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13/05/2019

Siria - Battaglia finale a Idlib fa 150mila sfollati

di Chiara Cruciati

Oggi, alle 16 ora italiana, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà a porte chiuse su richiesta di Kuwait, Germania e Belgio per discutere dell’operazione russo-siriana in corso nella provincia nord-occidentale di Idlib.

Iniziata il 26 aprile scorso, rompendo mesi di “tregua” negoziati tra Turchia e Russia, ha lo scopo dichiarato di strappare l’ultima enclave in mano alle opposizioni di matrice islamista jihadista. A otto anni dall’inizio della guerra civile, Damasco non è mai stato tanto vicino alla ripresa dell’intero territorio nazionale.

Eppure l’operazione sembra passare in sordina, sia sul piano mediatico che diplomatico, lontanissima dai clamori che accompagnarono nell’inverno 2016 la riconquista di Aleppo. A tacere è soprattutto la Turchia, primo sponsor dei gruppi armati arroccati a Idlib, seppure stia per perdere un pezzo di territorio fondamentale a mantenere una presenza (diretta e indiretta) in Siria.

Dopo giorni di bombardamenti, ieri l’esercito governativo ha ripreso il controllo di Qalaat al-Madiq, città strategica per la sua vicinanza alla base russa di Hmeimim, che dal mese scorso è stata messa sotto tiro dai gruppi islamisti, scatenando – dicono Mosca e Damasco – la reazione del fronte pro-Assad. Non solo: è da Qalaat al-Madiq che si accede alla zona controllata interamente dalle opposizioni, porta di ingresso verso quell’hub islamista che in questi anni è cresciuto e si è radicato a seguito degli accordi di evacuazione siglati dal governo con le opposizioni nelle città e le province riprese da Damasco.

A essere interessate dall’avanzata governativa sono anche le vicine province di Hama e Latakia: nel mirino c’è la città di Kabani, roccaforte di Hayat Tahrir al Sham (l’ex al-Nusra, così ribattezzatosi dopo l’apparente e solo mediatica uscita da al Qaeda). Idlib, Hama e porzioni di Latakia: ovvero, l’intero territorio fino a due settimane fa protetto dall’accordo di de-escalation tra Russia e Turchia. Tra le città riprese quella di Kfar Nabudah, altra roccaforte delle opposizioni islamiste ad Hama.

Gli effetti sui civili sono, ancora una volta, devastanti. La provincia di Idlib in questi anni ha visto più che raddoppiare la sua popolazione, raggiungendo i tre milioni di persone per effetto delle evacuazioni: miliziani islamisti, i loro familiari ma anche i residenti nelle zone assediate all’interno e all’esterno (dalla Ghouta al sud della Siria) rientrati negli accordi tra governo e gruppi armati.

E ora gli scontri brutali tra le due parti (secondo fonti delle opposizioni sarebbero almeno 80 i civili uccisi e una decina gli ospedali colpiti) stanno provocando l’ennesima fuga: sarebbero già 150mila gli sfollati interni, secondo le Nazioni Unite che avvertono dell’imminente scoppio di una nuova crisi umanitaria nel nord siriano. Moltissimi si stanno spostando verso il confine con la Turchia, da anni sbarrato da un muro che corre lungo la regione a maggioranza curda di Rojava.

E se Ankara tace su quanto sta avvenendo a Idlib, parla invece per assicurarsi quel pezzo di Siria che gli interessa di più: Rojava. Ieri il presidente Erdogan ha annunciato, durante un incontro all’Università della Difesa nazionale della capitale, un’operazione sulla città di Manbij, a metà strada tra Afrin e Kobane e da tempo nel mirino dell’esercito turco. “Operazione anti-terrorismo”, l’ha definita. Eppure è proprio lì che stazionano da anni i marines statunitensi inviati da Washington a sostegno delle Forze Democratiche Siriane, federazione di curdi, assiri, turkmeni, arabi protagonista della liberazione dal giogo dell’Isis di Raqqa.

I “terroristi” di cui parla Erdogan sono le unità di difesa popolare curde, le Ypg e le Ypj, alleate militari Usa. Obiettivo affatto occulto di Ankara è il controllo totale del corridoio di terre che dal cantone di Afrin a ovest (occupato dalla Turchia 14 mesi fa) al confine est con l’Iraq, ovvero l’intero territorio di Rojava su cui da anni le amministrazione curde hanno dato vita a una forma di autonomia democratica che tentano di preservare negoziando con il governo centrale di Damasco.

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