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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2026

Nella rete di Epstein c’erano decine di intellettuali e scienziati

Tra gli oltre tre milioni di file collegati a Jeffrey Epstein, pubblicati a fine gennaio dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti seppur con delle parti ancora secretate (a fronte di altri 3 milioni ancora del tutto indisponibili al pubblico), c’è anche un elenco di 30 tra scienziati e intellettuali di alto livello di fama internazionale.

Esaminando i file si evince che nessuno dei personaggi citati nelle conversazioni ha partecipato alle attività illegali del finanziere statunitense condannato per reati sessuali contro minori, ma appare ora evidente che tutti facevano parte di una cerchia di celebrità scientifiche che Epstein adulava e sponsorizzava per ripulire la sua immagine e fornire una legittimazione alle sue posizioni razziste, pedofile e misogine.

I personaggi più rilevanti della lista sono indubbiamente Noam Chomsky e Bill Gates, Nei documenti compare anche Lisa Randall, fisica teorica dell’Università di Harvard a Cambridge che in varie mail scherzava con Epstein sugli arresti domiciliari imposti al finanziere dopo il suo arresto nel 2008 per adescamento sessuale da parte di una minorenne.

Secondo la rivista Nature, i nuovi documenti – che includono anche Stephen Kosslyn, neuroscienziato di Stanford e Harvard, e Corina Tarnita, professoressa a Princeton – rivelano che i legami di Epstein con la comunità scientifica erano più profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Dopo la sua condanna per reati sessuali nel 2008, Epstein mantenne contatti con eminenti scienziati, alcuni dei quali continuarono a frequentarlo e a ricevere finanziamenti dalle sue casse o semplicemente per godere della sua ospitalità e dei lussi che il finanziere metteva loro a disposizione.

In veste di filantropo, Epstein investì vari milioni di dollari in progetti di fisica teorica, biologia evolutiva e genetica presso istituzioni come Harvard, il MIT e l’Arizona State University. Finanziava anche ricerche e organizzava sontuose conferenze e feste di ricerca a cui parteciparono personaggi come i fisici Stephen Hawking e Kip Thorne.

I documenti appena pubblicati dimostrano che Jeffrey Epstein ha cercato il sostegno di una cerchia ancora più ampia di scienziati per convalidare idee e progetti controversi legati a razza, cognizione e genere, in cui i precetti suprematisti venivano trascesi, come la possibilità di migliorare il genoma umano e trasmettere determinati tratti per creare esseri umani superiori.

Attraverso agenti letterari come John Brockman e i contatti editoriali della sua compagna e stretta collaboratrice Ghislaine Maxwell, Epstein creò anche un club di incontri scientifici per soli uomini.

In questo “club maschile”, lo scambio privato di idee razziste e sessiste era frequente. Uno dei casi più eclatanti emersi è una serie di email del 2016 tra Epstein e lo scienziato cognitivo tedesco Joscha Bach, allora professore al MIT, in cui affermavano cose come “I bambini neri negli Stati Uniti potrebbero avere uno sviluppo cognitivo più lento” e discutevano di modifiche genetiche per “rendere le persone nere più intelligenti”. Lo stesso scambio affrontava anche la mancanza di capacità delle donne in “aree altamente astratte”.

L’ultima serie di documenti include anche uno scambio di messaggi del 2016 con il medico Peter Attia, in cui scherzano su una donna adulta che chiamano “merce”.

Epstein voleva anche investire nella ricerca per modificare geneticamente gli embrioni ed aveva pianificato di “seminare” il suo DNA fecondando 20 donne contemporaneamente, cosa di cui aveva discusso con diversi scienziati di alto livello.

Oltre a quelli che compaiono nell’elenco dei 30 scienziati del nuovo gruppo, i fascicoli di Epstein includono altri nomi di spicco nella cerchia di influenza che cercava di coltivare attorno a sé, che a volte assomigliava a una rete di supporto reciproco. È il caso di Lawrence Krauss, all’epoca fisico teorico presso l’Arizona State University, che ricevette sostegno finanziario da Epstein e gli chiese persino consiglio su come difendersi dalle accuse di molestie sessuali che alla fine portarono alla sua espulsione dall’università.

Fonte

10/02/2026

Sulle email tra Jeffrey Epstein e Noam Chomsky

di Vijay Prashad

Ho il cuore spezzato. Da bambino ho subito una violenza sessuale orribile, di cui ho già scritto e che continua a segnarmi anche decenni dopo. Significa che non posso tollerare chiunque sfrutti i bambini piccoli in modo non solo morale ma fisico: sono profondamente disgustato da chiunque faccia del male ai bambini e rabbrividisco quando sento qualcuno che disciplina un bambino.

Due dei miei figli sono adulti, e due sono ancora bambini, e con ciascuno di loro ho sentito e provato profondo riguardo alle loro fragilità e al loro futuro. Per me, non ci sono seconde possibilità per chi viola un bambino.

Ho letto del caso Jeffrey Epstein perché mi fa molto male leggere della violenza pericolosa inflitta a bambini e giovani.

Ma ovviamente era impossibile ignorare le email tra il mio amico e collaboratore Noam Chomsky ed Epstein.

Ho letto quello che potevo, e ho visto ciò che dovevo vedere. Noam è stato un grande mentore per me, e abbiamo realizzato insieme due libri (l’ultimo, il suo ultimo). Entrambi i libri furono scritti intorno al periodo in cui corrispondeva con Epstein.

Ma nulla nelle nostre molte discussioni ha sollevato i temi di quella corrispondenza o il fatto che stesse incontrando Epstein. Noam ed io abbiamo parlato dell’imperialismo statunitense e dei suoi crimini, e poi di Cuba. L’unica altra cosa personale di cui parlavamo, oltre a queste questioni politiche, era il nostro amore per i cani e la lingua araba.

Poiché Noam non può parlare né scrivere e spiegare il suo rapporto con Epstein, la questione è delicata. Non c’è nulla da dire a suo favore.

Quando sono apparse le foto e le email, sono stato subito disgustato dalla pedofilia di Epstein, e quindi dall’amicizia di Noam con lui. A mio avviso, non c’è alcuna difesa per questo, né un contesto che possa spiegare questo scandalo.

Ho chiesto a Jeffery St. Clair, il direttore di CounterPunch, cosa avrebbe pensato il nostro amico comune Alexander Cockburn di queste rivelazioni. “Alex sarebbe stato turbato, credo”, scrisse Jeffrey, “per il fatto che Noam avesse un rapporto così stretto con un ultra-sionista e probabile agente israeliano... Un giudizio davvero sbagliato da parte di qualcuno che di solito prende decisioni così ponderate e profondamente ragionate”.

Epstein era un uomo dell’estrema destra e un sionista – un accumulatore di uomini di potere e influenza che vogliono trasformare il mondo nel loro paradiso e nel nostro inferno.

Ha presentato Noam a Ehud Barak, un uomo che aveva affrontato accuse di corruzione nei primi anni 2000 e che aveva commesso crimini di guerra durante il suo mandato come Primo Ministro israeliano.

Nel 2009, Barak condusse una terribile guerra contro i palestinesi a Gaza, uccidendo a sangue freddo circa 1500 palestinesi.

Il comitato d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduto da Richard Goldstone, ha rilevato nel suo rapporto che il governo israeliano – guidato da Barak – aveva commesso crimini di guerra. Quando Barak visitò il Regno Unito quell’anno, gli avvocati portarono un caso alla città di Westminster per chiedere un mandato ai sensi del Criminal Justice Act del 1988, che prevede la giurisdizione universale nei casi di crimini di guerra. Non si è concretizzato alcun mandato di questo tipo.

Perché Noam avrebbe dovuto incontrare un criminale di guerra nel 2015, sei anni dopo questi eventi? Quando ho chiesto a Noam nel 2021, per il nostro primo libro The Withdrawal, se sarebbe andato a incontrare Henry Kissinger, ha riso e ha detto di no. Eppure, prima – a mia insaputa – aveva incontrato un criminale di guerra.

Perché frequentare così liberamente una persona di tale indole? Perché dare conforto e consigli a un pedofilo per i suoi crimini?

Dal mio punto di vista, sono inorridito e scioccato.

Fonte

29/03/2024

L’IA produrrà milioni di disoccupati, a meno che...

L’analisi sulla natura e gli effetti dell’intelligenza artificale è ancora agli inizi, anche se le prime applicazioni concrete di questa evoluzione dei sistemi informatici risale ormai ad alcuni decenni fa, subito dopo – in pratica – l’inserimento dei computer nel processo di produzione.

Fin quando l’automazione – l’applicazione di una IA molto limitata al “controllo delle macchine” – ha avuto come effetti pratici la parcellizzazione del lavoro manuale, “espropriando” competenze storiche dell’”operaio professionale”, ben pochi hanno sollevato il dubbio che questo processo storico, chiamato anche “terza rivoluzione industriale”, potesse avere effetti sociali profondamente negativi.

A quei pochi veniva opposto il tormentone propagandistico “finora l’innovazione tecnologica ha sempre prodotto una riduzione di alcuni lavori, ma la moltiplicazione di lavori del tutto nuovi, prima inimmaginabili; dunque il saldo non potrà che essere positivo anche stavolta”.

Si potrebbe obiettare che se si è passati mille volte al semaforo con il rosso, non è affatto detto che andrà bene ance la prossima volta. Ma ci sono argomenti anche più seri, nella realtà presente...

Se guardiamo con occhio disincantato il panorama industriale di oggi possiamo constatare che quella “sostituzione” di lavori vecchi con “lavori nuovi” è stata quanto meno “zoppa”.

Da un lato “alto”, certamente, sono emerse nuove figure professionali chiamate per pigrizia “cognitive” – programmatori, tecnici, sistemisti, l’infinita varietà di specialisti software e hardware – ma nell’insieme il totale degli occupati in questi ambiti è rimasto assai inferiore a quello un tempo impiegato nella “fabbrica fordista”.

Dal lato inferiore, invece, sono cresciute esponenzialmente una lunga serie di mansioni neo-servili a ridosso di iniziative imprenditoriali minime (ristorazione, alberghiero, cura della persona e degli animali domestici, servizi turistici in genere, ecc.) o dell’“economia delle piattaforme” (consegne a domicilio, e-commerce, ecc.). Ambiti con un solo tratto comune: zero qualificazione del lavoro e salari da fame.

Da qualche anno, però, l’IA si sta candidando a sostituire “naturalmente” anche la massa di lavori “cognitivi” un tempo appannaggio esclusivo del “lavoro di concetto”. E non solo impiegati pubblici – indicati come sempre al pubblico dileggio – ma anche e soprattutto nel mondo delle professioni.

Già venti anni fa i tabloid statunitensi cominciarono a utilizzare una IA molto rudimentale per compilare buona parte delle pagine dei quotidiani dedicate allo sport (risultati, classifiche, cronache ridotte all’osso, ecc.). E oggi non c’è chi non veda come sia tranquillamente sostituibile una massa notevole dei “giornalisti” mainstream da tempo ridotti a “stenografi” obbedienti (all’editore, alla classe dirigente, a chi paga e decide della tua carriera).

In fondo l’IA – come ha provato a spiegare Noam Chomsky – è l’equivalente esatto dell’automazione in campo manifatturiero: una macchina che utilizza quel che c’è.

“La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, una macchina statistica e avida di centinaia di terabyte di dati per ottenere la risposta più plausibile a una conversazione o la più probabile a una domanda scientifica”.

Al contrario... “la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con una quantità limitata di informazioni. Non cerca di danneggiare le correlazioni dai dati, ma cerca di creare spiegazioni.

Smettiamola di chiamarla allora “Intelligenza Artificiale” e chiamiamola per quello che è e fa: un “software di plagio” perché “non crea nulla, ma copia opere esistenti, di artisti esistenti, modificandole abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright.

Questo è il più grande furto di proprietà intellettuale mai registrato da quando i coloni europei sono arrivati nelle terre dei nativi americani.”


Si può dire anche in termini marxiani: è la sussunzione reale del lavoro mentale al capitale, così come c’è già stata la sussunzione del lavoro manuale.

Una quarta rivoluzione industriale che fa a fette sottilissime il ceto medio.

Epistemologicamente è però quasi un suicidio dell’umanità. Perché le funzioni creative vengono ristrette e consegnate ai vertici dell’organizzazione sociale esistente, ma anche esse – per rispondere alle esigenze dell’accumulazione capitalistica e alla sua logica del profitto massimo nel tempo più breve – vengono drasticamente ridotte nella loro variabilità.

Il pensiero unico sembrava la la vittoria definitiva del capitalismo anche a livello ideologico, ma sta morendo senza neanche capire perché. Basta osservare con disincanto le classi dirigenti dell’Occidente neoliberista per verificarne l’assoluta inconsistenza: parlano tutti lo stesso linguaggio, obbediscono tutti alle stesse regole, ma non risolvono nessun problema, se non cercando di ricorrere alla forza (e pure lì...).

Non serve un etologo o un ambientalista critico per capire che se si riduce la biodiversità – anche al livello del pensiero – si perde tutto. Così come una coltura omogenea di enormi dimensioni può essere spazzata via da un parassita imprevisto, così un modo di ragionare senza alternative (do you remember Thatcher?) può collassare davanti a problemi irrisolvibili con i suoi strumenti (deve tener ferma la priorità e legittimità del profitto privato, null’altro).

L’IA, come giustamente dice Chomsky, non crea nulla. Fa riassunti, adatta formulazioni già pensate, copia, glissa, accosta, giustappone... ma non pensa, non inventa, non crea. Non risolve alcun problema nuovo, ma fornisce infinite mescolanze di soluzioni per problemi già risolti. È la fine della capacità di scoprire a favore del riciclo perenne del già noto.

Da un punto di vista è ovviamente utilissima, non scherziamo. Meccanizzare migliaia di azioni ripetitive è un risparmio di fatica umana e di spesa. Anche in ambito scientifico. La sua noiosa ripetitività consente di “liberare” (verso ricerche migliori o verso la disoccupazione...) cervelli altrimenti destinati a verificare quasi manualmente quale delle tante possibilità sia quella giusta.

Un esempio per tutti. La famosa “proteina spyke” del coronavirus aveva una certa forma che consentiva, in un determinato punto, l’attacco di un anticorpo vaccinale. Analizzare una per una, “a occhio”, le migliaia di varianti di forma pressappoco simili avrebbe richiesto settimane o mesi di ricerca. L’IA, una volta memorizzati i dati, ha fornito la risposta in termini di secondi, o minuti. E il vaccino efficace può essere scoperto in assai meno tempo di prima.

Questo vuol dire che l’umanità potrebbe – come per l’automazione industriale – risparmiare lavoro ripetitivo, spremuto da esseri umani ridotti a pura “forza lavoro”, per darsi altri compiti, altre ricerche, altri modi di vivere e stare insieme.

Ma se lo scopo del produrre è quello di alimentare il profitto di sempre meno imprese, sempre più colossali, allora quella “liberazione dal lavoro” non si tradurrà in una vita migliore per tutti, in cui il “tempo di lavoro” individuale si restringe; ma assisteremo ad una strage di posti di lavoro, a un’esplosione della disoccupazione di massa, con dinamiche sociali al momento imprevedibili ma certamente poco allegre.

Guerra mondiale permettendo, certo.

Questa lunga riflessione viene sollecitata dal rapporto dell’Institute for Public Policy Research (IPPR), un centro di ricerca inglese che ha provato a simulare gli effetti dell’IA sul mercato del lavoro britannico (poco più di 60 milioni di abitanti, come l’Italia).

I risultati quantitativi, seppure ipotetici, sono scontati: migliaia di mansioni scompariranno, anzi stanno già scomparendo, e milioni di disoccupati si riverseranno “liberi” nelle strade. Milioni in Gran Bretagna significa almeno un miliardo a livello planetario (non c’è ragione, infatti, perché le imprese di altri paesi dovrebbero “autolimitarsi” nell’utilizzo dell’IA).

La cosa sorprendente non è ovviamente questa, ma le indicazioni suggerite per evitare la catastrofe:

“La tecnologia non è il destino e un’apocalisse lavorativa non è inevitabile: governo, datori di lavoro e sindacati hanno l’opportunità di prendere decisioni cruciali di progettazione ora che assicurino una gestione adeguata di questa nuova tecnologia. Se non agiscono presto, potrebbe essere troppo tardi”.

L’indicazione è chiara, e anche ovvia: la politica deve prendere il posto di comando e governare l’evoluzione sociale, anche della tecnologia, secondo un progetto e una visione che quanto meno subordina la dinamica del profitto di impresa.

Detto da un comunista sembra una vecchia proposizione ideologica; detto da un ricercatore liberale appare invece come una resa davanti alla realtà; il meccanismo capitalista, lasciato “libero” di agire senza limiti, produce catastrofe. E guerra. Va arrestato e almeno re-indirizzato secondo “un piano”.

Qui di seguito abbiamo tradotto l’abstract del documento, con ovviamente il link al testo completo in inglese.

Buona lettura.

*****

Fino a 8 milioni di posti di lavoro nel Regno Unito sono a rischio a causa dell’IA se il governo non interviene, scopre l’IPPR

– I lavori nell’amministrazione, di livello base e a tempo parziale sono i più esposti all’automazione, e le donne sono significativamente più colpite

– L’11 per cento dei compiti è esposto all’IA generativa esistente, che sale al 59 per cento se le aziende integrano più profondamente l’IA

– Una serie di scenari dimostrano che un ‘apocalisse lavorativa’ non è inevitabile: al contrario, sono possibili enormi guadagni salariali e di PIL

– Un futuro alternativo è possibile se il governo, i datori di lavoro e i sindacati agiscono per preservare e contribuire a creare nuovi posti di lavoro al sicuro dall’automazione

Un’analisi di questo tipo sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa (IA) sul mercato del lavoro nel Regno Unito scopre un momento di svolta distintivo per il Regno Unito, con possibilità di enormi interruzioni lavorative in futuro o significativi guadagni di PIL, a seconda della politica governativa.

Il rapporto identifica due fasi chiave dell’adozione dell’IA generativa: la prima ondata, che è qui e ora, e una seconda ondata in cui le aziende integreranno ulteriormente e più profondamente le tecnologie IA esistenti nei loro processi.

L’analisi dell’IPPR su 22.000 mansioni nell’economia del Regno Unito, coprendo ogni tipo di lavoro, trova che l’11 per cento dei compiti svolti dai lavoratori è già esposto nella prima ondata.

Identifica i compiti ‘cognitivi di routine‘ (come la gestione dei database) e i compiti ‘organizzativi e strategici‘ (come la pianificazione o la gestione dell’inventario) come i più esposti all’IA generativa, che può leggere e creare testo, codice software e dati.

Tuttavia, questo potrebbe aumentare fino al punto che l’IA svolga il 59 per cento dei compiti nella seconda ondata. Ciò influenzerebbe anche compiti cognitivi non di routine (come la creazione e la gestione dei database) e colpirebbe lavori con guadagni sempre più alti.

Lo studio afferma che i lavori nell’amministrazione, di livello base e a tempo parziale sono a rischio più elevato di essere interrotti durante la prima ondata. Questi includono ruoli segretariali, di servizio clienti e amministrativi.

Le donne sono più propense a lavorare in tali posti, il che significa che saranno tra le più colpite, afferma il rapporto. Anche i giovani sono a rischio elevato poiché le aziende assumono meno persone per i lavori di livello base e introducono invece tecnologie IA.

Inoltre, coloro che percepiscono salari medio-bassi sono maggiormente esposti a essere sostituiti dall’IA.

L’IPPR ha modellato tre scenari illustrativi per l’impatto potenziale della seconda ondata di adozione dell’IA sul mercato del lavoro, a seconda delle scelte politiche:

• Scenario peggiore – piena sostituzione: tutti i lavori a rischio vengono sostituiti dall’IA, con 7,9 milioni di posti di lavoro persi e nessun guadagno di PIL

• Scenario mediano: 4,4 milioni di posti di lavoro scompaiono, ma con guadagni economici del 6,3 per cento del PIL (£ 144 miliardi all’anno)

• Scenario migliore – pieno potenziamento: tutti i lavori a rischio vengono potenziati per adattarsi all’IA, invece di essere sostituiti, portando a nessuna perdita di posti di lavoro e un impulso economico del 13 per cento al PIL (£ 306 miliardi all’anno)

L’IPPR ha anche modellato tre scenari per l’impatto potenziale dell’IA generativa “qui e ora” sul mercato del lavoro:

• Scenario peggiore – piena sostituzione: 1,5 milioni di posti di lavoro vengono persi, senza guadagni di PIL

• Scenario centrale: 545.000 posti di lavoro vengono persi, con guadagni di PIL del 3,1 per cento (£ 64 miliardi all’anno)

• Scenario migliore – piena potenziamento: nessun posto di lavoro viene perso, con guadagni di PIL del 4 per cento (£ 92 miliardi all’anno)

Inoltre, i guadagni salariali per i lavoratori potrebbero essere enormi – oltre il 30 per cento in alcuni casi – ma potrebbero anche essere nulli.

L’implementazione dell’IA potrebbe anche liberare manodopera per colmare le lacune legate a esigenze sociali non affrontate. Ad esempio, i lavoratori potrebbero essere riallocati ai servizi di assistenza sociale e salute mentale attualmente sottodimensionati.

La modellazione mostra che non c’è un percorso predeterminato unico su come l’implementazione dell’IA si svilupperà sul mercato del lavoro. Esorta anche a un intervento per garantire che i guadagni economici siano ampiamente diffusi, anziché accumularsi solo a pochi.

Senza azione governativa e con le aziende lasciate a se stesse, il peggior scenario è una possibilità concreta, afferma l’IPPR. L’IPPR raccomanda che il governo sviluppi una strategia industriale incentrata sul lavoro per l’IA che favorisca le transizioni lavorative e garantisca che i frutti dell’automazione siano condivisi ampiamente in tutta l’economia.

Questo dovrebbe includere:

1. Sostenere i lavori verdi, poiché i lavori verdi sono meno esposti all’automazione rispetto ai lavori non verdi

2. Interventi di politica fiscale, come incentivi fiscali o sovvenzioni per incoraggiare il potenziamento del lavoro rispetto alla piena sostituzione

3. Cambiamenti normativi, per garantire la responsabilità umana nelle questioni chiave, come ad esempio la salute

Carsten Jung, economista senior presso l’IPPR, ha dichiarato: “L’IA generativa già esistente potrebbe portare a una grande interruzione del mercato del lavoro o potrebbe enormemente stimolare la crescita economica, in entrambi i casi è destinata a cambiare il gioco per milioni di noi. Molte aziende stanno già investendo in essa, e ha il potenziale per velocizzare molti altri compiti man mano che più imprese la adottano.”

“Nel corso dei prossimi cinque anni potrebbe trasformare il lavoro di conoscenza. La domanda ora è meno se l’IA possa essere utile, ma piuttosto quanto velocemente e in che modo i datori di lavoro la useranno. La storia dimostra che la transizione tecnologica può essere un vantaggio se ben gestita, o può finire in crisi drammatica se lasciata a svolgersi senza controlli. Infatti, alcune occupazioni potrebbero essere duramente colpite dall’IA generativa, a cominciare dai lavori in ufficio.”

“Ma la tecnologia non è il destino e un’apocalisse lavorativa non è inevitabile: governo, datori di lavoro e sindacati hanno l’opportunità di prendere decisioni cruciali di progettazione ora che assicurino una gestione adeguata di questa nuova tecnologia. Se non agiscono presto, potrebbe essere troppo tardi.”

Bhargav Srinivasa Desikan, ricercatore senior presso l’IPPR, ha detto:

“Potremmo vedere lavori come copywriter, grafici e ruoli di assistenti personali essere pesantemente influenzati dall’IA. La domanda è come possiamo guidare il cambiamento tecnologico in modo che permetta nuove opportunità di lavoro, un aumento della produttività e benefici economici per tutti.”

“Ci troviamo in un momento di svolta, e i decisori politici devono urgentemente sviluppare una strategia per garantire che il nostro mercato del lavoro si adatti al XXI secolo, senza lasciare indietro milioni di persone. È cruciale che tutti i lavoratori beneficino di questi progressi tecnologici, e non solo le grandi corporation tecnologiche.”

L’IA generativa si riferisce a nuovi software informatici che possono leggere e creare testo, codice software e dati. I modelli all’avanguardia hanno dimostrato anche capacità di ragionare e applicare concetti astratti in una serie di discipline, spesso a livello universitario.

• Per vedere quali compiti e lavori saranno influenzati dall’IA, l’IPPR ha prodotto una metrica che indica quanti compiti potrebbero essere trasformati dall’IA e ha quindi valutato ciascun compito per quanto riguarda se un essere umano potesse svolgerlo il 50% più velocemente con l’aiuto dell’IA.

• Esposizione all’IA “qui e ora”: questa è la prima ondata di adozione dell’IA, dove l’IA generativa esistente come GPT4 può già svolgere i compiti coinvolti.

• Esposizione all’IA “integrata”: questa è la seconda ondata di adozione dell’IA, in cui l’IA generativa è collegata ad altri sistemi software, compresi i database, e ha la capacità di eseguire compiti (come fare prenotazioni o ordini) che le permettono di eseguire più passaggi.

• L’IPPR (l’Istituto per la Ricerca di Politiche Pubbliche) è un’organizzazione benefica indipendente che lavora per una società più giusta, più verde e più prospera. Siamo ricercatori, comunicatori ed esperti di politiche che creano cambiamenti progressisti tangibili e trasformano idee audaci in realtà sensate.

Lavorando in tutto il Regno Unito, l’IPPR, l’IPPR North e l’IPPR Scotland sono profondamente legati alle persone delle nostre nazioni e regioni e alle questioni che le nostre comunità affrontano.

Abbiamo contribuito a plasmare le conversazioni nazionali e il cambiamento progressista delle politiche per oltre 30 anni. Dal fare il caso iniziale per il salario minimo e affrontare l’ineguaglianza regionale, alla proposta di una tassa straordinaria sulle compagnie energetiche, il lavoro di ricerca e politica dell’IPPR ha presentato soluzioni pratiche per le crisi che la società affronta.

Fonte

22/10/2023

Il plagio “artificiale intelligente”

di Noam Chomsky

La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, una goffa macchina statistica per il riconoscimento di strutture, che ingurgita centinaia di terabyte di dati ed estrapola la risposta più plausibile per una conversazione o la più probabile per una domanda scientifica.

Al contrario... la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con una quantità limitata di informazioni. Essa non cerca di inferire correlazioni brute da dati ma cerca di creare spiegazioni. [...]

Smettiamo di presentarla come “Intelligenza Artificiale” e chiamiamolo per quello che è “software per il plagio”. Non crea alcunché, copia lavori esistenti da artisti esistenti e cambia a sufficienza per sfuggire alle leggi del copyright.

È il più grande furto di proprietà mai avvenuto dopo le terre dei nativi americani da parte dei coloni europei.

Fonte

02/04/2023

«La diplomazia cinese fa paura agli Usa, non vogliono la pace»

Sui recenti sviluppi della crisi ucraina abbiamo raccolto per il manifesto alcune riflessioni di Noam Chomsky, professore emerito del Mit, linguista, filosofo e politologo di fama internazionale di cui è uscito in libreria in questi giorni l’ultimo volume, Poteri illegittimi. Clima, guerra nucleare: affrontare le sfide del nostro tempo, (ed. Ponte alle Grazie tradotto e curato nell’edizione italiana da chi scrive).

Venerdì 17 marzo la Corte penale internazionale ha accusato formalmente Vladimir Putin di crimini di guerra in Ucraina e ha emesso un mandato di arresto contro di lui e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, che cosa ne pensa?

La Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Putin perché sarebbe responsabile della deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini. O, per dirla in maniera un po’ diversa citando Al Jazeera, «gli ipocriti di professione della Corte penale internazionale» hanno emesso un meritatissimo mandato di arresto a carico di «quel personaggio grottesco che è il presidente russo, che compie allegramente crimini contro l’umanità ed è poco più che un delinquente» («An ICC warrant against Putin is good – and hypocritical», Al Jazeera, 20 marzo 2023). I mezzi d’informazione occidentali preferiscono attenersi a una versione più morbida. In ogni caso, è sempre meritevole ricercare la verità, per quanto possa entrare in conflitto con l’asservimento alle verità dottrinarie dei potenti.

Partendo dal presupposto che quello della Cpi sia un atto legittimo, sorge spontanea la domanda se esso non debba stimolare l’applicazione di un criterio analogo anche a quanto è avvenuto in Iraq, proprio in questi giorni in cui si commemora il ventesimo anniversario dell’invasione a guida angloamericana.

Se la Corte penale internazionale avesse il coraggio di elevarsi a tale livello di onestà e integrità, la punizione sarebbe dura e brutale. Quando il procuratore della Corte Fatou Bensouda ha osato suggerire che la Cpi dovrebbe indagare sui pesanti crimini statunitensi e israeliani, il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha imposto sanzioni contro i funzionari della Corte sospettati di essere colpevoli di questa oltraggiosa violazione dell’«ordine internazionale basato sulle regole» governato dagli Stati Uniti. Il visto di Bensouda è stato revocato. Successivamente, sono state imposte sanzioni a Bensouda e a un altro alto funzionario della Corte penale internazionale (si tratta di Phakiso Mochochoko, «US Sanctions on the International Criminal Court», Human Rights Watch, 14 dicembre 2020, ndr). Esiste già una legge del Congresso statunitense che autorizza il presidente Usa a usare la forza per «salvare» qualsiasi americano che rischi di essere portato dinanzi al tribunale dell’Aia (nota informalmente come Hague Invasion Act, è una legge federale entrata in vigore il 2 agosto 2002, mirante a «proteggere il personale militare degli Stati Uniti e altri funzionari eletti e nominati del governo degli Stati uniti contro procedimenti penali da parte di un tribunale penale internazionale di cui gli Stati uniti non fanno parte». Il Padrino non tollera alcun segno di insubordinazione.

Il 20 marzo il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Mosca per una visita ufficiale di tre giorni su espresso invito di Putin. Pensa che questa visita possa rappresentare un concreto passo avanti verso una qualche forma di negoziato per fermare la guerra in Ucraina?

Il governo Usa ha condannato immediatamente la visita e la proposta di pace cinese. La posizione ufficiale degli Stati Uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia. Come molti commentatori occidentali hanno osservato, non senza un certo entusiasmo, è un grosso affare per gli Stati Uniti. Facendo ricorso a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare, gli Stati Uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze del suo principale avversario in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. In verità, producendo un guadagno molto più ampio. Più in generale, la diplomazia cinese è motivo di grande preoccupazione per Washington. La sua recente iniziativa per promuovere un accordo tra Iran e Arabia Saudita mette i bastoni tra le ruote a un ordine regionale che gli Stati Uniti dominano sin dalla Seconda guerra mondiale, e mina gli sforzi degli Stati Uniti di punire l’Iran per la sua diserzione da questo sistema, in quella che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Non è una faccenda di poco conto.

Fonte

15/05/2022

[Contributo al dibattito] - Guerra in Ucraina: ragioni e soluzioni secondo Noam Chomsky

La guerra in Ucraina sembra essere nata dal nulla, viene raccontata dai media in tempo reale ma non è permesso spiegarne la complessità delle ragioni storiche. Noam Chomsky lo fa egregiamente in questo libro senza cercare giustificazioni o attenuanti per il crimine di guerra che rappresenta l’invasione intrapresa da Putin.

Perché l’Ucraina?

Perché l’Ucraina è un libro straordinario per diverse ragioni. Innanzitutto il libro è la raccolta di sette interviste a Noam Chomsky, quasi tutte realizzate tra il febbraio e la fine di marzo del 2022. Perché l’Ucraina è il punto di vista di un grande pensatore su temi attualissimi, realizzato in tempo reale. Dall’ultima intervista (24 marzo) alla pubblicazione (21 aprile) è passato meno di un mese.

In secondo luogo Noam Chomsky è uno dei massimi esperti sul ruolo dei media in occidente ed uno dei maggiori critici della politica estera statunitense. Il suo è un pensiero lucidissimo, nonostante i suoi 93 anni, ed utilissimo a comprendere il ruolo degli Stati Uniti nella guerra russo-ucraina. Chomsky si definisce anarchico.

Le interviste che vanno a comporre questo libro, uscito in italiano in anteprima mondiale, sono sette. La prima intervista è di Valentina Nicolì realizzata nel dicembre 2018. Le altre sei interviste sono realizzate da C.J. Plychroniou per la rivista indipendente Truthout, dal 4 di febbraio, periodo precedente all’invasione russa, al 24 marzo 2022 e ci portano gradualmente dentro la guerra in Ucraina.

Ruolo dell’Europa e della NATO nella guerra in Ucraina

L’intervista del 2018 di Valentina Nicolì riguarda il ruolo dell’Europa e della Nato. Chomsky ripercorre la storia dell’Europa dal secondo dopoguerra ad oggi passando per De Gaulle, Willy Brandt e Gorbačëv. L’accordo che si raggiunse per l’unificazione della Germania prevedeva che la NATO non si espandesse verso Est. Era l’unica ragione per cui l’Unione Sovietica potesse fare questa concessione alla Germania divisa.

L’allargamento della NATO fino ai confini russi

Gli accordi furono mantenuti fino al 1998 quando Bill Clinton allargò la Nato fino ai confini con la Russia. Con Bush e Obama ci furono anche degli inviti all’Ucraina ad entrare nella NATO. Secondo Chomsky la NATO è consapevole che l’Ucraina non farà mai parte dell’alleanza militare atlantica. Neanche dopo un’eventuale vittoria nella guerra russo-ucraina. La Russia non lo accetterebbe mai.

Il ruolo della NATO

Secondo Chomsky la NATO non avrebbe più senso di esistere, come alleanza militare, dopo la fine dell’Unione Sovietica. Chomsky riporta il pensiero dello storico inglese Richard Sakwa, professore di Politica europea e russa all’Università del Kent, secondo cui la NATO si giustifica col bisogno di gestire le minacce provocate dal suo allargamento.

In questo modo la NATO si è trasformata in un’alleanza che ha lo scopo di controllare le risorse energetiche mondiali ed è funzionale come supporto agli Stati Uniti nelle diverse operazioni speciali e missioni di pace occidentali.

Europa indipendente dalla NATO

Il più grande regalo che Putin ha fatto agli Stati Uniti con la guerra in Ucraina è stato quello di compattare gli stati europei nella NATO e di rafforzare l’egemonia statunitense nell’alleanza atlantica. Un’Europa indipendente dalla NATO, forza terza rispetto agli altri blocchi era il sogno di De Gaulle. Ma anche l’aspirazione di Michail Gorbačëv (Gorbaciov) che immaginava un sistema di sicurezza europeo che comprendesse la Russia.

Gli Stati Uniti hanno sempre osteggiato un’emancipazione europea dall’egemonia americana che spinge l’Europa verso un’economia caratterizzata da un capitalismo estremo. Chomsky ricorda il caso del Cile del 1973 quando gli Stati Uniti insediarono il dittatore Pinochet e uccisero il presidente Allende. Lo scopo, secondo Kissinger, era quello di eliminare quell’esperienza di riforme sociali che poteva diventare un modello per Italia e Spagna.

Eppure un precedente dell’affrancamento potrebbe essere costituito oggi dall’iniziativa diplomatica di alcuni leader europei, Macron in particolare, per la ricerca di una soluzione che getti le basi per la pace tra Ucraina e Russia.

Putin nella guerra in Ucraina

La posizione della Russia è molto chiara. Putin non può accettare che Georgia e Ucraina entrino nella NATO, che ospitino esercitazioni militari NATO e vengano militarizzate dalla NATO. Se succedesse qualcosa del genere in Messico con forze armate russe o cinesi, sarebbe ugualmente inaccettabile per gli Stati Uniti.

Crimini di guerra e nazisti

Chomsky dichiara, senza nessuna ambiguità, che l’invasione russa dell’Ucraina è un crimine di guerra. Come l’invasione statunitense dell’Iraq e come l’invasione tedesca di Hitler della Polonia. Un crimine per il quale i gerarchi nazisti sono stati condannati all’impiccagione al Processo di Norimberga.

Guerra evitabile e soluzioni per la pace

La guerra, secondo Chomsky, era evitabile. Le condizioni che porteranno alla fine della guerra ed alla pace saranno le stesse che se realizzate prima, la guerra avrebbero potuto evitarla. A Putin non ci si deve arrendere e non bisogna concedere tutto. Ma le condizioni che si devono accettare a guerra in corso sono sicuramente peggiori di quelle che potevano cercarsi prima.

Tra le condizioni di pace ci saranno l’attuazione dei protocolli di Minsk che riconoscano una forma di autonomia per le repubbliche del Donbass all’interno di un’organizzazione federalista dell’Ucraina. Sistema federalista simile a quello statunitense. La smilitarizzazione e la neutralità dell’Ucraina sono parte essenziale delle condizioni.

Escalation: la guerra nucleare e la terza guerra mondiale

Non ci si deve arrendere ma bisogna concedere a Putin una via di fuga che gli permetta di uscire dalla guerra non completamente umiliato. La Russia è il paese con il maggior numero di testate nucleari ed una escalation della guerra sarebbe disastrosa e non avrebbe vincitori. Se vogliamo evitare la terza guerra mondiale o una guerra nucleare una soluzione, un compromesso va cercato. E non va cercato molto lontano da quelli che erano gli accordi di Minsk.

La politica di Biden con la Cina ed il rischio di un’altra guerra

Le sanzioni alla Russia hanno l’effetto di avvicinare la Russia alla Cina e di favorire, invece, gli Stati Uniti come fornitore di petrolio per i paesi europei. Nei confronti della Cina, inoltre, Biden sta portando avanti una politica di accerchiamento militare, simile a quello della NATO nei confronti della Russia.

Le ultime leggi di Biden in materia economica (National Defense Authorization Act del 27 dicembre 2021) hanno riservato, infatti, notevoli finanziamenti per l’acquisto di navi ed aerei e per la Pacific Deterrence Initiative per la difesa di Taiwan.

Chomsky ci invita a chiederci come si sentirebbe la Cina nel momento in cui gli Stati Uniti raddoppiano la spesa per l’anno 2022 per l’installazione di missili ad alta precisione lungo la prima catene di isole (Giappone, Taiwan e Filippine).

L’Europa è decisiva sia con la Russia che con la Cina

Il ruolo dell’Europa è fondamentale in questo scenario internazionale. Se i paesi europei smettessero di accettare qualsiasi strategia militare e politica statunitense, avrebbero i requisiti per rappresentare una terza forza, per avere una propria politica internazionale e forse scoraggiare i presidenti statunitensi da giochi pericolosi, sfruttando la supremazia militare americana.

Inoltre, un affrancamento dell’Europa dagli Stati Uniti e dalla Nato libererebbe i paesi europei da quella morsa che li costringe a perseguire politiche economiche ispirate ad un estremo capitalismo neoliberista a favore, invece, di una socialdemocrazia con uno stato sociale che garantisca a lavoratori e fasce più deboli diritti essenziali e assistenza.

Fonte

12/06/2020

Noam Chomsky: Trump ha adottato la strategia del “viva la morte”

Mentre le proteste contro la violenza della polizia razzista colpiscono il Paese, il fascismo arriva alla Casa Bianca con Trump e la pandemia di COVID-19 persiste, il Paese è in un momento cruciale.

Ho parlato di questo momento cruciale della storia con Noam Chomsky, noto come il padre della linguistica moderna, che è uno degli intellettuali più importanti del mondo e autore di oltre 100 libri, tra cui Hegemony o Survival, Failed States, Optimism Over Despair, Speranze e prospettive, Masters of Humankind e Chi sono i padroni del mondo?

Nella seguente intervista, Chomsky fornisce informazioni su come possiamo affrontare meglio il momento attuale e prepararci per un futuro che fa riflettere.

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George Yancy: Prima di chiederti del COVID-19, vorrei iniziare domandandoti una tua riflessione sull’orribile omicidio di George Floyd e su cosa pensi delle proteste che sono avvenute negli Stati Uniti e nel mondo. Sono particolarmente interessato alla tua risposta alla retorica di Trump di schierare i militari per reprimere una cosiddetta insurrezione.

Noam Chomsky: “L’omicidio orribile”, è vero. Cerchiamo di essere chiari sugli omicidi dei neri americani in atto proprio ora. La brutalità di alcuni poliziotti razzisti a Minneapolis costituisce una piccola parte del crimine.

È stato ampiamente notato che i tassi di mortalità per la pandemia sono molto più alti tra i neri. Uno studio recente ha scoperto che “gli americani che vivono in contee con popolazioni nere sopra la media hanno una probabilità tre volte maggiore di morire di coronavirus rispetto a quelli nelle contee bianche”.

Questo massacro dei neri è in parte il risultato di come le risorse sono state dedicate alla gestione della crisi, principalmente “in aree che sono risultate più bianche e più ricche“. Ma è radicato più profondamente in una storia orribile di 400 anni di razzismo violento.

Questa piaga ha assunto forme diverse da quando è stato istituito il più vizioso sistema di schiavitù nella storia umana – una base fondamentale per l’industria, la finanza, il commercio e la prosperità generale del Paese – ma al massimo è stata tamponata, non ha mai portato nemmeno lontanamente a una cura.

La schiavitù americana era unica non solo in termini di cattiveria, ma anche in quanto legata al colore della pelle. All’interno di questo sistema, ogni faccia nera era contrassegnata con l’emblema: “La tua natura deve essere schiava“.

Altre etnie sono state trattate duramente. Ebrei e italiani erano così temuti e disprezzati, un secolo fa, che la legge sull’immigrazione razzista del 1924 fu progettata per vietare il loro l’ingresso nel Paese, destinando così molti ebrei ai forni crematori. I razzisti dell’epoca sostenevano che dovevamo proteggerci dagli ebrei e dagli italiani che gestivano i principali sindacati criminali, da creature come Meyer Lansky e Al Capone e Bugsy Siegel. Ma alla fine furono assimilati. Lo stesso è successo con gli irlandesi.

Con i neri, tuttavia, è diverso. Sono considerati permanentemente inassimilabili in una società maledetta dal razzismo e dalla supremazia bianca. Per le vittime, gli effetti sono aggravati dai permanenti divari socioeconomici generati dal razzismo, intensificati dall’assalto neoliberista degli ultimi 40 anni, un grande vantaggio per la ricchezza estrema, un disastro per i più vulnerabili.

Il massacro dei neri americani procede sotto silenzio. Il presidente Trump, la cui malvagità non ha limiti, ha sfruttato il focus sulla pandemia per perseguire gli interessi del suo principale collegio elettorale, grande ricchezza e potere aziendale.

Un metodo è l’eliminazione delle normative che proteggono il pubblico ma non danneggiano i profitti. Nel mezzo di una pandemia che colpisce le vie respiratorie come mai prima, Trump si è mosso per aumentare l’inquinamento atmosferico, il che rende COVID-19 molto più mortale, al punto che decine di migliaia di americani potrebbero morire di conseguenza, riporta la stampa economica.

Come al solito, i decessi non sono distribuiti casualmente: “I più colpiti sono le comunità a basso reddito e le persone di colore“, coloro che sono costretti a vivere nelle aree più pericolose.

È fin troppo facile continuare. I manifestanti lo sanno molto bene. Non hanno bisogno di studi. Per molti è la loro esperienza vissuta. Le proteste non chiedono solo la fine della brutalità della polizia nelle comunità nere, ma una ristrutturazione dalle fondamenta delle istituzioni sociali ed economiche.

E stanno ricevendo un notevole sostegno, come vediamo non solo dalle azioni in tutto il Paese, ma anche dai sondaggi. Un sondaggio di inizio giugno “ha scoperto che il 64% degli adulti americani era ‘solidale con le persone che stanno protestando in questo momento’, mentre il 27% ha dichiarato di non esserlo e il 9% non aveva un’opinione.”

Possiamo paragonare questa reazione a un’altra occasione in cui si sono verificate simili proteste: nel 1992, dopo l’assoluzione degli agenti di polizia di Los Angeles che hanno picchiato Rodney King a morte. Seguì una settimana di rivolte, con oltre 60 morti, infine represse dalla Guardia Nazionale sostenuta dalle truppe federali inviate dal Presidente Bush. Le proteste erano per lo più limitate a Los Angeles, nulla rispetto a quello che stiamo vedendo oggi.

Trump ha una preoccupazione principale, il proprio benessere: come posso usare questa tragedia per migliorare le mie prospettive elettorali istigando le componenti più razziste e violente della mia base elettorale? I suoi istinti naturali richiedono violenza: “i cani più rabbiosi e le armi più minacciose che abbia mai visto“. E vuol mandare i militari a impartire alla “feccia” una lezione che non dimenticheranno mai.

Il piano di Trump di “dominare” la popolazione con la violenza ha suscitato una rabbia diffusa, inclusa un’amara condanna da parte dell’ex capo dello Stato Maggiore congiunto. L’ammiraglio Mike Mullen ha infatti scritto: “In quanto uomo bianco, non posso rivendicare una perfetta comprensione della paura e della rabbia che gli afroamericani provano oggi... Ma come qualcuno che è in giro da un po’, ne so abbastanza – e ne ho visto abbastanza – per capire che quei sentimenti sono reali e che sono dolorosamente fin troppo fondati“.

I cambiamenti negli ultimi due decenni sono forse un segno che ampie parti della popolazione stanno arrivando a riconoscere verità a lungo nascoste sulla nostra società, un raggio di luce nei tempi bui.

Ci viene spesso detto che gli Stati Uniti sono il Paese più potente del mondo. Siamo nutriti con una dieta di “eccezionalità americana”. Eppure, a livello globale, abbiamo il maggior numero di decessi dovuti a COVID-19. Eravamo sistematicamente impreparati. Come spieghi questa incongruenza e quale ruolo gioca Trump in tutto questo?

La mancanza di preparazione ha tre cause fondamentali: la logica capitalista, la dottrina neoliberista e il carattere della leadership politica. Vediamoli brevemente.

Dopo il contenimento dell’epidemia di SARS del 2003, gli scienziati erano ben consapevoli che era probabile una nuova pandemia e che poteva essere causata da un altro coronavirus. Sapevano anche come prendere le misure per prepararsi.

Ma la conoscenza non è abbastanza. Qualcuno deve usarla. Il candidato ovvio sono le compagnie farmaceutiche, che dispongono di tutte le risorse necessarie e di enormi profitti, in gran parte grazie ai brevetti esorbitanti concessi negli accordi etichettati come di “libero scambio”. Ma furono bloccati dalla logica capitalista. Non ci sono profitti nel prepararsi a una possibile catastrofe e, come l’economista Milton Friedman ha declamato all’alba dell’età neoliberista, 40 anni fa, l’unica responsabilità di una società privata è quella di massimizzare il valore per gli azionisti (e la ricchezza della gestione).

Fino al 2017, le principali compagnie farmaceutiche hanno respinto una proposta dell’Unione Europea per accelerare la ricerca sui patogeni, incluso il coronavirus.

L’altro candidato è il governo, che ha anche le risorse necessarie e ha svolto un ruolo significativo nello sviluppo della maggior parte dei vaccini e dei farmaci. Ma quel percorso è bloccato dalla dottrina neoliberista che ha prevalso da quando Reagan ci ha informato che il problema è il governo – ciò significa che le decisioni non devono essere prese dal governo, che è in qualche misura influenzato dai cittadini, ma lasciate alle innumerevoli tirannie private che sono gli agenti primari (e i beneficiari) del trionfo neoliberista. Quindi anche il governo è escluso.

Il terzo fattore sono le singole presidenze. Restando negli Stati Uniti, il presidente George H.W. Bush aveva istituito un Comitato di consiglieri per la scienza e la tecnologia (PCAST) per tenere il presidente al corrente di importanti questioni scientifiche. Uno dei primi atti del presidente Obama, assunto l’incarico nel 2009, è stato commissionare uno studio al PCAST ​​su come affrontare una pandemia. Fu fornito alla Casa Bianca poche settimane dopo. L’amministrazione Obama, orientata alla scienza, ha proceduto alla realizzazione di un’infrastruttura per le pandemie che ha pianificato una risposta precoce alle minacce di malattie infettive.

Ciò è avvenuto fino al 20 gennaio 2017, quando il presidente Trump è entrato in carica e in pochi giorni ha iniziato a smantellare l’intera infrastruttura scientifica del ramo esecutivo, compresi i preparativi per la pandemia, e in effetti è passato a rifiutare in generale il compito della scienza di informare la politica, cancellando le iniziative bipartisan che dalla Seconda guerra mondiale avevano consentito lo sviluppo della moderna economia dell’alta tecnologia.

Oltre a ciò, Trump ha cancellato i programmi in cui gli scienziati lavoravano con i colleghi cinesi per indagare sui coronavirus. Ogni anno, ha tagliato i finanziamenti ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC). Ciò è continuato con la sua proposta di bilancio del febbraio 2020, mentre la pandemia infuriava, chiedendo ulteriori tagli al CDC (aumentando allo stesso tempo i sussidi alle industrie dei combustibili fossili).

Gli scienziati sono stati sistematicamente sostituiti da funzionari del settore che avrebbero assicurato che il profitto privato fosse massimizzato qualunque fosse l’impatto sul pubblico. Le decisioni di Trump concordano con il giudizio del suo esperto preferito, Rush Limbaugh, a cui ha assegnato la Medaglia presidenziale della libertà. Ci insegna che la scienza è uno dei “quattro angoli dell’inganno”, insieme al mondo accademico, ai media e al governo, che “sussistono in virtù dell’inganno“.

La massima guida dell’amministrazione fu articolata in modo più eloquente dal principale generale di Franco nel 1936: “Abbasso l’intelligenza! Viva morte!”

Di conseguenza, gli Stati Uniti erano “sistematicamente impreparati” quando è arrivata la pandemia.

A febbraio, Trump ha detto che COVID-19 sarebbe semplicemente scomparso, che “un giorno, come un miracolo, sparirà”. Si sbagliava profondamente e quindi incolpa la Cina, anche “razzializzando” la malattia. Alcuni affermerebbero che Trump ha del sangue sulle mani a causa della sua pessima gestione di COVID-19. Quali sono le tue idee riguardo a questo?

Decine di migliaia di americani sono morti a seguito dell’impegno dedicato da Trump al suo collegio elettorale primario: quello che possiede la ricchezza estrema e potere aziendale.

La sua malevolenza è persistita dopo che la malattia ha colpito. Alcune settimane dopo la scoperta dei primi sintomi lo scorso dicembre, gli scienziati cinesi hanno identificato il virus, sequenziato il genoma e fornito le informazioni all’OMS e al mondo. I paesi dell’Asia e dell’Oceania hanno reagito immediatamente e la situazione è ampiamente sotto controllo. Altri hanno agito in modo diverso.

Trump è arrivato per ultimo. Per due mesi cruciali, i funzionari dell’intelligence e della salute degli Stati Uniti hanno cercato di catturare l’attenzione della Casa Bianca, invano.

Infine, Trump se ne è accorto – probabilmente quando il mercato azionario si è schiantato. Da allora è stato il caos.

Non sorprende che Trump e i suoi servi si siano spremuti disperatamente per trovare un capro espiatorio da incolpare per i suoi crimini contro gli americani, ignaro di quante altre persone massacrasse. Scartare e poi ritirarsi dall’OMS [Organizzazione mondiale della sanità] è un colpo sadico contro gli africani, gli yemeniti e molte altre persone povere e disperate che erano state protette dalle malattie dilaganti dall’assistenza medica dell’OMS, anche prima che il coronavirus colpisse, e che ora affrontano nuove catastrofi in aggiunta. Possono essere lasciate indietro se questo migliora le sue prospettive elettorali.

L’accusa di Trump contro l’OMS, che è troppo ridicola per essere discussa, è che sia controllata dalla Cina. Tirandosene fuori, aumenta l’influenza cinese. Ma è ingiusto criticarlo dicendo che è un folle. Il risultato sottolinea solo il fatto che non si è mai preoccupato di tutto ciò.

Parlando di responsabilità e sangue sulle proprie mani, una certa interpretazione dei diritti individuali sembra prevalere su una responsabilità sociale collettiva per molti negli Stati Uniti che non osservano le raccomandazioni dell’OMS e del CDC, incluso un palese rifiuto di indossare mascherine. Cosa ne pensi? Trump sta alimentando questa rabbia e mancanza di responsabilità nei confronti della salute e della sicurezza degli altri?

I repubblicani hanno una totale fiducia nel presidente, non importa quanto le sue azioni li danneggino. La sua immagine divina è amplificata da coloro che lo circondano, grazie alla sua campagna di successo per sbarazzarsi di tutti tranne i fedelissimi, come il secondo segretario di Stato Mike Pompeo, che sostiene che Dio potrebbe aver inviato Trump sulla Terra per salvare Israele dall’Iran.

I compagni evangelici di Pompeo, la più grande base di sostenitori di Trump, probabilmente sono d’accordo. E sentono quasi le stesse cose dal Partito repubblicano, che ha praticamente abbandonato qualsiasi briciolo di integrità e adora in modo abietto qualunque cosa faccia Trump. Lo stesso vale per la sua camera di eco dei media. Gli studi hanno dimostrato che la principale fonte di informazione per i repubblicani sono Fox News, Limbaugh e Breitbart.

In effetti, si è sviluppata una diade interessante: Trump emette alcune dichiarazioni casuali, è osannato da Sean Hannity come una scoperta rivoluzionaria e la mattina successiva Trump si rivolge a Fox News per scoprirne le opinioni.

I sondaggi dell’opinione pubblica svelano le conseguenze. Un sondaggio di Pew ad aprile, quando la responsabilità di Trump per il disastro in crescita è andata al di là di un serio dibattito, ha rivelato che l’83 percento dei repubblicani e dei sostenitori repubblicani ha giudicato la risposta di Trump allo scoppio eccellente o buona (rispetto al 18 percento dei democratici e dei sostenitori democratici).

Stanno ascoltando un presidente che ha paragonato il virus all'”influenza regolare” e che a metà aprile ha twittato le istruzioni ai suoi sostenitori per “LIBERARE LA VIRGINIA, e salvare il grande secondo emendamento. È sotto assedio!” Il secondo emendamento non ha la minima rilevanza, ma Trump sa quali pulsanti premere. Stava, chiaramente, sollecitando le sue truppe a prendere le armi, parte dei suoi più generali tentativi di incoraggiare i manifestanti armati a violare gli ordini negli stati con governatori democratici (come la Virginia), in un momento in cui c’erano quasi 50.000 morti registrate.

Uccidiamo più americani, non solo yemeniti e africani, se miglioreranno le mie prospettive elettorali. “Abbasso l’intelligenza! Viva morte!”

Quando escludiamo le operazioni di Astroturf (una tecnica di marketing, NdT) e la fervente lealtà della base elettorale, non è chiaro se sia rimasto qualcosa di un appello ai “diritti individuali” in qualsiasi senso.

Né è chiaro che i manifestanti prevalgono sulla responsabilità sociale. Evidentemente non la vedono così. Sarebbero sconvolti dall’idea che ciò che stanno facendo sia simile alle persone con fucili d’assalto che corrono per le strade sparando a caso, anche se il confronto è appropriato. Non pensano di mettere in pericolo nessuno. Piuttosto, stanno seguendo il loro riverito leader nel protestare contro uno sforzo della “sinistra radicale”, forse “su istruzioni della Cina”, di “distruggere i loro diritti elementari” e persino di portar via le loro armi.

Questi sono tutti ulteriori segnali del fatto che il Paese è in gravi difficoltà, e alla luce del potere degli Stati Uniti, il mondo con esso.

A parte l’incompetenza di Trump, cosa bisogna fare a livello globale per poter prevenire un’altra pandemia e cosa dobbiamo fare per prepararci meglio in futuro?

Non credo che “incompetenza” sia la parola giusta. È abbastanza competente nel perseguire i suoi obiettivi primari: arricchire i ricchi, accrescere il potere e il profitto aziendale, mantenere la sua base ferma mentre li trafigge alla schiena e concentra il potere nelle sue mani, smantellando il ramo esecutivo e intimidendo i congressisti repubblicani che accettano timidamente quasi tutto. Non ho sentito da loro nessuna critica quando Trump ha licenziato lo scienziato responsabile dello sviluppo del vaccino per aver osato mettere in discussione una delle cure ciarlatane che sta promuovendo.

Vi è un silenzio tombale da questi ranghi mentre egli porta avanti una epurazione degli ispettori generali, che impongono alcuni controlli sulla palude che ha creato a Washington, insultando anche uno dei più rispettati senatori repubblicani, l’86enne Chuck Grassley, che ha dedicato la sua lunga carriera alla creazione di questo sistema.

È un risultato impressionante.

Ciò che deve essere fatto a livello globale è seguire i consigli che gli scienziati stanno fornendo. È probabile una nuova pandemia, probabilmente peggiore di questa a causa del riscaldamento globale, che potrebbe diventare arrostimento climatico con altri quattro anni di peste di Trump.

Devono essere fatti dei passi per prepararsi, tipo quelli che erano stati raccomandati nel 2003 e che erano stati perseguiti in piccola parte fino a quando Trump ha iniziato a usare la sua palla da demolizione.

Dovrebbe esserci una cooperazione internazionale nella ricerca di coronavirus e altri potenziali pericoli, sviluppando le conoscenze scientifiche necessarie per un rapido sviluppo di vaccini e farmaci per alleviare i sintomi e implementando piani di emergenza da attuare se una pandemia colpisse ancora.

Per gli Stati Uniti in particolare, ciò significa estromettere dalla società il dogma neoliberale, che ha avuto amare conseguenze nel campo della salute (e molti altri). Il modello di business per gli ospedali, senza sprechi o capacità inutilizzata, è un invito al disastro. Più in generale, il sistema sanitario privatizzato altamente inefficiente è un onere gravoso per la società, con il doppio dei costi di altri paesi sviluppati e alcuni dei risultati più scarsi.

Un recente studio di Lancet stima che il suo costo annuale sia di quasi 500 miliardi di dollari e 68.000 morti in più. È scandaloso che gli Stati Uniti non possano salire al livello di altre società e si affidino invece al sistema di assistenza sanitaria universale più crudele e costoso: i pronto soccorso. Se riesci a trascinarti ad un pronto soccorso, puoi forse ottenere una cura, seguita da una fattura da saldare.

Lo stesso dogma neoliberista impedisce al National Institutes of Health di andare oltre la ricerca e lo sviluppo essenziali per i farmaci ed arrivare ai test e alla distribuzione, aggirando le società private e implementando le disposizioni del diritto degli Stati Uniti, costantemente ignorate, che richiedono che i farmaci prodotti con l’assistenza del governo (praticamente tutti) debbano essere disponibili al pubblico a costi ragionevoli. Gli studi più accurati su questi argomenti che conosco sono di Dean Baker, che stima enormi risparmi senza alcuna perdita di innovazione se vengono introdotte tali misure (vedi il suo libro Rigged, disponibile gratuitamente).

Questo è solo un semplice inizio. Ci sono profondi problemi sociali, culturali e istituzionali che dovrebbero essere affrontati.

Supponendo che le elezioni di novembre siano prossime, credi che Trump utilizzerà lo strumento dei brogli per rimanere al potere? Se ciò dovesse accadere, cosa prevedi in termini politici?

Trump e soci stanno già spingendo energicamente quella truffa, e non per la prima volta. Sanno di essere a capo di un partito di minoranza e devono ricorrere all’inganno e alla frode per mantenere il potere politico. E per loro è in gioco molto. Altri quattro anni consentirebbero loro di garantire che le proprie politiche di estrema destra prevarranno per una generazione, indipendentemente da ciò che la popolazione vuole.

Questo è stato l’obiettivo della strategia McConnell di mettere la magistratura, dall’alto al basso, nelle mani di giovani giuristi di estrema destra che possono bloccare programmi di interesse pubblico. La perdita delle elezioni potrebbe condannare il loro progetto.

Per Trump, personalmente, le prospettive di sconfitta possono essere gravi, anche se psicologicamente è in grado di accettarlo come un normale essere umano. Potrebbe essere vulnerabile a gravi accuse legali in caso di perdita dell’immunità. E con il Partito repubblicano che si è arreso alla sua autorità, in stile nordcoreano, deve affrontare pochi ostacoli. Possiamo lasciare il resto all’immaginazione.

Mi rendo conto che questo sembra distopico, ma chi può dire che Trump, per pura brama di potere, non galvanizzerà una milizia per sostenere il suo desiderio di rimanere al potere? Qualche idea?

Non può essere escluso. Come ampiamente riconosciuto, il Paese sta affrontando una crisi costituzionale a lungo termine. Il Senato è un’istituzione radicalmente non democratica, in misura minore il collegio elettorale. Per ragioni demografiche e strutturali, una piccola minoranza di elettori suprematisti bianchi, cristiani, rurali, tradizionali, spesso bianchi, può mantenere il controllo in misura anche al di là di ciò che i democratici meridionali razzisti esercitavano prima che la “strategia meridionale” di Nixon li portasse nell’ovile repubblicano.

E questo è praticamente immutabile dall’emendamento costituzionale. Non è impossibile che nelle mani di Trump, la crisi imminente potrebbe precipitare molto rapidamente.

Noam, so che preferisci non parlare molto di te, ma a 91 anni come stai affrontando personalmente il nostro surreale momento storico sotto il COVID-19?

In termini strettamente personali, non è una grave difficoltà per me e mia moglie. Per molti altri, è una storia radicalmente diversa. Il momento è davvero surreale. Il futuro sarà modellato dal modo in cui emergeremo dalla crisi. Le forze che ne sono responsabili, responsabili per l’assalto neoliberista alla popolazione – che è stato evidentemente intensificato – non tornano indietro in silenzio.

Stanno lavorando incessantemente per garantire che ciò che emergerà sia una versione più dura e più autoritaria di ciò che avevano creato nel loro stesso interesse. Ci sono forze popolari che cercano di cogliere le attuali opportunità per invertire le catastrofi del recente passato e avanzare in un mondo molto più umano e dignitoso. E, soprattutto, affrontare le crisi molto più gravi che si profilano.

Ci riprenderemo dalla pandemia, ma a un costo terribile. Non ci riprenderemo dal continuo scioglimento delle calotte polari e dalle altre conseguenze dell’arrostimento della terra, che renderà invivibili molte delle aree del pianeta in tempi non troppo lunghi, se continuiamo nel nostro corso attuale. Altri quattro anni di malignità di Trump aumenteranno drasticamente le difficoltà nell’affrontare questa imminente catastrofe – anche se sfuggiamo alla minaccia della guerra nucleare terminale che Trump sta intensificando, smantellando il regime di controllo degli armamenti che offriva protezione e corse per sviluppare nuovi e altri pericolosi mezzi di distruzione che minano la nostra sicurezza.

Fonte

10/04/2020

Pandemia dichiarata: attenzione ai retroscena e al controllo sociale!

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo un'intervista al Prof. Benozzo, candidato al Nobel per la letteratura che, lanciando la provocazione della pandemia come “farsa”, offre uno spunto di riflessione interessante su quanto sta succedendo, in termini di controllo sociale, che con il distanziamento sociale sta sdoganando, per il presente e per il futuro, alcuni meccanismi di soppressione della libertà di parola e di soggiogamento delle popolazioni.

In un periodo in cui la distinzione tra fake news e realtà è sempre più problematica, ed è sempre più evidente che le misure restrittive messe in atto agiscono principalmente come limitazione della libertà individuale (lo stare a casa, i controlli per le strade, ecc.), ma non come limitazione della libertà del capitale (le aziende aprono, i lavoratori producono), il Prof. Benozzo ci invita a riflettere su come, nonostante le dichiarazioni, non siamo proprio tutti sulla stessa barca!

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Pandemia dichiarata, soggiogamento delle popolazioni, soppressione della libertà di parola.

Come vive, in quanto intellettuale, la situazione presente? Sta lavorando a qualche progetto in questo isolamento?

Sono come tutti i cittadini agli arresti domiciliari, arresti attuati senza dibattimento parlamentare, in un chiaro momento di soppressione della democrazia, e presidiati dalle forze dell’ordine e dai militari.

Come vivo questo isolamento? Da privilegiato, avendo comunque – a differenza della maggior parte delle cittadine e dei cittadini attualmente reclusi – uno stipendio a fine mese, e vivendo in un luogo appartato sulle montagne, tra i cui boschi non potrebbe intrufolarsi nemmeno un drone dei Marines. Faccio lezione come tutti i colleghi da remoto, svolgo sedute di laurea e di dottorato, esamino gli studenti.

Sto cercando intanto di portare a termine un lungo poema a cui lavoro da tempo, dal titolo Máelvarstal. Poema della creazione dei mondi, un poema sull’origine ed evoluzione dell’universo – e che ignora deliberatamente la storia del pianeta Terra – che si appoggia in un certo senso alle teorie cosmologiche degli ultimi anni, quelle venute dopo il Big Bang.

Nei giorni scorsi sono uscite su qualche pubblicazione anarchica alcune sue esternazioni relative al punto di vista che lei ha assunto rispetto a questa situazione...

Non è un punto di vista che ho assunto, ma il punto di vista spontaneo che, come professore di filologia, e cioè bene o male come studioso dei sistemi di comunicazione, ho necessariamente maturato fin dalle prime ore della dichiarata epidemia. Per quello che vedo io, siamo di fronte a delle prove generali di soggiogamento delle popolazioni, fondate su una visione scientocentrica della realtà.

Può essere più chiaro? La scienza è la responsabile dello stato di cose?

Beh, in quanto “scienziato” io stesso non posso fare a meno di notare che tutto è orchestrato dalla nuova religione del mondo contemporaneo: una religione monoteista, antidialogica, totalitarista e oscurantista rappresentata, appunto, dalla cosiddetta “scienza”, in questo caso dalla scienza medica.

Nei miei anni di studio e di insegnamento ho imparato dai grandi maestri che la scienza è prima di tutto una narrazione, una narrazione il più possibile plausibile, e che i passi avanti nelle varie discipline sono stati compiuti grazie al dialogo, alle confutazioni, ai dibattiti. Chi pratica la scienza come mestiere sa bene che tale mestiere consiste essenzialmente nell’arte del dubbio sulla verità e su ogni verità.

Questo riguarda anche la scienza medica, e lo dico anche come membro del comitato scientifico del prestigioso CMH, il Centro Studi delle Medical Humanties che ha sede presso l’Università di Bologna. Assistiamo invece a una scienza da reti unificate che ritiene (o meglio finge) di essere portatrice dell’unica verità.

Ma la scienza, nella fattispecie i medici, non sono in realtà gli eroi – come molti dicono – di questa situazione?

Non sto parlando dei medici in corsia, ma dei virologi da salotto e da stanze del potere. Quanto ai medici in prima linea, come gli infermieri e i volontari, direi che più che gli eroi sono le prime vittime, insieme alle persone malate e a quelle decedute, di questa guerra. Sono in trincea a combattere.

Ma ciò non deve distogliere emotivamente dall’opinione che ciascuno può farsi sul perché si trovino al fronte. Intendo dire che non può funzionare l’equazione “medici eroi = guerra giusta”. E d’altro canto mi pare che in queste ore alcune delle associazioni dei medici si stiano ribellando, proprio contro il potere centrale, rispetto a questa etichetta di eroi affibbiata loro da chi li ha mandati al fronte.

Vittime di un sistema, dunque?

Direi proprio di sì. Se si guarda alla situazione italiana, senza andare oltre, bisogna registrare esclusivamente quanto segue, se non si vuole entrare nella lamentazione e nella strategia della paura: un virus particolarmente aggressivo ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario, dal momento che a fronte di 60 milioni e mezzo di abitanti sono presenti sulla penisola circa 5.000 posti letto di terapia intensiva. I medici sono in trincea per questo, non per i numeri esorbitanti del contagio.

Si trovano in trincea perché invece delle corsie di ospedale abbiamo delle trincee (ma la situazione era già nota da prima dell’emergenza in atto: non si può non ricordare che fino al mese scorso gli stessi medici ora santificati dal popolo erano vittime di aggressioni, non solo verbali, proprio per la situazione di affanno – per usare un eufemismo – in cui versano strutturalmente i nostri ospedali, fin dalle stanze di smistamento dei pronto soccorsi).

La colpa è dunque del sistema sanitario?

Le colpe sono tante, per quello che uno può vedere o per l’idea che uno si può fare. Parliamoci chiaro: nel 2020 in uno stato di 60 milioni e mezzo di abitanti i posti per le terapie intensive dovrebbero essere come minimo 60.000. Il resto sono frottole, che per trasformarsi da frottole in qualcosa di diverso vengono naturalmente filtrate dalle drammatiche immagini delle corsie sovraffollate, delle infermiere e infermieri e medici esausti quando non deceduti, delle bare senza fiori appoggiate fuori dagli ospedali, delle stesse bare portate via con scene hollywoodiane dai mezzi militari. E che passano per i pornografici bollettini quotidiani di contagiati, ricoverati, guariti e morti.

E tutto questo mentre la polizia gira per strada, mentre la protezione civile istiga coi megafoni a barricarsi nelle proprie abitazioni, mentre i balconi si riempiono di cittadini lobotomizzati che inneggiano alla patria, e mentre i santoni virologi – che si sono messi di recente a parlare anche di Dio in contrasto con sua santità il papa – ammoniscono, in nome della scienza, sui nuovi morti che dovremo contare se non facciamo come loro hanno deciso.

La pandemia miete comunque i suoi morti...

Sì, il virus miete certamente i suoi morti, come altre centinaia di virus con cui conviviamo e che a volte ci ammalano, e ormai la nazione conosce a memoria il numero di questi morti, poiché arrivano puntuali alle ore 18 con i dati ufficiali. Verrà poi certamente un momento in cui si proverà a capire anche come sono fatti questi conteggi.

Come saprà, i morti diretti per coronavirus al 28 marzo – secondo i dati dell’Istituto Superiore della Sanità – sono in totale 7, e gli altri sventurati sono stati uccisi per il colpo di grazia che questo virus ha dato alle loro già precarie condizioni. Questo non sminuisce ai miei occhi l’effetto del virus, tuttavia mi lascia dubbioso sulla narrazione imposta di una pandemia in atto.

Più di un conoscente a cui è venuto a mancare un parente stretto mi ha detto che questi si trovava già all’ospedale a uno stato terminale: se è morto perché aveva anche il Covid-19, non so, come scienziato, che valore “scientifico” abbia metterlo nel conteggio delle vittime dell’epidemia.

Di questo bisognerà pur tener conto visto che i 60 milioni di cittadini gioiscono alle 18.05 se ci sono anche solo 30 morti in meno nei famigerati bollettini (inviando cuoricini e ringraziamenti sulla pagina Facebook del Dipartimento della Protezione Civile) o si rattristano (inviando faccine con la lacrimuccia) se ce ne sono 30 in più: gioiscono o si rattristano, beninteso, perché all’interno della strategia della paura di cui si trovano a essere marionette inconsapevoli, sono convinti che quei dati ci dicano se il virus sta accelerando o decelerando.

Aggiungerei anche, ma qui si apre un discorso molto diverso, che – sempre secondo i dati ufficiali dell’Istituto Superiore della Sanità – ogni anno in Italia circa 20.000 persone si ammalano in ospedale di varie patologie (tra le quali la polmonite è la più frequente) e muoiono a causa di queste: a chi entra in ospedale per un’operazione al femore può cioè capitare di ammalarsi per polmonite, e se è anziano o con altre complicazioni di morire a causa di questa malattia contratta dentro all’ospedale. Questa alta percentuale di morti per patologie contratte in ospedale è spiegata dai medici con il sovraffollamento: e quella – cronica – del sovraffollamento è una situazione che di questi tempi è quintuplicata.

Sono stati fatti pochi investimenti sulle strutture sanitarie, quindi?

Me ne intendo assai poco. Ma so che ogni giorno, anche in questi giorni di emergenza, mentre il suo primo ministro si presenta sui canali ufficiali preoccupato e impallidito, chiedendo a tutti di “stingersi a coorte”, il governo italiano spende 70 milioni di euro in spese militari (due miliardi al mese), e che con le spese militari di un solo giorno, cioè con i 70 milioni che vengono spesi ogni ventiquattro ore, si potrebbero costruire e attrezzare sei nuovi ospedali o comprare 25.000 respiratori. Se ci atteniamo a questi dati, possiamo parlare dell’emergenza in corso, senza troppi giri di parole, come di una strage di stato.

In alcune interviste lei ha parlato di “finta pandemia”...

Sì, in alcune interviste all’estero: qui pare che non si possa. Qui come avrà visto chi non la pensa come i medici ufficiali viene denunciato (se è un medico viene invece radiato). È infatti palesemente in atto, nel processo di soggiogamento, anche una soppressione della libertà di parola. Per quanto mi riguarda, non mi interessa affatto parlare di tesi cosiddette complottiste.

Me ne discosto decisamente, ovvero posso approssimarmi ad esse – per adesso – come a un genere letterario. Io ho parlato di “finta epidemia” perché gli effetti di questo virus sono stati da subito incanalati nel “terrore dell’epidemia”, e dunque percepiti, temuti, enfatizzati e pompati dentro un contesto di paura indotta e controllata militarmente. Questa epidemia è finta perché nasconde il vero problema e si alimenta del terrore creato intorno ad essa.

È inoltre finta perché tra i cosiddetti poteri forti non ci sono voci fuori dal coro e tutte le componenti appaiono allineate nel sostenere un’unica narrazione, secondo tutte le strategie di manipolazione elencate ad esempio da Noam Chomsky per ottenere la manipolazione delle masse:

1. strategia della distrazione;

2. creare problemi e poi offrire le soluzioni (sono già tutti – non io – in fremente attesa del fantomatico vaccino);

3. strategia della gradualità crescente e dell’impennata (le limitazioni graduali e poi sempre più stringenti);

4. strategia del differire (presentando una soluzione come “dolorosa e inevitabile”);

5. usare l’aspetto emotivo più che l’argomentazione (immagini apocalittiche, bollettini di guerra);

6. mantenere gli interlocutori nell’ignoranza e nella mediocrità (il virologo non si può mettere in discussione, noi non siamo in grado);

7. stimolare i cittadini ad essere compiacenti con la mediocrità (flash mob e altre manifestazioni di massa);

8. rivolgersi ai cittadini come a dei bambini (le parole del Governatore della Lombardia: “Se non lo capite con le buone domani ve lo faremo capire con le cattive”);

9. insinuare il senso di colpa (siamo tutti potenziali contaminatori e untori, siamo tutti colpevoli, siamo messi gli uni contro gli altri per via di questa vergognosa colpevolizzazione);

10. conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.

Lo sa che anche lo stesso Chomsky si è espresso in termini non troppo diversi in queste ore?

Una decina di giorni fa avevo mandato alcune di queste mie riflessioni a Chomsky – con cui ho una corrispondenza accademica da qualche anno dovuta ad alcuni studi e a un libro che ho pubblicato sul problema dell’origine del linguaggio – ed ha commentato le mie considerazioni dicendo che coglievano a suo parere un punto importante, anche se riferito alla sola Italia. Purtroppo, però, è uno di quei casi in cui il parere positivo di un personaggio del suo livello su ciò che penso non mi rende felice. Conferma piuttosto una diagnosi agghiacciante.

Come riassumerebbe dunque questa sua diagnosi?

Quella del Coronavirus è una grande truffa. Si tratta di un’epidemia dichiarata che non miete – come le vere epidemie – masse indistinte di persone, ma che invece uccide in massa i diritti di libertà e la dignità di tutti, imponendo un punto di vista univoco che vieta agli individui di autodeterminarsi e abituando la popolazione ad accettare come normalità la sospensione dei propri diritti inalienabili.

Le persone che sono purtroppo decedute per questa combinazione di spazzatura metabolica e a causa di questa strage di stato vengono inoltre usate in maniera strumentale dal governo e dagli organi di propaganda tutti allineati, spaventati e agli ordini di questo terrorismo sanitario.

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27/01/2020

USA stato canaglia, l’assassinio di Suleimani lo conferma

La decisione di Trump di assassinare uno dei più eminenti e altamente rispettati leader militari dell’Iran, il maggior generale Qassim Suleimani, ha aggiunto un altro nome alla lista delle persone uccise dagli Stati Uniti, che molti considerano il maggior stato canaglia del mondo.

L’assassinio ha intensificato le ostilità tra Teheran e Washington e creato una situazione ancor più esplosiva nel politicamente volatile Medio Oriente. Come c’era da aspettarsi, l’Iran ha promesso di ricambiare a propria scelta l’uccisione del suo generale, annunciando anche che si ritirerà dall’accordo sul nucleare. Il parlamento iracheno, a sua volta, ha votato per espellere tutti i soldati statunitensi, ma Trump ha reagito con minacce di sanzioni se gli USA fossero costretti a rimuovere le proprie truppe dal paese.

Come segnala l’intellettuale pubblico di fama mondiale Noam Chomsky in questa intervista esclusiva per Truthout, il principale scopo della politica estera statunitense in Medio Oriente è stato controllare le risorse energetiche della regione. Qui Chomsky – professore universitario emerito al MIT e professore insigne di linguistica all’Università dell’Arizona che ha pubblicato più di 120 libri sulla linguistica, gli affari globali, la politica estera statunitense, studi sui media, politica e filosofia – offre la sua analisi dell’avventata azione di Trump e dei suoi possibili effetti.

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C.J. Polychroniou: Noam, l’assassinio statunitense del comandante della forza iraniana Quds, Qassim Suleimani, ha riaffermato l’ossessione di lungo corso di Washington per l’Iran e il suo regime clericale, che risale ai tardi anni Settanta. Su cosa verte il conflitto tra USA e Iran e l’assassinio di Suleimani costituisce un atto di guerra?

Noam Chomsky: Atto di guerra? Forse possiamo accordarci per avventato terrorismo internazionale. Pare che la decisione di Trump, per capriccio, abbia sconcertato alti ufficiali del Pentagono che lo avevano aggiornato su opzioni, su basi pragmatiche. Se vogliamo guardare oltre, potremmo chiederci come reagiremmo noi in circostanze paragonabili.

Immaginiamo che l’Iran uccida il secondo dirigente più elevato degli Stati Uniti, il suo massimo generale, all’aeroporto di Città del Messico insieme con il comandante di una larga parte dell’esercito appoggiato dagli Stati Uniti di una nazione alleata. Sarebbe un atto di guerra? Decidano altri. Per noi è sufficiente riconoscere che l’analogia è sufficientemente equilibrata e che i pretesti avanzati da Washington, una volta esaminati, crollano così rapidamente che sarebbe imbarazzante passarli in rassegna.

Suleimani era grandemente rispettato, non solo in Iran, dove era una specie di figura di culto. Questo è riconosciuto da esperti statunitensi dell’Iran. Uno degli esperti più eminenti, Vali Nasr (non una colomba, e che detesta Suleimani) afferma che gli iracheni, compresi i curdi iracheni, “non lo vedono come la figura efferata considerato dall’occidente, ma lo vedono attraverso le lenti della sconfitta dell’ISIS”. Non hanno dimenticato che il grande esercito iracheno, pesantemente armato e addestrato dagli Stati Uniti, è crollato rapidamente e la capitale curda di Erbil, poi Baghdad e tutto l’Iraq stavano per cadere nelle mani dell’ISIS (noto anche come Daesh); sono stati Suleimani e le milizie irachene sciite da lui organizzate a salvare il paese. Non un cosa di poco conto.

Quanto a su cosa verta il conflitto, le ragioni di fondo non sono oscure. È da lungo tempo un principio primario della politica estera degli Stati Uniti controllare le vaste risorse energetiche del Medio Oriente: controllare, non necessariamente usare. L’Iran è stato centrale in questo obiettivo nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale è la sua uscita dall’orbita statunitense nel 1979 è risultata perciò intollerabile.

La “ossessione” può essere fatta risalire al 1953, quando la Gran Bretagna – la signora dell’Iran da quando il petrolio fu scoperto nel paese – non fu in grado di impedire che il governo si impossessasse delle proprie risorse e chiamò la superpotenza globale a gestire l’operazione. Non c’è spazio per esaminare il corso dell’ossessione da allora in dettaglio, ma alcuni momenti salienti sono istruttivi.

La Gran Bretagna si rivolse a Washington con una certa riluttanza. Farlo significava cedere altro del suo ex impero agli Stati Uniti e scendere ancor più al ruolo di “partner di minoranza” nella gestione globale, come il ministero degli esteri riconobbe con costernazione. L’amministrazione Eisenhower subentrò. Organizzò un colpo di stato militare che rovesciò il regime parlamentare e reinsediò lo Scià, restituendo le concessioni petrolifere nelle giuste mani, con gli USA che si presero il 40 per cento delle concessioni ex britanniche. È interessate che Washington dovette costringere le maggiori compagnie statunitensi ad accettare quel dono; esse preferivano tenersi il petrolio saudita a basso costo (che gli USA avevano rilevato dalla Gran Bretagna in una miniguerra durante la Seconda guerra mondiale). Ma sotto imposizione del governo, esse furono costretta a adeguarsi; uno di quegli incidenti insoliti ma istruttivi che rivelano come il governo a volte persegua interessi di lungo termine passando sopra le obiezioni del potente settore industriale che in larga misura lo controlla e persino gli fornisca personale, con considerevole eco nelle relazioni USA-Iran in anni recenti.

Lo Scià procedette a instaurare una tirannia feroce. Era regolarmente citato da Amnesty International come uno dei principali praticanti della tortura, sempre con forte sostegno statunitense mentre l’Iran diventava uno dei pilastri del potere statunitense nella regione, assieme alla dittatura della famiglia saudita e a Israele. Tecnicamente Iran e Israele erano in guerra. In realtà avevano relazioni estremamente strette, che emersero pubblicamente dopo il rovesciamento dello Scià nel 1979. Le tacite relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita stanno emergendo molto più chiaramente ora in seno al quadro dell’alleanza reazionaria che l’amministrazione Trump sta forgiando come base del potere statunitense nella regione: le dittature del Golfo, la dittatura militare egiziana e Israele, collegate all’India di Modi, al Brasile di Bolsonaro e ad altri elementi simili. Una rara parvenza di strategia coerente in questa amministrazione caotica.

L’amministrazione Carter appoggiò vigorosamente lo Scià fino all’ultimo momento. Alti dirigenti statunitensi – [Henry] Kissinger, [Dick] Cheney, [Donald] Rumsfeld – sollecitarono università statunitensi (principalmente il mio MIT, contro forti proteste degli studenti ma acquiescenza dei docenti) a contribuire al programma nucleare dello Scià, anche dopo che egli aveva reso chiaro che stava perseguendo la realizzazione di armi nucleari. Quando la rivolta popolare rovesciò lo Scià, l’amministrazione Carter fu apparentemente divisa se sottoscrivere il consiglio dell’ambasciatore israeliano di fatto Uri Lubrani, che consigliava che “Teheran può essere presa da una forza relativamente limitata, decisa, feroce, crudele. Intendo che gli uomini che guiderebbero tale forza dovranno essere emotivamente preparati alla possibilità di dover uccidere decine di migliaia di persone”.

Non funzionò, e presto l’ayatollah Khomeini prese il controllo su un’enorme ondata di entusiasmo popolare, stabilendo la brutale autocrazia clericale che tuttora governa, reprimendo proteste popolari.

Poco dopo, Saddam Hussein invase l’Iran con forte sostegno statunitense, indifferente al suo ricorso ad armi chimiche che causarono enormi perdite iraniane; i suoi mostruosi attacchi di guerra chimica contro curdi iracheni furono negati da Reagan, che cercò di incolpare l’Iran e bloccò la condanna del Congresso.

Alla fine gli USA presero in larga misura il controllo inviando forze navali per assicurare il controllo di Saddam sul Golfo. Dopo che l’incrociatore missilistico Vincennes abbatté un aereo civile di linea iraniano in un corridoio commerciali contrassegnato chiaramente, uccidendo 290 passeggeri e tornando in porto tra grandi festeggiamenti e premi per servizio eccezionale, Khomeini capitolò, riconoscendo che l’Iran non può combattere gli Stati Uniti. Il presidente Bush poi invitò scienziati nucleari iracheni a Washington per un addestramento avanzato alla produzione di armi nucleari, una minaccia molto grave contro l’Iran.

I conflitti sono proseguiti senza interruzioni, concentrandosi in anni più recenti sui programmi nucleari dell’Iran. Tali conflitti sono terminati (in teoria) con il Piano d’Azione Generale Congiunto (JPCOA) nel 2015, un accordo tra Iran e i cinque membri permanenti dell’ONU più la Germania, in cui l’Iran aveva accettato di ridurre drasticamente i suoi programmi nucleari – nessuno di essi riguardante armi nucleari – in cambio di concessioni occidentali. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che conduce intense ispezioni, riferisce che l’Iran ha rispettato interamente l’accordo. Lo spionaggio statunitense concorda.

L’argomento suscita molti dibattiti, diversamente da un’altra domanda: gli USA hanno rispettato l’accordo? Evidentemente no. Il JPCOA afferma che tutti i partecipanti sono impegnati a non impedire in alcun modo la reintegrazione dell’Iran nell’economia globale, particolarmente nel sistema finanziario globale, che in effetti è controllato dagli Stati Uniti. Agli Stati Uniti non è consentito di interferire “in aree di commercio, tecnologia, finanza ed energia” e altri.

Anche se questi temi non sono indagati, risulta che Washington ha interferito costantemente.

Il presidente Trump afferma che la sua effettiva demolizione del JPCOA è un tentativo di negoziare un miglioramento. È un obiettivo valido, facile da realizzare. Ogni preoccupazione riguardo a minacce nucleari iraniane può essere superata creando una zona priva di armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente, con intense ispezioni quali quelle attuate con successo nell’ambito del JPCOA.

Come abbiamo discusso in precedenza, ciò è molto semplice. Il sostegno regionale è schiacciante. Gli stati arabi hanno avanzato la proposta molto tempo fa e continuano a darsi da fare per essa, con il forte sostegno dell’Iran e degli ex paesi non allineati (G-77, oggi 132 paesi). L’Europa è d’accordo. In realtà c’è solo un’unica barriera: gli USA, che regolarmente oppongono il veto alla proposta quando arriva alle riunioni d’esame dei paesi del Trattato sulla Non-Proliferazione, più recentemente da parte di Obama nel 2015. Gli USA non permetteranno ispezioni dell’enorme arsenale nucleare di Israele, e nemmeno ne ammetteranno l’esistenza, anche se è fuori dubbio. Il motivo è semplice: in base alla legge statunitense (Emendamento Symington) ammettere la sua esistenza imporrebbe di bloccare tutti gli aiuti a Israele.

Dunque il semplice metodo per por fine alla presunta preoccupazione per la minaccia iraniana è escluso e il mondo deve far fronte a prospettive cupe.

Poiché questi temi sono scarsamente citabili negli USA, vale forse la pena di ripetere un’altra questione vietata: gli USA e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale di operare per creare una NWFZ in Medio Oriente. Sono formalmente impegnati a farlo in base all’articolo 14 della Risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che hanno invocato nel loro sforzo di escogitare una quale debole base legale per la loro invasione dell’Iraq, affermando che l’Iraq aveva violato la Risoluzione con programmi di armi nucleari. L’Iraq non l’aveva fatto, come sono stati presto costretti ad ammettere. Ma gli USA continuano a violare la Risoluzione fino a oggi al fine di proteggere il loro vassallo israeliano e di consentire a se stessi di violare le proprie leggi.

Fatti interessanti ma che, purtroppo, sono troppo evidentemente esplosivi per vedere la luce del sole.

Non ha senso esaminare gli anni che sono seguiti nelle mani dell’uomo “mandato da Dio per salvare Israele dall’Iran”, nelle parole dell’importante figura dell’amministrazione, il Segretario di Stato Mike Pompeo.

Tornando alla domanda originale, c’è parecchio su cui meditare riguardo a su cosa verta il conflitto. In due parole, principalmente il potere imperiale, e al diavolo le conseguenze.

L’espressione “stato canaglia” (usata diffusamente dal Dipartimento di Stato USA) si riferisce al perseguimento di interessi statali senza riguardo a standard accettati di comportamento internazionale e ai principi fondamentali della legge internazionale. Considerata tale definizione, gli Stati Uniti non sono un esempio lampante di stato canaglia?

I dirigenti del Dipartimento di Stato non sono gli unici a usare l’espressione “stato canaglia”. È stata usata anche da eminenti politologi statunitensi... con riferimento al Dipartimento di Stato. Non a quello di Trump, a quello di Clinton.

Nell’era tra le atrocità terroristiche omicide di Reagan in America Centrale e l’invasione dell’Iraq da parte di Bush, hanno riconosciuto che per gran parte del mondo gli USA stavano “diventando una superpotenza canaglia”, considerata “la singola maggiore minaccia esterna alle loro società” e che “agli occhi di gran parte del mondo, infatti, il primo stato canaglia oggi sono gli Stati Uniti” (il professore di scienze del governo di Harvard e consigliere governativo Samuel Harrington; il presidente dell’Associazione Statunitense di Scienze Politiche Robert Jervis. Entrambi nella principale rivista del sistema, Foreign Affairs, 1999, 2001).

Dopo l’ascesa di Bush, le qualifiche sono state lasciate cadere. È stato affermato come dato di fatto che gli USA “hanno assunto molte delle caratteristiche stesse delle ‘nazioni canaglia’ contro cui hanno... combattuto”. Altri, al di fuori della corrente prevalente negli USA, potrebbero pensare a termini diversi per il peggior crimine del millennio, un esempio da manuale di aggressione senza un pretesto credibile, il “crimine internazionale supremo” di Norimberga.

Si suppone che noi dobbiamo onorare la Costituzione statunitense. Perciò dovremmo onorare l’articolo VI, che dichiara che i trattati validi saranno “la legge suprema del paese”.

E a volte altri esprimono le loro opinioni. La società Gallup conduce regolari sondaggi dell’opinione internazionale. Nel 2013 (gli anni di Obama) ha chiesto per la prima volta quale paese sia la maggior minaccia alla pace mondiale. Gli Stati Uniti hanno vinto; nessun altro ci è nemmeno arrivato vicino. Molto indietro, al secondo posto, c’era il Pakistan, presumibilmente gonfiato dal voto indiano. L’Iran – la maggiore minaccia alla pace mondiale nel discorso statunitense – era a malapena citato.

Quella è stata l’ultima volta in cui la domanda è stata posta, anche se non dovrebbe esserci troppa preoccupazione. Non pare sia stata riferita negli Stati Uniti.

Potremmo riflettere un po’ più su queste domande. Si suppone che noi veneriamo la Costituzione USA, specialmente i conservatori. Dobbiamo perciò venerare l’articolo VI, che dichiara che i trattati validi saranno la “legge suprema del paese” e che i dirigenti debbono essere vincolati da essi. Negli anni postbellici, il trattato di gran lunga più importante di essi è la Carta dell’ONU, istituita per iniziativa statunitense. Vieta “la minaccia o l’uso della forza” in affari internazionali; specificamente il ritornello comune che “tutte le opzioni sono aperte” riguardo all’Iran. E tutti i casi di ricorso alla forza a meno di essere esplicitamente autorizzati dal Consiglio di Sicurezza o per difesa contro un attacco armato (una nozione interpretata alla lettera) fino a quando il Consiglio di Sicurezza, che deve essere informato immediatamente, non sia in grado di bloccare l’attacco.

Potremmo riflettere su come sarebbe il mondo se la Costituzione statunitense fosse considerata applicabile agli USA, ma lasciamo da parte tale interessante questione, non, tuttavia, senza citare che c’è una professione rispettabile, chiamata “avvocati e docenti di legge internazionale”, che può spiegare in modo erudito che le parole non significano quel che significano.

Dopo l’invasione statunitense del 2003, l’Iraq ha lottato per mantenere una situazione equilibrata sia con Washington sia con Teheran. Tuttavia il parlamento iracheno ha votato, dopo l’assassinio di Suleimani, di espellere tutti i soldati statunitensi. È probabile che accada? E, in tal caso, quale impatto avrebbe sulle future relazioni USA-Iraq-Iran, compresa la lotta contro l’ISIS?

Non sappiamo se succederà. Anche se il governo iracheno ordinerà agli USA di andarsene, essi lo faranno? Non è evidente e, come sempre, l’opinione pubblica negli USA, se organizzata e impegnata, può contribuire a dare una risposta.

Quanto all’ISIS, Trump gli ha appena dato nuova voglia di vivere, proprio come gli ha dato un tessera di “uscire liberi di prigione” quando ha tradito i curdi siriani, lasciandoli alla mercé dei loro feroci nemici Turchia e Assad, dopo che avevano adempiuto la loro funzione di combattere la guerra contro l’ISIS (con 11.000 perdite, rispetto alla mezza dozzina di statunitensi). L’ISIS si è organizzato dapprima con evasioni dal carcere e oggi è libero di farlo di nuovo.

All’ISIS è stato fatto un dono benvenuto anche in Iraq. L’eminente storico del Medio Oriente Ervand Abrahamian osserva: “L’uccisione di Soleimani... ha di fatto offerto all’ISIS una splendida occasione di riprendersi. Ci sarà una ripresa dell’ISIS in larga misura a Mosul, nell’Iraq settentrionale. E ciò, paradossalmente, aiuterà l’Iran, perché il governo iracheno non avrà altra scelta, per essere in grado di contenere l’ISIS, che affidarsi sempre più all’Iran (che ha guidato la difesa dell’Iraq contro la carica dell’ISIS sotto il comando di Suleimani)... Trump si è ritirato dal nord dell’Iraq, dall’area in cui stava l’ISIS, ha tolto la terra sotto i piedi ai curdi, e ora ha dichiarato guerra alle milizie filoiraniane. E l’esercito iracheno non è stato in grado in passato di far fronte all’ISIS. Così, la domanda ovvia oggi è: il governo iracheno come farà fronte alla rinascita dell’ISIS? Non avrà altra scelta che affidarsi sempre più all’Iran. Così Trump ha di fatto indebolito la sua stessa politica, se vuole eliminare l’influenza dell’Iran in Iraq.”

In gran parte come fece Bush quando invase l’Iraq.

Non dovremmo dimenticare, tuttavia, che un enorme potere può riprendersi dalla confusione e dal fallimento... se la popolazione nazionale lo permette.

Putin risulta aver superato in abilità gli USA non solo in Siria, ma quasi dovunque sul fronte mediorientale. Che cosa persegue Mosca in Medio Oriente e qual è la tua spiegazione della diplomazia spesso infantile esibita dagli Stati Uniti nella regione e, in effetti, in tutto il mondo?

Un obiettivo, sostanzialmente realizzato, era prendere il controllo della Siria. La Russia è entrata nel conflitto nel 2015, dopo che la fornitura di armi avanzate da parte della CIA agli eserciti prevalentemente jihadisti aveva fermato le forze di Assad. L’aviazione russa ha invertito il corso e, trascurando l’enorme pedaggio di vittime civili, la coalizione guidata dalla Russia ha preso il controllo della maggior parte del paese. La Russia è ora l’arbitro esterno.

Altrove, persino tra gli alleati statunitensi del Golfo, Putin si è presentato, apparentemente con un certo successo, come un attore esterno credibile. La diplomazia da elefante in una cristalleria di Trump (se quello è il termine esatto) consiste nel conquistare alcuni amici fuori da Israele, cui sta prodigando doni, e gli altri membri dell’alleanza reazionaria che sta prendendo forma. Qualsiasi idea di “potere morbido” è stata praticamente abbandonata. Ma le riserve statunitensi di potere forte sono enormi. Nessun altro paese può imporre sanzioni dure a volontà e costringere parti terze a onorarle, a costo di espulsione dal sistema finanziario internazionale. E naturalmente nessun altro ha centinaia di basi militari in tutto il mondo o qualcosa di simile al potere militare avanzato e alla capacità di ricorrere alla forza a volontà e con impunità. L’idea di imporre sanzioni agli Stati Uniti o di qualsiasi altra cosa che non siano una tiepida critica, confina con il ridicolo.

E così è probabili che permanga che “agli occhi di gran parte del mondo il principale stato canaglia oggi sono gli Stati Uniti”, considerevolmente più che vent’anni fa, quando queste parole sono state pronunciate, a meno che, e fintanto che, la popolazione non costringa il potere statale a perseguire un corso diverso.

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Questa intervista è stata leggermente rivista per chiarezza e concisione.

C. J. Polychroniou è un economista politico/politologo che ha insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi di ricerca sono l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neoliberismo. È un collaboratore regolare di Truthout e anche membro del Public Intellectual Project di Truthout. Ha pubblicato numerosi libri e i suoi articoli sono apparsi in una varietà di riviste, periodici, giornali e siti giornalisti popolari in rete. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte in numerose lingue straniere, tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco. È autore di Optimism Over Despair: Noam Chomsky on Capitalism, Empire and Social Change, un’antologia di interviste a Chomsky in origine pubblicate presso Truthout e raccolte da Haymarket Books.

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