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30/05/2019

Sfruttare l’immigrato sì, ma con il sorriso

Il tema immigrazione è, da ormai molti anni, ostaggio di un pericoloso scontro retorico tra due visioni apparentemente diverse, ma del tutto convergenti nel vedere nello straniero un oggetto, un mero strumento da valutare nel suo impatto sul benessere economico degli italiani.

All’odiosa schiera, sempre più nutrita, degli xenofobi di professione e dei fomentatori d'odio, coloro che nello straniero vedono il pericolo principale per la stabilità sociale e l’integrità culturale ed una serissima minaccia per i posti di lavoro degli italiani, rispondono, con numeri e dati sciorinati meticolosamente, coloro secondo i quali senza stranieri il Paese andrebbe a scatafascio, l’economia collasserebbe e lo stato sociale non potrebbe più essere finanziato.

La prima visione semina odio e guerra tra poveri; la seconda, apparentemente conciliante nelle conclusioni, semina in verità un similissimo razzismo strisciante e una mostruosa concezione reificata e strumentale dell’immigrato e di tutti i soggetti economici subalterni.

Una recente indagine della UIL e dell’istituto di ricerca EURES, riportata con entusiasmo da diversi periodici di ispirazione liberal-progressista, ha simulato cosa accadrebbe nella regione Lazio se d’un tratto scomparissero tutti i lavoratori stranieri: “Scompaiono colf, babysitter, muratori, infermieri, cuochi, commercianti e imprenditori. Le aule si svuotano, diminuiscono i matrimoni. Tremano le casse dell’Inps. Le città sono in tilt. Cosa accadrebbe se sparissero di colpo tutti gli immigrati in una regione come il Lazio? Il Pil regionale crollerebbe di 19 miliardi di euro, i conti della previdenza registrerebbero un buco milionario, salterebbero 80mila imprese e 300mila occupati”.

Così, con questa serie di numeri e dati da panico collettivo, un articolo di Repubblica introduce la descrizione della ricerca UIL-Eures. Entrando nel merito dello studio, i numeri riportati dimostrerebbero dapprima che interi settori dell’economia regionale subirebbero un drammatico tracollo: in agricoltura con 20.000 posti di lavoro persi; nel lavoro domestico (pulizie e badanti) dove l’84% degli occupati sarebbe costituito da stranieri con conseguenze drammatiche (sic!) sulla vita degli anziani non autosufficienti. Poi viene affermato, con un artificio retorico già usato insistentemente dall’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, un inevitabile tracollo del sistema previdenziale dovuto al fatto che i lavoratori stranieri, data la composizione anagrafica, versano molti più contributi di quanti ne ricevano i pensionati stranieri. Si passa poi alla scuola asserendo che l’ipotetica scomparsa di tutti gli studenti stranieri comporterebbe uno svuotamento delle aule con un esubero di ben 6800 insegnanti. Ed infine, ciliegina conclusiva, crollerebbe persino il numero di matrimoni visto che gli italiani si sposano sempre meno mentre le coppie straniere sempre di più. Insomma grazie agli stranieri la nostra economia e società starebbe evitando quello che, altrimenti, sarebbe un inevitabile collasso!

Sembrerebbe quasi superfluo rimarcare la disarmante banalità e sciattezza di questi dati usati come presunta dimostrazione dell’utilità della popolazione straniera negli equilibri socio-economici del sistema Italia. Vale però la pena entrare nel merito del ragionamento di fondo che fa da sfondo all’elencazione dei presunti effetti benefici della presenza degli immigrati nell’economia del paese.

Quando ad esempio si afferma che il settore agricolo o quelli dei servizi di badanti, colf e lavoratori domestici crollerebbero e che i nostri anziani si troverebbero senza possibilità di assistenza si sta commettendo un doppio e gravissimo scivolone: da un lato si dipinge lo straniero come un soggetto stabilmente dedito a determinate attività a bassa qualificazione, una sorta di ruolo eterno che il migrante di turno sarebbe condannato a svolgere adempiendo così a quelle funzioni vitali che il lavoratore italiano non vorrebbe più compiere; inoltre si rappresenta l’economia come un sistema di relazioni cristallizzate, in cui i salari sono dati, le condizioni di lavoro sono date e, di conseguenza, l’ipotetica sparizione della popolazione straniera farebbe automaticamente fallire l’intera agricoltura italiana, dando per scontato che un italiano quel lavoro non lo svolgerebbe mai perché mal pagato e massacrante. Un pregiudizio economico e culturale che parte dal doppio assunto che un’ora di lavoro agricolo o domestico venga pagata con salari da fame immutabili e che esistano lavori che, in quanto tali, nei paesi più sviluppati vengano a priori scartati dai lavoratori locali e che uno Stato non possa intervenire nell’economia per fornire servizi (ad esempio alla popolazione anziana oggi presa in cura dal sistema dei badanti stranieri).

Il secondo spauracchio agitato è quello dei conti pensionistici che finirebbero inesorabilmente in rosso senza lavoratori stranieri. Anche qui si mischiano numerosi pregiudizi e credenze tipiche dell’ideologia dominante. Da un lato il consueto terrorismo infondato sull’insostenibilità strutturale dei sistemi pensionistici nei paesi a demografia declinante come l’Italia; dall’altro l’idea secondo cui l’immigrato è e sempre sarà un oggetto itinerante destinato a non radicarsi, a lavorare come schiavo per qualche anno per far funzionare la macchina economica del paese versando anche contributi previdenziali, per poi ritirarsi altrove senza percepire la pensione avendo così un’eterna posizione di contribuente netto.

Infine, la boutade conclusiva sulle scuole, per cui si perderebbero 6800 posti di lavoro tra gli insegnanti, è totalmente priva di senso. La scuola italiana ha un disperato bisogno di personale e di manutenzione. Classi-pollaio, evasione scolastica, aule sporche e strutture pericolanti sono problemi che poco hanno a che fare con la platea di studenti iscritti e molto con i vincoli imposti alla finanza pubblica. Non è certo dalla prolificità degli immigrati, ancora una volta ridotti a strumento (stavolta per l’occupabilità degli insegnanti) che dobbiamo aspettarci un aumento degli investimenti in istruzione, un miglioramento del sistema scolastico, un dimensionamento adeguato del corpo docenti. Questi dovrebbero essere obiettivi delle politiche pubbliche indipendentemente dalla questione migratoria.

In definitiva, i risultati della ricerca UIL ed EURES forniscono il tipico quadro ad uso e consumo di chi nell’immigrato lavoratore vede uno strumento usa e getta di valorizzazione del profitto dei capitalisti, ma copre ideologicamente questa funzione asserendo improbabili teoremi sul ruolo imprescindibile dei lavoratori stranieri come strumenti irrinunciabili per il funzionamento del sistema economico.

Un teorema costruito su deleteri pregiudizi culturali, su una visione segregante della società, sprezzante nei confronti tanto dell’immigrato quanto del lavoratore autoctono, nonché su una lettura liberista del sistema economico. Una concezione del mondo in cui l’immigrato è e deve restare l’ultima ruota del carro, costretto a svolgere lavori temporanei, dequalificati e mal pagati e a supplire alle inevitabili carenze di uno stato sociale ormai a brandelli. Una narrazione in cui il lavoratore italiano è invece il “privilegiato” che non vorrebbe mai fare quei lavori, come se i livelli salariali fossero una variabile indifferente. Una concezione in cui la distribuzione del reddito e la produzione di beni e servizi sono determinate dal mercato e in cui lo Stato non è capace di determinare i livelli occupazionali, offrire servizi e garantire il funzionamento del sistema pensionistico.

Se questi fossero davvero i miseri argomenti economici e culturali per arginare il razzismo dilagante, non ci sarebbero allora speranze. Il razzismo buonista del mito dello straniero che salva un’economia altrimenti insostenibile non fa altro che incrementare esponenzialmente il razzismo cattivista di reazione di chi nello straniero individua un capro espiatorio per spiegare la propria condizione di subalternità, in una spirale senza fine. Soltanto una concezione radicalmente diversa del sistema economico e del ruolo dei lavoratori, tutti, nella loro dignità di classe sociale e di persone, può ribaltare ogni pregiudizio razzista e classista, arginando l’onda del pensiero segregante che sta devastando il tessuto sociale del paese e rilanciando la lotta di classe. Una lotta che deve necessariamente vedere i lavoratori italiani e quelli immigrati combattere fianco a fianco contro chi, in un modo o nell’altro, vorrebbe vederli contrapposti per perpetuarne lo sfruttamento.

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