Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/07/2025
Gaza - L’esercito israeliano attacca in massa Deir al Balah. Migliaia di civili in fuga
L’annuncio segna un punto di svolta nelle strategie militari israeliane. Secondo l’esercito, l’area non era stata presa di mira via terra per evitare di mettere a rischio la vita degli ostaggi israeliani che, si presume, sarebbero nella città. Deir al-Balah, nel frattempo, si è trasformata in una sorta di “isola” in mezzo al disastro della Striscia. Decine di migliaia di sfollati dal nord di Gaza si sono rifugiati nella città centrale, dove gran parte degli edifici risultano ancora in piedi.
L’ordine di evacuazione emesso ieri spinge ancora una volta migliaia di civili palestinesi verso la costa, nella striscia sabbiosa di al-Mawasi. Ma le condizioni in quell’area sono disumane: tende sovraffollate, carenza di acqua potabile, scarsità di cibo e medicine, servizi igienici inesistenti. Organizzazioni umanitarie internazionali, pur con accesso limitato, hanno lanciato l’allarme più volte sul rischio di epidemie e collasso sanitario totale.
Intanto, a Doha, la mediazione non fa passi in avanti. Israele accusa Hamas di “rallentare volutamente” le trattative. I palestinesi ribattono che Israele continua a compiere operazioni militari mentre parla di cessate il fuoco, minando la fiducia e le condizioni minime per un accordo.
La decisione di invadere Deir al-Balah, anche alla luce delle minacce di Hamas sugli ostaggi, appare dunque come una scommessa ad alto rischio. Politicamente, il governo Netanyahu intende dimostrare che nessuna zona della Striscia sarà risparmiata. Ma sul piano umanitario e diplomatico, la mossa potrebbe rivelarsi un’ulteriore escalation di una crisi che ha già travolto l’intera popolazione di Gaza, con effetti devastanti e duraturi.
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01/03/2025
Sudan - La guerra civile è ad una svolta?
Lo schianto di un aereo da trasporto militare su alcune abitazioni a Omdurman, la “città gemella” della capitale Khartoum, ha causato la morte di una cinquantina di persone tra civili e militari, tra cui un generale. Non è chiaro cosa abbia fatto precipitare il velivolo, anche se nella zona infuriano da tempo i combattimenti tra le forze regolari fedeli al regime (SAF) e i ribelli (ex alleati del governo) delle Forze di Supporto Rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdam Dagalo detto Hemeti
L’offensiva governativa funziona
Nonostante le perdite, l’esercito e le milizie alleate riunite nelle Sudan Shield Forces hanno conquistato recentemente molto terreno, riprendendo il controllo di varie località a ridosso della capitale e di Omdurman oltre che zone consistenti della regione del Nilo Orientale, a lungo controllate dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Secondo testimoni ed osservatori, dopo aver conquistato lo stato di Gezira, le avanguardie delle Forze Armate Sudanesi sarebbero già riuscite a penetrare nel centro della città.
Anche nel Kordofan del nord, grazie al supporto dei droni turchi, l’esercito avrebbe conquistato terreno anche se le milizie hanno risposto bombardando ripetutamente le centrali elettriche con i droni forniti da Abu Dhabi.
Le mosse di al-Burhan
Sembra quindi che “l’offensiva generale” lanciata lo scorso anno dal capo del regime sudanese ora insediato a Port Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, stia funzionando, anche grazie ad alcuni mosse azzeccate dal punto di vista politico e tattico.
Tra queste, l’alleanza tra le forze armate fedeli ad al-Burhan e alcuni movimenti armati presenti nel paese, in particolare una delle fazioni in cui è diviso il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan – Nord (SPLM-N), guidata da Malik Agar, promosso alla vicepresidenza del governo lealista denominato “Consiglio Sovrano”.
Inoltre al-Burhan è riuscito a convincere alcuni comandanti delle Forze di Supporto Rapido a passare dalla sua parte; un importante ruolo, nella conquista di Gezira, è stato giocato dalla scelta di Abuagla Keikel di mollare le RSF e passare dalla parte delle SAF.
Il sostegno di Russia e Iran
Sul fronte internazionale, al-Burhan ha deciso di affidarsi alla Russia e all’Iran ottenendo sostegno politico ed economico ma soprattutto militare, fondamentale per la riuscita dell’offensiva contro le milizie ribelli. Da Mosca sono infatti arrivati tank, caccia e tecnologie d’avanguardia mentre Teheran ha fornito i droni Mohajer-6, aiutando al contempo le SAF ad avviare la produzione di una versione locale dei velivoli senza pilota iraniani. Anche l’Eritrea si è schierata con al-Burhan, impegnandosi ad addestrare un certo numero di militari sudanesi.
In cambio del supporto iraniano, al-Burhan sembra aver rinunciato alla normalizzazione delle relazioni con Israele e alla paventata adesione agli Accordi di Abramo. Inoltre Port Sudan ha chiesto a Teheran di assumere un ruolo chiave nella futura ricostruzione del paese.
Da parte sua la Russia sembra aver ottenuto l’assenso definitivo del regime sudanese alla realizzazione di una propria base navale sul Mar Rosso. Il 13 febbraio, infatti, il ministro degli Esteri di al-Burhan, Ali Youssef, ha incontrato a Mosca l’omologo Sergei Lavrov per discutere della richiesta russa. Dopo sei anni di difficili e altalenanti trattative (all’inizio della guerra civile Mosca ha appoggiato le Forze di Supporto Rapido in cambio dello sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur) la Russia ha finalmente ottenuto l’assenso, spera definitivo, a stabilire una base militare nell’area di Port Sudan.
Le due parti hanno concordato il riavvio dell’accordo preliminare firmato nel novembre 2020 che prevedeva una concessione di 25 anni per la realizzazione di un polo navale russo sulle coste del Mar Rosso in grado di ospitare alcune centinaia di militari e quattro navi da guerra.
Dagalo divide le opposizioni e forma un “governo parallelo”
Tentando di bilanciare i rovesci militari, il generale Dagalo ha realizzato una serie di incontri con alcuni dei leader dei partiti della coalizione “Taqaddum” prefigurando, in caso di vittoria, un processo di transizione che allo stato sembra assai improbabile.
Il leader delle Forze di Supporto Rapido ha potuto contare sul processo di frammentazione che ha investito la coalizione di movimenti civili finora guidati da Abdullah Hamdok, primo ministro del governo di transizione destituito nell’ottobre del 2021 da un colpo di stato realizzato congiuntamente dalle forze di al-Burhan e di Dagalo (che poi però nel 2023 hanno iniziato la sanguinosa guerra civile tuttora in corso).
La divisione di Taqaddum ha portato alla creazione di due coalizioni politiche. La prima, denominata “Sumoud” (Alleanza civile democratica delle forze della rivoluzione) e guidata da Hamdok, si dichiara contraria ad ogni tipo di collaborazione con i due schieramenti protagonisti del conflitto civile; la seconda, invece, guidata dall’ex portavoce di Taqaddum Idris al-Hadi, si è prestata a firmare una dichiarazione di intenti propedeutica alla formazione di un governo parallelo in esilio guidato dalle Forze di Supporto Rapido.
La firma, dopo vari rinvii, è avvenuta a Nairobi lo scorso 22 febbraio ed ha provocato una forte crisi diplomatica tra il paese ospitante, il Kenya, e il governo di al-Burhan. Port Sudan ha ritirato il proprio ambasciatore ed ha accusato il presidente keniota William Ruto di sostenere quella che ha definito “una milizia genocida (…) vendendosi ai finanziatori delle RSF”, in riferimento all’Etiopia ma soprattutto agli Emirati Arabi Uniti.
Le Forze di Supporto Rapido si asserragliano nel Darfur
Da parte loro, pressati da più direzioni dall’offensiva delle forze regolari, i miliziani di Dagalo hanno ripiegato nel Darfur, regione dove le Forze di Supporto Rapido si sono formate a partire dalle milizie Janjawid, costituite per volontà del dittatore Omar al Bashir. In Darfur i paramilitari di Hemeti sono tornati a praticare la pulizia etnica a danno delle popolazioni africane non islamiche.
Il leader dei ribelli sembrerebbe intenzionato almeno a consolidare il suo potere e il suo controllo della regione dove le sue milizie sono più numerose e radicate, e allo scopo si è dedicato alla formazione del “governo parallelo” alternativo al Consiglio Sovrano e che aspira ad ottenere un certo riconoscimento internazionale in virtù dell’inclusione di una parte dei partiti che avevano dato vita al processo di transizione interrotto violentemente.
L’emergenza umanitaria si aggrava
Nel frattempo il blocco dei finanziamenti statunitensi ha paralizzato ciò che rimane del sistema sanitario sudanese, causando un impatto gravissimo sulla popolazione stremata dalla lunga crisi e poi dalla guerra civile che ha causato molte decine di migliaia di vittime.
La situazione è stata denunciata da un rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Health Cluster, che racchiude 66 partner tra cui organizzazioni internazionali, agenzie Onu, Ong e istituti accademici. Secondo il documento il taglio dei finanziamenti deciso da Trump ha colpito le principali agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni, ostacolando gravemente la loro capacità di far fronte ad una crescente crisi umanitaria. Oltre alla malnutrizione e alle conseguenti patologie, nel paese stanno dilagando anche epidemie di colera e malaria, con una situazione particolarmente grave in Darfur.
Dall’inizio del conflitto si stima che almeno 12 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in altre aree del paese se non addirittura nei paesi confinanti.
27/01/2025
Libano - I militari israeliani sparano sugli sfollati. 22 morti. Cessate il fuoco a rischio
Nella giornata di ieri le forze israeliane hanno aperto il fuoco sugli sfollati libanesi che cercavano di tornare alle loro case nel sud del Libano, uccidendone almeno 22 e ferendone altri 124. I civili libanesi hanno tentato di tornare ai loro villaggi sfidando gli ordini militari israeliani il giorno in cui è scaduto il termine per il ritiro dell’esercito israeliano dal sud del Libano.
Israele venerdì aveva però annunciato di voler mantenere le sue forze armate nel sud del paese oltre la scadenza fissata in base al cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti con Hezbollah. L’accordo, che ha posto fine a un anno di scontri e mesi di guerra tra le due parti, prevedeva anche che Hezbollah si ritirasse a nord del fiume Litani, in Libano.
Il governo israeliano ha accusato il Libano di non aver ancora pienamente rispettato i termini dell’accordo, che richiede il disarmo di Hezbollah nel sud e il dispiegamento dell’esercito libanese nell’area. Tel Aviv aveva fatto sapere di aver bisogno di più tempo per completare il suo ritiro e che non avrebbe ancora lasciato il Libano del Sud.
Ma gli sfollati libanesi si erano messi in marcia per ritornare alle loro case, spesso ridotte in cumuli di macerie. Sfidando gli ordini israeliani, i libanesi si sono trovati di fronte ai carri armati e ai soldati israeliani, dicendo loro di lasciare il territorio libanese. Il portavoce dell’esercito israeliano in lingua araba, ha dichiarato che domenica i soldati “hanno aperto il fuoco per scoraggiare e rimuovere le minacce in diverse aree in cui i sospetti sono stati avvistati avvicinarsi”, ma non hanno fornito prove di minacce.
“Siamo nella nostra terra, e il nemico è colui che si è rivoltato contro l’accordo e ha violato l’accordo. E così, il popolo è quello che sta liberando la propria terra con le proprie mani e il proprio sangue”, ha detto il parlamentare di Hezbollah Hassan Fadlallah, parlando alla TV Al-Manar. “Vogliamo che lo Stato svolga il suo ruolo”, ha aggiunto. Hezbollah, da settembre fino al cessate il fuoco ha subito pesanti perdite nella sua guerra contro Israele ma è riuscito a respingere gran parte dell’avanzata di terra israeliana.
Seguendo e talvolta marciando a fianco dei residenti, l’esercito libanese è stato in grado di posizionarsi in diversi villaggi di confine mentre l’esercito israeliano si ritirava e continua a monitorare le attività dell’esercito israeliano a Maroun al-Ras, Mays al-Jabal, Kfar Kila e in altre città di confine, dove i residenti stanno tentando di tornare alle loro case. Almeno un soldato dell’esercito libanese è stato ucciso e uno ferito dal fuoco israeliano sulla strada che collega Marwahin, Dhayra e Tiro.
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13/05/2019
Siria - Battaglia finale a Idlib fa 150mila sfollati
Oggi, alle 16 ora italiana, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà a porte chiuse su richiesta di Kuwait, Germania e Belgio per discutere dell’operazione russo-siriana in corso nella provincia nord-occidentale di Idlib.
Iniziata il 26 aprile scorso, rompendo mesi di “tregua” negoziati tra Turchia e Russia, ha lo scopo dichiarato di strappare l’ultima enclave in mano alle opposizioni di matrice islamista jihadista. A otto anni dall’inizio della guerra civile, Damasco non è mai stato tanto vicino alla ripresa dell’intero territorio nazionale.
Eppure l’operazione sembra passare in sordina, sia sul piano mediatico che diplomatico, lontanissima dai clamori che accompagnarono nell’inverno 2016 la riconquista di Aleppo. A tacere è soprattutto la Turchia, primo sponsor dei gruppi armati arroccati a Idlib, seppure stia per perdere un pezzo di territorio fondamentale a mantenere una presenza (diretta e indiretta) in Siria.
Dopo giorni di bombardamenti, ieri l’esercito governativo ha ripreso il controllo di Qalaat al-Madiq, città strategica per la sua vicinanza alla base russa di Hmeimim, che dal mese scorso è stata messa sotto tiro dai gruppi islamisti, scatenando – dicono Mosca e Damasco – la reazione del fronte pro-Assad. Non solo: è da Qalaat al-Madiq che si accede alla zona controllata interamente dalle opposizioni, porta di ingresso verso quell’hub islamista che in questi anni è cresciuto e si è radicato a seguito degli accordi di evacuazione siglati dal governo con le opposizioni nelle città e le province riprese da Damasco.
A essere interessate dall’avanzata governativa sono anche le vicine province di Hama e Latakia: nel mirino c’è la città di Kabani, roccaforte di Hayat Tahrir al Sham (l’ex al-Nusra, così ribattezzatosi dopo l’apparente e solo mediatica uscita da al Qaeda). Idlib, Hama e porzioni di Latakia: ovvero, l’intero territorio fino a due settimane fa protetto dall’accordo di de-escalation tra Russia e Turchia. Tra le città riprese quella di Kfar Nabudah, altra roccaforte delle opposizioni islamiste ad Hama.
Gli effetti sui civili sono, ancora una volta, devastanti. La provincia di Idlib in questi anni ha visto più che raddoppiare la sua popolazione, raggiungendo i tre milioni di persone per effetto delle evacuazioni: miliziani islamisti, i loro familiari ma anche i residenti nelle zone assediate all’interno e all’esterno (dalla Ghouta al sud della Siria) rientrati negli accordi tra governo e gruppi armati.
E ora gli scontri brutali tra le due parti (secondo fonti delle opposizioni sarebbero almeno 80 i civili uccisi e una decina gli ospedali colpiti) stanno provocando l’ennesima fuga: sarebbero già 150mila gli sfollati interni, secondo le Nazioni Unite che avvertono dell’imminente scoppio di una nuova crisi umanitaria nel nord siriano. Moltissimi si stanno spostando verso il confine con la Turchia, da anni sbarrato da un muro che corre lungo la regione a maggioranza curda di Rojava.
E se Ankara tace su quanto sta avvenendo a Idlib, parla invece per assicurarsi quel pezzo di Siria che gli interessa di più: Rojava. Ieri il presidente Erdogan ha annunciato, durante un incontro all’Università della Difesa nazionale della capitale, un’operazione sulla città di Manbij, a metà strada tra Afrin e Kobane e da tempo nel mirino dell’esercito turco. “Operazione anti-terrorismo”, l’ha definita. Eppure è proprio lì che stazionano da anni i marines statunitensi inviati da Washington a sostegno delle Forze Democratiche Siriane, federazione di curdi, assiri, turkmeni, arabi protagonista della liberazione dal giogo dell’Isis di Raqqa.
I “terroristi” di cui parla Erdogan sono le unità di difesa popolare curde, le Ypg e le Ypj, alleate militari Usa. Obiettivo affatto occulto di Ankara è il controllo totale del corridoio di terre che dal cantone di Afrin a ovest (occupato dalla Turchia 14 mesi fa) al confine est con l’Iraq, ovvero l’intero territorio di Rojava su cui da anni le amministrazione curde hanno dato vita a una forma di autonomia democratica che tentano di preservare negoziando con il governo centrale di Damasco.
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04/09/2018
Genova. Gli sfollati del ponte fischiano Comune e Regione
Gli applausi dei funerali di Stato si sono oggi trasformati in fischi e aperta contestazione. Quantomeno delle istituzioni locali.
“Non ci potete trattare come cani cui buttate l’osso”. Protagonisti gli sfollati delle case ancora in piedi sotto l’ex ponte Morandi, sostanzialmente per strada – nella stragrande maggioranza – a quasi venti giorni dal crollo.
Stamattina hanno premuto per entrare nella sala consiliare della Regione Liguria, com’è diritto formale di ogni cittadino; ma hanno dovuto faticare per la “resistenza” delle guardie giurate, “comandate” in senso opposto (ma chi è il presidente della Regione?). Solo quando sono arrivate anche le telecamere la junta presieduta da Toti (giornalista Mediaset, prima di questa incoronazione) ha deciso che era meglio lasciar entrare almeno una delegazione.
Il sindaco Marco Bucci è uscito per parlare e tentare di calmare gli animi. Ma non ha convinto nessuno. Gli sfollati protestano, chiedono di poter rientrare nelle loro abitazioni il tempo necessario a ramazzare almeno gli effetti personali (lettere, foto, ricordi vari, insomma gli oggetti di una vita, senza alcun valore se non per loro); ma dal giorno del crollo non hanno ricevuto alcuna comunicazione ufficiale.
Gira un volantino: “Quelli di ponte Morandi – 50 anni di servitù, 2 settimane di disagi e sofferenze, rivogliamo un futuro!”.
Come sempre, desta scandalo anche la disparità di trattamento con le aziende. Ansaldo, pochi metri più in là delle case, è stata autorizzata a riprendere la produzione. Loro invece nisba.
La seduta monotematica – andrà avanti sino alle 15 – è poi inziiata col classico e retorico minuto di silenzio, che non è servito però a tranquillizzare gli animi.
Il resto sono le solite promesse (“vedremo, sentiremo, faremo”...). Ma il tempo della passività e del trauma è già finito. Ora è il momento della rabbia razionale. Solo poche famiglie, infatti, hanno ottenuto un alloggio popolare provvisorio. Ma per case assolutamente vuote, che vanno “riempite” spendendo molto e con un “cachet” offerto da Atlantia di appena 8.000 euro (“quel che serve per comrare una cucina, poi dormiamo per terra”).
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12/08/2018
Sotto la pioggia. Inondazioni e presidenti nel Sahel
Da queste parti lei arriva come un’intrusa. Necessaria come il pane, prevista, attesa e sperata fin dall’inizio dell’anno. La pioggia rimane una sorpresa a cui nessuno in città si abitua. Le strade, i cortili, le zone basse dei quartieri, l’unico sottopassaggio del Paese e il fiume Niger, sono impreparati a riceverla. Solo i bambini, con la consueta perizia, si avventurano a giocare partite di calcio improvvisate sotto la pioggia.
Sono i contadini per ora, invisibili ai più, che l’accolgono con riconoscenza e timore. Rischiano di seminare alla prima parvenza di acquazzone e implorano il dio incaricato di ricordarsi e provvedere la regolarità delle piogge. E’ accaduto più di una volta, infatti, che smetta di piovere e allora una seconda o terza semina sono necessarie, con gli scongiuri necessari ai nemici delle stagioni.
Sotto la pioggia è nel Sahel uno spettacolo da non perdersi per nulla al mondo. Alla prima avvisaglia di temporale si annullano riunioni importanti. I pochi automobilisti intrappolati nel traffico corrono a rifugiarsi sotto i tre cavalcavia della capitale. Le moto si parcheggiano sotto le tettoie che costeggiano le strade. I vigili spariscono coi loro cellulari sempre accesi.
Non siamo soli. Inizio giugno, nella florida capitale economica della Costa d’Avorio, Abidjan, si erano registrati une ventina di morti, circa 200 i feriti e danni materiali ingenti. I giornali parlavano di immagini apocalittiche nelle zone colpite dalle inondazioni. Centinaia di botteghe sono state spazzate via in pochi minuti di piogge torrenziali, non rare nel Paese.
Quasi ogni anno il copione si ripete, con in più gli esperti che ormai predicono, con qualche successo, le inondazioni a venire. Si attendeva infatti una stagione delle piogge particolarmente intensa. Morti e sfollati facevano parte del calcolo, accurato, degli esperti meteo che hanno stilato con perizia il rapporto in questione. La profezia annunciata si è avverata. Nel vicino Mali forti piogge e decessi a Kaye e Naufunké, villaggi dei quali mai si sarebbe parlato senza questi disastri.
Lo stesso è accaduto nel confinante Burkina Faso e non solo nella capitale Ouagadougou. Altri nomi prima sconosciuti, come quello di Gorom-Gorom, si trovano alla ribalta grazie alle piogge abbondanti. Come sempre non mancano i ministri e le prime dame che visitano e assistono gli sfollati, sotto le telecamere.
Anche il Niger, come sempre in queste circostanze, non è stato da meno. Il passato 6 agosto il governo ha annunciato il decesso di 22 persone e circa 50 mila sfollati di cui 2000 nella capitale Niamey. Nulla di troppo strano, se si pensa alle previsioni degli esperti e alla regolarità dell’accaduto. Ancora prima si lamentavano nel Paese la morte di 13 persone a causa delle inondazioni.
Una parvenza di guerra che, come sempre, colpisce i poveri che per vari motivi costruiscono le case in luoghi a rischio. Per loro vivere è già un rischio e dunque mettono in conto e sulla bilancia la precarietà che li accompagna nel quotidiano.
Quanto al Presidente, aveva programmato e il tempo è giunto, di rinnovare il Palazzo Presidenziale. Sarà l’Indonesia a incaricarsi dell’operazione che costerà, secondo il comunicato del vice-ministro degli Esteri indonesiano, 14 miliardi di Franchi, circa 23 milioni di euro. Si tratta, infatti, di un palazzo dell’epoca coloniale che, a tutta evidenza, non è più adatto allo stile presidenziale del momento. Si tratta dell’inizio di una fruttuosa collaborazione tra i due Paesi. Nel futuro si prevedono interventi in ambito commerciale e professionale.
il presidente dietro i vetri un po’ appannatiPer i vetri si può vedere, ma la pipa no. Il nostro Presidente non fuma la pipa come faceva il Presidente Sandro Pertini nella nota canzone di Antonello Venditti del secolo scorso. Tantomeno pensa ai pochi e contesi operai malpagati nel Paese. Non fuma la pipa e, pur essendo dell’area socialista, crede poco agli operai col futuro nella mano. Ci sono in cambio i cinesi e tra non molto gli indonesiani che hanno promesso di terminare i lavori del palazzo in 17 mesi, tra una pioggia e l’altra.
fuma la pipa
il presidente pensa solo agli operai
sotto la pioggia.
stanno arrivando da lontano
con il futuro nella mano
sotto la pioggia
Niamey, agosto 2018, sotto la pioggia
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08/08/2018
Siria - Il business della ricostruzione
Prima la rimozione delle macerie, poi la riapertura delle strade, di alcune scuole, forni, stazioni di polizia. Aleppo prova a ricostruirsi a un anno e mezzo dalla fine della battaglia che ne ha devastato le reti sociali prima che quelle infrastrutturali.
A est, dove le opposizioni jihadiste erano arroccate, è esercizio quasi futile cercare di rintracciare la bellezza che fu, quella che l’Unesco intese proteggere nel 1986 inserendola nella lista dei patrimoni dell’umanità.
Per anni quell’umanità ha assistito, con sdegno intermittente, alla sua distruzione. La «grigia», la capitale del nord, cuore dell’economia siriana, ha fatto da impotente sfondo alla fuga di centinaia di migliaia di persone. Oggi, a 19 mesi dalla vittoria governativa, con le famiglie che lentamente rientrano, parte anche la prima ricostruzione, la più immediata: 3-4 mesi sono serviti per rimuovere le macerie, ripulire le strade, ristrutturare incroci, rotonde; poi è toccato agli edifici pubblici, mentre le reti idriche e fognarie venivano rattoppate per permettere la ripresa della vita quotidiana.
Ma i lavori più imponenti non sono partiti, eccezion fatta per la ristrutturazione del ponte al-Haj che collega la zona ovest a quella est e all’aeroporto. Finora tutto è stato fatto dalla macchina governativa – con una lunga esperienza, è la Siria che ha aiutato a rimettere in piedi Beirut dopo la guerra civile – e dalla Chiesa (ad Aleppo ha ricostruito circa 1.200 case) senza interventi di compagnie straniere. Ma per farne ripartire l’infrastruttura economica ci vorranno tempo e investimenti consistenti.
Non solo ad Aleppo, ma anche a Homs, Hama, nella stessa Damasco, nel nord a maggioranza curda, mentre una parte della Siria è ancora campo di battaglia: a occidente, nella provincia di Idlib controllata dai gruppi jihadisti lì ammassati dagli accordi di evacuazione tra islamisti e governo di Damasco; e a oriente, al confine con l’Iraq, dove incombe ancora la minaccia dell’Isis.
La guerra non è finita ma di ricostruzione si parla già, un bottino stimato tra i 400 e i 500 miliardi di dollari. Sopra, gli occhi di tanti: delle potenze regionali e globali, ma anche del governo del presidente Bashar al-Assad, accusato dagli oppositori di voler utilizzare la ricostruzione come grimaldello demografico.
Come ad Homs, «la capitale della rivoluzione», dove Damasco avrebbe avviato progetti residenziali nella zona sud dove far trasferire famiglie alawite, a lui fedeli, per ridimensionare la comunità sunnita. In via di ricostruzione sono soprattutto i quartieri cristiani, lavori supervisionati dal patriarcato siriano, le chiese, le cappelle, ma anche la moschea di Khalid ibn al Walid, simbolo dell’iniziale protesta popolare, poi trasformata in luogo di ritrovo e magazzino di armi dei gruppi islamisti.
I rischi settari sono enormi, con una ricostruzione troppo mirata il pericolo è di esacerbare le divisioni esplose negli anni della guerra civile. A Homs, come dice la parlamentare Sanaa Abu Zeid, «il presidente Bashar al-Assad sta personalmente seguendo i lavori». Che comprendono anche la cancellazione dei graffiti e gli slogan sui muri, inneggianti alla rivolta contro il governo.
Una rivolta che, a differenza di quanto detto da molti, non ha radici settarie, o almeno non solo: le prime proteste, nella primavera 2011, partirono dai sobborghi e non dai centri storici, dai quartieri sorti quasi spontaneamente dagli anni '70, crocevia di un’umanità diversa dalla quella cittadina.
Sono i quartieri che più di altri hanno subito la crisi economica e la campagna di parziale privatizzazione lanciata da Bashar: Ghouta est e Basateen al Razi a Damasco, Baba Amr a Homs, già oggetto di una prima ricostruzione insieme a Harasta (Ghouta est), per cui il governo ha stanziato 35 milioni di dollari dopo la ripresa della zona strappata ai gruppi islamisti che la controllavano dal 2013.
La stessa Aleppo è specchio di una realtà molto più composita, fatta di rivendicazioni socio-economiche oltre che politiche e di un tessuto urbano borghese contrapposto allo sviluppo di zone informali, residenza dei migranti dalle campagne: come spiega Giovanni Pagani su Jadaliyya in un articolo del novembre 2016, dagli anni '70 la popolazione di Aleppo è quadruplicata, toccando i 2,4 milioni negli anni pre-bellici, per l’arrivo di contadini in cerca di lavoro e in fuga da campagne povere.
Una povertà in contrasto con la ricchezza della borghesia aleppina, che ha saputo sfruttare gli spazi aperti dal partito Baath in termini di opportunità commerciali e speculazione edilizia. Sarà quello strato sociale a garantire al governo sostegno dal 2011, contro una fetta di popolazione che guardava alle opposizioni non perché sunnita (la maggioranza nella città di Aleppo) ma come speranza di miglioramento sociale. Che non arriverà, soffocato subito dalle priorità di gruppi sponsorizzati e guidati dai regimi esterni e più interessati alla fondazione di emirati religiosi più che alle riforme richieste da chi scese in piazza nel 2011.
Le legittime ambizioni dei siriani sono state quasi immediatamente dirottate dall’esterno, dal fronte anti-Damasco interessato a dividere il paese: non è un caso che già dal 2011 quelle richieste siano scomparse e la guerra sia diventata uno scontro politico-strategico.
Il processo di ricostruzione dovrebbe seguire linee di pacificazione sociale, economica e politica, dovrebbe rivalorizzare le città e rilanciare le campagne, oggetto di marginalizzazione nel secolo scorso e oggi svuotate: con 5 milioni di rifugiati e 7 milioni di sfollati interni, intere comunità restano fantasma. Se ad Homs sono rientrate 21mila famiglie nel 2018, nello stesso periodo oltre 900mila siriani sono fuggiti da Afrin a nord e Deraa a sud.
È in tale contesto che la scorsa primavera il governo ha approvato la legge 10 che impone la presentazione dei documenti che attestano la proprietà della casa entro 30 giorni dall’individuazione da parte delle autorità delle cosiddette zone di sviluppo (ovvero destinate alla ricostruzione). Così il proprietario può reclamarla per sé. Chi non lo fa la perde, ricevendo in cambio una compensazione in denaro o un alloggio alternativo.
Una possibilità affatto peregrina con 12 milioni di persone sfollate interne o rifugiate all’estero, con abitazioni distrutte insieme al loro contenuto e con mezzo milione di morti, di cui molti padri di famiglia a cui erano intestati i beni. Amnesty ha definito la legge «un’operazione di ingegneria sociale», indicando come prime vittime i residenti nelle aree che furono in mano alle opposizioni e fuggiti dai conseguenti scontri.
La situazione politica attuale non aiuta: di opposizioni politiche credibili non ce ne sono e il governo immagina la ricostruzione come strumento di rafforzamento. E a pesare sono le mani delle grandi imprese e degli Stati che si allungano già su un affare multi-miliardario, ostacoli permettendo: al momento la Siria resta schiacciata dalle sanzioni internazionali e dall’incapacità di sfruttare le (limitate) riserve energetiche di cui gode. Ma Russia, Cina, Arabia Saudita, Iran, Emirati sono tutti alla porta.
A Mosca Assad ha già promesso la parte del leone; Pechino ha saputo mantenersi neutrale per potersi infilare nel business con la Nuova Via della Seta; Teheran ha investito miliardi di dollari e forze militari per tenere in sella il presidente e ora cerca una ricompensa non solo politica; Riyadh ha già fatto visita a Raqqa fiutando l’affare; e Abu Dhabi sta mettendo da parte il ruolo di incendiario e tentando un fruttuoso riavvicinamento a Damasco. Stati Uniti e paesi europei stanno alla finestra.
Perché dove prima c’era un paese stabile ora ci sono macerie. Prima del 2011 la Siria cresceva a una media del 4% l’anno, offriva scuola e sanità gratuite, registrava un tasso di disoccupazione all’8,6%. Il tasso di povertà era superiore al 28%, ma era attutito dal radicamento delle reti sociali e familiari; oggi sfonda l’80%. A dare il primo colpo sono state le sanzioni internazionali che hanno mangiato un terzo del Pil nei mesi immediatamente successivi allo scoppio del conflitto.
Poi è seguito il resto: la distruzione di fattorie, fabbriche, di un terzo delle abitazioni private e della metà delle strutture sanitarie e di quelle educative. L’export è crollato del 92%, le riserve di valuta straniera dai 21 miliardi del 2010 a un miliardo, il budget nazionale ridotto all’osso (5 miliardi di dollari) e il Pil è passato da 60 miliardi a 15 nel 2016. Mezzo milione di posti di lavoro si perdono ogni anno. Il prezzo dei beni di prima necessità come riso e farina è raddoppiato, quello del carburante è dieci volte quello del 2010.
La Siria è tornata indietro di mezzo secolo: la vita media è crollata da 76 anni nel 2011 agli attuali 56. Senza dimenticare che un’intera generazione, quella dei bambini nati subito prima e durante il conflitto, ha conosciuto solo guerra.
Fonte
30/08/2017
Analisi - L'iraq post ISIS e il referendum curdo
Dopo l’annuncio della liberazione di Mosul lo scorso 9 luglio, celebrata il giorno seguente dal Primo Ministro iracheno Haidar al Abadi con un breve discorso alla Tv di Stato, l’emergenza è ancora lontana dal potersi definire conclusa. Se nella parte Est della città la vita riprende in modo graduale, la parte Ovest dopo nove mesi di battaglia è ridotta ad un cumulo di macerie. Oltre agli insormontabili problemi della ricostruzione, sono ancora in atto le operazioni di bonifica del territorio dalla costellazione di mine e bombe trappola lasciate dai miliziani, le quali continuano a causare vittime oltre che tra i civili anche nelle fila degli artificieri.
Il 21 agosto alle 8.52 ora locale, con un messaggio del leader iracheno allo Stato Islamico “o ti arrendi o muori”, sono cominciate le operazioni di liberazione di Tal Afar. La città turkmena, situata nella parte nord occidentale dell’Iraq a 70 km da Mosul è infatti sotto il controllo delle milizie del Califfato dal 2014 in quanto snodo fondamentale per l’accesso in Siria.
L’operazione intitolata “stiamo arrivando a Tal Afar” è stata affidata ad uno degli eroi della battaglia di Mosul, il generale Abdulamir Rashid Yarallah, coadiuvato dalle forze anti terrorismo, la polizia federale, l’esercito iracheno e dalle forze sciita Hashd al-Shaabi nonostante la forte opposizione della Turchia. L’attacco incrociato terra aria, ha portato alla liberazione di diversi villaggi già nella prima giornata. Circa 30.000 civili hanno abbandonato il territorio, mettendosi in cammino per più di 10 ore in modo da raggiungere i centri di raccolta.
Ad oggi 27 dei 40 villaggi che circondano la città sono tornati nelle mani delle forze irachene, per quel che riguarda invece la conclusione delle operazioni a Tal Afar City, nonostante si fosse parlato di diverse settimane in quanto una stima tra i 10 ed i 50 mila civili ancora intrappolati all’interno della città avevano scoraggiato un uso massiccio dell’aviazione; nella giornata di domenica 27 agosto, ad otto giorni dall’avvio delle ostilità, le forze alleate hanno annunciato di aver preso il pieno controllo della città. Intanto secondo i vertici militari dall’inizio delle ostilità più di 100 miliziani sarebbero stati uccisi nelle operazioni di liberazione.
Le cose non vanno meglio a Kirkuk capitale dell’omonimo governatorato situata a 98 km a sud ovest di Erbil. Dopo la caduta di Mosul, lo Stato Islamico ha infatti trasformato l’area di Hawija comprendente la zona meridionale dei monti Hamrin in una base per i suoi guerriglieri. Le forze curde si trovano a fronteggiare quasi quotidianamente i numerosi attacchi delle milizie jihadiste, i più frequenti nel distretto di Doquq a sud di Kirkuk. Diversi Peshmerga hanno già perso la vita negli scontri a fuoco, ma ad oggi ogni tipo di attacco è stato comunque respinto.
L’area è fortemente compromessa e rischia di esplodere, come la bomba che il 15 agosto ha lasciato a terra cinque civili. Gli uomini di Barzani sono gli unici a presidiare l’area ma tali forze non sono sufficienti. Nonostante le difficoltà nel contenere gli attacchi, il governo di Baghdad ha infatti preferito investire tutte le sue forze a Tal Afar, causando ulteriori tensioni con Erbil.
Il paese è nel caos. Da quando Abu Bakr al Baghdadi ha dichiarato la nascita del califfato nel 2014 con la presa di Mosul, lo Stato Islamico è riuscito a rubare 830 milioni di dollari alle banche e riserve irachene secondo un rapporto della Banca Centrale; senza contare le confische alla proprietà e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio. Alle difficoltà della ricostruzione, le spese di guerra ed i gravissimi problemi in materia di acqua e elettricità, il governo iracheno si trova ad affrontare un emergenza di sfollati interni (IDPs) che dal 2014 ad oggi ha raggiunto la cifra di 3.3 milioni di persone secondo i dati forniti da Lise Grande, responsabile umanitaria delle Nazioni Unite in Iraq in una conferenza stampa l’8 agosto a Ginevra.
Del milione di persone scappate alla battaglia di Mosul, 20mila non hanno ancora fatto rientro nella parte est. Per quel che riguarda invece i 230mila abitanti dei 15 quartieri completamente rasi al suolo nella parte occidentali della città ed attualmente residenti nei campi profughi di Dahuk e Kurdistan iracheno, le possibilità di un rapido rientro a casa sono molto scarse.
Nell’area di Tal Afar si contano circa 50mila persone scappate dall’inizio di aprile, esodo che cresce di giorno in giorno con l’intensificarsi delle ostilità. Ancora poco chiara è invece la stima dei rifugiati che hanno superato i propri confini nazionali per stabilirsi nella regione. Un arcipelago di campi profughi si snoda da Dahuk a Bagdad, milioni di sfollati alla quale i “due governi” non riescono a dare risposta. Con il passare degli anni infatti, molti risedenti dei campi hanno trasformato le proprie tende in piccole strutture in muratura maturando anche una micro economia interna. Servizi in materia di sanità, assistenza sociale e integrazione sono invece unicamente offerti dall’Unhcr e dalle ONG.
A complicare un quadro già abbastanza desolante, nelle ultime settimane si è aggiunta una profonda crisi politica tra Bagdad ed Erbil. Il 25 settembre infatti, con la ratifica del Referendum sull’Indipendenza dal governo di Bagdad avvenuta il 14 agosto, i curdi saranno chiamati alle urne per decidere se continuare a vivere nella stessa famiglia di Baghdad o “da buoni vicini”.
I curdi iracheni, dopo decenni di occupazione militare, torture ed uno sterminio culminato con il genocidio di Anfal ('86 – '89) sotto la guida di Saddam Hussein, erano riusciti ad ottenere una parziale autonomia sancita dalla nuova costituzione irachena del 2005; dieci anni di collaborazione però non hanno dato i risultati sperati. I rapporti già in fase di deterioramento nel 2014, quando l’allora primo ministro Maliki decise il taglio di bilancio al Kurdistan in seguito a violazioni sulle esportazioni di petrolio, sembravano essersi ristabiliti dopo la grande intesa sancita nelle operazioni di riconquista di Mosul.
Ma in un meeting del 16 agosto con il Presidente del Parlamento iracheno Salim al-Jabouri, una delegazione curda ha presentato come ragioni dell’Indipendenza una lunga relazione in cui venivano evidenziati i 50 articoli della Costituzione che Baghdad avrebbe violato in questi anni a danno dei curdi. Tra questi spicca l’annosa questione dei confini e dei territori contesi all’art. 140, i quali secondo la carta costituzionale si sarebbero dovuti risolvere attraverso un Referendum da attuarsi non più tardi del 2007.
Il governo di Erbil ha fatto sapere a tal proposito che la partecipazione al voto interesserà aree a presenza curda anche se attualmente sotto la giurisdizione di Baghdad. Nelle prime settimane di agosto infatti sono stati aperti numerosi uffici elettorali nelle province di Nineveh, Mosul, Kirkuk, fino alla città curda di Khanaqin situata a circa 400 km a sud est di Erbil. In questo scontro, al momento, tutto politico, Kirkuk rischia di diventare la vera Gerusalemme.
Il governo di Baghdad ha preso accordi qualche giorno fa con Teheran per la costruzione di un oleodotto che colleghi il governatorato all’Iran nonostante l’opposizione del capo degli affari del consiglio provinciale della città. L’accordo infatti violerebbe l’articolo 112 della Costituzione irachena che prevede il consenso dei governi regionali in materia di sfruttamento delle risorse energetiche. Talabani, leader del partito curdo PUK, ha accusato il governo di Baghdad di attuare una politica dell’inganno, mentre lo stesso governatore della provincia esprimendosi in modo favorevole sull’estensione del referendum alle aree contese, ha rimproverato il governo iracheno per aver lasciato i curdi soli nell’affrontare le milizie del Califfato mentre lo Stato maggiore organizzava la ritirata.
Ma la faccenda rischia di diventare molto di più di una semplice contesa curdo irachena. L’Iran, secondo partner commerciale curdo dopo la Turchia, il 13 agosto ha fatto sapere ad una delegazione di Erbil arrivata nel paese per firmare un accordo da 200 milioni di dollari in scambi commerciali, che un esito positivo del Referendum procurerebbe “non buone risposte” da parte di Tehran. La Turchia invece, nonostante un oleodotto curdo che rifornisce di petrolio il porto turco di Ceyhan, si è espressa con toni molto più forti il 17 agosto attraverso le dichiarazioni del Presidente Erdogan ed il Ministro degli esteri Meylut Cavusogl parlando di possibile guerra civile con interessamento dei paesi confinanti.
Gli Stati Uniti hanno cercato più volte di far slittare la data del Referendum proponendo incontri bilaterali con i rappresentanti curdi dopo le aperture di dialogo da parte del governo di Baghdad, ma Barzani sulla possibilità di un rinvio si è dimostrato categorico. Unica voce fuori dal coro ad oggi risulta essere quella di Netanyahu, triste paradosso di chi si impegna da vent’anni in uno sterminio in casa propria, salvo poi farsi garante dell’autodeterminazione dei popoli fuori dai confini nazionali.
Intanto nonostante i pronostici parlino di una vittoria schiacciante del Si, il dibattito interno alla regione non esclude possibili sorprese. Tutto questo lo si avverte man mano che ci si lascia alle spalle i check point del partito giallo procedendo verso il sud della regione. Al clima militante della provincia di Erbil fatto di conferenze e manifestazioni, si oppone il mutismo di Sulaymaniyah, roccaforte del PUK, dove la campagna elettorale viene lasciata alle sole bandierine che da qualche giorno hanno invaso la città. Infatti sono parecchi i curdi che, pur senza dimenticare le atrocità del passato e riconoscendo gli attuali problemi di collaborazione con il governo centrale, ritengono che in questo momento ci sia più che ma bisogno di un unità nazionale arabo-curda.
L’8 agosto una campagna di opposizione al Referendum dal nome “No for Now”è stata lanciata da membri della società civile e alcuni esponenti politici. Un movimento imbavagliato e privo di spazi di dialogo che ha visto il rapimento di uno dei suoi leader Farhad Sangawi compiuto da uomini armati nella mattinata del 20 agosto, salvo poi essere liberato poco più tardi; un atto condannato dal capo dell’ufficio del parlamento curdo e dal legislatore Soran Omer che ha definito il sequestro un “infarto” contro tutti i popoli della regione del Kurdistan.
Di certo, lo stesso governo di Erbil non è immune da problemi di cattiva gestione, corruzione e svolte anti-democratiche. Barzani infatti continua a governare il paese nonostante il suo mandato sia scaduto da un anno e mezzo. E’ di qualche giorno fa appunto la richiesta congiunta di PUK e Gorran, secondo partito all’ultima tornata elettorale, di riattivare il Parlamento prima dello spoglio referendario in modo da stabilire insieme tempi e termini di un eventuale processo di transizione, ma il governo di Erbil è stato irremovibile.
Lo Stato Islamico arretra, ma le battaglie in materia di diritti civili, politici e di autodeterminazione sono ancora distanti dal trovare un vincitore.
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29/11/2016
Terremoto. Governo e Protezione Civile prendano esempio da Tolentino e Pieve Torina
Applicare l'alternativa proposta consentirebbe inoltre di rimodulare i campi container predisposti dal Governo in maniera da accogliere le esigenze dei cittadini. Anche per questo ci sentiamo in sintonia con i Comuni di Pieve Torina e di Tolentino per la soluzione proposta, che vi illustriamo attraverso il comunicato stampa diramato ieri da Tolentino: "Nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale il Sindaco Giuseppe Pezzanesi ha proposto un documento unitario, approvato all’unanimità, volto ad adottare un apposito atto che disciplini la localizzazione, realizzazione temporanea e successiva rimozione di manufatti temporanei, stante la loro caratteristica di provvisorietà da parte di coloro che hanno la propria abitazione inagibile. L’intenzione è quella di emettere una ordinanza finalizzata a disciplinare la localizzazione e realizzazione privata di manufatti temporanei fissi o mobili rivolta ai cittadini che hanno la propria abitazione o sedi di attività economica o professionale temporanea. Quindi un atto finalizzato ad individuare soluzioni che consentano un’adeguata sistemazione alloggiativa delle popolazioni, in contesti in cui operino strutture che garantiscano il regolare svolgimento della vita della comunità locale e ad assicurare il presidio di sicurezza del territorio, nonché di scongiurare l’esodo verso altre città. I manufatti potranno essere realizzati e istallati solo laddove sia possibile avere un allaccio alla rete fognaria esistente o in alternativa sia possibile realizzare lo scarico delle acque reflue con altri dispositivi conformi alla normativa. I manufatti dovranno essere realizzati nel rispetto della normativa antisismica e con la garanzia di tutti i requisiti minimi di sicurezza (certificazione degli impianti tecnologici, relativi allacci alle reti esistenti) igienico sanitario e antincendio. Dovranno rispettare le distanze minime previste dal Codice civile, essere ad un solo piano ed avere una altezza massima non superiore ai 2,70 metri e con dimensioni massime di 45 mq. Resta inteso che i manufatti temporanei dovranno essere rimossi al cessare dello stato di emergenza e comunque non oltre il ripristino delle condizioni di agibilità del fabbricato precedentemente occupato. Per l’istallazione dovrà essere presentata una domanda contenente l’impegno alla rimozione con allegata polizia fideiussoria per poter escludere l’Amministrazione pubblica da eventuali spese aggiuntive per lo smantellamento".
Brigate della solidarietà Attiva
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03/11/2016
Terremoto. Soluzione container, siamo già in ritardo
I moduli abitativi per far fronte all’emergenza di agosto erano 850, ma adesso si dà per scontato che alla fine la commessa sarà di più del doppio. Al costo di 1.075 euro a metro quadrato.
La verità è che siamo già in ritardo. Diciannove anni fa, quando un altro terremoto ferì la zona al confine tra l’Umbria e le Marche bastarono 45 giorni per dare un tetto provvisorio a 3.400 sfollati. Dalla scossa che ha travolto Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto di giorni ne sono passati 70, e il commissario Vasco Errani aveva previsto che per le casette di legno ci sarebbero voluti almeno sette mesi, per questa seconda ondata che ha travolto l’Umbria e il maceratese non si sa, anzi qualcosa si sa ma è molto poco: il presidente del consiglio Matteo Renzi ha detto che i container arriveranno entro Natale. Va detto che il numero di sfollati è mostruoso (25mila e il trend cresce man mano che proseguono i controlli), ma anche il costo degli interventi va lievitando rispetto al passato. Alla voce «Fornitura, trasporto e montaggio di Soluzioni Abitative d’Emergenza» del contratto che il Consip (il Centro per acquisti dell’amministrazione pubblica italiana) ha siglato nel 2015 e valido per i prossimi sei anni, si legge che la protezione civile dovrà pagare 1.075 euro a metro quadrato ogni modulo abitativo. Più di quanto costano i metri quadrati in muratura nelle zone terremotate: tra 750 e 1.000 euro, secondo i dati disponibili su Immobiliare.it. Insomma, a parità di metrature un modulo potrebbe costare più di una villetta.
Il lotto numero due del contratto riguarda 6.000 moduli da dislocare tra Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. I container ordinati per far fronte all’emergenza di agosto erano 850, ma adesso si dà per scontato che alla fine la commessa sarà di più del doppio. Si tratterà di costruzioni in acciaio e legno grandi tra i 40 e gli 80 metri quadrati, smontabili e per il 60% riutilizzabili. A occuparsene è il Consorzio Nazionale Servizi di Bologna, un raggruppamento di aziende dell’orbita di Lega Coop, finito nell’occhio del ciclone un paio di anni fa perché tra gli associati c’era anche la 29 giugno di Salvatore Buzzi, uno dei protagonisti di Mafia Capitale.
Adesso, comunque, il Cns è in primissima fila nella famosa white list che dovrebbe salvaguardare il business della ricostruzione dalle infiltrazioni mafiose, sotto l’egida del presidente dell’Anac Raffaele Cantone e del prefetto, già commissario a Roma, Francesco Paolo Tronca, di prossima nomina insieme al secondo decreto terremoto che il consiglio dei ministri varerà domani.
In questa sede sarà anche disegnata la nuova area del cratere, che si preannuncia enorme, a cavallo tra quattro regioni (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo) e con almeno 200mila edifici da ristrutturare o da ricostruire. In attesa delle mosse del governo, comunque, c’è già chi si sta muovendo, come il Comune di Ascoli Piceno che sta preparando un bando urgente per il restauro della chiesa di San Francesco, uscita malconcia dopo la botta di domenica mattina.
Le città un po’ più grandi come Ascoli, tra l’altro, si trovano di fronte a un bivio: entrare nel discorso della spartizione dei fondi governativi vorrà dire, con ogni probabilità, dover sospendere le varie tasse comunali, particolare che potrebbe compromettere i già di per sé fragili equilibri di bilancio. La scelta che dovrà fare il sindaco Guido Castelli non è delle più facili: ottenere soldi per rimettere in sesto la città – solo nel centro storico le richieste di sopralluogo registrate sono 550, praticamente tutti gli edifici – e rinunciare agli introiti fiscali, oppure provvedere ai lavori con fondi propri? Mistero, anche perché non c’è certezza su quanti soldi palazzo Chigi deciderà di sborsare. Due settimane fa il conto era da 4 miliardi in dieci anni, adesso è chiaro che ne serviranno molti di più, e bisognerà capire come farà Renzi a districarsi nella complicata partita europea sul bilancio.
L’unica cosa che mette tutti d’accordo è che bisogna fare in fretta. Tanti edifici danneggiati in maniera non grave ad agosto sono stati transennati e lasciati lì senza intervenire, fino a che con le scosse dell’ultima settimana sono venuti giù anche loro. «A forza di aspettare mi è crollata la città», ha sintetizzato il sindaco di Amandola (Fermo) Adolfo Marinangeli. Una situazione uguale a quella di tanti altri paesi: al 21 ottobre scorso di 77mila richieste di sopralluogo ne erano state evase appena 21mila, adesso il numero è quasi triplicato.
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