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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2026

La rete israeliana che controlla i minerali congolesi

Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.

Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.

Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
 
Epstein, Barak e il Congo

Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.

Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.

Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?

Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.

“Tier One Strike Force” israeliana

Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.

Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.

Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.

Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.

La diplomazia parallela delle risorse

Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.

L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.

Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.

Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.

L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.

Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».

L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.

Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.

Fonte

13/03/2026

L’ombra di Thiel su Roma

Un cenacolo segreto nella capitale

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies – la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo – arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?”. Una domanda legittima, a cui – come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio – non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

Chi è Peter Thiel: l’ideologo oscuro della tecno-destra

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto in Sudafrica durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti – e meno conosciuti dal grande pubblico – del Pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.

Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” – disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano – espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.

La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt – il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista – e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano [nei fatti chi – sulla base della forza e dentro una crisi di sistema – stabilisce il nuovo ordine che cancella il precedente, ndr]. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.

“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale”. – Peter Thiel, Il momento straussiano

Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti» [manipolazione infame del Macbeth, ndr], Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo – qualcosa come il sistema ECHELON – come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.

Palantir: il grande occhio che non dorme

Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 – un anno prima che Thiel investisse in Facebook – nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence”. Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.

Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica.

In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la “sorveglianza predittiva”. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome (quelle che sparano da sole...).

E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni – “sta cercando nuovi accordi?” – non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.

Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.

Epstein, le società segrete e il “dialog”

La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures – co-fondato da Thiel – ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.

Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era – come ha scritto il manifesto – un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.

E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale – Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog – o qualcosa di molto simile – sbarca a Roma.

L’anticristo come progetto politico

Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull’“Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective – un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.

Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà.

Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” – gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo – sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del Mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.

Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel – una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale – sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.
 
Roma 2026 e il convegno del Parco dei Principi

Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti – la storia non si ripete mai con gli stessi attori – ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.

Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, giunge a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.

Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel – è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.
 
Il silenzio del governo e il vuoto dell’opposizione

Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi una dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.

L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo – il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.

Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce, spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.

Guerra a pezzi, caos organizzato e il nuovo ordine

Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico – l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali – non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.

In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti – magistratura, media, università – vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.

Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.

Cosa possiamo fare: una risposta possibile

Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridendo nervosamente di fronte all’abisso.

La domanda è seria: cosa possiamo fare?

Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione – blog, social, reti associative – ha il dovere di amplificarla.

Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica – parlamentare, giornalistica, associativa – per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.

Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.

Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel – e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno – richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.

Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola – si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.

Noi siamo pronti a lottare. E voi?

Fonti e riferimenti

1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html

2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley

3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/

4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano

5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel

6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/

7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/

8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/

9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/

10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj

11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/

12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies

13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311

14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/

15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026

16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025

Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.

Fonte

12/02/2026

Jeffrey Epstein, potere neotribale

L’esercizio del potere nelle strutture sociali gerarchiche, arcaiche o neotribali, non si limita alla gestione delle risorse materiali o della forza militare. Quindi il caso Epstein, visto dall’antropologia politica, non rappresenta una deviazione comportamentale ma ci riporta ad un fenomeno conosciuto riemerso oggi negli aggregati neotribali della finanza e del potere globale: il possesso e lo sfruttamento di vergini, giovani donne e bambini da parte dei membri di una aggregato collettivo come pilastri fondamentali per la gestione, la stabilizzazione e la circolazione dell’autorità. Storicamente, le élite hanno utilizzato il controllo sulle capacità riproduttive e sessuali di soggetti vulnerabili per rispondere a necessità sistemiche: dalla gestione dell’entropia demografica delle prime città-stato alla creazione di legami di fedeltà assoluta attraverso la condivisione del tabù. Oggi questo controllo serve invece per dimostrare chi è veramente al vertice dei flussi di denaro e potere globali.

Nel caso Epstein il corpo delle vittime non viene solo sfruttato ma anche trasformato in capitale politico. È una trasformazione che emerge nelle dinastie dello Yemen medievale come nelle strutture di potere degli inca e dei norreni, facendo delineare le categorie concettuali di creazione, concentrazione e circolazione del potere. Si tratta di categorie che ritroviamo nella trasformazione del corpo in capitale politico emerso nel caso di Jeffrey Epstein, come una manifestazione contemporanea di logiche tribali ataviche, neotribale appunto, dove lo sfruttamento minorile diventa il fulcro di un’infrastruttura di potere costruita sulla morte sociale delle vittime e sulla fratellanza di colpa dei carnefici. In questo quadro, lo sfruttamento sessuale non è un fine, ma un mezzo: il possesso del corpo altrui è la manifestazione tangibile del diritto di vita e di morte che definisce la sovranità. La pratiche del concubinato e della poliginia nelle élite norrene illustrano come il controllo sulle donne servisse a costruire reti di obbligazione. Per i nobili scandinavi, possedere più partner non era solo un indicatore di ricchezza, ma uno strumento politico per integrare individui di status inferiore nel proprio sistema domestico, creando una gerarchia di dipendenza che preveniva la formazione di fazioni rivali. In Epstein le reti di obbligazione, create attraverso l’offerta di consumo di abusi sessuali, non riguardano il controllo sociale ma le relazioni di potere all’interno di reti elitarie che non hanno neanche più bisogno di un rapporto con la società.

Un elemento cruciale della dominazione tribale è il valore attribuito alla verginità, spesso percepita come un “serbatoio di energia” trasferibile o consumabile dal sovrano. Nelle società indoeuropee patriarcali, la verginità non era solo un requisito per la certezza dell’eredità, ma un attributo che conferiva autonomia o sacralità a chi la possedeva, rendendo la sua violazione un atto di appropriazione di potere metafisico. Qui, sebbene la storicità universale del jus primae noctis sia sempre oggetto di dibattito, il suo valore simbolico come “esposizione del potere maschile” è innegabile. La deflorazione rituale da parte di capi, sacerdoti o stranieri riflette la psicologia della dominanza sociale coercitiva. In molte culture, l’iniziazione sessuale di una giovane era affidata a individui di alto status sociale per “consacrare” la capacità riproduttiva della donna, trasferendo la benedizione del signore o degli dei sulla futura prole. In termini evoluzionistici, questo comportamento imita quello dei maschi dominanti nei primati, che rivendicano la priorità di accesso alle femmine fertili per riaffermare la gerarchia del gruppo.

Per analizzare il fenomeno dello sfruttamento sessuale d’élite, è necessario definire tre categorie operative che spiegano come il corpo umano diventi un ingranaggio della macchina politica.
La prima è la creazione del potere attraverso la morte sociale. Il potere viene creato attraverso l’atto dello sradicamento. La schiavitù è il dispositivo politico della “morte sociale”, un processo in cui l’individuo viene privato di ogni identità, relazione e vitalità sociale. Nello sfruttamento tribale, il nobile crea potere “uccidendo socialmente” la vittima: separandola dalla famiglia e dai supporti comunitari (alienazione natale), che diventa così una tabula rasa su cui il padrone può incidere la propria volontà. Questa condizione rende la vittima totalmente dipendente, trasformandola in un’estensione della personalità del nobile.
La seconda è la concentrazione del potere attraverso l’architettura del segreto. Una volta creato, il potere deve essere concentrato in spazi che sfuggono al controllo della collettività. L’harem, il tempio o il recinto privato servono a isolare le risorse preziose (donne e bambini) e a segnalare l’esclusività dell’accesso d’élite. L’architettura stessa di questi luoghi – come dimostrato dall’analisi dello spazio sintattico nei templi arcaici – crea gerarchia limitando il movimento e la visibilità. Chi controlla l’accesso a questi spazi “sacri” o “proibiti” controlla la distribuzione della grazia o del piacere, consolidando la propria posizione al vertice della tribù.
La terza è la circolazione del potere attraverso l’ospitalità sessuale e la fratellanza di colpa. Il potere non può restare statico; deve circolare per creare alleanze. L’antropologia illustra come il corpo di una donna possa essere offerto a un ospite di alto rango per stabilire un legame di debito e reciprocità. Tuttavia, nelle forme più oscure di dominanza d’élite, la circolazione avviene attraverso la “trasgressione condivisa”. Partecipare insieme a un atto criminale o tabù (come lo sfruttamento di minori) crea un “patto di silenzio” e una “fratellanza di colpa” che è molto più vincolante di qualsiasi alleanza formale. Questo legame libidico e criminale assicura che i membri dell’élite proteggano il sistema per proteggere se stessi.

Il caso di Jeffrey Epstein non deve essere interpretato come un’anomalia della modernità, ma come una riattivazione di modelli tribali di gestione del potere basati sullo sfruttamento dei corpi vulnerabili. Epstein ha operato in modo neotribale, unendo schemi atavici di sottomissione in una società tecnologica, costruendo un’infrastruttura di potere che riflette creazione, concentrazione e circolazione del potere basate sullo sfruttamento estremo dei corpi ma non più in società arcaiche o premoderne ma nelle reti di potere delle élite globali. La creazione del potere, per Epstein e la sua cerchia avveniva attraverso un sistema di reclutamento che ricalca l’alienazione natale della schiavitù tradizionale. Utilizzando intermediari (come Ghislaine Maxwell) per adescare ragazze giovani e minorenni con promesse di istruzione o carriera, Epstein mirava a isolare le vittime dai loro supporti familiari. La “morte sociale” di queste ragazze era garantita dalla loro vulnerabilità economica e dal trauma, che le rendeva incapaci di ribellarsi o di cercare aiuto all’esterno. In questo modo, Epstein “creava” un pool di risorse umane su cui esercitare un dominio assoluto.

L’isola di Little St. James rappresenta l’apice della concentrazione del potere spaziale. Come i recinti sacri degli inca o dei re levantini, l’isola era un territorio “fuori dal mondo” dove le leggi della società ordinaria non avevano valore. Le testimonianze dei dipendenti descrivono l’arrivo costante di aerei privati (il “Lolita Express”) carichi di giovani donne, spesso vestite con felpe universitarie per mimetizzare la loro età. L’architettura dell’isola, con il suo ormai celebre “tempio” con cupola dorata e le statue eccentriche, serviva a creare una cosmologia privata che riflettesse il narcisismo sovrano di Epstein. Analizzando lo spazio secondo la logica del recinto cultuale, l’isola funzionava come un locus di potere dove Epstein agiva da sacerdote/padrone, decidendo chi poteva entrare e chi doveva servire. La vera “importanza” di Epstein per l’élite globale risiedeva nella sua capacità di far circolare il potere attraverso l’offerta di accesso alle vittime. Portando personalità influenti – politici, reali, scienziati – sulla propria isola e mettendoli in contatto sessuale con minori, Epstein non stava solo offrendo “piacere”, ma stava cementando alleanze attraverso la trasgressione condivisa.

In questa prospettiva, la vittima minorenne non è solo un oggetto di desiderio, ma una “valuta simbolica”. Chi consuma l’atto proibito con la “vergine” fornita dal padrone entra in una rete di mutuo ricatto e dipendenza. Questo meccanismo di fraternità criminale garantisce la coesione del gruppo d’élite: il segreto condiviso è il collante più forte di qualsiasi contratto poiché la sua rivelazione comporterebbe la rovina di tutti i partecipanti. Il neotribale finanziario di cui Epstein era componente non ha come valore assoluto il contratto, che si può mettere in discussione, ma il segreto che non si può né mettere in discussione né rivelare.

Nello sfruttamento tribale, il valore della vittima è inversamente proporzionale alla sua autonomia e la giovinezza e la verginità sono preziose perché rappresentano lo stato di natura non ancora “domato” dalla cultura ordinaria; violarle significa dimostrare una forza che può infrangere i tabù fondamentali della tribù. Nel caso Epstein, l’uso di minori e giovani donne serviva a segnalare ai partecipanti uno status di “semidei”. In una società che protegge formalmente l’infanzia, l’atto di abusare di un bambino in un ambiente di lusso e in sicurezza è la prova suprema di appartenenza a una casta che è al di sopra della legge comune. La vittima diventa un “segno” dell’invulnerabilità del carnefice. Le testimonianze riportano l’uso di maschere e ambienti decorati in modo grottesco, suggerendo una dimensione teatrale e rituale dell’abuso che serve a distanziare l’atto dalla realtà morale quotidiana. Il violentatore, all’interno di questa cerchia, acquisisce uno status di “iniziato”. Partecipare ai riti dell’isola significa essere stati scelti per vedere e fare ciò che alla “gente comune” è proibito. Questo crea un senso di superiorità e una separazione ontologica tra l’élite e il resto della popolazione. La capacità di Epstein di mantenere questa rete per decenni, nonostante le denunce e una condanna precedente, è la dimostrazione della forza di questa “resilienza del lignaggio” costruita sulla complicità criminale. Epstein rivela come le strutture di potere più avanzate possano regredire – o forse abbiano sempre mantenuto – logiche tribali di dominio. La concentrazione di ricchezza senza precedenti permette infatti la creazione di “isole di sovranità” dove il corpo umano torna a essere una merce di scambio primordiale. La violenza estrema del neotribale è servita in ambienti costruiti come se fossero resort per vacanze.

L’importanza per i membri nobili della tribù del possesso di vergini, giovani donne e bambini risiede nella loro funzione di “catalizzatori di sovranità”. Attraverso la creazione di soggetti socialmente morti, la concentrazione di queste risorse in spazi extra-territoriali e la loro circolazione in reti di complicità trasgressiva, le élite stabilizzano il proprio potere in modi che la politica formale non può replicare. Il caso Epstein rappresenta la versione iper-capitalistica, socialmente neotribale di questa dinamica atavica. La creazione di potere è avvenuta attraverso una rete di traffico che ha operato uno sradicamento sistematico delle persone reclutate; la sua concentrazione si è manifestata nell’architettura sacrale di Little St. James; e la sua circolazione ha cementato un’alleanza globale tra figure di immenso potere, unite non da ideologie, ma dal legame primordiale della colpa condivisa e del possesso del corpo altrui. Il valore simbolico delle vittime risiede nella loro capacità di agire come prova dell’impunità sovrana, trasformando ogni atto di abuso in un mattone dell’architettura del dominio d’élite. La comprensione di queste dinamiche è una necessità per decodificare le forme più oscure e persistenti di gestione del potere nella storia umana che si sono ben adattate alle evoluzioni del capitalismo.

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10/02/2026

Sulle email tra Jeffrey Epstein e Noam Chomsky

di Vijay Prashad

Ho il cuore spezzato. Da bambino ho subito una violenza sessuale orribile, di cui ho già scritto e che continua a segnarmi anche decenni dopo. Significa che non posso tollerare chiunque sfrutti i bambini piccoli in modo non solo morale ma fisico: sono profondamente disgustato da chiunque faccia del male ai bambini e rabbrividisco quando sento qualcuno che disciplina un bambino.

Due dei miei figli sono adulti, e due sono ancora bambini, e con ciascuno di loro ho sentito e provato profondo riguardo alle loro fragilità e al loro futuro. Per me, non ci sono seconde possibilità per chi viola un bambino.

Ho letto del caso Jeffrey Epstein perché mi fa molto male leggere della violenza pericolosa inflitta a bambini e giovani.

Ma ovviamente era impossibile ignorare le email tra il mio amico e collaboratore Noam Chomsky ed Epstein.

Ho letto quello che potevo, e ho visto ciò che dovevo vedere. Noam è stato un grande mentore per me, e abbiamo realizzato insieme due libri (l’ultimo, il suo ultimo). Entrambi i libri furono scritti intorno al periodo in cui corrispondeva con Epstein.

Ma nulla nelle nostre molte discussioni ha sollevato i temi di quella corrispondenza o il fatto che stesse incontrando Epstein. Noam ed io abbiamo parlato dell’imperialismo statunitense e dei suoi crimini, e poi di Cuba. L’unica altra cosa personale di cui parlavamo, oltre a queste questioni politiche, era il nostro amore per i cani e la lingua araba.

Poiché Noam non può parlare né scrivere e spiegare il suo rapporto con Epstein, la questione è delicata. Non c’è nulla da dire a suo favore.

Quando sono apparse le foto e le email, sono stato subito disgustato dalla pedofilia di Epstein, e quindi dall’amicizia di Noam con lui. A mio avviso, non c’è alcuna difesa per questo, né un contesto che possa spiegare questo scandalo.

Ho chiesto a Jeffery St. Clair, il direttore di CounterPunch, cosa avrebbe pensato il nostro amico comune Alexander Cockburn di queste rivelazioni. “Alex sarebbe stato turbato, credo”, scrisse Jeffrey, “per il fatto che Noam avesse un rapporto così stretto con un ultra-sionista e probabile agente israeliano... Un giudizio davvero sbagliato da parte di qualcuno che di solito prende decisioni così ponderate e profondamente ragionate”.

Epstein era un uomo dell’estrema destra e un sionista – un accumulatore di uomini di potere e influenza che vogliono trasformare il mondo nel loro paradiso e nel nostro inferno.

Ha presentato Noam a Ehud Barak, un uomo che aveva affrontato accuse di corruzione nei primi anni 2000 e che aveva commesso crimini di guerra durante il suo mandato come Primo Ministro israeliano.

Nel 2009, Barak condusse una terribile guerra contro i palestinesi a Gaza, uccidendo a sangue freddo circa 1500 palestinesi.

Il comitato d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduto da Richard Goldstone, ha rilevato nel suo rapporto che il governo israeliano – guidato da Barak – aveva commesso crimini di guerra. Quando Barak visitò il Regno Unito quell’anno, gli avvocati portarono un caso alla città di Westminster per chiedere un mandato ai sensi del Criminal Justice Act del 1988, che prevede la giurisdizione universale nei casi di crimini di guerra. Non si è concretizzato alcun mandato di questo tipo.

Perché Noam avrebbe dovuto incontrare un criminale di guerra nel 2015, sei anni dopo questi eventi? Quando ho chiesto a Noam nel 2021, per il nostro primo libro The Withdrawal, se sarebbe andato a incontrare Henry Kissinger, ha riso e ha detto di no. Eppure, prima – a mia insaputa – aveva incontrato un criminale di guerra.

Perché frequentare così liberamente una persona di tale indole? Perché dare conforto e consigli a un pedofilo per i suoi crimini?

Dal mio punto di vista, sono inorridito e scioccato.

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07/02/2026

La “Lista Nera di Hollywood” secondo Epstein

I nomi di chi appare nei file di Epstein come “anti-Israele” 

Per anni, la “Lista Nera di Hollywood” è stata un capitolo oscuro dei libri di storia, una reliquia dell’era della Guerra Fredda. Tuttavia, la recente divulgazione dei documenti privati ​​di Jeffrey Epstein ha portato alla luce una versione moderna di quel meccanismo, rivelando l’alta posta in gioco professionale di celebrità come Zayn Malik e Emma Thompson che hanno osato infrangere il tabù più rigido del settore: il sostegno alla Palestina.

Tra i documenti del 2014 rinvenuti negli archivi di Epstein c’è un documento che non è solo una newsletter: è un piano tattico per la rovina professionale. Intitolato “Celebrità anti-israeliane e i loro marchi”, il file collega meticolosamente le star di alto profilo ai loro sponsor aziendali, segnalando ai potenti dove colpire esattamente il sostentamento di un artista.

Tra loro c’erano l’ex star degli One Direction, Zayn Malik, la vincitrice del premio Oscar Emma Thompson, il musicista Stevie Wonder, Roger Waters dei Pink Floyd, Penelope Cruz e Javier Bardem, Russell Brand, Dustin Hoffman e l’attore Danny Glover. 

La “ghigliottina digitale” 

Il conflitto di Gaza del 2014 ha segnato una svolta nell’attivismo delle celebrità. Quando Zayn Malik ha twittato un semplice #FreePalestine, non stava solo esprimendo il suo sostegno a un popolo sottoposto a pulizia etnica, ma, secondo i file appena desecretati, è stato segnalato per ritorsioni commerciali.

I documenti evidenziano una triste realtà: ai vertici del potere, il “marchio” di una celebrità viene spesso usato come un vincolo per tenerla a freno. Elencando le sponsorizzazioni di star come Penélope Cruz e Javier Bardem, l'organizzazione dietro l’email ha fornito esattamente la leva necessaria per fare pressione su studi cinematografici e sponsor affinché prendessero le distanze dai talenti “controversi”. 

Fabbricare il silenzio

Le email rivelano un sistema più ampio che impone il silenzio nell’industria dell’intrattenimento. I documenti indicano che personaggi influenti non solo monitoravano ciò che dicevano le celebrità, ma anche chi le sosteneva finanziariamente, inviando un chiaro avvertimento ai giovani artisti: prendere posizione comporta rischi professionali.
 
I registri mostrano l’effetto in azione

Nel 2014, alcuni attori di alto profilo hanno subito forti pressioni e sono stati costretti a rilasciare chiarimenti pubblici dopo essere stati accusati di parzialità, una mossa ampiamente vista come un tentativo di proteggere le loro carriere da una reazione coordinata.
 
Un modello di ritorsione

L’inclusione di queste liste nell’archivio personale di Epstein suggerisce che il “monitoraggio” del sentimento pro-palestinese fosse una priorità per coloro che si muovevano nei più alti circoli di influenza globale. Rafforza una narrazione a lungo sostenuta dagli attivisti: che parlare apertamente dei diritti umani dei palestinesi porti a una lista nera “silenziosa”, dove i ruoli si esauriscono, le agenzie di talenti perdono rappresentanza e le etichette improvvisamente si raffreddano.

Con l’aumentare dei documenti desecretati, il quadro diventa più chiaro. Il “rischio” di parlare apertamente non era frutto dell’opinione pubblica, ma uno sforzo calcolato da parte di coloro che avevano le mani sulle leve dell’industria. Per Malik, Thompson e altri, i loro nomi nei file di Epstein sono la testimonianza di una sfida che metteva a repentaglio la carriera e che rimane una realtà per gli artisti di oggi.

I documenti servono come un inquietante promemoria del fatto che, se da un lato la fama fornisce una piattaforma, dall’altro rappresenta anche un bersaglio per coloro che credono che alcuni diritti umani siano troppo “politici” per essere difesi.

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06/02/2026

I dossier Epstein: Israele, Trump e le infinite omissioni

Attualmente esistono prove che dimostrano senza ombra di dubbio che Epstein stava lavorando per conto di Israele in qualche modo, che ha usato un linguaggio suprematista ebraico e che molti individui potenti sono accusati di illeciti nei suoi confronti.

La recente pubblicazione dei documenti di Epstein da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, oltre 3 milioni di pagine, ha scatenato un’altra grande tempesta politica. Non solo viene menzionato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche una serie di leader mondiali e figure influenti, che si presume siano stati compromessi da Israele.

Razzismo, pedofilia, sacrifici rituali e cooptazione di personaggi influenti hanno scandito la storia di Jeffrey Epstein, raccontata attraverso i documenti pubblicati e/o trapelati nell’ultimo anno. Nell’ottobre del 2025, sia Drop Site News che The Investigations hanno rivelato un altro elemento chiave nello scandalo Epstein: il ruolo di Israele.

Nonostante si tratti di una delle notizie più controverse e in continua evoluzione al mondo, che cattura l’interesse di esponenti di ogni angolo del panorama politico, la menzione dei legami dei trafficanti di minori con Israele è quasi del tutto assente dalla copertura mediatica dell’argomento.

Sebbene si siano a lungo speculate sul potenziale coinvolgimento del Mossad israeliano con Jeffrey Epstein e la sua operazione, basandosi principalmente su prove circostanziali e affiliazioni, nessuna documentazione concreta ha dimostrato l’entità del collegamento; in altre parole, non c’era esattamente la prova schiacciante. Eppure, i documenti di posta elettronica estratti dal gruppo di pirati informatici Handala sono trapelati e hanno fornito esattamente questo.

Non solo il collegamento tra Epstein e Israele esisteva chiaramente, ma ora c’erano anche prove che il trafficante di minori condannato stava tentando di favorire il rovesciamento del governo siriano. Inoltre, aveva un rapporto così stretto con l’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak che ne aveva persino inviato bozze e raccomandazioni per i suoi editoriali.

Col passare del tempo, sia Murtaza Hussain che Ryan Grim di Drop Site News avrebbero pubblicato ulteriori prove del ruolo di Epstein nel favorire Israele. Tra queste, la vendita di uno Stato di sorveglianza alla Costa d’Avorio, dove un’importante spia israeliana avrebbe soggiornato a casa sua per settimane intere, e persino l’aver incoraggiato una banca svizzera Rothschild a finanziare l’industria israeliana delle armi informatiche.

Con il nuovo documento del Dipartimento di Giustizia incompleto, è diventato ancora più chiaro. Il rapporto di Epstein con Israele non era solo una ricerca di accordi, ma era anche qualcosa che Epstein era ideologicamente incline a sostenere. Sebbene abbia ricevuto scarsa attenzione, ci sono diversi scambi tra Epstein e altri colleghi ebrei, in cui usano esplicitamente la retorica suprematista ebraica, prendendo in giro coloro che chiamano “Goyim” (non ebrei) e riferendosi alle persone afro usando la parola che inizia con la N.

La componente ideologica dell’operazione Epstein è importante, in quanto potrebbe evidenziare le potenziali motivazioni del suo impegno ad aiutare Israele. Rende anche i suoi legami con il potere ancora più preoccupanti. In una e-mail del 2016, Epstein affermò al fondatore di Palantir, Peter Thiel, che “come probabilmente saprai, rappresento i Rothschild”, un’importante famiglia di banchieri fortemente coinvolta nel Progetto Sionista fin dagli anni ’10 del 900.

Tenendo presente queste informazioni, i chiari legami di Epstein con leader mondiali, famiglie di banchieri, servizi segreti, giganti della tecnologia, appaltatori di armi e altro ancora, la menzione del nome di Donald Trump, circa 1.800 volte nei documenti pubblicati, solleva di per sé importanti interrogativi.

John Kiriakou, un ex importante agente della CIA diventato informatore, ha persino espresso la sua opinione secondo cui Jeffrey Epstein fosse un “agente di accesso” che lavorava per conto del Mossad israeliano. Ha spiegato che le agenzie di spionaggio usano persone come Epstein per raggiungere individui in posizioni di potere che non possono reclutare direttamente.

Sebbene le accuse di gravi illeciti penali mosse contro Trump nei documenti non siano comprovate, l’ultima rivelazione ha scatenato un’ondata di proteste pubbliche che chiedeva risposte, ovvero un memorandum dell’FBI del 2020 che afferma che Trump era stato “compromesso da Israele”.

Sebbene le affermazioni contenute nel rapporto CHS dell’FBI, che sostengono anche la cooptazione di altri importanti individui da parte del Mossad, non siano il risultato di un’indagine e non siano state provate in tribunale, provenendo invece da una fonte non divulgata, sono comunque gravi.

Per tutta la durata del primo mandato di Trump, i media istituzionali hanno seguito la vicenda del Russiagate 24 ore su 24, nel tentativo di costruire la tesi secondo cui Mosca avrebbe cooptato il Presidente degli Stati Uniti. Eppure, abbiamo la documentazione dell’affiliazione di Trump con Epstein; è noto a tutti che la sua campagna è stata finanziata dalla miliardaria più ricca d’Israele, Miriam Adelson, e c’è persino un documento dell’FBI che afferma che è stato cooptato. Tutte queste prove vengono semplicemente ignorate dalla stampa convenzionale.

Al momento, non ci sono prove conclusive che possano reggere in tribunale e portare a una condanna del Presidente degli Stati Uniti, per nessuna delle accuse. Tuttavia, alla luce di quanto è stato reso pubblico, molte voci scettiche si sono chieste se esistano prove del genere, raccolte a scopo di ricatto.

Se la teoria secondo cui l’operazione di Epstein fosse gestita dal Mossad israeliano e, almeno in parte, progettata per raccogliere informazioni compromettenti su individui influenti è corretta, una valutazione che non è più assurda, allora questo sarebbe il più grande scandalo nella storia della presidenza degli Stati Uniti. Un altro importante interrogativo riguarda la tempistica della divulgazione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia, in relazione all’escalation tra Stati Uniti e Iran.

Attualmente esistono prove che dimostrano senza ombra di dubbio che Epstein stava lavorando per conto di Israele in qualche modo, che ha usato un linguaggio suprematista ebraico e che molti individui potenti sono accusati di illeciti nei suoi confronti. Al momento, ci sono molti punti ancora da collegare e mancano informazioni vitali, senza le quali è impossibile determinare le responsabilità.

Dal lato degli accusati, tutti coloro che erano coinvolti con Epstein, da Trump al principe Andrea, negano qualsiasi illecito. Anche questo è quantomeno sospetto, poiché tutti sostengono la versione secondo cui nessuno ha fatto nulla di sbagliato a parte Epstein e, nel caso di Donald Trump, i suoi oppositori politici, anch’essi implicati.

L’archivio reso finora disponibile è reperibile con questo link

di Robert Inlakesh, analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele).

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02/02/2026

La società horror degli Epstein files

Ci siamo istintivamente tenuti lontani dalla storiaccia degli “Epstein files” perché troppo facile da prendere per i lati sbagliati, trasformando le necessità dell’informazione nel guardare dal buco della serratura “i peccati dei potenti”.

È la strada intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla berlina il campo politico solo formalmente avverso.

Chi ci voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella corte. E così via, giù per i rami di collaboratori di alto livello noti già prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2015 per finire condannato tre anni dopo).

Ed anche un po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di distanza.

Eppure questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.

Non siamo andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc.. 

È questo, secondo noi il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle “deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità, infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto “autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età.

Epstein non era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella “presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza...) fosse dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la differenza tra chi sta nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.

Sei milioni di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello – indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.

E in effetti le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso lasciata circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida ascesa nel mondo che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli di famiglie reali, imprenditori della old e della new economy, finanzieri, giornalisti, ecc., fosse un patrimonio decisamente più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque di buona parte del pianeta.

È la stessa logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di ingresso e l’appartenenza alle “confraternite” studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.

Riti di “iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune” – da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali nella massoneria, insomma... 

Ogni sistema ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’“oggetto di schedatura”. Era stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).

La leggenda non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra, ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi, bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era “nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.

Segno che in quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della “Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica” venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace. Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.

Gli Epstein files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere “favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica internazionale statunitense, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere che i conti correnti.

Anche a leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.

Il primo tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili già solo per aver visto certe facce.

Il secondo, altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che permettono di stare in questo circolo riservato”.

Questa è la gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa, cioè la loro), “regole”, “morale”, “merito”, “sacrificio” o ancora più canagliescamente “patria”.

Questa è la gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un dittatore”. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una malattia venerea...).

Non è uno spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).

Quel che avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze” dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.

Errore. Come sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo contemporaneo.

P.S. Per chi volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è visibile qui.

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27/12/2025

I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele

La biografia postuma di Virginia Giuffre – vittima centrale del network di Jeffrey Epstein – espone abusi sessuali e violenza fisica sistemica. Le sue memorie costituiscono un’accusa formale contro l’élite di individui potenti coinvolti nel traffico sessuale. Giuffre documenta un regime di sfruttamento, afferma di essere stata violentata e brutalmente percossa da un “noto Primo Ministro” non identificato, dichiarando di aver temuto la morte durante la violenza sessuale. La vittima specifica che negli anni trascorsi con Epstein e il suo entourage è stata regolarmente “prestata a decine di persone ricche e potenti”. Descrive l’uso e l’umiliazione abituali subiti, includendo atti di strangolamento, percosse e lesioni fisiche. Il libro è stato pubblicato in Australia, a sei mesi dalla morte di Giuffre, e offre una ricostruzione dettagliata degli abusi subiti in adolescenza e del suo successivo impegno per ottenere giustizia.

Vi è però una discrepanza tra le versioni editoriali: l’edizione statunitense identifica l’aggressore come un “noto Primo Ministro”, mentre quella britannica lo definisce un “ex ministro”. La violenza protratta da questo politico non specificato è descritta con una Giuffre che implora Epstein: “Mi sono inginocchiata e l’ho supplicato. Non so se Epstein temesse quell’uomo o se gli dovesse un favore, ma non ha voluto promettere nulla, dicendo freddamente della brutalità del politico: a volte ti capiterà”.

Le informazioni contenute nelle memorie esacerbano anche lo scandalo che coinvolge il Principe Andrew. Nonostante la sua recente decisione di rinunciare ai titoli reali, il rilascio del testo di Giuffre aggraverà la situazione del membro della famiglia reale. Il Principe Andrea ha precedentemente negato di averla mai incontrata, ma ha risolto la causa civile nel 2022 con un accordo multimilionario.

Quello che coinvolge Jeffrey Epstein è un intrigo internazionale che riguarda finanza, politica e celebrità, traffico sessuale, droga e spionaggio nelle proprietà di lusso di un finanziere la cui ascesa sociale è un mistero. Possedeva persino un’isola Jeffrey Epstein, ci si arrivava con un Boeing 727-100 ribattezzato dalla stampa “Lolita express” per il coinvolgimento di minorenni: la lista passeggeri coinvolge Stati Uniti e Regno Unito. Un caso di kompromat e honey trap: gli invitati erano attratti da giovani ragazze (spesso minorenni) usate come esche, poi venivano filmati e ricattati secondo schemi tipici dell’intelligence. Le giovani erano reclutate da Ghislaine Maxwell – compagna di Epstein e figlia dell’ex agente del Mossad Robert Maxwell – che le adescava promettendo networking, denaro e carriere nella moda.

È qui entra in gioco Victoria’s Secret: Epstein si spacciava per talent scout di Victoria’s Secret per adescare aspiranti “angeli” proponendo casting fasulli. Il miliardario proprietario del brand, Leslie Wexner, è stato il primo sponsor del finanziere, figlio di immigrati ebrei-russi e figura centrale nell’establishment filantropico e sionista americano.

La Wexner Foundation finanzia programmi universitari per giovani leader ebrei israeliani e americani. Il Mega Group, da lui fondato, viene associato a operazioni di soft power e lobbying, fonti giornalistiche parlano di legami col Mossad. Ad ottobre 2023, dopo 34 anni, Wexner taglia i finanziamenti ad Harvard per le proteste pro Palestina.

Il colpo di grazia a Victoria’s Secrets – e alla cultura tossica e patriarcale di cui era incarnazione – è stato il #MeToo, movimento nato da un caso analogo: il caso di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale protetto da Hollywood e dall’élite (media, agenzie, studi legali e Pr). Secondo il New Yorker il magnate avrebbe ingaggiato la società di intelligence privata israeliana Black Cube, fondata da ex agenti Mossad, per ricattare le vittime e metterle a tacere.

Israele come rifugio per predatori

Israele, negli ultimi decenni, si è configurato come una vera e propria fortezza per predatori sessuali. La Legge del Ritorno (Aliyah), infatti, consente agli ebrei che vivono fuori da Israele – ad eccezione di quelli con “precedenti penali suscettibili di mettere in pericolo il benessere pubblico” – di stabilirsi nel paese, in tempi rapidi, portando con sé i propri coniugi, figli e nipoti.

Già nel 2016 sorgevano forti preoccupazioni in Israele sui presunti arrivi di molti predatori sessuali: Manny Waks – fondatore del gruppo di advocacy Kol V’Oz – in un’intervista a The Independent, ha dichiarato: “Israele sta diventando un rifugio sicuro per i pedofili a causa dell’opportunità unica, disponibile a tutti gli ebrei, di emigrare lì. Questo fornisce un modo relativamente rapido ed efficace per sottrarsi alla giustizia in altri paesi”. 

L’Associazione Matzof, che monitora la pedofilia in Israele, stima che ogni anno decine di migliaia di molestatori siano attivi, con circa 100.000 vittime annuali. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di Malka Leifer, ex preside di una scuola religiosa ebraica a Melbourne, fuggita in Israele dopo le accuse di abusi sessuali su oltre 70 studentesse. Per sette anni, Leifer è riuscita a evitare l’estradizione in Australia per infermità mentale.

La polizia israeliana ha spinto sull’incriminazione per frode e abuso di fiducia dell’ex ministro della Salute Yaakov Litzman, sospettato di aver fatto pressioni sui dipendenti del ministero affinché manipolassero le valutazioni psichiatriche di Leifer. Litzman, potente politico ultra-ortodosso, si dichiara innocente. Successivamente, una commissione psichiatrica israeliana ha stabilito che Leifer mentiva sulle proprie condizioni mentali, queste prove portarono poi al suo nuovo arresto e alla successiva estradizione in Australia nel 2021.

Un altro caso significativo riguarda Tomás Zerón, ex capo dell’Agenzia di Investigazione Criminale del Messico, ricercato per il suo coinvolgimento nella sparizione di 43 studenti nel 2014 dalla Scuola rurale di Ayotzinapa e per accuse di tortura. Un articolo pubblicato nel maggio 2022 da Calcalist, quotidiano economico israeliano, affermava che Tomás Zerón vivesse con il gigante tecnologico israeliano David Avital nelle Neve Zedek Towers, un lussuoso complesso residenziale a Tel Aviv. In un articolo del New York Times, l’ex sottosegretario messicano per i diritti umani, Alejandro Encinas, ha poi dichiarato che Zerón aveva legami con potenti aziende israeliane di sorveglianza che lo avevano aiutato a fuggire dal Messico.

Nel 2016, i media locali riportarono che Zerón era l’interlocutore principale nelle trattative per l’acquisto, da parte del Messico, del software spia Pegasus della società israeliana NSO Group: lo stesso software utilizzato per spiare diversi gruppi, tra cui attivisti e giornalisti, che avrebbero potuto minacciare la posizione del governo sul caso Ayotzinapa, secondo i ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto.

Molti autori di reati sessuali, tra cui Malka Leifer, trovano rifugio negli insediamenti illegali ultra-ortodossi in Cisgiordania: in queste aree risiedono illegalmente oltre 700.000 coloni israeliani, occupando le terre palestinesi. Ma la questione dei network globali di individui privilegiati non si limita a Israele. C’è, infatti, un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore.

Un vero schema di spionaggio e ricatti

C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere.

Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda.

Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrea. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrità, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “freak-off parties”.

Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele.

Lo stretto legame tra Epstein e l’intelligence israeliana

Jeffrey Epstein oltre ad essere stato un molestatore e pedofilo seriale protetto da potenti amici, era un nodo strategico in una rete molto più oscura, fatta di affari, intelligence e geopolitica. I legami tra Epstein, Israele e le figure chiave dell’establishment israeliano, come Ehud Barak e la famiglia Maxwell, non sono dettagli marginali, ma elementi centrali di una storia che i media mainstream evitano appositamente di raccontare fino in fondo.

Nel 2015, Barak – ex Primo Ministro, ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF, e volto rispettabile della politica israeliana – ha fondato una società veicolo con cui ha investito milioni nella startup israeliana “Carbyne”, una società che sviluppa tecnologie per le emergenze basate sulla raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale. Un progetto con implicazioni chiare nel campo della sorveglianza, della sicurezza e quindi potenzialmente utilizzato dagli apparati di intelligence. Dietro ad alcuni dei fondi che hanno alimentato l’investimento, secondo quanto riportato da Haaretz, c’era proprio Jeffrey Epstein.

Epstein non aveva solo capitali da investire: aveva relazioni strategiche, capacità logistiche, jet privati e proprietà isolate, l’habitat perfetto per operazioni di compromissione e controllo. Chiunque indaghi su Carbyne, sul suo potenziale uso duale civile-militare e sui suoi uomini chiave (tra cui Pinchas Buchris, ex Direttore Generale del Ministero della Difesa israeliano) capisce che non si trattava solo di una “start-up innovativa”. Era, piuttosto, un’infrastruttura ideale per chi volesse raccogliere informazioni in tempo reale e manipolare il flusso di dati sensibili.

Epstein e Maxwell come asset dell’ombra sionista

Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutatrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda.

Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi.

Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo.

La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale?

Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza.

È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica.

Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files, potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati.

I dossier Epstein, un cappio al collo della élite mondiale

In questo contesto, è essenziale comprendere come il meccanismo messo in piedi da Epstein e Ghislaine Maxwell fosse, prima ancora che un semplice traffico di minori, una vera e propria operazione di intelligence costruita su un modello di “honey trap” (o trappola sessuale), storicamente utilizzata dai servizi segreti per compromettere e ricattare figure chiave del potere. Non si trattava, quindi, solo di soddisfare le perversioni delle élite, ma di costruire un archivio vivente di ricatti, in grado di condizionare scelte politiche, alleanze internazionali e orientamenti strategici.

Tutto era progettato per documentare ogni incontro, ogni abuso, ogni caduta. L’ipotesi che Israele – tramite i suoi asset Epstein e Maxwell – abbia utilizzato questi materiali per condizionare leader americani, incluso Donald Trump, non è affatto peregrina. Anzi, è un’ipotesi supportata da numerosi segnali: i rapporti tra Trump e Epstein, documentati da foto, testimonianze e frequentazioni, cessano bruscamente proprio quando l’ambizione politica di Trump comincia a prendere forma.

Non è un caso se, ogni qualvolta che Trump alza la voce contro lo “Stato profondo” o critica gli interessi israeliani più estremi, nei media e nei tribunali americani riemerga, puntualmente, l’eco del “caso Epstein” e dei suoi legami torbidi. La guerra legale che lo perseguita potrebbe essere solo il volto pubblico di una pressione molto più oscura e silenziosa, fatta di dossier segreti, minacce implicite e promemoria inviati attraverso le corti e i titoli di giornale. Chi possiede gli “Epstein Files” – ammesso che siano ancora completi – detiene una chiave d’accesso a un potere senza volto, in grado di alterare la direzione della politica americana ed estera, non tanto per “idealismo”, ma per interesse strategico. E se tale chiave fosse oggi nelle mani di apparati legati a Israele, ciò spiegherebbe molto di più sull’assoluta reticenza di certi settori dell’establishment nel far emergere tutta la verità. I nomi custoditi in quei file sono potenzialmente molto letali per l’equilibrio tra potenze globali.

Little Saint James, l’hub degli orrori di Epstein e non solo

L’isola di Little Saint James, proprietà personale di Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini americane, è molto più di una semplice location estiva. È stata, a tutti gli effetti, il cuore pulsante di un’operazione globale di compromissione protetta da una rete di complicità trasversali. L’isola, acquistata da Epstein nel 1998 per circa 7 milioni di dollari, venne rapidamente trasformata in una fortezza isolata, dotata di eliporto, porto privato, sistemi di sicurezza avanzati, personale fidelizzato e, soprattutto, una struttura logistica pensata per garantire totale riservatezza a ospiti di altissimo profilo.

Qui, secondo innumerevoli testimonianze e documenti processuali, si svolgevano abusi sistematici, incontri riservati e sessioni di registrazione audiovisiva: materiale potenzialmente utilizzato per creare un archivio di ricatti trasversale a politica, finanza, mondo accademico e non solo. Un altro aspetto che rende Little Saint James ancor più inquietante è la sua geografia simbolica e architettonica. Il misterioso “tempio” costruito sull’isola – una struttura cubica con cupola dorata, porte blindate e innumerevoli simboli ambigui – è stato oggetto di indagini, speculazioni e teorie, oltre che per il suo aspetto bizzarro anche per la funzione che poteva avere all’interno della struttura coercitiva.

Secondo diverse fonti, avrebbe ospitato stanze di isolamento acustico, molto probabilmente progettate per registrazioni compromettenti. Il tempio, crollato misteriosamente subito dopo l’arresto di Epstein, è stato liquidato come “magazzino musicale” dai suoi avvocati, un’affermazione ridicola, smentita dalle immagini satellitari, dai registri edilizi e dalla presenza costante di personale armato nei dintorni della struttura.

A rendere ancora più evidente il livello di protezione dell’isola vi è il fatto che, nonostante innumerevoli voli privati, testimonianze dirette e una lista di ospiti che includeva il Principe Andrea, Bill Clinton, banchieri, scienziati e altri personaggi di fama mondiale, per anni nessuna agenzia federale statunitense ha ritenuto necessario indagare realmente sull’attività dell’isola.

I voli del “Lolita Express” atterravano regolarmente lì, trasportando giovani ragazze e ospiti selezionati, in un traffico aereo che sembrava muoversi in uno spazio legale parallelo, immune da ogni controllo.

L’ipotesi che l’isola fosse non solo un luogo di abusi ma un hub operativo per attività di intelligence, legate ai servizi segreti israeliani o ad altri servizi “alleati”, diventa quindi un’ipotesi sempre più plausibile, soprattutto alla luce dei silenzi assordanti che ancora circondano le sue attività.

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28/11/2025

USA - “Crisi Incrociate: Sconfitta Democratica, Epstein Files e il GOP sotto pressione”

Nell’episodio di questa settimana, Living in America analizza la fine del lungo government shutdown e la scelta, controversa ma deliberata, del Partito Democratico di accettare i termini della riapertura del governo senza ottenere garanzie sull’estensione dei fondi per l’ACA, l’Obamacare. Una decisione motivata dall’idea che prolungare la paralisi sarebbe stato peggiore per il Paese, anche se una parte significativa del loro elettorato non sembra condividere questa valutazione.

Mentre le istituzioni riprendono a funzionare, un’altra vicenda torna a incombere su Washington: i file del caso Epstein, ormai vicinissimi alla divulgazione completa. Una prospettiva che per mesi il Presidente della Camera Mike Johnson aveva cercato di evitare, anche a costo di mantenere il governo chiuso, temendo l’impatto potenzialmente devastante per il GOP. Tra scelte politiche difficili, tensioni interne ai partiti e la possibilità di rivelazioni esplosive, Living in America guida gli ascoltatori in un racconto lucido e diretto, svelando ciò che sta accadendo dietro le quinte della crisi istituzionale americana.

Cosa sta succedendo negli Stati Uniti? È vero che agenti federali incappucciati girano per le strade, sequestrando e rinchiudendo donne e uomini, solo perchè immigrati? Perchè il presidente Trump sta inviando la Guardia Nazionale a presidiare le città? Charlie Kirk cosa diceva, veramente? E chi lo ha ucciso? Perchè per Trump il problema è “l’estrema sinistra violenta”? Ma negli Stati Uniti, c’è un’ “estrema sinistra”? È vero, come dice Steve Bannon, che “il nazionalismo cristiano non è mai stato così forte”? E che fine hanno fatto i Democratici? È vero che Trump punta al terzo mandato? Gli Usa stanno lentamente diventando un’autarchia? Ed è vero che odia e disprezza l’Europa, ed ha voluto punirla con i dazi?

Da questa parte dell’Oceano Atlantico, forse mai come in questo momento, le idee sugli Stati Uniti sono confuse, le informazioni relativamente poche, le strumentalizzazioni invece tantissime. La Lega e Fratelli d’Italia fanno a gara a chi è più Trumpiano dell’altro, cercando di accreditarsi come sponda europea dell’Alt Right e del Maga, perdendo di vista che – per Trump – l’Europa è più una scocciatura, se non un avversario, che altro. Ma, tutto sommato, di quel che avviene oggi in America (che poi gli Stati Uniti, dell’America, sono solo un pezzo, ma tant’è) non ne sappiamo tantissimo.

E allora? Allora ce lo facciamo raccontare e – se possibile – spiegare da chi negli States ci vive e lavora da vent’anni: Silvia Minguzzi, italiana expat negli Stati Uniti, exhibition coordinator e Graphic Designer presso la CSU Libraries (Biblioteca Universitaria di Colorado State University).

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13/11/2025

“Shitstorm Epstein” sulla Casa Bianca

Lungi da noi volerci occupare dell’ennesimo “scandalo” che colpisce il vertice statunitense, ossia le mail rese note solo ora con cui Jeffrey Epstein – finanziere e organizzatore di festini tra potenti e minorenni – affermava di aver avuto tra i propri “clienti” anche Donand Trump.

Epstein è morto in un carcere federale nel 2019, ufficialmente “suicida”, come spesso capita a chi detiene così tanti segreti da perderne il controllo e venirne travolto.

Il dettaglio – Trump che si intrattiene “per ore”, in casa Epstein, con una ragazza minorenne poi a sua volta morta suicida (ma il padre ne dubita) – è comunque importante per tutt’altro motivo.

È leggenda ben poco segreta che il finanziere-puttaniere fosse anche un “agente operativo” del Mossad. Lui stesso – racconta Michael Robotham in un libro dedicato a lui e alla sua compagna di avventure, Ghislaine Maxwell, anche lei ora detenuta – metteva in circolazione le storie più incontrollabili:
«Una storia scandalosa lo collega alla CIA e al Mossad. Un’altra racconta che Epstein fosse un pianista concertista. Un’altra ancora che fosse un insegnante di matematica in un’esclusiva scuola femminile... “Mi disse che era una spia assunta da alcune società per ritrovare ingenti somme di denaro che erano state sottratte”, racconta. “Lo faceva sembrare molto eccitante e affascinante...”»
Niente di nuovo sotto il cielo dello spionaggio... Martin Wolf, “l’uomo senza volto” fondatore e direttore della Stasi nella DDR, ha spiegato bene come i letti siano uno degli strumenti migliori per carpire segreti.

La sua appartenenza al “noto servizio” è stata ad una certo punto così data per certa da costringere un premier israeliano – Naftali Bennet – a smentirla nervosamente. L’attendibilità dei governanti di Tel Aviv è però da sempre decisamente al di sotto di qualsiasi soglia umanamente accettabile.

Tanto più che un altro premier – Ehud Barak – ha intrattenuto con Epstein lunghissimi e documentati rapporti di collaborazione miranti, tra l’altro, a stabilire un rapporto semi-segreto con Putin nel tentativo di convincerlo a scaricare Bashar Al Assad tra il 2013 e il 2016. Un incontro diretto, al Cremlino, alla fine ci fu, ma non ebbe il risultato sperato.

Ehud Barak, teoricamente “laburista”, era stato peraltro il comandante del nucleo di “teste di cuoio” israeliane che nel 1972 fu autore del massacro all’aeroporto di Lod (26 morti e 80 feriti), per metter fine ad un dirottamento aereo filo-palestinese. Nel nucleo delle forze speciali c’era anche un tale Benjamin Netanyahu, che rimase ferito ad un braccio da “fuoco amico”. Che ambientino “civile” dev’essere il vertice dello Stato sionista, vero?

L’appartenenza di Epstein al Mossad – con grandissima libertà d’azione, vista la sua ricchezza e le sue entrature – è testimoniata però da Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence israeliana, che nel 2020, in un’intervista ha dichiarato che sia Epstein sia Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell, erano agenti.

La “tecnica” preferita di Epstein con i potenti che entravano nel giro stretto dei suoi “amici” era appunto quella di organizzare incontri sessuali con ragazze, anche minorenni, nelle sue numerose case. Ovviamente ricche di telecamere e registratori nascosti. Anche il fratello dell’attuale re d’Inghilterra, l’ex “principe” Andrea – ora privato del titolo proprio per questo – si è ritrovato tra i ricattati eccellenti.

Quando ci si chiede il perché dell’“alleanza d’acciaio” tra Stati Uniti e Israele bisognerebbe forse mettere in conto anche queste tresche. Che contano certo meno dei soldi e degli affari, ma non tanto di meno. La credibilità politica dei leader è infatti molto volatile e risente inevitabilmente anche degli scandali.

Trump non cadrà per questo, ma un altro consistente pezzo del suo piedistallo sta saltando via...

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13/09/2025

Chi ricatta chi? Trump e Netanyahu, Clinton e il fantasma di Epstein

Quale potere di Netanyahu su Trump?

Questa cronaca e tante altre concessioni americane a Israele in questi lunghi mesi di un conflitto in Medio Oriente che invece di chiudersi si va estendendo richiama alla memoria una vecchia storia mai del tutto chiarita. Netanyahu, si chiedono in molti, sta ricattando il presidente americano come quando lo stesso premier israeliano avrebbe ricattato il presidente Bill Clinton? «In uno scandalo che è andato in gran parte perduto nella memoria contemporanea – ricorda un giornalista sul sito americano ‘Drop site’ – era stata ventilata l’ipotesi che Netanyahu avesse ricattato il capo della Casa Bianca rivelandogli che Israele aveva raccolto registrazioni di telefonate a sfondo sessuale tra il 42° presidente e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky».

Bill e Monica, sussurri e ricatti

«Clinton incontrò Netanyahu nello Studio Ovale nel febbraio 1997. Successivamente, secondo la testimonianza rilasciata dalla Lewinsky all’ufficio del procuratore speciale, la segretaria di Clinton, Bettie Currie, contattò la Lewinsky per invitarla a un incontro nello Studio Ovale, dicendole che Clinton ‘aveva qualcosa di importante da dirle’. Quello sarebbe stato il loro ultimo incontro sessuale, ma Clinton colse anche l’occasione per dirle che ‘un’ambasciata straniera’ aveva intercettato il suo telefono e registrato la loro conversazione. Clinton non avrebbe specificato quale ambasciata, sebbene l’incontro con la Lewinsky sia avvenuto il mese successivo al suo incontro con Netanyahu.

La spia Polard amica di Ben Gvir

In ballo c’era la sorte di una spia, cittadino americano, Jonathan Pollard che lavorava per Israele. Clinton accettò di ‘riesaminare’ il caso di Pollard. Non lo rilasciò ma – ricorda Drop Site – fu liberato nel 2015. Tornato in Israele, Pollard è un aperto sostenitore del ministro estremista per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e ha chiesto la completa pulizia etnica di Gaza.

Altro scandalo sessuale oggi

Un altro scandalo sessuale, molto più vasto, rischia di travolgere l’attuale presidente americano. Qui non si parla di telefoni della Casa Bianca controllati dal Mossad o da altri servizi ancora più sofisticati della vasta comunità spionistica israeliana. È probabile, però, che molti degli attori dello scandalo che portò il finanziere Jeffrey Epstein in carcere fossero seguiti, osservati dai servizi di Tel Aviv. C’è chi sostiene che lui stesso avesse lavorato come agente segreto per gli israeliani come la sua compagna Ghislaine Maxwell, figlia di Élisabeth Meynard, storica francese nota per le sue ricerche sull’Olocausto, e dell’editore britannico Robert Maxwell, proprietario del Daily Mirror, e di importanti quote in note società editoriali come la MTV Europe e la casa editrice MacMillan.

«Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire», disse di lui il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, durante il suo funerale.

Archivo Epstein arma puntata

L’amicizia Trump-Epstein risale ai primi anni ’90, quando entrambi frequentavano gli stessi ambienti a Palm Beach, in Florida, e a New York. In un’intervista del 2002 al New York Magazine, Trump descrisse Epstein come «un ragazzo fantastico a cui piacciono le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono giovani». Epstein fu arrestato nel 2019 per traffico sessuale di ragazze minorenni e morì un mese dopo in carcere. Il caso fu dichiarato suicidio. Ghislaine Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con o per conto del finanziere ed ex compagno.

Il loro ‘archivio’ resta più o meno segreto. E molti leader europei e americani, oltre a Trump, tremano.

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21/07/2025

Trump, Epstein e il Deep State

di Chris Hedges

Il rifiuto da parte dell’amministrazione Trump di rendere pubblici i documenti e i video raccolti durante le indagini sulle attività del pedofilo Jeffrey Epstein dovrebbe mettere fine all’idea assurda, abbracciata dai sostenitori di Trump e dai liberali creduloni, che Trump smantellerà il Deep State.

Trump fa parte, e da tempo, della ripugnante cricca di politici – democratici e repubblicani – miliardari e celebrità che guardano a noi, e spesso a ragazze e ragazzi minorenni, come merce da sfruttare per profitto o piacere.

L’elenco di coloro che gravitavano nell’orbita di Epstein è un vero e proprio Who’s Who dei ricchi e famosi. Tra questi figurano non solo Trump, ma anche Bill Clinton, che avrebbe fatto un viaggio in Thailandia con Epstein, il principe Andrea, Bill Gates, il miliardario degli hedge fund Glenn Dubin, l’ex governatore del New Mexico Bill Richardson, l’ex segretario al Tesoro ed ex presidente dell’Università di Harvard Larry Summers, lo psicologo cognitivo e autore Stephen Pinker, Alan Dershowitz, il miliardario e amministratore delegato di Victoria’s Secret Leslie Wexner, l’ex banchiere di Barclays Jes Staley, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, il mago David Copperfield, l’attore Kevin Spacey, l’ex direttore della CIA Bill Burns, il magnate immobiliare Mort Zuckerman, l’ex senatore del Maine George Mitchell e il produttore hollywoodiano caduto in disgrazia Harvey Weinstein, che si divertiva nei perpetui baccanali di Epstein.

Tra questi figurano anche studi legali e avvocati di alto livello, procuratori federali e statali, investigatori privati, assistenti personali, addetti stampa, domestici e autisti. Tra questi figurano anche numerosi procacciatori e protettori, tra cui la fidanzata di Epstein e figlia di Robert Maxwell, Ghislaine Maxwell.

Tra questi figurano anche i media e i politici che hanno spietatamente screditato e messo a tacere le vittime, e hanno usato la forza contro chiunque, compresi alcuni giornalisti coraggiosi, cercasse di smascherare i crimini di Epstein e la sua cerchia di complici.

Molte cose rimangono nascoste. Ma alcune cose le sappiamo. Epstein ha installato telecamere nascoste nelle sue lussuose residenze e sulla sua isola privata dei Caraibi, Little St. James, per riprendere i suoi amici potenti mentre si dedicavano a giochi sessuali e abusi su ragazze e ragazzi adolescenti e minorenni.

Le registrazioni erano oro colato per il ricatto. Facevano parte di un’operazione di intelligence per conto del Mossad israeliano? Oppure sono state utilizzate per garantire a Epstein una fonte costante di investitori che gli hanno versato milioni di dollari per evitare di essere smascherati? O sono state utilizzate per entrambi gli scopi?

Epstein trasportava ragazze minorenni tra New York e Palm Beach sul suo jet privato, il Lolita Express, che secondo quanto riferito era attrezzato con un letto per il sesso di gruppo. La sua cerchia di amici famosi, tra cui Clinton e Trump, risulta aver viaggiato numerose volte sul jet secondo i registri di volo resi pubblici, anche se molti altri registri di volo sono scomparsi.

I video di Epstein sono conservati nei caveau dell’FBI, insieme a prove dettagliate che svelerebbero le inclinazioni sessuali e l’insensibilità dei potenti. Dubito che esista una lista di clienti, come sostiene il procuratore generale Pam Bondi. Non esiste nemmeno un unico fascicolo su Epstein. Il materiale investigativo raccolto su Epstein riempie molte, molte scatole, che seppellirebbero la scrivania della Bondi e probabilmente, se raccolte in una stanza, occuperebbero la maggior parte dello spazio nel suo ufficio.

Epstein si è suicidato, come sostiene il rapporto ufficiale dell’autopsia, impiccandosi nella sua cella il 10 agosto 2019 al Metropolitan Correctional Center di New York City? O è stato assassinato?

Poiché le telecamere che registravano l’attività nella sua cella quella notte non funzionavano, non lo sappiamo. Michael Baden, un patologo forense assunto dal fratello di Epstein, che ha ricoperto il ruolo di medico legale capo della città di New York ed era presente all’autopsia, ha affermato di ritenere che l’autopsia di Epstein suggerisca un omicidio.

Il caso Epstein è importante perché smonta la finzione di profonde divisioni tra i Democratici, che non avevano più interesse di Trump a rendere pubblici i documenti su Epstein, e i Repubblicani. Appartengono allo stesso club. Svela come i tribunali e le forze dell’ordine complottino per proteggere personaggi potenti che commettono crimini. Mette a nudo la depravazione della nostra classe dirigente esibizionista, che non deve rendere conto a nessuno, libera di violare, saccheggiare, depredare e predare i deboli e i vulnerabili.

È la squallida storia dei nostri padroni oligarchici, coloro che non provano vergogna o senso di colpa, che si chiamino Donald Trump o Joe Biden.

Questa classe di parassiti al potere è stata parodiata nel romanzo satirico del I secolo “Satyricon” di Gaio Petronio Arbitro, scritto durante i regni di Caligola, Claudio e Nerone. Come nel Satyricon, la cerchia di Epstein era dominata da pseudo-intellettuali, buffoni pretenziosi, truffatori, artisti della truffa, piccoli criminali, ricchi insaziabili e sessualmente depravati. Epstein e la sua cerchia ristretta si dedicavano abitualmente a perversioni sessuali di proporzioni petroniane, come documenta nel suo libro “Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story” la giornalista investigativa del Miami Herald Julie Brown, la cui tenace attività giornalistica è stata in gran parte responsabile della riapertura dell’indagine federale su Epstein e Maxwell.

Come scrive Brown, nel 2016 una donna anonima, che utilizzava lo pseudonimo di “Kate Johnson”, ha presentato una denuncia civile presso un tribunale federale della California sostenendo di essere stata violentata da Trump ed Epstein quando aveva tredici anni, per un periodo di quattro mesi, dal giugno al settembre 1994.

“Ho supplicato Trump a gran voce di smetterla”, ha dichiarato nella causa legale in cui ha denunciato lo stupro. “Trump ha risposto alle mie suppliche colpendo violentemente il mio viso con il palmo della mano e urlando che poteva fare tutto ciò che voleva”.

Brown continua:
Johnson ha affermato che Epstein l’ha invitata a una serie di “feste sessuali con minorenni” nella sua villa di New York, dove ha incontrato Trump. Attirata dalle promesse di denaro e opportunità di lavoro come modella, Johnson ha dichiarato di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali con Trump diverse volte, inclusa una volta con un’altra ragazza di dodici anni, che lei ha chiamato “Marie Doe”.

Trump ha chiesto sesso orale, secondo la denuncia, e in seguito ha “spinto via entrambe le minorenni rimproverandole con rabbia per la ‘scarsa’ qualità della prestazione sessuale”, secondo la denuncia, presentata il 26 aprile presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti nella California centrale.

In seguito, quando Epstein ha saputo che Trump aveva violato la verginità di Johnson, avrebbe “cercato di colpirla alla testa con i pugni chiusi”, arrabbiato per non essere stato lui a prenderle la verginità. Johnson ha affermato che entrambi gli uomini hanno minacciato di fare del male a lei e alla sua famiglia se avesse rivelato ciò che era successo.
La citazione rivela che Trump non ha partecipato alle orge di Epstein, ma che gli piaceva guardare, spesso mentre la tredicenne “Kate Johnson” gli praticava una masturbazione.

Sembra che Trump sia riuscito a insabbiare la causa comprando il suo silenzio. Da allora lei è scomparsa.

Nel 2008, Alex Acosta, che all’epoca era il procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale della Florida, ha negoziato un patteggiamento per Epstein. L’accordo garantiva l’immunità da tutte le accuse penali federali a Epstein, a quattro complici nominati e a qualsiasi “potenziale complice” non nominato.

L’accordo ha chiuso l’indagine dell’FBI volta ad accertare se ci fossero altre vittime e altre figure potenti che avevano preso parte ai crimini sessuali di Epstein. Ha interrotto le indagini e sigillato l’atto di accusa. Trump, in quello che molti considerano un atto di gratitudine, ha nominato Acosta Segretario del Lavoro durante il suo primo mandato.

Trump ha contemplato la possibilità di graziare Ghislaine Maxwell dopo il suo arresto nel luglio 2020, temendo che potesse rivelare i dettagli della sua amicizia decennale con Epstein, secondo il biografo di Trump Michael Wolff. Nel luglio 2022, Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere.

“La relazione più stretta di Jeffrey Epstein nella vita era con Donald Trump... questi due erano inseparabili da ben 15 anni. Facevano tutto insieme”, ha detto Wolff alla conduttrice Joanna Coles nel podcast The Daily Beast. “E questo andava dal condividere, corteggiare donne, andare a caccia di donne, condividere almeno una ragazza per almeno un anno in questo tipo di relazione da ricconi con gli aerei dell’altro, fino a Epstein che consigliava Trump su come evadere le tasse”.

Le anomalie legali, tra cui la scomparsa di enormi quantità di prove incriminanti per Epstein, hanno permesso a quest’ultimo di evitare le accuse federali di traffico sessuale nel 2007, quando i suoi avvocati hanno negoziato un accordo segreto con Acosta. È stato in grado di dichiararsi colpevole di accuse statali minori di adescamento di minori a fini di prostituzione.

Gli uomini di spicco accusati di aver partecipato al carnevale di pedofilia di Epstein, tra cui l’avvocato di Epstein, Dershowitz, minacciano ferocemente chiunque cerchi di smascherarli. Dershowitz, ad esempio, sostiene che un’indagine che si è rifiutato di rendere pubblica, condotta dall’ex direttore dell’FBI Louis Freeh, dimostra che non ha mai avuto rapporti sessuali con la vittima di Epstein, Virginia Giuffre, che a 17 anni è stata venduta al principe Andrea.

Giuffre, una delle poche vittime ad aver denunciato pubblicamente i suoi aguzzini, ha raccontato di essere stata “passata di mano in mano come un vassoio di frutta” tra gli amici di Epstein e Maxwell, fino all’età di 19 anni, quando è riuscita a fuggire. Si è “suicidata” nell’aprile 2025. Dershowitz ha inviato ripetute minacce alla Brown e ai suoi redattori del Miami Herald.

La Brown continua:
[Dershowitz] continuava a fare riferimento a informazioni contenute in documenti secretati. Ha accusato il giornale di non riportare i “fatti” che, secondo lui, erano contenuti in quei documenti secretati. La verità è che, ho cercato di spiegare, i giornali non possono scrivere di cose solo perché Alan Dershowitz dice che esistono. Abbiamo bisogno di vederle. Dobbiamo verificarle. Poi, poiché ho detto “mostrami il materiale”, mi ha pubblicamente accusato di aver commesso un reato chiedendogli di produrre documenti che erano sotto sigillo del tribunale.

Questo è il modo di operare di Dershowitz.

Ciò che mi disturba di più di Dershowitz è il modo in cui i media, con poche eccezioni, non riescono a metterlo in discussione in modo critico. I giornalisti hanno verificato i fatti su Donald Trump e altri membri della sua amministrazione quasi ogni giorno, eppure, per la maggior parte, i media sembrano dare a Dershowitz carta bianca sulla vicenda Epstein.

Nel 2015, quando le accuse di Giuffre sono state rese pubbliche per la prima volta, Dershowitz è apparso in tutti i programmi televisivi immaginabili giurando, tra le altre cose, che i registri di volo di Epstein lo avrebbero scagionato. “Come fai a saperlo?”, gli è stato chiesto.

Ha risposto che non era mai stato sull’aereo di Epstein durante il periodo in cui Virginia aveva una relazione con Epstein.

Ma se i media avessero verificato, avrebbero potuto scoprire che, secondo i registri, in quel periodo era effettivamente un passeggero dell’aereo.

Poi ha testimoniato, in una deposizione giurata, di non aver mai fatto viaggi in aereo senza sua moglie. Ma era elencato su quei manifesti di viaggio come passeggero in diversi viaggi senza sua moglie. Durante almeno un viaggio, era sull’aereo con una modella di nome Tatiana.
Epstein ha donato denaro all’Università di Harvard ed è stato nominato ricercatore esterno temporaneo presso il Dipartimento di Psicologia dell’ateneo, nonostante non avesse alcuna qualifica accademica in questo campo. Gli furono forniti una chiave magnetica e un codice di accesso, oltre a un ufficio nell’edificio che ospitava il Programma di Dinamica Evolutiva di Harvard.

Nei suoi comunicati stampa si definiva “il filantropo della scienza Jeffrey Epstein”, “l’attivista dell’istruzione Jeffrey Epstein”, “l’evoluzionista Jeffrey Epstein”, “il mecenate della scienza Jeffrey Epstein” e “il ribelle finanziere Jeffrey Epstein”.

Epstein, replicando le pretese e la vacuità dei personaggi parodiati nel capitolo “La cena di Trimalcione” del Satyricon, organizzava elaborate cene per i suoi amici miliardari, tra cui Elon Musk, Salar Kamangar e Jeff Bezos. Ideava bizzarri progetti di ingegneria sociale, tra cui un piano per disseminare la specie umana con il proprio DNA creando un complesso per bambini nel suo vasto ranch nel New Mexico.

“Epstein era anche ossessionato dalla crionica, la filosofia transumanista i cui seguaci credono che le persone possano essere replicate o riportate in vita dopo essere state congelate”, scrive Brown. “Epstein avrebbe detto ad alcuni membri della sua cerchia scientifica che voleva inseminare delle donne con il suo sperma affinché dessero alla luce i suoi bambini e che voleva che la sua testa e il suo pene fossero congelati”.

La storia di Epstein è una finestra sulla bancarotta morale, l’edonismo e l’avidità della classe dirigente. Questo va oltre le divisioni politiche. È il denominatore comune tra i politici democratici, come Bill Clinton, i filantropi, come Bill Gates, la classe dei miliardari e Trump. Sono tutti predatori e truffatori. Non sfruttano solo le ragazze e le donne, ma tutti noi.

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