostro paese.
Se è vero che gran parte della relazione è dedicata più alle minacce esterne che a quelle sul fronte interno, è bene che nessuno sottovaluti questa apparente ammortizzazione della visione degli apparati repressivi. Hanno ripulito il campo del conflitto di classe, ma vogliono impedire con qualsiasi mezzo che qualcuno torni a ingaggiare la partita della rottura e del cambiamento del quadro esistente. In questo senso comincia a delinearsi uno scenario repressivo in cui non sarà più “la commissione di reato” ad essere sanzionata, ma il soggetto politico in quanto tale (militanti, attivisti etc), per il fatto stesso di esistere e ritenere il conflitto sociale il motore del cambiamento necessario, soprattutto di fronte ad una crisi economica che presenta solo indicatori di pesante peggioramento.
Infine occorre tenere sempre a mente che una “pacificazione” penale del fronte interno è stata sempre funzionale alla riapertura di proiezioni militari offensive sul fronte esterno.
Del resto il cinismo istituzionale e “sociale” che abbiamo visto sugli orrori nei lager in Libia, nel Mar Mediterraneo e nelle nostre strade, sta già abituando la società a convivere con tutto questo. Meglio, quindi, impedire che qualche soggetto politico e sociale rompa questo incantesimo.
Qui di seguito una decostruzione dei capitoli della Relazione annuale dei servizi segreti, in fondo il testo integrale della Relazione (124 pagine) che resta sempre una lettura interessante.
Lo spettro dei marxisti-leninisti
La relazione dei servizi di sicurezza, da tempo inquadra come capitolo specifico quelli che definisce i “circuiti marxisti-leninisti”, definito ancora con quel trattino in mezzo che, come noto, ha provocato interminabili discussioni nel movimento comunista internazionale se dovesse essere mantenuto o sostituito da una “e”.
“I ristretti circuiti dell’estremismo marxista-leninista hanno continuato ad evidenziarsi per l’impegno propagandistico-divulgativo della stagione brigatista, inteso ad accreditarne l’attualità e a promuovere l’indottrinamento di “nuove leve”. Questo, come di consueto, facendo perno soprattutto su una lettura in chiave rivoluzionaria dei più recenti sviluppi della congiuntura interna e internazionale. In tale quadro, sono rimasti centrali la lotta alla “repressione”, l’“antifascismo”, l’“antimperialismo” e l’esteso panorama delle istanze sociali, a partire dall’emergenza abitativa e dalle vertenze occupazionali.
Il tema forte è sempre quello della solidarietà ai “prigionieri politici”, anche stranieri, che ha animato iniziative contro il “carcere duro”, quali i presidi del 4 maggio e del 28 settembre presso il Tribunale dell’Aquila in occasione di scadenze processuali a carico di Nadia Desdemona Lioce, ristretta nel capoluogo abruzzese e leader delle “Nuove Brigate Rosse” responsabili degli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi”.
Dopo questo preambolo volto a segnalare una certa continuità sui temi tradizionali (spesso “gonfiati” per scopi abbastanza evidenti), l’attenzione dei servizi di sicurezza allarga il monitoraggio giungendo a conclusioni che mostrano una preoccupazione piuttosto originale. Scrivono infatti che:
“Nella prospettiva della “lotta di classe” hanno continuato a trovare spazio i richiami, a fini di proselitismo, ad un “nuovo proletariato urbano” composto da lavoratori immigrati, precari, disoccupati e “senza casa” – e fin qui potremmo dire che siamo nella norma della visione questurina. Sorprende, invece, quando nella relazione si indica che tra i soggetti eversivi “si inscrivono nel filone internazionalista ed “antimperialista” le manifestazioni in appoggio alla resistenza palestinese ed in chiave “anti-israeliana”, come la protesta in occasione del Giro d’Italia, che per l’edizione 2018 ha preso il via da Gerusalemme Ovest”.
Avevamo fino ad oggi ritenuto che manifestazioni e contestazioni all’occupazione coloniale israeliana della Palestina fossero una “preoccupazione” relativa solo per il Mossad, scopriamo invece che lo sono anche per i servizi segreti italiani.
Il movimento antagonista
C’è poi il capitolo specifico su quello viene definito come il movimento antagonista. Un universo politico a geometria variabile per il numero di collettivi e reti in cui si aggrega, disgrega e ricompone e che rappresenta un po’ il rompicapo nel monitoraggio dei servizi di sicurezza.
Di tutto quello che si muove sul piano dei conflitti sociali – purtroppo non particolarmente vivace nell’ultimo anno – gli apparati repressivi sembrano preoccupati soprattutto dalle lotte ambientaliste e dalle vertenze a difesa del territorio, quest’anno senza però l’ossessiva – e sgradita – attenzione particolare al movimento No Tav.
Nella relazione si scrive che: “L’eterogenea galassia dell’antagonismo si è distinta soprattutto per il tentativo di superare una persistente tendenza alla “parcellizzazione delle lotte”, così da dare maggiore compattezza al fronte della contestazione. Ancorché declinato su specifiche realtà del territorio nazionale, il dinamismo antagonista sul versante delle proteste ambientaliste ha ricercato convergenze e sinergie, con l’obiettivo di strumentalizzare in chiave oltranzista l’attività dei cd. “Fronti del No”, che si oppongono alla realizzazione di infrastrutture di vario genere (grandi opere, installazioni energetiche e militari, ripetitori, inceneritori etc.)”.
Tra le preoccupazioni “sovversive” che spiccano nella relazione di quest’anno c’è quella dell’antifascismo militante al quale viene riservata anche una scheda particolare (vedi più avanti). E’ scritto: “Gli attivisti hanno provato a serrare i ranghi concentrando la protesta antisistema sull’“antifascismo” e sull’“antirazzismo”, come testimoniato dalla manifestazione nazionale di Macerata del 10 febbraio, organizzata all’indomani del raid omicida a sfondo razzista compiuto nella città marchigiana da un simpatizzante di estrema destra ed indicata, nella propaganda d’area, come punto di partenza per favorire il rilancio di un percorso di mobilitazione il più possibile comune e condiviso”.
Anche l’organizzazione degli immigrati su vari terreni di lotta inerenti i propri bisogni materiali sembra provocare particolare attenzione da parte dei servizi di sicurezza. “In tale quadro, ha assunto specifico rilievo strategico, nelle progettualità antagoniste, il coinvolgimento nelle mobilitazioni della popolazione straniera, ritenuta, in particolare dai segmenti più oltranzisti, un bacino di reclutamento “capace di produrre conflitto” – è scritto nella relazione annuale – “Una linea, questa, evidenziatasi anche a livello locale, ove i vari “movimenti per l’abitare” hanno mostrato interesse verso la “propensione ribellistica” delle fasce più disagiate e precarie, pure attraverso appelli ad una ripresa delle occupazioni abusive, intese quale “pratica militante di riappropriazione del reddito”. L’impegno antagonista sulla tematica migratoria ha continuato a qualificarsi come un ambito sensibile per l’ordine pubblico in ragione del concorrente attivismo di componenti della destra radicale, con il rischio di un’intensificazione di episodi di conflittualità fra opposti estremismi”.
La mobilitazione “antifascista”
L’affrontamento sui territori dei tentativi dei fascisti di strumentalizzare l’emergenza migranti ha visto materializzarsi una pratica antifascista militante che è ora entrata nel mirino degli apparati di sicurezza, che a questo tipo di mobilitazione dedicano un’apposita scheda nella relazione. Colpisce l’attenzione e la finta preoccupazione dei servizi segreti sul fatto che l’antifascismo abbia fatto un piccolo “salto di qualità”, passando da un antifascismo sostanzialmente costituzionale e culturale al piano militante. Una sottolineatura che pare funzionale a preparare una legittimazione alla repressione della mobilitazione antifascista di fronte – invece – al pieno sdoganamento dei fascisti che mostrano ormai apertamente le evidenti coperture fornite dagli apparati repressivi e istituzionali: “Nell’ambito della mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice, l’”antifa” definisce la posizione più avanzata e intransigente dell’antagonismo di sinistra nel contrasto alla destra, consistente in un impegno militante che privilegia la “dimensione combattiva” rispetto al confronto politico-culturale. Nel 2018, la propaganda e le pratiche della mobilitazione “antifa” hanno evidenziato una rinnovata radicalizzazione in reazione ad una percepita crescita di visibilità e protagonismo dell’estrema destra su questioni riguardanti la sicurezza, l’immigrazione e il disagio sociale. In questo quadro sembrano inserirsi taluni episodi di aggressione contro attivisti della destra radicale, danneggiamenti a sedi aggregative nonché la divulgazione sul web di documenti e “dossier” dai toni istigatori. L’accentuata propensione allo scontro rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico”.
Gli internazionalisti in Rojava e Donbass
Colpiscono infine due schede dedicata a chi è andato in questi anni a dare sostegno internazionalista in Rojava e Donbass. E’ la prima volta che si dedica a questo una attenzione così esplicita. Nel primo caso, il Rojava, la relazione scrive che: “Spunti di attivazione sono stati colti anche negli ambienti dell’estremismo marxista, tradizionalmente sensibili alla causa curda, che, in collaborazione con omologhi circuiti esteri, sono stati impegnati a sostenere le formazioni combattenti attraverso specifiche campagne finalizzate alla spedizione di materiale medico”.
Nel secondo caso, il Donbass, i servizi segreti scrivono che: “L’operazione “Ottantotto” del luglio 2018 coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova, che ha coinvolto diversi soggetti accusati di “associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata al reclutamento di mercenari e al combattimento in un conflitto in un territorio controllato da uno Stato estero”, ha riportato all’attenzione generale il tema della presenza nel teatro di crisi ucraino di cittadini italiani o di stranieri residenti in Italia”.
Ma sul Donbass, diversamente che in Rojava, per i servizi di sicurezza il monitoraggio verso il sostegno internazionalista si complica per la diversificazione dei soggetti attivizzatisi (militanti della sinistra ma anche gruppi di destra) e della diversità di collocazione “sul fronte”. Nella relazione è scritto infatti che: “Sin dal principio, infatti, la crisi ucraina ha suscitato l’interesse dell’estrema destra, scatenando però un vivace dibattito interno che ha determinato il formarsi di due fronti: l’uno, favorevole alle istanze nazionaliste di Kiev; l’altro, solidale con gli indipendentisti delle regioni orientali dell’Ucraina, sostenuti da Mosca. Tale contrapposizione si è tradotta nella rilevata presenza in entrambi gli schieramenti di militanti dell’ultra-destra italiana, spinti da motivazioni tanto ideologiche quanto economiche. Più nel dettaglio, mirati approfondimenti informativi hanno rilevato che: a favore dei lealisti ucraini si è mobilitata una parte della destra radicale nazionale, in considerazione del ruolo di rilievo ricoperto dai movimenti ultranazionalisti nel corso delle note proteste di piazza del novembre 2013 (cd. Euromaidan); a sostegno dei separatisti si è invece schierata una componente di estrema destra più numerosa, d’impronta più propriamente identitaria, che sostiene le posizioni russe in chiave anti-USA e anti-UE”.
A complicare il lavoro dei servizi di sicurezza italiani emerge poi un altro dato che gli ha scombinato lo schema: “Accanto ai filo-russi, peraltro, si è registrata anche una non irrilevante presenza di militanti dell’antagonismo di sinistra che, dal canto loro, interpretano la resistenza contro il Governo di Kiev in chiave antifascista e antimperialista. Nella maggior parte dei casi, i soggetti spinti da motivazioni politico-ideologiche si sono recati nel Donbass per iniziative propagandistiche, allo scopo dichiarato di documentare quella “esperienza di lotta” e portare sostegno alla popolazione locale, mentre solo una parte, più consistente per gli elementi di destra, risulta coinvolta nei combattimenti. Accanto ai soggetti caratterizzati politicamente, figurano poi quei profili “ibridi” che vantano anche esperienze nel circuito dei contractors. Come per analoghe mobilitazioni, anche in questo caso il web si è rivelato uno strumento di comunicazione e propaganda in grado di favorire contatti e adesioni. Sebbene il fenomeno risulti numericamente contenuto e, per evidenti ragioni, non paragonabile a quello dei foreign fighters jihadisti, esso presenta comunque potenziali criticità, correlate soprattutto all’esperienza e alle competenze di natura militare che, al rientro in territorio nazionale, potrebbero essere riversate negli ambienti di riferimento”. Dunque le carovane di solidarietà con le Repubbliche del Donbass non sono state gradite né sono passate inosservate.
“L’allarme sugli anarchici”, come sempre, da sempre
Nella relazione, ovviamente e come è ormai consuetudine, ci sono diverse pagine dedicate agli anarchici, in particolare “sull’anarco-insurrezionalismo, confermatosi come l’espressione più insidiosa, capace di tradurre in chiave offensiva gli appelli istigatori della propaganda d’area, specie quella riconducibile alla Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI). Nonostante l’incisiva azione di contrasto degli ultimi anni e le divergenze tra le varie componenti, il movimento si è reso protagonista di numerose sortite, rivendicate e non, che hanno preso di mira obiettivi riferibili ai tradizionali fronti di attivazione libertaria: “lotta alla repressione”, non solo nella consueta accezione di “solidarietà rivoluzionaria ai compagni prigionieri”, ma sempre più anche in chiave “antifascista” e “antirazzista”; campagna contro le grandi opere (Trans Adriatic Pipeline-TAP in primis); antimilitarismo; opposizione al “dominio tecno-scientifico”. Sembra quasi la descrizione di una imbarcata di “Unabomber” da film statunitense. Ma i recenti arresti di Torino e lo sgombero del centro sociale Asilo occupato, confermano come, per gli apparati repressivi, gli anarchici-insurrezionalisti siano oggetto di una attenzione particolare, da giocarsi poi su mass media compiacenti per seminare allarme sociale. Insomma siamo ancora nella visione da “deep state” nel paese della Strage di Piazza Fontana, di Valpreda e degli anarchici usati come depistaggio e capri espiatori rispetto alla strage di Stato.
Il capitoletto sui fascisti
I fascisti sono un problema per la sicurezza? No, lo sono solo se cercano di federarsi, dismettono la “casacca dei bravi ragazzi” e fingono di contestare Nato, Usa, Ue.
Negli anni scorsi, l’attenzione degli apparati repressivi colpiva per la scarsissima attenzione/documentazione sui gruppi neofascisti (nonostante emergessero spesso i loro legami con la malavita e il traffico di droga, ndr). Una disattenzione qualitativa e quantitativa leggibile anche nella descrizione di “bravi ragazzi impegnati nel sociale” emersa nelle relazioni dei servizi di sicurezza e nei rapporti di polizia negli scorsi anni. Quest’anno c’è un po’ di attenzione in più, ma soprattutto sulla dimensione internazionale, specie sulla frazione disallineata rispetto al dogma atlantista ed europeista dentro cui si colloca l’Italia.
“Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra che, caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni “egemoniche” e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla “base”, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere. Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale). Tale attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato ad una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri che, al di là del richiamato omicidio di Macerata, potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo. Le varie campagne propagandistiche hanno tradito l’intento di coniugare l’esigenza di proiettare un’immagine “moderata” con la determinazione a preservare, per ragioni di proselitismo, i rapporti con quel variegato sottobosco comprendente anche segmenti politicizzati delle tifoserie calcistiche, nonché sigle di matrice neonazista, antisemita e skinhead. In quest’ultimo ambito, si è registrato un rimarchevole fermento organizzativo e programmatico da parte di componenti hammerskin attestate nel Nord Italia, interessate ad espandere il proprio raggio d’azione a livello nazionale attraverso un ambizioso “progetto federativo” rivolto a gruppi minori. Strumenti privilegiati di proselitismo sono la promozione di concerti d’area e di manifestazioni di carattere sia politico-culturale sia commemorativo-nostalgico, nonché di iniziative a sfondo sociale. La determinazione di tali ambienti ad acquisire peso ne ha influenzato i rapporti con altre compagini nazionali, in alcuni casi portando alla ricerca di sinergie, in altri accentuando la concorrenzialità. In Alto Adige i tradizionali contatti tra gruppi skinhead germanofoni e circuiti neo-nazisti tedeschi si sono ulteriormente rafforzati, facendo registrare la presenza di militanti altoatesini ad iniziative di protesta d’impronta xenofoba svoltesi in Germania”.
Fin qui l’attenzione è alla geometria variabile nelle aggregazioni dei gruppi neofascisti, soprattutto nell’Italia del Nord. Qualche preoccupazione in più emerge invece quando si guarda alle relazioni e alla visione internazionale dei gruppi neofascisti: “Si è confermata, più in generale, la spiccata proiezione internazionale delle principali formazioni d’area, con assidui e stretti rapporti con i maggiori gruppi stranieri dell’ultradestra, funzionali all’affermazione di un “fronte identitario paneuropeo”, a difesa delle radici etnico-culturali dell’Europa, di orientamento filorusso e pro-Assad e in contrapposizione alla UE, agli USA e alla NATO. Un contesto, questo, che ha confermato l’interesse dell’area nei confronti della crisi ucraina, anche in termini di sostegno attivo ai due schieramenti contrapposti”.
Insomma antifascismo militante e mobilitazioni popolari/ambientali sembrano essere le aree più attenzionate dai servizi di sicurezza. Ma, come detto sopra, guai ad abbassare la guardia sul fronte della risposta repressiva ai conflitti sociali, soprattutto se l’evidente avvitarsi della crisi economica accentuerà una crisi sociale nei settori popolari. A quel punto per gli apparati repressivi, tutto quello che si metterà di traverso avrà un suo potenziale sovversivo da colpire, anche quando si muove sul terreno della lotta “legale”. Non sarà la commissione del reato l’oggetto delle misure repressive, ma il soggetto “sovversivo” in quanto tale.
Il testo integrale della Relazione annuale: http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/Relazione-2018.pdf
Fonte
L’immagine di un paese socialmente pacificato indurrebbe a ritenere che per gli apparati repressivi non ci sia più lavoro da fare. Il modello di repressione preventiva dell’epoca Minniti sembra aver funzionato e il modello repressivo contundente dell’epoca Salvini (galera per chi occupa edifici o fa blocchi stradali) vorrebbe aver chiuso il cerchio. In realtà l’aria che si respira tra le righe di una relazione dei servizi di sicurezza, che pare preoccupata solo degli scontri con i fascisti o delle mobilitazioni popolari/ambientali, emette un odore di “accanimento terapeutico” contro i punti di resistenza e attività dell’antagonismo politico e di classe nel nostro paese.
Se è vero che gran parte della relazione è dedicata più alle minacce esterne che a quelle sul fronte interno, è bene che nessuno sottovaluti questa apparente ammortizzazione della visione degli apparati repressivi. Hanno ripulito il campo del conflitto di classe, ma vogliono impedire con qualsiasi mezzo che qualcuno torni a ingaggiare la partita della rottura e del cambiamento del quadro esistente. In questo senso comincia a delinearsi uno scenario repressivo in cui non sarà più “la commissione di reato” ad essere sanzionata, ma il soggetto politico in quanto tale (militanti, attivisti etc), per il fatto stesso di esistere e ritenere il conflitto sociale il motore del cambiamento necessario, soprattutto di fronte ad una crisi economica che presenta solo indicatori di pesante peggioramento.
Infine occorre tenere sempre a mente che una “pacificazione” penale del fronte interno è stata sempre funzionale alla riapertura di proiezioni militari offensive sul fronte esterno.
Del resto il cinismo istituzionale e “sociale” che abbiamo visto sugli orrori nei lager in Libia, nel Mar Mediterraneo e nelle nostre strade, sta già abituando la società a convivere con tutto questo. Meglio, quindi, impedire che qualche soggetto politico e sociale rompa questo incantesimo.
Qui di seguito una decostruzione dei capitoli della Relazione annuale dei servizi segreti, in fondo il testo integrale della Relazione (124 pagine) che resta sempre una lettura interessante.
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Lo spettro dei marxisti-leninisti
La relazione dei servizi di sicurezza, da tempo inquadra come capitolo specifico quelli che definisce i “circuiti marxisti-leninisti”, definito ancora con quel trattino in mezzo che, come noto, ha provocato interminabili discussioni nel movimento comunista internazionale se dovesse essere mantenuto o sostituito da una “e”.
“I ristretti circuiti dell’estremismo marxista-leninista hanno continuato ad evidenziarsi per l’impegno propagandistico-divulgativo della stagione brigatista, inteso ad accreditarne l’attualità e a promuovere l’indottrinamento di “nuove leve”. Questo, come di consueto, facendo perno soprattutto su una lettura in chiave rivoluzionaria dei più recenti sviluppi della congiuntura interna e internazionale. In tale quadro, sono rimasti centrali la lotta alla “repressione”, l’“antifascismo”, l’“antimperialismo” e l’esteso panorama delle istanze sociali, a partire dall’emergenza abitativa e dalle vertenze occupazionali.
Il tema forte è sempre quello della solidarietà ai “prigionieri politici”, anche stranieri, che ha animato iniziative contro il “carcere duro”, quali i presidi del 4 maggio e del 28 settembre presso il Tribunale dell’Aquila in occasione di scadenze processuali a carico di Nadia Desdemona Lioce, ristretta nel capoluogo abruzzese e leader delle “Nuove Brigate Rosse” responsabili degli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi”.
Dopo questo preambolo volto a segnalare una certa continuità sui temi tradizionali (spesso “gonfiati” per scopi abbastanza evidenti), l’attenzione dei servizi di sicurezza allarga il monitoraggio giungendo a conclusioni che mostrano una preoccupazione piuttosto originale. Scrivono infatti che:
“Nella prospettiva della “lotta di classe” hanno continuato a trovare spazio i richiami, a fini di proselitismo, ad un “nuovo proletariato urbano” composto da lavoratori immigrati, precari, disoccupati e “senza casa” – e fin qui potremmo dire che siamo nella norma della visione questurina. Sorprende, invece, quando nella relazione si indica che tra i soggetti eversivi “si inscrivono nel filone internazionalista ed “antimperialista” le manifestazioni in appoggio alla resistenza palestinese ed in chiave “anti-israeliana”, come la protesta in occasione del Giro d’Italia, che per l’edizione 2018 ha preso il via da Gerusalemme Ovest”.
Avevamo fino ad oggi ritenuto che manifestazioni e contestazioni all’occupazione coloniale israeliana della Palestina fossero una “preoccupazione” relativa solo per il Mossad, scopriamo invece che lo sono anche per i servizi segreti italiani.
Il movimento antagonista
C’è poi il capitolo specifico su quello viene definito come il movimento antagonista. Un universo politico a geometria variabile per il numero di collettivi e reti in cui si aggrega, disgrega e ricompone e che rappresenta un po’ il rompicapo nel monitoraggio dei servizi di sicurezza.
Di tutto quello che si muove sul piano dei conflitti sociali – purtroppo non particolarmente vivace nell’ultimo anno – gli apparati repressivi sembrano preoccupati soprattutto dalle lotte ambientaliste e dalle vertenze a difesa del territorio, quest’anno senza però l’ossessiva – e sgradita – attenzione particolare al movimento No Tav.
Nella relazione si scrive che: “L’eterogenea galassia dell’antagonismo si è distinta soprattutto per il tentativo di superare una persistente tendenza alla “parcellizzazione delle lotte”, così da dare maggiore compattezza al fronte della contestazione. Ancorché declinato su specifiche realtà del territorio nazionale, il dinamismo antagonista sul versante delle proteste ambientaliste ha ricercato convergenze e sinergie, con l’obiettivo di strumentalizzare in chiave oltranzista l’attività dei cd. “Fronti del No”, che si oppongono alla realizzazione di infrastrutture di vario genere (grandi opere, installazioni energetiche e militari, ripetitori, inceneritori etc.)”.
Tra le preoccupazioni “sovversive” che spiccano nella relazione di quest’anno c’è quella dell’antifascismo militante al quale viene riservata anche una scheda particolare (vedi più avanti). E’ scritto: “Gli attivisti hanno provato a serrare i ranghi concentrando la protesta antisistema sull’“antifascismo” e sull’“antirazzismo”, come testimoniato dalla manifestazione nazionale di Macerata del 10 febbraio, organizzata all’indomani del raid omicida a sfondo razzista compiuto nella città marchigiana da un simpatizzante di estrema destra ed indicata, nella propaganda d’area, come punto di partenza per favorire il rilancio di un percorso di mobilitazione il più possibile comune e condiviso”.
Anche l’organizzazione degli immigrati su vari terreni di lotta inerenti i propri bisogni materiali sembra provocare particolare attenzione da parte dei servizi di sicurezza. “In tale quadro, ha assunto specifico rilievo strategico, nelle progettualità antagoniste, il coinvolgimento nelle mobilitazioni della popolazione straniera, ritenuta, in particolare dai segmenti più oltranzisti, un bacino di reclutamento “capace di produrre conflitto” – è scritto nella relazione annuale – “Una linea, questa, evidenziatasi anche a livello locale, ove i vari “movimenti per l’abitare” hanno mostrato interesse verso la “propensione ribellistica” delle fasce più disagiate e precarie, pure attraverso appelli ad una ripresa delle occupazioni abusive, intese quale “pratica militante di riappropriazione del reddito”. L’impegno antagonista sulla tematica migratoria ha continuato a qualificarsi come un ambito sensibile per l’ordine pubblico in ragione del concorrente attivismo di componenti della destra radicale, con il rischio di un’intensificazione di episodi di conflittualità fra opposti estremismi”.
La mobilitazione “antifascista”
L’affrontamento sui territori dei tentativi dei fascisti di strumentalizzare l’emergenza migranti ha visto materializzarsi una pratica antifascista militante che è ora entrata nel mirino degli apparati di sicurezza, che a questo tipo di mobilitazione dedicano un’apposita scheda nella relazione. Colpisce l’attenzione e la finta preoccupazione dei servizi segreti sul fatto che l’antifascismo abbia fatto un piccolo “salto di qualità”, passando da un antifascismo sostanzialmente costituzionale e culturale al piano militante. Una sottolineatura che pare funzionale a preparare una legittimazione alla repressione della mobilitazione antifascista di fronte – invece – al pieno sdoganamento dei fascisti che mostrano ormai apertamente le evidenti coperture fornite dagli apparati repressivi e istituzionali: “Nell’ambito della mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice, l’”antifa” definisce la posizione più avanzata e intransigente dell’antagonismo di sinistra nel contrasto alla destra, consistente in un impegno militante che privilegia la “dimensione combattiva” rispetto al confronto politico-culturale. Nel 2018, la propaganda e le pratiche della mobilitazione “antifa” hanno evidenziato una rinnovata radicalizzazione in reazione ad una percepita crescita di visibilità e protagonismo dell’estrema destra su questioni riguardanti la sicurezza, l’immigrazione e il disagio sociale. In questo quadro sembrano inserirsi taluni episodi di aggressione contro attivisti della destra radicale, danneggiamenti a sedi aggregative nonché la divulgazione sul web di documenti e “dossier” dai toni istigatori. L’accentuata propensione allo scontro rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico”.
Gli internazionalisti in Rojava e Donbass
Colpiscono infine due schede dedicata a chi è andato in questi anni a dare sostegno internazionalista in Rojava e Donbass. E’ la prima volta che si dedica a questo una attenzione così esplicita. Nel primo caso, il Rojava, la relazione scrive che: “Spunti di attivazione sono stati colti anche negli ambienti dell’estremismo marxista, tradizionalmente sensibili alla causa curda, che, in collaborazione con omologhi circuiti esteri, sono stati impegnati a sostenere le formazioni combattenti attraverso specifiche campagne finalizzate alla spedizione di materiale medico”.
Nel secondo caso, il Donbass, i servizi segreti scrivono che: “L’operazione “Ottantotto” del luglio 2018 coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova, che ha coinvolto diversi soggetti accusati di “associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata al reclutamento di mercenari e al combattimento in un conflitto in un territorio controllato da uno Stato estero”, ha riportato all’attenzione generale il tema della presenza nel teatro di crisi ucraino di cittadini italiani o di stranieri residenti in Italia”.
Ma sul Donbass, diversamente che in Rojava, per i servizi di sicurezza il monitoraggio verso il sostegno internazionalista si complica per la diversificazione dei soggetti attivizzatisi (militanti della sinistra ma anche gruppi di destra) e della diversità di collocazione “sul fronte”. Nella relazione è scritto infatti che: “Sin dal principio, infatti, la crisi ucraina ha suscitato l’interesse dell’estrema destra, scatenando però un vivace dibattito interno che ha determinato il formarsi di due fronti: l’uno, favorevole alle istanze nazionaliste di Kiev; l’altro, solidale con gli indipendentisti delle regioni orientali dell’Ucraina, sostenuti da Mosca. Tale contrapposizione si è tradotta nella rilevata presenza in entrambi gli schieramenti di militanti dell’ultra-destra italiana, spinti da motivazioni tanto ideologiche quanto economiche. Più nel dettaglio, mirati approfondimenti informativi hanno rilevato che: a favore dei lealisti ucraini si è mobilitata una parte della destra radicale nazionale, in considerazione del ruolo di rilievo ricoperto dai movimenti ultranazionalisti nel corso delle note proteste di piazza del novembre 2013 (cd. Euromaidan); a sostegno dei separatisti si è invece schierata una componente di estrema destra più numerosa, d’impronta più propriamente identitaria, che sostiene le posizioni russe in chiave anti-USA e anti-UE”.
A complicare il lavoro dei servizi di sicurezza italiani emerge poi un altro dato che gli ha scombinato lo schema: “Accanto ai filo-russi, peraltro, si è registrata anche una non irrilevante presenza di militanti dell’antagonismo di sinistra che, dal canto loro, interpretano la resistenza contro il Governo di Kiev in chiave antifascista e antimperialista. Nella maggior parte dei casi, i soggetti spinti da motivazioni politico-ideologiche si sono recati nel Donbass per iniziative propagandistiche, allo scopo dichiarato di documentare quella “esperienza di lotta” e portare sostegno alla popolazione locale, mentre solo una parte, più consistente per gli elementi di destra, risulta coinvolta nei combattimenti. Accanto ai soggetti caratterizzati politicamente, figurano poi quei profili “ibridi” che vantano anche esperienze nel circuito dei contractors. Come per analoghe mobilitazioni, anche in questo caso il web si è rivelato uno strumento di comunicazione e propaganda in grado di favorire contatti e adesioni. Sebbene il fenomeno risulti numericamente contenuto e, per evidenti ragioni, non paragonabile a quello dei foreign fighters jihadisti, esso presenta comunque potenziali criticità, correlate soprattutto all’esperienza e alle competenze di natura militare che, al rientro in territorio nazionale, potrebbero essere riversate negli ambienti di riferimento”. Dunque le carovane di solidarietà con le Repubbliche del Donbass non sono state gradite né sono passate inosservate.
“L’allarme sugli anarchici”, come sempre, da sempre
Nella relazione, ovviamente e come è ormai consuetudine, ci sono diverse pagine dedicate agli anarchici, in particolare “sull’anarco-insurrezionalismo, confermatosi come l’espressione più insidiosa, capace di tradurre in chiave offensiva gli appelli istigatori della propaganda d’area, specie quella riconducibile alla Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI). Nonostante l’incisiva azione di contrasto degli ultimi anni e le divergenze tra le varie componenti, il movimento si è reso protagonista di numerose sortite, rivendicate e non, che hanno preso di mira obiettivi riferibili ai tradizionali fronti di attivazione libertaria: “lotta alla repressione”, non solo nella consueta accezione di “solidarietà rivoluzionaria ai compagni prigionieri”, ma sempre più anche in chiave “antifascista” e “antirazzista”; campagna contro le grandi opere (Trans Adriatic Pipeline-TAP in primis); antimilitarismo; opposizione al “dominio tecno-scientifico”. Sembra quasi la descrizione di una imbarcata di “Unabomber” da film statunitense. Ma i recenti arresti di Torino e lo sgombero del centro sociale Asilo occupato, confermano come, per gli apparati repressivi, gli anarchici-insurrezionalisti siano oggetto di una attenzione particolare, da giocarsi poi su mass media compiacenti per seminare allarme sociale. Insomma siamo ancora nella visione da “deep state” nel paese della Strage di Piazza Fontana, di Valpreda e degli anarchici usati come depistaggio e capri espiatori rispetto alla strage di Stato.
Il capitoletto sui fascisti
I fascisti sono un problema per la sicurezza? No, lo sono solo se cercano di federarsi, dismettono la “casacca dei bravi ragazzi” e fingono di contestare Nato, Usa, Ue.
Negli anni scorsi, l’attenzione degli apparati repressivi colpiva per la scarsissima attenzione/documentazione sui gruppi neofascisti (nonostante emergessero spesso i loro legami con la malavita e il traffico di droga, ndr). Una disattenzione qualitativa e quantitativa leggibile anche nella descrizione di “bravi ragazzi impegnati nel sociale” emersa nelle relazioni dei servizi di sicurezza e nei rapporti di polizia negli scorsi anni. Quest’anno c’è un po’ di attenzione in più, ma soprattutto sulla dimensione internazionale, specie sulla frazione disallineata rispetto al dogma atlantista ed europeista dentro cui si colloca l’Italia.
“Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra che, caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni “egemoniche” e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla “base”, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere. Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale). Tale attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato ad una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri che, al di là del richiamato omicidio di Macerata, potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo. Le varie campagne propagandistiche hanno tradito l’intento di coniugare l’esigenza di proiettare un’immagine “moderata” con la determinazione a preservare, per ragioni di proselitismo, i rapporti con quel variegato sottobosco comprendente anche segmenti politicizzati delle tifoserie calcistiche, nonché sigle di matrice neonazista, antisemita e skinhead. In quest’ultimo ambito, si è registrato un rimarchevole fermento organizzativo e programmatico da parte di componenti hammerskin attestate nel Nord Italia, interessate ad espandere il proprio raggio d’azione a livello nazionale attraverso un ambizioso “progetto federativo” rivolto a gruppi minori. Strumenti privilegiati di proselitismo sono la promozione di concerti d’area e di manifestazioni di carattere sia politico-culturale sia commemorativo-nostalgico, nonché di iniziative a sfondo sociale. La determinazione di tali ambienti ad acquisire peso ne ha influenzato i rapporti con altre compagini nazionali, in alcuni casi portando alla ricerca di sinergie, in altri accentuando la concorrenzialità. In Alto Adige i tradizionali contatti tra gruppi skinhead germanofoni e circuiti neo-nazisti tedeschi si sono ulteriormente rafforzati, facendo registrare la presenza di militanti altoatesini ad iniziative di protesta d’impronta xenofoba svoltesi in Germania”.
Fin qui l’attenzione è alla geometria variabile nelle aggregazioni dei gruppi neofascisti, soprattutto nell’Italia del Nord. Qualche preoccupazione in più emerge invece quando si guarda alle relazioni e alla visione internazionale dei gruppi neofascisti: “Si è confermata, più in generale, la spiccata proiezione internazionale delle principali formazioni d’area, con assidui e stretti rapporti con i maggiori gruppi stranieri dell’ultradestra, funzionali all’affermazione di un “fronte identitario paneuropeo”, a difesa delle radici etnico-culturali dell’Europa, di orientamento filorusso e pro-Assad e in contrapposizione alla UE, agli USA e alla NATO. Un contesto, questo, che ha confermato l’interesse dell’area nei confronti della crisi ucraina, anche in termini di sostegno attivo ai due schieramenti contrapposti”.
Insomma antifascismo militante e mobilitazioni popolari/ambientali sembrano essere le aree più attenzionate dai servizi di sicurezza. Ma, come detto sopra, guai ad abbassare la guardia sul fronte della risposta repressiva ai conflitti sociali, soprattutto se l’evidente avvitarsi della crisi economica accentuerà una crisi sociale nei settori popolari. A quel punto per gli apparati repressivi, tutto quello che si metterà di traverso avrà un suo potenziale sovversivo da colpire, anche quando si muove sul terreno della lotta “legale”. Non sarà la commissione del reato l’oggetto delle misure repressive, ma il soggetto “sovversivo” in quanto tale.
Il testo integrale della Relazione annuale: http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/Relazione-2018.pdf
Fonte
28/12/2018
Kurdistan. L’appello e le richieste del Knk
Le minacce dello Stato turco, le preparazioni per un attacco militare su vasta scala e l’occupazione militare del Rojava (Siria del nord) si stanno intensificando. Nel gennaio di quest’anno, lo Stato turco ha iniziato una campagna di aggressione militare contro la regione un tempo pacifica di Afrin nel Rojava e questa campagna, condotta in modo coordinato con vari gruppi jihadisti, alla fine è culminata nell’occupazione di Afrin stessa.
La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle proprie case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.
Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri ed Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco condurrebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.
È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.
Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le proprie forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.
Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1. Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.
2. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.
3. Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.
4. Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.
5. La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.
6 .Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.
Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!
Fonte
La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle proprie case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.
Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri ed Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco condurrebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.
È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.
Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le proprie forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.
Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1. Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.
2. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.
3. Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.
4. Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.
5. La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.
6 .Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.
Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!
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25/12/2018
Siria - Il destino dei curdi tra Usa, Russia e Turchia
Continuano ad essere agitatissimi questi ultimi giorni del 2018 per le aree del nord-est della Siria, controllate dalle Forze Democratiche Siriane, costituite a maggioranza dalle milizie curde Ypg-Ypj, di “derivazione” Pkk.
Dopo l’improvviso, annunciato, ritiro del contingente USA, che garantisce protezione a tali milizie, avvenuto attraverso l’ormai famosissimo tweet del Presidente Trump (“Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, la mia unica unica ragione per rimanere lì durante la presidenza Trump”), sia il Capo del Pentagono Mattis, sia il responsabile della cosiddetta coalizione anti-Isis, McGurk, hanno lasciato il rispettivo incarico.
Ciò è indice del fatto che questa decisione presidenziale è molto contrastata negli apparati politico-militari yankee; i principali organi d’informazione mainstream d’oltreoceano, infatti, assieme ai principali esponenti di entrambi i “partiti” (se così possiamo definirli), stanno riempendo lo spazio mediatico con articoli e dichiarazioni che segnalano con preoccupazione come tale decisione significhi fare un passo indietro nelle politiche imperialiste d’intervento in Medio-Oriente, lasciando spazio alle potenze nemiche Russia e Iran.
Tuttavia vi sono diversi segnali ad indicare che, almeno per il momento, l’impostazione del Presidente stia prevalendo: i primi movimenti di ritiro di truppe, che già si segnalano sul terreno e, soprattutto, la veemenza del governo turco nell’annunciare un’imminente azione militare contro le milizie curde filo-Pkk. Come dimostrano le passate campagne militari dirette dell’esercito turco in territorio siriano, ossia la cosiddetta operazione “scudo dell’Eufrate” e quella “ramoscello d’ulivo” nella parte nord-occidentale del paese, infatti, una volta che Ankara si spinge molto in là con gli annunci guerrafondai, poi non torna più indietro.
La moneta di scambio proposta dai turchi, in cambio del via libera ad un’ulteriore operazione militare sarebbe la rinuncia all’acquisto dei missili antiaerei S-400 dalla Russia per rimanere nel programma di forniture degli F-35 americani; pertanto, da parte di Washington, ci sarebbe un passo indietro nell’imposizione della propria egemonia politico-militare a favore di benefici a breve termine per l’industria bellica.
Al momento, dunque, l’ipotesi peggiore, ma molto concreta, per le milizie curde vede prefigurarsi uno scenario simile a quello di Afrin, dove sono rimaste completamente isolate in fatto di alleanze sul terreno e sono state vittima abbastanza “facile” dell’esercito turco, che ha utilizzo come “carne da cannone” un coacervo di gruppi armati fondamentalisti sunniti, attraverso i quali ha creato un semi-stato nell’area, nel quale alloca le famiglie delle decine di migliaia di miliziani propri alleati in ritirata da altre aree della Siria nonché i profughi siriani presenti sul proprio territorio. Ciò, ovviamente a discapito della popolazione autoctona (composta da molte etnie, con prevalenza curda), che è quotidianamente vittima di confische o è stata costretta ad emigrare nelle aree controllate dal Governo di Damasco, dove è sistemata in campi profughi.
Anche in questo caso, dunque, le Ypg-Ypj, da un lato si trovano “vendute” alla Turchia dall’“alleato” americano, da un altro lato devono confrontarsi con il sostanziale disinteresse della Russia, la quale preferisce senz’altro la coabitazione con l’esercito turco rispetto a quella con i marines americani.
Ad essere onesti, tale susseguirsi di eventi mette il Pyd (braccio politico delle Ypg-Ypj) di fronte ad una resa dei conti complessiva rispetto alla strategia seguita sin dall’inizio della crisi siriana, che lo ha visto di volta in volta allearsi o provare a farlo con tutte le potenze straniere, USA, Francia, Arabia Saudita, Russia e finanche la stessa Turchia (quando, fra il 2011 e il 2013 il negoziato fra Ankara e il Pkk era in fase avanzata), per poi rimanere isolato in momenti topici.
Come accaduto anche nelle altre occasioni in cui gli USA hanno lanciato segnali negativi, i dirigenti curdi si muovono in due direzioni; cercano da un lato, con gli esponenti più di primo piano, di richiamare la cosiddetta coalizione anti-Isis a guida americana a rispettare i propri doveri, mantenendo il proprio supporto e la propria presenza militare in Siria e chiedendo eventualmente alle altre potenze (Francia in primis, ma anche l’Arabia Saudita) di rimpiazzare i marines in ritirata; da un altro lato, con i media e gli esponenti meno in vista e più legati agli apparati militari, cercano di richiamare il Governo di Damasco, di cui in altre circostanze si negano l’autorità e il ruolo, a perseguire “il proprio dovere di difesa dei confini”.
Da Damasco, invece, le dichiarazioni vengono rilasciate con il contagocce, segno evidente che si attende l’evolversi degli eventi, evitando eccessive esposizioni: il rappresentante del governo alle Nazioni Unite ha fatto sapere che da parte di Damasco si dubita fortemente sull’effettività del ritiro americano, mentre nulla di rilevante ha dichiarato sul destino delle aree sotto minaccia turca, se non le dichiarazioni di circostanza.
Tuttavia, anche in questo caso sono sicuramente in corso trattative sotterranee fra le parti per evitare l’invasione turca, mediante la Russia la cui, per ora, poco probabile attivazione diplomatica massiccia sembra l’unica speranza per trovare un compromesso ed evitare l’escalation militare. Alcune fonti parlano della consegna da parte delle milizie curde, al governo di Damasco, delle aree petrolifere nella provincia di Deir ez-Zor (la cui conquista fra il 2017 e il 2018, avvenuta precedendo l’esercito siriano grazie ai pressanti bombardamenti americani è stata una dei principali motivi di dissapore fra l’alleanza russo-siriana e i curdi, che ha determinato l’isolamento politico di questi ultimi ad Afrin), in cambio del dispiegamento dell’esercito siriano sul confine con la Turchia in funzione di deterrenza nei confronti di un’invasione neo-ottomana.
Tuttavia tale piano, se pure venisse concordato, è di difficile attuazione, dal momento che il ritiro dei soldati americani, nella migliore delle ipotesi circolate, non avverrà prima di due o tre mesi e la Turchia intende proprio sfruttare tale finestra temporale per agire; in più, come detto, da parte curda, si ha ancora qualche fiducia nel ruolo che può giocare la Francia.
Parallelamente a questo scenario riguardante il nord-est della Siria, si evolvono, in maniera non slegata, i colloqui diplomatici per dare un riassetto politico definitivo al paese, dopo la fine ipotetica del conflitto; gli sponsor principali di tali passaggi diplomatici sono Russia, Iran e Turchia, che hanno portato, per il momento, alla nomina da una parte (governo siriano) e dall’altra (milizie di opposizione) di alcuni rappresentanti per riscrivere la Costituzione e soprattutto, hanno portato il Ministro degli esteri turco a rinunciare alla rimozione della pregiudiziale anti-Assad: ”Se Assad vincesse elezioni democratiche, la Turchia e ad altre potenze considererebbero l’ipotesi di lavorare con lui”, ha dichiarato Cavusoglu. A mettersi di traverso, però, in questo caso è Damasco, che prende in considerazione unicamente l’eventualità di apportare emendamenti alla propria Costituzione, non di riscriverla in toto.
Per tirare le somme di tali discorsi, al momento, l’ipotesi più probabile vede l’inizio a breve termine di un attacco turco (sempre in appoggio ai propri proxy fondamentalisti) nei confronti principalmente delle città di Manbij e Kobane/Ain-al-Arab in mano alle Ypg, che non dovrebbe trovare alcun ostacolo da parte degli USA; più complicato appare fare altre ipotesi sulla risposta degli altri “attori”, stranieri e non, in campo.
In particolare appare difficile fare previsioni sulla completezza del ritiro americano e l’effettiva “profondità” di un eventuale attacco turco. In tutto ciò non deve sfuggire che l’Isis controlla ancora una striscia di terra a est dell’Eufrate nei pressi della città di Hajin e possiede ancora molte cellule dormienti pronte a colpire.
In questo quadro complesso, gli spunti di riflessione sono molteplici.
Sicuramente va visto molto positivamente il ritiro eventuale della principale potenza imperialista dall’area, in quanto sarebbe la prima volta, dalla prima guerra del golfo, che un paese aggredito riesce in qualche modo a sfuggire al “regime change” confezionato a Washington, consentendo, in questo caso, la sopravvivenza di un tassello dell’asse di resistenza che contrasta le ambizioni di Israele e Arabia Saudita nell’area.
Va, inoltre, tenuto d’occhio il ruolo della Francia, braccio armato dell’imperialismo europeo, che potrebbe approfittare del parziale o totale ritiro statunitense per rilevarne la funzione politica ed imporre i propri autonomi interessi nell’area, approfondendo, così la funzione imperialista dell’Unione Europea; in questo senso, vanno respinti gli appelli dei media strumentalmente “filo-Ypg”, i quali invitano a scendere in piazza per chiedere ai membri della coalizione anti-Isis di continuare a perpetuare la propria presenza militare nell’area.
Sicuramente la sostituzione della presenza militare USA con l’invasione della Turchia e dei propri satelliti creerebbe una situazione di distruzione e di caos, specie per le popolazioni non arabo-sunnite, che avevano sperimentato una fase di relativa quiete, dalle prime sconfitte dell’Isis nel 2015 ad oggi. Tuttavia va denunciato chiaramente che questa è la moneta con cui l’imperialismo americano ripaga da sempre i propri “alleati” locali nelle aggressioni imperialiste, a prescindere dalla loro impostazione ideologica e dai loro particolari obiettivi. Quindi, occorre sperare che una particolare “combinazione diplomatica”, la quale non può che essere a trazione russa in questo momento, scongiuri l’escalation miliare.
In ogni caso, l’evidenza dei fatti dice che l’esperimento politico dell’entità semi-statale conosciuta come Rojava, la quale in alcuni aree, come Afrin e Kobane, ha consentito l’effettiva sperimentazione di un modello sociale municipalista, mentre in altre aree ha semplicemente eseguito quelli che erano gli obiettivi bellici statunitensi di fase ed ha completamento fallito nel ristabilire i servizi minimi per la popolazione (Raqqa in primis), in queste circostanze complesse vede seriamente messa a rischio la propria esistenza.
A conferma del fatto che gli obiettivi di smembramento e di destabilizzazione nei confronti di alcuni stati nazionali perseguiti dagli imperialismi sono inconciliabili con le legittime aspirazioni dei popoli oppressi; tali istanze opposte non possono trovare alcun punto di incontro, né in Siria, né altrove.
Fonte
31/07/2018
Che ne è stato dell’occupazione di Bradost e Qandil?
Dalle elezioni in Turchia del 24 giugno è passato più di un mese. Prima delle elezioni un’occupazione di Bradost e Qandil rappresentava uno degli argomenti centrali nei media della propaganda dell’AKP e di Tayyip Erdoğan. Naturalmente questi attacchi non erano né straordinari né limitati solo alla propaganda elettorale.
La guerriglia ha sventato i piani
Le operazioni si possono capire solo nel contesto di un piano più ampio con la partecipazione di USA, Regno Unito e del KDP del Kurdistan del sud. Così gli USA, il Regno Unito e altre potenze internazionali vogliono usare la Turchia per aumentare la pressione sull’Iran. A fronte di questo è stato fatto l’accordo di Minbic con la Turchia per il mantenimento del potere di Erdoğan e l’allargamento delle zone occupate in Rojava e nel Kurdistan del sud come contropartita. Tuttavia non è andata come previsto. Le reazioni della popolazione del Kurdistan del sud e le efficaci azioni della guerriglia in corso fin dal mese di marzo, rappresentano un ostacolo nell’esecuzione del piano. Dato che l’occupazione non ha funzionato come Erdoğan aveva previsto, anche l’altra parte, l’intervento in Iran, non ha potuto avere luogo.
Erdoğan e l’AKP nel dicembre 2017 hanno iniziato attacchi di invasione su Bradost e nel marzo 2018 si sono seriamente preparati a un nuovo avvio. Nei mesi da marzo ad aprile la regione è stata bombardata 24 ore al giorno da aerei da combattimento e elicotteri Kobra, aerei da ricognizione sorvolavano continuamente le aree. Nonostante questo l’esercito è riuscito a penetrare nella regione solo per cinque chilometri. Sulle vette Siro, Partîzan e Lêlîkan con massicci attacchi aerei e di artiglieria con elicotteri da trasporto Sikorsky truppe sono state scaricate nella regione montuosa. Questi soldati sono stati presi di mira dalla guerriglia da ogni lato. Contro le vette citate, finora sono state fatte circa 80 azioni. La guerriglia ha pubblicato riprese della maggior parte delle azioni. L’opinione pubblica turca e internazionale ha visto come l’esercito turco, definito eccellente, ha fallito e in quale situazione senza scampo i suoi soldati sono stati lasciati a morire.
Morti oltre 270 soldati
Nelle azioni della guerriglia sono morti oltre 270 soldati. È deplorevole che i media turchi non abbiano nemmeno dato la notizia della morte dei figli della popolazione povera che sono stati mandati a morire nel Kurdistan del sud. La guerriglia ha comunicato le sue azioni giorno per giorno. Ha mostrato le armi e gli equipaggiamenti conquistati al pubblico. Lo stato turco ha nascosto la morte dei figli della popolazione povera. Quando venivano mostrati pubblicamente i caschi dei soldati e le armi, occasionalmente alle perdite venivano riservati articoli marginali. Questo mostra che a nessun soldato viene attribuito tanto valore quanto a un’arma.
Colpo su colpo a Bradost
Mentre lo Stato turco a Lêlîkan, Ali Direj, Partîzan e Avdol Kovi ha continuamente incassato colpi duri e ben documentati, ha cercato di nascondere la sconfitta con notizie di successi. “Avanziamo su Qandil”, è stato detto ripetutamente nei titoli. In questo modo Qandil è arrivata in cima all’ordine del giorno. Un’invasione di Qandil era parte del piano. Si tratta di una parte decisiva dell’intenzione di iniziare l’occupazione a Bradost e di avanzare poi fino a Qandil.
Questo piano è stato citato ripetutamente dal Ministro degli Interni Süleyman Soylu e dall’allora Primo Ministro Binali Yıldırım in dichiarazioni corrispondenti. Soylu ha detto, “Siamo a venti chilometri da Qendîl” e Yıldırım ha parlato di undici basi militari nel “Iraq del nord”. Queste dichiarazioni mostravano la direzione del piano. Qandil è stata messa all’ordine del giorno per nascondere le pesanti perdite a Bradost. Con il permesso del capo del governo del Kurdistan del sud del KDP, Neçirvan Barzanî, con l’aiuto del portavoce governativo Sefin Dizai si è cercato di nascondere le pesanti perdite. Corrispondenti dell’agenzia stampa Anadolu Ajans vicina all’AKP, sono stati inviato in una base del KDP sulla vetta Korek nelle montagne di Qendîl. Da questa postazione hanno fatto una trasmissione in diretta. Si trattava unicamente del tentativo di ingannare l’opinione pubblica.
Proteste della popolazione del Kurdistan del sud contro l’atteggiamento del KDP
Da un lato le azioni efficaci della guerriglia hanno fatto fallire il piano di occupazione e hanno inflitto all’esercito turco totalmente sotto il controllo di Erdoğan, gravi perdite. Dall’altro lato anche le proteste della popolazione del Kurdistan del sud hanno avuto il loro effetto. Dopo che Neçirvan Barzanî aveva fatto dichiarazioni nelle quali legittimava l’invasione turca, è andato ancora oltre e ha fatto finta che l’occupazione turca non esistesse affatto. Ha perfino dichiarato occupanti il movimento di liberazione curdo che in mezzo secolo di lotta per la liberazione del Kurdistan ha dato oltre 40.000 caduti. A quel punto in nove città e molti villaggi e località del Kurdistan del sud ci sono state proteste contro l’occupazione e le affermazioni di Barzanî.
La popolazione ha reagito in questo modo sia alla dichiarazione di Erdoğan sia a quella di Barzanî del giorno precedente. Lo Stato turco ha fatto incessantemente pressione su partiti politici, organizzazioni e sulla popolazione del Kurdistan del sud per renderli propri complici. Il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato “Hewlêr è con noi, ma una parte di Gorran e PUK non sono con noi.”
Rispetto a questo il Movimento Gorran ha dichiarato che la lotta di liberazione curda è una componente essenziale del movimento e che viene sostenuta. Con questo ha nuovamente chiarito la sua opposizione all’invasione e ha trasmesso a Barzanî il messaggio che il Kurdistan è la patria di tutte le organizzazioni curde. A seguito di questo le persone delle zone colpite, intellettuali, attivisti e giovani in interviste con diversi canali TV hanno dichiarato “il PKK nel Kurdistan del sud è nel suo Paese”. Da ultimo anche il movimento islamico ha fatto una dichiarazione chiara in questo senso.
Dopo le elezioni l’argomento è stato lasciato cadere
Sulla base di questi sviluppi, dopo le elezioni le grida di Erdoğan e dell’AKP su una presa di Qendîl sono cessate. Dichiarazioni sull’invasione e sul piano di invasione sono diventate praticamente impossibili. Sono state cancellate dall’ordine del giorno. Dalle elezioni è passato oltre un mese. I signori che dozzine di volte hanno parlato di un’occupazione ora fingono di non aver mai sostenuto una cosa del genere e in particolare Erdoğan e i generali dell’AKP tacciono. Questo tuttavia non significa che il piano di occupazione sia finito. È ancora in corso. Il piano di Erdoğan e dell’AKP di portare la guerra contro la guerriglia fino nel Kurdistan del sud ha però subito un grave colpo. Perché questo era un altro obiettivo importante del piano, di spostare del tutto la guerra dal nord della Turchia nel Kurdistan del sud.
L’AKP sarà costretto ad accettare la guerra nel Kurdistan del nord e in Turchia. Così la guerriglia si è mobilitata anche nel Kurdistan del nord e in Turchia conducendo azioni efficaci. A fronte di questo il piano continua ancora perché Erdoğan e il suo esercito di occupazione fanno massicci preparativi per la sua prosecuzione. Ai confini con il Kurdistan del sud vengono radunate senza sosta forze militari e le montagne del Kurdistan del sud continuano a essere bombardate.
La rabbia della gente nel Kurdistan del sud cresce. Sarà inevitabile che Erdoğan e lo Stato turco incontrino una resistenza ancora più dura se dovessero continuare il loro piano.
Il giornalista Seyit Evran sugli annunci di Erdoğan e dello Stato turco di occupare Bradost e Qandil nel Kurdistan del sud, 28.07.2018
Fonte
La guerriglia ha sventato i piani
Le operazioni si possono capire solo nel contesto di un piano più ampio con la partecipazione di USA, Regno Unito e del KDP del Kurdistan del sud. Così gli USA, il Regno Unito e altre potenze internazionali vogliono usare la Turchia per aumentare la pressione sull’Iran. A fronte di questo è stato fatto l’accordo di Minbic con la Turchia per il mantenimento del potere di Erdoğan e l’allargamento delle zone occupate in Rojava e nel Kurdistan del sud come contropartita. Tuttavia non è andata come previsto. Le reazioni della popolazione del Kurdistan del sud e le efficaci azioni della guerriglia in corso fin dal mese di marzo, rappresentano un ostacolo nell’esecuzione del piano. Dato che l’occupazione non ha funzionato come Erdoğan aveva previsto, anche l’altra parte, l’intervento in Iran, non ha potuto avere luogo.
Erdoğan e l’AKP nel dicembre 2017 hanno iniziato attacchi di invasione su Bradost e nel marzo 2018 si sono seriamente preparati a un nuovo avvio. Nei mesi da marzo ad aprile la regione è stata bombardata 24 ore al giorno da aerei da combattimento e elicotteri Kobra, aerei da ricognizione sorvolavano continuamente le aree. Nonostante questo l’esercito è riuscito a penetrare nella regione solo per cinque chilometri. Sulle vette Siro, Partîzan e Lêlîkan con massicci attacchi aerei e di artiglieria con elicotteri da trasporto Sikorsky truppe sono state scaricate nella regione montuosa. Questi soldati sono stati presi di mira dalla guerriglia da ogni lato. Contro le vette citate, finora sono state fatte circa 80 azioni. La guerriglia ha pubblicato riprese della maggior parte delle azioni. L’opinione pubblica turca e internazionale ha visto come l’esercito turco, definito eccellente, ha fallito e in quale situazione senza scampo i suoi soldati sono stati lasciati a morire.
Morti oltre 270 soldati
Nelle azioni della guerriglia sono morti oltre 270 soldati. È deplorevole che i media turchi non abbiano nemmeno dato la notizia della morte dei figli della popolazione povera che sono stati mandati a morire nel Kurdistan del sud. La guerriglia ha comunicato le sue azioni giorno per giorno. Ha mostrato le armi e gli equipaggiamenti conquistati al pubblico. Lo stato turco ha nascosto la morte dei figli della popolazione povera. Quando venivano mostrati pubblicamente i caschi dei soldati e le armi, occasionalmente alle perdite venivano riservati articoli marginali. Questo mostra che a nessun soldato viene attribuito tanto valore quanto a un’arma.
Colpo su colpo a Bradost
Mentre lo Stato turco a Lêlîkan, Ali Direj, Partîzan e Avdol Kovi ha continuamente incassato colpi duri e ben documentati, ha cercato di nascondere la sconfitta con notizie di successi. “Avanziamo su Qandil”, è stato detto ripetutamente nei titoli. In questo modo Qandil è arrivata in cima all’ordine del giorno. Un’invasione di Qandil era parte del piano. Si tratta di una parte decisiva dell’intenzione di iniziare l’occupazione a Bradost e di avanzare poi fino a Qandil.
Questo piano è stato citato ripetutamente dal Ministro degli Interni Süleyman Soylu e dall’allora Primo Ministro Binali Yıldırım in dichiarazioni corrispondenti. Soylu ha detto, “Siamo a venti chilometri da Qendîl” e Yıldırım ha parlato di undici basi militari nel “Iraq del nord”. Queste dichiarazioni mostravano la direzione del piano. Qandil è stata messa all’ordine del giorno per nascondere le pesanti perdite a Bradost. Con il permesso del capo del governo del Kurdistan del sud del KDP, Neçirvan Barzanî, con l’aiuto del portavoce governativo Sefin Dizai si è cercato di nascondere le pesanti perdite. Corrispondenti dell’agenzia stampa Anadolu Ajans vicina all’AKP, sono stati inviato in una base del KDP sulla vetta Korek nelle montagne di Qendîl. Da questa postazione hanno fatto una trasmissione in diretta. Si trattava unicamente del tentativo di ingannare l’opinione pubblica.
Proteste della popolazione del Kurdistan del sud contro l’atteggiamento del KDP
Da un lato le azioni efficaci della guerriglia hanno fatto fallire il piano di occupazione e hanno inflitto all’esercito turco totalmente sotto il controllo di Erdoğan, gravi perdite. Dall’altro lato anche le proteste della popolazione del Kurdistan del sud hanno avuto il loro effetto. Dopo che Neçirvan Barzanî aveva fatto dichiarazioni nelle quali legittimava l’invasione turca, è andato ancora oltre e ha fatto finta che l’occupazione turca non esistesse affatto. Ha perfino dichiarato occupanti il movimento di liberazione curdo che in mezzo secolo di lotta per la liberazione del Kurdistan ha dato oltre 40.000 caduti. A quel punto in nove città e molti villaggi e località del Kurdistan del sud ci sono state proteste contro l’occupazione e le affermazioni di Barzanî.
La popolazione ha reagito in questo modo sia alla dichiarazione di Erdoğan sia a quella di Barzanî del giorno precedente. Lo Stato turco ha fatto incessantemente pressione su partiti politici, organizzazioni e sulla popolazione del Kurdistan del sud per renderli propri complici. Il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato “Hewlêr è con noi, ma una parte di Gorran e PUK non sono con noi.”
Rispetto a questo il Movimento Gorran ha dichiarato che la lotta di liberazione curda è una componente essenziale del movimento e che viene sostenuta. Con questo ha nuovamente chiarito la sua opposizione all’invasione e ha trasmesso a Barzanî il messaggio che il Kurdistan è la patria di tutte le organizzazioni curde. A seguito di questo le persone delle zone colpite, intellettuali, attivisti e giovani in interviste con diversi canali TV hanno dichiarato “il PKK nel Kurdistan del sud è nel suo Paese”. Da ultimo anche il movimento islamico ha fatto una dichiarazione chiara in questo senso.
Dopo le elezioni l’argomento è stato lasciato cadere
Sulla base di questi sviluppi, dopo le elezioni le grida di Erdoğan e dell’AKP su una presa di Qendîl sono cessate. Dichiarazioni sull’invasione e sul piano di invasione sono diventate praticamente impossibili. Sono state cancellate dall’ordine del giorno. Dalle elezioni è passato oltre un mese. I signori che dozzine di volte hanno parlato di un’occupazione ora fingono di non aver mai sostenuto una cosa del genere e in particolare Erdoğan e i generali dell’AKP tacciono. Questo tuttavia non significa che il piano di occupazione sia finito. È ancora in corso. Il piano di Erdoğan e dell’AKP di portare la guerra contro la guerriglia fino nel Kurdistan del sud ha però subito un grave colpo. Perché questo era un altro obiettivo importante del piano, di spostare del tutto la guerra dal nord della Turchia nel Kurdistan del sud.
L’AKP sarà costretto ad accettare la guerra nel Kurdistan del nord e in Turchia. Così la guerriglia si è mobilitata anche nel Kurdistan del nord e in Turchia conducendo azioni efficaci. A fronte di questo il piano continua ancora perché Erdoğan e il suo esercito di occupazione fanno massicci preparativi per la sua prosecuzione. Ai confini con il Kurdistan del sud vengono radunate senza sosta forze militari e le montagne del Kurdistan del sud continuano a essere bombardate.
La rabbia della gente nel Kurdistan del sud cresce. Sarà inevitabile che Erdoğan e lo Stato turco incontrino una resistenza ancora più dura se dovessero continuare il loro piano.
Il giornalista Seyit Evran sugli annunci di Erdoğan e dello Stato turco di occupare Bradost e Qandil nel Kurdistan del sud, 28.07.2018
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