di Chiara Cruciati
Oggi, alle 16 ora
italiana, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà a
porte chiuse su richiesta di Kuwait, Germania e Belgio per discutere
dell’operazione russo-siriana in corso nella provincia nord-occidentale
di Idlib.
Iniziata il 26 aprile scorso, rompendo mesi di “tregua” negoziati tra Turchia e Russia, ha
lo scopo dichiarato di strappare l’ultima enclave in mano alle
opposizioni di matrice islamista jihadista. A otto anni dall’inizio
della guerra civile, Damasco non è mai stato tanto vicino alla ripresa
dell’intero territorio nazionale.
Eppure l’operazione sembra passare in sordina, sia sul piano
mediatico che diplomatico, lontanissima dai clamori che accompagnarono
nell’inverno 2016 la riconquista di Aleppo. A tacere è soprattutto la Turchia, primo sponsor dei gruppi armati arroccati a Idlib, seppure stia per perdere un pezzo di territorio fondamentale a mantenere una presenza (diretta e indiretta) in Siria.
Dopo giorni di bombardamenti, ieri l’esercito governativo ha
ripreso il controllo di Qalaat al-Madiq, città strategica per la sua
vicinanza alla base russa di Hmeimim, che dal mese scorso è stata messa
sotto tiro dai gruppi islamisti, scatenando – dicono Mosca e Damasco –
la reazione del fronte pro-Assad. Non solo: è da Qalaat
al-Madiq che si accede alla zona controllata interamente dalle
opposizioni, porta di ingresso verso quell’hub islamista che in questi
anni è cresciuto e si è radicato a seguito degli accordi di evacuazione
siglati dal governo con le opposizioni nelle città e le province riprese
da Damasco.
A essere interessate dall’avanzata governativa sono anche le vicine province di Hama e Latakia:
nel mirino c’è la città di Kabani, roccaforte di Hayat Tahrir al Sham
(l’ex al-Nusra, così ribattezzatosi dopo l’apparente e solo mediatica
uscita da al Qaeda). Idlib, Hama e porzioni di Latakia: ovvero, l’intero territorio fino a due settimane fa protetto dall’accordo di de-escalation tra Russia e Turchia. Tra le città riprese quella di Kfar Nabudah, altra roccaforte delle opposizioni islamiste ad Hama.
Gli effetti sui civili sono, ancora una volta, devastanti. La
provincia di Idlib in questi anni ha visto più che raddoppiare la sua
popolazione, raggiungendo i tre milioni di persone per effetto delle
evacuazioni: miliziani islamisti, i loro familiari ma anche i residenti
nelle zone assediate all’interno e all’esterno (dalla Ghouta al sud
della Siria) rientrati negli accordi tra governo e gruppi armati.
E ora gli scontri brutali tra le due parti (secondo fonti delle
opposizioni sarebbero almeno 80 i civili uccisi e una decina gli
ospedali colpiti) stanno provocando l’ennesima fuga: sarebbero
già 150mila gli sfollati interni, secondo le Nazioni Unite che avvertono
dell’imminente scoppio di una nuova crisi umanitaria nel nord siriano.
Moltissimi si stanno spostando verso il confine con la Turchia, da anni
sbarrato da un muro che corre lungo la regione a maggioranza curda di
Rojava.
E se Ankara tace su quanto sta avvenendo a Idlib, parla
invece per assicurarsi quel pezzo di Siria che gli interessa di più:
Rojava. Ieri il presidente Erdogan ha annunciato, durante un incontro
all’Università della Difesa nazionale della capitale, un’operazione
sulla città di Manbij, a metà strada tra Afrin e Kobane e da
tempo nel mirino dell’esercito turco. “Operazione anti-terrorismo”, l’ha
definita. Eppure è proprio lì che stazionano da anni i marines
statunitensi inviati da Washington a sostegno delle Forze Democratiche
Siriane, federazione di curdi, assiri, turkmeni, arabi protagonista
della liberazione dal giogo dell’Isis di Raqqa.
I “terroristi” di cui parla Erdogan sono le unità di difesa popolare
curde, le Ypg e le Ypj, alleate militari Usa. Obiettivo affatto occulto
di Ankara è il controllo totale del corridoio di terre che dal cantone
di Afrin a ovest (occupato dalla Turchia 14 mesi fa) al confine est con
l’Iraq, ovvero l’intero territorio di Rojava su cui da anni le
amministrazione curde hanno dato vita a una forma di autonomia
democratica che tentano di preservare negoziando con il governo centrale
di Damasco.
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