Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2026

Autistici/Inventati presenta ricorso verso Banca Etica: “non chiudeteci il conto”

Il collettivo informatico Autistici/Inventati, nei giorni scorsi, ha dichiarato chiusa la propria esperienza dopo 25 anni di servizi digitali liberi, a causa dell’editto Trump /Rubio del 26 agosto 2026, con cui gli Usa hanno bollato la stessa A/I come un’organizzazione “terroristica”, all’interno della caccia alle streghe della Casa Bianca contro il (presunto) “movimento Antifa”.

Ora A/I ha depositato un ricorso al Tribunale di Pisa contro la decisione di Banca Etica di “chiudere il conto di A/I Odv e congelarne i fondi, impedendo di trasferirli altrove”.
Una mossa arrivata prima del termine fissato in maniera unilaterale dagli Usa, il 25 settembre, stando a quanto deciso prima dal Dipartimento di Stato e poi dall’Ofac (Office of foreign assets control), il braccio finanziario del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, per conto del quale applica sanzioni economiche e commerciali in giro per il mondo.

Con il ricorso, A/I chiede in primo luogo al Tribunale toscano “il ripristino della piena operatività” del conto corrente al momento ancora congelato o, “in subordine, il trasferimento del saldo su un conto di nostra indicazione”.

Nel frattempo alcuni socie e soci di Banca Etica hanno avviato una petizione alla banca denunciando il diktat statunitense: “Le recenti pressioni e gli attacchi dell’amministrazione Trump contro A/I starebbero portando al blocco del conto corrente dell’associazione, conto corrente che è presso una delle “nostre” filiali, scelta proprio per quella carta di valori che ci ha sempre contraddistinto” – recita un passaggio della petizione – “Come socie e soci o correntisti di Banca Etica non possiamo rimanere in silenzio. La finanza etica esiste anche per dare forza e copertura a chi difende i diritti sul campo. A chi garantisce la libertà a tutte e tutti. Per questo motivo chiediamo a tutti i soci e le socie — privati e organizzazioni — di condividere questa lettera aperta indirizzata ai vertici della Banca e a rimanere collegati alle prossime iniziative: NESSUN TOCCHI IL CONTO CORRENTE DI A/I.”

Dal canto suo Banca Etica ha risposto alla richiesta di non ottemperare ai diktat del Dipartimento di Stato USA con una nota diffusa nei giorni scorsi.

Fonte

12/09/2026

“Perché Autistici/Inventati ha fatto causa a Banca Etica dopo la chiusura del conto”

“Chiudendo il conto corrente ad Autistici/Inventati prima del termine ‘concesso’ dalla stessa amministrazione americana, Banca Etica ha compiuto una scelta brutale, ingiustificata e illegittima. Che contestiamo”.

Fausto Gianelli è l’avvocato di Autistici/Inventati (AI), l’organizzazione di volontariato colpita dalle sanzioni disposte dall’amministrazione Trump a fine agosto 2026 perché ritenuta, senza alcun contraddittorio, figurarsi un processo, “terrorista”. Conosce bene le orwelliane “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac), avendo difeso Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, messa nel mirino nel luglio 2025 dai piccoli dittatori di stanza a Washington. E conosce bene gli effetti che queste sanzioni determinano come fossero un cappio sull’autonomia finanziaria dei bersagli.

L’8 settembre, per conto di A/I, Gianelli insieme ad altri tre colleghi ha depositato dinanzi al Tribunale di Pisa (la provincia dove ha sede) un ricorso d’urgenza contro Banca Etica “per ottenere il ripristino immediato dell’operatività del nostro conto corrente”.

L’istituto, lamentando il rischio di sanzioni secondarie, multe salatissime e conseguenze esiziali per i suoi 130mila correntisti (persone fisiche e organizzazioni, Altreconomia inclusa, ndr), ha infatti deciso una “limitazione temporanea dell’operatività” del conto, sospendendone ogni tipo di possibile operazione già dal primo settembre. “Chiediamo al Tribunale il ripristino della operatività del rapporto; in subordine, il trasferimento del saldo su un conto di nostra indicazione”, ha fatto sapere A/I.

La procedura cautelare d’urgenza scelta da Autistici/Inventati si basa su due presupposti: un diritto evidente minacciato da un danno altrettanto palese e irreparabile. “Il danno irreparabile – spiega l’avvocato – è la sospensione del conto corrente, avendo Banca Etica congelato le uscite e le entrate prima ancora del termine concesso dalla licenza generale Ofac n. 36 per la definizione dei rapporti in corso. In questo modo A/I non può disporre di migliaia di euro di donazioni a sostegno del progetto e la cosa impedisce di pagare fornitori, debiti e imposte. Da qui l’obbligo di cessare ogni attività: A/I, per via di questa decisione, ha dovuto chiudere”.

Banca Etica – come già visto nel “caso Albanese”, quando la Relatrice ha provato, senza successo, ad aprire lì un conto corrente – ha dichiarato pubblicamente di voler evitare un rischio catastrofico, preferendo procedere all’immediata sospensione del conto per prevenire ricadute negative.

“Contestiamo questa impostazione: non c’era alcun obbligo legale. Già come avvocato di Albanese ho approfondito la questione Ofac e posso affermare che i rischi paventati da Banca Etica non sono realistici. Da quando esiste l’Ufficio che adesso sanziona A/I non si è registrato un solo caso di una banca iscritta nella ‘lista nera’, con danno per i propri clienti, destinataria di sanzioni secondarie. È successo una solo volta, nei confronti di un istituto di credito libanese dichiarato ‘sportello finanziario’ di Hezbollah. Vogliamo paragonare?”.

Vengono però portati i casi delle multe a Unicredit e Bnp Paribas. L’avvocato di A/I rigetta il parallelo: “Quelle banche sono state raggiunte da sanzioni pecuniarie cui hanno fatto seguito transazioni. Non sono state incenerite a ciel sereno come paventano i vertici di Banca Etica. L’importo delle sanzioni era inoltre proporzionato in quei casi a migliaia di operazioni, per centinaia di milioni di euro, compiute in violazione delle normative sanzionatorie statunitensi”.

La causa intentata a Pisa dà conto di un dialogo che si è interrotto nel peggiore dei modi. “Abbiamo parlato con Banca Etica, ci siamo incontrati in videoconferenza con i vertici e anche con la presidenza. Non abbiamo mai preso alla leggera il loro timore di sanzioni, pur chiarendo ciò che ho detto prima sui precedenti, e per questo abbiamo chiesto semplicemente di poter continuare a espletare le operazioni necessarie per la liquidazione del conto, fino alla famigerata mezzanotte del 25 settembre indicata dal Dipartimento del Tesoro”.

Che cosa è successo dopo? “La banca ha sospeso non solo bonifici in entrata, e ci può stare nel loro ragionamento, ma poi anche quelli in uscita, non consentendo più alcuna operazione ordinariamente necessaria alla liquidazione”.

L’avvocato di A/I è esplicito: “Altre banche si sono comportate diversamente”. In che senso? “Un altro mio assistito, anch’esso sanzionato e iscritto nelle liste Ofac, ha comunque potuto beneficiare per scelta della propria banca americana – e lo sottolineo, non europea ma addirittura statunitense, quindi ben più soggetta al pugno duro del Tesoro Usa – della finestra temporale per effettuare pagamenti e liquidare la posizione, nell’ambito del cosiddetto ‘wind down period'”. Circostanza che Banca Etica non avrebbe invece voluto replicare.

“Siamo andati allo scontro perché non c’era alcuna intenzione di un vero dialogo – dice Gianelli –. Sono stati più realisti del re, impedendoci una transizione ‘tranquilla’, se posso usare un termine assurdo data la situazione in cui ci troviamo”.

Il 25 settembre ormai incombe. “L’udienza a Pisa sarà rapida ma quasi sicuramente posteriore a quella data, con il rischio di arrivare di fronte a una situazione già definitivamente compromessa”.

A/I può vincere o perdere. “Se il nostro ricorso cautelare fosse respinto avremmo diritto al percorso ordinario, intentando una causa nel merito – continua Gianelli –. Potremmo fare causa a Banca Etica e chiedere i danni cagionati da questa chiusura che riteniamo improvvida ma dobbiamo valutare. A/I non ha al momento più a disposizione il suo patrimonio (66mila euro in cassa stando al bilancio 2025 pubblicato sul Registro unico degli enti del Terzo settore, ndr). Ma l’organizzazione non intende lanciare un crowdfunding dato il contesto”.

A/I ha deciso ad ogni modo di cessare e dunque si estinguerà. “Come dicevo quello della sconfitta al cautelare è uno scenario preoccupante. Si dovrebbe infatti capire come promuovere la causa di merito nel venir meno dell’associazione”.

E se andasse “bene” per A/I? “Almeno avremmo di nuovo i soldi e si potrebbe procedere a una liquidazione corretta, anche nel far fronte agli obblighi con fornitori ed erario”.

Dopo la notizia del ricorso cautelare a Pisa, Banca Etica (che non ha avuto modo di organizzare un’intervista con Altreconomia) ha diramato una “nota reattiva” (che si aggiunge a questa nota di inizio settembre): “Comprendiamo la scelta di A/I di rivolgersi a un tribunale per chiedere di ripristinare l’accesso al proprio conto corrente, sul quale Banca Etica è stata costretta a disporre una temporanea limitazione di operatività a seguito dell’inserimento dell’organizzazione nelle liste Ofac dei soggetti sanzionati dal Governo Usa. Auspichiamo che la magistratura possa contribuire a fare chiarezza su quali sono le soluzioni pratiche che una banca deve adottare, stretta tra il sacrosanto rispetto del diritto italiano/europeo e le minacce di sanzioni unilaterali da parte degli Usa, di fronte alle quali le banche europee oggi sono lasciate sole. Ribadiamo la nostra disponibilità a supportare A/I nella ricerca di soluzioni praticabili che non mettano a rischio Banca Etica. E continuiamo a invocare azioni concrete da parte delle istituzioni europee di fronte a un uso sempre più spregiudicato delle sanzioni unilaterali da parte dell’amministrazione Usa”.

Mentre il “nostro mondo” si spacca, per l’ennesima volta, in maniera avvelenata, la politica nella migliore delle ipotesi tace. Con il paradosso che due esponenti di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza e Augusta Montaruli, hanno depositato un esposto alla Procura di Pisa chiedendo di indagare sui singoli membri di Autistici/Inventati alla luce delle farneticanti accuse pubblicate, senza contraddittorio, dall’amministrazione Trump.

“Invece di difendere un’associazione italiana ingiustamente infangata, colpita e costretta a chiudere, certa politica italiana tenta di assecondare in maniera servile e ignobile i diktat statunitensi”. Il danno è fatto.

Fonte 

04/09/2026

La sentenza della Corte europea che sfida il cappio delle sanzioni Usa

Essere sottoposti a sanzioni dagli Stati Uniti e finire iscritti nelle famigerate “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac) non autorizza in alcun modo le banche europee a negare automaticamente a un potenziale correntista l’apertura di un conto senza aver prima svolto un’accurata valutazione individualizzata del presunto rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea (quarta sezione) con una storica sentenza dell’11 giugno di quest’anno sul caso di L.H. (le iniziali della persona coinvolta) contro una banca slovena.

Largamente ignorato nel dibattito pubblico, il pronunciamento dà ragione a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, colpita nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump, e in particolare dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, perché rea – lei che è incensurata – di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione e università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio.

Albanese è stata inclusa in un draconiano pacchetto di sanzioni introdotto nel febbraio 2025 tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump e indirizzato contro la Corte penale internazionale (Cpi). I giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Ofac e sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale in pugno a Washington, finendo condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, considerato un “target” dal duo Trump-Rubio).

Proprio un anno fa, nel settembre 2025, la Relatrice speciale ha denunciato in Senato gli impatti materiali di queste sanzioni, segnalando di non aver potuto aprire un conto in Italia nemmeno con Banca Etica. La sovranità economica e finanziaria dell’Unione europea ne è uscita a pezzi. Il Governo Meloni non ha mai proferito una parola in sostegno di una cittadina messa nel mirino e si è ben guardato dal chiedere alla Commissione von der Leyen di attivare uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti delle sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Ovvero il Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).

Come abbiamo già scritto su Altreconomia, l’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale? La Commissione europea ha fatto il morto e così il governo italiano. Stendiamo un velo pietoso sulla Banca d’Italia, che a precisa richiesta si è sempre rifiutata di esplicitare il proprio punto di vista.

Il nodo è senza dubbio istituzionale ma le singole banche potrebbero giocare un ruolo determinante. Nel marzo 2026, durante un webinar organizzato dal gruppo dei dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina, la Relatrice Albanese si è detta delusa da Banca Etica: “In fin dei conti nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”. Ne è scaturito un acceso confronto in diretta con il direttore di Banca Etica, Nazzareno Gabrielli, che si è difeso dalle accuse di lassismo sostenendo di non voler esporre il proprio istituto a una “multa da un miliardo di euro” qualora avesse violato le sanzioni statunitensi. “Gli operatori finanziari – ha dichiarato – non hanno alternativa”.

Per Albanese quell’incubo non è ancora finito. Rimossa dalla “Specially designated nationals and blocked persons list” dell’Ofac il 20 maggio dopo una sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato a lei ragione e torto a Trump, è stata nuovamente iscritta appena una settimana più tardi. Motivo? L’amministrazione ha fatto appello e ha rivendicato il diritto a riattivare sanzioni evidentemente illegali, punitive e peraltro rivolte contro una persona che non ha commesso alcun crimine.

In questo quadro di violenza e prevaricazione precipita la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 giugno sul caso L.H. contro la banca slovena Otp banka. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2017, quando il ricorrente tenta senza successo di pagare a una stazione di benzina di Lubiana attraverso il conto della moglie, aperto presso la banca Otp. L’istituto di credito lo rimbalza e nella lettera relativa al blocco adduce presunti obblighi di legge in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Tra queste misure, sostiene la banca, ci sarebbe anche il rispetto delle restrizioni imposte dall’Ofac statunitense. L.H. non ci sta e sfida il sistema. Prima fa causa per il blocco del pagamento e poi, nel marzo 2022, chiede direttamente alla Otp di aprire a nome suo, nemmeno della moglie, un conto di pagamento “base”. Presenta il documento di identità ma l’istituto si rifiuta, negandogli anche una motivazione scritta.

La palla finisce al Tribunale cantonale di Maribor, il quale sospende il procedimento e spedisce gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue, sottoponendole quattro questioni fondamentali. La prima: chiarito che la Procura generale specializzata della Repubblica di Slovenia aveva archiviato già nel 2015 la causa che aveva portato all’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di L.H. e che questo “non è stato condannato in alcun’altra parte del mondo per il reato a causa del quale il suo nome è inserito nell’elenco dell’Ofac”, possono gli Stati membri dell’Ue imporre alle banche di respingere la richiesta di aprire un conto solamente sul mero inserimento nelle liste Ofac? Se sì, c’è un’eccezione se il potenziale correntista non risulta condannato da nessuna parte per il reato contestato? E poi: negare il diritto fondamentale a un conto in banca solo sulla base delle liste Ofac viola il diritto alla presunzione di innocenza? E negare l’apertura del conto a un incensurato che viene infilato nelle liste Ofac calpesta il diritto alla presunzione di innocenza?

I giudici europei sono stati netti e silenti allo stesso tempo. Netti perché hanno chiarito che la normativa europea (Direttive 2014/92 e 2015/849) “non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato”. E poi perché hanno sottolineato che il presupposto di un “approccio basato sul rischio” è una “adeguata verifica della clientela”, con il “ricorso all’adozione di decisioni basate su prove”. Le liste Ofac sono quindi descritte come un possibile “fattore di rischio” da incrociare però con l’applicazione di “misure rafforzate di adeguata verifica”. Senza quella ponderazione tutto cade. La nettezza, però, finisce qui, perché la Corte ha ritenuto di non dover rispondere alle altre tre questioni formulate dai giudici sloveni “in quanto esse sono state sollevate solo nell’ipotesi in cui la risposta alla prima (l’automatismo del blocco, ndr) fosse stata affermativa”.

Resta quindi una controproducente cortina di incertezza su quello che è uno dei più grandi scandali economici e finanziari: un gruppo di potere al governo di un Paese terzo che tenta illegalmente di spezzare la schiena di chi osa dire, in maniera documentata e da posizione autorevole, che il re è nudo e che artefici e complici del genocidio in Palestina hanno nome, cognome, codice fiscale e partita Iva. Questo è un conto che rimane aperto.

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03/09/2026

La scelta poco etica di Banca Etica

di Alessandro Volpi

L’afa dell’agosto 2026 non è stata soltanto meteorologica, ma ha portato con sé una tempesta geopolitica che ha scosso le fondamenta della sovranità digitale e finanziaria italiana, segnando forse il punto di non ritorno per l’esperimento della finanza alternativa nel nostro Paese.

Al centro di questo scontro si trova il destino di Autistici/Inventati, lo storico collettivo di hacktivismo che per venticinque anni ha garantito spazi di libertà espressiva e anonimato digitale, e che oggi si ritrova paradossalmente schiacciato tra le ambizioni tecnocratiche del nuovo Rhine Group di Mario Draghi e il pugno di ferro della politica estera statunitense.

La vicenda è precipitata il 26 agosto 2026, quando il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha firmato un provvedimento senza precedenti, inserendo il collettivo A/I nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, accusandolo di fornire l’infrastruttura tecnologica per il coordinamento di movimenti eversivi transnazionali.

Questa mossa ha innescato una reazione a catena immediata e devastante attraverso il meccanismo del de-risking finanziario, costringendo Banca Etica a compiere un atto che contraddice la sua stessa ragion d’essere: la chiusura unilaterale dei conti correnti del collettivo.

In altre parole, il calcolo del rischio che la banca si assumeva per il mantenimento in vita dei conti dei A/I dopo il provvedimento di Rubio diventava l’elemento dominante rispetto all’azione etica della banca stessa.

La vicenda, peraltro, è complicata da un elemento altrettanto recente.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza molto rilevante che pone un argine fondamentale proprio all’influenza extraterritoriale delle sanzioni statunitensi sul suolo europeo, prendendo le mosse dal caso di un cittadino sloveno il cui conto corrente era stato chiuso unilateralmente dal proprio istituto bancario.

L’uomo era stato inserito nelle “liste nere” del Dipartimento del Tesoro USA (OFAC), un provvedimento che aveva spinto la banca, per timore di ritorsioni americane e per una politica di estremo de-risking, a interrompere ogni rapporto finanziario.

Con questa pronuncia, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il “diritto al conto di base” e i princìpi di sovranità sanciti dal cosiddetto Regolamento di Blocco dell’UE (Blocking Statute) prevalgono sulle decisioni politiche di Paesi terzi.

La Corte ha chiarito che una banca operante nell’Unione non può procedere alla risoluzione automatica di un contratto basandosi esclusivamente su provvedimenti amministrativi stranieri, qualora questi non siano stati recepiti formalmente dall’ordinamento europeo o dalle Nazioni Unite.

Secondo la sentenza, l’integrità del sistema bancario dell’UE non può essere sacrificata sull’altare della politica estera di Washington: gli istituti di credito hanno l’obbligo di fornire motivazioni concrete, oggettive e conformi al diritto comunitario prima di procedere a una chiusura, garantendo che nessun cittadino europeo venga privato dell’accesso ai servizi finanziari essenziali a causa di una “morte civile” decretata oltreoceano.

Questa decisione rappresenta un precedente fondamentale anche per casi come quello del collettivo Autistici/Inventati, ribadendo che la finanza europea deve rispondere alle leggi di Bruxelles e non ai decreti di Segretari di Stato stranieri, salvaguardando così l’autonomia economica dei residenti dell’Unione di fronte alle crescenti pressioni della geopolitica statunitense.

In realtà, Banca etica – nonostante questa pronuncia – ha ritenuto, appunto, che l’eccesso di rischio finanziario di una decisione contraria alle decisioni dell’amministrazione Usa, non consentisse il mantenimento in vita dei conti di A/I.

La finanza, in sostanza, prevale su qualsiasi altro aspetto: difficile da spiegare a chi sceglie Banca etica proprio per la sua sostanziale “diversità”.

Non importa quanto una banca si proclami “etica” o attenta ai diritti sociali: nel momento in cui il sistema dei pagamenti internazionale è mediato dal dollaro e regolato dalle liste di proscrizione del Dipartimento di Stato, l’autonomia decisionale di un istituto come Banca Etica svanisce, trasformandola in un semplice terminale esecutivo di decisioni prese oltreoceano.

Il rischio è che questa vicenda non sia un caso isolato, ma il modello di una nuova architettura finanziaria dove la “compliance” alle direttive Usa diventa il filtro definitivo che decide chi ha il diritto di esistere economicamente e chi deve essere cancellato.

Se una banca nata per sostenere il dissenso e l’innovazione sociale non può più proteggere un cliente come Autistici/Inventati di fronte a un’accusa politica mossa da una potenza straniera, allora il concetto stesso di finanza etica rischia di svuotarsi di significato, riducendosi a una gestione cosmetica del risparmio che si ferma esattamente dove iniziano gli interessi della sicurezza nazionale americana.

In questo scenario, il think tank di Draghi funge da ponte verso una normalizzazione dove l’efficienza del mercato e la stabilità del sistema bancario prevalgono sistematicamente sulle libertà civili, lasciando intendere che nell’Europa del 2026 non ci sia più spazio per zone d’ombra digitali o per banche capaci di resistere alle pressioni della geopolitica.

La fine del rapporto tra Banca Etica e il collettivo A/I non è dunque solo una disputa contrattuale, ma il funerale della sovranità bancaria italiana, celebrato sotto l’egida di Marco Rubio e con il silenzio-assenso delle nuove élite finanziarie europee che vedono nella tracciabilità totale e nell’allineamento atlantico l’unico futuro possibile, a costo di sacrificare l’ultimo baluardo del dissenso tecnologico e l’anima stessa del credito cooperativo.

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27/08/2026

Usa - L’infrastruttura del dissenso nel mirino

Washington inserisce il collettivo italiano Autistici/Inventati nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici.

Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana.

La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti.

Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’“antiterrorismo”.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e securitaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di “terrorismo”; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’“antiterrorismo” che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.

Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Fonte

25/07/2026

Nuove sanzioni e aiuti umanitari diretti a Cuba bloccati da Washington

Washington continua nel suo assedio contro Cuba, e nella punizione collettiva che assume ormai chiaramente i contorni di un ennesimo genocidio, cioè l’intento di distruggere il popolo cubano in quanto tale. Infatti, tre navi commerciali cariche di aiuti e beni di prima necessità sono sostanzialmente bloccate e non possono portare il proprio carico ai cubani.

La nave Galani, della compagnia di navigazione CTM, si trova proprio di fronte al porto cubano di Mariel. I prodotti che trasporta sono stati raccolti in Europa attraverso una serie di donazioni solidali. Nella sua stiva si trovano beni indispensabili per il sistema sanitario e l’infanzia: latte in polvere per neonati, ventilatori polmonari e letti ospedalieri.

La nave, tuttavia, è ferma e non attracca ai moli vicino all’Avana. L’operatore del terminal portuale di Mariel è stato inserito nelle liste sanzionatorie delle autorità statunitensi. Di fronte al rischio di ritorsioni economiche e legali, la compagnia marittima ha deciso unilateralmente di dirottare la nave verso il Messico, lasciando il materiale sanitario privo di una soluzione per giungere a destinazione.

La beffa è arrivata con la comunicazione a Let Cuba Breathe, campagna promotrice della spedizione, di costi aggiuntivi per il cambio di rotta, verso Veracruz, e per il carburante e le operazioni straordinarie. In sostanza, per una decisione della società, sono i solidali che devono pagare. E quello di Mariel non è un evento isolato.

Altre due navi cariche di farmaci e aiuti umanitari risultano bloccate in scali dell’America Latina: una a Cartagena de Indias, in Colombia, l’altra a Kingston, in Giamaica. Sebbene, teoricamente, persino le imposizioni statunitensi prevedano deroghe per i beni umanitari, è la paura di possibili sanzioni finanziarie e marittime a generare un effetto deterrente, che è la vera forza del bloqueo.

I vettori marittimi, le banche e le compagnie assicurative si stanno disimpegnando da ogni attività che tocchi Cuba, per non rischiare di finire nella rete delle sanzioni stelle-e-strisce. Gli USA, sfruttando la propria centralità come hub finanziario e di servizi internazionali, ha reso il bloqueo un sistema di guerra alternativo davvero internazionale.

Le conseguenze ricadono direttamente sui malati, sulle famiglie e sui bambini cubani, con una logica che abbiamo già visto in azione in Palestina. E che alla Casa Bianca si persegua una strategia simile, nel più completo disinteresse dei diritti fondamentali delle persone, lo si può vedere anche dai provvedimenti annunciati giovedì scorso.

Gli Stati Uniti hanno reso pubbliche una serie di nuove sanzioni dirette contro il ministro della Sanità, José Ángel Portal Miranda, e nove imprese pubbliche attive nei settori sanitario, energetico e finanziario. Lo scopo dichiarato è quello di colpire le missioni sanitarie internazionale dell’isola.

Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha reso nota l’estensione delle restrizioni sui visti nei confronti di funzionari cubani e di rappresentanti di governi stranieri coinvolti in attività con le brigate mediche cubane all’estero. L’amministrazione Trump sostiene che, dietro i programmi di assistenza medica, ci sarebbe in realtà “lavoro forzato”.

La risposta delle autorità cubane è stata immediata e categorica. Il Presidente Miguel Díaz-Canel e il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez hanno respinto fermamente le accuse di Washington, definendo il nuovo pacchetto sanzionatorio un’ulteriore prova dell’intento criminale e genocida degli Stati Uniti.

Con danni che non riguardano più solo il popolo cubano, ma decine di migliaia di persone a cui i medici cubani, presenti in 56 paesi, forniscono ogni giorno cure e assistenza sanitaria essenziale a cui, altrimenti, non potrebbero accedere.

Il presidente cubano ha difeso il valore umanitario della cooperazione internazionale promossa dal suo paese contro le pressioni statunitensi. Da parte dell’imperialismo, invece, si denota ancora una volta un disprezzo per la vita che è perfettamente riassunto nell’alternativa tra Socialismo o barbarie.

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22/07/2026

Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale

La strategia occidentale sulle sanzioni contro la Russia si trova di fronte a un momento di profonda crisi, stretta tra i timori americani per la tenuta del dollaro e il progressivo cedimento del fronte europeo. A lanciare l’allarme sono stati il New York Times e il Financial Times, che dipingono un quadro in cui il fallimento delle misure contro Mosca comincia a preoccupare per gli effetti sul lungo periodo.

Negli Stati Uniti, riporta il New York Times, c’è più di una voce nell’amministrazione Trump che esprime dubbi su di un nuovo pacchetto di sanzioni presentato al Congresso contro la Russia. Il testo, proposto dal defunto senatore Lindsey Graham, prevede l’imposizione di dazi del 100% sui paesi che acquistano energia da Mosca, cosa che potrebbe minare in profondità varie relazioni commerciali.

Ma la preoccupazione ancora più grande arriva intorno agli effetti collaterali che ne potrebbero derivare: l’uso intensivo del dollaro come strumento di pressione geopolitica potrebbe spingere molti governi a ridurne l’utilizzo, minando il ruolo del “biglietto verde” come valuta principale nei pagamenti internazionali.

Il New York Times cita anche una nota analitica del National Bureau of Economic Research, secondo cui i paesi colpiti da restrizioni occidentali stanno mostrando una spiccata tendenza a passare allo yuan cinese, alle criptovalute e in generale a sistemi di pagamento alternativi. Come è già successo in precedenti occasioni, il pericolo è che il tentativo di sfruttare il dolalro quale sistema di pressione verso altri paesi, possa determinare un maggiore utilizzo della valuta cinese nelle transazioni commerciali globali.

Sul tema è intervenuto anche il ministro delle Finanze, Scott Bessent, sottolineando che il predominio globale del dollaro nel sistema dei pagamenti è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Bessent ha avvertito che le sanzioni più efficaci sono quelle mirate e con scadenze precise, mentre quelle che non producono risultati per anni possono avere conseguenze a lungo termine del tutto imprevedibili.

Parallelamente, a Bruxelles il fronte della solidarietà europea con Kiev mostra evidenti segni di cedimento. Secondo quanto riportato dal Financial Times, non sono più i vari ungheresi, cechi o bulgari e basta a porre veti e critiche: il sostegno agli ennesimi provvedimenti contro la Russia è diminuito notevolmente, con richieste di esenzioni che sono arrivate da più parti in funzione di tutela delle filiere nazionali.

Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni, stando al quotidiano britannico anche Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo si sarebbero espresse a favore di specifiche deroghe. Fonti diplomatiche hanno confidato alla testata che dietro la retorica della fermezza e della solidarietà, le capitali europee cominciano a frenare le misure per paura degli effetti disastrosi che alcune di esse potrebbero avere sulle economie già in difficoltà del Vecchio Continente.

A complicare ulteriormente lo scenario internazionale si aggiunge la situazione sul mercato energetico, fortemente scosso dalla campagna militare di Kiev. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe hanno portato Mosca a vietare la maggior parte delle esportazioni di diesel.

Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, dall’agosto 2025 sono stati colpiti almeno 100 impianti di raffinazione russi, con un’intensificazione delle operazioni negli ultimi mesi che ha coinvolto quasi tutte le principali strutture della Russia occidentale. Questa contrazione dell’offerta ha innescato un’impennata dei prezzi del carburante su scala globale.

Secondo un’analisi di JPMorgan, la carenza di carburante non si limita più al solo settore automobilistico, ma sta colpendo duramente anche l’agricoltura, i trasporti, la logistica e altri comparti strategici. Gli effetti si fanno sentire pesantemente anche negli Stati Uniti, dove i prezzi del diesel hanno superato la soglia dei 5 dollari al gallone, evidenziando come le ripercussioni della guerra sul campo stiano presentando un conto salatissimo ai mercati globali, e a Trump che deve fare i conti con le prossime elezioni di medio termine.

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15/07/2026

Sanzioni a Israele. A Bruxelles non ci riescono proprio

Al contrario di quanto avviene per la Russia, l’ipotesi di sanzionare Israele per via dei suoi crimini di guerra contro i palestinesi nella Striscia di Gaza o in Libano a Bruxelles non riesce proprio a fare passi avanti, confermando così l’inaccettabile doppio standard della Ue.

La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, e stati membri storicamente più filo-sionisti, come Germania, Austria, Italia e Repubblica Ceca, stanno riuscendo a imporre la loro opposizione a qualsiasi misura di pressione diplomatica contro Netanyahu. Come? Con una strategia che lo stesso ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha descritto come una “tattica dilatatoria”.

Nonostante si tratti di una misura commerciale, Bruxelles insiste che si tratta di una sanzione di politica estera. In questo modo, il regolamento deve essere approvato non a maggioranza qualificata ma all’unanimità. Pertanto, uno Stato membro può porre il veto all’iniziativa, anche se gode del sostegno della maggioranza tra i partner europei. Per quanto riguarda la maggioranza qualificata, almeno il 55% dei voti positivi dei governi dell’Unione Europea rappresenta almeno il 65% del peso demografico del blocco comunitario.

A distanza ormai di mesi, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno dato mandato ai propri rappresentanti a Bruxelles di negoziare una proposta di sanzioni. Resta da capire se questa proposta, una volta messa nero su bianco dalla Commissione europea, sarebbe da approvare alla maggioranza qualificata o, appunto, con l’unanimità dei paesi membri.

L’elefante di Bruxelles, mentre sulla Russia ha varato un nuovo pacchetto di sanzioni, su Israele sta producendo – nella migliore delle ipotesi – il consueto topolino. Alla fine della riunione, l’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha affermato: “L’opzione che ha ottenuto il maggiore sostegno (non ha specificato di quale maggioranza, ndr) è stata quella che prevede la messa al bando dei prodotti provenienti dai territori occupati illegalmente da Israele”.

Il nodo giuridico della decisione a maggioranza qualificata o all’unanimità è un pretesto per accelerare od ostacolare l’eventuale decisione a livello europeo. Curiosamente tutto questo non è mai stato un ostacolo per le sanzioni contro la Russia. Peraltro, non è neppure chiaro se ci sarebbe una minoranza di blocco per evitare il voto a maggioranza.

La posizione del governo italiano, illustrata da Tajani, è ovviamente che la decisione venga presa all’unanimità, cioè la soluzione più impraticabile.

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05/06/2026

Nuove sanzioni contro Cuba, al centro la propaganda imperialista su Gaesa

All’assedio statunitense a Cuba si aggiunge un nuovo tassello, in una guerra illegale sotto ogni norma internazionale e che potrebbe spingersi fino all’aggressione militare contro l’isola. Tra oggi e domani entrano in vigore una serie di nuove sanzioni, che sono mirate a peggiorare le condizioni della punizione collettiva che la Casa Bianca sta imponendo al popolo cubano.

Ovviamente, la giustificazione viene trovata nella solita propaganda imperialista che non ha un briciolo di verità. Il bersaglio delle misure che diventano effettive oggi è il conglomerato pubblico Gaesa, nato nelle e gestito dalle Forze Armate Rivoluzionarie. A Gaesa non potranno arrivare pagamenti in dollari, e l’impresa pubblica non potrà interfacciarsi con persone fisiche e giuridiche statunitensi.

Le sue attività finiscono sotto lo scrutinio dell’OFAC (Office for Foreign Asset Control). Intanto, proprio ieri, l’amministrazione Trump ha inserito nella lista delle persone considerate ostili agli interessi USA il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e la moglie, il figlio e il nipote di Raúl Castro, e sono stati sanzionati il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP), e altre società.

Sulla propaganda relativa a Gaesa abbiamo già pubblicato un’intervista a Luciano Vasapollo, che chiarisce la mistificazione imperialista usata da Washington (e sostenuta dal New York Times) per bersagliare il conglomerato pubblico, e le attività che ha diretto in uno dei pochi settori che ai cubani ha garantito un po’ di respiro rispetto alle violente pressioni stelle-e-strisce: quello del turismo.

L’escalation di sanzioni iniziata a gennaio, e proseguita con altri provvedimenti il primo maggio, oggi giunge al culmine colpendo uno dei pilastri della pianificazione socialista dell’Avana, e dunque tutto il modello rivoluzionario e tutta l’economia del paese. Infatti, il monito lanciato dal Dipartimento di Stato lo scorso 7 maggio alle istituzioni finanziarie e ai soggetti non statunitensi che operano sull’isola coglie ora i suoi frutti.

Chi fa affari con Gaesa rischia di subire le sanzioni secondarie americane e l’interdizione dalle attività negli Stati Uniti. Yahoo Finance ha eseguito una fotografia di chi ha annunciato di lasciare Cuba: le compagnie europee di spedizione container Cma-Cgm e Hapag-Lloyd; la società mineraria Sherritt e il gruppo alberghiero Blue Diamond Resorts, entrambi canadesi; la catena spagnola di hotel Iberostar.

Un altro colosso spagnolo del mondo ricettizio, Meliá Hotels International, ha annunciato il 3 giugno la cessazione delle attività turistiche, che riguardavano ben 15 strutture. I dati parlano del fatto che, solo nei primi due giorni di giugno, quasi trenta strutture alberghiere hanno interrotto le proprie operazioni a Cuba.

Inoltre, la Banca Centrale di Cuba ha annunciato che a partire dal 6 giugno verranno sospesi i pagamenti effettuati tramite Mastercard e Visa. È l’effetto della decisione della banca estera che gestisce tale tipo di transizioni sull’isola, banca che ha però deciso di troncare i rapporti con l’istituto finanziario cubano Fincimex.

La Banca Centrale, ad ogni modo, ha sottolineato che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera, oltre i contanti, come le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (russa) e UnionPay (cinese). Ma al di là di questo, il disegno statunitense è chiaro: vista l’importanza di Gaesa nelle varie attività economiche cubane, tante imprese e istituzioni stanno ora recidendo ogni rapporto con l’isola, rendendo ancora più difficile la vita della sua popolazione.

L’amministrazione USA vuole il collasso del sistema e del popolo cubano, per impartire una lezione esemplare a chi, per oltre 65 anni, non ha mai piegato la testa ai soprusi dell’imperialismo yankee. Ma continua a doversi confrontare con l’ostinazione di chi difende una sovranità conquistata attraverso una lista infinita di difficoltà, e che continua a ricevere una larga solidarietà internazionale. Il 7 giugno verrà ribadita anche in Italia, con un’importante assemblea nazionale.

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Qui un articolo del 2 giugno in merito alla vicenda apparso sul Granma, organo di informazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.

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02/06/2026

Punizione collettiva per Hüseyin Doğru, giornalista sotto sanzioni UE

Le sanzioni UE contro il giornalista berlinese di origini turche Hüseyin Doğru hanno raggiunto persino la madre. Doğru era finito nel 17esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, varato nel maggio 2025. L’accusa, costruita senza prove, è stata quella di intrattenere legami con emittenti straniere riconducibili a Mosca.

Secondo le ricostruzioni di altre testate indipendenti, la vera ragione del provvedimento risiede nella copertura giornalistica che Doğru ha dedicato alla striscia di Gaza e alle proteste pro-Palestina in Germania, posizioni apertamente in contrasto con la linea ufficiale della cancelleria tedesca.

Nessuna accusa o ipotesi di reato è stata formalizzata per l’attività del giornalista, perché non c’era nulla da usare, e si sarebbe dunque ricorso al regime sanzionatorio comunitario, un meccanismo amministrativo che scavalca i tradizionali diritti alla difesa. Ma oltre a ciò, ora la punizione europea per aver esercitato la propria libertà di espressione e di informazione è stata trasferita anche alla sua famiglia.

Senza alcuna comunicazione preventiva da parte delle autorità tedesche, sia il conto corrente sia il deposito titoli della madre di Doğru, una semplice pensionata, sono stati congelati. In passato al giornalista era stato a lungo impedito anche di accedere al minimo esistenziale autorizzato dalle sanzioni (poco più di 500 euro al mese), e a marzo anche il conto della moglie era stato temporaneamente bloccato. È bene ricordare che Doğru ha tre figli, di cui due di tenerissima età.

Ora la punizione collettiva della “democratica” UE si abbatte anche sulla madre pensionata, per privare l’intero nucleo familiare di qualsiasi mezzo di sostentamento. Il caso Doğru rappresenta un precedente inquietante per il giornalismo europeo, mostrando come le misure che vengono presentate come contrasto alle ingerenze straniere sono in realtà strumenti politici di cancellazione di qualsiasi voce critica.

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15/05/2026

USA - Un giudice sospende le sanzioni contro Francesca Albanese

Un giudice federale di Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contro Francesca Albanese, la giurista italiana, una delle voci più dure contro la distruttiva offensiva di Israele che ha fatto decine di migliaia di morti a Gaza tra il 2023 e il 2025 e contro l’impunità garantita dagli Stati Uniti al loro alleato mediorientale. La decisione del giudice distrettuale Richard Leon rappresenta una battuta d’arresto significativa per la Casa Bianca e riapre il dibattito sui limiti dell’uso delle sanzioni come strumento politico contro funzionari e organismi internazionali.

Le misure adottate dall’amministrazione Trump impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di aprire conti bancari nel paese. Un provvedimento che, secondo la relatrice speciale delle Nazioni Unite, aveva effetti concreti e pesanti sulla sua vita quotidiana. Nel ricorso presentato lo scorso febbraio, il marito e la figlia di Albanese, cittadina statunitense, avevano denunciato che le sanzioni stavano “di fatto privandola dell’accesso ai servizi bancari” e rendendo quasi impossibile affrontare le necessità quotidiane.

Alla base dello scontro vi sono le posizioni espresse da Albanese sul conflitto israelo-palestinese. La relatrice ONU ha raccomandato alla Corte penale internazionale di avviare procedimenti per crimini di guerra contro cittadini israeliani e americani coinvolti nelle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Accuse che avevano provocato la dura reazione dell’amministrazione Trump e di ambienti statunitensi vicini a Israele.

Nella sua ordinanza, il giudice Richard Leon ha affermato che il fatto che Albanese viva fuori dagli Stati Uniti non annulla le tutele garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Secondo il magistrato, vi sono elementi sufficienti per ritenere che l’amministrazione abbia cercato di limitare la libertà di espressione della funzionaria ONU a causa del “messaggio o delle idee espresse”. Una formulazione che colpisce direttamente il cuore politico della vicenda e che potrebbe avere conseguenze più ampie sui rapporti tra Washington e le istituzioni internazionali.

Albanese ha accolto la decisione come un primo passo importante ma ha insistito sul carattere politico delle sanzioni. A suo giudizio, le misure adottate dagli Stati Uniti fanno parte di una strategia più ampia volta a indebolire i meccanismi di responsabilità internazionale e a scoraggiare le indagini sui possibili crimini commessi nei territori palestinesi occupati.

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12/05/2026

Le sanzioni UE a Israele? Molta fuffa e poca sostanza

Alla fine sono stati sanzionato undici coloni israeliani e undici esponenti palestinesi. La montagna non ha partorito neanche un topolino ma il nulla, anzi una odiosa simmetria.

I ministri degli Esteri dell’Unione europea, da mesi sotto pressione delle proprie opinioni pubbliche e incalzati da alcuni governi, alla fine hanno trovato un accordo per sanzionare non gli apparati di Israele ma singoli esponenti dei coloni che aggrediscono le comunità palestinesi in Cisgiordania. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue.

L’intesa era stata preannunciata dalla responsabile della politica estera della Ue Kaja Kallas, prima di una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione. Non è stata invece raggiunta l’intesa su eventuali dazi sui prodotti degli insediamenti illegali nei Territori occupati sulla quale manca ancora la necessaria maggioranza qualificata. «Abbiamo valutato queste misure venerdì scorso – ha ammesso la stessa Kallas – ma al momento pare che non abbiamo la maggioranza necessaria».

Rimangono infatti al palo misure più incisive verso Israele di cui si parla da mesi. Anzitutto azioni contro i prodotti delle colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati, sostenute soprattutto da Francia e Svezia. Sul tavolo principalmente due opzioni: un vero e proprio bando (che richiederebbe l’unanimità) o invece classiche misure commerciali, anzitutto dazi (dove basterebbe la maggioranza qualificata). La Svezia avrebbe voluto andare oltre, sanzionando i ministri dell’estrema destra nel governo israeliano come Ben Gvir e Smotrich che promuovono l’espansione delle colonie.

La coalizione pro-Israele in seno all’Unione Europea costituisce una minoranza di blocco, di cui fanno parte Italia, Germania, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Se l’Italia dovesse cambiare posizione, la maggioranza potrebbe invece esserci. L’Ungheria di Péter Magyar, appena subentrato a Viktor Orban, ha tolto il veto contro le misure, sulle quali era necessaria l’unanimità.

A ben guardare l’ipocrisia della Ue sulle sanzioni contro Israele è fin troppo evidente. Le sanzioni che verranno comminate dall’Ue ad alcuni esponenti del movimento dei coloni che attaccano le comunità palestinesi in Cisgiordania sono “un importante passo avanti” ha detto Antonio Tajani. Ma la realtà dice una cosa ben diversa e del tutto inadeguata rispetto alla posta in gioco e la gravità dei crimini commessi dagli apparati statali di Israele e non solo dai coloni.

Ad aprile del 2024 erano infatti stati sanzionati quattro coloni e due organizzazioni dell’estrema destra israeliana. Con queste nuove misure i coloni colpiti dovrebbero essere sette, ma il via libera alle sanzioni ai coloni nel contempo ha sbloccato anche quelle contro Hamas e ben undici dei suoi leader. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue.

Abbiamo così le sanzioni europee contro undici coloni israeliani e undici rappresentanti palestinesi. Una simmetria perfetta e totalmente ipocrita.

Il problema infatti non è sanzionare i coloni – o solo i coloni – ma la catena di comando statale israeliana che ha realizzato il genocidio contro i palestinesi a Gaza e migliaia di morti in Libano. Ad esempio è fin troppo evidente in centinaia di video e fotografie la complicità dei soldati israeliani con le aggressioni dei coloni contro i palestinesi.

Sulla Russia non hanno sanzionato solo i contractors della Wagner ma capi di stato, ministri, generali. Per questo le sanzioni della Ue verso Israele sono una vergognosa ipocrisia che ripropone pienamente sia il doppio standard che la complice inerzia delle istituzioni europee verso il terrorismo di stato israeliano.

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03/05/2026

Nuove sanzioni contro Cuba, a centinaia di migliaia rispondono in piazza per il Primo Maggio

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato venerdì primo maggio un nuovo ordine esecutivo che amplia significativamente il regime di sanzioni che colpiscono Cuba. La mossa mira a intensificare la pressione politica ed economica nei confronti dell’isola, colpendo individui, entità e affiliati che sostengono l’apparato di sicurezza di Cuba o che, secondo le informazioni manipolate dagli apparati stelle-e-strisce, sono complici in casi di corruzione e gravi violazioni dei diritti umani.

La novità preoccupante di questo ordine esecutivo è la portata estremamente vasta della platea a cui potrebbe applicarsi: le sanzioni potrebbero colpire, infatti, anche realtà straniere che contino legami in settori nevralgici dell’economia cubana, dall’energia alla difesa fino ai comparti minerario e dei servizi finanziari.

Un elemento di particolare rilievo è l’autorizzazione all’introduzione di sanzioni secondarie, che permetteranno agli Stati Uniti di colpire anche soggetti terzi che siano considerati in un qualche modo facilitatori delle transazioni con le entità già inserite nella lista nera. Trump continua a ribadire che sarà ricordato come il presidente che prenderà Cuba, nonostante gli oltre 65 anni di strenua resistenza della Rivoluzione.

Martedì 28 aprile, il Senato statunitense ha votato con 51 voti contro 47, contro una misura procedurale che avrebbe bloccato il presidente dal potere ordinare un’azione militare contro l’isola caraibica. I repubblicani hanno difeso Trump in maniera piuttosto compatta, questa volta, affermando che, non essendovi ostilità attive tra gli Stati Uniti e Cuba, limitare i poteri della Casa Bianca non era necessario.

Ma il tipo di blocco messo in atto da Washington è già un atto di guerra, oltre che una punizione collettiva contro un popolo che ribadisce con forza e determinazione il proprio diritto all’autodeterminazione e la propria sovranità contro le aggressioni imperialiste.

La risposta del governo cubano alle sanzioni è stata immediata e carica di sdegno. Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha utilizzato i social media per condannare le misure coercitive che rinforzano un blocco “brutale e genocida”. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha rincarato la dose, sottolineando come l’annuncio sia giunto proprio durante le tradizionali celebrazioni del primo maggio.

Rodríguez ha definito le sanzioni una “punizione collettiva contro il popolo cubano” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite. “Mentre il governo degli Stati Uniti reprime il proprio popolo per le strade – ha aggiunto – cerca di punire il nostro, che resiste eroicamente agli attacchi dell’imperialismo degli Stati Uniti”.

Ma l’intimidazione non funziona. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a L’Avana per il primo maggio, ribadendo ancora una volta che il popolo cubano non rinuncerà a scegliere autonomamente il proprio futuro. È stato anche presentato il risultato della campagna “La mia firma per la Patria”, che ha visto l’adesione di oltre 6 milioni di cubani (l’81% della popolazione di età superiore ai 16 anni).

Ricordiamo che nella capitale cubana si trovano ancora tanti solidali di varie delegazioni internazionali (compresi compagne e compagni italiani di Potere al Popolo e Cambiare Rotta) che hanno partecipato agli eventi organizzati per la Festa dei lavoratori. Anche nei prossimi mesi continueranno le missioni internazionaliste verso l’isola.

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31/01/2026

La UE si accoda alla guerra USA: i Pasdaran inseriti tra i “terroristi”

Le premesse “logiche” c’erano tutte, da almeno 50 anni. Il termine “terrorista” è da allora così elastico da risultare indefinibile ad ogni tentativo universale. Ci aveva provato l’Onu, gettando ben presto la spugna. Ora che anche l’unica organizzazione sopravvissuta allo sforzo di creare una “comunità internazionale” aperta a tutti gli Stati della Terra, indipendentemente dal loro sistema economico e politico, sta per essere smantellata quel termine diventa definitivamente e soltanto il sinonimo di “nemico”.

Solo per stare ai fatti più recenti. Nel 1998, a maggio, l’UCK albanese kosovara era ancora una “formazione terrorista”, per sentenza Usa. Il mese dopo erano promossi a “Patrioti anti serbi”.

L’attuale premiar siriano Al Jolani aveva sulla testa una taglia Usa di 10 milioni di dollari come capo dell’Isis, ma ora è stato ricevuto alla Casa Bianca. Si è dunque definiti freedom fighters (i Talebani e lo stesso Bin Laden, fin quando hanno combattuto i sovietici) o “terroristi” a seconda delle circostanze, o delle alleanze.

I 27 paesi membri dell’Unione Europea hanno compattamente scelto di assecondare l’attacco degli Stati Uniti alla repubblica iraniana – dopo aver sposato la campagna di disinformazione sulle “stragi di civili” nei giorni delle proteste popolari per gli effetti della drastica svalutazione della moneta nazionale – deliberando ieri di inserire ufficialmente i Pasdaran, ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), nella lista delle entità considerate “terroriste” dalla stessa UE.

Stiamo parlando di un corpo istituzionalmente compreso tra le forze militari dell’Iran, non di un gruppo informale o clandestino, né di un braccio segreto. È come se qualche altro paese classificasse i Carabinieri come “terroristi”.

Sono il livello più alto delle forze di sicurezza, con circa 125mila membri attivi formano un vero e proprio esercito con divisioni terrestri, marine e aeree, che controlla anche l’arsenale missilistico del paese e la difesa dei siti di sviluppo del programma nucleare. Sono anche una forza politica ed economica.

Contemporaneamente sono state varate nuove sanzioni contro 15 persone e 6 entità, tra cui il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, 3 comandanti delle Guardie rivoluzionarie, un procuratore generale e un capo della polizia di pubblica sicurezza.

La risposa del governo di Tehran è stata simmetrica, per quanto ancora soltanto come annuncio. Persino un filo ironica.

“L’Unione Europea sa certamente che, secondo la risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) sono considerati terroristi”, ha affermato infatti in un post su X il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani.

È praticamente inutile fare un’analisi razionale delle follie dichiarate dai vari “leader” europei che hanno aperto la bocca sul tema ieri, ma vale la pena di citarne alcune proprio per segnalarne il carattere esclusivamente propagandistico, senza alcuna pretesa di nasconderlo.

La svalvolata Kaja Kallas, chissà come nominata “alto rappresentante per la politica estera” della UE, ha dato il via dicendo che “La repressione non può restare senza risposta. I ministri degli Esteri dell’Ue hanno appena preso la decisione cruciale di designare la Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica. Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria rovina”.

Peggio di tutti, nonostante fosse difficile, il “nostro” ministro degli esteri, Antonio Tajani, che si è improvvisato anche comparatore aritmetico. A convincere alcuni paesi, fin qui dubbiosi, “hanno contribuito le migliaia e migliaia di morti che ci sono state, 30.000 forse. Non sappiamo esattamente quanti, ma stiamo parlando di una carneficina. Se a Gaza sono stati 60.000 morti – ma solo perché persino l’Idf ormai ha “accettato” che siano stati almeno 70.000 – e se sono stati 30.000 in Iran, vuol dire che è una situazione paragonabile a quella di Gaza”.

Naturalmente per Gaza, ossia contro Israele, non solo non è stata presa alcuna decisione sanzionatoria, ma neanche un rimprovero affettuoso. E fare questo accostamento immondo serve solo a “minimizzare” il genocidio ancora in corso nella Striscia.

Ma sono proprio quei “numeri spaventosi” ad essere la prova del falso. Se a Gaza un esercito iper-moderno che ha bombardato “dal cielo e dal mare” per due anni di seguito – sganciando, secondo le stime del prudentissimo Financial Times britannico, tra 25.000 e 35.000 tonnellate di esplosivi – ha prodotto “appena” il doppio dei morti che il regime iraniano avrebbe provocato con mezzi ordinari (polizia, pasdaran) in soli due giorni di proteste, è evidente a chiunque che i numeri relativi all’Iran sono del tutto inventati (fermo restando che anche un solo morto è di troppo).

Per la precisione: inventati da un’agenzia chiamata Human Rights Activists News Agency (HRANA), con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia, a non molta distanza dalla più nota Cia, e ripresi prima di tutti da Iran International, una “testata online” con sede a Londra. Di lì sono percolati come verità rivelata negli articoli di tutto il sistema mediatico occidentale e quindi persino nel portafoglio informativo dei ministri in carica.

Questa melma propagandistica è diventata in pochi giorni l’argomento chiave per decidere un’escalation militare contro un paese petrolifero, membro dell’Opec, strategicamente chiave in Medio Oriente ma per nulla allineato con l’Occidente neocoloniale.

Una melma, peraltro, che gli stessi Stati Uniti – dopo averla prodotta insieme ad Israele, rivendicando inoltre di aver avuto un ruolo esplicito nel sollevare le proteste – hanno messo velocemente da parte per adottare la più “sincera” postura di ogni politica delle cannoniere: “vogliamo attaccare l’Iran perché abbiamo i nostri interessi”. Senza scuse.

Non serve un genio per fare due più due. Il Ministero degli Esteri iraniano, in una dichiarazione rilasciata ieri sera, ha definito la decisione dell’Ue “illegale, provocatoria e ipocrita”, affermando che “Gli europei dovrebbero essere ritenuti responsabili di questa misura offensiva, che mira a compiacere Israele e i suoi sostenitori guerrafondai negli Stati Uniti”.

Pur essendo giustificata come “forma di pressione” adottata per “convincere” Tehran a trattare con gli Usa sul suo programma nucleare, è chiaro che questa decisione cancella ogni residuo dialogo diplomatico tra l’Unione Europea e l’Iran.

Gli Stati Uniti considerano i Guardiani della rivoluzione come un’organizzazione terroristica fin dal 2019 (il primo mandato di Trump, che aveva annullato anche l’accordo sul nucleare stretto nel 2015), e più di recente hanno preso la stessa decisione Canada, Australia, Ecuador e Argentina, tra gli altri. I complici stretti, insomma (anche se ora il Canada è finito lo stesso tra i “cattivi”, per Washington).

La parola, ora, sta ai calcoli militari...

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23/01/2026

Mujo in Iran. L’ignoranza camuffata da autorità morale

Chiunque provenga dall’ex Jugoslavia capirà immediatamente il titolo. Mujo è un personaggio bosniaco leggendario (sebbene fittizio), protagonista (insieme al suo inseparabile amico Haso) di innumerevoli barzellette con cui sono cresciute generazioni di jugoslavi. Le guerre hanno portato via molte vite, cancellato villaggi e distrutto futuri, ma Mujo è sopravvissuto anche ai giorni più bui del conflitto bosniaco. C’è una barzelletta in particolare che mi è rimasta impressa per più di tre decenni, perché cattura, meglio della maggior parte delle analisi, l’arroganza della “esperienza” occidentale superficiale.

La scena si svolge in un piccolo villaggio bosniaco, in una taverna locale dove uno straniero (dell’Occidente, ovviamente) è facilmente riconoscibile. Un giorno, Mujo entra, nota lo sconosciuto e, con la cordialità tipica del luogo, si avvicina. Gli chiede quando è arrivato e quanto tempo intende restare. “Ieri”, risponde lo straniero. “Domani parto”.

“E cosa fa qui?”, chiede Mujo.

“Sto scrivendo un libro sulla Bosnia”.

“E come si chiamerà il libro?”

La risposta è indimenticabile: Bosnia: ieri, oggi e domani.

Ecco come appare l’ignoranza camuffata da autorità. Una o due brevi visite, o nessuna visita, qualche impressione presa in prestito, qualche cliché mediatico e, all’improvviso, uno si proclama esperto di un intero paese, della sua gente, della sua storia e del suo futuro. Quindi, permettetemi di essere inequivocabile: non sono mai stata in Iran. Lo dichiaro apertamente, a differenza di molte voci rumorose che fingono il contrario. Collaboro con colleghi iraniani; l’Iran è da tempo una destinazione sognata per me. Speravo di visitarlo prima della pandemia, ma ora mi chiedo sinceramente se quel momento arriverà mai.

Come persona che sa cos’è la guerra, non dai libri, ma dall’esperienza vissuta; come persona che ha visto in tempo reale lo svolgersi delle “rivoluzioni colorate”, degli interventi militari e delle menzogne umanitarie; come persona che studia la pace e i conflitti; e come persona di sinistra per convinzione, mi rifiuto di rimanere in silenzio mentre la creatura arancione della Casa Bianca si prepara, ancora una volta, a trascinare un altro paese nella catastrofe.

Non sono una specialista dell’Iran, ma riconosco l’imperialismo quando lo vedo. Segue un copione rigido, quasi meccanico: demonizzare lo Stato o il suo leader; delegittimarlo incessantemente; eliminarlo, con mezzi “morbidi” o con la forza bruta; strumentalizzare le legittime rivendicazioni sociali e le divisioni interne; gettare benzina sul fuoco; aspettare che scoppi la violenza e, quindi, scatenare la “cavalleria americana”. Ovunque intervengano gli Stati Uniti, la vita appassisce. L’erba non ricresce. Ciò che cresce sono nuovi Stati clientelari, leader fantoccio, a volte persino carnefici dell’ISIS con un nuovo marchio. E, inevitabilmente, lo sfruttamento su larga scala delle risorse.

Democrazia? Diritti umani? Non ci fate ridere. Sono orpelli retorici, non obiettivi. L’unica costante è l’interesse imperiale.

Una popolazione che forse ha già sofferto sotto un governo imperfetto o persino duro viene poi disciplinata all’obbedienza, questa volta sotto la supervisione di un ambasciatore americano che agisce come governatore generale. E se lo spargimento di sangue necessario non avviene in modo organico, si può sempre inscenare, esagerare o fabbricare per giustificare un intervento “umanitario”.

Ecco perché le speculazioni sul numero di morti nelle proteste pacifiche divenute violente per intenzionalità sono diventate una linea di divisione morale. Separa coloro che si preoccupano genuinamente del popolo iraniano da coloro che semplicemente usano la sua sofferenza come un’arma. Questa divisione non esiste solo tra sinistra e destra, ma attraversa la sinistra stessa. Questi momenti sono test politici ed etici. Ti costringono ad affrontare i tuoi principi o a esporre la tua vacuità. Troppo spesso, falliscono questo esame.

La frase di Marx nel Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte risuona nuovamente in questi giorni: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario; non la fanno in circostanze scelte da loro stessi, ma in circostanze date e tramandate dal passato”.

Questo si applica non solo alle rivoluzioni, ma anche ai nostri desideri ingenui di vedere l’Iran trasformarsi da un giorno all’altro in uno Stato pacifico e prospero. Tuttavia, molte voci iraniane autentiche, donne e uomini, parlano dall’interno della società stessa, insieme a fonti credibili. I media occidentali fanno ciò che sanno fare meglio: non si preoccupano dell’informazione, ma servono da barometro della propaganda, che, purtroppo, funziona anche con persone istruite e di buone intenzioni.

È difficile, se non arrogante, affermare di comprendere appieno un paese complesso e immenso di 90 milioni di abitanti, con un’enorme diversità etnica, religiosa, generazionale e ideologica. Ma c’è qualcosa di indiscutibile: lo sviluppo sociale dell’Iran è stato violentemente deviato nel momento in cui è diventato un obiettivo strategico dell’avidità occidentale e, successivamente, vittima di sanzioni eccezionalmente crudeli. Ora si trova ad affrontare nuove e terribili prospettive per il futuro.

Le prove sono schiaccianti. Le sanzioni, specialmente quelle unilaterali, e quelle imposte all’Iran non sono mai state legali secondo il diritto internazionale, devastano sempre le società dal basso. Affamano le popolazioni, svuotano la classe media e radicalizzano la politica (o la rendono impossibile), mentre le élite si adattano e sopravvivono.

La società iraniana è stata sottoposta a una lenta e deliberata asfissia: una forma invisibile di ingegneria sociale progettata per bloccare la crescita economica, la mobilità sociale e l’evoluzione politica. Siamo tutti complici per non aver costruito un movimento globale sostenuto contro le sanzioni. Non che il successo fosse garantito; Cuba è un monito permanente.

Cambiare i leader non smantella le strutture forgiate sotto assedio. Uno Stato circondato da basi militari, sottoposto a minacce costanti e punito semplicemente per esistere svilupperà inevitabilmente élite difensive e una politica securitaria. Indicare il “nemico esterno” non è paranoia, è realtà. Così, le forze esterne, più di quelle interne, hanno plasmato attivamente il sistema politico e la cultura dell’Iran.

Piaccia o meno, queste strutture sono espressioni legittime di una determinata condizione storica. Ciò che aggrava la violenza è l’umiliazione culturale: l’incessante demonizzazione degli iraniani e della loro civiltà in quanto tali. La Persia, una delle grandi civiltà del mondo, è stata ridotta a caricature di “mullah”, veli e arretratezza. In netto contrasto, le brillanti donne iraniane offrono un’analisi profondamente acuta e sfumata della vivace società civile del paese, evidenziando come gruppi di donne, sindacati e movimenti sociali lottino (entro i limiti esistenti) per la dignità e una vita migliore. Questa realtà viene sistematicamente cancellata nelle narrazioni occidentali.

Dopo il Venezuela, e dopo la lunga lista di leader eliminati prima, l’Iran è ora nel mirino. Per il momento, le autorità hanno bloccato il copione occidentale. Ma il sangue è stato versato, e il sangue lascia cicatrici. Alcuni chiedono ora sanzioni ancora più dure, punendo un “regime che uccide il suo stesso popolo”, come se gli Stati attaccati non ricorressero mai alla repressione. Altri applaudono apertamente alla prossima avventura militare “rapida e spettacolare” di Trump.

Ci troviamo sull’orlo di molteplici scenari, tutti pericolosi. Trump ha già imposto nuove restrizioni commerciali; l’UE lo segue obbedientemente, teatralmente “preoccupata” per i civili iraniani, mentre rimane in silenzio, cieca e complice a Gaza. L’oscenità è sbalorditiva: gli Stati genocidi e i predatori imperiali preparano la loro prossima mossa, la sofferenza iraniana si moltiplicherà in tutte le classi sociali e “gli ospiti di Mujo” dibattono se sia il momento di condannare moralmente l’autoritarismo prima di approfondire una critica all’Occidente.

Ogni volta che le potenze occidentali – o certi circoli intellettuali – invocano i “diritti umani”, mi si rivolta lo stomaco. Jugoslavia. Iraq. Libia. Siria. Tutti gli interventi sono stati una menzogna, uno strumento di dominazione imperiale. Tutti gli attori sono stati cinici, al servizio degli interessi capitalisti. Tutte le operazioni sono state redditizie, mentre il popolo ha pagato il prezzo. Inutile dire che qualsiasi interferenza esterna viola il diritto all’autodeterminazione politica. Qualsiasi uso della forza senza l’autorizzazione dell’ONU è un crimine e, nelle attuali condizioni, un crimine contro l’umanità. Questi principi devono essere applicati universalmente.

Il popolo iraniano è stato maltrattato per generazioni, e questo deve finire. Sì, molti sopportano vite dure, e sì, la generazione più giovane è esausta dalla costante sensazione di vivere in una gabbia. Ma queste persone non sono ingenue né infantili, e non hanno bisogno della “tutela” imperiale. Sono pienamente in grado di comprendere la propria realtà e di forgiare il proprio futuro. Amano il loro paese e non desiderano vederlo ridotto a un cliente del potere imperialista occidentale.

Chiunque desideri sinceramente vedere la società iraniana fiorire dovrebbe iniziare chiedendo la revoca immediata di tutte le sanzioni illegali, la cessazione delle operazioni coperte e la fine delle minacce e degli interventi militari portati avanti da attori privi di legittimità legale, politica o morale.

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19/01/2026

Iran - No alle ingerenze imperialiste, il destino di un paese lo decide la lotta tra le classi

Lo scontro in corso sull’Iran ha necessità di essere compreso in tutti i suoi aspetti. In esso agisce sia una contraddizione dall’esterno – l’interesse israeliano e statunitense a fare fuori il principale competitore regionale sugli assetti imperialisti in Medio Oriente – sia una contraddizione interna che attiene al contrasto sempre più evidente tra le esigenze materiali e politiche della società iraniana contro la struttura e sovrastruttura espressa dalla leadership della Repubblica Islamica.

Queste contraddizioni hanno un loro ordine di priorità che condiziona gli obiettivi e le forme delle mobilitazioni sullo scontro esterno ed interno in corso in Iran. Queste si intrecciano tra loro ma devono convergere su una consapevolezza comune a tutti gli internazionalisti: il ripudio di qualsiasi aggressione israeliana e statunitense all’Iran e la fine delle sanzioni occidentali contro quel paese.

Nessuno può o deve dimenticare che con motivazioni del tutto analoghe a quelle diffuse in questi giorni sulle proteste popolari in Iran, le potenze imperialiste occidentali negli ultimi venticinque anni hanno aggredito militarmente, invaso e destabilizzato paesi come Somalia, Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria ed oggi il Venezuela e magari domani i paesi africani che si sono emancipati dal controllo coloniale francese.

Le sanzioni sono state uno strumento della guerra e dell’ingerenza imperialista occidentale contro questi paesi, ma le stesse USA ed Unione Europea si sono rifiutate di adottare sanzioni contro Israele nonostante il genocidio contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Contestualmente, oggi in Iran come ieri in alcuni di questi paesi, esistono forti contraddizioni sociali e aspettative politiche interne che entrano spesso in conflitto con i blocchi politico/sociali che gestiscono il potere. Che su questo conflitto agiscano poi anche agenti esterni interessati alla destabilizzazione dei regimi o dei governi non è affatto sorprendente ma conclamato.

La continua pressione che l’imperialismo statunitense e Israele hanno esercitato sulle forze dell’Asse della Resistenza, fino ai colpi inferti negli ultimi due anni, hanno indubbiamente costretto Teheran a dirottare risorse ed energie al comparto militare, contribuendo a logorare dall’interno la tenuta del regime e il sostegno popolare alle sue scelte.

Le proteste popolari in Iran sono nate da esigenze reali vere e dal peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori della popolazione, inclusi settori di quelle classi medie – i bazari – che furono decisive nel rovesciamento del regime dello Sciah nel 1979 e nella costruzione del blocco di consenso sociale alla Repubblica Islamica negli anni successivi.

Su questa condizione economica-sociale peggiorata in modo consistente, pesano sicuramente le sanzioni ma pesano anche le scelte liberiste e antipopolari realizzate proprio da quei settori “riformisti” della Repubblica Islamica (spesso arbitrariamente coccolati dall’Occidente) in contrasto con i settori “ortodossi”.

I primi hanno vinto alcune elezioni (anche le ultime) e hanno la loro base tra i ceti sociali urbani, i secondi rappresentano la popolazioni rurali e i settori più poveri.

Accomunati da una comune sovrastruttura religiosa – islamica sciita – questi segmenti del blocco di potere spesso confliggono tra loro e talvolta ispirano, strumentalizzano, accolgono o reprimono le proteste popolari a seconda dei rapporti di forza interni ma anche delle ingerenze esterne.

È evidente che la sovrastruttura di potere di stampo religioso sia oggi del tutto inadeguata a rappresentare le esigenze di una società moderna e culturalmente avanzata come quella espressa dalla popolazione iraniana nelle città. Potremmo parlare senza tema di smentite di “contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione”.

In Iran, come in tutti i paesi, c’è una lotta di classe che agisce dentro le condizioni specifiche di quel paese, ma c’è anche una fortissima polarizzazione politica tra chi riconosce i propri interessi e aspettative nel modello politico/religioso al comando e chi invece ritiene che questo non corrisponda più alle proprie esigenze materiali, politiche, civili, ideologiche. Quando parliamo di popolo iraniano va riconosciuto che esistono tutte e due queste componenti, in relazione e in conflitto tra loro.

Dunque auspichiamo che questa lotta si esprima in Iran come in ogni altra società e agiamo affinché a prevalere siano le forze più avanzate (e non certo i volenterosi restauratori dell’erede dello Sciah di Persia), ma lasciare che a condizionarne gli esiti siano le ingerenze imperialiste di Usa, Israele e Unione Europea è una opzione che va ritenuta inaccettabile e in quanto tale respinta.

È questo il motivo per cui non ci troverete mai nelle piazze insieme a chi vuole apertamente rovesciare solo un regime in un paese indipendente, destabilizzarlo come avvenuto in altri paesi in tutta la storia recente, riconsegnarlo alle multinazionali e alla longa manu israeliana in Medio Oriente. Al contrario saremo in piazza senza esitazioni contro ogni aggressione militare imperialista.

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18/01/2026

Nemmeno noi siamo immuni al razzismo sull’Iran

In queste ore convulse si dice tutto ed il contrario di tutto sull’Iran. Fermo restando sia lo strangolamento economico che sta subendo il Paese dalle sanzioni, nonché dall’esplosione del cambio col dollaro, sia quanto scritto nel mio reportage di un anno fa nel quale riportavo vari aspetti della vita economica e di costume del Paese, compresi quelli della condizione femminile.

Nell’articolo di Contropiano, Iran: il prezzo della Resistenza, già notavo un peggioramento delle condizioni del Paese rispetto al mio precedente viaggio. Ma riportavo anche elementi di propaganda occidentale grossolanamente falsi (hijab, condizione femminile, intolleranza religiosa, divieti di canto e ballo, povertà, infrastrutture fatiscenti, cultura oscurantista).

Molta di questa propaganda la vedo ahimè riportata pari pari nei comunicati di tanti compagni e nel loro approccio all’Iran.

La propaganda imperialista è introiettata così fortemente da chiamare ostinatamente “dittatura” un Paese a sistema multipartitico (6 candidati alle ultime elezioni con un’affluenza alle urne simile a quella dell’Italia ed un’alternanza di governo reale), in cui il “dittatore” sarebbe Khamenei. Nei documenti dei diversi comunisti italiani ci sono vari richiami alla “brutalità della repressione” nonché agli immancabili luoghi comuni sulla condizione femminile. Sull’ultima questione non tornerò, credo di essermi già espresso abbondantemente nell’articolo già citato.

Sul resto vado brevemente, perché non è tanto importante “smontare” quello che si dice ma chiarire perché lo si dice.

Nella politica in Iran la religione conta molto. Conta quanto in Italia nei quarant’anni di democrazia Cristiana. Khamenei ha un ruolo importante nell’ancoraggio internazionale e nella “fedeltà” ai valori costituzionali. Ma non più importante – per esempio – di quello che fu il ruolo di Giorgio Napolitano in Italia.

Volendo fare un confronto istituzionale, gli “Ayatollah” svolgono grosso modo il ruolo della Corte Costituzionale in Italia. Ma nessuno in Italia si sognerebbe di dire che l’Italia è una dittatura della Corte Costituzionale perché ha il potere di annullare le leggi se incompatibili con la Costituzione (magari qualche ultrà dell’attuale governo lo pensa, ma per ora non osa dichiararlo in pubblico...).

Ma “noi” – italiani e diversamente comunisti – lo diciamo dell’Iran. Perché sostanzialmente abbiamo introiettato il quadro ideologico e valoriale della globalizzazione, anche se la combattiamo aspramente nei suoi effetti pratici “locali”. Chi altrove vi resiste e non si piega deve per forza essere legato a “valori arcaici”, ancestrali: la Patria, la Sovranità. Valori superati e cancellati in Europa per favorire il processo di integrazione europea. Valori addirittura “barbarici”, nel caso si professi anche una religione diversa da quella dominante da queste parti.

Per esser chiaro. Non si mette qui in discussione il fatto che la repressione iraniana sia stata pesante e indiscriminata. Nessuno pensa che la linea politica iraniana sia totalmente condivisa, e non solo per motivi religiosi, dato che è appoggiata anche da laici antimperialisti iraniani (che i novantenni reduci del 1979 abbiano fatto il loro tempo è opinione diffusa, ed in maggioranza si chiede un ricambio generazionale).

Si definisce il “regime degli Ayatollah” quale “odioso ed antipopolare” e quindi capace di qualsiasi nefandezza perché espressione di un popolo “non europeo” e dunque incapace di esprimere uno Stato di Diritto, una magistratura indipendente, trattamenti umani dei detenuti e di chi manifesta contro. Chi ha sparato in questi giorni, per tutti, compresi i nostri “antimperialisti”, lo ha fatto esclusivamente per impedire le manifestazioni. “Tu manifesti, io sparo”. Non c’è molta differenza con quanto dice la tv o il duo Corriere-Repubblica... 

Peccato che lo stesso Donald Trump abbia detto pubblicamente che la polizia iraniana ha risposto al fuoco e che il Mossad abbia rivendicato davanti a tutto il Mondo la propria presenza attiva in piazza. I numeri della repressione presi in considerazione sono quelli di “BBC Persia”, che ovviamente sa tutto con precisione... da Londra e con le “comunicazioni bloccate”.

12.000 morti. Destinati a salire sui giornali in un’asta al rilancio (qualcuno è arrivato a 20.000, chi offre di più?). L’idea dei media imperialisti è quella di dare supporto matematico e scientifico al “né né” (Israele ed Iran). Non si racconta delle perdite nelle forze di sicurezza iraniane. Ma poco importa: “è noto” che vi è totale “sprezzo della vita umana” da parte delle autorità di Tehran, perché espressione di una “cultura inferiore” ed incapace di produrre un pensiero e dunque una società complessi.

La narrazione corrente è quella di “barbari feroci”. Tutte le volte che i popoli asiatici (arabi, iraniani, ma anche russi) hanno reagito infatti è stato sempre evocato lo stupro. Poiché quella è, nella retorica della propaganda, la barbarie massima che taglia la testa al toro. Un uomo incapace di controllare le sue pulsioni bestiali ma capace di avere un’erezione anche davanti ai cadaveri sventrati. Una bestia che magari si eccita all’odore della morte.

La globalizzazione e l’imperialismo vincono nelle coscienze occidentali anche per questo: perché riescono a lasciare persino nei propri oppositori la sensazione di essere gli unici esseri realmente umani che abitano la Terra. Non c’è possibile alternativa a “noi”. O meglio: non c’è alternativa esistente, applicata, accettabile. Quella che c’era è morta “sotto i suoi fallimenti” e non deve tornare più. La Russia, la Cina, l’Iran sono regimi “brutali”. Non c’è altro da sapere...

In realtà l’unico problema è che non c’è più un Paese ricco di risorse, inattaccabile militarmente ed avanzato tecnologicamente che sia definibile del tutto “socialista”. La stessa Cina è nei BRICS+, ma commercia ancora in dollari (anche se sempre meno). La Russia non vede l’ora di tornare a fare affari in Europa, e questo forse la frena anche sul campo di battaglia. Non preme sull’acceleratore, non vuole rompere completamente. Il Venezuela non ha assistenza tecnologica e capacità militari adeguate alla sfida... ed in qualche modo ha anche mostrato che la dottrina della “guerra popolare di lunga durata” è superata in un mondo in cui ti colpiscono mentre stai dormendo a casa tua a 2000 km di distanza.

Neanche l’Iran è “socialista”, ma ha risorse, energia, tecnologia, popolazione istruita (tre volte le donne laureate rispetto all’Italia, con buona pace delle influencer nostrane), una forza militare commisurata alla difesa del territorio ed all’intervento nella regione e soprattutto a favore della Palestina. È un Paese con un’economia molto nazionalizzata, che punta all’“autosufficienza della rivoluzione (islamica)”, con un’industria estrattiva pubblica ed un welfare che – rispetto a quello residuo in Italia – può essere tranquillamente definito “generoso”. Non esattamente “antipopolare”, quindi.

Ma ha un difetto capitale: è un’economia capitalista che compra ancora in dollari. E questo impoverisce la popolazione ad ogni incremento del dollaro rispetto al rial. La gente ha ragione a scendere in piazza per un improvviso deprezzamento dei salari pari a quello avvenuto in Italia con il passaggio dalla lira all’euro.

Sanzioni e dollaro. Queste le ragioni delle giuste proteste che però non possono trovare risposte nel gruppo dirigente iraniano (tanto meno dell’imperialismo) che potrebbe fare solo 3 cose:
- Resistere all’imperialismo: sostenendo la linea politica attuale e perdendo potere di acquisto (ma mantenendo comunque uno standard di vita e di lavoro di assoluto livello nell’area mediorientale).
- Arrendersi e lasciare il potere ad un fantoccio dell’Occidente, facendo piombare le classi popolari nella fame. 
- Provare a trattare con gli USA e mettere sul piatto il disarmo, dando il via libera ad un’invasione.

Fare la “Dittatura del Proletariato” non è al momento un’ipotesi sul tavolo (la “soluzione” che traspare da certi comunicati “ultra-comunisti” italiani...).

L’unica possibile alternativa sono i BRICS+, che l’Iran sta già percorrendo. E che a mio modesto avviso rappresentano l’orizzonte di mercato alternativo per chiunque non voglia sottostare ai diktat di NATO ed UE, Italia inclusa. Conditio sine qua non, liberarsi una volta per tutte dai residui coloniali. E non solo in Iran...

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17/01/2026

Il falso dilemma iraniano

Ora che il pericolo di un attacco statunitense contro l’Iran sembra momentaneamente scongiurato, dovremmo raccogliere le idee e riesaminare i termini della questione.

Guardiamo come l’opinione pubblica occidentale si rivolge all’Iran, o come si è rivolta a qualsiasi altro dei Paesi attaccati militarmente dall’Occidente negli ultimi 35 anni: Iraq, Serbia, Afghanistan, Siria, Libia, Venezuela.

Nella sua sfera comunicativa, l’occidentale medio si esprime come se la sua superiorità morale gli conferisca il diritto di pronunciarsi sul rovesciamento di qualsiasi governo estero (non occidentale) che, per qualche motivo, non lo soddisfi. Per il benpensante occidentale, chi rompe un vaso nella sua città è un “terrorista”, ma chi spara alla polizia in Iran è un “eroe della libertà”.

Questo atteggiamento, purtroppo, fa breccia anche a sinistra. Per anni abbiamo denunciato il genocidio del popolo palestinese, invocando il rispetto del diritto internazionale calpestato da Israele. Ma, evidentemente, anche a sinistra qualcuno ritiene che il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” e che quindi sia legittimo invocare, auspicare, appoggiare il rovesciamento della repubblica islamica.

Per quanto riguarda la sinistra radicale, l’interventismo si radica nell’esaltazione del conflitto, che è parente stretta dell’esaltazione della guerra. Se il popolo iraniano scende in strada e si rivolta contro il suo governo, come potremmo noi rivoluzionari non appoggiarlo fino alle estreme conseguenze, visto che vorremmo rovesciare tutti i governi della Terra?

Ma le rivolte non sono né necessarie né sufficienti per una trasformazione progressiva della società. Le rivolte esplodono per una varietà di cause legittime, e nella maggioranza dei casi si concludono con esiti disastrosi per i Paesi coinvolti, allontanando di decenni quegli obiettivi di progresso che esse stesse auspicavano.

Le “primavere” arabe del 2011 sono nate come rivolte per il pane e sono finite in un nulla di fatto o, peggio ancora, in guerra civile. I paesi coinvolti si sono ritrovati ulteriormente impoveriti, se non distrutti, e privi di prospettive di sviluppo, mentre l’Occidente è passato all’incasso.

Oggi, intravede l’opportunità di rafforzare le proprie posizioni nell’area, installando nuovamente in Iran lo Scia. Purtroppo, si tratta di una prospettiva molto più concreta di quella, molto fantasiosa, che dall’estrema sinistra auspica che la repubblica islamica possa essere sostituita da un regime anticapitalista.

Se il popolo si ribella, si dice giustamente, è perché i suoi diritti sono calpestati. Sì, ma da chi? Il diritto allo sviluppo e ad un minimo di sicurezza economica di milioni di iraniani sono negati principalmente da un regime sanzionatorio criminale, adottato dall’Occidente dopo avere unilateralmente abbandonato l’accordo sul nucleare siglato nel 2015.

Per spezzare il vortice tra crisi economica, instabilità e repressione che sta strangolando l’Iran e aprire una prospettiva nuova serve la cancellazione delle sanzioni, la distensione dei rapporti diplomatici e il rafforzamento delle relazioni economiche, ovvero l’opposto di quello che sta facendo l’Occidente.

L’economia iraniana deve essere sostenuta, non affossata, se vogliamo che le contraddizioni sociali di quel Paese possano essere affrontate e risolte in modo costruttivo dagli iraniani stessi, senza interferenze esterne. Questo potrà avvenire se il resto del mondo si comporterà in modo amichevole e rispettoso verso il popolo iraniano, la sua cultura e le sue istituzioni, richiamando pacificamente tutte le componenti politiche e sociali iraniane al rispetto reciproco e alla soluzione dei problemi attraverso il dialogo.

L’alternativa è cadere in un vortice di violenza, repressione e guerra sempre più drammatico, che rischia di travolgere l’intera regione.

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