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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/02/2026

La società horror degli Epstein files

Ci siamo istintivamente tenuti lontani dalla storiaccia degli “Epstein files” perché troppo facile da prendere per i lati sbagliati, trasformando le necessità dell’informazione nel guardare dal buco della serratura “i peccati dei potenti”.

È la strada intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla berlina il campo politico solo formalmente avverso.

Chi ci voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella corte. E così via, giù per i rami di collaboratori di alto livello noti già prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2015 per finire condannato tre anni dopo).

Ed anche un po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di distanza.

Eppure questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.

Non siamo andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc.. 

È questo, secondo noi il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle “deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità, infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto “autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età.

Epstein non era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella “presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza...) fosse dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la differenza tra chi sta nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.

Sei milioni di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello – indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.

E in effetti le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso lasciata circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida ascesa nel mondo che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli di famiglie reali, imprenditori della old e della new economy, finanzieri, giornalisti, ecc., fosse un patrimonio decisamente più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque di buona parte del pianeta.

È la stessa logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di ingresso e l’appartenenza alle “confraternite” studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.

Riti di “iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune” – da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali nella massoneria, insomma... 

Ogni sistema ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’“oggetto di schedatura”. Era stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).

La leggenda non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra, ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi, bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era “nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.

Segno che in quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della “Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica” venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace. Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.

Gli Epstein files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere “favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica internazionale statunitense, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere che i conti correnti.

Anche a leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.

Il primo tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili già solo per aver visto certe facce.

Il secondo, altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che permettono di stare in questo circolo riservato”.

Questa è la gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa, cioè la loro), “regole”, “morale”, “merito”, “sacrificio” o ancora più canagliescamente “patria”.

Questa è la gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un dittatore”. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una malattia venerea...).

Non è uno spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).

Quel che avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze” dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.

Errore. Come sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo contemporaneo.

P.S. Per chi volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è visibile qui.

Fonte

13/09/2025

Chi ricatta chi? Trump e Netanyahu, Clinton e il fantasma di Epstein

Quale potere di Netanyahu su Trump?

Questa cronaca e tante altre concessioni americane a Israele in questi lunghi mesi di un conflitto in Medio Oriente che invece di chiudersi si va estendendo richiama alla memoria una vecchia storia mai del tutto chiarita. Netanyahu, si chiedono in molti, sta ricattando il presidente americano come quando lo stesso premier israeliano avrebbe ricattato il presidente Bill Clinton? «In uno scandalo che è andato in gran parte perduto nella memoria contemporanea – ricorda un giornalista sul sito americano ‘Drop site’ – era stata ventilata l’ipotesi che Netanyahu avesse ricattato il capo della Casa Bianca rivelandogli che Israele aveva raccolto registrazioni di telefonate a sfondo sessuale tra il 42° presidente e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky».

Bill e Monica, sussurri e ricatti

«Clinton incontrò Netanyahu nello Studio Ovale nel febbraio 1997. Successivamente, secondo la testimonianza rilasciata dalla Lewinsky all’ufficio del procuratore speciale, la segretaria di Clinton, Bettie Currie, contattò la Lewinsky per invitarla a un incontro nello Studio Ovale, dicendole che Clinton ‘aveva qualcosa di importante da dirle’. Quello sarebbe stato il loro ultimo incontro sessuale, ma Clinton colse anche l’occasione per dirle che ‘un’ambasciata straniera’ aveva intercettato il suo telefono e registrato la loro conversazione. Clinton non avrebbe specificato quale ambasciata, sebbene l’incontro con la Lewinsky sia avvenuto il mese successivo al suo incontro con Netanyahu.

La spia Polard amica di Ben Gvir

In ballo c’era la sorte di una spia, cittadino americano, Jonathan Pollard che lavorava per Israele. Clinton accettò di ‘riesaminare’ il caso di Pollard. Non lo rilasciò ma – ricorda Drop Site – fu liberato nel 2015. Tornato in Israele, Pollard è un aperto sostenitore del ministro estremista per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e ha chiesto la completa pulizia etnica di Gaza.

Altro scandalo sessuale oggi

Un altro scandalo sessuale, molto più vasto, rischia di travolgere l’attuale presidente americano. Qui non si parla di telefoni della Casa Bianca controllati dal Mossad o da altri servizi ancora più sofisticati della vasta comunità spionistica israeliana. È probabile, però, che molti degli attori dello scandalo che portò il finanziere Jeffrey Epstein in carcere fossero seguiti, osservati dai servizi di Tel Aviv. C’è chi sostiene che lui stesso avesse lavorato come agente segreto per gli israeliani come la sua compagna Ghislaine Maxwell, figlia di Élisabeth Meynard, storica francese nota per le sue ricerche sull’Olocausto, e dell’editore britannico Robert Maxwell, proprietario del Daily Mirror, e di importanti quote in note società editoriali come la MTV Europe e la casa editrice MacMillan.

«Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire», disse di lui il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, durante il suo funerale.

Archivo Epstein arma puntata

L’amicizia Trump-Epstein risale ai primi anni ’90, quando entrambi frequentavano gli stessi ambienti a Palm Beach, in Florida, e a New York. In un’intervista del 2002 al New York Magazine, Trump descrisse Epstein come «un ragazzo fantastico a cui piacciono le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono giovani». Epstein fu arrestato nel 2019 per traffico sessuale di ragazze minorenni e morì un mese dopo in carcere. Il caso fu dichiarato suicidio. Ghislaine Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con o per conto del finanziere ed ex compagno.

Il loro ‘archivio’ resta più o meno segreto. E molti leader europei e americani, oltre a Trump, tremano.

Fonte

25/03/2019

Da Belgrado: “se nel 1999 la Russia fosse stata quella di oggi”...


Il 24 marzo 1999, il Segretario generale della NATO, il socialista spagnolo Javier Solana, ordinava al comandante delle forze NATO in Europa, il generale USA Wesley Clark, di avviare l’operazione “Allied Force” contro la Jugoslavia. Sottoposte ad attacchi aerei Belgrado, Priština, Užitse, Novi Sad, Kragujevats, Pančevo, Podgoritsa e altre città della Jugoslavia.

E’ sempre bene ricordare come anche il governo D’Alema, con il plauso delle forze “democratiche” italiane, partecipasse all’aggressione, in cui si calcola che siano stati lanciati tremila missili da crociera, circa 80mila tonnellate di bombe, comprese quelle a grappolo e con uranio impoverito, tanto che ancora oggi, su 7 milioni di popolazione, ci sono in Serbia 40mila malati di cancro e l’incidenza del male nei bambini è di 2,5 volte superiore alla media europea.

Secondo i dati serbi, i bombardamenti provocarono oltre mille morti tra i militari e 4mila civili, tra cui circa 90 bambini, con oltre diecimila feriti. La rivista russa “Vita internazionale” ricorda come i bombardieri NATO (di USA, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Canada, Turchia, Italia e Germania) decollati dalle basi in Italia, e i missili lanciati da navi e sommergibili della VI Flotta in Adriatico e Ionio, colpissero non solo obiettivi militari, ma soprattutto edifici residenziali, amministrativi e governativi, radio e giornali, scuole, ospedali, ponti, treni passeggeri e autobus, strutture industriali, chiese, mercati. Con l’inizio dell’aggressione, i terroristi albanesi lanciarono in Kosovo un attacco generale, equipaggiati con armamenti e le più recenti attrezzature di comunicazione satellitare, lasciate loro dalla missione OSCE, riparata in Macedonia prima dell’inizio dei bombardamenti.

“All’epoca, i canali televisivi occidentali parlavano di colonne di rifugiati albanesi, “cacciati dal Kosovo dalle forze serbe” scrive “Vita internazionale”, quando in realtà “fuggivano dalle bombe NATO, che non distinguevano in base all’etnia: il 14 aprile, aerei NATO colpirono due volte un convoglio di profughi albanesi sulla strada Prizren-Đakovitsa, uccidendo più di 75 civili”.

I bombardamenti sulla Jugoslavia sono un crimine contro l’umanità, scrive su News Front-Serbia il professor Zoran Miloševič (di sfuggita: inserito nella “lista nera” del sito nazista ucraino “Mirotvorets”): “L’aggressione della NATO capovolse verso occidente le politiche serbe e montenegrine, nel senso che iniziò il disfacimento dell’esercito e il trasferimento delle risorse economiche chiave, la penetrazione dei valori occidentali nel nostro sistema educativo, la subordinazione dei media”.

In occasione dell’anniversario, il Ministero degli esteri russo ha rilasciato un comunicato in cui si afferma che la NATO “non aveva legittime basi per tali azioni: non un mandato ONU. Con quell’atto di aggressione si violarono i principi fondamentali del diritto internazionale sanciti dalla Carta ONU, dall’Atto finale di Helsinki e dagli obblighi internazionali degli Stati membri del blocco”.

Mosca ricorda anche come, sostenuti dai “bombardamenti NATO, gli albanesi del Kosovo commettessero crimini mostruosi, pulizie etniche, distruzione di chiese, rapimento di serbi per il commercio di organi: tutti fatti rivelati dalla relazione del senatore svizzero Dick Marty all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del dicembre 2010”.

L’attuale Presidente dell’Ingušetija, Junus-Bek Evkurov, all’epoca maggiore paracadutista del GRU (l’intelligence militare) russo, tra i protagonisti della famosa “marcia-lancio su Priština” del 11 giugno 1999, con una ventina di uomini tenne sotto controllo l’aeroporto Slatina (quattro giorni fa è uscito nelle sale russe il film “Linea balcanica”, dedicato all’impresa) in attesa del battaglione russo dalla base SFOR in Bosnia-Erzegovina, che bruciò sul tempo una colonna corazzata britannica. Evkurov ricorda come della sua squadra facessero parte militari russi, “ma la maggioranza erano serbi, albanesi, croati. Persone di nazionalità diverse, di fedi diverse. Voglio sottolineare che c’erano molti albanesi, colpiti dalle azioni dei nazionalisti radicali albanesi e croati contro i civili”.

Se quel successo militare locale si fosse concretizzato in una volontà politica, dice Evkurov, forse ora la “situazione in Kosovo sarebbe diversa. Ma non è avvenuto. La Russia non era la stessa oggi; non aveva le stesse possibilità; i partner occidentali capivano che essa era fuori gioco e quindi si comportarono in modo così spudorato. Sono convinto che l’attuale politica estera venga condotta anche tenendo conto degli errori del 1999”.

Un anno fa, nel 19° anniversario dell’aggressione NATO, rispondendo alla domanda se questa si ripetesse oggi, a suo parere, la Russia interverrebbe nel conflitto, il Ministro degli esteri serbo Ivitsa Dačič aveva risposto: “Ne sono convinto. La Russia è in Siria su invito del governo siriano. Ora, immaginiamo come sarebbe andata la storia se nel 1999 fosse stato presidente Putin, la Russia fosse stata la stessa di oggi e la nostra leadership avesse chiesto aiuto”.

E Andrej Medvedev scrive oggi su iarex.ru che “con l’esempio della piccola Serbia, l’Occidente ci ha mostrato cosa sarebbe successo a noi; solo una circostanza non ha loro permesso di condurci sullo scenario jugoslavo: l’arma nucleare. La Jugoslavia è un esempio di ciò che si fa con i deboli e gli indifesi; di ciò che accade a un paese con un leader debole e un’élite filo-occidentale”.

D’altronde, per ricordare i legami, non solo ideali, tra serbi e russi, non è necessario andare troppo indietro nei secoli. Nei primi mesi del 1994, la Pravda pubblicava numerose lettere di volontari (militanti di formazioni nazionaliste russe, o veterani di Afghanistan, Transnistria, Abkhazija) che chiedevano informazioni su come entrare in contatto “con reparti russi che si battono nelle file dei difensori della Serbia”.

Come ieri a Dubossary, si diceva, così oggi a Sarajevo o a Goradze, “si tratta di combattere contro l’aperto attacco a slavi e ortodossi”. La Pravda calcolava in circa tremila il numero di volontari – “non mercenari”, si sottolineava – che, con ripetute permanenze al fronte di tre-quattro mesi, combattevano in Bosnia a partire dall’estate del ’92 “per la fede ortodossa, per i fratelli serbi, per salvare il popolo serbo dal genocidio scatenato dalle bande musulmane e dai loro protettori americani”.

Lo scorso 18 marzo, il Presidente serbo Aleksandr Vučič ha dichiarato che la Serbia “può perdonare l’aggressione NATO, ma non può dimenticarla. Desideriamo buoni rapporti con la NATO, ma non vogliamo entrarvi”. La morte di oltre 90 bambini, ha detto, “è il simbolo di quell’orrendo crimine compiuto contro la Jugoslavia e il suo popolo”. La Tass ricorda come, un anno fa, i sondaggi indicassero che il 62% dei serbi non ha perdonato l’aggressione NATO e non accetterebbero nemmeno le scuse, mentre l’84% è contrario all’adesione all’Alleanza atlantica.

La politologa moscovita Elena Ponomareva dichiara che l’aggressione NATO del 1999 non fu che “la fase finale della strategia per il controllo totale dell’Occidente sui Balcani. La Casa Bianca aveva messo a punto i piani per la distruzione della Jugoslavia, come stato più ricco e strategicamente più importante della regione, molto prima del 1999. Nel 1984, l’amministrazione Reagan aveva emesso la direttiva NSC n. 133 per una “tacita rivoluzione” volta a rovesciare i governi comunisti e “far rientrare i paesi dell’Est europeo nell’orbita del mercato mondiale”.

Poi, proprio “da Belgrado, nell’ottobre 2000, iniziò la serie delle “rivoluzioni colorate” nell’area postsovietica”. Di più: nella creazione dello “stato del Kosovo” sono confluiti gli “interessi del governo USA, delle multinazionali americane e quelli della mafia albanese e del terrorismo internazionale”. Per la Russia, afferma Ponomareva, la “lezione jugoslava” fornisce preziose informazioni, dato che la politica balcanica dell’Occidente riflette i suoi principi geopolitici e interessi più profondi, in cui non c’è posto per la Russia, né per la Serbia, né altri paesi che abbiano una visione autonoma del proprio futuro”.

Pochi giorni fa, il sito colonelcassad riportava la testimonianza dell’ex agente della CIA Robert Baer al giornale bosniaco WebTribune, secondo cui negli anni 1991-’94 la sua sezione disponeva di milioni di dollari per le attività in Jugoslavia, in particolare per finanziare ONG e partiti di opposizione, a favore della secessione delle varie repubbliche.

La prima operazione, dice Baer, fu nel gennaio ’91, contro “presunti terroristi serbi” a Sarajevo, che avrebbero dovuto “contrastare le ambizioni separatiste bosniache. Ma tale gruppo di terroristi non esisteva affatto” e Baer sostiene di esser stato “ingannato dai vertici della CIA, che miravano ad attizzare gli odi interetnici in Jugoslavia; si doveva scegliere un capro espiatorio da incolpare di guerra e violenza: fu scelta la Serbia, in qualche modo successore della Jugoslavia”. Alla domanda su quali esponenti bosniaci fossero al soldo della CIA, Baer fa i nomi di “Stipe Mesič, Franjo Tudžman, Aliya Izetbegovič”, ma anche “molti funzionari e membri del governo in Jugoslavia, generali serbi, giornalisti, ecc.; per qualche tempo pagammo anche Radovan Karadžič, ma lui smise di prendere soldi quando capì di poter essere sacrificato e accusato dei crimini in Bosnia, organizzati in realtà dall’amministrazione statunitense”.

A proposito di Srebrenitsa, Baer afferma che il “numero delle vittime serbe non fu inferiore a quello di altre nazionalità, ma Srebrenitsa doveva essere un “marketing politico”. Un mese prima del presunto genocidio, il mio boss disse che la città sarebbe stata la principale notizia in tutto il mondo e ci ordinò di contattare i media. Srebrenitsa ricade su bosniaci, serbi e americani; ma, di tutto furono accusati i serbi. Molte delle vittime sepolte come musulmani erano serbi e di altre nazionalità. Alcuni anni fa, un altro ex agente della CIA che ora lavora per il FMI, ha affermato che Srebrenitsa fu il risultato di un accordo tra il governo USA e i politici bosniaci. Srebrenitsa fu sacrificata per dare all’America il pretesto per attaccare i serbi: fu la “linea rossa” di Bill Clinton”.

La giustificazione ufficiale dell’aggressione del 1999 continua a essere quella della “difesa della popolazione albanese del Kosovo”, ma lo scorso ottobre, il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ammise candidamente che essa fu compiuta “per prevenire ulteriori azioni del regime di Miloševič”, fatto morire in carcere nel marzo 2006. Sono “giustificazioni abbastanza risibili” aveva commentato la storica russa Irina Rudneva, che “risuonano da venti anni. Ogni volta, cercano di convincere i serbi che tutto è stato fatto per il loro bene. Iniziarono con la frase “catastrofe umanitaria”; poi cominciarono a dire che lo avevano fatto per salvare gli albanesi. E ora viene effettivamente espressa la versione secondo cui USA e loro alleati avevano semplicemente deciso di rimuovere Miloševič con la forza e sostituirlo con un altro, più adatto”.

Oggi, a distanza di 20 anni, allorché si fanno sempre più sfacciate le manovre CIA per una “rivoluzione colorata” a Belgrado e la NATO insiste sulla “legittimità” e “necessità” dell’aggressione del 1999, nessuno crede a una casualità nella trasformazione in ergastolo, decisa proprio ora, della precedente condanna a 40 anni inflitta nel 2016 all’ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, il 74enne Radovan Karadžič, accusato dal cosiddetto tribunale de L’Aja di genocidio nei confronti di musulmani bosniaci a Srebrenitsa nel 1995.

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29/01/2017

Usa-Messico. La realtà del muro e la realtà al di là del muro


È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati Uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani. Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama. Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady.

È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati Uniti e in Canada.

Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale.

Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Stati Uniti i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine. Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati Uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori.

Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici. Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.

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