La strategia occidentale sulle sanzioni contro la Russia si trova di fronte a un momento di profonda crisi, stretta tra i timori americani per la tenuta del dollaro e il progressivo cedimento del fronte europeo. A lanciare l’allarme sono stati il New York Times e il Financial Times, che dipingono un quadro in cui il fallimento delle misure contro Mosca comincia a preoccupare per gli effetti sul lungo periodo.
Negli Stati Uniti, riporta il New York Times, c’è più di una voce nell’amministrazione Trump che esprime dubbi su di un nuovo pacchetto di sanzioni presentato al Congresso contro la Russia. Il testo, proposto dal defunto senatore Lindsey Graham, prevede l’imposizione di dazi del 100% sui paesi che acquistano energia da Mosca, cosa che potrebbe minare in profondità varie relazioni commerciali.
Ma la preoccupazione ancora più grande arriva intorno agli effetti collaterali che ne potrebbero derivare: l’uso intensivo del dollaro come strumento di pressione geopolitica potrebbe spingere molti governi a ridurne l’utilizzo, minando il ruolo del “biglietto verde” come valuta principale nei pagamenti internazionali.
Il New York Times cita anche una nota analitica del National Bureau of Economic Research, secondo cui i paesi colpiti da restrizioni occidentali stanno mostrando una spiccata tendenza a passare allo yuan cinese, alle criptovalute e in generale a sistemi di pagamento alternativi. Come è già successo in precedenti occasioni, il pericolo è che il tentativo di sfruttare il dolalro quale sistema di pressione verso altri paesi, possa determinare un maggiore utilizzo della valuta cinese nelle transazioni commerciali globali.
Sul tema è intervenuto anche il ministro delle Finanze, Scott Bessent, sottolineando che il predominio globale del dollaro nel sistema dei pagamenti è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Bessent ha avvertito che le sanzioni più efficaci sono quelle mirate e con scadenze precise, mentre quelle che non producono risultati per anni possono avere conseguenze a lungo termine del tutto imprevedibili.
Parallelamente, a Bruxelles il fronte della solidarietà europea con Kiev mostra evidenti segni di cedimento. Secondo quanto riportato dal Financial Times, non sono più i vari ungheresi, cechi o bulgari e basta a porre veti e critiche: il sostegno agli ennesimi provvedimenti contro la Russia è diminuito notevolmente, con richieste di esenzioni che sono arrivate da più parti in funzione di tutela delle filiere nazionali.
Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni, stando al quotidiano britannico anche Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo si sarebbero espresse a favore di specifiche deroghe. Fonti diplomatiche hanno confidato alla testata che dietro la retorica della fermezza e della solidarietà, le capitali europee cominciano a frenare le misure per paura degli effetti disastrosi che alcune di esse potrebbero avere sulle economie già in difficoltà del Vecchio Continente.
A complicare ulteriormente lo scenario internazionale si aggiunge la situazione sul mercato energetico, fortemente scosso dalla campagna militare di Kiev. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe hanno portato Mosca a vietare la maggior parte delle esportazioni di diesel.
Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, dall’agosto 2025 sono stati colpiti almeno 100 impianti di raffinazione russi, con un’intensificazione delle operazioni negli ultimi mesi che ha coinvolto quasi tutte le principali strutture della Russia occidentale. Questa contrazione dell’offerta ha innescato un’impennata dei prezzi del carburante su scala globale.
Secondo un’analisi di JPMorgan, la carenza di carburante non si limita più al solo settore automobilistico, ma sta colpendo duramente anche l’agricoltura, i trasporti, la logistica e altri comparti strategici. Gli effetti si fanno sentire pesantemente anche negli Stati Uniti, dove i prezzi del diesel hanno superato la soglia dei 5 dollari al gallone, evidenziando come le ripercussioni della guerra sul campo stiano presentando un conto salatissimo ai mercati globali, e a Trump che deve fare i conti con le prossime elezioni di medio termine.
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