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27/05/2019

Fuochi d’artificio elettorali. C’è davvero da spaventarsi?

Guardando ai risultati elettorali europei ed italiani non si sfugge a un’impressione decisamente contraddittoria. La prima reazione, di fronte al “trionfo” della Lega e in generale delle destre xenofobe/razziste, è chiedersi “dove posso emigrare”? La seconda, altrettanto immediata, è che tutto ciò non sia del tutto reale.

Intendiamoci subito: i voti sono quelli, chiarissimi. E non si deve far finta di nulla.

La Lega sbraitante ha superato il 34%, i Cinque Stelle sono stati dimezzati, il Pd ha avuto il classico “rimbalzo del gatto morto” (dopo una caduta da grandi altezze) risalendo al 22,7%, Berlusconi ha rinviato il decesso raccogliendo quasi il 9 (quasi la metà di un anno fa, e pare addirittura un mezzo successo), i nostalgici della Meloni prendono un 6,5% che sembra oro.

Il resto è poca roba, importante solo per le analisi autoconsolatorie che seguono una sconfitta, quando gli zero virgola in più o meno devono essere enfatizzati al massimo per “tenere le truppe” ed evitare la fuga disordinata. Così gli ultrà europeisti di zombie-Bonino confermano il 3% del 4 marzo (solo che lì dava diritto a qualche parlamentare, qui no), i Verdi – inesistenti come struttura organizzata – beneficiano superficialmente dell’altrettanto superficiale “effetto Greta” e raccattano un 2,6 su cui si castellerà moltissimo, “a sinistra”, sognando altre combinazioni elettorali magiche per le prossime scadenze (che arriveranno a breve).

“La sinistra” precipita all’1,7%, come se il ritorno dei vendolian-fratoianniani nel vecchio alveo post-“Rifondazione Unita” non avesse avuto alcun effetto, tranne quello di allontanare da quel residuo di ceto politico anche la voglia di interrogarsi sul futuro.

Ancora peggio gli “identitari”. Il “Rizzo pelato servo della Nato” – definizione immortale guadagnata ai tempi della guerra contro la Jugoslavia, quando stava al governo che bombardava e diceva di solidarizzare con i bombardati – sfiora ma non tocca l’1%, chiarendo una volta di più che la speculazione sul simbolo con la falce e martello può servire giusto come catalizzatore di un sentimento nostalgico, peraltro in via di esaurimento fisiologico.

Idem o peggio per i “fascisti del terzo millennio” o del quarto scantinato – Casapound e Forza Nuova – che nonostante una sponsorizzazione mediatica eccezionale non prendono, sommati, neppure lo 0,5%. A quanto pare, il “voto utile” ha fatto strage soprattutto a destra, visto che c’è un primattore di panza in grado di rappresentare le identiche istanze senza (ancora) emanare lo stesso fetore.

I risultati europei richiederanno un’analisi specifica, paese per paese, ma nell’insieme restituiscono un frame dalla dinamica non troppo dissimile: lo spostamento di milioni di voti da un’area all’altra (generalmente verso destra), ma senza alcuna impressione di stabilità. Senza, insomma, restituire il senso dell’affermarsi vero di un modo di pensare e agire, di una “soluzione” – per quanto orrenda – ai problemi che confusamente gli “elettorati” vanno cercando.

Alla vigilia delle elezioni, le avevamo definite un “sondaggione”. Ossia una fotografia delle “opinioni” – e del loro peso specifico – in un certo istante. Ma senza alcun potere di determinare spostamenti rilevanti della governance europea. Perché è l’assetto istituzionale dell’Unione Europea a non poter tradurre – neanche volendo – una “volontà popolare” in un “governo” che le corrisponda.

Il parlamento per cui si è votato non possiede l’unica prerogativa che lo renderebbe un vero Parlamento: il potere legislativo. Le “leggi europee” vengono elaborate dalla Commissione (il governo), e ai parlamentari non resta che approvare o respingere. Su tutto l’insieme preme un’orda di lobbisti tale da far sembrare un suq mediorientale il paradiso della trasparenza decisionale...

Ora, infatti, i singoli governi nazionali indicheranno i “commissari europei” (i “ministri”), ed è certo che verranno nominati quelli che meglio sanno proteggere gli interessi nazionali in uno “spirito europeo”, molto competitivo all’interno, ma sotto il velo della “solidarietà”. Sapendo bene che pesano soprattutto le dimensioni delle diverse economie, gli intrecci tra le rispettive filiere industriali e il rispetto rigido di trattati che possono essere rivisti solo all’unanimità. O meglio, a seconda di come Francia e soprattutto Germania decidono e impongono.

E’ questo marchingegno istituzionale – ovviamente molto più complesso di quanto qui schematizzato – a rendere un “sondaggione” le elezioni europee. Perché non ne discendono conseguenze politiche immediate.

Ma non lasciano neanche intatte le situazioni nazionali. Gli effetti, paese per paese, ci sono; eccome. Il problema, però, è che anche gli spostamenti interni ai paesi sono diventati relativamente ininfluenti sulle decisioni politiche “vere”. Ossia sulle politiche economiche e fiscali, quelle che determinano o favoriscono una certa produzione e redistribuzione della ricchezza.

Questo svuotamento della “sovranità” è alla radice della trasformazione dei processi elettorali in mega-sondaggi d’opinione, con scarsi o nulli effetti pratici. Certo, si può eleggere un governo nazionale che affoga i migranti in mare oppure fa piazza pulita di rom ed homeless dai centri metropolitani (o financo dalle periferie). Ma non un esecutivo che trasformi la volontà popolare in miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Potete insomma pretendere di avere un paesaggio urbano “senza negri e zingari”, e questo in parte vi verrà dato, per qualche tempo. Ma non potete pretendere un governo che vi dia un lavoro o un reddito per vivere, aumenti salariali se siete già al lavoro, abbassamento dell’età pensionabile, aliquote fiscali proporzionali alla ricchezza posseduta, una scuola efficiente-utile-semigratuita, una sanità accessibile e funzionante, case vivibili a un prezzo abbordabile, ecc.

Questa condizione è ormai entrata per molte vie traverse nella testa degli “elettorati”, svuotando peraltro di significato immediato le differenze di “opinione” rispetto alla posizione di classe o collocazione sociale.

Impossibile, dunque, o completamente stupido, continuare a pensare alle elezioni nei vecchi termini, quando uno spostamento di voti determinava – o poteva determinare – anche un cambiamento di scelte politiche fondamentali.

Il voto è divento “liquido” e infatti gira da una lista all’altra, di anno in anno, come acqua nei tubi di un sistema idraulico che però non serve a spegnere la sete o irrigare un orto. Circola a vuoto, a sistema chiuso, obbligato dal semplice fatto di “dover” essere espresso per confermare la retorica della “democrazia” senza più gli effetti pratici di una democrazia.

In soli cinque anni, in Italia, “il consenso di riferimento” per formare un governo – esattamente come l’azionariato di riferimento in un’azienda – è velocemente passato dal Pd di Renzi (2014) ai Cinque Stelle (2018) e ora alla lega di Salvini. Non è cambiato nulla, per “la gente”, in questi passaggi. Gli strilli della retorica, solo leggermente diversa nei tre protagonisti principali, non sono bastati e non basteranno a coprire l’impotenza pratica (puoi affogare “un negro” e far manganellare i manifestanti, sfrattare i senza casa e qualche centro sociale, ma nulla su tutto il resto).

Dunque questo voto – per molti versi “preoccupante” – non è né un punto d’arrivo nel “processo di fascistizzazione” né un punto di partenza verso orizzonti diversi (migliori o peggiori). E’ solo una stazione lungo un viaggio che, scorrendo lungo la faglia di una crisi epocale dei sistemi occidentali, può finire solo contro un muro o in un baratro.

Le alternative? Ci potrebbero essere, ma occorre ricominciare a pensare a quest’altezza. Altrimenti si alimenta solo il chiacchiericcio e l’orrore dell'”opinione”, da sondaggiare compulsivamente per far finta di essere vivi...

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