Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026

La sentenza della Corte europea che sfida il cappio delle sanzioni Usa

Essere sottoposti a sanzioni dagli Stati Uniti e finire iscritti nelle famigerate “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac) non autorizza in alcun modo le banche europee a negare automaticamente a un potenziale correntista l’apertura di un conto senza aver prima svolto un’accurata valutazione individualizzata del presunto rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea (quarta sezione) con una storica sentenza dell’11 giugno di quest’anno sul caso di L.H. (le iniziali della persona coinvolta) contro una banca slovena.

Largamente ignorato nel dibattito pubblico, il pronunciamento dà ragione a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, colpita nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump, e in particolare dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, perché rea – lei che è incensurata – di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione e università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio.

Albanese è stata inclusa in un draconiano pacchetto di sanzioni introdotto nel febbraio 2025 tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump e indirizzato contro la Corte penale internazionale (Cpi). I giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Ofac e sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale in pugno a Washington, finendo condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, considerato un “target” dal duo Trump-Rubio).

Proprio un anno fa, nel settembre 2025, la Relatrice speciale ha denunciato in Senato gli impatti materiali di queste sanzioni, segnalando di non aver potuto aprire un conto in Italia nemmeno con Banca Etica. La sovranità economica e finanziaria dell’Unione europea ne è uscita a pezzi. Il Governo Meloni non ha mai proferito una parola in sostegno di una cittadina messa nel mirino e si è ben guardato dal chiedere alla Commissione von der Leyen di attivare uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti delle sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Ovvero il Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).

Come abbiamo già scritto su Altreconomia, l’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale? La Commissione europea ha fatto il morto e così il governo italiano. Stendiamo un velo pietoso sulla Banca d’Italia, che a precisa richiesta si è sempre rifiutata di esplicitare il proprio punto di vista.

Il nodo è senza dubbio istituzionale ma le singole banche potrebbero giocare un ruolo determinante. Nel marzo 2026, durante un webinar organizzato dal gruppo dei dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina, la Relatrice Albanese si è detta delusa da Banca Etica: “In fin dei conti nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”. Ne è scaturito un acceso confronto in diretta con il direttore di Banca Etica, Nazzareno Gabrielli, che si è difeso dalle accuse di lassismo sostenendo di non voler esporre il proprio istituto a una “multa da un miliardo di euro” qualora avesse violato le sanzioni statunitensi. “Gli operatori finanziari – ha dichiarato – non hanno alternativa”.

Per Albanese quell’incubo non è ancora finito. Rimossa dalla “Specially designated nationals and blocked persons list” dell’Ofac il 20 maggio dopo una sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato a lei ragione e torto a Trump, è stata nuovamente iscritta appena una settimana più tardi. Motivo? L’amministrazione ha fatto appello e ha rivendicato il diritto a riattivare sanzioni evidentemente illegali, punitive e peraltro rivolte contro una persona che non ha commesso alcun crimine.

In questo quadro di violenza e prevaricazione precipita la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 giugno sul caso L.H. contro la banca slovena Otp banka. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2017, quando il ricorrente tenta senza successo di pagare a una stazione di benzina di Lubiana attraverso il conto della moglie, aperto presso la banca Otp. L’istituto di credito lo rimbalza e nella lettera relativa al blocco adduce presunti obblighi di legge in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Tra queste misure, sostiene la banca, ci sarebbe anche il rispetto delle restrizioni imposte dall’Ofac statunitense. L.H. non ci sta e sfida il sistema. Prima fa causa per il blocco del pagamento e poi, nel marzo 2022, chiede direttamente alla Otp di aprire a nome suo, nemmeno della moglie, un conto di pagamento “base”. Presenta il documento di identità ma l’istituto si rifiuta, negandogli anche una motivazione scritta.

La palla finisce al Tribunale cantonale di Maribor, il quale sospende il procedimento e spedisce gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue, sottoponendole quattro questioni fondamentali. La prima: chiarito che la Procura generale specializzata della Repubblica di Slovenia aveva archiviato già nel 2015 la causa che aveva portato all’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di L.H. e che questo “non è stato condannato in alcun’altra parte del mondo per il reato a causa del quale il suo nome è inserito nell’elenco dell’Ofac”, possono gli Stati membri dell’Ue imporre alle banche di respingere la richiesta di aprire un conto solamente sul mero inserimento nelle liste Ofac? Se sì, c’è un’eccezione se il potenziale correntista non risulta condannato da nessuna parte per il reato contestato? E poi: negare il diritto fondamentale a un conto in banca solo sulla base delle liste Ofac viola il diritto alla presunzione di innocenza? E negare l’apertura del conto a un incensurato che viene infilato nelle liste Ofac calpesta il diritto alla presunzione di innocenza?

I giudici europei sono stati netti e silenti allo stesso tempo. Netti perché hanno chiarito che la normativa europea (Direttive 2014/92 e 2015/849) “non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato”. E poi perché hanno sottolineato che il presupposto di un “approccio basato sul rischio” è una “adeguata verifica della clientela”, con il “ricorso all’adozione di decisioni basate su prove”. Le liste Ofac sono quindi descritte come un possibile “fattore di rischio” da incrociare però con l’applicazione di “misure rafforzate di adeguata verifica”. Senza quella ponderazione tutto cade. La nettezza, però, finisce qui, perché la Corte ha ritenuto di non dover rispondere alle altre tre questioni formulate dai giudici sloveni “in quanto esse sono state sollevate solo nell’ipotesi in cui la risposta alla prima (l’automatismo del blocco, ndr) fosse stata affermativa”.

Resta quindi una controproducente cortina di incertezza su quello che è uno dei più grandi scandali economici e finanziari: un gruppo di potere al governo di un Paese terzo che tenta illegalmente di spezzare la schiena di chi osa dire, in maniera documentata e da posizione autorevole, che il re è nudo e che artefici e complici del genocidio in Palestina hanno nome, cognome, codice fiscale e partita Iva. Questo è un conto che rimane aperto.

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12/07/2026

L’israelizzazione che reprime anche l’Italia

Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.

Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.

Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.

“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.

Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.

Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.

Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.

La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.

Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.

Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.

Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.

La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?

Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.

Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.

La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.

Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.

Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.

È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.

Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.

Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.

La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.

Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.

La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.

Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.

Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno  all’università delle norme?

Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?

Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.

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15/05/2026

USA - Un giudice sospende le sanzioni contro Francesca Albanese

Un giudice federale di Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contro Francesca Albanese, la giurista italiana, una delle voci più dure contro la distruttiva offensiva di Israele che ha fatto decine di migliaia di morti a Gaza tra il 2023 e il 2025 e contro l’impunità garantita dagli Stati Uniti al loro alleato mediorientale. La decisione del giudice distrettuale Richard Leon rappresenta una battuta d’arresto significativa per la Casa Bianca e riapre il dibattito sui limiti dell’uso delle sanzioni come strumento politico contro funzionari e organismi internazionali.

Le misure adottate dall’amministrazione Trump impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di aprire conti bancari nel paese. Un provvedimento che, secondo la relatrice speciale delle Nazioni Unite, aveva effetti concreti e pesanti sulla sua vita quotidiana. Nel ricorso presentato lo scorso febbraio, il marito e la figlia di Albanese, cittadina statunitense, avevano denunciato che le sanzioni stavano “di fatto privandola dell’accesso ai servizi bancari” e rendendo quasi impossibile affrontare le necessità quotidiane.

Alla base dello scontro vi sono le posizioni espresse da Albanese sul conflitto israelo-palestinese. La relatrice ONU ha raccomandato alla Corte penale internazionale di avviare procedimenti per crimini di guerra contro cittadini israeliani e americani coinvolti nelle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Accuse che avevano provocato la dura reazione dell’amministrazione Trump e di ambienti statunitensi vicini a Israele.

Nella sua ordinanza, il giudice Richard Leon ha affermato che il fatto che Albanese viva fuori dagli Stati Uniti non annulla le tutele garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Secondo il magistrato, vi sono elementi sufficienti per ritenere che l’amministrazione abbia cercato di limitare la libertà di espressione della funzionaria ONU a causa del “messaggio o delle idee espresse”. Una formulazione che colpisce direttamente il cuore politico della vicenda e che potrebbe avere conseguenze più ampie sui rapporti tra Washington e le istituzioni internazionali.

Albanese ha accolto la decisione come un primo passo importante ma ha insistito sul carattere politico delle sanzioni. A suo giudizio, le misure adottate dagli Stati Uniti fanno parte di una strategia più ampia volta a indebolire i meccanismi di responsabilità internazionale e a scoraggiare le indagini sui possibili crimini commessi nei territori palestinesi occupati.

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28/02/2026

Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni

Una figura di merde per Parigi e una sconfitta per Israele. La Francia alla fine ha dovuto ritirare la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese.

Contrariamente agli annunci fatti nelle scorse settimane in parlamento dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi nel corso del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu che si è tenuto nei giorni scorsi a Ginevra. Parigi, ha optato alla fine per un semplice richiamo.

Il governo francese, dopo aver montato un caso inesistente e utilizzato un video manipolato da una associazione israeliana sulle parole di Francesca Albanese ad un forum su Al Jazeera, deve essersi reso conto che chiedendo formalmente all’Onu la rimozione di Francesca Albanese rischiava di cadere nel ridicolo e di aprire una battaglia da cui sarebbe uscita con le ossa rotte. Sull’incarico della Relatrice speciale dell’Onu si sarebbe creato di fatto un confronto/scontro tra Paesi europei – e neppure tutti, perché la Spagna avrebbe probabilmente votato contro – e i paesi del Sud globale, da cui numeri alla mano sarebbero usciti vincitori questi ultimi che sostengono invece la Relatrice speciale dell’ONU. La richiesta di rimozione di Francesca Albanese della Francia aveva trovato il sostegno dei governi di Italia, Estonia, Lettonia, Paesi Bassi, Ungheria ma era evidente che non sarebbe passata. In Europa c’è servilismo verso Israele, nel resto del mondo molto meno. 

Il Comitato ONU del resto aveva già respinto la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese parlando di “attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni”.

“Invece di chiedere le dimissioni della signora Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti del Governo dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele”, avevano scritto gli esperti dell’Onu.

Ma la famiglia di Francesca Albanese, giustamente, è passata anche all’offensiva facendo causa a Trump e a diversi alti funzionari dell’amministrazione Usa per le sanzioni emesse contro la Relatrice speciale dell’Onu.

Dopo un anno di sanzioni, conti bloccati, killeraggio economico feroce e inumano l’impossibilità persino di offrirle un caffè, il marito di Francesca Albanese Massimiliano Cali e il figlio della relatrice per i territori palestinesi occupati hanno deciso di portare in tribunale l’uomo più potente del mondo per avere giustizia e tornare ad avere una vita normale.

La famiglia allora si è presentata al Tribunale distrettuale di Columbia e ha messo nero su bianco le violazioni dei diritti garantiti dal primo, quarto e quinto emendamento.

Lo hanno accusato di aver sequestrato i suoi beni senza alcun processo né possibilità di difesa.

In una parola: la famiglia Albanese ha dichiarato quelle sanzioni “incostituzionali”. 

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14/02/2026

Italia e Germania, complici del genocidio, convergono nell’attacco a Francesca Albanese

Prima la Francia, poi Germania e Italia ossia i due paesi europei che dopo gli USA sono i maggiori fornitori di armamenti a Israele e i suoi migliori alleati in Europa, si sono coalizzati a Parigi nel chiedere la testa di Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite che da due anni e mezzo documenta e denuncia sistematicamente i meccanismi concreti e le complicità nel genocidio in corso contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Non poteva mancare al pagamento dell’ennesima cambiale con Israele e adesso anche il governo italiano si è unito a quello di Francia e Germania agli attacchi contro Francesca Albanese.

“Le posizioni di Francesca Albanese nel suo ruolo di relatrice speciale dell’Onu non rispecchiano quelle del governo italiano”, ha scritto il ministro degli Esteri Tajani su X. “I suoi comportamenti, le sue affermazioni e iniziative non sono adeguate all’incarico che ricopre all’interno di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite”, ha aggiunto Tajani accodandosi, di fatto, alla richiesta di defenestrazione dell’Albanese dal suo incarico istituzionale.

Dopo la Francia, anche la Germania aveva chiesto ieri le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu per le sue parole contro il sistema “nemico comune dell’umanità” che ha probabilmente colpito nel segno quei governi che più di altri sono stati complici del genocidio dei palestinesi.

“La signora Albanese si è già permessa in passato numerose uscite fuori luogo. Condanno le sue recenti dichiarazioni su Israele: non può ricoprire questo incarico”, ha scritto su X il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. Il ministro tedesco, così come Tajani, omettono di rammentare – o magari temono di farlo – che i due governi sono accusati di complicità di genocidio con Israele in due esposti presentati alla Corte Internazionale da parte di giuristi in Germania e Italia.

La Francia chiederà ufficialmente le dimissioni di Francesca Albanese durante la prossima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite prevista per il 23 febbraio.

C’è da augurarsi che un mondo più vasto dei soli governi europei non consenta questa vergognosa operazione in sede di Nazioni Unite. Israele non merita di poter festeggiare questo esito, non certo dopo quello che ha fatto a Gaza.

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13/02/2026

La Francia si allinea al progetto genocidiario israeliano

La relatrice Onu per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese è nuovamente sottoposta ad attacchi vergognosi, questa volta orchestrati dal governo francese, e prontamente cavalcati indegnamente da tutta la destra italiana, tutti uniti nel chiederne la “testa” e le dimissioni dall’Onu.

Ad essere prese a pretesto questa volta sono le parole definite “gravissime”, “vergognose”, addirittura “antisemite” (un accusa trita e ritrita usata a mo’ di anatema) che Francesca Albanese avrebbe pronunciato nel suo ultimo discorso di sabato scorso al forum organizzato da Al-Jazeera.

Se solo avessero avuto l’onestà di ascoltare il discorso integrale, avrebbero potuto rilevare che Francesca Albanese non ha detto nulla che non sia assolutamente condivisibile.

Ha ribadito che il genocidio a Gaza non è ancora finito, anzi, ora è ancora più pesante.

Ha smascherato le finte tregue e la pace inesistente del cosiddetto Piano Trump per Gaza.

Ha elencato le molteplici violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

Ma ha soprattutto denunciato il silenzio e la complicità di quasi tutti i governi occidentali, e qui ha evidentemente pestato la coda del serpente facendo scattare la reazione del governo francese.

Di tutto il suo intervento, inattaccabile in tutti i passaggi, hanno estrapolato solo quattro parole, cioè quando ha parlato di “Nemico comune dell’Umanità” ma senza citare Israele e indicando come questo sia piuttosto l’inerzia e il silenzio verso il genocidio.

Francesca Albanese ha detto testualmente:
“Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, copertura politica, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocida è una sfida. E allo stesso tempo, è anche un’opportunità.
Se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo – noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune, e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l’ultima strada pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riguadagnare la nostra libertà”.
Quello di Francesca Albanese è stato dunque un discorso difficilmente equivocabile.

Il “nemico comune” di cui parla nel suo intervento non viene indicato in Israele in quanto tale, ma negli stessi che oggi la accusano, in totale malafede, di antisemitismo perchè Francesca Albanese sono mesi che gli mette davanti agli occhi le loro responsabilità.

Esprimiamo dunque la nostra totale solidarietà a Francesca Albanese, per quello che ha detto e per quello che ha fatto negli ultimi tre anni.

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15/12/2025

Valditara e la destra scatenati contro gli incontri con Francesca Albanese nelle scuole

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha chiesto agli organi competenti del ministero di avviare una immediata ispezione per verificare quanto accaduto in alcune scuole in Toscana dove Francesca Albanese – che fino a prova contraria è la relatrice speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi occupati – ha tenuto incontri durante l’orario scolastico in due istituti scolastici.

Il Ministro ha dichiarato di aver letto su organi di stampa che la relatrice avrebbe rilasciato dichiarazioni che, se comprovate, potrebbero costituire ipotesi di reato. In realtà erano stati alcuni articoli su Il Giornale e la stampa di destra e poi alcuni parlamentari della destra a sollevare la questione.

Un deputato di Fratelli d’Italia, Alessandro Amorese, ha presentato un’interrogazione alla Camera sulla vicenda contestando che la formazione scolastica non viene arricchita da chi “di mestiere professa il pensiero unico”.

A fargli da sponda erano arrivati anche il deputato della Lega Rossano Sasso e l’europarlamentare della Lega, Susanna Ceccardi, ha attaccato l’iniziativa definendola “orribile” per le modalità adottate, si tratta della stessa eurodeputata leghista che nei giorni scorsi ha alzato una cagnara contro l’introduzione dell’hummus (la squisita, nutriente ed economica crema di ceci) nei menù delle mense scolastiche perché è un piatto “straniero” o forse proprio perché è un piatto palestinese e arabo.

Gli incontri nelle scuole rientrano nel progetto “Palestina racconta”, organizzato dalla rete Docenti per Gaza, dedicato alle tematiche tratte dal libro “Quando il mondo dorme” di Francesca Albanese. Gli studenti devono compilare un modulo per inserire i quesiti da sottoporre alla relatrice ONU che interviene in video-collegamento e non di persona.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, è subito intervenuto a gamba tesa contro il progetto chiedendo agli organi competenti di avviare una “immediata ispezione per verificare la realtà dei fatti e l’eventuale responsabilità di organi scolastici” facendo riferimento ai due istituti scolastici dove Francesca Albanese, ha tenuto degli incontri.

“Leggo su organi di stampa che in alcune scuole toscane una relatrice, invitata durante l’orario scolastico a intervenire su fatti di attualità, avrebbe rilasciato dichiarazioni che, se comprovate, potrebbero costituire ipotesi di reato”, ha sostenuto Valditara.

I Docenti per Gaza, l’USB-Scuola e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, hanno invece difeso l’iniziativa richiamando l’articolo 13 del Testo Unico sulla Scuola. La norma stabilisce che le assemblee studentesche sono occasione di partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società.

Lo stesso articolo consente la partecipazione di esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici nelle assemblee di istituto. Francesca Albanese, con il suo curriculum accademico e la carica istituzionale di Relatrice Speciale ONU, è pienamente titolata ad essere ammessa come esperta.

Qui di seguito trovate i comunicati dei Docenti per Gaza, USB -Scuola della Toscana e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

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Comunicato dei Docenti per Gaza sulla partecipazione delle scuole al webinar con Francesca Albanese

Nei giorni 4, 9 e 10 dicembre 2025, la Relatrice speciale ONU per il Territorio palestinese occupato Francesca Albanese ha incontrato numerose scuole (un totale stimato di quasi 12 mila studentesse e studenti) per presentare il suo libro Quando il mondo dorme. Storie, parole, ferite della Palestina, e attraverso di esso presentare le storie di persone comuni – rifugiati, attivisti, intellettuali, bambini – che hanno in qualche modo segnato il suo personale cammino professionale e soprattutto umano.

Sulla scia del suo primo webinar del marzo 2025, reperibile sul nostro sito, che ha riscosso grande successo, e su richiesta di numerosi docenti, abbiamo pensato di riproporre una nuova serie di incontri da remoto nell’ambito del nostro progetto “Palestina racconta”.

Si spiega da sé, visto il suo ruolo nella difesa dei diritti umani, il grande valore didattico che l’incontro con la Relatrice ha avuto: alle classi, infatti, è stato possibile spiegare quanto sta avvenendo nei Territori Occupati e a Gaza dal punto di vista del diritto internazionale. La presentazione del suo libro, infatti, ci è sembrata il modo migliore per introdurre una riflessione sui diritti umani nelle classi, tema centrale nella didattica trasversale di Educazione civica.

Quando il mondo dorme è un libro testimonianza in cui le parola viene data, tra gli altri, proprio a ragazzi e ragazze palestinesi, che ci spiegano cosa significhi vivere sotto occupazione e sotto i bombardamenti. Il titolo stesso rimanda all’indifferenza del mondo, soprattutto occidentale, che girandosi dall’altra parte, non tende la mano a chi è vittima della violenza di uno dei più forti eserciti al mondo.

Pertanto, l’incontro di Albanese con le classi non può ritenersi strumentale a nessuna propaganda e a nessuna ideologia, come invece è stato descritto da alcuni esponenti politici, ma è funzionale all’acquisizione di informazioni e conoscenze riguardo fatti di attualità e allo sviluppo di quello spirito critico che la didattica per competenze tanto decantata ha come obiettivo. 

Come segnalato dalla scheda progetto presente sul nostro sito e condivisa con il corpo docente interessato, l’incontro si proponeva di raggiungere obiettivi quali la promozione della conoscenza della cultura e della storia palestinese, superando stereotipi e pregiudizi, stimolare e valorizzare la lettura, come valido strumento di auto narrazione e testimonianza, favorire il dialogo interculturale e la cittadinanza attiva, creando uno spazio di confronto aperto e costruttivo su temi fondamentali come i diritti umani, la decolonizzazione del pensiero occidentale, il razzismo, la resistenza culturale, la solidarietà, promuovendo il rispetto per le diversità e stimolando l’impegno civico su temi di rilevanza globale.

L’incontro, perciò, si inscrive perfettamente nella progettazione didattica delle nostre scuole, rispettando la richiesta di sviluppo delle competenze indicate dalle Indicazioni Nazionali 2012.

Riteniamo che un’iniziativa come questa sia stata demonizzata da una certa parte politica che intende esercitare una censura non solo ideologica, ma di fatto applicabile a qualsiasi ambito della società civile a partire dalla Scuola e dall’Università. Infatti non è la prima volta che noi Docenti per Gaza siamo testimoni, quando non oggetto, di ingerenze e intimidazioni che si declinano con segnalazioni persino anonime agli Uffici scolastici regionali.

Ci chiediamo a questo punto se chi segnala e chi accoglie le segnalazioni sia a conoscenza delle prassi condivise di progettazione didattica, della continuità didattica territoriale e dell’articolo 33 della Costituzione.

Ci chiediamo, inoltre, come sia possibile invocare il contraddittorio davanti a chi rappresenta con carica ufficiale il Diritto internazionale, e se anche in Italia stiamo assistendo alla programmatica demolizione dei principi fondanti del Diritto umanitario.

Come docenti siamo consapevoli di questo rischio, siamo preoccupati per il futuro delle nostre alunne e alunni e siamo determinati a difendere i principi costituzionali oggi sotto attacco, a costruire una società dove non ci sia spazio per discriminazioni e colonialismo.

Dalla nascita della nostra rete nazionale, abbiamo raccolto varie segnalazioni di docenti preoccupati del clima di censura. Questo ennesimo e ultimo caso ci mostra quello che ci aspetta se il DDL Gasparri o il DDL Delrio dovessero diventare legge.

Dunque, condanniamo ogni strumentalizzazione ed esprimiamo solidarietà nei confronti di colleghe e colleghi che hanno fortemente creduto in un incontro di tale spessore didattico, i cui temi sono proprio l’educazione alla pace, al dialogo e alla giustizia, oltre che al rispetto dei diritti umani e che per questo rischiano sanzioni disciplinari ingiustificate.

Esprimiamo solidarietà anche nei confronti dei/delle dirigenti, che sono il primo bersaglio di questo clima di censura.

Esprimiamo solidarietà a Francesca Albanese, nuovamente sotto attacco per il suo lavoro.

Infine, esprimiamo solidarietà a tutto il corpo studentesco coinvolto, sulla cui pelle viene di nuovo fatta propaganda politica e il cui diritto a un’educazione autentica viene nuovamente messo in discussione da una politica che pensa alle nuove generazioni come nuove leve da arruolare nelle guerre che verranno/vorranno.

Le Raccomandazioni del Consiglio Europeo per l’apprendimento permanente definiscono un insieme di competenze essenziali che tutte le persone dovrebbero sviluppare e per l’acquisizione delle quali la scuola è chiamata a operare. Nel quadro delle competenze rientra quella in materia di cittadinanza che comprende la conoscenza dei valori democratici, dei diritti e dei doveri civici; l’abilità di partecipare attivamente alla vita collettiva e alle dinamiche sociali; l’adozione di comportamenti responsabili e inclusivi in una società democratica.

12 Dicembre 2025

n.b. Nella vicenda relativa all’intervento censorio del Ministro Valditara che chiede ispettori nelle scuole per i webinar con la Relatrice Francesca Albanese, bisogna riflettere sul fatto che la Relatrice non è l’unica destinataria di misure repressive ma è anche il sistema scolastico italiano, la Scuola intesa come (ultimo) spazio in cui fare esercizio e applicazione di regole e principi di Democrazia.

Quindi estendiamo la solidarietà agli Studenti, ai Dirigenti, ai Docenti che hanno richiesto e organizzato questi incontri.

Docenti per Gaza

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Il comunicato dell’Usb-Scuola. Il Governo attacca ancora una volta la libertà di formazione e insegnamento: Valditara vuole ispezioni punitive in Toscana!

USB Scuola esprime ferma condanna per l’iniziativa del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara che ha annunciato l’avvio di ispezioni nelle scuole della Toscana in seguito a due incontri svolti durante l’orario scolastico con la relatrice speciale ONU Francesca Albanese.

Tutto è partito da un’interrogazione alla Camera del deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Amorese, che ha contestato che la formazione scolastica non verrebbe arricchita da chi “di mestiere professa il pensiero unico”. Il parlamentare ha definito il webinar come un’iniziativa dal “sapore dell’indottrinamento senza contraddittario e senza confronto”.

Rispondiamo in maniera molto chiara alle parole di Amorese e alla scelta di Valditara di avviare le ispezioni: sulla guerra, sul riarmo, sul genocidio in Palestina noi di USB vogliamo seguire il pensiero unico, vale a dire quello per la pace, in linea con l’art.11 della nostra Costituzione, di denuncia del genocidio del popolo palestinese e di contrasto netto contro le politiche di riarmo.

La mossa del Ministro Valditara, oltre a configurarsi come un atteggiamento politico di intimidazione nei confronti di scuole, docenti e studentesse/studenti, rappresenta un chiaro tentativo di controllo ideologico degli spazi educativi pubblici.

Non si comprende quale sia l’elemento di reato concreto che giustifichi siffatte ispezioni, se non la volontà di punire idee e contenuti giudicati scomodi dal Governo. La scelta di leggere come sospette e potenzialmente criminali delle attività di approfondimento su temi di attualità internazionale è un attacco alla libertà di insegnamento e di discussione democratica nelle scuole italiane.

USB Scuola Toscana rivendica con forza che:

- la scuola è luogo di formazione critica, non di censura preventiva;

- gli insegnanti non sono funzionari di un Ministero da interrogare, ma di lavoratrici e lavoratori responsabili della formazione dei giovani;

- le studentesse e gli studenti devono poter confrontarsi con approfondimenti, pluralismo di idee e conoscenze, non con moduli di domande precensurate da uffici di governo;

- il Governo italiano deve interrompere ogni rapporto politico, economico e diplomatico con lo Stato genocida d’Israele.

Questa operazione ispettiva appare un colpo di mano politico per imbavagliare dibattiti e contenuti culturalmente significativi, sotto la scusa di “verifiche ministeriali”. Ci opporremo frontalmente a ogni forma di controllo autoritario sulle pratiche didattiche e all’escalation di interventi punitivi per difendere la scuola pubblica statale come spazio di libertà, pluralismo e democrazia.

USB Scuola – Toscana

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Osservatorio condanna attacchi: “Albanese è esperta titolata, stop ingerenze Lega, FDI e Ministro

L’Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle università esprime ferma condanna per la polemica strumentale sollevata dai due esponenti della Lega, Susanna Ceccardi e Giovanni Pasqualino, in merito all’assemblea di istituto prevista al Liceo Scientifico “Dini” con la partecipazione della dott.ssa Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. A queste sono seguite le accuse false e strumentali del consigliere Bagnoli di Pontedera, già smentite dal corpo docente del Liceo Montale.

Una serie di attacchi scomposti al mondo della scuola portati avanti dalle forze politiche presenti nella maggioranza di Governo, a cui sono seguiti un’interrogazione parlamentare del deputato di Fratelli d’Italia e l’annuncio di ispezioni da parte del Ministro dell’Istruzione Valditara e l’immediata estensione di una nuova circolare di censura, che riprende quella scandalosa del 7 novembre, nei confronti della scuola, qualora fossero trattati “manifestazioni ed eventi riguardanti tematiche di ampia rilevanza politica e sociale”. 

Questo segna l’ennesimo atto di sfiducia del Ministro dell’Istruzione nei confronti del corpo docente e di tutti gli studenti e le studentesse, oltre che una profonda ignoranza nei riguardi del quadro normativo che regola la vita scolastica:

L’Art. 13 del Testo Unico sulla Scuola stabilisce che le assemblee studentesche sono occasione di “partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti“. Sono gli studenti e le studentesse, tramite i loro rappresentanti, a scegliere i temi di attualità da discutere, esercitando il loro diritto democratico.

Lo stesso Art. 13, comma 6, consente espressamente la partecipazione di “esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici” nelle assemblee di istituto. La dott.ssa Francesca Albanese, con il suo curriculum accademico e la sua carica istituzionale di Relatrice Speciale ONU, è pienamente titolata ad essere ammessa come esperta. L’autorizzazione, come previsto dalla legge, spetta al Consiglio d’Istituto che rappresenta trasversalmente docenti, studenti, genitori e personale ATA, ovvero tutte le anime del mondo scolastico.

Le accuse di “propaganda unilaterale pro-Pal” e di “giustificazione del terrorismo” mosse dagli esponenti politici non trovano alcun riscontro nel progetto formativo pubblicato.

Obiettivi Didattici Chiari: Il progetto “Quando il mondo dorme” è un’iniziativa dettagliata e strutturata che mira espressamente a: sviluppare il pensiero critico e la capacità di analisi; decostruire stereotipi e narrazioni dominanti; promuovere la conoscenza della storia e della cultura palestinese; educare all’empatia e alla responsabilità etica.

L’iniziativa si inserisce perfettamente all’interno delle linee guida dell’Educazione Civica (Diritti Umani, Diritto Internazionale, De-colonizzazione del pensiero, Dialogo interculturale), fornendo obiettivi formativi e contenuti espliciti, molto più dettagliati e concreti di molte altre iniziative istituzionali.

Se l’obiettivo dell’educazione civica è la conoscenza e la comprensione, l’incontro con una voce esperta che riporta la prospettiva istituzionale e umana della popolazione palestinese costituisce un elemento di arricchimento fondamentale, non di propaganda.

La critica al metodo di raccolta e selezione preventiva delle domande tramite un form ignora la realtà dei seminari online e le esigenze di tutela dell’ambiente didattico e formativo anche per adulti. Questo formato è ormai uno standard tecnico e procedurale in tutti i contesti di seminario o webinar online, inclusi quelli promossi da istituzioni di alto livello.

La selezione preventiva delle domande non serve a “epurare ogni critica,” bensì a garantire il corretto svolgimento dell’incontro e a tutelare l’iniziativa da azioni di disturbo, trolling organizzato o dalla diffusione di messaggi di odio e di apologia (attività che, al contrario, rappresenterebbero una vera e propria “propaganda” contraria ai principi della scuola).

L’Osservatorio invita tutti i dirigenti scolastici e i Consigli di Istituto a respingere queste ingerenze politiche che mirano a limitare la libertà di pensiero e di dibattito nelle scuole.

L’incontro con la dott.ssa Albanese è un atto di formazione culturale e civile, nel pieno rispetto della legge, sicuramente molto più auspicabile ed educativo di tutte le volte che il Ministero con protocolli e atti diramati dai suoi uffici scolastici ha invitato militari di ogni divisa a fare propaganda e reclutamento per la guerra nelle scuole di ogni ordine e grado.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Fonte

02/12/2025

I furbetti della manipolazione e dell’indignazione

In soli tre giorni abbiamo assistito ad un combinato disposto di disinformazione, manipolazione e stigmatizzazione teso a coprire e rimuovere eventi politicamente scomodi per la narrazione dominante.

Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente sull’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’USB e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.

Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.

Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.

Vogliamo cogliere tra l’altro l’occasione per esprimere la nostra solidarietà a Francesca Albanese per i vergognosi attacchi a cui è sottoposta sia da destra che dal mondo PD.

E fin qui siamo nel campo della distorsione e della manipolazione massmediatica funzionale al governo da parte di testate giornalistiche, anche di orientamento diverso, ma che in fondo ne condividono le priorità politiche in politica estera.

Poi però ci sono i furbetti e gli smemorati.

Il terzo caso è quello avvenuto lunedì, con l’enorme rilievo avuto sui mass media, e le puntuali dichiarazioni di tutte le istituzioni e della politica, contro le scritte apparse sulla sinagoga Beth Michael nel quartiere Monteverde di Roma. Il Presidente Mattarella, il presidente del Senato La Russa e tanti altri si sono affrettati a mandare messaggi solidali alla comunità ebraica di Roma.

L’evento, e la spropositata copertura politico-mediatica del fatto, sono intanto serviti a creare una impossibile simmetria nella comunicazione con il pestaggio di alcuni volontari italiani avvenuto in Cisgiordania da parte dei coloni israeliani, un episodio decisamente imbarazzante per il governo.

Ma soprattutto negli articoli sulle scritte comparse sulla Sinagoga quasi tutti si sono dimenticati di un dettaglio che magari andava riportato per completezza dell’informazione.

Proprio dalla sinagoga di Monteverde il 3 ottobre scorso, erano infatti partiti gli squadristi sionisti che avevano aggredito gli studenti del vicino liceo “Caravillani” che stavano tenendo una iniziativa sulla Palestina. In quel caso gli aggressori sono stati riconosciuti, in quanto tutti ben conosciuti e tutti adulti (non ragazzi). In quel caso non si trattava di una scritta sul muro.

Non abbiamo però memoria di telefonate dal Quirinale o dal Senato agli studenti della scuola, o quantomeno alla preside, almeno per stigmatizzare quanto era avvenuto.

Se l’imbrattamento della lapide dedicata al bambino ebreo Stefano Tachè ucciso nel 1982 è chiaramente inaccettabile (i morti vanno lasciati in pace, sempre), la scritta “Monteverde antisionista e antifascista” appare dunque del tutto pertinente al contesto di quanto avvenuto il 3 ottobre scorso.

Infine, e non certo per importanza, l’8 maggio dello scorso anno, la targa affissa dalla facoltà di Fisica della Sapienza a ricordo del rettore dell’università di Gaza Sufyan Tayeh, ucciso dai militari israeliani, era stata vandalizzata e imbrattata con scritte a sostegno di Israele.

Ma anche in quel caso non abbiamo memoria di una telefonata del Presidente della Repubblica o di quello del Senato alle autorità accademiche della Sapienza, o della facoltà di Fisica, per condannare l’oltraggio.

Come avevamo denunciato nei mesi scorsi, gli apparati sionisti e il governo italiano loro complice stanno cercando in tutti i modi di recuperare il terreno perduto a causa della indignazione di massa per il genocidio dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

L’illusione è quella di riportare la narrazione sulla realtà alla situazione precedente al 7 ottobre 2023, quando il controllo e l’egemonia di Israele sull’informazione anche nel nostro paese erano invasivi e totalizzanti.

Questo meccanismo però si è rotto in più punti. La gente manifesta per le strade e riconosce nella causa e nelle bandiere della Palestina un dovere politico e morale di giustizia. E poi, purtroppo e per fortuna, disponiamo di una memoria prodigiosa.

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30/11/2025

100mila persone in piazza mandano un avviso di garanzia al governo


La gente che si era mobilitata a settembre e ottobre riempiendo le piazze per la Palestina non è tornata a casa, al contrario ha rilanciato con due giorni di mobilitazione che hanno indicato come target il governo Meloni per le sue scelte sul riarmo e le spese militari, i bassi salari e il collasso dei servizi pubblici e la complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi.

Se qualcuno voleva trovare una opposizione politica e sociale al governo degna di questo nome, l’ha potuta verificare nello sciopero generale di venerdi e nella manifestazione di ieri pomeriggio con le decine di migliaia di persone che hanno manifestato per le strade di Roma da Porta San Paolo fino a gremire Piazza San Giovanni.

Le fotografie scattate da ogni angolazione durante il corteo e nella piazza finale testimoniano di una mobilitazione di massa pienamente riuscita. L’USB parla di centomila persone e anche questa volta la cifra non sembra andare lontano dalla realtà che abbiamo visto.

La preoccupazione che le telecamere spente su Gaza o la rassegnazione sul ritmo di marcia del governo sulla guerra, il riarmo e le misure antisociali avessero rimandato a casa le persone è svanita mano a mano che il corteo si componeva in tutta la sua potenza. Nel paese c’è un pezzo di società attivo e attivato che attraversa i posti di lavoro come i territori, le scuole come le università e che intende dare battaglia su una piattaforma in cui “tutto si tiene insieme”.

Vedere migliaia di bandiere delle organizzazioni dei lavoratori come USB sventolare insieme a quelle palestinesi, delle organizzazioni studentesche Osa e Cambiare Rotta e di Potere al Popolo, delle tante reti sociali che si sono definite come “equipaggi di terra” della Flotilla come dell’Arci, restituiva non solo un colpo d’occhio straordinario ma anche l’idea di un blocco sociale che tende a riconoscersi e convergere su contenuti avanzati e ben sintonizzati sulle priorità di una agenda politica complessiva.

Alla testa del corteo e sul camion che ospitava interventi e musica era possibile vedere insieme portuali, vigili del fuoco, attivisti e personalità come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Moni Ovadia che hanno dato il loro supporto allo sciopero di venerdì e alla manifestazione di ieri. Un momento emozionante è stato quando all’inizio del corteo l’amplificazione ha diffuso il brano che Roger Waters ha realizzato appositamente per questi due giorni di mobilitazione. Un silenzio quasi irreale che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone.

Altrettanto emozionanti gli interventi finale dal palco mentre la piazza si riempiva. Francesca Albanese, operai dell’Ilva, portuali genovesi, rappresentanti palestinesi, Guido Lutrario di USB, i due portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot con un intervento “a mezzi”, Greta Thunberg, Vincenzo Fullone, i vigili del fuoco, gli studenti, hanno aggiunto valore ai molti interventi che dal camion hanno accompagnato passo passo il corteo fino alla conclusione in Piazza San Giovanni.

A Milano, contemporaneamente alla manifestazione di Roma diverse migliaia di persone, partite da piazza XXIV Maggio ha attraversato la città fino a Piazza Duomo in occasione della Giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese.

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23/11/2025

“Sarò in Italia per sostenere sciopero e manifestazione contro Israele!”

di Chris Hedges

Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.

A meno che non li fermiamo.

Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.

Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.

Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.

Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.

Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.

Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.

Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.

Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.

Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.

Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.

I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.

Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.

Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.

Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.

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08/11/2025

Francesca Albanese a sostegno allo sciopero generale ed alla manifestazione nazionale di 28 e 29 novembre

L'Unione Sindacale di Base ringrazia Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, per il video di sostegno allo sciopero generale e alla manifestazione nazionale a Roma previsti i prossimi 28 e 29 novembre.

Saremo in piazza insieme contro la finanziaria di guerra del Governo e fermare la corsa al riarmo: per fermare le guerre ed il genocidio in Palestina si comincia da qui.

Oltre a Francesca Albanese hanno annunciato la propria presenza in piazza Greta Thumberg, Thiago Avila e altri ospiti internazionali.

Unione Sindacale di Base

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28/10/2025

Il rapporto all’ONU di Francesca Albanese inchioda i complici del genocidio a Gaza

Se il clima di “normalizzazione” imposto dal Piano Trump vorrebbe mettere sotto il tappeto i crimini commessi contro la popolazione palestinese a Gaza, il nuovo rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese non denuncia il genocidio solo come un’azione unilaterale di Israele, ma ne descrive la natura di “crimine collettivo”, reso possibile grazie alla rete di sostegno e complicità da parte di oltre sessanta Paesi. La tesi esposta nel rapporto afferma esplicitamente che senza il sostegno militare, diplomatico, economico e ideologico di Stati terzi, l’operazione israeliana non avrebbe potuto reggere nel tempo.

Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Gli Stati Uniti hanno usato sette volte il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco, coprendo Israele sul piano internazionale. Attorno a Washington si è mossa una costellazione di potenze occidentali — Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Germania e Paesi Bassi — che con astensioni, bozze annacquate e mancanza di volontà politica hanno creato l’illusione di un’azione diplomatica, rallentando in realtà qualsiasi pressione efficace.

Questa copertura è stata rafforzata dal discorso mediatico occidentale che, secondo Albanese, ha interiorizzato e amplificato le narrazioni israeliane, cancellando ogni distinzione tra combattenti di Hamas e popolazione civile palestinese e legittimando l’uso della forza in nome della “difesa della civiltà”.

C’è poi la complicità militare. Se gli USA restano il principale fornitore di aiuti, con 3,3 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti militari esteri e ulteriori 500 milioni per la difesa missilistica, ci sono paesi come la Germania e l’Italia che figurano tra i maggiori partner, mentre il Regno Unito ha svolto un ruolo chiave con centinaia di voli di sorveglianza e cooperazione sul piano dell’intelligence.

Ventisei Stati, compresi India, Austria, Spagna, Francia e Cina, hanno inviato spedizioni di armi e munizioni. Diciannove Paesi hanno contribuito al programma dei caccia stealth F-35, fondamentali per i bombardamenti. Mentre alcuni Stati — come Spagna e Slovenia — hanno interrotto le forniture, molti altri hanno aperto i propri porti e aeroporti ai transiti bellici, alimentando la macchina militare israeliana.

La terza dimensione è quella economica. L’Unione Europea, principale partner commerciale di Israele, ha mantenuto alti livelli di scambio anche nel pieno della guerra. Alcuni Paesi europei — Germania, Grecia, Italia e Francia — hanno addirittura intensificato le relazioni economiche. Lo stesso è accaduto con Stati arabi come Emirati, Egitto, Giordania e Marocco (firmatari in tempi diversi di accordi di pace con Israele, ndr) confermando come la normalizzazione economica è diventata uno strumento potente di legittimazione politica. Solo la Turchia ha temporaneamente sospeso gli scambi, ma con canali indiretti ancora attivi.

Un altro fattore della strategia genocidiaria è stata l’attacco a UNRWA. Quando Israele ha accusato l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi senza prove, 18 Paesi hanno immediatamente sospeso i fondi, indebolendo l’unico sostegno sistemico alla popolazione palestinese. Washington ha poi varato una legge che vieta i finanziamenti all’agenzia, e solo pochi Stati hanno reagito chiedendo un parere alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo Francesca Albanese, questa sequenza mostra come gli aiuti siano stati trasformati da strumento di protezione a leva politica, funzionale a prolungare il conflitto.

Il rapporto sottolinea infine l’impunità garantita a cittadini occidentali che hanno combattuto nelle forze israeliane e l’ostruzionismo nei confronti della Corte penale internazionale. Gli USA hanno imposto sanzioni alla Corte, il Regno Unito ha minacciato tagli ai fondi e molti Stati europei hanno ignorato i mandati di arresto contro i vertici israeliani. Questo silenzio legale completa il mosaico della complicità.

I Paesi occidentali, attraverso la loro inerzia o complicità attiva, stanno di fatto riaffermando la centralità delle logiche coloniali e di sicurezza selettiva, mentre Israele consolida la sua posizione strategica nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente allargato.

La definizione di genocidio come “crimine collettivo” è una denuncia ma anche un avvertimento. Se la responsabilità è condivisa, lo è anche la possibilità di invertire la rotta. La comunità internazionale — soprattutto quella occidentale — è posta davanti a un bivio: continuare a essere complice di un ordine ingiusto o assumersi il rischio politico di cambiarlo. Francesca Albanese non denuncia solo Israele, ma l’intero sistema internazionale che, con la sua inerzia calcolata, ha reso possibile il genocidio a Gaza.

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26/10/2025

Washington, Berlino, Roma: una firma sul genocidio

Titolo: “Gaza Genocide: a collective crime”. Sigla A/80/492. Un documento esplosivo, classificato advance unedited version, è stato trasmesso all’Assemblea generale dell’ONU il 20 ottobre 2025. Firmato: Francesca Albanese, relatrice speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

Parla senza mezzi termini di genocidio in corso a Gaza. Non un eccesso di linguaggio: un atto d’accusa fondato su mesi di prove, testimonianze, archivi. “Una distruzione pianificata del popolo palestinese come gruppo nazionale”

Il rapporto elenca i segni dell’annientamento: uccisioni di massa, fame deliberata, distruzione di ospedali e scuole, trasferimenti forzati, assedio totale. Tutto riconducibile alla definizione giuridica di genocidio.

Ma il punto più dirompente non riguarda Israele. Riguarda chi lo arma.

Francesca Albanese parla di una “catena di complicità internazionale”: Stati che forniscono armi, coperture diplomatiche, silenzi compiacenti.

Sotto accusa, più di tutti, tre capitali: Washington, Berlino, Roma. Tre governi che hanno continuato a firmare contratti e inviare armi mentre le bombe cadevano su Gaza.

Gli Stati Uniti ovviamente guidano il flusso di morte: miliardi di dollari, arsenali, veti ONU seriali. Dal 1967 Israele è il principale beneficiario dei fondi militari americani: 3,8 miliardi l’anno, un flusso costante e senza pari. Il boom dal 7 ottobre. 14,3 miliardi nell’ottobre 2023, altri 26,4 miliardi approvati nell’aprile 2024.

Documenti riservati parlano di 742 consegne di armi in due anni, vendite da decine di miliardi approvate in silenzio, spesso fuori dai circuiti di controllo del Congresso. Ad aprile 2025 risultano attivi 751 contratti per un valore complessivo di 39,2 miliardi di dollari: un business colossale – una economia del Genocidio – che salda in modo indissolubile Washington e Tel Aviv.

Armi ma anche copertura politica. Dopo il 7 ottobre, la Casa Bianca ha posto sette veti all’ONU per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco. Una complicità assoluta.

Dopo gli Stati Uniti c’è la Germania, schiacciata dal peso del proprio passato: oggi secondo esportatore di armi verso Israele. E l’Italia, terza rotella dell’ingranaggio, non è da meno: nel dossier ONU compaiono componenti per caccia F-35, sistemi di puntamento e difesa, tecnologia “dual use” mascherata da cooperazione industriale. Roma ha avuto un ruolo anche nell’addestramento militare, con esercitazioni congiunte, scambi di personale e corsi per piloti e tecnici israeliani.

Il ministero di Crosetto ha mantenuto attive le licenze, nonostante le risoluzioni ONU e la legge 185/90 vietino esportazioni verso Paesi coinvolti in conflitti armati o responsabili di violazioni dei diritti umani. Dietro ogni fornitura c’è una firma ministeriale, una scelta politica, un atto di complicità. L’Italia di Giorgia Meloni ha scelto l’obbedienza atlantica, senza se e senza ma, a scapito della legalità internazionale.

Tant’è che nelle settimane scorse, un gruppo di avvocati e giuristi internazionali ha presentato alla Corte penale internazionale una denuncia per complicità in genocidio contro il governo Meloni, accusandolo di aver sostenuto Israele con forniture militari e cooperazione strategica.

Con il rapporto A/80/492, la questione di Gaza entra in una nuova fase politica e giuridica. Mai prima d’ora un alto funzionario delle Nazioni Unite aveva usato il termine genocidio con tanta nettezza. Le conseguenze – diplomatiche e morali – sono ancora da misurare, ma una cosa è certa: la verità, questa volta, è scritta nero su bianco nei registri dell’ONU.

Fonte

10/08/2025

Solidarietà con Francesca Albanese, attaccata da Fratelli d’Italia

Abbiamo letto, con viva e crescente indignazione, l’interrogazione presentata i giorni scorsi da alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia contro la Relatrice Speciale per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese.

Al riguardo vogliamo innanzitutto osservare come sia del tutto infondata e anzi fortemente diffamatoria, l’accusa di antisemitismo nei confronti della nostra connazionale, solo per aver svolto in modo imparziale e fedele il suo incarico, criticando ovviamente Israele per i suoi crimini, accertati o in via di accertamento da varie giurisdizioni interne ed internazionali.

Del tutto inammissibili accuse del genere, quando importanti personalità del mondo ebraico, dentro e fuori Israele, fanno proprie le accuse formulate nei confronti del governo Netanyahu, tra le quali quella di genocidio.

Desta ulteriore sconcerto il fatto che a pronunciare le accuse di antisemitismo nei confronti di Francesca Albanese siano stati, in una sede ufficiale, parlamentari di un partito che rappresenta per molto versi l’erede e il continuatore, sia pure in un contesto del tutto nuovo, del fascismo storico italiano responsabile della oppressione, deportazione e morte di decine di migliaia di cittadini italiani di religione ebraica.

Accusare la Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Occupati, di ‘antisemitismo’ per i suoi rapporti sui crimini commessi dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese a Gaza è non solo una grave mistificazione ma un’azione immorale, dinanzi al più grave sterminio di innocenti dopo la seconda guerra mondiale, che personaggi di indiscussa competenza, valore e indipendenza di giudizio, anche israeliani come David Grossman e Omer Bartov, definiscono senza mezzi termini come genocidio.

Accusare di antisemitismo chi denuncia e condanna i crimini nasconde l’intenzione di rendere il governo di Israele ‘legibus solutus’, mettendo il bavaglio ad ogni critica e ad ogni azione legale a livello internazionale e statale.

Riconosciamo in queste accuse, come in quelle di vicinanza ad Hamas e ad organizzazioni terroristiche, altrettanto gravi ed inescusabili, la volontà di ledere l’immagine e la reputazione di una giurista impegnata in un delicato ed importante incarico delle Nazioni Unite, per questo vittima di sanzioni personali da parte del governo USA, infangando al tempo stesso anche l’immagine dell’ONU e minando la sua credibilità.

Ribaltando la verità incontestabile dei fatti, ci si pone oltre tutto in contrasto con il nostro ordinamento e con il principio di diritto stabilito dall’art. 604-bis del codice penale, nella parte in cui definisce reato perseguibile a termini di legge la minimizzazione in modo grave del genocidio e dei crimini contro l’umanità, nei termini in cui essi sono stabiliti dagli artt. 6, 7 e 8 dallo Statuto della Corte Penale Internazionale.

La gravità di tali comportamenti, purtroppo diffusi, che si pongono al di fuori di ogni legittima critica di merito, richiede la condanna ferma ed unanime delle forze democratiche e di chiunque creda ancora nel ruolo degli organismi internazionali.

Confidando che i giuristi e le giuriste italiane, e le loro associazioni, si uniscano alla condanna di simili comportamenti, rivolgiamo un appello al Governo, al Parlamento e alla Presidenza della Repubblica perché vigilino e ammoniscano chi offende in questo modo il diritto internazionale, la libertà di parola e di opinione, proteggendo i rappresentanti degli organismi internazionali, come l’ONU e la Corte Penale Internazionale, oggetto di attacchi inammissibili ed ingiustificati, e chi opera in nome dei principi condivisi di civiltà giuridica e di tutela dei diritti umani, per denunciare le sue violazioni ed i crimini commessi dagli Stati.

Per maggiori informazioni: giuristiperlapalestina@gmail.com

In ordine alfabetico:
Cesare Antetomaso, Michela Arricale, Carlo Augusto Melis Costa, Benedetto Vittorio De Maio, Antonella Durante, Giorgio Fontana, Micaela Frulli, Domenico Gallo, Ugo Giannangeli, Claudio Giangiacomo, Muna Khorzom, Fabio Marcelli, Triestino Mariniello, Ugo Mattei, Luigi Paccione, Dario Rossi, Arturo Salerni, Luca Saltalamacchia, Gianluca Vitale

Per adesioni.

Fonte

22/07/2025

Avvocati e giuristi contro Maurizio Molinari, “giornalista”, per le parole spese contro Francesca Albanese

Abbiamo assistito, con crescenti sconcerto ed indignazione, a un’intervista rilasciata dall’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari, che attacca la relatrice speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, con argomentazioni di stampo nettamente diffamatorio, quali il preteso finanziamento da parte di Hamas, il presunto “antisemitismo”, accusa oramai mossa senza misura e vergogna a chiunque osi criticare il governo israeliano, e perfino l’insinuazione di gravi e ipotetiche divergenze, mai in realtà emerse, tra Francesca Albanese e il Segretario delle Nazioni Unite Guterres, peraltro a sua volta vittima di accuse e attacchi di questo genere.

Siamo con ogni evidenza di fronte a un tentativo, sia pure maldestro, di vera e propria “moral assassination” che si accompagna alle misure coercitive unilaterali recentemente decretate nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo statunitense.

La Relatrice Speciale viene attaccata per aver rivelato, in modo coraggioso e scientificamente inappuntabile, le molteplici responsabilità, sia di governi, a partire ovviamente da quello israeliano, che di imprese multinazionali, che sono dietro all’attuale massacro del popolo palestinese a Gaza, che va più propriamente definito “genocidio” ai sensi della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite in materia. Francesca Albanese ha diritto ad affermare la sua onorabilità di fronte a tali intollerabili attacchi e ha diritto a continuare e completare il suo lavoro, nell’interesse della comunità internazionale a contrastare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che da molto tempo avvengono in Palestina.

Per tali motivi dichiariamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare Francesca Albanese in tutte le azioni di ordine politico, informativo e giudiziario che riterrà opportuno intraprendere, approfondendo in particolare i modi e le forme attraverso cui un alto funzionario delle Nazioni Unite possa tutelare giudizialmente in Italia la propria onorabilità e quella della Sua istituzione contro questo attacco da parte di quanti nell’informazione operano nell’interesse di poteri economici e politici coinvolti negli scandali che il Suo rapporto denuncia.

La divulgazione di affermazioni false e prive di ogni riscontro con il chiaro intento di diffamare una persona e far partire la macchina del fango al fine di negare la veridicità delle sue affermazioni, peraltro ormai universalmente evidenti è un atto grave e chiediamo espressamente all’ordine dei giornalisti di intervenire.

Aderiscono:

avv. Ileana Alesso, avv. Cesare Antetomaso, avv. Michela Arricale, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED), avv. Martina Bianchi, avv. Angela Maria Bitonti, avv. Nadia Buso, avv. Vincenzo Caponera, avv. Carlo Cappellari, avv. Matteo Carbonelli, già docente di diritto internazionale, avv. Annalisa Carli, avv. Marco Cavallone, avv. Lorenza Cescatti, avv. Kiran Chaudhuri , avv. Elisa Costanzo, avv. Simonetta Crisci, avv. Aurora D’Agostino, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Maurizio de Stefano, già Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, avv. Matilde Di Giovanni, avv. Roberto Di Giovanni, avv. Veronica Dini, avv. Attilio Doria, avv. Francesca Doria, avv. Giuliana Doria, avv. Maria Esposito, avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di diritto del lavoro , avv. Andrea Matteo Forte, avv. Fausto Gianelli, avv. Claudio Giangiacomo, avv. Ugo Giannangeli, avv. Nicola Giudice, avv. Marzia Guadagni, avv. Luca Guerra, avv. Alessandro Iannelli, avv. Roberto Lamacchia, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Enrico Lattanzi , avv. Aaron Lau, avv. Joachim Lau, avv. Valerio Maione, avv. Fabio Marcelli, ricercatore senior presso l’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED), avv. Marco Melano, avv. Paolo Mauriello, avv. Carlo Augusto Melis-Costa, avv. Ezio Menzione, avv. Alberta Milone, avv. Liana Nesta, avv. Gilberto Pagani, avv. Valentina Pieri, avv. Roberta Pierobon, avv. Barbara Porta, avv. Paola Regina, avv. Emanuele Ricchetti, avv. Silvia Ricci, avv. Francesco Romito, avv. Dario Rossi, avv. Flavio Rossi Albertini, avv. Elisabetta Rubini, Libertà e Giustizia, avv. Arturo Salerni, avv. Luca Saltalamacchia, avv. Paolo Solimeno, avv. Sonia Sommacal, avv. Armando Sorrentino, avv. Barbara Spinelli, copresidente dell’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo, avv. Salvatore Tesoriero, avv. Enrico Tonolo, avv. Francesca Trasatti, avv. Agnese Usai, avv. Maria Teresa Vallefuoco, avv. Francesca Venditti, avv. Gianluca Vitale, avv. Luca Vuolo, avv. Nazzarena Zorzella, Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Paola Altrui, giurista, Margherita Cantelli, giurista, Riccardo Cardilli, professore ordinario di diritto romano all’Università di Roma Due, Fabrizio Clementi, già dirigente ANCI, Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale Università del Molise, Micaela Frulli, Professoressa ordinaria di diritto Internazionale all’Università di Firenze, Domenico Gallo, già senatore e già magistrato, Teresa Lapis, giurista, Samuele Marcucci, giurista, Triestino Mariniello, professoree ordinario di diritto penale internazionale presso la Liverpool John Moores University, Ugo Mattei, professore di diritto civile all’Università di Torino e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale all’Università di Milano, Gianluca Schiavon, giurista, Eugenio Zaniboni, professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Foggia, Maurizio Acerbo, già deputato,, Stefania Ascari, deputata, Michela Becchis, professoressa associata di Storia dell’arte medievale all’Università di Chieti, Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia Giuseppe De Cristofaro,senatore, Roberta De Monticelli, già professoressa ordinaria di Filosofia della persona presso l’Universita’ San Raffaele di Milano, Emilio De’ Capitàni, già segretario Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, Francesca Ghirra, deputata, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo, Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia, Silvia Petrucci, architetto, Widad Timimi, scrittrice, Presidente dell’Associazione Ioien “che io possa andare oltre”.

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18/07/2025

Gruppo dell’Aja a Bogotà. 12 paesi contro Israele e Petro contro la NATO

Al vertice del Gruppo dell’Aja tenutosi dal 15 al 16 luglio a Bogotà, in Colombia, 12 paesi hanno deciso di implementare misure molto nette contro il genocidio del popolo palestinese, per tagliare ogni legame con Israele e per sostenere l’azione legale per rendere finalmente i sionisti responsabili dei propri crimini.

Il Gruppo dell’Aja è un forum costituitosi lo scorso 31 gennaio con l’intento di sviluppare iniziative coordinate sul piano legale e diplomatico contro le violazioni crescenti del diritto internazionale da parte di Tel Aviv. È formato attualmente da 8 paesi.

Colombia e Sudafrica, che presiedono congiuntamente il Gruppo, hanno indetto la riunione di Bogotà per accelerare l’adozione di misure concrete, mentre Israele incancrenisce la guerra anche in Siria e continua a uccidere civili innocenti.

Al vertice erano presenti ben 31 paesi. Tolti Portogallo, Spagna e Irlanda, tutti gli altri rappresentanti provenivano da paesi al di fuori dell’Europa e del Nord America. Hanno marcato la presenza anche Cina, Turchia e Qatar, teoricamente impegnato nel rapporto di mediazione tra Hamas e il governo Netanyahu.

I paesi che per ora hanno deciso di adottare provvedimenti contro Israele sono i seguenti: Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine, e Sudafrica. Si tratta di misure tutt’altro che di facciata.

Leggendo la dichiarazione congiunta finale del summit, si evince che si sta parlando di un embargo sulle armi destinate a Israele, del divieto di attraccare nei porti alle navi che trasportano armamenti per Tel Aviv, la revisione degli appalti pubblici con aziende che sostengono l’occupazione israeliana della Palestina, oltre che l’adempimento degli obblighi per garantire la persecuzione dei crimini sionisti.

Il passaggio riguardante gli appalti pubblici rimanda evidentemente al rapporto da poco stilato dalla relatrice speciale ONU per i terrori palestinesi occupati, Francesca Albanese, che a causa del suo studio ha subito vari attacchi e ritorsioni, quali le sanzioni statunitensi.

Albanese era al vertice di Bogotà, dove ha sottolineato lo “smantellamento dell’ultima funzione ONU, l’assistenza umanitaria”. Tra i presenti anche il Commissario generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, che ha da poco denunciato le accuse – portate senza prove – che gli aiuti sarebbero stati dirottati da Hamas.

Albanese ha anche criticato duramente l’Europa, affermando che si tratta di “una confraternita di stati ... guidati più da una mentalità coloniale... vassalli dell’impero statunitense”. Mentre i 12 paesi che hanno adottato vari provvedimenti contro Israele hanno deciso di passare dalla condanna alla coesa azione multilaterale.

Proprio per questo, Albanese ha anche affermato che il Gruppo dell’Aja “ha il potenziale di segnare non solo una coalizione, ma un nuovo centro morale nella politica mondiale”. Qualcosa di cui, mentre l’Occidente mostra la falsità della propaganda del suo ‘ordine basato su regole’, sì sente davvero il bisogno.

Gustavo Petro, il presidente colombiano, ha messo una prima pietra per disegnare questo nuovo centro morale con una dichiarazione, a margine del vertice, che ha molto a che vedere col sostegno al ruolo destabilizzante che ha Israele nel Medio Oriente: la Colombia deve ritirarsi dal ruolo di partner globale NATO.

Questa posizione era stata riconosciuta nel 2018, e nel 2021 erano seguiti accordi su interoperabilità, cooperazione e sicurezza delle informazioni. Ora Petro afferma che non c’è altra strada per affermare una giustizia internazionale che quella di uscire dal rapporto con l’alleanza atlantica. Una consapevolezza che chi vuole perseguire un’alternativa reale deve fare propria.

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11/07/2025

Il killeraggio di Usa e Israele contro la Relatrice dell’Onu Francesca Albanese

Il governo degli Stati Uniti ha annunciato che imporrà sanzioni a Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi a Ginevra. A farlo sapere è stato il segretario di stato Marco Rubio, criticando gli “illegittimi e vergognosi sforzi di Albanese per fare pressione sulla Corte Penale Internazionale affinché agisca contro funzionari, aziende e leader statunitensi e israeliani. Non tollereremo più la sua campagna di guerra politica ed economica”.

Sottoporre a sanzioni un esponente dell’Onu ha dell’assurdo e ne osteggia il lavoro per conto delle Nazioni Unite, ma ormai il genocidio a Gaza e la sua rete di complicità hanno superato tutte le linee rosse del lecito, dell’illecito e delle soglie dell’orrore.

Poco più di una settimana fa, proprio Francesca Albanese aveva reso pubblica una memorabile relazione nella quale chiamava in causa le aziende e le banche coinvolte o che traggono vantaggi dal genocidio in corso contro il popolo palestinese. Un J’accuse! che resterà nella storia e che ha fatto saltare i nervi di molti potenti.

Nel frattempo – e di concerto con quello USA – il governo israeliano ha scatenato una campagna di denigrazione contro Francesca Albanese sui motori di ricerca.

Se si cerca il nome Francesca Albanese su Google, il primo risultato sul motore di ricerca non è più Wikipedia ma è una pagina sponsorizzata da govextra.gov.il, un sottodominio del governo israeliano. Nel testo si legge: “Durante il suo mandato, Albanese ha ripetutamente violato i principi di imparzialità, universalità e integrità professionale, fondamentali per il suo mandato alle Nazioni Unite”.

Il giornale Fanpage rileva che consultando il portale Ads Transparency di Google, risulta che il dominio govextra.gov.il ha sponsorizzato la pagina contro Albanese per la prima volta il cinque luglio, poi l’ha aggiornata l’otto.

La stessa azione di pirateria era stata utilizzata dal governo israeliano contro l’Unrwa – l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi in cui – digitando Unrwa su Google – compariva una pagina falsa gestita dal governo israeliano, ancora prima del sito ufficiale dell’agenzia dell’Onu.

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02/07/2025

«Un genocidio redditizio»: Francesca Albanese denuncia il sistema economico dietro la distruzione israeliana di Gaza

Nel nuovo rapporto presentato oggi all’Onu, Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati – accusa apertamente: «Il genocidio a Gaza non si fermerà, perché è redditizio». La giurista italiana, attaccata più volte per la sua fermezza nell’attribuire a Israele responsabilità e crimini gravissimi, alza ulteriormente il livello: il massacro in corso non è solo l’effetto della violenza coloniale, ma anche di interessi economici radicati e strutturati.

Il documento, che segue il precedente rapporto del marzo 2024 (“Anatomia di un genocidio”), propone una lettura più ampia e incisiva del conflitto, legando la distruzione sistematica della Striscia di Gaza al ruolo di aziende, banche, fondi di investimento, università e industrie belliche che traggono beneficio diretto o indiretto dalla repressione israeliana.

«Dietro il genocidio – ha dichiarato Albanese – esiste una rete di complicità che alimenta la violenza: chi fornisce armi, tecnologia, cemento, fondi, chi firma contratti, chi investe in start-up legate alla sicurezza, chi offre legittimità accademica o diplomatica. È una catena di profitto globale che attraversa Stati Uniti, Europa e Israele».

Il rapporto parla di “capitalismo coloniale”: un sistema nel quale la distruzione e lo spossessamento del popolo palestinese diventano occasioni per sperimentare tecnologie militari e di sorveglianza, testare armi su popolazioni civili, consolidare l’industria bellica israeliana – la stessa che poi esporta nel mondo intero, pubblicizzando i propri prodotti come “combat-tested”, testati in battaglia.

Albanese denuncia anche l’omertà dei grandi media e il silenzio colpevole dei governi occidentali, che non solo rifiutano di riconoscere il genocidio in atto, ma continuano a fornire appoggio militare, economico e politico allo Stato israeliano. Secondo la relatrice, «i Paesi che finanziano e armano Israele mentre questo commette crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, violano il diritto internazionale e hanno l’obbligo giuridico di fermarsi e intervenire».

Nel rapporto si ricorda che anche la Corte Internazionale di Giustizia, in più occasioni, ha riconosciuto “verosimile” che a Gaza sia in corso un genocidio, disponendo misure cautelari mai rispettate da Israele. Nonostante ciò, sottolinea Albanese, nulla è stato fatto per bloccare le forniture d’armi, né per sospendere gli accordi commerciali con Tel Aviv.

Tra le aziende citate nel rapporto (l’elenco completo sarà pubblicato la prossima settimana), figurano multinazionali del settore bellico, colossi della tecnologia legati alla sorveglianza, società di costruzione che operano nei Territori occupati, e persino istituti accademici coinvolti in programmi congiunti di ricerca militare. Il documento chiede un’indagine internazionale e sanzioni mirate.

Francesca Albanese ha inoltre denunciato le crescenti intimidazioni e minacce che riceve da mesi. «Per la prima volta ho paura», ha dichiarato in un’intervista. «Ma continuerò a parlare. Il mio compito è dire la verità e difendere la dignità umana, anche quando fa comodo ignorarla».

La relatrice speciale conclude il rapporto con un appello: «I genocidi del passato sono stati riconosciuti troppo tardi. Questa volta possiamo e dobbiamo intervenire prima. La giustizia non può aspettare la fine del massacro».

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01/06/2025

Gaza - Tregua in bilico. Francesca Albanese mette in guardia: “Il problema non è solo Netanyahu”

A Gaza ancora si muore mentre la tregua in discussione sembra di nuovo allontanarsi dall’orizzonte.

Sono saliti a 30 i palestinesi uccisi e 50 i feriti dal fuoco israeliano che ha preso di mira giovani uomini vicino a un sito di distribuzione di aiuti americani a ovest di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

L’inviato degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha criticato la reazione di Hamas alla sua proposta di cessate il fuoco, definendola “totalmente inaccettabile e che ci porta solo indietro”.

Witkoff ha insistito sul fatto che Hamas dovrebbe accettare il quadro come base per i colloqui di prossimità, che inizieranno la prossima settimana. Ha affermato che questa era l’unica strada per un cessate il fuoco di 60 giorni che consentisse ad alcuni ostaggi di tornare a casa.

Ieri Hamas ha dichiarato di accogliere con favore la proposta di cessate il fuoco di Witkoff, ma chiedendo alcune modifiche sulle tempistiche, lo ha detto sabato a Reuters un alto funzionario del movimento palestinese. Il funzionario di Hamas ha confermato che il gruppo ha risposto “positivamente” all’iniziativa, anche se le discussioni rimangono in corso.

Middle East Eye ha ottenuto l’intera proposta in 13 punti attraverso fonti palestinesi informate del dossier.

Il documento delinea i termini che Hamas ha accettato condizionatamente, incluso un cessate il fuoco di 60 giorni con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che funge da garante del rispetto da parte di Israele.

Il piano presentato da Hamas prevede che vengano rilasciati dieci ostaggi israeliani vivi e i resti di altri 18 in tre fasi. Per i prigionieri vivi, quattro il primo giorno, due il giorno 30 e quattro il giorno 60. Per quanto riguarda i corpi, sei saranno restituiti il decimo giorno, altri sei il 30° e i restanti sei il 50° giorno. In cambio, le forze israeliane dovrebbero ritirarsi sulle posizioni detenute prima del 2 marzo 2025.

Secondo la fonte palestinese, all’inizio del processo negoziale, Bishara Bahbah, un mediatore palestinese-americano che lavora per l’amministrazione Trump, ha raggiunto un’intesa con Hamas e aveva un accordo in atto, che Witkoff aveva inizialmente firmato.

Tuttavia, dopo aver incontrato il ministro israeliano Ron Dermer e il primo ministro Benjamin Netanyahu, Witkoff ha invertito la rotta e ha ritirato il sostegno all’accordo.

“Bahbah ha negoziato con Hamas, ha raggiunto un accordo con loro e lo ha concordato con Witkoff. Witkoff ha poi incontrato Dermer e Netanyahu ha rifiutato, il che ha portato Witkoff a fare marcia indietro sul suo accordo”, ha detto la fonte palestinese.

Le osservazioni riflettono la crescente sfiducia dei palestinesi nel processo negoziale, con Hamas sempre più scettico sul fatto che l’accordo proposto possa garantire una fine credibile e applicabile della guerra.

Netanyahu ha immediatamente dichiarato che: “Mentre Israele ha accettato lo schema aggiornato di Witkoff per il rilascio dei nostri ostaggi, Hamas continua ad aderire al suo rifiuto. Come ha detto Witkoff, la risposta di Hamas è inaccettabile e fa arretrare la situazione. Israele continuerà la sua azione per la restituzione dei nostri ostaggi e la sconfitta di Hamas”.

Intanto Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha messo in guardia dall’incolpare solo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per la distruzione di Gaza. “Il problema non si risolverà usando lui come capro espiatorio, ignorando il resto”, ha postato Albanese sui social media, sottolineando come le politiche più ampie di Israele – che vanno dall’occupazione e l’annessione all’apartheid e a quelli che lei ha definito atti di genocidio – devono essere affrontate e smantellate.

La lucida valutazione di Francesca Albanese evidenzia le crescenti critiche agli sforzi per ridurre la crisi in corso a Gaza alle azioni di un individuo, senza affrontare la violenza sistemica che ne è la base.

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