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16/02/2026

Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia

Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.

Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.

Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.

Nel novembre 1990, Jeri Laber, membro fondatore di HRW, scrisse per il New York Times un editoriale dal titolo tendenzioso: “Perché mantenere la Jugoslavia come un unico Paese?”. Ispirata da un recente viaggio in Kosovo, Laber descriveva come l’esperienza sul campo del suo team nella provincia serba avesse portato HRW a nutrire “seri dubbi sul fatto che il governo degli Stati Uniti dovesse continuare a sostenere l’unità nazionale della Jugoslavia”. Al contrario, proponeva di facilitare attivamente la distruzione del Paese e delineava una roadmap precisa con cui Washington avrebbe potuto raggiungere questo obiettivo.

In particolare, offrendo aiuti finanziari esclusivamente alle repubbliche costituenti della Jugoslavia, “per aiutarle in una transizione pacifica verso la democrazia”, mentre si escludevano le autorità federali ‘deboli’ da qualsiasi “sostegno economico”. Concludeva con forza: “Non esiste alcuna legge morale che ci obblighi a onorare l’unità nazionale della Jugoslavia”. Per coincidenza, pochi giorni prima, i legislatori statunitensi avevano iniziato a votare il Foreign Operations Appropriations Act, che codificava le prescrizioni di Laber come politica ufficiale del governo.

In base al provvedimento legislativo, Washington non avrebbe fornito alcuna “assistenza diretta” al governo federale jugoslavo. Inoltre, gli aiuti finanziari sarebbero stati sospesi alle repubbliche costituenti del Paese a meno che tutte non avessero indetto elezioni sotto la supervisione del Dipartimento di Stato americano entro sei mesi. In un colpo solo, l’autorità centrale di Belgrado fu neutralizzata e furono gettati i semi di aspre e sanguinose guerre di indipendenza in tutta la federazione multietnica e multiconfessionale. È scioccante che Human Rights Watch fosse ben consapevole che questa era una conseguenza “inevitabile” della fine dell’“unità nazionale” jugoslava. 

“Esperimento multinazionale”

Nel gennaio 1991, HRW pubblicò un’indagine intitolata Human Rights in a Dissolving Yugoslavia (I diritti umani in una Jugoslavia in dissoluzione). Laber era l’autrice principale e le sue conclusioni si basavano in gran parte sulla sua visita in Kosovo dell’anno precedente. Il rapporto sosteneva che la provincia serba fosse teatro di “una delle più gravi violazioni dei diritti umani nell’Europa odierna”, a causa del massiccio dispiegamento dell’esercito jugoslavo. Di conseguenza, il Kosovo era pieno di soldati e posti di blocco. Numerosi anonimi albanesi del posto raccontarono a HRW storie raccapriccianti di atrocità, presumibilmente commesse dalle forze militari e di sicurezza contro i civili.

Il rapporto riconosceva brevemente che i serbi e le altre minoranze etniche e religiose del Kosovo avevano precedentemente “subito abusi” da parte di elementi della popolazione albanese della provincia e dei governi locali “composti prevalentemente da albanesi”. Rilevava inoltre che precedenti missioni di HRW in Kosovo avevano concluso che la missione dell’esercito jugoslavo era quella di “proteggere la minoranza serba”. Tuttavia, il rapporto affermava che ora non c’era “alcuna giustificazione” per la presenza dell’esercito e che il suo vero scopo era quello di “sottomette l’identità etnica albanese” a livello locale per conto del governo serbo.

Dire che i non albanesi “subivano abusi” in Kosovo prima dell’arrivo dell’esercito jugoslavo è un eufemismo. Come riportato dal New York Times nel novembre 1982, negli anni precedenti gli ultranazionalisti albanesi avevano intrapreso una feroce “guerra del terrore” per creare un Kosovo “ripulito da tutti gli slavi”. Solo quell’anno, 20.000 serbi terrorizzati fuggirono dalla provincia. Nel 1987, il quotidiano riportò come questa barbarica crociata si fosse intensificata a tal punto che i funzionari jugoslavi e i cittadini di tutta la federazione temevano lo scoppio di una guerra civile.

“Non c’è dubbio che il Kosovo sia un problema che riguarda l’intero Paese, una polveriera su cui siamo tutti seduti”, avrebbe affermato il leader comunista sloveno Milan Kucan, che tre anni dopo avrebbe guidato l’indipendenza della sua repubblica dalla Jugoslavia. I “funzionari di Belgrado” di ogni etnia e religione consideravano la “sfida” dei secessionisti albanesi del Kosovo come “un pericolo per le fondamenta” dell’“esperimento multinazionale” del Paese. Mettevano in guardia dal rischio di una ‘libanizzazione’ del loro Stato, paragonando la situazione ai “disordini” nell’Irlanda occupata dagli inglesi:
“Mentre gli slavi fuggono dalla violenza prolungata, il Kosovo sta diventando ciò che i nazionalisti albanesi chiedono da anni... una regione albanese ‘etnicamente pura’... La scorsa estate, le autorità [del Kosovo]... hanno documentato 40 attacchi di etnia albanese contro gli slavi in due mesi... Le chiese ortodosse slave sono state attaccate e le bandiere sono state strappate. I pozzi sono stati avvelenati e i raccolti bruciati. Ragazzi slavi sono stati accoltellati e alcuni giovani di etnia albanese sono stati esortati dai loro anziani a violentare ragazze serbe.”
All’inizio dello stesso anno, la Presidenza di Belgrado, composta da nove membri e guidata da Sinan Hasani, egli stesso albanese del Kosovo, condannò formalmente le azioni degli ultranazionalisti nella provincia definendole “controrivoluzionarie”. Nel linguaggio della Jugoslavia socialista, questa era la qualifica più grave che potesse essere attribuita dalla leadership del Paese. Hasani rimase membro della Presidenza nel febbraio 1989, quando i suoi membri dichiararono all’unanimità lo stato di emergenza in Kosovo, portando al dispiegamento dell’esercito.

HRW ha singolarmente omesso di approfondire questo contesto complesso ed essenziale nel suo rapporto. Non è stato inoltre riconosciuto in alcun modo che la situazione in Kosovo per i non albanesi fosse tesa in quel periodo, al punto che i serbi in fuga dalle tensioni etniche in atto in altre parti della Jugoslavia erano stati esplicitamente avvertiti dalle autorità di non cercare rifugio nella provincia. Queste omissioni sono tanto più imperdonabili in quanto la visione distorta di HRW degli eventi in Kosovo era al centro della conclusione del rapporto: gli Stati Uniti avrebbero dovuto sanzionare il governo federale jugoslavo per violazioni dei diritti umani.

Questa conclusione è stata raggiunta nonostante HRW abbia ammesso che era opinione diffusa che un’azione punitiva contro Belgrado avrebbe “inevitabilmente” portato alla disintegrazione della federazione, con la conseguente “pratica garanzia di una violazione dei diritti umani”. L’organizzazione tuttavia “non ha appoggiato questa posizione”, ritenendo che fosse molto più urgente che Washington “esprimesse la propria disapprovazione” nei confronti dei presunti abusi in Kosovo attraverso sanzioni distruttive. Nel frattempo, HRW ha incredibilmente sottolineato di non aver preso “alcuna posizione sul fatto che la Jugoslavia dovesse o meno rimanere unita come paese”. 

“Violenza comunitaria”

Passiamo al dicembre 2002, quando Jeri Laber ha testimoniato come “esperta” durante il processo a Slobodan Milosevic presso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). Durante il controinterrogatorio da parte dell’ex presidente serbo e jugoslavo incriminato, ha dimostrato una totale ignoranza della cultura, della storia, dei sistemi giuridici e politici della Jugoslavia socialista e di molto altro ancora. Ad esempio, Laber non sapeva che Tito, fondatore e leader di lunga data della federazione, era – come è noto – croato. La sua evidente mancanza di comprensione della realtà locale si rivelò particolarmente problematica quando Milosevic analizzò un rapporto dell’HRW dell’agosto 1991 sulla guerra civile croata.

L’imputazione formulava una serie di affermazioni audaci riguardo a quel conflitto, descrivendo “la rinascita del nazionalismo croato” come causa dello scontro mortale “in reazione a 45 anni di repressione comunista e di egemonia serba”, che ha lasciato i croati ‘amareggiati’ per il fatto che Zagabria fosse, in Jugoslavia, “un vassallo” di Belgrado. HRW ha fortemente suggerito, senza prove, che Milosevic fosse personalmente responsabile di aver fomentato le tensioni e la violenza locali. Non è stato menzionato il sostegno occidentale ai leader croati che veneravano i nazisti e che apertamente sostenevano la totale eliminazione della popolazione serba dalla loro repubblica.

Milosevic chiese a Laber come HRW potesse aver concluso che l’appartenenza della Croazia alla Jugoslavia socialista equivalesse a quasi mezzo secolo di “egemonia serba”, dato che un serbo aveva ricoperto la carica di primo ministro solo una volta nella storia della federazione, per un periodo di quattro anni. Egli mise inoltre in discussione la sua conoscenza del fatto che i tre primi ministri federali di Belgrado dal 1982 al 1992 erano tutti croati, che i croati guidavano e dominavano l’apparato difensivo della Jugoslavia durante il conflitto croato stesso e che “tutte le etnie erano rappresentate in modo proporzionale” nel governo e nell’esercito del paese per legge.

Laber ammise di non essere a conoscenza di nessuna di queste scomode verità, minando fatalmente le affermazioni di ogni rapporto pubblicato da HRW sulla Jugoslavia sotto la sua supervisione, che aveva ispirato la formazione del TPIJ e i relativi procedimenti giudiziari. In difficoltà sul banco dei testimoni, cercò di sostenere che le innumerevoli affermazioni palesemente false contenute nelle varie indagini di HRW sulla Jugoslavia non dovevano essere considerate come risultati indipendenti della sua organizzazione, né in alcun modo radicate nella realtà, ma riflettevano semplicemente ciò che alcune persone del luogo avevano riferito ai ricercatori di HRW:
“Non stavamo dicendo che fosse effettivamente così, stavamo cercando di spiegare gli atteggiamenti che avevamo sentito, ciò che le persone ci avevano detto quando eravamo lì... Non c’era alcuna intenzione o implicazione... questo è ciò che pensavamo. Stavamo solo dicendo che i croati parlavano di molti anni di egemonia serba. Era il modo in cui loro sembravano vederla, non il modo in cui noi la descrivevamo... Stavamo cercando... di spiegare una situazione molto complicata a persone che non vivevano in [Jugoslavia]... nel modo più semplice possibile”.
Queste avvertenze cruciali e auto-annullanti non sono state ovviamente incluse in nessuno dei rapporti di HRW sul crollo della Jugoslavia e sui numerosi conflitti intestini che ne sono derivati, che l’organizzazione ha attivamente incoraggiato e facilitato. Il fatto che le dichiarazioni insensate della Laber abbiano influenzato e giustificato la politica statunitense, nonostante la sua ignoranza dei fatti più elementari sulla Jugoslavia, è una testimonianza inquietante della qualità deplorevole delle “competenze” regolarmente sfruttate nel perseguimento degli obiettivi imperialistici di Washington. Le conseguenze della dissoluzione della federazione erano del tutto prevedibili e, in effetti, erano state previste contemporaneamente dallo studioso Robert Hayden.

In un editoriale del New York Times del dicembre 1990, Hayden – un vero esperto di Jugoslavia – condannò duramente il forte appello di Laber affinché gli Stati Uniti distruggessero la federazione, pubblicato sul quotidiano il mese precedente, definendolo “notevole per la sua mancanza di comprensione”. Egli avvertì giustamente che “coloro che vorrebbero smembrare il Paese sono forti nazionalisti, poco inclini a trattare bene le minoranze all’interno dei propri confini”, sottolineando come gli interventi dell’esercito federale avessero contribuito ad “evitare il conflitto armato” in Croazia nell’agosto dello stesso anno, che avrebbe potuto facilmente estendersi a tutto il Paese.

Confrontando la situazione attuale di Belgrado con quella che aveva preceduto la guerra civile americana, Hayden la definì «davvero bizzarra... gli attivisti per i “diritti umani” sostengono con tanta disinvoltura politiche che rischiano di trasformare la Jugoslavia nel Libano d’Europa». Con una precisione inquietante, avvertì che se l’autorità federale di Belgrado fosse crollata, «le repubbliche avrebbero quasi certamente combattuto l’una contro l’altra a causa delle numerose minoranze etniche sparse in tutto il Paese». Le sue terribili premonizioni risuonano oggi come una maledizione profetica tristemente avverata:
“Nella migliore delle ipotesi, potremmo aspettarci una repressione severa, forse espulsioni di massa, la separazione di città e famiglie miste, seguite da ostilità permanente e... violenza comunitaria tale da far sembrare assolutamente civili le attuali violazioni dei diritti umani in Kosovo... Le nazioni della Jugoslavia, nonostante le loro ostilità, sono strettamente legate tra loro. Questi legami non possono essere spezzati, almeno non senza atrocità. I difensori dei “diritti umani” dovrebbero quindi prendere in considerazione politiche che portino queste nazioni a deporre le armi, piuttosto che politiche che inducono al fratricidio”.
Fonte

24/11/2025

Sarajevo e il business dell’assedio: storia di un turismo disumano

di Paolo Pantaleoni

Mi trovavo a Sarajevo nei primi anni 2000. La città appariva profondamente segnata da una guerra che era terminata una manciata di anni prima. Quattro inverni di assedio, fame, privazioni per una tra le popolazioni al tempo più multietniche, tolleranti e cosmopolite che l’Europa avesse mai conosciuto.

I condomini e le abitazioni portavano tutti, o quasi, i segni ben visibili dei proiettili e dei colpi di artiglieria. Gli alberi da poco ripiantati, le panchine completamente assenti, perché per scaldarsi gli abitanti della città avevano tagliato e bruciato tutto il legno reperibile, spesso sfidando i cecchini a costo della vita in una disumana lotta per la sopravvivenza.

Oggi a Bascarsija sono tornati anche i piccioni.

Per un decennio i torraioli del centro di Sarajevo erano quasi spariti, finiti nelle pentole come fonte di proteine.

In quegli anni si trovava nei negozi di souvenir del centro, un libro, con la copertina grigia, che aveva raccolto alcune delle ricette d’emergenza create durante l’assedio (dalle lumache alle rane passando per i piccioni e i funghi la popolazione assediata si nutrì con qualsiasi cosa fosse disponibile) e che aveva il titolo di Sarajevo Cooking Book.

Nei primi anni 2000, qualcuno aveva da poco iniziato a riempire,inizialmente con della vernice colorata, e solo successivamente con della resina rossa, i fori dei proiettili di mortaio sull’asfalto,trasformandoli in opere d’arte commemorativa simili a rose sfiorite con i petali strappati e sparsi dal vento.

Sono le rose di Sarajevo, ancora visibili oggi nel centro della città tra Bascarsija e Skenderija.

Il palazzo del parlamento era uno scheletro, così come la biblioteca nazionale, bruciata con un lancio di granate incendiarie per cancellare il simbolo di sei secoli di multiculturalismo.

Oltre agli esseri umani quell’assedio aveva colpito i simboli dell’identità plurale bosniaca.

In quella guerra a morire fu anche la Bosnia, come idea di un paese plurale, multiculturale, accogliente in cui per secoli avevano convissuto identità, storie, tradizioni profondamente diverse tra loro.

Al museo del tunnel, aperto ancora oggi (anche se oggetto di un contenzioso con i proprietari dell’abitazione da cui uno dei due lati del tunnel iniziava) e realizzato nell’edificio da cui si accedeva al tunnel, oggi smantellato, che dal quartiere a maggioranza serbadi Dobrinja portava a Butmir, oltre le linee serbe, passando sotto la pista dell’aeroporto, e che fu dal 1993 al 1996 la principale via di accesso alla città assediata, vidi un filmato.

Il filmato in serbo croato, e che l’operatore spiegava in inglese come meglio poteva, raccontava sommariamente i quattro anni di assedio, il tram fermo sui binari e crivellato di colpi, le persone nascoste agli angoli delle strade o che si riparavano dietro ai blindati di colore bianco dell’Unprofor.

Chiesi all’operatore del museo semi deserto di farmi rivedere il filmato.

Come tutte le opere che raccontano una guerra etnica alcuni passaggi storici importanti erano stati omessi, come il fatto che quel conflitto sia stato anche un conflitto delle campagne contro le città ed omettendo il ruolo di oltre diecimila volontari serbi, cittadini di Sarajevo, che difesero la città contro l’esercito serbo bosniaco.

Questo elemento destabilizzò profondamente gli assedianti a tal punto che si rifiutavano di parlare con Jovan Divjak, generale serbo, che guidò con successo la difesa di Sarajevo.

I comandanti dell’esercito serbo bosniaco dichiararono che avrebbero parlato con Divijak solo se si fosse convertito all’islam, lui con ironia rispose che avrebbe parlato con loro solo se fossero scesi dalle piante.

Di quel filmato, ad avermi colpito fu l’immagine di un cecchino che sparava a raffica con uno Zastava M76, senza indossare la divisa dell’esercito serbo bosniaco.

Chiesi chi fosse quell’uomo, con indosso un giubbotto di pelle nero.

Mi fu detto che si trattava di Edward Limonov, un politico e scrittore russo, ultranazionalista, che si divertiva, pagando, ad unirsi ai cecchini serbi, per sparare in direzione della Ulica Zmaja of Bosne, la via di comunicazione est-ovest che attraversava Sarajevo.

Mi fu raccontato che, oltre ai mercenari pagati per combattere, da varie parti d’Europa esisteva una sorta di turismo dell’assedio dove pagando si poteva sparare dalla parte degli assedianti.

Rimasi allibito, mi interrogai su quanto ci fosse di vero e quanto di propaganda (che spesso non termina con la fine della guerra ma prosegue ben oltre).

Sapevo dei volontari greci a Srebrenica dei neo fascisti italiani che si erano uniti alle milizie croate per affinità ideologica (Andrea Insabato, autore di un attentato dinamitardo contro la sede del Manifesto nel 2000, pubblicò nel 1991 sul periodico di annunci Porta Portese, un’inserzione in cui reclutava volontari per combattere in Bosnia) ma l’idea che fosse esistito in quegli anni un safari per sparare contro altri esseri umani mi sembrò una cosa oltre l’umano.

Eppure quell’assedio di disumanità si nutrì abbondantemente.

Quell’assedio fu un affare lucroso per gli assedianti, come lucrose per alcuni sanno essere le guerre.

Nella primavera del 1992, la sproporzione delle forze in campo avrebbe consentito alle truppe serbe, con le armi pesanti della JNA, di prendere la città in poche settimane se non in pochi giorni.

Le truppe serbe non lo fecero.

Non vollero farlo.

In parte perché non erano interessati a prendere la città ma le aree della Bosnia a maggioranza serba, o in prossimità del confine con la Serbia ed il Montenegro, eliminando la popolazione non serba, in parte poiché trovarono più conveniente e lucroso assediare la città anziché conquistarla.

Si garantirono ricavi spaventosi con il mercato nero del gasolio, degli aiuti umanitari e degli aspiranti rifugiati.

La multinazionale serbo croata dell’esproprio fece in Bosnia affari d’oro.

L’assedio produsse ricchezze e capitali enormi tra gli assedianti, visse di indifferenza e di un embargo sulle armi che colpiva la sola Bosnia (e quindi coloro che in quell’assedio si difendevano) senza essere esteso a Serbia e Croazia, i cui governi in quella guerra non solo erano parte attiva, ma prima che la tragedia bosniaca iniziasse, Tudjman e Milosevic, due diverse facce del nazionalismo arrembante dei primi anni novanta, si erano già spartiti la Bosnia sulla pelle dei bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) e di quei bosniaci che continuavano a credere in una Bosnia multietnica e plurale.

L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano non mi sembra affatto inverosimile.

Mi sembra invece surreale che ciò avvenga per un esposto fatto da uno scrittore, Ezio Gavazzeni, che, nelle informazioni raccolte e fornite alla Procura, parla anche di un rapporto informativo già esistente all’epoca dei fatti tra servizi segreti bosniaci e servizi segreti italiani.

Edin Subasic, al tempo agente dei servizi segreti militari dell’Esercito Bosniaco, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org racconta di come i servizi segreti bosniaci informarono sia l’Unprofor che il SISMI in merito a quanto emerso dall’interrogatorio di un prigioniero serbo che ha raccontato di essere arrivato a Sarajevo dalla Serbia assieme a cinque italiani vestiti da cacciatori.

Il regista sloveno Miran Zupanic ha raccontato nel 2022 la vicenda in un documentario, Sarajevo Safari ma già nel 1995 la notizia trapelò sia sulla stampa bosniaca, che su quella italiana (con articoli sia della Stampa che del Corriere della Sera).

Sarebbe auspicabile che l’indagine, oltre che sul fenomeno, raccontato da più fonti, facesse luce sugli eventuali meccanismi di complicità ed omissione di cui godettero i protagonisti coinvolti, in un paese, l’Italia, che scoprì la tragedia balcanica solo quando si trovò in casa propria coloro che da quella guerra fuggivano.

FOnte

10/08/2025

La pulizia etnica dei serbi di Croazia sostenuta dagli Stati Uniti

Il 4 agosto ricorre il 30° anniversario dell’Operazione Tempesta. Poco conosciuta al di fuori dell’ex Jugoslavia, la campagna militare ha scatenato un cataclisma genocida che ha espulso violentemente l’intera popolazione serba della Croazia. Definita “la Pulizia Etnica più efficiente che abbiamo visto nei Balcani” dal politico svedese Carl Bildt, le forze croate devastarono le aree protette dalle Nazioni Unite dell’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina, saccheggiando, incendiando, stuprando e uccidendo in tutta la provincia.

Fino a 350.000 abitanti fuggirono, molti a piedi, per non fare mai più ritorno. Nel frattempo, migliaia di persone furono giustiziate sommariamente.

Mentre queste scene orribili si svolgevano, le forze di pace delle Nazioni Unite incaricate di proteggere la Krajina osservavano senza intervenire. Nel frattempo, i funzionari statunitensi negavano strenuamente che gli orribili massacri e gli sfollamenti di massa costituissero una pulizia etnica, per non parlare di crimini di guerra.

I governi degli Stati membri della NATO erano molto più interessati alla “sofisticazione” delle tattiche militari di Zagabria. Un colonnello britannico a capo di una missione di osservatori delle Nazioni Unite nella zona dichiarò con entusiasmo: “Chiunque abbia scritto quel piano d’attacco avrebbe potuto frequentare qualsiasi istituto di istruzione NATO in Nord America o in Europa occidentale e ottenere un ottimo voto”.

Documenti ampiamente trascurati e analizzati aiutano a spiegare perché le forze croate siano state valutate così positivamente: l’Operazione Tempesta era a tutti gli effetti un attacco NATO, condotto da soldati armati e addestrati dagli Stati Uniti e coordinato direttamente con altre potenze occidentali.

Nonostante appoggiasse pubblicamente una pace negoziata, Washington incoraggiò privatamente Zagabria a usare la massima belligeranza, anche se i suoi alleati croati ultranazionalisti complottavano per colpire con tale ferocia che l’intera popolazione serba del paese sarebbe “a tutti gli effetti scomparsa”.

Nel mezzo dei colloqui per un accordo politico a Ginevra, alti funzionari croati discussero privatamente i metodi per giustificare la loro imminente guerra lampo, inclusi attacchi sotto falsa bandiera. Certi del continuo sostegno dei loro protettori occidentali in mezzo allo spargimento di sangue, i leader croati si vantarono di dover semplicemente informare in anticipo i loro sostenitori della NATO dei loro piani.

Una volta che la situazione si fu calmata e la popolazione serba della Croazia fu completamente ripulita, i funzionari croati si incontrarono in segreto con i funzionari statunitensi per celebrare il loro “trionfo”.

Richard Holbrooke, un diplomatico statunitense veterano che all’epoca ricopriva la carica di Assistente Segretario di Stato nell’amministrazione di Bill Clinton, disse al Presidente della Croazia che, mentre gli Stati Uniti “dicevano pubblicamente di essere preoccupati” per la situazione, “in privato, sapevano cosa volevamo”. Come scrisse uno degli assistenti di Holbrooke in una nota che il diplomatico in seguito riprodusse, le forze croate erano state “assunte” come “cani da guardia” di Washington per distruggere la Jugoslavia.

Dopo aver espulso la popolazione serba del Paese appena indipendente, si poteva contare sul Regime Croato appena formato per esercitare il dominio statunitense non solo sui Balcani, ma anche sull’Europa più in generale. Le tensioni etniche fomentate dalla NATO nella Regione sono ancora latenti e sono state sfruttate per giustificare un’Occupazione Perpetua.

L’ex Jugoslavia rimane orribilmente segnata dall’Operazione Tempesta. Dal punto di vista della NATO, tuttavia, la campagna militare ha fornito un modello per i successivi conflitti per procura e attacchi militari. Washington ha ricreato la strategia di utilizzare come arma i combattenti stranieri estremisti come truppe d’assalto in una serie di teatri, dalla Siria all’Ucraina.

I fascisti sostenuti dall'Occidente perseguono una Croazia etnicamente pura

Per tutti gli anni ’80, le potenze occidentali, in particolare Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, hanno segretamente sponsorizzato la crescita del nazionalismo in Jugoslavia, sperando di favorire la disgregazione della federazione multietnica. Il loro rappresentante scelto in Croazia, Franjo Tudjman, era un fanatico etno-nazionalista, un convinto negazionista dell’Olocausto, un fondamentalista cattolico ed ex membro di gruppi estremisti secessionisti.

Queste fazioni si lanciarono in una furia terroristica nei primi anni ’70, dirottando e facendo esplodere aerei di linea, attaccando sedi diplomatiche jugoslave all’estero e, nel 1971, assassinando Vladimir Rolovic, ambasciatore di Belgrado in Svezia.

A seguito di un’ondata di violenza separatista croata in Jugoslavia, Tudjman fu incarcerato nel marzo 1972 insieme al suo stretto collaboratore Stepjan Mesic a causa delle loro idee ultranazionaliste. Quando Zagabria tenne le sue prime elezioni multipartitiche dalla Seconda Guerra Mondiale, 18 anni dopo, l’Unione Democratica Croata (UDC) dei due ottenne la maggioranza dei voti e la maggioranza dei seggi parlamentari. In questo processo, Tudjman divenne Presidente e Mesic Primo Ministro. Con l’ascesa del nazionalismo croato, i serbi vennero espulsi in massa dagli enti statali.

Durante la campagna elettorale, Tudjman venerò con entusiasmo lo “Stato Indipendente di Croazia”, un’entità fantoccio creata dai Nazisti e gestita selvaggiamente da collaborazionisti locali dall’aprile 1941 al maggio 1945, descrivendo la costruzione fascista come “un’espressione delle aspirazioni storiche del popolo croato”. Altrove, osservò apertamente: “Grazie a Dio, mia moglie non è né serba né ebrea”.

Queste dichiarazioni riflettevano una strategia mostruosa che Tudjman aveva delineato nel febbraio 1990 in un incontro pubblico a Cleveland, Ohio, per quando l’UDC prese il potere: “Il nostro obiettivo fondamentale è separare la Croazia dalla Jugoslavia”, spiegò Tudjman. “Se saliamo al potere, allora nelle prime 48 ore, mentre c’è ancora euforia, è indispensabile regolare i conti con tutti coloro che sono contro la Croazia”.

“Le liste di queste persone sono già state stilate”, continuò. “I serbi in Croazia dovrebbero essere dichiarati cittadini croati e chiamati croati ortodossi. Il nome ‘serbo ortodosso’ sarà proibito. La Chiesa ortodossa serba sarà abolita, sarà dichiarata croata per coloro che non si trasferiscono in Serbia”.

Molti dei seguaci di Tudjman adulavano gli Ustascia, fascisti irriducibili che governarono lo “Stato Indipendente di Croazia” durante la Seconda Guerra Mondiale. I loro crimini andavano dall’esecuzione di centinaia di donne e anziani con metodi che includevano la decapitazione e l’annegamento.

Nel frattempo, gli Ustascia gestivano una rete di Campi di Sterminio in tutta la Jugoslavia occupata dall’Asse, con unità dedicate ai bambini. La loro spietata barbarie nei confronti di ebrei, rom e serbi ripugnava persino i loro protettori Nazisti. Centinaia di migliaia di persone furono assassinate dagli Ustascia, il cui corpo ufficiali includeva il fratello e il padre del Ministro della Difesa di Tudjman, Gojko Šušak.

Questi eventi orribili rimasero impressi nella memoria dei residenti dello storico territorio serbo della Krajina, assegnato amministrativamente alla Repubblica socialista jugoslava di Croazia dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’UDC ricevette finanziamenti dagli esuli Ustascia nei paesi occidentali e, subito dopo il suo insediamento, ribattezzò l’iconica Piazza delle Vittime del Fascismo di Zagabria in Piazza dei Nobili Croati, mentre le unità paramilitari croate sbandieravano con orgoglio i canti e i simboli Ustascia.

Mentre il governo guidato da Tudjman alimentava apertamente le fiamme dell’odio etnico, i serbi del Paese nascente iniziarono a prepararsi alla guerra civile.

Dopo lo scoppio dei combattimenti interetnici in Croazia nel marzo 1991, unità dell’Esercito Popolare Jugoslavo furono schierate a guardia della Krajina, dove i residenti dichiararono la creazione di una Repubblica Serba autonoma fino alla mediazione di un accordo internazionale di mantenimento della pace. L’allora Presidente jugoslavo Borislav Jović testimoniò prima di morire che l’obiettivo era “proteggere i territori serbi, fino a quando non fosse stata trovata una soluzione politica”.

I croati complottano per far "scomparire" i serbi

Nell’agosto del 1995, quella “soluzione politica” sembrava sul punto di concretizzarsi. Un Gruppo di contatto ONU dedicato stava conducendo negoziati di pace a Ginevra tra le autorità della Krajina e Zagabria. Una proposta volta a porre fine al conflitto croato, nota come Zagabria 4 o Z-4, fu elaborata da Unione Europea, Russia e Stati Uniti. L’ambasciatore di Washington a Zagabria, Peter Galbraith, svolse un ruolo chiave nei negoziati con i rappresentanti serbi della Krajina.

Accettata il 3 agosto 1995, la Z-4 prevedeva che le aree a maggioranza serba in Croazia rimanessero parte del Paese, seppur con un certo grado di autonomia. Lo stesso giorno, Galbraith confermò alla TV locale che era stata concordata la “reintegrazione delle aree controllate dai serbi in Croazia”.

Nel frattempo, i mediatori statunitensi a Ginevra dichiararono che, a causa delle importanti concessioni serbe, non c’era “nessun motivo per cui la Croazia dovesse entrare in guerra”. Finalmente, il terreno era pronto per una pace negoziata.

I funzionari serbi e della Krajina, ottimisti, annunciarono di aver ricevuto rassicurazioni da Washington che sarebbe intervenuta per impedire un’azione militare croata contro la Krajina se avessero rispettato i termini dello Z-4. Eppure, prima della fine della giornata, i funzionari croati respinsero lo Z-4, abbandonando i negoziati. L’Operazione Tempesta iniziò la mattina successiva.

Ora, i documenti esaminati rivelano che Tudjman non ha mai avuto alcuna intenzione di garantire la pace alla conferenza.

Al contrario, i documenti mostrano che la partecipazione della Croazia a Ginevra era uno stratagemma volto a creare l’illusione che Zagabria stesse cercando un accordo diplomatico, mentre elaborava segretamente piani per “sconfiggere completamente il nemico”. Il piano fu rivelato nei verbali di un incontro del 31 luglio 1995 tra Tudjman e i suoi alti ufficiali militari presso il palazzo presidenziale sulle Isole Brioni. Durante la conversazione, Tudjman informò i presenti: “Dobbiamo infliggere colpi tali che i serbi, a tutti gli effetti, spariranno”.

“Vado a Ginevra per nascondere questo e non per parlare. Voglio nascondere ciò che stiamo preparando per il giorno dopo. E possiamo confutare qualsiasi argomentazione al mondo sul perché non abbiamo voluto parlare”.

Tali dichiarazioni, che costituiscono una prova chiara e inequivocabile di intenti genocidi, non si limitavano al Presidente. L’inevitabilità della pulizia etnica fu ammessa da Ante Gotovina, un Generale di alto rango che tornò in Jugoslavia per guidare l’Operazione Tempesta dopo la sua fuga nei primi anni ’70. Un attacco deciso e prolungato alla Krajina avrebbe significato che in seguito “non ci sarebbero stati così tanti civili, solo quelli che devono rimanere, che non hanno possibilità di andarsene”, disse Gotovina.

L’ex comandante della Legione Straniera francese, che un tempo era stato impiegato come guardia del corpo dell’estrema destra francese Jean-Marie Le Pen e aveva lavorato come crumiro per reprimere i lavoratori del sindacato CGT, sarebbe stato in seguito assolto per il suo ruolo di primo piano nell’Operazione Tempesta da un tribunale internazionale dominato dall’Occidente.

Per i serbi che erano intrappolati in un’enclave etnica ostile, Tudjman suggerì una campagna di propaganda di massa che li prendesse di mira con volantini che proclamassero “la vittoria dell’esercito croato sostenuta dalla comunità internazionale” e invitassero i serbi a non fuggire, in un apparente tentativo di dare una parvenza di inclusività alla loro proposta di sfollare forzatamente la popolazione civile. “Questo significa dare loro una via d’uscita, fingendo di garantire i diritti civili. Usare radio e televisione, ma anche volantini”.

I generali discussero di altri tentativi di propaganda per giustificare l’imminente attacco, compresi i falsi allarmi. Dato che “ogni operazione militare deve avere la sua giustificazione politica”, Tudjman affermò che i serbi “avrebbero dovuto fornirci un pretesto e provocarci” prima dell’inizio dell’attacco.

Un funzionario propose: “Li accusiamo di aver lanciato un attacco di sabotaggio contro di noi, ecco perché siamo stati costretti a intervenire”. Un altro generale suggerì di effettuare “un’esplosione come se avessero colpito con la loro aviazione”.

Bill Clinton diede "tutta l'autorizzazione" per l'omicidio di massa

Alla fine del 1990, i servizi segreti jugoslavi filmarono segretamente il Ministro della Difesa croato Martin Spegelj mentre complottava segretamente per epurare la popolazione serba della Repubblica.

In una registrazione, disse a un collega che chiunque si opponesse all’indipendenza di Zagabria avrebbe dovuto essere assassinato “sul posto, per strada, nel complesso, in caserma, ovunque” con “una pistolettata nello stomaco”. Previde “una guerra civile in cui non ci sarebbe stata pietà per nessuno, donne o bambini”, e le “case famiglia” serbe sarebbero state colpite usando “semplici granate”.

Spegelj continuò a sostenere apertamente il “massacro” per “risolvere” la questione di Knin, capoluogo della Krajina, facendo “scomparire” la città. Si vantò: “Abbiamo il riconoscimento internazionale per questo”. Gli Stati Uniti ci avevano già “offerto tutta l’assistenza possibile”, comprese “migliaia di veicoli da combattimento” e “l’armamento completo” di 100.000 soldati croati “gratuitamente”.

Il risultato finale desiderato? “I serbi in Croazia non ci saranno mai più”, concluse Spegelj, “creeremo uno Stato a tutti i costi, se necessario, a costo di spargere sangue”.

Il sostegno occidentale agli orrori pianificati e perpetrati durante l’Operazione Tempesta fu ampiamente espresso anche durante l’incontro del 31 luglio 1995. Lì, Tudjman disse ai suoi generali, “abbiamo un amico, la Germania, che ci sostiene costantemente”. I croati dovevano solo “informarli in anticipo” dei loro obiettivi. “Anche nella NATO c’è comprensione per le nostre opinioni”, spiegò, aggiungendo: “Godiamo della simpatia degli Stati Uniti”.

Nel 2006, il quotidiano tedesco Der Spiegel confermò che i massacri portavano l’impronta di Washington, citando fonti militari croate che affermavano di aver goduto di “un sostegno diretto, seppur segreto, sia del Pentagono che della CIA nella pianificazione e nell’esecuzione dell’offensiva ‘Tempesta’”.

“In preparazione all’offensiva, i soldati croati furono addestrati a Fort Irwin in California e il Pentagono collaborò alla pianificazione dell’Operazione”, riportò il quotidiano. Il supporto degli Stati Uniti andò ben oltre quanto pubblicamente riconosciuto, ovvero che le forze croate si limitarono a sottoporsi a esercitazioni di addestramento condotte dall’appaltatore militare privato statunitense MPRI, rivelò Spiegel.

“Immediatamente prima dell’offensiva, l’allora vicedirettore della CIA George Tenet incontrò Gotovina e il figlio di Tudjman, allora direttore dei servizi segreti croati, per consultazioni dell’ultimo minuto. Durante l’Operazione, gli aerei statunitensi distrussero i centri di comunicazione e antiaerei serbi e il Pentagono trasmise le informazioni raccolte via satellite alle forze croate”.

In una riunione di gabinetto del 7 agosto 1995, Tudjman si vantò di come Washington “dovesse essere soddisfatta” del modo in cui l’esercito croato aveva eseguito l’Operazione Tempesta. Il suo Premier, Ivo Sanader, discusse poi del coordinamento dell’Operazione con i funzionari statunitensi, che “lavoravano in nome” del vicepresidente Al Gore. Ha assicurato ai presenti che “tutte le autorizzazioni sono state approvate direttamente” dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e che la Croazia poteva quindi “aspettarsi un sostegno continuo” da Washington durante i massacri.

Un diplomatico statunitense esulta per un "trionfo" genocida

Il 18 agosto, un vertice di alto livello con l’alto diplomatico statunitense Richard Holbrooke si è tenuto nel palazzo presidenziale di Zagabria. Membro fisso dell’istituto di politica estera di Washington, ossessionato dall’interventismo, Holbrooke aveva messo gli occhi su nomine prestigiose sotto Bill Clinton e oltre, forse sotto una futura amministrazione di Hillary Clinton. Il successo dello smantellamento della Jugoslavia avrebbe alimentato le sue ambizioni.

In una trascrizione, Holbrooke ha descritto Tudjman con adulazione come il “padre della Croazia moderna”, il suo “liberatore” e “creatore”. Notando con approvazione che l’uomo forte aveva “riconquistato il 98% del territorio”, senza menzionare che era stato epurato dai serbi, il diplomatico americano si descrisse come “amico” del neo-indipendente Stato, la cui condotta violenta definiva legittima.

“Avete una giustificazione per la vostra azione militare nella Slavonia orientale”, informò Holbrooke a Tudjman, “e io l’ho sempre difesa a Washington”. Quando alcuni negli Stati Uniti suggerirono di tenere a freno Zagabria, Holbrooke sostenne che i croati avrebbero dovuto “continuare” comunque, dichiarò.

Riguardo all’Operazione Tempesta, Holbrooke ammise: “Abbiamo detto pubblicamente, come sapete, che eravamo preoccupati, ma in privato sapevano cosa volevamo”. Definiva la terrificante guerra lampo un “trionfo” dal “punto di vista politico e militare”, che lasciava i rifugiati come “l’unico problema” dal punto di vista di Zagabria.

Di fatto, dirigendo il Presidente croato, Holbrooke consigliò a Tudjman di “fare un discorso in cui affermava che la guerra era finita e che i serbi dovevano tornare”. Pur prevedendo che “la maggioranza non sarebbe tornata”, Holbrooke a quanto pare riteneva importante almeno lasciare aperta l’offerta al pubblico.

Le autorità croate affrontarono questo “problema” approvando leggi discriminatorie che rendevano praticamente impossibile il ritorno dei serbi sfollati, confiscandone al contempo i beni. Pur possedendo prove schiaccianti di gravi Crimini di Guerra, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, finanziato dalla NATO, non incriminò nessuno dei responsabili dell’Operazione Tempesta fino al 2008.

Molti funzionari colpevoli, tra cui Tudjman, morirono nel frattempo. Tre comandanti militari sopravvissuti furono infine processati nel 2011. Uno fu assolto e due condannati, sebbene la sentenza fosse stata ribaltata in appello nel 2012.

Quella sentenza giunse a diverse altre conclusioni straordinarie. Sebbene Zagabria accettasse “misure discriminatorie e restrittive” per impedire il ritorno dei serbi sfollati, ciò non significava che la loro partenza fosse forzata. Sebbene i civili fossero stati assassinati in gran numero, compresi anziani e infermi che non potevano fuggire, l’Operazione Tempesta in qualche modo non aveva deliberatamente preso di mira i non combattenti. E nonostante l’esplicito desiderio di Spegelj e Tudjman di far “scomparire” i serbi, né i funzionari governativi né quelli militari hanno avuto l’intenzione specifica di espellere l’intera minoranza serba dalla Croazia.

L’anniversario dell’Operazione Tempesta è ora celebrato come “Giorno della Vittoria” in Croazia. Il successo dell’attacco è oggi venerato negli ambienti militari occidentali e l’Operazione potrebbe aver influenzato operazioni simili in altri teatri di conflitto per procura. Nel settembre 2022, il Kyiv Post ha elogiato l’inaspettatamente vittoriosa controffensiva ucraina a Kharkov definendola “Operazione Tempesta 2.0”, suggerendo che fosse un presagio dell’imminente “capitolazione” della Russia.

Quasi tre anni dopo, le forze di Kiev stanno collassando in tutto il Donbass. A differenza della Croazia, l’ultima ondata di ultranazionalisti americani sembra improbabile che prevalga.

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13/02/2025

La prima strage impunita

Il 18 agosto 1946 una tremenda esplosione scuoteva la spiaggia di Vergarolla, vicino a Pola, città lungo la frontiera italo-jugoslava il cui status doveva ancora essere definito. Decine di vittime, per un crimine su cui non è mai stata fatta luce.

La mattina del 18 agosto 1946 una tremenda esplosione scuoteva la spiaggia di Vergarolla, a pochi chilometri da Pola, affollata da giovani bagnanti. I morti sono forse un centinaio, ma perfino questo è ancora un dato insicuro. Per alcuni si tratta della prima strage dell’Italia del dopoguerra, per altri dell’ultimo drammatico episodio di violenza della Seconda guerra mondiale lungo la frontiera italo-jugoslava. Ma cosa è realmente accaduto? Chi ha compiuto quella terribile carneficina e perché?

Una cosa su Vergarolla la sappiamo con certezza: nessuno è mai stato processato per quella strage, che rimane misteriosa anche per gli studiosi, dato che le fonti disponibili non permettono di attribuirne la responsabilità con ragionevole sicurezza. Ciononostante nel discorso politico-mediatico mainstream sembra esserci un accordo assoluto: si tratta di un crimine comunista, commesso dalle autorità jugoslave per indurre la comunità italiana a lasciare Pola. Ma è davvero così? E perché si continua a diffondere questa versione come se fosse indiscutibile, pur senza prove?

Ripartiamo dall’inizio, dai fatti e dal contesto in cui avvengono. Nell’agosto del 1946 Pola è amministrata dal governo militare alleato (Gma), in attesa che il congresso di Parigi, che si è aperto pochi giorni prima, il 29 luglio, ne stabilisca l’attribuzione alla Jugoslavia o all’Italia. La guerra è terminata da poco e l’Italia sconfitta ha già dovuto cedere Fiume e gran parte dell’Istria: territori acquisiti da solo vent’anni e a maggioranza croata. Sono ancora in discussione Gorizia, Trieste e soprattutto Pola, enclave italiana in territorio jugoslavo. Che la città resti italiana è considerato da tutti altamente improbabile, per ragioni storiche, geografiche e politiche.

La comunità italiana ha peraltro già espresso la sua volontà di andarsene, firmando una sorta di dichiarazione di «opzione» prima ancora che questa diventi ufficiale. Ma alcuni attivisti nazionalisti non si danno per vinti e si organizzano militarmente, in un tentativo estremo di resistenza armata, cercando di provocare scontri e tensioni con la popolazione jugoslava e le autorità britanniche. Sono ex partigiani anticomunisti insieme a ex fascisti, tra cui spicca Maria Pasquinelli: la donna che, il 10 febbraio 1947, il giorno della firma del trattato di pace che attribuisce la città alla Jugoslavia, uccide a revolverate il governatore britannico di Pola.

Ma nell’estate del 1946 il destino della città è ancora in bilico e le tensioni nella zona sono fortissime. È in questo clima cupo che avviene il massacro.

Della strage in sé, l’abbiamo detto, sappiamo molto poco. Dopo anni di ricerche gli storici hanno solo appurato che non si tratta di un incidente: qualcuno ha innescato volutamente le mine navali abbandonate da mesi sulla spiaggia e mai svuotate del loro contenuto. Chi l’ha fatto sapeva di provocare un massacro, visto che quella mattina erano in corso alcune competizioni sportive a cui partecipavano, da spettatori o da atleti, molti giovani polesani.

In assenza di prove, possiamo dunque solo avanzare ipotesi, congetture, sulla base delle conoscenze che abbiamo e della logica del cui prodest. Ovviamente il responsabile potrebbe essere chiunque: un pazzo invasato, un sadico assassino, un amante rifiutato...

Ma è anche logico pensare che un atto del genere, complesso da realizzare e moralmente spregevole, potesse essere compiuto solo da chi aveva i mezzi e una forte motivazione ideologica, o comunque un obiettivo percepito come supremo. Per questo fino a oggi le ipotesi si sono concentrate sulle due forze ideologicamente contrapposte e politicamente attive in quello scenario: gli ex fascisti e nazionalisti italiani e le autorità del nuovo stato comunista jugoslavo.

La tesi di chi accusa gli jugoslavi, quella che trovate ovunque, si basa sull’ipotesi che il governo di Tito volesse espellere tutti gli italiani della zona: tale obiettivo sarebbe stato raggiunto con maggiore efficacia terrorizzando la comunità con questa strage, in perfetta continuità, si dice, con i massacri delle foibe.

Tutte le fonti disponibili smentiscono però proprio l’ipotesi di partenza: l’esodo italiano non era nei piani jugoslavi; anzi, le nuove autorità avrebbero voluto impedire una partenza massiccia, soprattutto da parte delle classi popolari, contadini e operai, presenti in gran numero proprio a Pola. Inoltre la repressione di fine guerra (le cosiddette «foibe giuliane») non colpisce una specifica comunità, né masse indistinte di persone, ma avversari militari (ex collaborazionisti dei nazisti) e politici (avversari ideologici). Dunque perché cambiare improvvisamente metodo e obiettivi, e solo in quello specifico episodio?

L’unica ipotesi credibile, pur se debole e non suffragata da alcuna fonte, è che le autorità jugoslave volessero con un gesto eclatante annichilire l’opposizione armata che si stava costituendo in quei mesi in Istria. In ogni caso una motivazione ben diversa da quella data per scontata da tutti i media italiani.

Resta però da valutare anche l’altra ipotesi, ovvero che a compiere la strage siano stati i nazionalisti italiani, in particolare gli estremisti armati già attivi in zona da qualche mese, tra cui la terrorista Maria Pasquinelli. In questo caso l’obiettivo sarebbe molto più chiaro e immediato: convincere la diplomazia internazionale, allora riunita a Parigi, della brutalità jugoslava e ottenere il mantenimento di Pola all’Italia. In subordine, il terrore provocato avrebbe spinto gli ultimi cittadini titubanti a lasciare la città passata alla Jugoslavia, mostrando così quel «plebiscito di italianità» tante volte evocato dalla propaganda neofascista nei decenni successivi.

Il metodo adottato (una strage di civili innocenti) sarebbe poi perfettamente in linea con il modus operandi del terrorismo nero, prima e dopo quell’evento. Lo scopo sarebbe stato, come negli eccidi compiuti dagli stessi fascisti negli anni Settanta, diffondere paura, rabbia, insicurezza. È la «strategia della tensione», una lunga campagna di terrore che ha insanguinato l’Italia da Piazza Fontana (1969) alla stazione di Bologna (1980), dimostrando come i fascisti non abbiano mai avuto remore a uccidere italiani inermi per un obiettivo che consideravano supremo: impedire una libera evoluzione progressista nel nostro paese.

Se fosse stata compiuta dai fascisti, la strage di Vergarolla sarebbe dunque la prima di una lunga striscia di eventi analoghi, coi quali avrebbe altri due elementi in comune: una strage impunita, come quasi tutte le altre successive, per di più attribuita ingiustamente alla parte politica avversa, cioè ai comunisti.

Intendiamoci: questa ipotesi non può essere al momento confermata né smentita. Fino a quando non saranno prodotte prove inconfutabili, restiamo nell’ambito delle illazioni. Ma fra le due ipotesi, la seconda è senza dubbio la più convincente e credibile per metodi, strumenti e obiettivi. Per questo, continuare a ripetere ostinatamente la prima versione dei fatti, quella che accusa le autorità jugoslave, come se fosse una verità assoluta è non solo scorretto ma anche in totale malafede.

Naturalmente resta auspicabile una ricerca approfondita della vicenda, in particolare grazie alle fonti segrete ancora non accessibili agli studiosi che riguardano le attività di spionaggio condotte dagli ex fascisti italiani nell’area di confine nell’immediato dopoguerra. Sarà possibile giungere un giorno alla verità? O questa resterà la prima delle tante stragi impunite che hanno condizionato la nostra democrazia durante tutta la prima Repubblica?

di Eric Gobetti, uno studioso di Seconda guerra mondiale, Resistenza e storia della Jugoslavia. Autore di documentari e monografie, è un esperto di divulgazione storica, viaggi e politiche della memoria. Sui partigiani italiani in Jugoslavia ha realizzato il film Partizani (2015) e il libro La Resistenza dimenticata (Salerno editrice, 2018). Ha scritto, entrambi per Laterza, E allora le foibe? (2021) e I carnefici del Duce (2023). L’articolo è apparso su Jacobin Italia il 10 febbraio 2025.

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24/02/2024

Propaganda, non “memoria”

di Claudia Cernigoi

Egea Haffner, la “bambina con la valigia” della nota foto propagandistica (fatta scattare dallo zio prima della partenza per l’Italia), sarebbe stata nel “gruppo di quasi 30 mila persone prelevate dalle loro case di Pola dalle milizie del maresciallo Tito“.

Ecco. Se questa è l’informazione che passa sul web, hai voglia a non sentirti dare della “negazionista” quando spieghi cosa è successo veramente a Pola dal 1945 in poi.

Di fronte a cotante lapidarie affermazioni, false come una moneta da tre euro, non sappiamo neppure da che parte iniziare.

Diciamo soltanto che a Pola, nel 1946, l’amministrazione era britannica e non ancora jugoslava.

Non sapere nulla di storia, ma pontificare. Questo il prodotto della propaganda collegata all’istituzione del Giorno del ricordo: ciò che prima era patrimonio delle frange più retrive ed eversive dell’irredentismo con nostalgie fasciste, è oggi diventato verità storica rivelata, avallata dalle istituzioni ed anche da molti storici “antifascisti”.

L’articolo (link nei commenti) parla dell’arresto del padre di Egea, Kurt Haffner. Che “non è mai stato fascista“, ha dichiarato la figlia, e chissà, forse non aveva idee fasciste, semplicemente era inquadrato nel Corpo degli interpreti dell’Esercito della RSI e come tale lavorava per l’amministrazione nazista a Fiume nel periodo della “zona di operazione litorale adriatico“.

Forse ideologicamente non era fascista, certo da un punto di vista tecnico era un collaborazionista. Comprensibile il dolore della figlia per la perdita del padre in così tenera età, ma anche alcuni dei condannati a morte dal tribunale di Norimberga avevano dei figli.

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16/02/2024

Il giorno della memoria corta. L’isola di Arbe, ora Rab

Come scrive nell’estate 1942 un soldato italiano in Slovenia, «Abbiamo distrutto tutto da cima fondo, senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano solo di muoversi, tiriamo senza pietà e chi muore muore».

Tutto questo è pazzesco, ma in Italia un criminale in divisa come Roatta verrà prosciolto nel 1948. La fuga in Spagna e l’assoluzione finale sono il prezzo del suo silenzio sulle gravi responsabilità del “maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio e dei vertici militari, fuggiti da Roma subito dopo l’annuncio della fine delle ostilità con gli Alleati, abbandonando l’Esercito allo sbando senza ordini e senza una guida.

Loro sì responsabili – ben più di Roatta – della catastrofe finale nonché della mancata difesa della capitale dall’occupazione tedesca il 10 settembre 1943.

Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’Esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime).

Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola.

Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.

Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.

Le inclinazioni omicide di costoro non si placano se di fronte ai loro fucili manifestano italiani. Basti ricordare che nel febbraio 1943 Roatta è a Roma per assumere la carica di capo di stato maggiore dell’Esercito.

In una sua circolare del 26 luglio (poche ore dopo la seduta del Gran consiglio del fascismo che ha deposto Mussolini) il generale dispone alcune misure per l’ordine pubblico, come la facoltà di sparare sui manifestanti:

«Qualunque pietà nella repressione è un delitto», ammonisce il capo dell’Esercito, e prosegue ricordando che «poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire, come in combattimento».

Insomma, si inneggia all’omicidio dei manifestanti. E questa volta siamo in Italia.

Un tale proponimento non può che trovare il favore del neo-comandante dei Carabinieri Taddeo Orlando (dal 20 giugno 1944 Orlando è il capo dei Carabinieri e sino a un mese prima ha ricoperto la carica di ministro della Guerra nel governo militare presieduto da Badoglio) e ovviamente provocare tanti morti.

Il 28 luglio 1943 a Reggio Emilia l’Esercito prende a fucilate i lavoratori delle “Reggiane” usciti dalla fabbrica, uccidendone 9; lo stesso giorno a Bari i morti sono addirittura 23 e 70 i feriti; altro massacro il 19 ottobre 1944 a Palermo, con le forze dell’ordine a sparare su un corteo di persone che manifestano chiedendo pane e lavoro, provocando 29 morti e 155 feriti (ne ammazzano più loro della banda di Giuliano a Portella della Ginestra). Complessivamente, la scellerata disposizione di Roatta provocherà 80 morti e 300 feriti.

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10/02/2024

L’aberrante codificazione di una falsa “verità di Stato” sulle foibe

La massiccia campagna di stampo revisionistico scatenata dalla destra neofascista e leghista in occasione della Giornata del Ricordo con l’imposizione, mediante una legge ‘ad hoc’, di una ‘verità di Stato’ quale oggetto di insegnamento obbligatorio nelle scuole, rende necessario ribadire alcune fondamentali considerazioni di natura storica.

Per comprendere la genesi e il significato del fenomeno delle foibe occorre infatti considerare che cosa è accaduto prima, che cosa è accaduto durante e che cosa è accaduto dopo: ciò equivale a comprendere come la propaganda reazionaria abbia costruito il ‘caso foibe’.

Orbene, le foibe sono state il frutto di vent’anni di imperialismo fascista, fatto di bestiali violenze, snazionalizzazioni forzate, repressioni feroci e odiose persecuzioni razziste, culminate, da ultimo, in una guerra di aggressione che colpì con il terrore, con lo sterminio e con la deportazione la stessa popolazione civile.

Se si parte da questa premessa oggettiva, non è difficile capire chi, quando i rapporti di forza mutarono, fu ucciso e perché.

Si trattò, innanzi tutto, di criminali di guerra e di collaborazionisti, che furono chiamati a rendere conto di ciò che avevano fatto. Per quanto concerne, poi, la ‘contabilità degli infoibati’, occorre ridimensionare le cifre iperboliche inventate dai circoli neofascisti, nazionalisti e revisionisti.

Canzone patriottico-fascista istriana del 1925, “in voga” allora a Pisino

Claudia Cernigoi, autrice di una fondamentale ricerca storica, “Operazione foibe tra storia e mito”, Udine, Kappa Vu, 2005, dimostra che, nei fatidici “40 giorni” del 1945, dall’attuale provincia di Trieste scomparvero 517 persone, che appartenevano alle seguenti categorie: militari, polizia (compresi i membri delle SS), collaborazionisti e spie.

Tra l’altro, il ‘curriculum vitae’ di squadristi, aguzzini e spie, nonché la presenza tra i giustiziati di diversi sloveni, smentiscono la tesi degli ‘infoibati’ uccisi solo in quanto italiani e chiariscono il vero motivo del fenomeno delle foibe, escludendo che si possa parlare, a tale proposito, di genocidio o di pulizia etnica.

Dal canto loro, i popoli della Jugoslavia pagarono un altissimo tributo di sangue, pari a circa un milione di morti, per le criminali azioni degli invasori nazifascisti, mentre 700.000 furono le vittime della lotta di liberazione e della guerra.

Né va dimenticata l’immane violenza che, con la partecipazione attiva dei fascisti italiani, si abbatté sulla popolazione civile, quando, dopo l’otto settembre del 1943, i tedeschi assunsero direttamente il controllo delle zone occupate precedentemente dall’Italia.

D’altra parte, la classe operaia e le masse popolari, guidate dal partito comunista, seppero organizzare un’attiva e forte resistenza contro gli invasori, iniziata già nell’estate del 1941. Fu una vera e propria guerra di popolo, condotta da un esercito di uomini, donne e giovani, che arrivò a superare le 800.000 unità.

Fu proprio nei giorni precedenti gli accordi del 12 giugno 1945 tra il nuovo governo jugoslavo e gli alleati, che istituirono il controllo delle cosiddette Zona A e Zona B, che si acutizzò lo scontro delle forze ostili al governo rivoluzionario nel tentativo di mettere in discussione la nascita della nuova Jugoslavia.

E fu questo il momento in cui i fascisti, i nazisti, i collaborazionisti di ogni sorta e i controrivoluzionari dovettero assumersi la piena responsabilità della loro politica e delle loro azioni.

In questa azione di giustizia, tanto necessaria quanto difficile, è possibile che siano stati emessi verdetti errati a carico di alcune persone, così come è possibile che vi siano stati casi di vendette personali. Tuttavia, ciò non può assolutamente costituire un pretesto per mistificare e stravolgere la effettiva realtà di quegli avvenimenti. Sarebbe come guardare l’albero e non vedere la foresta.

Vi è, dunque, un legame inscindibile, un preciso filo conduttore che lega le foibe, la detenzione dei prigionieri di guerra e il cosiddetto esodo degli italiani dall’Istria alla politica fascista della snazionalizzazione, all’aggressione nazifascista nei confronti della Jugoslavia, all’occupazione militare italiana e alla persecuzione degli antifascisti.

Le foibe, lungi dal costituire il simbolo del genocidio della popolazione italiana, sono state quindi la conseguenza della rivolta popolare contro gli aguzzini fascisti, nazisti, ustascia e collaborazionisti, che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Le foibe furono, in buona sostanza, l’espressione dell’odio accumulato in decenni di oppressione e di sfruttamento: un odio che esplose con la caratteristica violenza delle insurrezioni di popolo.

È doveroso, inoltre, ricordare l’aiuto generoso dato dalle popolazioni slave a migliaia di soldati italiani in rotta dopo l’8 settembre e braccati dai loro ex alleati tedeschi. Soldati italiani che, ancorché fossero invasori, dovettero la loro salvezza e la loro libertà al popolo jugoslavo e a quanti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita, li sottrassero alla vendetta nazista.

Concludendo, oltre a quelle storiche da questa aberrante vicenda si ricavano tre ulteriori considerazioni che costituiscono le premesse di un’indispensabile mobilitazione dell’antifascismo militante sul piano politico, ideologico e culturale:

a) le campagne di carattere neorevisionistico, di stampo revanscista e di sapore imperialista, sia che riguardino la falsa equiparazione fra antisionismo e antisemitismo o che mirino ad accreditare l’invenzione di uno sterminio delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia, non hanno natura storiografica, ma soltanto politica: in altri termini, tendono, da un lato, a legittimare la bestiale politica israeliana verso i palestinesi e, dall’altro, a rimettere in discussione il trattato di Osimo del 1975 e, quindi, i confini tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia;

b) l’accertamento della verità sulle origini, sulle cause, sulle dimensioni e sul significato dell’esodo degli italiani dell’Istria e della Dalmazia compete agli storici ed è degno dei peggiori regimi autoritari voler imporre come ‘verità di Stato’ quello che è unicamente un giudizio politico-ideologico: ciò significa che la rappresentazione demonizzante dei comunisti jugoslavi che sadicamente uccidono gli innocenti ‘patrioti’ italiani non ha maggior credibilità della propaganda democristiana del 18 aprile 1948 sui comunisti che “mangiano i bambini”;

c) in realtà, la criminalizzazione dei comunisti jugoslavi come responsabili delle foibe mira a cancellare i crimini commessi dall’imperialismo fascista nei Balcani, legittimando con la codificazione di una falsa ‘verità di Stato’ una rinnovata direttrice espansionistica dell’odierno imperialismo italiano nell’area adriatica.
Fonte

01/04/2023

Uranio Impoverito. “Il metallo del disonore”

Si torna a parlare delle armi all’uranio impoverito. Il “merito” è del governo britannico, e del compito che si è auto-assegnato di “avanguardia della guerra contro la Russia, a tutti i costi, con tutti i mezzi, in ogni luogo”.

L’escalation bellicista con cui il Regno Unito di Johnson, Truss, Sunak ha cercato e cerca disperatamente di riconquistare qualche centimetro dell’enorme spazio di mercato perduto negli ultimi 100 anni, ha portato infatti i suoi governanti-avventurieri a strombazzare ai quattro venti il seguente annuncio democratico-umanitario: forniremo all’Ucraina proiettili all’uranio impoverito.

Salvo poi – una volta incassata a stretto giro la risposta russa: “è un ulteriore passo verso l’apocalisse nucleare” – affidare al ministro degli esteri Cleverley il compito di minimizzare “sono munizioni puramente convenzionali”. Il che è manifestamente falso.

A meno che per convenzionali non si voglia intendere in uso da decenni da parte degli umanisti della Nato, il che è invece vero.

Alcuni anni fa i redattori di questo blog (non i più giovani, ma quelli “diversamente giovani”) hanno curato la traduzione italiana della prima e più importante denuncia dell’uso massiccio dell’uranio impoverito contro la popolazione irachena nella prima guerra all’Iraq (almeno 400 tonnellate) proveniente dagli Stati Uniti, opera dell’International Action Center.

A suo tempo (il tempo della guerra alla “piccola Jugoslavia”) il libro uscì a cura del Centro di Documentazione sul Movimento Operaio “Wilhelm Wolff” di Marghera, e le due edizioni andarono presto esaurite. Tuttavia, chi sia interessato/a a riceverne una fotocopia, può scrivere a com.internazionalista@gmail.com (il costo è di 15 euro).

Introduzione a “Il metallo del disonore: l’uranio impoverito”

Questo è un libro importante, da conoscere e far conoscere.

Esso contiene la denuncia documentata, scientifica, militante della guerra condotta con armi all’uranio impoverito: il nuovo tipo di guerra totale che il Pentagono, la Nato, l’Occidente tutto hanno inaugurato 30 anni fa, sperimentandola sulle carni del popolo iracheno, ed hanno poi gloriosamente replicato in Bosnia, in Kosovo ed in Serbia contro i popoli jugoslavi.

Parliamo di guerra totale perché le armi all’uranio impoverito (dai missili ai proiettili d'artiglieria d’ogni calibro), oltre a seminare la morte immediata con più efficacia delle armi convenzionali tradizionali, hanno anche il “pregio” di seminare, tra le popolazioni prese a bersaglio, la morte lenta, differita nel tempo.

Tumori di ogni genere (ai polmoni, al cervello, alla pelle, ai bronchi, alla vescica, allo stomaco, al seno), leucemia, abbattimento permanente di tutte le difese immunitarie (un effetto simile a quello che provoca l’Aids): ecco che cosa sono in grado di produrre le armi all’uranio impoverito, capaci contemporaneamente di devastare l’esistenza delle future generazioni con l’enorme aumento di terribili alterazioni congenite nei nuovi nati, ed un altrettanto micidiale caduta della fertilità e della funzionalità sessuale.

E non è finita. Infatti, i bombardamenti all’uranio impoverito hanno un altro gravissimo effetto letale: contaminare per milioni e milioni di anni (arrestatevi per un istante a riflettere su questo ‘particolare’ tempo) la terra, l’acqua, l’intero ambiente naturale dell’uomo. Si tratta, insomma, della perfetta fusione tra la guerra nucleare, chimica e biologica, alla faccia dell’infinità di convenzioni e risoluzioni internazionali che “mettono al bando” le armi di distruzione di massa.

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26/02/2022

In Europa due guerre, un risultato

Nel 1999, nel cuore dell’Europa, la NATO, gli USA, l’UE e i loro alleati hanno bombardato la Jugoslavia. Oggi, nel 2022, la Russia attacca l’Ucraina in una guerra ingiusta e distruttiva. Tuttavia, dove sono nascosti tutti coloro che nel 1991 cercavano di persuadere tutti i popoli che la dissoluzione dell’Unione Sovietica e i rovesciamenti nei paesi dell’Europa orientale avvenivano a favore della sicurezza internazionale e della pace globale?

La verità era diversa quando c’era l’Unione Sovietica, c’era un “contrappeso”, c’era un potere forte veramente a favore della pace e dell’amicizia tra i popoli. Dopo i rovesciamenti, l’equilibrio internazionale di potere è cambiato drasticamente. NATO, USA, UE hanno condotto guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen, Armenia, ecc. La vera conclusione è una e una sola. Il rovesciamento del socialismo nei paesi dell’Europa orientale ha causato solo afflizioni.

La Federazione Sindacale Mondiale esige la fine della guerra in Ucraina adesso. L’attacco russo deve cessare ora, la NATO deve essere sciolta ora e si deve avviare un dialogo reale.

Assicuriamo ai sindacati affiliati alla WFTU nel Donbass che sosteniamo gli sforzi per garantire il loro diritto a decidere da soli per il loro presente e il loro futuro. La Federazione sindacale era e rimane contro le pratiche fasciste del governo ucraino che è una marionetta degli USA e della NATO. I popoli della Russia, dell’Ucraina e di tutti i paesi dovrebbero fare sforzi quotidiani per sviluppare la pace attraverso relazioni di amicizia e solidarietà. La nostra lotta comune contro le contraddizioni imperialiste deve e può fermare le guerre imperialiste.

Il Segretariato mondiale della Federazione Sindacale Mondiale

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21/02/2022

Il secolo più lungo della storia

di Alberto Negri - ilmanifesto

Che cos’è una guerra? La prima cosa che succede si spegne la luce, come ho visto accadere a Baghdad, Kabul, Sarajevo, Belgrado, Beirut, Damasco, Tripoli, Mogadiscio. La luce può anche non tornare più per anni, sostituita dal ronzio dei generatori, mentre il cielo viene illuminato dai traccianti dei proiettili.

Gli europei sembra che se ne siano dimenticati e si spaventano soltanto adesso per l’incendio artificiale dell’Ucraina che potrebbe fermare il flusso regolare del gas russo.

Eppure di guerra gli europei ne hanno avuta una recente nel cuore dell’Europa, nella ex Jugoslavia, ma l’hanno vissuta come l’aspetto lontano di un conflitto etnico e religioso di un remoto Novecento. Ed è stato questo il più grande errore dell’Europa: pensare che il Novecento fosse finito.

In realtà non è il «Secolo breve», come scriveva il marxista britannico, nativo di Alessandria d’Egitto, Eric Hobsbawm. Questo è il secolo più lungo della storia dell’umanità. E continua ancora oggi nel cosiddetto terzo millennio. Che vi piaccia o meno.

Allora tutti pensavano, dietro uno schermo fatto di illusioni e ignoranza, che il ‘900 fosse terminato con il crollo del muro di Berlino del 1989 e poi con la successiva dissoluzione dell’Unione sovietica.

Certo cambiavano i regimi, i confini territoriali, nuove nazioni nascevano e fenomenali ideologie che avevano mosso il mondo vennero archiviate frettolosamente: ma non potevano scomparire i popoli, con la loro storia, le loro tradizioni, le loro credenze.

Così, sul finire del secolo lungo, sono risorti, in forma diversa, quelli che pensavano fossero fantasmi del passato, come gli imperi seppelliti dal tempo, da quello russo all’ottomano. Forse che oggi non chiamiamo tranquillamente Putin lo “zar” ed Erdogan il “sultano”?

Hobsbawm faceva finire il secolo con il crollo dell’Unione sovietica. In realtà il secolo era duro a morire e la fine della Jugoslavia, con guerre a ripetizione nel cuore dell’Europa, il coinvolgimento di grandi potenze e Paesi confinanti, lo dimostrava.

Con la fine della Jugoslavia si dissolveva uno degli ultimi stati multi-etnici e multi-religiosi dell’Europa. Ma c’è sempre un prezzo da pagare all’indifferenza.

Torna sempre in mente quello che aveva detto a noi cronisti, nel suo appartamentino popolare di Belgrado, Milovan Gilas, braccio destro del maresciallo Tito, colui che aveva trattato con Stalin per fermare un’invasione sovietica della Jugoslavia: «Qui stiamo regolando i conti della seconda guerra mondiale».

Tra massacri e pulizie etniche con migliaia di morti e milioni di profughi non era difficile credergli. Vicino a Srebrenica, nel luglio 1995, durante il massacro di oltre 7mila musulmani bosniaci, vidi in un bosco una donna appesa a un albero: si era impiccata pur di non finire in mano alle milizie. Il marito si era fatto saltare con una granata.

I morti non dovevi neppure cercarli: la mattina ti svegliava l’odore dei cadaveri in decomposizione al sole e all’afa.

Ma questi racconti, l’europeo medio, preso dalle vacanze dell’estate, non li voleva sentire e fino a oggi ha voltato la testa dall’altra parte. Si sveglia adesso perché oltre all’odore dei morti, sente puzza di gas e di crisi economica.

Senza dimenticare l’arroganza di Biden che ribadisce l’accusa contro la Russia dei «pretesti» di guerra, dimenticando che gli Stati Uniti ne hanno fabbricati di vergognosi per le avventure belliche in Vietnam, Kosovo e per l’Iraq nel 2003.

Altro che secolo breve... Nel 1992, con il crollo della Jugoslavia, la repubblica di Macedonia dichiarò l’indipendenza e a 100 chilometri da Salonicco la gente scese in piazza a protestare davanti alla statua di mega Alexandros. Greci e slavi si davano battaglia per l’eredità del nome.

Per risolvere questa disputa ci sono voluti quasi trent’anni con la firma dell’accordo di Prespa del 2018 e il cambio di nome della repubblica di Macedonia in Macedonia del Nord.

Per favore non chiamate più il ‘900 secolo breve. L’amico Davide Hearst, direttore di Middle East Eye – di origini polacche, ucraine ed ebree – ricorda che nel 1941, quando il Terzo Reich invase l’URSS, i nazisti vennero salutati come dei liberatori dal duro regime sovietico.

Le perdite civili totali durante la guerra e l’occupazione tedesca in Ucraina sono state stimate in quattro milioni, inclusi 1,6 milioni di ebrei. Secondo il Simon Wiesenthal Center «l’Ucraina, per quanto a nostra conoscenza, non ha mai condotto una singola indagine su un criminale di guerra nazista locale, e tanto meno ha perseguito un perpetratore dell’Olocausto». E neppure se ne è parlato nei giorni della memoria.

Oggi nell’Ucraina di Kiev bramosa della Nato, un persecutore e criminale come Stepan Bandera, che giurò fedeltà a Hitler, è considerato un eroe nazionale e le milizie e i gruppi che si richiamo a lui sono istituzionalmente la Guardia nazionale ucraina che addestra i civili e aizza alla guerra.

Chiamatelo ancora secolo breve, se ne avete il fegato.

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12/04/2021

Italiani brava gente, criminali impuniti

Il 6 aprile 1941 l’invasione nazifascista della Jugoslavia. Un appello di storici chiede giustizia per le atrocità che furono compiute allora. La «continuità dello Stato» del dopoguerra: nessuno pagò per stragi e violenze. Mussolini annunciò già nel ’20: politica del bastone contro la razza slava, inferiore e barbara. Il 6 aprile 1941 divisioni tedesche e italiane invadevano la Jugoslavia dividendola in zone di occupazione.

L’Italia monarchico-fascista costituì la «provincia italiana di Lubiana» in Slovenia annettendo al regno di casa Savoia, dal luglio 1941, anche il Montenegro.

Iniziò così l’occupazione della Jugoslavia che non solo completò l’aggressione del regime ai Balcani, iniziata nel 1939 in Albania e seguita nel 1940 in Grecia, ma rappresentò il correlato storico-politico del «fascismo di frontiera» emerso negli anni Venti con lo squadrismo e sintetizzato nei suoi obiettivi da Mussolini nella visita a Pola del 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone (...) si possono più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

In linea con questo impianto ideologico le truppe del regio esercito, le autorità di polizia, i carabinieri e le milizie fasciste dei battaglioni «M» disposero su tutto il territorio le misure della «guerra ai civili», che lo stesso popolo italiano avrebbe poi drammaticamente conosciuto durante l’occupazione nazista.

Fucilazioni di civili e partigiani, deportazioni di massa (100.000 jugoslavi trasferiti nei campi d’internamento italiani), incendio e saccheggio delle città e dei villaggi (nel febbraio 1942 l’intera città di Lubiana venne circondata da una «cintura» di filo spinato e posti di blocco e poi razziata), stragi (il 12 luglio 1942 a Podhum 108 fucilati e oltre 800 deportati; a Niksic e in altre città del Montenegro fucilazione di 95 comunisti e 200 civili tra il 20 giugno 1942 e il 25 giugno 1943), violenze e abusi sulla popolazione (nella sola Lubiana morirono 33.000 persone pari al 10% dei suoi abitanti) assunsero un carattere sistemico codificato dalle disposizioni della «circolare 3C» firmata dal generale Mario Roatta, già capo del Servizio Informazioni Militari, guida delle truppe fasciste in Spagna e poi al vertice della II Armata di occupazione in Croazia.

L’occupazione militare costò alla Jugoslavia oltre 1 milione di morti mentre in tutta l’area dei Balcani i crimini di guerra compiuti dal regio esercito e dalle autorità italiane contribuirono da un lato al rincrudimento delle misure di repressione e controguerriglia antipartigiana e dall’altro ad alimentare la Resistenza militare e civile delle popolazioni in Albania, Grecia e Jugoslavia.

Nel maggio 1942 su La Voce del Montenegro il generale Alessandro Pirzio Biroli da «governatore» della regione scriverà: «Tutto il popolo sappia che ogni partigiano, ogni collaboratore, informatore e simpatizzante dei partigiani sarà fucilato sul luogo della cattura».

Dal canto suo Mussolini il 31 luglio 1942 a Gorizia aveva ordinato ai generali: «Al terrore dei partigiani si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri (...) questa popolazione non ci amerà mai (...). Questo territorio deve essere considerato territorio di esperienza. Non vi preoccupate del disagio della popolazione, lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze».

Al termine del secondo conflitto mondiale le Nazioni Unite stilarono un lungo elenco di criminali di guerra italiani che solo per la Jugoslavia comprendeva 750 nomi (generali, ufficiali dell’esercito, carabinieri, questori, camicie nere) a cui si aggiungevano i 142 iscritti nelle liste dell’Albania, i 111 della Grecia, i 12 dell’Urss.

Le ragioni della Guerra Fredda, la nuova collocazione geopolitica di Roma e la sistematizzazione dell’anticomunismo di Stato permisero ai governi dell’Italia post-bellica di non estradare i criminali nei Paesi che ne facevano richiesta; evitare processi presso un tribunale internazionale; non pagare i risarcimenti alle vittime ed agli Stati nonostante le disposizioni del Trattato di Pace di Parigi del 1947.

Così la «mancata Norimberga italiana» rappresentò un vulnus storico nella stessa radice di nascita della democrazia repubblicana alimentando il falso mito degli «italiani brava gente», consentendo l’impunità dei criminali ed il loro reinserimento negli apparati delle Forze Armate, dei servizi segreti e delle forze dell’ordine sostanziando una «continuità dello Stato» che incise fortemente sul carattere e la qualità della nostra democrazia nei decenni successivi, tanto che diversi criminali di guerra furono coinvolti nelle stragi e nei tentativi di colpo di Stato degli anni Settanta.

Ottant’anni dopo l’occupazione della Jugoslavia, un appello di centinaia di storici e studiosi chiede alle istituzioni e al Paese un atto di coraggio in grado di rielaborare sul piano pubblico questo tragico passato rimosso, assumendo come memoria storica collettiva le responsabilità per i crimini compiuti dal fascismo contro altri popoli in un’ottica di superamento dei nazionalismi, di valorizzazione del dettato costituzionale in ordine al ripudio della guerra, di liquidazione tanto etico-morale quanto politico-sociale del fascismo.

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11/04/2021

I crimini di guerra italiani in Jugoslavia. Una mostra

Vale senz’altro la pena di dedicare una serata alla visita della mostra virtuale A ferro e fuoco, che documenta l’invasione e l’occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 e il 1943.

Alla mostra, realizzata dall’Istituto Parri, dall’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Trieste, hanno contribuito alcuni degli storici impegnati nello studio dell’occupazione italiana della Jugoslavia, coordinati da Raoul Pupo, già docente all’Università di Trieste.

La messa in rete della mostra ha coinciso, il 6 aprile, con l’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia, a cui parteciparono truppe tedesche, italiane e ungheresi. Una data che è stata scelta da oltre ottanta storici italiani per inviare una lettera al Presidente Mattarella affinché a tale pagina ignobile e sanguinosa della nostra storia sia finalmente tolto il velo di omertà che la copre, mandando finalmente nel museo degli orrori il mito degli “italiani brava gente”, smentito da studi storici e da infinite testimonianze. Pagina ancora oggi nascosta a livello di massa, basti pensare che nei libri di storia delle scuole è quasi sempre ignorata o descritta con inspiegabile benevolenza.

Circa cinquanta cartelli, ciascuno accompagnato da testimonianze video di storici, sopravvissuti e militari italiani costituiscono il corpo della mostra. I cartelli si presentano in realtà come piuttosto “freddi” e distaccati, creando un contrasto voluto con le testimonianze, in diversi casi invece assai vibranti, che li accompagnano.

La mostra documenta tutte le fasi dell’occupazione italiana, durata dal 1941 sino all’armistizio del 1943, quindi dalle prime fasi dell’occupazione, alla repressione della lotta partigiana jugoslava, ai massacri e alle razzie perpetrate dalle truppe italiane sulla popolazione civile, ai campi di concentramento costruiti dagli italiani in vari luoghi della Jugoslavia e dell’Italia.

Dalla documentazione e dalle testimonianze emerge un quadro terribile, da cui si evince che le direttive di repressione della lotta partigiana e di sottomissione, umiliazione e in alcuni casi sterminio della popolazione civile emanate dai comandanti italiani, i generali Robotti e Roatta, furono molto simili a quelle naziste che la popolazione italiana dovette subire dal 1943 al 1945. Paesi messi a ferro e fuoco, civili uccisi solo per il gusto di ammazzare, razzie di cibo e di abiti che lasciavano la popolazione senza sostentamento e difesa dal freddo furono all’ordine del giorno.

La documentazione di questi crimini di guerra è sostenuta, nella mostra, soprattutto in base a testimonianze, tratte da lettere alle famiglie, di camicie nere e soldati italiani, persone quindi insospettabili di ingigantire la gravità dei loro stessi atti.

Una pagina particolarmente tragica riguarda i campi di concentramento in cui vennero deportati non tanto partigiani (che erano subito fucilati, se caduti prigionieri), ma soprattutto un gran numero di civili jugoslavi detenuti in condizioni disumane, che provocarono la morte di migliaia di questi uomini e donne, causata da malattie, dalla fame e dalla sete, dal freddo o dal caldo opprimente.

Particolarmente grave è la storia del campo dell’isola di Rab/Arbe, ma orribili furono anche quelli di Gonars (Udine) e di Renicci (Arezzo), dove vennero mandati i deportati eccedenti alla capienza del primo. Una storia peraltro già ben documentata nel libro di Alessandra Kersevan Lager italiani, pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti, di Roma, nel 2008.

Di fronte a tutti questi veri e propri crimini di guerra e contro l’umanità, è stupefacente che nessuno dei responsabili sia mai stato punito. È purtroppo la nota storia della mancata “Norimberga Italiana”, ma soprattutto della copertura che lo Stato Italiano dette ai criminali di guerra che avevano insanguinato la Jugoslavia (lo stesso discorso vale per l’URSS e per le imprese coloniali africane). 

Una copertura che fece si che dei quasi 4.000 italiani che la Jugoslavia denunciò alla commissione dell’ONU per i crimini di guerra e dei 729 che come tali furono riconosciuti ufficialmente, nessuno pagò per ciò che aveva fatto. I generali Roatta e Robotti, assolti dai tribunali italiani, trascorsero la loro vita il primo in Spagna, ospite del caudillo Franco e il secondo semplicemente nella sua casa al mare di Rapallo.

Quanto al generale Gambara, responsabile del campo di concentramento di Rab, anch’egli riparato in Spagna, nel 1952 fu persino reintegrato nell’esercito italiano.

A questo punto è doveroso aprire anche la pagina della continuità di molte istituzioni della neonata Repubblica Italiana con il fascismo, che vide molti criminali del ventennio non solo uscire indenni dopo quanto avevano commesso, ma persino rientrare nella vita pubblica.

Per rimanere solo ai fatti della Jugoslavia, basta ricordare che Giuseppe Pieche, ufficiale di collegamento tra il governo fascista italiano e gli ustascia di Ante Pavelič, diresse per anni una struttura segreta anticomunista, anticipatrice di Gladio, al Ministero degli Interni diretto dal democristiano Mario Scelba.

La mostra si può visitare a questo sito.

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07/09/2020

Come si allevano le bufale

Corso accelerato di mistificazione storico-propagandistica.

In merito alla fossa comune trovata in Slovenia alcuni giorni fa.

Nei giorni 27 e 28 agosto leggiamo quanto segue.

Pagina di Radio Capodistria, firma Stefano Lusa:

«sono stati trovati anche i resti di almeno una donna, comunque non ce ne sarebbero più di cinque. Nessuno aveva meno di 15 anni».

L’Avvenire, firma Lucia Bellaspiga:

«Oltre un centinaio erano ragazzini tra i 15 e i 17 anni, e assieme a questi abbiamo rinvenuto anche cinque donne».

Il Giornale, firma Fausto Biloslavo:

«Dei resti di 250 vittime riesumate nella foresta di Kocevski (sic) oltre un centinaio avevano fra i 15 e 17 anni e almeno cinque sono donne».

Il giorno 29 su l’Avvenire appare una lettera di Matteo Salvini:

«… i resti umani di circa 250 persone, per lo più ragazzini tra i 15 e i 16 anni, innocenti».

Il 2 settembre abbiamo invece l’Unione degli Istriani che parla di

«resti di 250 giovani vittime dei partigiani comunisti titini»

ed il servizio di Andrea Romoli su Rai 2 (vedi foto):

«dove l’esercito di Tito aveva gettato donne e bambini».

Poi se gli fai presente che in conferenza stampa s’era detto che le donne erano 5 e che i minorenni (non minori di 15 anni) erano un centinaio, tu sei “negazionista”, non sono loro che ingrassano bufale che manco a Mondragone.

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10/02/2020

Il “revisionismo storico” diventa “verità di Stato”

Offriamo qui una serie di articoli che affrontano da un punto di vista storiografico rigoroso la “questione delle foibe”. La quale, fin dalla Liberazione, è stata ingigantita e strumentalizzata dai fascisti per ricercare una “parità di dignità” con i combattenti della Resistenza in tutta Europa.

Ingigantita nei numeri delle vittime, come vuole la pompa della propaganda stile Goebbels (“mentite, mentite, qualcosa resterà”), nonostante la ricerca abbia progressivamente avvicinato una stima realistica.

Utilizzata per cancellare le proprie responsabilità nei massacri e nella pulizia etnica messa in azione con l’invasione della Jugoslavia nel 1940.

La “novità” degli ultimi decenni è però costituita dall’adozione della visione fascista da parte delle istituzioni repubblicane, e quindi dallo Stato italiano. Un’adozione cauta, che formalmente richiama anche vaghe responsabilità del nazifascismo, ma che sostanzialmente puntava – ed ora esplicita – l’”equiparazione tra nazismo e comunismo” votata in una mozione del cosiddetto parlamento dell’Unione Europea. Una mozione votata con entusiasmo anche dai fascisti italiani ed europei, il che spiega benissimo il “taglio” di questa ricostruzione storica falsificante.

Un mattone importante a questa opera di falsificazione lo ha portato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non nuovo in questo ruolo, che ieri ha anticipato le cerimonie del “giorno del ricordo” adottando in pieno il revisionismo storico presuntamente “super partes”.

“La persecuzione, gli eccidi efferati di massa – culminati, ma non esauriti, nella cupa tragedia delle Foibe – l’esodo forzato degli italiani dell’Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia fanno parte a pieno titolo della storia del nostro Paese e dell’Europa“.

“Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità“.

“Si deve soprattutto alla lotta strenua degli esuli e dei loro discendenti se oggi, sia pure con lentezza e fatica, il triste capitolo delle Foibe e dell’esodo è uscito dal cono d’ombra ed è entrato a far parte della storia nazionale, accettata e condivisa. Conquistando, doverosamente, la dignità della memoria“.

Una “lettura istituzionale” che si nutre a piene mani della ignoranza della Storia reale. Se le parole di Mattarella corrispondessero alla verità, infatti, ci sarebbe stata una immotivata “persecuzione di italiani” in un territorio prima pacificamente popolato da comunità etnico-linguistiche diverse.

Dimenticati dunque, con il semplice metodo dell’omissione, l’invasione fascista di quei territori in seguito all’entrata in guerra al fianco della Germania nazista, l’espulsione delle popolazioni non italiane e comunque l’”italianizzazione forzata” (reato parlare lo sloveno e il croato), l’infoibamento dei resistenti e dei civili jugoslavi, i tre anni di persecuzioni nazifasciste in quei territori.

Resta – in questa “ricostruzione” – soltanto quanto avvenuto dopo, quando la Resistenza jugoslava, sull’onda dell’avanzata delle truppe sovietiche dalla vittoria di Stalingrado in poi, riprese il controllo di quei territori. Come sempre avviene nelle guerre di liberazione e di guerra anche civile (i “collaborazionisti” con l’invasore non mancano mai), ci fu spazio anche per le vendette e i processi sommari, fino all’uso delle foibe esattamente come avevano fatti i fascisti quattro anni prima.

Nessun studioso di Storia, in questo e altri paesi, nega che questo sia avvenuto. Ma colloca anche questi episodi nel solco di una successione di eventi che hanno origine nell’invasione fascista e nei “metodi” usati dai nazifascisti.

Al contrario, Mattarella si è scagliato proprio contro questi studiosi, parlando di “piccole sacche di deprecabile negazionismo militante”, verosimilmente da reprimere (togliendo cattedre o ostacolandone pubblicazioni e attività) e progressivamente eliminare (stabilendo una “verità di Stato” che contraddice proprio i “valori” che si dichiara di difendere).

In questo solco benedetto dalle massime istituzioni dilagano i fascisti, che occupano ormai snodi importanti come la Rai, seminando cazzate senza fondamento al riparo della veste “pubblica”.

Perciò, proprio in occasione della “giornata del ricordo”, vogliamo proporvi alcuni dei contributi alla ricerca storica – ed anche alla polemica storiografica – che rimettono i fatti nella loro successione esatta. E quindi anche nella valutazione politica. Perché l’antifascismo non è una coccarda da indossare il 25 Aprile, ma una pratica quotidiana senza fine.

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L’agguerrito esercito della negazione della storia

Angelo D’Orsi – il manifesto

Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo ilproprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

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Le foibe al tempo del «populismo storico»

Davide Conti – il manifesto

Si è tenuto ieri un seminario, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica, con storici di rigore e professionalità, riconosciuti a livello nazionale e internazionale.

Come Giovanni De Luna, Franco Ceccotti e Anna Maria Vinci e Marta Verginella, e che, per il solo motivo di essersi svolto, è stato «contestato» da esponenti dell’estrema destra italiana che lo hanno definito «un oltraggio agli esuli istriani e dalmati infoibati vittime dell’odio comunista» ed un’iniziativa «dal chiaro obbiettivo negazionista». L’episodio esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico: il populismo storico. Esso ha progressivamente preso corpo in tutte le società democratiche del continente, ne è esempio la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre scorso sui totalitarismi, e rappresenta il superamento del revisionismo e una sua manifestazione a base «di massa», cioè non più chiusa entro il solo perimetro del dibattito storiografico o pubblico-divulgativo. Sul piano della comunicazione nella società il populismo storico è organizzato su una reciprocità dialettica con ciò che si definisce «senso comune». Il suo impatto mediatico e la diffusione dei suoi rovesciamenti storiografici si alimentano della capacità di «ritorno» che questi ultimi producono sull’opinione pubblica, trasformata in fonte di forza e ispirazione per spinte, sempre più oltranziste, verso il ribaltamento del senso della storia.

Presentato dai suoi animatori come espressione di novità e liberazione antidogmatica dalla cosiddetta «storia ufficiale» (vale a dire dall’esercizio metodologico della disciplina e dalla trasmissione del sapere scientifico) il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva. In questo quadro la «complessa vicenda del confine orientale» richiamata nell’articolo 1 della stessa legge istitutiva del giorno del ricordo viene sistematicamente elusa dal dibattito pubblico. Sono in questo modo cancellati dalla memoria nazionale «il fascismo di frontiera» (lo squadrismo delle camice nere contro le popolazioni jugoslave prima della marcia su Roma), la guerra di aggressione scatenata dal regime di Mussolini il 6 aprile 1941; i crimini di guerra contro civili e partigiani compiuti dalle truppe del regio esercito e dalle milizie fasciste in Jugoslavia; l’impunità garantita alle migliaia di «presunti» criminali di guerra inseriti nelle liste delle Nazioni Unite per essere processati in una «Norimberga italiana» mai celebrata in ragione degli equilibri geopolitici della «Guerra Fredda». Correlata a questo si porrebbe anche la questione della «continuità dello Stato» nel quadro della transizione dal nazifascismo alla democrazia in Italia, nonché la scabrosa vicenda dei risarcimenti, dovuti e non pagati, ai familiari delle vittime delle stragi nazifasciste in Europa.

La strumentalizzazione che la destra politica compie attorno alla vicenda delle foibe riassume i caratteri nazionali di un Paese che non avendo fatto i conti col proprio passato cerca di superarlo riscrivendolo. La contestazione dei «populisti storici» agli storici, e alla storia stessa, si incardina così in quello «spirito dei tempi» che la società contemporanea si trova a vivere oggi, nel pieno di una delle sue crisi più profonde.

La funzione della storia rimane quella di organizzare un «orizzonte di senso» rispetto al tempo trascorso attraverso il metodo scientifico ovvero un processo in grado di comporre una relazione di significati il più possibile precisa che connetta le vite diverse di generazioni di persone, popoli e società. La storia, in sostanza, non solo spiega da dove veniamo e rende visibili le radici d’origine ed i processi d’impianto delle nostre società ma soprattutto ci mostra le ragioni e gli sviluppi attraverso cui siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male.

Enucleata dall’onere specifico e dirimente di offrire una «resa di complessità» la storia finisce per essere rappresentata attraverso forme monodimensionali o retorico-celebrative che ne impoveriscono il portato culturale o la trasfigurano in strumento propagandistico della debole politica dei giorni nostri come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria collettiva, finalizzato al governo del presente. Su questo terreno diviene indispensabile la resistenza della cultura e delle coscienze.

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“Giorno del ricordo”, dove sta il problema?

A. Martocchia * (segretario, Jugocoord Onlus – intervento alla iniziativa “Resistenza jugoslava. Foibe o fratellanza?“, tenuta a Roma domenica 24 febbraio 2019)

L’iniziativa di oggi non nasce per esigenze di rito, né per la affermazione di meri principi o per testimonianza. E la mia non sarà una semplice Introduzione – anzi mi scuso da subito e vi chiedo pazienza per la lunghezza del mio intervento. Con quanto è successo quest’anno attorno al 10 Febbraio, nel nostro paese abbiamo oltrepassato il livello di guardia. È stato infatti abbattuto ogni residuo tabù in merito alla possibilità di offendere i valori antifascisti fondanti la nostra Repubblica, di distorcere in modo indecente la auto-percezione e coscienza storica della nazione. Siamo stati inoltre gettati in un clima di intimidazione permanente, una vera e propria “caccia alle streghe” – come l’ha definita Alessandra Kersevan – nei confronti dei pochi che non si allineano alla canea revisionista e revanscista.

Giorno del ricordo 2019

Quest’anno, le urla di Antonio Tajani per “Istria e Dalmazia italiane” hanno causato un nuovo incidente diplomatico con Slovenia e Croazia. Alla trasmissione in prima serata televisiva del film di propaganda fascista “Red Land / Rosso Istria” non hanno fatto seguito formali proteste da parte di alcuno, così come non ci sono state reazioni importanti alle affermazioni deliranti di Salvini su “i bimbi delle foibe e i bimbi di Auschwitz”. Alle invettive di Mattarella, che non è uno storico, contro gli storici da lui definiti “negazionisti”, ha fatto eco il presidente della Regione FVG secondo il quale tale “negazionismo è lo stadio supremo del genocidio“.

Dopo che alla Commissione Cultura della Camera è passata una nuova Risoluzione che nega nelle scuole la facoltà di parola agli antifascisti in tema di Confine Orientale, gli squadristi di Blocco Studentesco hanno diligentemente applicato il provvedimento interrompendo, due giorni fa, una conferenza dell’ANPI all’Istituto Giordano Bruno di Roma. Per non parlare dei divieti di utilizzo delle sale comunali e pubbliche per le nostre iniziative, divieti che ogni anno abbiamo subito ma che sono oramai divenuti sistematici.

Ecco dunque sotto agli occhi di tutti le conseguenze ultime della istituzione del Giorno del Ricordo; conseguenze “gravissime” e non semplicemente “gravi” come le ha definite un paio di anni fa lo storico moderato, di area democristiana, Raoul Pupo. Noi andiamo lamentando tale gravità sin dall’inizio, cioè dal 2004 – anno di promulgazione della Legge istitutiva. In effetti la propaganda su “foibe” ed “esodo” era stata scatenata a livello di massa già prima, dalla metà degli anni Novanta, sulla base di molte menzogne e di lenti di ingrandimento ad hoc che fanno apparire come abnormi fatti sostanzialmente assimilabili a quelli accaduti ovunque durante la Seconda Guerra Mondiale.

Inizialmente poteva sembrare che tale propaganda fosse solo la vendetta morale di chi avendo perso la guerra voleva adesso una rivincita dal punto di vista del giudizio storico; certamente, questa propaganda è anche la modalità specifica italiana di partecipare a quella riscrittura della Storia, che è in corso in Europa, dalla Croazia all’Ucraina alla Polonia, ovunque la politica abbia bisogno di un puntello ideologico alla operazione di inversione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia, la vera e propria escalation cui assistiamo di anno in anno, e la crescita degli investimenti in risorse finanziarie e di altro tipo, soprattutto da quando è stato istituito il Giorno del Ricordo, non sono spiegabili se non riferendosi ad interessi molto concreti e strutturali.

Dove vogliono andare a parare

Il noto massone Augusto Sinagra, legale di fiducia di Licio Gelli ed avvocato dell’accusa nel “processo foibe” che fallì ignominiosamente negli anni Novanta, all’epoca dichiarò che “il disfacimento della Jugoslavia” riapriva “per l’Italia prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza all’irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle terre strappate alla Patria dal diktat [cioè dal Trattato di pace] e dal trattato di Osimo”.

Negli anni successivi, l’integrazione di Slovenia e Croazia nella UE ha reso ardua, almeno per la fase attuale, tale prospettiva neo-irredentista, cioè di vero e proprio cambiamento dei confini. Ciononostante rimane un interesse geo-strategico ad esercitare pressioni ai danni dei nuovi piccoli Stati balcanici, sorti dallo squartamento della Jugoslavia, i quali non possono efficacemente difendersi né dalle campagne propagandistiche – essendo stati essi stessi fondati sulla diffamazione dell’esperienza jugoslava – né tantomeno dalle mire neocoloniali dei paesi limitrofi. In particolare, si punta tuttora:

1) a rinfocolare la vertenza sui cosiddetti “beni abbandonati” dagli esuli, mettendo in discussione il Trattato di Osimo e la soluzione già molto favorevole all’Italia che era stata concordata allora;


2) ad agevolare una più generale penetrazione economica sulla costa adriatica, aumentando l’influenza geopolitica italiana in quello scacchiere.

Queste sono le chiavi di lettura materiali, alle quali nessuno fa mai riferimento, ma che invece dovrebbero incardinare il nostro discorso critico ogni volta che si scatena la propaganda sul Confine Orientale.

Noi possiamo organizzare infatti 100mila iniziative su questo o su quell’aspetto specifico riguardante il Confine Orientale, sui crimini italiani o sui falsi delle foibe, ma se non sintetizziamo una analisi critica complessiva sul perché lo Stato italiano da una ventina d’anni abbia investito tanti milioni di euro per una narrazione anti-fattuale su questi temi, non andremo mai al cuore del problema.

Come intervenire

Dico questo perché, rispetto alla feroce offensiva in atto, esistono tra gli antifascisti strategie diverse, idee diverse sulle priorità, cioè su cosa sia più importante fare o evidenziare. Qualcuno dice: dobbiamo ricordare e celebrare il carattere internazionalista di quella Resistenza.

Si tratta allora di ricordare i 40mila partigiani italiani inquadrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, oppure di rievocare anche la storia simmetrica, quella degli antifascisti jugoslavi dapprima internati nei tanti campi di concentramento italiani e poi operanti nella Resistenza sul nostro Appennino, vicenda cui noi ci stiamo dedicando da qualche anno.

Qualcun altro dice che si deve piuttosto parlare dei crimini italiani, cioè del contesto di occupazione militare e di prevaricazione nazionale da parte del nazifascismo.

Altri ancora ritengono che sia prioritario entrare nel merito della questione “foibe” con ricerche di carattere storico e statistico che sbugiardano le esagerazioni della vulgata. Ecco allora, ad esempio, il nuovo ottimo libro di Claudia Cernigoi “Operazione Plutone”.

In effetti, di iniziative controcorrente importanti, anche dirompenti e di alto livello, ne sono state organizzate molte fino ad oggi. Su questi temi hanno lavorato egregiamente i ricercatori del gruppo Resistenza Storica formatosi attorno alla editrice KappaVu. Esistono comitati antifascisti, come quello di Parma, che ogni anno promuovono iniziative pubbliche di controinformazione nel Giorno dei Ricordo. Sono state iniziate campagne, come quella su “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che hanno fortemente disturbato i manovratori in alcuni frangenti. Abbiamo creato siti internet come Diecifebbraio.info dove si può trovare tutta la documentazione rilevante su questi temi, per contrastare la propaganda dominante.

Ogni approccio ovviamente va bene: ogni iniziativa è opportuna soprattutto se accresce la conoscenza e se permette di rifuggire dalla sterile dimensione dello scambio di insulti via Facebook. Tuttavia non basta! Non basta, perché il problema principale che dobbiamo affrontare quando arriva il Giorno del Ricordo è proprio... il Giorno del Ricordo! Cioè questa ricorrenza che è stata introdotta per legge nel calendario civile, con il suo significato e le sue conseguenze.

L’Anpi e il “giorno del ricordo”

Per spiegarmi faccio l’esempio della posizione ufficiale dell’ANPI, che appare mirata a “limitare il danno” derivante dalla istituzione del Giorno del Ricordo. All’origine l’ANPI non espresse una contrarietà netta, evidentemente risentendo dell’influenza del Partito Democratico i cui esponenti avevano partecipato al processo istitutivo (sin dall’incontro Fini-Violante a Trieste nel 1998) fino ad approvare il testo della Legge n.92/2004 contentandosi del fatto che esso contiene un accenno alla contestualizzazione nella “più complessa vicenda del confine orientale”.

Perciò, già nel primo decennio della Legge le sezioni ANPI sono andate in ordine sparso, talvolta promuovendo iniziative fortemente critiche, talaltra partecipando a incontri con esponenti dell’associazionismo revanscista istriano-dalmata nella logica della “memoria condivisa”.

Quest’ultimo spirito è quello che sottende anche alla “pacificazione” promossa in Friuli attorno alla questione di Porzûs, per cui reduci partigiani garibaldini si sono incontrati con reduci combattenti “osovani”.

Solo nel 2015, a seguito dello scandalo scoppiato sul caso del repubblichino Paride Mori e quindi alla scoperta di centinaia di riconoscimenti assegnati a caduti che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia” – riconoscimenti di cui ci dirà in dettaglio Sandi Volk – l’ANPI ha chiesto di sospendere gli effetti della Legge sul Giorno del Ricordo.

Viceversa, però, i termini per i suddetti riconoscimenti sono stati prorogati per ulteriori 10 anni: di qui nel 2016 una lettera dell’allora presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia con richiesta di chiarimenti, in particolare, agli esponenti PD Del Rio e Serracchiani, lettera cui non è stata data alcuna risposta pubblica.

A dicembre 2016 il Comitato Nazionale ANPI approvava il documento “Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni”, sintesi di un seminario interno, nel quale però non si affronta la questione dei “premiati” né si contesta l’istituzione del Giorno del Ricordo.

Nel 2018 la neo-presidente nazionale Carla Nespolo salutava il convegno di Torino “Giorno del Ricordo. Un bilancio”, oggetto di un attacco politico-giornalistico e del divieto di celebrazione in una sala comunale. Tuttavia nel 2019, con una svolta di 180°, la stessa Carla Nespolo ha criticato come “non condivisibile” il convegno di Parma “Foibe e Fascismo”, quattordicesimo di una serie che per lunghi anni aveva sempre avuto la partecipazione dell’ANPI.

Allarme rosso per l’Anpi

Con questa presa di posizione della Nespolo parrebbe iniziare una fase di aperto distanziamento dell’ANPI dalle ricerche storiche che su questi temi hanno realizzato in particolare il gruppo di ricercatori indipendenti di Resistenza Storica e Diecifebbraio.info. Questo è ovviamente molto inquietante, ma a ben vedere è difficilmente evitabile se si assume la premessa dell’avversario, cioè che, a prescindere da ogni ricerca scientifica nel merito e da ogni distinguo sulla moralità della Resistenza, le “foibe” sono comunque state “una tragedia nazionale” – espressione che quest’anno abbiamo sentito usare identica da due persone: Carla Nespolo e Sergio Mattarella.

Io stesso sono un iscritto all’ANPI e credo che l’attività che svolge l’ANPI sia lodevole e preziosa e vada tutelata. Perciò in questa sede lancio un segnale d’allarme alle istanze dell’ANPI a tutti i livelli, dagli iscritti ai dirigenti nazionali passando per le tantissime sezioni: guardate che l’istituzione del Giorno del Ricordo ha messo l’ANPI e l’antifascismo italiano in una trappola mortale.

Se si accetta che esista per lo Stato italiano una celebrazione per i cosiddetti “infoibati” quando non ne esistono di analoghe non dico per le vittime dei bombardamenti angloamericani, ma nemmeno per le vittime delle grandi stragi nazifasciste, da Marzabotto a Sant’Agata sulla Majella passando per le Fosse Ardeatine, allora possiamo chiudere baracca e burattini. Istituendo il Giorno del Ricordo è stata aperta la falla che farà affondare la nave. Inoltre, non contestare le conseguenze della Legge – cioè l’attribuzione di riconoscimenti di Stato a centinaia di fascisti e collaborazionisti del nazismo – non chiedere la sospensione degli effetti della Legge, significa lasciare aperto il varco dal quale stanno scappando tutti i buoi.

Non ci si può allora lamentare se agli antifascisti viene negata la parola nelle scuole.

Squadrismo storiografico e dissidenza

Ho già menzionato il convegno “Giorno del Ricordo. Un bilancio” che abbiamo organizzato a Torino un anno fa. Con esso volevamo mettere a fuoco le conseguenze devastanti della istituzione di questa ricorrenza. Il convegno è stato ovviamente ostacolato dal solito tandem politico-giornalistico, al punto che abbiamo dovuto presentare una denuncia penale per diffamazione contro la giornalista Lucia Bellaspiga, organica alla lobby degli esuli, denuncia della quale ancora aspettiamo l’esito.

Ciononostante, quel convegno si è tenuto, con grande clamore e partecipazione di pubblico. Eppure non possiamo dirci soddisfatti del suo esito. Non siamo soddisfatti perché i quesiti fondamentali e le necessità che il progetto del convegno voleva evidenziare sono stati scarsamente compresi e valorizzati anche da chi era in quel progetto assieme a noi. L’obiettivo, che avremmo dovuto coronare con la pubblicazione degli Atti del convegno, era quello di dare a questi temi una nuova dignità pubblicistica, uscendo dal solito giro dei “fissati” delle questioni del Confine Orientale.

Come ho già detto, in passato sono state fatte tante iniziative, libri ed anche convegni, e di ottimo livello, su “foibe ed esodo”; ma nonostante la gravità di quanto accaduto con l’istituzione del Giorno del Ricordo siamo oggettivamente intrappolati in una dimensione autoreferenziale, per cui la polemica è troppo spesso condotta con toni e strumenti più consoni alla lite di condominio che non alla storiografia o all’analisi delle relazioni internazionali.

Una delle poche strade forse ancora percorribili per il necessario salto di qualità poteva allora essere la presa di responsabilità da parte di un pezzo di mondo scientifico-accademico, che avrebbe dovuto rendere “oggetto scientifico” ad es. il dato di fatto che il numero degli “infoibati” onorati dallo Stato italiano è prossimo a trecentocinquanta, e tra questi la maggiorparte sono nazifascisti e loro collaboratori, mentre degli altri nemmeno uno è vittima di “pulizia etnica titina” – come spiegherà Sandi nel seguito.

Però tale assunzione di responsabilità non c’è stata, e così noi rimaniamo confinati nel solito angolino di protesta minoritaria, con le solite coazioni a ripetere tipiche dei minuscoli ambienti della dissidenza nelle società totalitarie – per usare due categorie, quelle di “dissidenza” e “totalitarismo”, che a me non piacciono ma che dovrebbero far riflettere chi è abituato ad usarle.

Quanto ci costa

Per concludere voglio dunque richiamare i temi di quel convegno di Torino, elencando le voci di tale necessario “bilancio” di 15 anni di esistenza del “Giorno del Ricordo”.

Innanzitutto, quanto ci è costato il Giorno del Ricordo finanziariamente? Quanto incide sulle tasche dei contribuenti?

Per rispondere dovremmo innanzitutto andare a vedere le spese per le realizzazioni in termini di Monumenti e di Toponomastica. Poi fare la somma dei costi delle Cerimonie di Stato, o organizzate da Enti Locali a tutti i livelli, o da enti terzi (non esclusi gli Istituti di Storia).

Si dovrebbero quantificare i costi delle produzioni di telefilm (come il “Cuore nel Pozzo”), film (come “Red Land”), o spettacoli come quelli di Cristicchi. Nota bene: Renzo Codarin presidente della ANVGD ha affermato che per «Red Land» hanno «compiuto un enorme sforzo economico» e nemmeno con i fondi del Giorno del Ricordo bensì con quelli «della legge dello Stato 72 del 2001 che finanzia le attività che noi svolgiamo per divulgare la nostra storia.» Quantifichiamole allora tutte, le elargizioni alle singole associazioni degli «esuli» ed alla loro Federazione.

Ricordiamoci che già nel 2010 la trasmissione Report di RAI3 aveva sollevato lo scandalo dei milioni di euro elargiti ogni anno all’associazionismo revanscista in virtù della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Ed oltre alle elargizioni in denaro, ricordiamo le cessioni di beni immobili, come ad esempio qui a Roma, a S. Giorgio al Velabro. E che dire dei finanziamenti mirati agli ISMLI, alle Deputazioni di Storia Patria, alle Università, per orientare le attività di ricerca e celebrative?

E quanto sono costate le iniziative «didattiche» del MIUR, i corsi di formazione annuali, i viaggi degli studenti a Basovizza?

Parlando dunque delle scuole, veniamo a quanto ci è costato il Giorno del Ricordo dal punto di vista culturale.

Parliamo della aperta violazione della libertà di insegnamento, prevista dall’Art.33 della Costituzione, esemplificata dalla azione squadristica di ieri all’Istituto Giordano Bruno di Roma. I provvedimenti di censura derivano direttamente dalle Risoluzioni votate all’unanimità dalle Commissioni Cultura del Parlamento e non colpiscono più solamente gli storici non-allineati ed i ricercatori più coraggiosi, ma anche direttamente l’ANPI; e la teppa di Blocco Studentesco, Casapound, Forza Nuova ed affini possono presentarsi come i più consequenziali garanti del “nuovo ordine” storiografico. Veti e censure sono operanti da anni, specialmente con il diniego sistematico di sale comunali per le iniziative.

Ma la involuzione culturale la misuriamo anche nelle intitolazioni (toponomastica, sale pubbliche, ecc.) in onore di personaggi compromessi con il nazifascismo. E poi, nel dilagare del revisionismo storico in TV, al cinema, al teatro, su giornali e riviste.Ci viene infine alienato il vocabolario: i termini «negazionisti», «giustificazionisti», «revisionisti», «pulizia etnica», «sterminio» non riguardano più necessariamente fatti e colpe del nazifascismo.

Il danno arrecato dalla istituzione del Giorno del Ricordo è quindi per la cultura di massa, ma è anche per il mondo scientifico e accademico, dal quale, già l’ho accennato, l’antifascismo è progressivamente marginalizzato. D’altronde, in questo scontiamo anche il declino verticale e generale del comparto della conoscenza e della funzione intellettuale, che ha altre cause sulle quali non posso soffermarmi qui.

In ogni caso, la conseguenza è che non esiste un ambito di validazione scientifica per le ricerche di Claudia Cernigoi o di Sandi Volk, cioè: si può fare un enorme lavoro per pubblicare un libro che “scandaglia” la foiba Plutone ma i risultati di queste ricerche non sono materia di studio né di successivo sviluppo in alcuna Università o Istituto di Storia. Il dirottamento delle disponibilità accademiche (fondi, persone) è totale. Chi non si allinea è espulso dagli ambienti della ricerca, come è successo in prima persona a Sandi, licenziato dal posto di lavoro.

In tale maniera viene garantito il controllo di Stato sulla scrittura della Storia.

Vediamo infine cosa comporta l’esistenza del Giorno del Ricordo sul piano della politica.

La retorica su questi temi ha accompagnato il processo di equiparazione fascismo-antifascismo, o “memoria condivisa”, su cui si fondano la “Seconda” e “Terza” Repubblica.

Questa retorica è un formidabile piede di porco per lo svuotamento del dettato costituzionale.

Un’altra conseguenza è l’arretramento dell’ANPI e dell’associazionismo antifascista, arretramento che arriva dopo quello della sinistra “radicale” e dopo il vero e proprio tradimento della sinistra “storica”. La non comprensione dei processi storici al Confine Orientale complica inoltre la già difficile opera di chiarificazione sulle questioni jugoslave attuali.

Assistiamo ad una paradossale diffamazione della esperienza della RFS di Jugoslavia, multietnica e internazionalista, accusata di essere il contrario di quello che era. Ovviamente anche questo fa il gioco di chi ha voluto la divisione e la guerra tra i nostri vicini.

Per concludere: qual è quindi il problema del Giorno del Ricordo? Sono i numeri delle foibe? Il fatto che non si parla dei crimini italiani? Il fatto che si offendono anche i partigiani italiani? Certamente anche tutto questo, ma soprattutto il problema del Giorno del Ricordo è l’esistenza stessa del Giorno del Ricordo. Di fronte a ciò, le cose da esigere, in ordine di urgenza sono le seguenti:

– Rilanciare la proposta avanzata dalla segreteria nazionale ANPI nel 2015 di sospensione degli effetti della Legge n.92/2004 spec. per quanto riguarda l’attribuzione delle onorificenze, e di un riesame di quelle finora attribuite. I materiali istruttori della Commissione che se ne è occupata devono essere resi pubblici.

– Operare per la abrogazione della Legge oppure, in subordine, trasformare il 10 Febbraio da giornata della recriminazione in giornata dell’amicizia tra i popoli che abitano le due sponde dell’Adriatico (questo può essere tentato con una proposta di revisione della Legge).

– Al MIUR vanno ribadite le richieste di cui alla Lettera Aperta firmata il 10/2/2017 da numerose personalità antifasciste (inclusa la stessa Carla Nespolo) ad evitare ulteriori derive della didattica in senso revisionista, revanscista, anticostituzionale.

– Effettuare un bilancio complessivo dei finanziamenti pubblici che da 15 anni a questa parte sono andati a iniziative di ogni tipo su questi temi.

– Riesaminare le modifiche alla toponomastica introdotte negli ultimi anni, con due finalità:

(1) scongiurare che siano celebrati personaggi non degni (criminali di guerra, militanti fascisti);

(2) eliminare le intitolazioni ai “martiri delle foibe” laddove introdotte, poiché trattasi di allocuzione letteralmente “fuori legge” in quanto l’espressione “martiri” non appare in alcun punto della stessa Legge 92/2004.

Fonte