Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva.
Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas.
Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime.
Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni.
Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo.
Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia.
La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe?
Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento.
Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi.
L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neanderthal a oggi?
Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?
Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).
Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona?
Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio.
E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.
Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo.
Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati.
Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore.
Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo.
Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati.
Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati.
Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti.
Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer.
I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.
Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico.
Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia.
Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo?
Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure.
Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”.
Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore.
Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra.
Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.
L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore.
Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco.
Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale.
Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso.
Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.
Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso.
La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/08/2026
Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito
03/08/2026
Gli immigrati in Italia, tra integrazione, indifferenza e razzismo
Perché gli immigrati scelgono di venire in Italia
Il nostro Paese viene scelto dagli immigrati come destinazione perché ci vive la loro famiglia (20,5%) o amici/conoscenti (18,4%). Diffusa l’idea che in Italia c’è benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un paese accogliente con gli stranieri (10,6%). Per alcuni era impossibile recarsi altrove (Convenzione di Dublino) (10%), ed un 9,8% ritiene che in Italia ci sia la possibilità di trovare lavoro, mentre per l’8,8% è stata determinante.
Oltre un terzo degli immigrati sono arrivati in Italia tramite permesso/carta di soggiorno (36,3%), un quinto tramite sbarco/ingresso clandestino (20,7%) ed un altro quinto tramite richiesta di asilo (19,4%). Oltre a questi canali più diffusi, l’8,6% riferisce di essere giunto tramite ricongiungimento famigliare, il 3,1% con permesso di soggiorno turistico, il 2,7% con permesso per motivi di studio; il 9,2% indica altre modalità.
Sono più numerosi tra gli uomini che tra le donne coloro che ammettono di essere arrivati nel nostro Paese con sbarco o ingresso clandestino (23,8% contro 15,3%) e con permesso/carta di soggiorno (38,9% contro 31,7%). Le immigrate riferiscono, invece, con frequenza maggiore di essere arrivate tramite ricongiungimento famigliare (16,9% contro 3,9%).
L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi arriva dall’Egitto (52,9%), Bangladesh (38,5%), Marocco (26,7%), Pakistan (26,3%), Nigeria (25%). Gli ingressi per ricongiungimento familiare risultano più frequenti tra chi proviene da Ecuador (25%), Filippine (20%), Albania (16,7%), Ucraina (14,3%); le richieste di asilo, invece, tra gli originari di Nigeria (50%), Marocco (40,0%), Senegal (33,3%).
Gli stranieri privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5%. Tra questi è più elevata la percentuale di chi è arrivato da 3-5 anni (il 30,9% contro il 27,3% dei regolari), da meno di un anno (16% contro 8% dei regolari) e da 1-2 anni (23,5% contro 18,6%); il contrario si riscontra per i residenti da più di 6 anni (vive in Italia da più di 10 anni il 20,9% dei possessori di permesso di soggiorno, a fronte dell’11,1% di chi ne è privo). “La regolarità, prevedibilmente, rappresenta un elemento di stabilità sul territorio”, si legge nel rapporto.
Quanto alla permanenza in Italia, il 27,8% degli immigrati interpellati da Eurispes vive in Italia da 3-5 anni, il 24,2% da 6-10 anni, il 19,4% da 1-2 anni ed un altro 19,4% da più di 10 anni, il 9,2% da meno di un anno. La maggioranza degli immigrati racconta dunque una permanenza nel nostro Paese di media durata, tra i 3 e i 10 anni, un quinto, invece, una permanenza ormai lunga, superiore al decennio.
Sono, d’altra parte, numerosi gli immigrati di recente arrivo (il 28,6% da meno di 2 anni), a conferma della notevole mobilità dei flussi migratori.
Come sono arrivati in Italia
Un terzo dei migranti presenti in Italia ha organizzato il suo viaggio di arrivo nel Belpaese da solo; in quasi tre casi su dieci, invece, tramite intermediari a pagamento. Secondo i dati, il 33,4% dei migranti intervistati ha organizzato da solo la propria emigrazione, più di uno su 5 si è affidato ad intermediari del proprio paese dietro pagamento (21,3%) e quasi un altro quinto lo ha fatto tramite parenti/amici che già vivevano in Italia (19,2%).
Altri sono emigrati tramite il decreto flussi (15%) e, più raramente, attraverso intermediari italiani dietro pagamento (6,5%) o attraverso istituzioni religiose (2,9%). D’altronde, le modalità attraverso le quali gli stranieri giungono nei Paesi europei possono essere non del tutto trasparenti e regolari, elemento che induce una parte di loro a non indicare con precisione i canali utilizzati.
Considerando i Paesi d’origine, si registrano percentuali superiori alla media di migranti che affermano di aver organizzato da soli la propria emigrazione tra chi viene dall’Ucraina (57,1%), dall’Albania (44,4%), dalla Nigeria (41,7%), dall’Egitto (41,1%), dalla Moldavia (40%).
Da segnalare anche l’elevata percentuale di stranieri provenienti dalla Cina (54,2%) e dalle Filippine (40%) giunti nel nostro Paese tramite parenti/amici che già vivevano qui; al contrario, il valore risulta decisamente basso tra i soggetti ucraini, peruviani, senegalesi, albanesi, marocchini.
I residenti di origine straniera che dichiarano con maggior frequenza di essere emigrati attraverso intermediari del proprio Paese dietro pagamento sono quelli provenienti da Perù (100%), Marocco (46,6%), Egitto (35,3%), Senegal (33,3%), India (33,3%).
La maggioranza degli immigrati dichiara di voler restare in Italia per sempre (52%) e quasi un terzo intende restare almeno per diversi anni (30,9%). Solo uno su 10 pensa di lasciare l’Italia: il 5,6% per spostarsi in un altro Paese e un 4,8% per tornare nel proprio Paese d’origine. A questi si aggiunge un 6,7% che non sa che cosa farà.
Nel complesso, evidenzia il rapporto Eurispes, la larghissima maggioranza dei migranti (82,9%) ha intenzione di rimanere a vivere in Italia ancora a lungo o per sempre. Il nostro Paese è dunque visto soprattutto come un luogo stabile di approdo, molto più che di passaggio.
Tra chi ha intenzione di emigrare in un altro Paese, la destinazione più citata è la Germania (48,3%). Seguono il Regno Unito (13,8%) e la Francia (13,8%), gli Stati Uniti (10,3%), la Spagna (6,9%) e, infine, Svezia e Canada (entrambe 3,4%).
La povertà, con quasi un quarto delle risposte (23,3%), è la ragione per la quale si è lasciato il paese d’origine. Seguono la mancanza di lavoro (18,5%), la speranza di trovare condizioni di vita migliori (14,8%), il ricongiungimento famigliare (10,3%), la mancanza di libertà nel paese d’origine (9,4%), la guerra o i gravi disordini (8,9%), il fatto di essere stato vittima di persecuzioni (5,7%), i problemi ambientali/climatici (afa, siccità, inondazioni, ecc.) (5,2%) o, più raramente, l’essere stato vittima di discriminazioni (religiose, di genere, ecc.) (2%).
Immigrati e lavoro
Il 78,1% degli immigrati ha un lavoro in Italia, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l’8,6% non lo sta cercando. Secondo i dati della ricerca, gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%. Tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%).
Mentre il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca. Il 93,4% degli immigrati occupati afferma di svolgere un solo lavoro, il 6,6% dichiara di svolgerne più di uno. È possibile, inoltre, che tale valore sia sottostimato, poiché spesso si tratta di lavoro nero e sommerso.
La condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia mostra una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili (62,4%), mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un’occupazione saltuaria o occasionale.
Questa evidenza suggerisce come, per la maggioranza degli stranieri occupati, l’inserimento nel mercato del lavoro italiano abbia assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene una quota non trascurabile, pari a oltre un terzo del campione, si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta.
La somma delle due categorie non stabili raggiunge infatti il 37,6%, a indicare come oltre un terzo dei lavoratori stranieri operi al di fuori di un orizzonte occupazionale pienamente consolidato.
La quota di occupazione stabile cresce in modo pressoché lineare al crescere del livello di istruzione. Tra chi non possiede alcun titolo o ha la sola licenza elementare, la quota di lavoro stabile si ferma al 32,3%, mentre sale al 54,9% tra i diplomati con licenza media, al 73,6% tra i diplomati di maturità, fino a raggiungere il 93,5% tra i laureati. Lo scarto tra gli estremi della distribuzione supera dunque i 60 punti percentuali.
La distribuzione delle professioni svolte prevalentemente in Italia dai residenti stranieri evidenzia una concentrazione significativa in alcune categorie occupazionali: operai (20,4%) e lavoratori agricoli (12,8%).
Su livelli intermedi si collocano alcune professioni legate ai servizi alla persona e alla ristorazione: badante e domestico/addetto alle pulizie raggiungono entrambi il 6,9%, valore identico a quello degli impiegati privati, mentre cameriere/aiuto in cucina si attesta al 5,9%, scaricatore/facchino e rider/fattorino al 5,4% ciascuno, e cuoco/pizzaiolo al 5,2%. Si tratta di un insieme di occupazioni che, pur diversificate per natura, condividono caratteristiche di bassa qualificazione e ridotta stabilità contrattuale.
Le professioni a maggiore qualificazione restano marginali nella distribuzione complessiva: il libero professionista raccoglie il 4,2%, l’imprenditore il 2,2% e l’impiegato pubblico appena lo 0,7%, quest’ultimo tra i valori più contenuti dell’intera distribuzione. Anche le attività commerciali, sia in forma di esercizio fisso che ambulante, si mantengono su quote ridotte, rispettivamente al 3,7% e all’1%.
Il lavoro nero
Il 24,3% degli immigrati ha ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale (escluso il lavoro nero) nel corso della propria esperienza in Italia. Secondo i dati della ricerca, le modalità attraverso cui i residenti stranieri hanno trovato il proprio lavoro attuale evidenziano un ruolo nettamente prevalente delle reti relazionali informali: il 47,7% ha trovato lavoro soprattutto tramite parenti o amici, il 29% tramite un proprio connazionale.
Sommando queste due modalità, oltre tre quarti degli intervistati hanno individuato il proprio lavoro attraverso canali relazionali di natura personale o comunitaria, configurando un meccanismo di accesso al mercato del lavoro fortemente mediato da legami sociali piuttosto che da canali istituzionali.
La distribuzione delle tipologie contrattuali tra i lavoratori stranieri in Italia evidenzia la prevalenza di contratti a tempo indeterminato, indicata dal 37,5% degli immigrati, seguita dal 30,8% che dichiara un contratto a tempo determinato.
Sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli intervistati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente l’1,5% e il 3,7%.
Un dato di particolare rilievo riguarda la quota di chi dichiara di non avere alcun contratto, pari al 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione.
Quasi un quarto dei lavoratori stranieri si trova dunque in una condizione priva di tutela contrattuale formale, un dato che segnala la persistenza di un’area significativa di lavoro irregolare o non formalizzato all’interno della popolazione straniera occupata in Italia. Questa dimensione contrattuale si riflette anche nella valutazione che gli intervistati danno del proprio guadagno mensile.
La valutazione del guadagno mensile da parte dei lavoratori stranieri restituisce un giudizio prevalentemente positivo, con oltre la metà degli intervistati, pari al 52,1%, che ritengono il proprio stipendio sufficiente. Una quota significativa, pari al 30,5%, lo giudica invece scarso, mentre le posizioni estreme raccolgono incidenze più contenute: il 12% si dichiara soddisfatto e il 5,4% lo ritiene assolutamente insufficiente.
Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto. Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare.
Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri.
Le donne straniere occupate in Italia esprimono un giudizio sensibilmente più positivo sul comportamento del proprio datore di lavoro rispetto agli uomini. Il 67,9% delle lavoratrici definisce corretto l’atteggiamento del datore di lavoro, contro il 47,5% degli uomini, con uno scarto superiore ai 20 punti percentuali.
Sul fronte opposto, quasi un quarto degli uomini (23,9%) giudica non corretto il comportamento del datore di lavoro, a fronte del 10,7% delle donne.
Tra i lavoratori uomini risultano inoltre più frequenti le segnalazioni di maltrattamenti (7,6% contro 3,8%) e la condizione di assenza di un datore di lavoro (14,1% contro 4,6%). Le donne, invece, indicano più spesso un datore di lavoro disponibile ad aiutarle (13% contro 6,9%).
Secondo Eurispes, il dato va letto anche alla luce della forte presenza femminile in settori come il lavoro domestico e l’assistenza alla persona, caratterizzati da dinamiche relazionali e contrattuali specifiche.
L’indagine mette inoltre in evidenza il peso della regolarità del soggiorno nelle condizioni lavorative: tra chi possiede un permesso di soggiorno, il 55,2% valuta corretto il comportamento del proprio datore di lavoro, quota che scende al 46,2% tra gli irregolari.
Ancora più marcata la differenza sul fronte dei maltrattamenti: il 15,4% di chi è privo di permesso dichiara di subirne, contro il 5,1% di chi è in regola. Per Eurispes, la mancanza del permesso di soggiorno rappresenta dunque un importante fattore di vulnerabilità ed esposizione a forme di abuso sul lavoro.
Il rapporto segnala infine uno scarso ricorso agli strumenti di tutela. L’80,8% degli immigrati afferma di non essersi mai rivolto a sindacati, patronati o altre agenzie di supporto. Tra le motivazioni principali, il 39,2% sostiene di non averne avuto bisogno, mentre il 24% ritiene che queste strutture non possano essere utili.
Un ulteriore 21,3% dichiara di non sapere a chi rivolgersi, evidenziando un deficit informativo. La mancanza di fiducia nelle istituzioni di tutela riguarda il 12,2% degli intervistati, mentre barriere linguistiche e condizione di irregolarità incidono in misura marginale, rispettivamente con l’1,8% e lo 0,3% delle risposte.
Il razzismo, prevalente nel Nord Ovest e al Centro Italia
Riguardo al giudizio sull’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, prevale la percezione di indifferenza (22,3%), insieme alla sensazione di atteggiamento amichevole, avvertito da uno straniero su cinque (20,3%). Seguono comportamenti di comprensione/solidarietà (14,6%), ostilità (14,2%) e diffidenza (13,1%).
Un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti (10%), l’egoismo si ferma al 2,9% e l’atteggiamento compassionevole/pietoso al 2,1%.
Guardando all’insieme delle valutazioni positive e di quelle negative e considerando tra queste anche l’indifferenza, queste ultime superano le prime (62,5% contro 37%). Il Nord-Ovest è l’unica area geografica in cui domina la percezione di ostilità (22%) e, insieme al Centro è l’area che ottiene nel complesso meno risposte positive.
Sono soprattutto gli uomini ad affermare di essere stati testimoni di episodi di razzismo: il 66% contro il 43,4% delle donne. Ancora una volta è il Nord-Ovest a raccogliere il maggior numero di indicazioni in questo senso (64,9%), anche se il fenomeno appare diffuso in tutte le regioni. Le esperienze personali rappresentano una ulteriore conferma del fenomeno: la maggioranza degli immigrati è stata vittima in prima persona di episodi di razzismo almeno una volta (53,2%).
Nel dettaglio il 24% qualche volta, il 19,8% una sola volta e il 9,4% molte volte. Nel dettaglio i comportamenti razzisti subìti sono: la scortesia (55,7%); seguono con distacco la derisione (38,8%), gli insulti a sfondo razzista (35,3%) e l’esclusione (31,5%), mentre è stato vittima di aggressione fisica il 14% del campione.
Fonte
02/08/2026
Ceuta parla di noi, ma siamo sordi
Ecco “l’invasione”, rappresentata così come l’annunciano i fascisti e i razzisti in tutto l’Occidente. I franchisti di Vox hanno urlato contro il primo ministro socialista Sanchez: è colpa del suo permissivismo! Giorgia Meloni e il suo governo hanno minacciato di chiudere le frontiere con la Spagna, anche se con quel paese di frontiere non ne abbiamo.
Il governo spagnolo ha subito inviato l’esercito, mentre fioccano le spiegazioni che ignorano la sostanza, ma che servono al dibattito politico.
La Corte Costituzionale spagnola ha recentemente sentenziato che chi viene dal mare non può essere respinto come chi viene da terra.
Anni fa la polizia aveva brutalmente fermato i migranti attorno ai muri e alle barriere di fili spinato di Ceuta, massacrandoli di botte. Ora sui social si era subito diffusa la voce che per chi veniva dal mare anziché dal deserto, non ci sarebbe stata la stessa feroce accoglienza. E così migliaia di persone si sono buttate nel braccio di mare che separa la costa del Marocco dalla città spagnola.
Sì, ma come è possibile che la polizia marocchina non li abbia fermati, si chiedono politica e media. E allora ecco le spiegazioni geopolitiche: il regno del Marocco è totalmente legato a Trump e Netanyahu, cosa verissima, e quindi ha permesso ai migranti di invadere la Spagna, per punire Sanchez delle sue posizioni sulla Palestina, di quelle sulla guerra in Iran e dei suoi accordi con l’Algeria. Anche questo è sicuramente vero.
In Marocco c’è una dittatura poliziesca che controlla tutto, decine di migliaia di migranti possono muoversi tutti assieme solo se il regime lo permette. Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli USA, affronta la questione migrante.
I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.
L’Italia fa questo con i governi libici, la Spagna con il Marocco, la Francia con le sue ex colonie. E poi ci sono i muri dell’est Europa. Vi ricordate quando la polizia polacca bombardava di acqua gelata e lacrimogeni gli accampamenti di migranti, alla frontiera con la Bielorussia? E Ursula von der Leyen applaudiva, proclamando che quei migranti fossero “armi improprie” della Russia.
Ecco quello che ancora una volta tutte le spiegazioni geopolitiche ignorano e cancellano: la realtà umana della questione migrante.
Il fatto che decine di migliaia, milioni di persone, rischino la vita in mare, nei deserti, nel gelo, per arrivare qui in Europa, dovrebbe essere affrontato come una gigantesca questione sociale, civile e morale, invece che come un problema di sicurezza.
Eppure tutti i paesi europei oramai considerano la questione migrante come un problema di ordine pubblico. Ed è ovvio che se quella poliziesca è la sola vera risposta politica, crescono i fascisti e i razzisti che continuano ad urlare: “non siete sufficientemente feroci”.
Il sistema capitalista europeo e occidentale sta sempre più diventando un sistema razziale. I migranti servono in modo determinante all’economia, ma purché stiano al posto loro e con regole fatte solo per loro. È l’apartheid verso i migranti che si sta diffondendo in Europa e anche gran parte delle forze che si dichiarano progressiste non intendono metterlo in discussione
“I migranti abbassano i salari, rubano le case, deteriorano la sanità pubblica”, questo è il messaggio che, con un uso reazionario del “socialismo”, diffonde l’odio antimigrante tra le classi popolari native dei paesi europei.
Non è così, la distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale è opera delle politiche economiche liberiste attuate da decenni, e non delle migrazioni, ma cosa conta la realtà rispetto ad una narrazione martellante intollerante?
Se non si saprà affrontare la questione migrante senza finanziare i lager di regimi tirannici, ma contribuendo davvero allo sviluppo dei paesi poveri, senza colonialismo. Se non si accolgono i migranti con parità di diritti per far crescere i diritti di tutti. Se insomma non si affronta la questione migrante come la prima questione sociale della nostra epoca. Se si rimuove il fatto che coloro che si gettano in mare a Ceuta sono persone come noi, il degrado dell’Europa verso i peggiori mostri della sua storia sarà sempre più rapido.
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25/07/2026
Puro veleno
di Giorgio Cremaschi
Per il governo Meloni e i suoi fan essere giovani è socialmente pericoloso, se poi si è giovani e figli di migranti si è potenzialmente criminali, se inoltre si sventola la bandiera della Palestina, allora l'allarme è ai massimi livelli.
Il sionismo, il razzismo e l’odio di classe verso le ragazze e i ragazzi del popolo si uniscono nel disegno di legge “anti maranza” di questo governo, sempre più abietto.
Alla base della legge c’è la mostruosità giuridica dell’inversione della prova, vantata dal Ministro Nordio: se hai 14 anni devi dimostrare di essere ancora un bimbo inconsapevole, altrimenti devi pagare per le tue colpe.
“Chi sbaglia paga” ha proclamato Giorgia Meloni, con la faccia di bronzo della leader di un partito che ha appena impedito alla magistratura di ottenere i messaggi e le telefonate tra un sottosegretario e un camorrista.
Il centrosinistra ha accusato il governo di fare solo propaganda. Sì, ma quale? Perché non si ha il coraggio di aggiungere che quella del governo e di tutta la destra è PROPAGANDA RAZZISTA?
Nelle città, anche in quelle governate dal centrosinistra, i controlli vessatori sui giovani si diffondono. I sindaci, anche quelli di centrosinistra, sproloquiano di “sicurezza”. Non quella sociale e civile da ricostruire nelle periferie depredate. No, quella poliziesca contro i giovani che hanno la pelle scura, una fisionomia mediorientale e magari lo sguardo troppo fiero.
I “maranza” sono una espressione di identità giovanile popolare, nella quale si uniscono figli di migranti con quelli di italiani, superando le barriere etniche. Chi può odiare questo? Solo il razzismo di classe; del resto mica ce l’hanno coi giovani dei Parioli.
Si instilla la paura negli anziani poveri: “guarda che il maranza è pronto ad aggredirti”. E i media ingigantiscono ogni piccolo episodio che possa sostenere la narrazione securitaria razzista, mentre cancellano ogni fatto che la smentisca.
Altro che propaganda, è uno stato di polizia razziale, ora anche nemico dell’adolescenza, che il governo sta realizzando.
La legge anti giovani del Governo Meloni è puro veleno. Minimizzare è complicità.
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23/06/2026
Starmer e soci, la peggiore politica possibile
Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. Il fatto che sia il primo del cosiddetto Labour (gli altri cinque – David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Risji Sunak – erano tutti conservatori) conferma che si tratta di una “crisi di sistema”, non di una particolare visione politica. Che peraltro risulta indistinguibile tra gli uni e gli altri.
Starmer è stato forse il peggiore del mazzo, facendo passare come “progressiste” innumerevoli restrizioni delle libertà politiche e del diritto di espressione, a partire dalla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi e di qualsiasi critica ad Israele. Una politica criminale che sarebbe stata sorprendente per uno come lui, specializzato in “diritti umani”, ma quasi logica per l’avvocato delle organizzazioni sioniste in Gran Bretagna e che sta facendo crescere i suoi figli come ebrei praticanti.
Non parliamo poi della sua ansia guerrafondaia, che ne ha fatto il motore primo dei “volenterosi” qualsiasi sia il problema internazionale da affrontare. Sul Medio Oriente come, e forse soprattutto, sull’Ucraina.
Non riuscendo a trovare lo spazio temporale – insieme a Macron – per mandare truppe al fronte, al fianco di Kiev, ha ripiegato sul trasferimento di tecnologia e produzione bellica. L’ormai famoso missile ucraino “Flamingo FP-5”, utilizzato in questi giorni per colpire direttamente Mosca ed altre zone russe lontane dal fronte, è una variante assai poco variata dei missili britannici della stessa “classe”.
Il prossimo inquilino di Downing Street – Andy Burnham – non sarà molto differente, a parte una blanda religiosità cattolica, invece che anglican-sionista, e qualche attenzione in più per la working class (quasi paradossale che vada segnalata in un partito nato come “laburista”). Ma solo per tentare di frenare l’ascesa di Nigel Farage e altri fascisti che hanno trovato negli immigrati lo scaricabarile perfetto per ogni problema britannico.
Le similitudini tra tutti questi personaggi proiettati per una stagione o poco più al vertice politico della Gran Bretagna (proprio come i primi ministri francesi sotto Macron) indicano che si tratta appunto di “personaggi”, interpretati da attori mediocri e impotenti, non di statisti abilitati a prendere decisioni.
Come scrive Pino Cabras, con una felice intuizione, sono “fusibili” messi a protezione di un impianto di potere. Quando si verifica un sovraccarico di tensione “devono” saltare loro, per consentire che il sistema continui a funzionare una volta sostituito il pezzetto bruciato. Come nell’Italia democristiana, in fondo, quando ogni anni cadeva un governo e se ne faceva uno del tutto simile, con un minimo di valzer tra le diverse poltrone. Lo stesso “nuovo” Burnham, del resto, era già stato ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, senza lasciare tracce degne di nota.
È significativo che ciò accada in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale non cambia mai ed è il simbolo di quel “bipolarismo fondato sul maggioritario” che è stato per tre decenni il faro della “governabilità” da imitare a qualsiasi costo.
Ma neanche lì funziona più. Così come in Francia o negli Usa.
L’illusione che un sistema di regole possa contenere l’esplosione sociale di problemi, visioni, follie che muovono milioni di persone, può sussistere finché i cambiamenti necessari per ritrovare un equilibrio sono minimi. Ossia “riformabili” con poca fantasia e ancor minore sforzo.
Ma quando i “traumi” sono di dimensioni sistemiche, quel “collare” messo alla rappresentanza politica non tiene più. E più le due forze “bipolari” si sforzano di “convergere al centro” – ossia di annullare le già poche differenze – più la domanda sociale di soluzioni “radicali” prende vie impensabili. Ma pensate da qualcuno.
È evidente che si siano sfaldati i “blocchi sociali” su cui la rappresentanza politica del dopoguerra si era fondata in tutto l’Occidente capitalistico. Blocchi tra interessi materiali diversi che dovevano trovare una compensazione attraverso la politica, le sue scelte, e quindi attraverso il funzionamento orientato dell’amministrazione statale.
In pratica, politiche economiche e fiscali che attenuavano le differenze di reddito e di status, creando filiere e una connessione – non “sentimentale”, ma programmatica – tra fasce sociali che nel loro insieme determinavano un consenso sociale piuttosto stabile.
Oltre 40 anni di neoliberismo e arretramento del “pubblico” hanno quasi azzerato quell’ambiente “ideale” della rappresentanza. Gli interessi si sono individualizzati, le categorie moltiplicate e quindi ristrette quanto a partecipanti (dalle centinaia di migliaia, o milioni, a poche migliaia). Un pulviscolo sociale che si accumula a seconda dei venti e delle piogge, ma inadatto a sostenere edifici stabili.
Fare una politica economica o industriale in grado di raccogliere consensi significativi è ormai impossibile. Anche nel resto d’Europa, perché c’è l’Unione Europea a dettare le regole che aumentano l’individualizzazione incontrollabile degli interessi privati.
Ma se la funzione dello Stato è quella di “lasciar fare” alle imprese e reprimere il malessere degli esclusi dal banchetto – non solo in Italia i “pacchetti sicurezza” sono gli unici provvedimenti concretamente presi – allora il personale politico, di vertice come locale, viene scelto sulla base di criteri di marketing. Come merci sugli scaffali del supermercato.
Si compra (votando) un prodotto, lo si prova e lo si butta via. Senza soluzioni di continuità, perché – appunto – “fusibili” costruiti per saltare al primo guasto.
La politica, in tutto l’Occidente, è ridotta a smargiassate pensate per incrementare l’impatto mediatico. Lo si fa per conquistare voti volatili, poi ci si comporta allo stesso modo nel decidere una guerra o le trattative per porvi fine (Trump). Si sposa una soluzione improvvisata per arrestare la deindustrializzazione europea e ci si butta nel riarmo, nella riconversione del civile in militare. Incrociando le dita...
Senza visione, senza progetti, senza strategie razionali. Slogan per gli elettori, input imprenditoriali esterni per selezionare le scelte operative, zero autonomia strategica, zero sforzo intellettivo. Zero appeal.
A questo punto basta un bruto qualsiasi che indichi nell’immigrato riconoscibile – il nero, l’olivastro, il giallo – la causa di tutti i problemi. Come un secolo fa si indicavano gli ebrei, certo. Ma oggi che sono stati “riammessi tra i bianchi”, bisogna cambiare capro espiatorio...
Perché di fronte al crollo delle prospettive, alla “scomparsa del futuro”, al blocco di un sistema di produzione basato sull’interesse individuale anziché su quello generale, bisognerebbe porsi le domande “epocali” che possono determinare risposte all’altezza. Ma che cancellerebbero la legittimità di molti di quegli interessi privatistici. Innanzitutto di quelli più potenti, macroscopici.
Molto più semplice trovare soluzioni facili. Bastano quattro cretini per picchiare un immigrato, scatenare un pogrom e gridare alla “remigrazione”. Non c’è da pensare, studiare, provare e riprovare.
Ma al “pensiero zero” corrisponde sempre uno scontro sociale ad alzo zero. Che porta al socialismo o alla barbarie. Senza vie di mezzo.
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18/06/2026
Vannacci, il prodotto politico del Capitale
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.
Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.
L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.
Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.
La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.
Come in ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.
Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie. Non lo sentiremo mai proporre una patrimoniale sulle grandi fortune, una tassazione degli extraprofitti energetici, un intervento contro la speculazione immobiliare che rende impossibile a milioni di persone accedere a una casa, oppure una redistribuzione della ricchezza accumulata da banche, fondi finanziari e multinazionali. Non lo vedremo denunciare il fatto che una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta viene trasferita verso l’alto, mentre salari e pensioni perdono potere d’acquisto.
Al contrario, il conflitto viene costantemente spostato altrove. Il problema non sono i rapporti di potere che producono diseguaglianza, ma i migranti. Non sono le delocalizzazioni, la precarizzazione del lavoro o la finanziarizzazione dell’economia, ma l’arrivo di chi fugge dalla guerra o dalla miseria. Non è la riduzione progressiva del welfare pubblico, ma la presenza dello straniero che usufruirebbe di risorse destinate agli italiani. È una vecchia operazione politica: nascondere le cause reali del disagio sociale costruendo un nemico più debole da colpire.
Negli ultimi trent’anni il lavoro è stato reso sempre più precario, i diritti sociali sono stati progressivamente ridimensionati, il welfare è stato sottoposto a continui tagli, mentre quote crescenti di ricchezza si sono concentrate nelle mani di una minoranza. Interi territori sono stati impoveriti dalla deindustrializzazione, milioni di persone vivono una condizione di insicurezza economica permanente e una generazione intera è cresciuta tra bassi salari, contratti precari e impossibilità di costruire un futuro stabile. Eppure tutto questo scompare dal discorso pubblico vannacciano. Al suo posto compare una narrazione identitaria che promette protezione non attraverso maggiori diritti sociali, salari più alti o redistribuzione della ricchezza, ma attraverso l’esclusione di qualcun altro. È il meccanismo classico della guerra tra poveri: trasformare chi condivide la stessa condizione di vulnerabilità in un concorrente o in un nemico.
Qui emerge tutta la debolezza teorica e politica delle letture rossobrune che oggi cercano di saldare il malcontento sociale alle parole d’ordine della destra nazionalista. Non è un caso che personaggi come Marco Rizzo, un tempo sedicenti custodi dell’ortodossia veterocomunista, siano arrivati a fare da sponda politica e culturale a Vannacci. Perché il cuore del loro ragionamento consiste nel presentare le migrazioni come la causa principale dell’abbassamento dei salari e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
Marx sosteneva esattamente il contrario. Nel Capitale scrive che «i movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva», cioè dalla massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce e utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Il punto centrale è che l’esercito industriale di riserva non è un concetto etnico, nazionale o culturale. Non riguarda la provenienza delle persone. Riguarda la loro collocazione nei rapporti di produzione. Di questo esercito fanno parte i migranti, certamente, ma anche i precari, i disoccupati, i lavoratori intermittenti, quelli in nero, gli stagionali, i giovani costretti a lavori sottopagati, le donne espulse dal mercato del lavoro, i lavoratori minacciati dalla delocalizzazione o dall’automazione. In altre parole, tutti coloro che il capitale può utilizzare per comprimere il costo del lavoro e aumentare il proprio potere contrattuale.
Per Marx non è la nazionalità del lavoratore a determinare il livello dei salari. È il rapporto di forza tra capitale e lavoro. È il grado di ricattabilità della forza lavoro. È la presenza o meno di organizzazione collettiva. È la capacità dei lavoratori di resistere alla competizione che il capitale impone tra loro.
Se davvero i salari dipendessero dalla presenza degli immigrati, dovremmo spiegare perché negli ultimi trent’anni essi siano diminuiti o siano rimasti stagnanti anche in Paesi e territori con bassi livelli di immigrazione. Dovremmo spiegare perché la precarizzazione sia avanzata parallelamente alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla distruzione della contrattazione collettiva e all’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Dovremmo spiegare perché i profitti siano cresciuti mentre la quota di reddito destinata al lavoro diminuiva.
La verità è che la propaganda di Vannacci e dei suoi imitatori compie una gigantesca operazione ideologica: attribuisce ai migranti effetti che derivano invece dal funzionamento ordinario del capitalismo contemporaneo.
In termini storici e politici esiste poi un secondo elemento che Marx conosceva bene e che l’esperienza del movimento operaio ha confermato infinite volte. I salari non dipendono soltanto dalle leggi del mercato. Dipendono anche dal livello di organizzazione e di conflitto dei subalterni. Quando i lavoratori si organizzano, scioperano, costruiscono solidarietà e rapporti di forza, salari e diritti tendono a crescere. Quando invece sono divisi, frammentati, messi in concorrenza gli uni contro gli altri, il capitale rafforza il proprio potere e le condizioni di tutti peggiorano.
È esattamente qui che interviene la funzione politica del razzismo. Il migrante non serve tanto a sostituire il lavoratore italiano, come raccontano Vannacci e i teorici della “sostituzione etnica”. Serve piuttosto a dividere il lavoro salariato. A impedire che chi vive la stessa condizione di sfruttamento si riconosca come parte di un interesse comune. Il razzismo diventa così una tecnologia di governo della forza lavoro. Trasforma il conflitto verticale tra sfruttati e sfruttatori in un conflitto orizzontale tra sfruttati. È la vittoria più grande che il capitale possa ottenere.
Per questo Vannacci non rappresenta una minaccia per i grandi gruppi economici. Al contrario. La sua propaganda svolge una funzione preziosa: impedisce che la rabbia sociale si rivolga verso chi concentra ricchezza, potere e rendita. La indirizza invece contro chi sta ancora più in basso nella scala sociale. È il vecchio meccanismo della guerra tra poveri travestito da patriottismo. Ed è precisamente per questa ragione che il suo discorso, dietro la maschera della ribellione, finisce per essere profondamente conservatore.
La remigrazione rappresenta probabilmente il punto più avanzato di questa strategia. Dietro un termine apparentemente tecnico si nasconde un progetto che punta all’espulsione di massa di persone considerate estranee all’identità nazionale. Una proposta che sarebbe stata considerata impresentabile fino a pochi anni fa e che oggi viene discussa nei salotti televisivi come una delle tante opzioni politiche disponibili.
Ma il punto decisivo è un altro. La remigrazione non nasce con Vannacci, il quale radicalizza qualcosa che esiste già. Le politiche di espulsione, i CPR, la detenzione amministrativa, gli accordi con la Libia, l’esternalizzazione delle frontiere, i rimpatri forzati, la criminalizzazione dei migranti e della solidarietà sono già realtà. La differenza è che Vannacci porta alle estreme conseguenze un paradigma che la destra di governo ha contribuito a normalizzare.
Per questo è profondamente sbagliato descriverlo come un corpo estraneo rispetto a Meloni o Salvini. Vannacci è figlio di quella storia politica, ne rappresenta la versione più esplicita, meno diplomatica, meno attenta ai filtri istituzionali. Dice apertamente ciò che altri suggeriscono, rende slogan ciò che altri trasformano in norme, trasforma in programma ciò che altri realizzano gradualmente.
La sua crescita, inoltre, si inserisce in un contesto internazionale molto preciso.
La crisi economica, le guerre, il riarmo, il declino industriale europeo, la perdita di credibilità delle istituzioni democratiche e la crescente insicurezza sociale producono terreno fertile per figure che promettono ordine, identità e protezione.
Non è un caso che Vannacci insista contemporaneamente su immigrazione, sicurezza, militarizzazione della società e difesa dell’identità nazionale. Sono i pilastri ideologici attraverso cui una parte delle classi dirigenti cerca di governare una fase di crisi profonda.
L’aspetto più pericoloso è che tutto questo avviene mentre il dibattito pubblico viene progressivamente svuotato delle questioni sociali fondamentali.
Vannacci svolge oggi una funzione politica precisa: contribuire a spostare il conflitto dal terreno della distribuzione della ricchezza a quello dell’identità. In una fase storica segnata da salari bassi, precarietà diffusa, impoverimento dei ceti popolari, smantellamento del welfare e crescente concentrazione del potere economico e finanziario, la sua propaganda invita a guardare altrove. Non verso chi accumula ricchezza e rendite, ma verso i migranti; non verso i processi che producono sfruttamento, ma verso le differenze culturali; non verso le diseguaglianze sociali, ma verso le paure identitarie.
È esattamente la funzione che storicamente hanno svolto i movimenti fascisti: impedire che il malcontento si trasformi in conflitto contro i rapporti di potere esistenti, deviandolo contro i più deboli. In questo senso Vannacci non rappresenta una rottura con l’ordine economico dominante, ma uno dei suoi più efficaci strumenti di conservazione.
Parla alla piccola borghesia impoverita, ai settori popolari colpiti dalla crisi, a chi percepisce di aver perso status e sicurezza. Intercetta paure reali, ma offre risposte false. Individua problemi esistenti, ma costruisce capri espiatori invece di affrontarne le cause.
Il suo linguaggio aggressivo, il suo razzismo ostentato, l’omofobia esibita, la retorica della sostituzione etnica e della remigrazione non rappresentano una rottura con il sistema. Rappresentano piuttosto un modo per stabilizzare il sistema esistente. Perché ogni minuto trascorso a discutere dei migranti è un minuto sottratto alla discussione sulla distribuzione della ricchezza. Ogni polemica identitaria oscura le questioni del lavoro, della casa, dei servizi pubblici, della povertà crescente. Ogni campagna contro lo straniero allontana l’attenzione da chi trae profitto dall’insicurezza sociale.
Per questo Vannacci è un pericolo reale. Non tanto per le sue capacità politiche, che appaiono modeste, quanto per la funzione che svolge dentro una fase storica segnata da crisi economica, guerre e disorientamento sociale.
La vera domanda, allora, non è se Vannacci crescerà ancora, ma se esisterà una forza sociale e politica capace di riportare il conflitto sul terreno reale: quello della distribuzione della ricchezza, dei diritti sociali, del lavoro, della casa, della salute, della pace e della democrazia.
Perché finché il dibattito pubblico continuerà a ruotare attorno ai migranti, alle identità e alle paure costruite ad arte, i grandi vincitori resteranno gli stessi: gruppi economici che accumulano ricchezza, le oligarchie finanziarie, le industrie della guerra, le élite che prosperano sulle diseguaglianze.
E i Vannacci di turno continueranno a svolgere la funzione per cui sono stati storicamente utili: trasformare la rabbia sociale in consenso per l’ordine esistente.
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11/06/2026
Rabbia e pogrom razzisti a Belfast. La destra britannica soffia sul fuoco
Ci sono stati 12 agenti di polizia feriti e 16 arresti nella seconda notte di disordini in Irlanda del Nord dopo l’attacco con coltello avvenuto a Belfast da parte di un immigrato. Il 44enne ha perso un occhio e ha riportato gravi ferite, mentre l’aggressore, un sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, è stato trattenuto in custodia cautelare.
La famiglia della vittima, Stephen Ogilvie, ha fatto appello alla calma in una dichiarazione che sottolineava il “contributo profondamente prezioso” che i migranti danno al paese. Allo stesso tempo, la sindaca di Belfast, Róis-Máire Donnelly, appartenente allo Sinn Féin, ha ricevuto minacce di morte dopo aver condannato pubblicamente le violenze contro le comunità migranti.
Mercoledì la Polizia dell’Irlanda del Nord ha impiegato gli idranti per sedare le proteste durante una seconda notte di rivolte anti-immigrazione a Belfast. I manifestanti sventolavano bandiere britanniche, un simbolo niente affatto digeribile per quella parte della comunità nordirlandese non certo filo-unionista.
Molti erano mascherati e hanno lanciato mattoni e petardi contro la polizia antisommossa alla rotonda Sandyknowes a Newtownabbey, alla periferia della città. I manifestanti anti-immigrazione ieri pomeriggio hanno organizzato una manifestazione a Dublino con una grande folla che si è riversata su Leinster House.
Mercoledì sera si sono verificati tumulti anche a Derry, dove la polizia ha segnalato che cassonetti, oggetti e auto erano stati incendiati sulla Ardmore Road, mentre altre proteste, come quella di Stormont, si sono svolte pacificamente. Secondo Junge Welt, quotidiano tedesco, fautori dei pogrom sarebbero stati gruppi paramilitari lealisti come l’UVF e l’UDA.
Il gruppo rap nordirlandese Kneecap ha dichiarato di “essere solidale” con le persone colpite da “violenza, intimidazione, minacce e sfollamento forzato” a Belfast e che le persone dietro le manifestazioni “non si preoccupano della loro comunità e sono motivate dal razzismo”. I raid a Newtonabbey infatti avevano cercato di colpire le abitazioni per immigrati che venivano segnalati sui social media. Anche la coalizione United Against Racism sta organizzando manifestazioni di risposta ai pogrom razzisti contro gli immigrati.
Fonti locali riferiscono che la folla aveva tentato di colpire un hotel che ospita immigrati, ma che questo era già stato chiuso dalla polizia. Il Chimney Corner Hotel era già stato oggetto di numerose proteste anti-immigrati nel corso di diversi mesi, dal 2025 all’inizio di quest’anno.
L’Irish Times riferisce che alcuni cittadini ugandesi, Sumayah Nakazibwe e Stella Ariokot sono rimasti barricati nella loro casa vicino a Crumlin Road, nel nord di Belfast, sentendo odore di fumo che penetrava nelle loro case e osservando le fiamme lambire i muri delle proprietà vicine.
“Tutto è iniziato come se la gente marciasse e basta, ragazzi tra i nove e i vent’anni”, ha detto Nakazibwe. “Indossavano tutti il nero e indossavano la maschera”.
Dalla finestra avevano visto la folla che bruciava le gomme di un autobus. “E poi raccolsero i bidoni fuori e iniziarono a bruciarli anche loro e abbiamo pensato, forse non degenererà”.
Poi i manifestanti si sono diretti nella loro strada, dove famiglie rumene e nigeriane vivono accanto a famiglie britanniche e irlandesi.
“Hanno iniziato a bruciare, a lanciare bombe molotov le auto”.
Nella notte di martedì sono stati segnalati scontri anche in Scozia tra polizia e manifestanti a Glasgow, dove due agenti di polizia e tre persone sono rimasti feriti. La polizia ha dichiarato che alcuni cittadini sono stati “attaccati a causa del colore della loro pelle”. La Moschea Centrale di Glasgow è stata costretta a chiudere i fedeli all’interno in risposta a una protesta che ha marciato lungo Buchanan Street e che si ritiene mirasse a raggiungere la moschea.
La Gran Bretagna è ancora alle prese con durissime polemiche sui fatti di Southampton – dove un inglese è stato ferito da un immigrato indiano ma poi è stato lasciato morire ammanettato dai poliziotti – che a ben guardare chiama in causa più l’atteggiamento della polizia che l’aggressione. Una dinamica che ha consentito però alla destra britannica di soffiare sul fuoco e farlo dilagare anche nell’Irlanda del Nord.
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07/06/2026
Francia - Abolito il “codice nero”, dopo 341 anni!
Della storia di un Paese che ha impiegato 341 anni per togliere dal proprio diritto un testo che dichiarava gli esseri umani “biens meubles” (beni mobili), come un tavolo, come un bue, come un campo di canna da zucchero. Un testo che stabiliva con la precisione burocratica di un contabile che lo schiavo fuggitivo alla prima fuga si vedeva tagliare le orecchie e marchiare a fuoco con il giglio di Francia sulla spalla, alla seconda, il tendine del ginocchio, alla terza, la morte.
Un testo redatto da Colbert la cui statua, con imperdonabile sfacciataggine, continua a vegliare davanti all’Assemblea Nazionale mentre i deputati si asciugavano le lacrime.
Trecentoquarantuno anni. Due guerre mondiali. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il processo di Norimberga. Decenni di filosofi, intellettuali, premi Nobel che hanno scritto fiumi di parole sull’universalismo, sulla dignità umana, sulla civiltà occidentale come faro del mondo. Paesi bombardati, invasi, distrutti in nome della democrazia e dei diritti umani.
E nel frattempo, nel ventre del diritto francese, dormiva tranquillo un codice schiavista che nessuno aveva mai formalmente abrogato.
Non per dimenticanza. Per indifferenza strutturale.
Le leggi di Norimberga furono smantellate, perseguite, insegnate, trasformate in paradigma assoluto dell’orrore giuridico. La Germania fu sconfitta militarmente e costretta a fare i conti con se stessa. Non per maturazione morale spontanea, per rapporti di forza.
Il Codice Nero invece non fu mai impugnato con quella stessa urgenza, quella stessa ferocia, quella stessa assolutezza. Perché le sue vittime erano africane. Perché l’Africa non ha eserciti di occupazione. Perché il dolore nero non pesava abbastanza sulla bilancia dell'“universalismo” europeo.
E c’è un altro articolo del Codice Nero che merita di essere letto ad alta voce oggi, nel 2026, in Francia. L’articolo 3: è vietato qualsiasi esercizio pubblico di una religione diversa da quella cattolica, apostolica e romana. Gli schiavi devono essere battezzati a forza nella fede cristiana. Chi non si conforma è punito come ribelle. Lo schiavo deve avere l’anima del padrone ma non ha anima giuridica.
Questo articolo è del 1685. Ma la Francia che nel 2026 si asciuga le lacrime in Parlamento è la stessa Francia che da decenni combatte una crociata permanente contro l’Islam, contro il velo delle donne, contro la “visibilità religiosa” nei luoghi pubblici. La stessa Francia che impone alla donna musulmana di scegliere tra la sua fede e la spiaggia, tra il suo corpo e la Repubblica. La stessa Francia che chiama tutto questo laicità.
Il Codice Nero imponeva il battesimo cattolico allo schiavo africano strappato alla sua terra, alla sua lingua, alla sua famiglia, alla sua fede.
La Repubblica francese vieta alla nipote di quello schiavo di coprirsi i capelli.
Il nome è cambiato. La logica è la stessa: il corpo nero e musulmano deve conformarsi, deve rendersi accettabile, deve farsi leggibile secondo i codici del padrone che oggi non si chiama più padrone, si chiama République une et indivisible.
Louis Sala-Molins – uno dei rarissimi filosofi francesi ad aver guardato in faccia questo testo – lo disse con un’amara lucidità nel 1987, quando pubblicò Le Code Noir ou le calvaire de Canaan, il primo studio filosofico serio su questo documento: “Abbiamo una filosofia che si occupa di universalismo, di sovranità, della grandezza del soggetto. Ma quando si tratta di schiavitù, non c’è nessuno”.
Nessuno. Per secoli.
Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Diderot – le stelle fisse del firmamento illuminista, i padri fondatori dei diritti universali – guardarono la tratta, guardarono le piantagioni, guardarono il Codice Nero e trovarono sempre una ragione per non chiederne l’abolizione immediata. La filosofia delle Lumières è nata con questo testo nel corpo come un parassita che nessuno voleva nominare.
L’universalismo europeo è universale per chi conta. Per gli altri, c’è sempre una clausola, un’eccezione, un “bisogna aspettare i tempi maturi”.
I tempi maturi sono arrivati nel 2026.
E allora la cerimonia di ieri è riuscita in qualcosa di straordinario: ha trasformato una vergogna plurisecolare in un momento di orgoglio repubblicano. Il Parlamento si è congratulato con se stesso per aver finalmente eliminato ciò che avrebbe dovuto non esistere mai o almeno scomparire nel 1848, o nel 1945, o nel 1948 con la Dichiarazione Universale, o nel 2001 con la Legge Taubira, o in uno qualsiasi degli innumerevoli “momenti storici” in cui la Francia ha proclamato di essere la patria dei diritti umani.
Invece no. Bisognava aspettare il 2026. E bisognava votarlo.
Votarlo. Come si vota una legge sul traffico stradale. Come si vota un provvedimento fiscale. Sessantuno articoli che codificavano la negazione assoluta dell’umanità di milioni di persone e per cancellarli dal diritto ci vuole una proposta di legge, una commissione, un dibattito parlamentare, il sostegno di Macron, e infine 254 voti favorevoli.
Nemmeno uno contrario. Grande unanimità. Grande Repubblica.
La statua di Colbert è ancora lì.
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02/05/2026
Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana
È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.
Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.
Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia.
Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.
Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.
È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.
Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.
Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.
Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza.
Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.
Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango.
La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.
A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.
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13/02/2026
Nella rete di Epstein c’erano decine di intellettuali e scienziati
Esaminando i file si evince che nessuno dei personaggi citati nelle conversazioni ha partecipato alle attività illegali del finanziere statunitense condannato per reati sessuali contro minori, ma appare ora evidente che tutti facevano parte di una cerchia di celebrità scientifiche che Epstein adulava e sponsorizzava per ripulire la sua immagine e fornire una legittimazione alle sue posizioni razziste, pedofile e misogine.
I personaggi più rilevanti della lista sono indubbiamente Noam Chomsky e Bill Gates, Nei documenti compare anche Lisa Randall, fisica teorica dell’Università di Harvard a Cambridge che in varie mail scherzava con Epstein sugli arresti domiciliari imposti al finanziere dopo il suo arresto nel 2008 per adescamento sessuale da parte di una minorenne.
Secondo la rivista Nature, i nuovi documenti – che includono anche Stephen Kosslyn, neuroscienziato di Stanford e Harvard, e Corina Tarnita, professoressa a Princeton – rivelano che i legami di Epstein con la comunità scientifica erano più profondi di quanto si pensasse in precedenza.
Dopo la sua condanna per reati sessuali nel 2008, Epstein mantenne contatti con eminenti scienziati, alcuni dei quali continuarono a frequentarlo e a ricevere finanziamenti dalle sue casse o semplicemente per godere della sua ospitalità e dei lussi che il finanziere metteva loro a disposizione.
In veste di filantropo, Epstein investì vari milioni di dollari in progetti di fisica teorica, biologia evolutiva e genetica presso istituzioni come Harvard, il MIT e l’Arizona State University. Finanziava anche ricerche e organizzava sontuose conferenze e feste di ricerca a cui parteciparono personaggi come i fisici Stephen Hawking e Kip Thorne.
I documenti appena pubblicati dimostrano che Jeffrey Epstein ha cercato il sostegno di una cerchia ancora più ampia di scienziati per convalidare idee e progetti controversi legati a razza, cognizione e genere, in cui i precetti suprematisti venivano trascesi, come la possibilità di migliorare il genoma umano e trasmettere determinati tratti per creare esseri umani superiori.
Attraverso agenti letterari come John Brockman e i contatti editoriali della sua compagna e stretta collaboratrice Ghislaine Maxwell, Epstein creò anche un club di incontri scientifici per soli uomini.
In questo “club maschile”, lo scambio privato di idee razziste e sessiste era frequente. Uno dei casi più eclatanti emersi è una serie di email del 2016 tra Epstein e lo scienziato cognitivo tedesco Joscha Bach, allora professore al MIT, in cui affermavano cose come “I bambini neri negli Stati Uniti potrebbero avere uno sviluppo cognitivo più lento” e discutevano di modifiche genetiche per “rendere le persone nere più intelligenti”. Lo stesso scambio affrontava anche la mancanza di capacità delle donne in “aree altamente astratte”.
L’ultima serie di documenti include anche uno scambio di messaggi del 2016 con il medico Peter Attia, in cui scherzano su una donna adulta che chiamano “merce”.
Epstein voleva anche investire nella ricerca per modificare geneticamente gli embrioni ed aveva pianificato di “seminare” il suo DNA fecondando 20 donne contemporaneamente, cosa di cui aveva discusso con diversi scienziati di alto livello.
Oltre a quelli che compaiono nell’elenco dei 30 scienziati del nuovo gruppo, i fascicoli di Epstein includono altri nomi di spicco nella cerchia di influenza che cercava di coltivare attorno a sé, che a volte assomigliava a una rete di supporto reciproco. È il caso di Lawrence Krauss, all’epoca fisico teorico presso l’Arizona State University, che ricevette sostegno finanziario da Epstein e gli chiese persino consiglio su come difendersi dalle accuse di molestie sessuali che alla fine portarono alla sua espulsione dall’università.
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27/01/2026
27 gennaio, giornata della memoria. Quella vera...
1) Il Giorno della Memoria dell’Olocausto di almeno sei milioni di ebrei, uccisi dai nazisti, si celebra il 27 gennaio perché il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberò il campo di sterminio di Auschwitz. L’URSS pagò con 27 milioni di uccisi il suo contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo.
2) Lo sterminio degli ebrei fu compiuto dai nazisti tedeschi e dai nazifascisti europei, da tutti gli stati alleati e complici della Germania di Hitler o occupati da essa.
3) Lo sterminio degli ebrei fu deciso e organizzato scientificamente e metodicamente dai nazisti tedeschi guidati da Hitler, con l’azione criminale di tutti coloro che poi dichiararono: io obbedivo agli ordini. Il genocidio degli ebrei fu voluto da un sistema e non fu un suo eccesso, ma una scelta consapevole e programmata.
4) Il nazismo tedesco è stata la forma estrema del fascismo, cioè del partito reazionario di destra che con la violenza prese il potere in Italia via Mussolini, di cui Hitler fu ammiratore e seguace. Il fascismo è prima di tutto antidemocratico, anticomunista e nemico di ogni eguaglianza. Conseguentemente il fascismo è razzista.
5) L’antisemitismo, cioè l’odio razzista verso le popolazioni semitiche come gli ebrei è sempre stato bianco, occidentale ed europeo. Era nato nell’Europa del fanatismo cristiano e poi è stato ripreso dalle ideologie razziste di fine Ottocento. Il nazionalismo europeo e il fascismo hanno fatto proprio l’antisemitismo e sono diventati nazismo.
6) Nel 1938 il fascismo e la monarchia in Italia vararono le leggi razziali contro gli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti tedeschi occuparono gran parte dell’Italia, i fascisti italiani collaborarono attivamente allo sterminio degli ebrei.
7) A Trieste alla Risiera di San Sabba i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani realizzarono un campo di sterminio di ebrei, antifascisti e partigiani.
8) “Consegnate gli ebrei e i comunisti!” urlavano le SS naziste quando rastrellavano la popolazione di un territorio occupato.
9) «Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»
Martin Niemöller, pastore protestante tedesco
10) “Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo”. Thomas Mann, 1945
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03/12/2025
12 ottobre 1492, le radici dell’Occidente: pulizia etnica, segregazione, genocidio
Negli ultimi due anni, grazie alla mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese, hanno ripreso a circolare nello spazio pubblico terminologie (colonialismo di insediamento, genocidio, apartheid, capitalismo razziale) e tesi (le radici coloniali della modernità capitalistica, la tendenza genocida dello Stato-Nazione, la decolonizzazione delle pratiche e dei saperi, ecc.) che sembravano sopite o, al massimo, chiuse negli armadietti ammuffiti dell’accademia e del suo “anticolonialismo da tavolino”.
Oggi più che mai è fondamentale invece dare una dimensione pratica e attiva alla possibilità di imporre una narrazione che aggredisca le radici coloniali e razziali sulle quali si basa la nostra architettura sociale, in primis il suo mercato del lavoro.
In sintesi, si tratta di dare una dimensione pratica e politica alla consapevolezza di quello che Anibal Quijano avrebbe chiamato “la colonialità del potere capitalistico globale”.
Abbiamo deciso di dare inizio a un percorso di confronto e attivazione che rifletta sulle radici coloniali e genocide dell’Occidente, l’intreccio costitutivo tra capitalismo, colonialismo e razzismo. Un intreccio che interroga non solo le nostre coscienze, ma anche e costantemente le nostre categorie a partire dal rapporto tra razza e classe.
Ripercorrere l’uso delle azioni e delle narrazioni coloniali significa comprendere la loro capacità di riflettere dei rapporti materiali e, allo stesso tempo, come detto dal critico letterario indiano Homi Bhabha, di “costituire un apparato discorsivo in grado di produrre uno spazio materiale adatto alle popolazioni soggette”.
Significa essere in grado di interrogare non solo le somiglianze con la regolamentazione tra le classi in Europa o con le modalità di costruzione dell’immaginario sul nostro “mezzogiorno” funzionale allo sviluppo del nord produttivo, ma soprattutto con l’uso del confine come dispositivo di differenziazione gerarchizzata della manodopera straniera messa in luce da una ormai enorme massa di studi che trovano la loro anticipazione nella famosa espressione di Sartre “colonizzazione a domicilio”.
Sia chiaro che tutto questo non è pensato né come un white-washing, né come la versione intellettual-radicale del cristiano procedere per l’espiazione di un senso di colpa: porci come coscienza anticoloniale significa mettersi in dialettica con pratiche e discorsi provenienti da diverse tradizioni rivoluzionarie per costruire nuovi spazi del conflitto di classe.
In un dibattito di questa estate, un compagno del Movimento per il diritto all’abitare auspicava la costruzione di un nuovo Lenin, di un Lenin che avesse letto Fanon, facendo un esplicito riferimento alla necessità posta dallo psichiatra martinicano di ampliare le stesse analisi marxiste nella situazione coloniale dove la razza è struttura e non sovrastruttura. È questo tipo di Lenin collettivo che bisogna articolare, non mettersi a piangere sul nostro privilegiato ombelico.
Il punto di partenza che ci siamo dati è il simbolico 1492, la conquista delle Americhe e l’inizio del colonialismo da predazione come volano dell’accumulazione capitalistica europea: nel sud l’oro e il circuito europeo; l’aristocrazia parassitaria spagnola, i corsari inglesi, la tratta degli schiavi e lo sfruttamento della manodopera. Al nord invece la battaglia per le pelli pregiate e l’occupazione delle terre nelle tre modalità del New England, della Virginia e della Carolina, fino alla rottura con la corona inglese e l’espansione verso l’ovest: una battaglia di indipendenza che divenne una nuova forma di colonialismo.
Dalla diffusione del vaiolo, il genocidio si intensificò agli inizi dell’Ottocento: Andrew Jackson passa alla storia come grande uccisore di nativi, costretti nel 1812 a cedere il 66% delle loro terre. Pochi anni dopo, il ministro della guerra di Monroe ordina la deportazione oltre il Mississippi, e, nel 1830, l’Indian Removal Act li rinchiudeva in un pezzo di terra che oggi è parte dell’Oklahoma, dove furono costretti a stanziarsi anche i famosi Cherokee quando si diffuse la notizia della presenza di oro nei loro territori della Carolina e della Georgia.
È in questo punto specifico dello spazio e del tempo che bisogna guardare per comprendere lo stretto legame tra subumanizzazione o deumanizzazione dell’altro, gerarchizzazione razziale della manodopera e governo della sua eccedenza, e sfruttamento delle risorse. Sono questi i pilastri delle tre fasi dell’espansione coloniale interna americana: la pulizia etnica e la deportazione dall’est; il genocidio sul Pacifico; la segregazione nelle aree centrali.
Quando Cristoforo Colombo mise piede nel continente, ai Caraibi vivevano un milione di indigeni, ridotti a circa mille appena trent’anni dopo: la storia ci racconta di mani e piedi tagliati, donne violentate e un numero di morti che si stima complessivamente intorno ai 50-60 milioni.
Nel nord, dove francesi e inglesi si contendevano il dominio, la popolazione nativa si ridusse a 400mila nel 1900, dei 600mila del 1800 e dei circa 10-12 milioni di qualche secolo prima: le pessime condizioni di vita ridussero le nascite, l’espansione degli europei favorì la diffusione di malattie mortali per gli indios: il vaiolo, il tifo esantematico.
Da ultimo, la violenza culturicida europea con la sua opera di “evangelizzazione dei selvaggi”, proibiva un intero mondo simbolico fatto di saperi terapeutici, divinità locali, rituali, forme di socialità (spesso scevre dalla presenza del denaro e di poteri centralizzati): molte persone, per non sottomettersi, preferirono il suicidio.
Le missioni evangelizzatrici – e secoli dopo la medicina e la psichiatra – favorirono quella razionalizzazione dei corpi allo scopo dello sfruttamento, riflesso della patriarcale opera di normalizzazione dei corpi femminili che l’inquisizione produsse al centro del continente europeo.
Fu la colonia a essere laboratorio per le pratiche genocidiarie: “campo di concentramento” è una espressione usata dagli spagnoli a Cuba nel 1896, poi dagli inglesi nella guerra contro i Boeri in Sudafrica, dai franchisti in Spagna e solo successivamente adottata dal nazismo. Aimè Cesaire (professore di Fanon a liceo) ebbe a dire che quest’ultimo altro non era che il ritorno a casa di tollerati “metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa”.
La vera invenzione coloniale tuttavia sta nella trasformazione di qualche differenza in “razza” e della ideologizzazione della propria violenza nella forma della “missione civilizzatrice”. Miguel Mellino, uno dei maggiori studiosi di questioni coloniali e postcoloniali, afferma che la genealogia più plausibile del concetto di razza (e la comparsa del termine nelle lingue europee) lo vede emergere alla metà XVI secolo, cioè esattamente all’alba del modo di produzione capitalistico nella sua espansione globale e dopo la conquista delle Americhe.
Sono i nativi americani dunque a essere qualificati come “razza” per la prima volta. Poi fu usato per la conquista inglese dell’Irlanda, a farci subito comprendere che il razzismo è sempre stato sganciato dal biologicismo, se non come sua invenzione o, più elegantemente costruzione sociale.
Un’idea che ha più di qualche punto di connessione con la omogeneità etnica come ossessione costitutiva dell’altro fondamentale dispositivo di produzione di territori e popolazioni moderno, che è lo Stato-nazione, un lascito dalle conseguenze tragiche fuori dall’Europa.
Ogni momento coloniale ha avuto la sua grande narrazione che ha costruito “il selvaggio” da sconfiggere: da un errore di traduzione, e la diffusione di narrazioni esagerate, si diffuse l’idea del cannibalismo sudamericano come produzione simbolica di una “umanità disumana” che clero e impero dichiararono poter essere trattata con la forza delle armi (nello stesso periodo, i protomedici europei consigliavano il consumo di pezzi umani come rimedio contro diverse patologie).
Un famoso testo di William Arens, del 1974, dimostra che la narrazione del cannibalismo era “indipendente dalle prove”: nella sua esplorazione dei documenti, l’autore non era riuscito a trovare un resoconto soddisfacente di prima mano. Ciò non impedì di diffondere un tema narrativo che giustificava il dominio, l’oppressione sistematica e l’uccisione di massa degli indigeni.
Ugualmente, gli spagnoli diffusero una narrazione di “sacrifici umani” ad opera di alcuni gruppi della attuale America centrale e meridionale: a prescindere dalla loro esistenza nel passato, le cronache mostrano che nessuno spagnolo ne vide una. Ma ciò non evitò uno sterminio con dimensioni massive, nella paradossale volontà di evitare i presunti sacrifici umani.
E arriviamo così ai nostri giorni, ridando centralità alle parole dell’intellettuale palestinese Edward Said, per cui valeva un rapido sillogismo senza fronzoli: non vi è cultura moderna senza l’imperialismo, non vi è imperialismo senza la cultura moderna.
La modernità, dunque, non sarebbe “macchiata” da eccezioni di violenza da condannare, ma apparirebbe costitutivamente basata sulla violenza coloniale in grado di articolare diversi modi di oppressione e sfruttamento.
Da questo punto di vista, le affermazioni di Marx riferite alle violenze coloniali su una pubblica opinione europea che aveva perso ogni coscienza morale e pudore quando “le nazioni cominciarono a vantarsi cinicamente di ogni infamia che fosse un mezzo per accumulare capitale”, vanno lette in dialettica con una produzione culturale che mette sé stessi all’apice di una immaginaria catena evolutiva e assurge il soggetto europeo a unico possibile e universale.
In questo senso, le denunce sui profitti della Leonardo o degli interessi dell’ENI nel gas palestinese non possono essere disgiunte dalla costruzione del selvaggio, reo di farsi rappresentare dai “barbari di Hamas”, incastrati in una narrazione artificiale del 7 ottobre 2023 fatta di bambini decapitati e donne stuprate apparsa sui principali giornali e mai dimostrata (al pari del cannibalismo e dei sacrifici umani dei Maya).
Quegli stessi giornali che, anche a distanza di due anni, e alle prese con una narrazione non più sostenibile, non riescono ad uscire da quello schema per cui i palestinesi hanno diritto ad esistere ma a patto che siano “pacifici” (meglio se “pure vittime”), che non si facciano rappresentare da Hamas, e che si volgano allo sfruttamento delle loro terre e delle loro risorse accettando in cambio, al massimo, la mano sinistra dell’impero con i suoi dispositivi umanitari.
Per questo motivo l’apartheid e il colonialismo israeliano appaiono come una sorta di opera riassuntiva di tutto questo che si inserisce nell’apparato neoliberista. Per quest’ultimo va inteso quel movimento storico che risponde alla crisi sistemica del capitale con la produzione di nuove forme di sfruttamento ed estrazione di valore, con l’utilizzo dello Stato come macchina principale per l’accumulazione privata e per la restaurazione di un potere di classe e per l’imposizione di gerarchizzazione sociali e logiche aziendalistiche in ogni settore della società, nonché per l’affermazione di autoritarismi e securitarismi in parte iscritti nella storia del capitale, in parte parzialmente inediti.
È per questo che la struttura dell’apartheid coloniale israeliano è riprodotto, o riproducibile, a livello globale. Per contrastare questo fenomeno, ne vanno comprese le diverse radici materiali, ideologiche e psico-culturali.
La prima occasione sarà per giovedì 4 dicembre, ore 18:30 al Circolo GAP di Roma.
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08/10/2025
“Una battaglia dopo l’altra”: il neocolonialismo come distopia
Se nelle prime sequenze vediamo “Ghetto Pat” (Leonardo DiCaprio), uno degli esponenti del gruppo, intento a muoversi rapidamente durante azioni violente e concitate, nella seconda parte del film, che si ambienta quindici anni dopo sempre in questa sorta di universo parallelo assai vicino alla realtà, il personaggio, nascosto sotto il falso nome di Bob Ferguson assieme alla figlia Charlene, che diventa Willa Ferguson (Chase Infiniti), ormai dedito alla droga e all’alcool, finisce per assomigliare all’ozioso Grande Lebovski del film dei fratelli Coen, perennemente in pantofole stravaccato sul divano. In questa società intrisa di neocolonialismo e di complottismo destrorso, gli immigrati e gli individui di colore sono diventati ormai i ‘paria’ della società, rinchiusi in gabbie nei centri di detenzione o marginalizzati in città e quartieri-ghetto. È quella società che la stessa Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor), militante del “French 75” e compagna di Pat, nera, combatteva con tanta veemenza e coraggio. Gli immigrati e i ‘non bianchi’ sono i nuovi fantasmi della società, destinati a sparire, condannati a non esistere, disintegrati dall’opinione pubblica. Possono solo protestare contro i soprusi dello stato, come avviene a Baktan Cross, in manifestazioni infiltrate con frange violente da esercito e polizia per giustificare l’altrettanto violenta repressione.
Nel film, la violenza neocolonialista è bene rappresentata dal capitano Lockjaw, poi divenuto colonnello, interpretato da uno strepitoso Sean Penn. Per poter entrare nella società segreta suprematista bianca “I Pionieri del Natale”, il capitano, in prima linea nella repressione del gruppo eversivo “French 75”, deve dimostrare di non aver avuto rapporti con donne di colore. Certo, nell’ufficio elegante della società segreta, che sia nascosto nei sotterranei della villa di uno dei suoi ricchissimi esponenti, con sullo sfondo il rassicurante dipinto di una idilliaca campagna, oppure al piano alto di un imponente edificio, separato dall’esterno da una sottile membrana di vetro, non c’è posto per chi si contamina con dei ‘diversi’. Viene da pensare, in fondo, all’America trumpiana, il cui presidente si è fatto promotore della costruzione di una barriera metallica tra Stati Uniti e Messico. E viene da pensare, anche, alle immagini di qualche giorno fa che mostrano la reunion fra Trump e Netanyahu intenti a esporre il loro piano di “pace” – in cui i palestinesi, non bianchi, spariscono come fantasmi – al mondo intero, in un’ovattata sala della Casa Bianca, un interno forse non troppo diverso da quegli uffici sfarzosi della società dei “Pionieri del Natale”.
Una battaglia dopo l’altra ci mostra però anche un altro tipo di spazio interno, quello marginale ed emarginato di chi resiste in semiclandestinità, come la casa di Pat e di sua figlia, una specie di baracca prefabbricata nascosta in un bosco, caratterizzata da interni poveri e semplici; oppure, la casa di Sensei Sergio St. Carlos (Benicio del Toro), un maestro di karate protettore degli immigrati clandestini. La dimora di quest’ultimo è connotata da spazi ampi e popolari, abitati dalla sua numerosa famiglia, le cui finestre si aprono sulle vie della rivolta dove si cerca di combattere le violenze del neocolonialismo bianco. Egli stesso, prima di aiutare Pat a fuggire, sta guardando su un vecchio televisore La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo, film emblematico sul processo di decolonizzazione algerino. Gli interni popolari sono quelli degli umili e dei diversi che continuano a resistere, come i personaggi del film di Pontecorvo e come la strampalata compagnia delle “Sorelle del prode castoro”, il gruppo di suore combattenti dove si rifugia la giovane Charlene.
L’odio nei confronti del diverso sembra comunque biologicamente connaturato a un tipo di società come quella americana, perfino dopo le devastazioni, altrettanto distopiche, portate da una guerra civile, come vediamo in Civil War (2024) di Alex Garland, in cui un gruppo di violenti suprematisti non esita a uccidere a colpi di fucile dei giornalisti di origine asiatica. Un odio e un neocolonialismo che, come detto all’inizio, si espandono a macchia d’olio e corrono lungo le strade: non a caso, nel film prevale un continuo movimento di travelling della macchina da presa, intento a seguire i personaggi nelle loro rocambolesche fughe e le auto sparate a tutta velocità sulle strade che salgono e scendono, come in un delirio dal sapore onirico, vicino al confine messicano. Il movimento ossessivo e rapido in discesa e in salita rappresenta il graduale e inesorabile diffondersi di questo odio neocolonialista e razzista: sale e scende, si diffonde, viaggia, anche lontano, fino a varcare l’oceano e a trovarsi a casa sua in una nazione in cui il (la?) presidente del consiglio accusa di voler fare “un weekend lungo” i lavoratori che scioperano contro il genocidio di un popolo (perché per i “nazisti dell’Illinois” de noantri “gli scioperi non servono a niente”), un popolo naturalmente non bianco e non occidentale.
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