Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/12/2025

Il potere pretende la libertà di mentire

Allora. Come protocollo vuole, il proprietario – Alain Elkann, nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e distruttore della Fiat – ha fatto visita ai suoi dipendent della sezione informazione, sottomarchio La Stampa, per mostrare il proprio volto umano di imprenditore sensibile.

“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”

“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.

Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?

No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).

Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.

Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.

Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).

La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.

Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.

Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.

Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.

Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.

Fosse vero, sarebbe uno scoop…

Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.

Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.

Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.

Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.

Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.

P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…

*****
 
La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”

Rosa Yolanda Villavicencio è un’economista di 63 anni ed è stata nominata ministra degli Esteri della Colombia quest’estate, nel mezzo dell’epoca più buia che si ricordi delle relazioni tra Bogotà e gli Stati Uniti: «Quello che Trump vuole – dice – è il petrolio. Il resto sono scuse».

L’escalation tra Stati Uniti e Venezuela è arrivata a livelli senza precedenti: come si vive la situazione da Bogotà?

«Siamo molto preoccupati perché qualsiasi tipo di intervento militare in Venezuela avrebbe un impatto molto negativo per la Colombia. Noi continuiamo a tenere alta la bandiera della necessità del dialogo politico, della soluzione negoziata per risolvere la situazione prima di arrivare a un risvolto irreversibile».

Cosa vuole Trump?

«La ragione dell’escalation ha a che vedere con il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela sono molto appetibili per un’economia fossile come quella statunitense: gli Usa cercano riserve nella regione, e queste si trovano in Venezuela. Di qui la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un Paese che non combatte abbastanza il narcotraffico. L’intervento di forza è preceduto da una serie di narrazioni costruite ad arte, come quella secondo cui esisterebbe un “Cartel de los Soles”, che in realtà non risulta rilevante ai servizi di intelligence dei diversi Paesi».

Nonostante tutto nemmeno la Colombia ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Venezuela...

«Noi non abbiamo riconosciuto il risultato delle elezioni perché i verbali non sono comparsi e non c’erano prove, ma manteniamo una relazione con lo Stato venezuelano e soprattutto con la popolazione: abbiamo quasi 3 milioni di colombiani in Venezuela, abbiamo 2.700.000 venezuelani che vivono nel nostro Paese. Poi c’è la questione delle detenzioni illegali, su questo manteniamo un dialogo con loro affinché rilascino i detenuti».

Quanti sono i detenuti politici colombiani? Conosce il caso di Trentini?

«Ci hanno riconsegnato 18 persone, ma al momento ne abbiamo ancora 20, e sì, sono in contatto con l’ambasciatore italiano a Bogotá riguardo al cittadino italiano. Ci sono anche cittadini francesi e olandesi. È complesso».

Un attacco sembra ora inevitabile.

«È un’escalation da manuale. Prima non esisteva il cosiddetto “Cartel de los Soles”, ora esiste. Pensiamo di essere molto vicini alla possibilità di un’aggressione, e per questo continuiamo a richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Credo che non sia come in altre occasioni: qui ci sarà una risposta militare da parte di tutta la popolazione, che la vede e la sente come un’aggressione nel proprio territorio, e ciò provocherebbe spargimenti di sangue. Inoltre genererebbe una frammentazione, un esodo massiccio della popolazione che naturalmente si riverserebbe in Colombia».

Trump è arrivato a minacciare direttamente anche la Colombia di interventi militari mirati... 

«Le dichiarazioni si riferiscono alla presenza di gruppi illegali nel Catatumbo, e questa potrebbe essere una zona in cui vorrebbe intervenire, perché lì c’è presenza dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, gruppo paramilitare, ndr). Loro hanno detto che ciò che vogliono è rimuovere Maduro, ma logicamente una situazione del genere in Venezuela causerebbe anche in Colombia un impatto molto grande in termini economici, sociali e di instabilità politica».

A quanto pare Trump e Maduro si sono parlati, è possibile che si faccia da parte?

«Credo che sia un’ipotesi possibile e forse sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti e il Venezuela – cioè Trump e Maduro – negoziassero una via d’uscita. E poi che da lì stabilissero condizioni che fossero accettabili per entrambe le parti. Si eviterebbe uno spargimento di sangue».

Fonte

27/11/2025

Dal salario a Gaza. Tutto si tiene

Il 28 e 29 novembre sono due giorni di mobilitazione in cui tutto si tiene. Questioni internazionali, la pace, la guerra, il riarmo europeo, il proposito di attaccare il Venezuela, i salari bassi, i tagli alla spesa pubblica, la sanità al collasso, le pensioni... 

Non è una sommatoria costruita a tavolino, ma la realtà viva che incide sulla vita e la carne delle persone e lega in modo intricato ma indissolubile, temi che in altre occasioni sarebbero stati ben distinti. E ha intanto un nemico visibile, raggiungibile, attivo e cattivo nel governo Meloni.

Uno sciopero generale – il terzo in due mesi proclamato dall’USB, con la successiva adesione di altri sigle sindacali conflittuali – contro la manovra di fine anno disegnata da Giorgetti sulla falsariga delle indicazioni lasciate a suo tempo da Mario Draghi e sotto la sorveglianza della Commissione europea.

Una finanziaria che mantiene un’alta tassazione sul lavoro dipendente e non dà niente a nessuno, tranne che alle “forze dell’ordine”, perché da sempre i governi antipopolari debbono tenersi cari i gendarmi.

Una manovra disegnata per completare il percorso di uscita dalla “procedura di infrazione” aperta a suo tempo da Bruxelles, e quindi pienamente rispettosa dei dikat dell’austerità.

Ricordate i leghisti e i meloniani che gridavano contro l’euro e la “dittatura europea”? Da tre anni sono i più scrupolosi osservanti di quelle regole che insultavano, preoccupati solo di ricavare qualche briciola per le clientele più indispensabili. Altro che “uscita dall’euro”… “i mercati” dominano, e i maggiordomi eseguono. Come faceva o farebbe di nuovo il PD, del resto…

Austerità, dunque, ma con la necessità di aumentare le spese militari nella dimensione ordinata da Trump e ben accolta dalla UE con il “piano ReArm EU”. Spese da finanziare con il debito pubblico, ovviamente. E il fatto che possa essere “debito europeo” non cambia nulla, visto che una quota non piccola sarà a carico anche del nostro bilancio, per quanto “scorporata” dalle spese ordinarie in modo da non contraddire il principio dell’austerità (un trucco contabile, insomma).

Tutto si tiene. Più armi, meno spesa sociale, salari fermi sennò le imprese piangono miseria, più debito e dunque ancora più tagli. Gli “impegni internazionali” si pagano, come sempre, e lo si fa svuotando le tasche di chi ha già poco. E cominciando ad immaginare di mandare prima o poi i giovani in guerra (Germania e Francia ci stanno già lavorando). 

Non è un un’invenzione, lo certifica Eurostat (l’istituto centrale di statistica): l’Italia, insieme alla derelitta Grecia è l’unico paese del Vecchio Continente in cui il reddito reale (il potere d’acquisto, insomma) è diminuito nel corso degli ultimi 20 anni. E questo senza neanche contare le maggiori spese che bisogna affrontare davanti a servizi sociali che diminuiscono (la sanità in cima a tutto, in un paese che invecchia) e a bollette che volano di anno in anno.

L’economia è ferma, ci dicono i dati, al contrario del governo secondo cui non sarebbe mai andata così bene. Pesa una situazione internazionale di guerra, con l’energia che costa più cara (il GNL statunitense costa 4 volte di più del metano russo che si usava prima), le esportazioni che calano perché abbiamo messo “sanzioni” sui paesi di destinazione, mentre gli Usa comprano meno e ci hanno anche imposto dazi ben poco “amichevoli”.

Paghiamo tutto di più, ma stipendi e pensioni non cambiano.

Tutto si tiene. Il sostegno economico e militare all’Ucraina sottrae risorse e ancor più ne sottrarrà la “ricostruzione”, se e quando si arriverà a riconoscere la sconfitta dell’“Occidente collettivo” e la sua infamia (ancora si insiste, da queste parti, nel continuare la guerra “fino all’ultimo ucraino”).

Il fatto di stare in uno schieramento internazionale in declino, per secoli sperimentato dal resto del mondo come colonialismo aggressivo e suprematista, comincia a comportare un prezzo alto da pagare. Anche in termini di relazioni economiche, e quindi di occasioni di crescita.

Il sostegno economico, politico, diplomatico e militare al genocidio dei palestinesi compiuto da Israele ha dimostrato che tutto l’Occidente condivide la stessa “cultura”, che non è fatta di “valori”, ma di disponibilità a massacrare a scopo di rapina. Applicando sempre un “doppio standard”.

Non bastava dunque uno sciopero generale – che è per definizione uno sciopero politico, perché diretto contro il governo e a proposito delle legge che regola per il prossimo anno la raccolta e la distribuzione delle risorse – occorreva raccogliere tutte le energie sociali in una manifestazione nazionale capace di tenere insieme tutte le diverse soggettività che si muovono su temi che stanno oggettivamente insieme.

Sarebbe bene che avesse le dimensioni che abbiamo visto il 4 ottobre, anche se avrà ovviamente il suo peso negativo il “silenziatore” posto dai media mainstream sul genocidio a Gaza. A settembre erano quasi tutti arrivati ad usare anche il termine “genocidio”, di fronte all’evidenza di uno sterminio di massa che non intendeva distinguere tra combattenti, civili, donne, vecchi e bambini. Anzi, proprio sui più deboli infieriva. Oggi sono tornati al silenzio.

Eppure ancora oggi si infierisce. Solo con numeri quotidiani un po’ più bassi, senza il clamore delle telecamere, perché tanto “c’è un cessate il fuoco”, anche se Israele spara tutti i giorni, blocca gli aiuti umanitari esattamente come prima, aspettando pazientemente che il freddo, la pioggia e la fame alzino la cifra dei morti.

Tutto si tiene. La povertà crescente, i diritti sociali e democratici in bilico qui, a casa nostra (lo dice persino Eurostat...), il riarmo e i rischi di guerra generale, l’indifferenza con cui ormai vengono citati gli orrori in Palestina o del Sudan, i preparativi espliciti per altre guerre, disegnano un orizzonte di futuro che somiglia terribilmente a Gaza e dintorni.

Noi non ci stiamo. Vi aspettiamo in piazza per bloccare l’azione di chi ci sta portando in quella direzione.

Fonte

“Lo sciopero del 28 novembre rivendica il diritto ad un futuro diverso”

Alla vigilia dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29 novembre abbiamo chiesto alcune valutazioni a Guido Lutrario dell’esecutivo nazionale dell’Unione Sindacale di Base. 

Con lo sciopero generale del 28 novembre contestate la Legge di bilancio del governo Meloni. Perché?

Lo sciopero generale del 28 novembre rivendica il diritto ad un futuro diverso. Il governo Meloni ha definitivamente imboccato la strada del riarmo, condizionando tutta la politica economica alla necessità di reperire risorse per l’acquisto di nuovi armamenti, in gran parte dalle industrie americane, e convertire pezzi della nostra industria al settore bellico.
Il bilancio pubblico viene contenuto per soddisfare la regola della UE che consentono di svincolare la spesa pubblica per la difesa solo ai paesi che stanno dentro i limiti del 3% nel rapporto PIL/deficit pubblico: in pratica la spesa sociale, gli investimenti pubblici, i salari dei dipendenti pubblici e le pensioni vengono messi dopo la spesa militare, che diventa la voce centrale del nostro bilancio.
Ogni rivendicazione sociale subisce il ricatto della corsa al riarmo, tutto viene dopo la necessità di rafforzare il nostro sistema militare e mettere risorse a disposizione delle aziende che producono armi.

Quali sono le rivendicazioni principali dello sciopero?

Al primo posto c’è la questione dei salari. Abbiamo fissato l’asticella dei minimi a 2mila euro per sottolineare che si deve partire da un’idea del salario che deve garantire una esistenza libera e dignitosa. Non è accettabile che si vada a lavorare per una retribuzione che non assicuri dignità a chi lavora.
Subito dopo c’è il grande tema dell’età pensionabile che andrebbe riportata a 62 anni invece di allungarla ulteriormente, mentre è urgente far salire le pensioni minime almeno a 1500 euro.
La rivendicazione delle assunzioni nel settore pubblico di almeno un milione di lavoratori, il rilancio dell’edilizia popolare accanto ad una legge che metta sotto controllo il mercato degli affitti, lo stop al sistema degli appalti, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e la settimana corta di 4 giorni lavorativi.
Abbiamo presentato la nostra Piattaforma rivendicativa in una grande assemblea di delegati e delegate a Roma lo scorso primo novembre. In quella Piattaforma abbiamo riassunto tutte le nostre proposte per tornare a dare un futuro al nostro paese. 

Si tratta del terzo sciopero generale in tre mesi. È un autunno caldo o una positiva anomalia nello scenario politico e sociale del paese?

La Palestina ha fatto venire alla luce il disgusto per la complicità del nostro governo verso un genocidio in atto (e ancora in corso) ed ha provocato un’ondata emotiva molto forte che ha risvegliato il Paese da una prolungata passività.
Parole d’ordine chiare che nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare fino ad allora, come Israele stato terrorista o lo stesso termine genocidio, sono diventate comuni a milioni di persone scese in piazza ovunque.
Quello che si è manifestato è un movimento radicale nei contenuti, poco disponibile a lasciarsi ammaestrare dall’opposizione parlamentare, sicuramente una positiva novità sulla scena politica del paese.

Nei due scioperi precedenti c’è stata una forte adesione ad una agitazione con motivazioni apertamente politiche – il sostegno al popolo palestinese – e una adesione superiore a quelli su obiettivi vertenziali e contrattuali. Come ve lo spiegate?

C’è una frattura sempre più evidente che attraversa la sinistra di questo paese e che si manifesta per esempio con un crescente astensionismo. Mentre vasti settori popolari hanno da tempo abbandonato i riferimenti politici e sindacali della sinistra perché non si sono sentiti più rappresentati da queste organizzazioni, ora assistiamo ad una crisi anche ideale ed etica che sta portando allo scollamento con i settori più consolidati che in questi anni hanno continuato, malgrado tutto, a riconoscersi nelle forze della sinistra.
C’è una fetta molto grande di quel popolo della sinistra che non si riconosce più in questa sinistra, perchè lo vede come una versione edulcorata della destra.
Questo è stato il mondo che più ha riempito le piazze dei due grandi scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre e poi l’oceanica manifestazione del 4 ottobre a Roma, un popolo di sinistra senza più riferimenti organizzativi. Nel mondo del lavoro, queste mobilitazioni si sono sentite sicuramente nella scuola e nei settori più acculturati della società, assieme ad un precariato diffuso che fatica ad utilizzare lo sciopero come forma di lotta per difendere i propri diritti ma che ha trovato nello sciopero generale per la Palestina l’opportunità per esprimere il proprio malessere.
Ora la vera scommessa che abbiamo davanti, a cominciare dallo sciopero del 28, è quella di allargare la protesta a quei settori del mondo del lavoro che sono rimasti a guardare per far irrompere la questione sociale nel movimento suscitato dalle proteste per la Palestina.
A quell’enorme popolo che si è manifestato sulla Palestina dobbiamo riuscire a dare un riferimento sindacale stabile che sia coerente con la spinta etica e la radicalità che si sono espresse in quelle mobilitazioni.
È significativo in tal senso il sostegno allo sciopero che è venuto da personalità internazionali come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Roger Waters, Thiago Avila, Chris Hedges.

I bassi salari continuano a gridare vendetta, le crisi industriali si acutizzano, i servizi pubblici – dalla sanità ai trasporti – sono al collasso. Ma il governo dice che va tutto bene. Qual è la reale situazione sociale del paese?

Questo paese è di fronte ad una crisi pesantissima di cui l’emergenza salari è solo la punta dell'iceberg. C’è un drenaggio continuo di risorse verso le banche e il mondo finanziario che sta impoverendo fette crescenti di popolazione ma sta soprattutto ipotecando il futuro dell’Italia.
La deindustrializzazione è ormai un fenomeno apertamente dichiarato dagli stessi ministri, il nostro sistema produttivo perde continuamente pezzi mentre tutti gli asset strategici stanno finendo nelle mani dei grandi Fondi di investimento americani.
L’Italia è ormai il paese del turismo, della ristorazione e del terziario a basso valore aggiunto, cioè con salari da fame, precariato cronico e contrattualizzazione sempre più dubbia.
Questa crisi di prospettive ha riaperto in modo clamoroso anche la questione abitativa, che per molti anni era rimasta confinata ad alcune grandi città come Roma e ai settori più poveri. Ora la casa è tornata ad essere una grande emergenza sociale per milioni di persone che non riescono a reggere l’andamento dei mutui né il mercato degli affitti completamente fuori controllo. Poi c’è la grande emergenza della sanità, con milioni di persone che rinunciano alle cure perché non hanno di che pagarsele.
Ecco, questa è la situazione del nostro paese, e finita l’illusione del PNRR non c’è più alcuna prospettiva all’orizzonte se non l’incubo della guerra.

Sabato 29 marzo, il giorno successivo allo sciopero, ci sarà una manifestazione nazionale a Roma. Quali sono le vostre aspettative su questa mobilitazione?

La mobilitazione del 29 sarà grande, c’è una forte attesa e ci sono segnali di attenzione che vengono da tante parti del paese. Per noi sarà importante mettere al centro il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici.
Quando i portuali di Genova hanno lanciato la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” hanno dato un segnale forte che dice che gli operai, se determinati, possono condizionare il destino del paese. In tanti ci hanno creduto e siamo riusciti a bloccare il paese per ben due volte in pochi giorni.
Blocchiamo tutto è diventata una parola d’ordine che ha fatto il giro del mondo e ci sono mobilitazioni in tanti paesi che si ispirano a quello che siamo riusciti a fare qui da noi.
Ora che abbiamo capito che è possibile, che abbiamo dimostrato che possiamo farlo, dobbiamo trasformare l’esplosione inattesa e spontanea in una forma organizzata e stabile di lotta, dobbiamo farla diventare una forza organizzata capace di invertire la rotta che ha preso il paese.
Per questo dobbiamo lavorare con ancora maggiore determinazione nella costruzione di un fronte indipendente che conti sulle proprie forze, che sono gigantesche, e che non si faccia condizionare da chi vorrebbe appropriarsi indebitamente del potenziale che questo movimento ha dimostrato di avere.
Lavoratori di tutti i settori, migranti, senza casa, pensionati, studenti, c’è una massa enorme che comincia ad intravedere la necessità e la possibilità di organizzarsi su obiettivi chiari, liberandosi degli schemi ideologici e dei freni che la vecchia sinistra mette continuamente in campo. Lo sciopero del 28 e la manifestazione del 29 saranno un altro passo in avanti in questa direzione.

Fonte

Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre

di Giorgio Cremaschi

Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra Fim–Fiom–Uilm e Federmeccanica.

Negli ultimi anni la perdita di potere d’acquisto per un lavoratore metalmeccanico di livello medio è stata di più di 250 euro netti al mese. Per recuperare questa perdita, i salari contrattuali avrebbero dovuto crescere di circa 350 euro lordi. La richiesta dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto triennale, dall’inizio del 2025 alla fine del 2027, è stata di 280 euro in più al mese.

Fim–Fiom–Uilm hanno spiegato questa richiesta, inferiore a ciò che sarebbe stato necessario per pareggiare i conti con la perdita salariale, con altre importanti rivendicazioni normative. Prima di tutto la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, poi un potenziamento delle funzioni e dei poteri dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, infine rivendicazioni contro il precariato e per i diritti individuali.

Il risultato finale, tanto esaltato in queste ore dai dirigenti sindacali e ancor più dagli industriali, cancella la piattaforma.

L’aumento salariale è di 205 euro lordi medi, con il prolungamento di un anno della durata del contratto. Allungare la durata del contratto è un classico metodo negli accordi sindacali per fare sembrare di più i soldi. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA. Questo indice dell’aumento dei prezzi è stato adottato dal contratto dei metalmeccanici, però con una pesante limitazione: i costi dei prodotti energetici importati non vengono calcolati. Cioè l’aumento dell’energia elettrica, del gas e della benzina per la busta paga non contano.

All’inizio della trattativa Federmeccanica aveva controproposto un aumento di 170 euro. Il risultato finale è dunque di 7 euro un più della proposta delle imprese, però con il contratto che dura anche nel 2028. Fino al giugno dell’anno prossimo i metalmeccanici non riceveranno alcun aumento, poi scatteranno circa 50 euro in più, mesi dopo seguiranno altre piccole tranches. L’ultima rata dell’aumento di oltre 60 euro sarà addirittura nel giugno del 2028.

Per quanta riguarda la riduzione dell’orario non si ottiene nulla, anzi c’è un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, con l’aumento delle ore di flessibilità obbligatoria e la diminuzione della giornate di riposo libere. Nulla sulla salute e la sicurezza, pasticci e chiacchiere su tutto il resto.

Insomma un risultato negativo sul piano normativo e pessimo su quello salariale.

L’intesa Fim–Fiom–Uilm–Federmeccanica non recupera nulla di quanto i lavoratori hanno perso e rischia di peggiorare ancora nel tempo il valore reale delle retribuzioni. Un risultato persino inferiore a quello degli accordi in alcune categorie del pubblico impiego, accordi che la CGIL aveva rifiutato di sottoscrivere perché giudicati troppo bassi. Invece ora per Landini questo contratto è “una buona notizia per tutto il paese”.

La firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018.

Negli ultimi trent’anni l’Italia ha avuto la peggiore dinamica salariale tra i paesi OCSE, non solo per le politiche di austerità dei governi, ma per la complicità di CGIL–CISL–UIL con il sistema delle imprese.

I sindacati confederali hanno accettato di scambiare, con la Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali, il riconoscimento del proprio ruolo con il salario dei lavoratori. Hanno accettato regole che impediscono di rivendicare veri aumenti della retribuzione e che impongono sempre di inseguire, in ritardo, l’aumento dei prezzi. Il sistema contrattuale italiano è come la carota appesa al bastone davanti all’asino, che per quanto cammini non riesce mai a raggiungere l’obiettivo.

Sembrava che stavolta i sindacati confederali dei metalmeccanici avessero provato a forzare un poco il sistema, ma dopo quaranta ore di sciopero hanno praticamente accettato ciò che gli industriali offrivano all’inizio. Abbiamo salvato il contratto nazionale, hanno dichiarato i dirigenti di Fim–Fiom–Uilm. No, hanno confermato un sistema contrattuale che fa sprofondare i salari e garantisce i profitti.

Tutto questo rafforza il significato e il valore dello sciopero generale del 28 novembre, proclamato dai sindacati di base e conflittuali. È infatti necessaria una profonda rottura del sistema contrattuale fondato sia sull’austerità di bilancio dei governi, sia sulla complicità tra sindacalismo confederale e imprese.

Senza questa rottura continuerà il disastro dei salari, che certo non sarà fermato dalla doppiezza di una CGIL che contesta a Giorgia Meloni ciò che accetta volentieri da Confindustria.

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23/11/2025

“Sarò in Italia per sostenere sciopero e manifestazione contro Israele!”

di Chris Hedges

Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.

A meno che non li fermiamo.

Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.

Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.

Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.

Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.

Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.

Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.

Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.

Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.

Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.

Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.

I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.

Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.

Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.

Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.

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17/11/2025

Istat: i prezzi degli alimentari corrono molto più veloce dell’inflazione media

Tra l’ottobre 2021 e l’ottobre 2025, gli italiani hanno affrontato un’impennata dei prezzi alimentari del 24,9%, un aumento di quasi l’8% superiore a quello dell’indice generale dei prezzi al consumo armonizzato, che si è “fermato” al 17,3%. Lo rileva l’Istat, che identifica la causa principale nello shock dei prezzi dell’energia tra il 2022 e il 2023.

Nel dettaglio, gli aumenti maggiori rispetto al 2021 hanno colpito i prodotti vegetali (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%) e pane e cereali (+25,5%). A ottobre, mentre l’inflazione calava dello 0,3%, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche crescevano dello 0,2%.

L’incremento del costo dei beni energetici si è trasmesso ai costi di produzione e distribuzione di quelli alimentari. L’istituto, ad ogni modo, parla di una “combinazione di fattori, di natura soprattutto esterna, che hanno determinato forti aumenti soprattutto nei prezzi internazionali degli input produttivi del settore alimentare. I fattori interni hanno invece agito in misura più limitata e, in particolare negli anni più recenti”.

Prima le difficoltà di un veloce rialzo della domanda con la ripresa dopo la pandemia – che ha messo sotto stress filiere che andavano in parte ridisegnandosi – sono entrate in una sinergia negativa con alcuni eventi avversi a livello climatico, con la conseguente contrazione dell’offerta a livello globale. A ricordarci come la crisi climatica è un danno immediata per le nostre economie, oltre che una pietra tombale sull’intera umanità sul lungo periodo.

Poi, l’escalation in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno determinato il rialzo dei prezzi energetici che conosciamo bene, con effetti a cascata. E infatti, il fenomeno non ha riguardato solo l’Italia, ma tutta l’Europa, con intensità persino maggiore: i prezzi del cibo, sempre negli ultimi cinque anni, sono aumentati del 29% per l’area euro (+32,3 nella Ue27), del 32,8% in Germania e del 29,5% in Spagna. In Francia, invece, un po’ meno che in Italia.

La differenza, per il Belpaese, è che da una parte c’è una classe politica che sa solo sussidiare senza sosta un mondo imprenditoriale che intasca il surplus senza investire o, peggio ancora forse, perde tutto nei rivoli della finanza. E poi si lamenta della “voglia di lavorare” che non c’è più.

Ma la realtà è che, se negli altri paesi il reddito lordo reale pro capite delle famiglie ha superato quello del 2008, in Italia rimane ancora sotto di esso di 4 punti e rotti. Parola di Eurostat. E come sappiamo bene, le spese riguardanti il cibo colpiscono in modo più consistente i redditi delle fasce più basse che quelli delle fasce più alte (per il buon motivo che ognuno di noi può mangiare fino ad un certo punto, scegliere la qualità migliore o la meno costosa, ma non secondo le regole della “crescita infinita”).

Commentando i dati, l’Unione Nazionale Consumatori (UNC) ha definito la spesa alimentare ormai un “lusso”. Il presidente Massimiliano Dona ha posto in evidenza che “per mangiare e bere una coppia con 2 figli paga su base annua ben 250 euro in più, una coppia con 1 figlio 219 euro, 173 per una famiglia media”.

Se a questo quadro si aggiunge anche il “Rapporto sul Benessere equo e sostenibile” (Bes) 2024, anch’esso diffuso dall’Istat, la situazione appare ancora più critica. In Italia le condizioni di benessere economico sono in calo, e sono più basse della media europea: il rischio di povertà nel 2024 è al 18,9%, contro il 16,2% dell’UE27. La disuguaglianza del reddito netto è al 5,5%, contro il 4,7% della UE27.

E la legge di bilancio continua a prevedere lo spostamento di ricchezza verso le fasce più agiate della popolazione, e tagli ai servizi. Lo sciopero generale del 28 e la manifestazione nazionale del 29 esprimono l’evidente necessità di un’alternativa a questo sfacelo.

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09/11/2025

Salari, redistribuzione, carovita. Tre priorità contro il governo delle disuguaglianze

Ora che anche autorevoli istituti come l’ISTAT e la Banca d’Italia hanno chiarito che la nuova legge di Bilancio non servirà a proteggere il nostro potere d’acquisto e che gli interventi sull’IRPEF andranno a beneficio delle classi di reddito più alte, cioè quelle con redditi pari o superiori ai 50mila euro annui, è evidente che il “re è nudo”.

La perdita secca di potere d’acquisto dei salari per i dipendenti pubblici è certificata attorno all’11%, essendo l’inflazione calcolata attorno al 17% per gli anni relativi al rinnovo dei contratti e gli aumenti inferiori al 6%. Per quelle categorie che i rinnovi non li hanno avuti la perdita è ancora più forte, per alcuni settori che hanno avuto rinnovi di poco superiori al 6% siamo comunque di fronte ad una perdita secca del 10% del salario.

Non c’era bisogno che ce lo chiarissero ancora, ma sentirselo ripetere con tanta precisione fa il suo effetto.

La professione più diffusa, davanti a questi dati inequivocabili, è quella del profondersi nell’analisi delle cause che hanno portato a questa situazione. Ma al punto in cui siamo, francamente, ci sembra una noiosa perdita di tempo di fronte all’assodata dimostrazione che non c’è alcuna volontà politica di ridurre le disuguaglianze.

Al di là di tutte le valutazioni più o meno sofisticate sul modello di contrattazione, sulla perdita di competitività del sistema, sulla produttività del lavoro e via discorrendo, ciò che balza agli occhi è che è stata prodotta una impressionante redistribuzione di risorse economiche dalle classi che meno avevano ai ceti più ricchi e che questa politica prosegue indisturbata.

Basti pensare agli straordinari profitti ottenuti dal sistema bancario che negli ultimi tre anni, 2022-2024, ha racimolato la bellezza di 112 miliardi di euro netti, finiti per lo più nelle casse di grandi azionisti come BlackRock e Vanguard. E tanto per non dimenticarcelo, il fondo investimenti BlackRock ha già acquistato negli anni scorsi la rete fissa di Telecom Italia per 22 miliardi, è dentro grandi aziende come ENI, Enel, Snam e Poste, ovviamente dentro Leonardo e punta da tempo alle Ferrovie dello Stato. La redistribuzione, cioè, non produce soltanto un impoverimento diffuso ma anche uno spostamento di potere nelle mani di pochi grandi fondi finanziari, per lo più stranieri, che finiscono per governare la nostra società.

La questione vera che abbiamo davanti pertanto è cosa occorre fare per recuperare il potere d’acquisto perduto, per quali obiettivi battersi per fermare l’impoverimento e il conseguente esproprio di risorse e di sovranità che sta subendo l’intero Paese.

I fronti di lotta sono almeno tre: il fronte dei redditi, quindi innanzitutto i salari e le pensioni, il fronte fiscale, quindi le tasse sulle banche, le grandi imprese e i patrimoni dei ceti ricchi, e infine il fronte delle tariffe dei servizi e dei prezzi dei beni di prima necessità, compresi gli affitti degli alloggi.

Da come ci si posiziona rispetto a questi temi si può capire quali interessi difendono i vari soggetti in campo e quindi come poter immaginare l’arco delle alleanze sociali e politiche.

Sul fronte dei redditi, l’obiettivo dei 2000 euro come salario minimo, da veder riconosciuto nei minimi tabellari di ogni contratto, corrisponde ad un salario dignitoso, riconosciuto da enti internazionali e in linea con quanto detta l’articolo 36 della nostra Costituzione. I contratti nazionali dovrebbero puntare a raggiungere questo obiettivo, sul quale poi riparametrare tutti gli altri livelli, e comunque rifiutare soluzioni retributive che neanche reggono il passo con l’inflazione. La reintroduzione della scala mobile, o comunque di uno strumento di salvaguardia del potere d’acquisto, dovrebbe essere un obiettivo condiviso, così come l’impedimento di ogni ulteriore allungamento dell’età pensionabile e l’adeguamento delle pensioni minime ai 1500 euro.

Sul fronte fiscale, l’obiettivo di un ritorno alla progressività dell’imposta dovrebbe essere una scelta di civiltà, condivisa da tutto il fronte autenticamente progressista. Mettere al centro dell’agenda politica e rivendicativa la tassazione dei grandi patrimoni e dei vergognosi extra profitti, ottenuti dalle aziende che operano nel settore energetico e dal sistema bancario, è una condizione essenziale per reperire quelle decine di miliardi indispensabili per un riequilibrio delle enormi disuguaglianze sociali accumulate in questi anni.

E, infine, il calmieramento dei prezzi, attraverso l’eliminazione dell’IVA sui beni di prima necessità, il controllo delle tariffe sui servizi essenziali e una nuova legge sugli affitti, che rimetta una larga fetta della popolazione nella condizione di poter accedere al mercato degli alloggi e, contemporaneamente, tanta parte del sistema immobiliare di non rimanere colpevolmente inutilizzato (nonostante la fame di case che c’è in giro) sono le altre misure che dovrebbero completare una coerente politica di riequilibrio sociale.

Chi ipocritamente sostiene che questa è una piattaforma dei sogni finge di non vedere l’enorme accumulo di risorse che è avvenuto nel corso di questi anni ed anche la folle scelta di svincolare la spesa militare dalle regole europee sul bilancio pubblico.

Questi obiettivi sono concreti, necessari ed anche possibili e costituiscono la condizione per tornare a sperare in un futuro migliore. Sono la base dello sciopero generale del 28 novembre e della manifestazione nazionale prevista a Roma per il giorno dopo.

Sono il programma sul quale mettere in moto le enormi forze sociali e popolari che hanno preso parola contro il genocidio in Palestina e che ora reclamano la rottura dei rapporti con Israele. Sono lo stesso popolo. Siamo lo stesso popolo.

Unione Sindacale di Base

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USB lancia lo sciopero generale per il 28 novembre, CGIL e CISL boicottano

È svanita l’idea di uno nuovo sciopero generale e generalizzato, capace di seguire le orme della mobilitazione del 3 ottobre scorso, quando oltre due milioni di persone hanno manifestato in tutta Italia contro il genocidio in Palestina, l’assalto israeliano alla Flotilla e le politiche del governo Meloni. A nulla sono infatti serviti gli appelli provenienti dal mondo sociale: allo sciopero generale convocato da USB e gli altri sindacati di base per il 28 novembre contro la manovra dell’esecutivo non parteciperà la CGIL, che ha preferito indire una mobilitazione analoga per il 12 dicembre. Il giorno dopo scenderà invece in strada la CISL, contro una legge di bilancio «sbagliata, ingiusta, che non aumenta i salari». Non è ancora chiara la posizione della UIL, anch’essa critica verso la manovra. Se dalla spaccatura del fronte sindacale ne escono indeboliti i lavoratori, perdendo l’occasione di una rappresentanza unitaria, l’esecutivo gongola e Giorgia Meloni ironizza: «Nuovo sciopero generale della CGIL contro il Governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?», rispolverando la retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a gita fuori porta.

«Aumento vertiginoso delle spese militari, il solito pacchetto di aiuti alle imprese, oboli in più in busta paga attraverso il versante fiscale per un ceto medio i cui salari sono stati letteralmente mangiati dall’inflazione e il nulla cosmico per i pensionati» e coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta. Con queste parole i sindacati di base (CUB, USB, COBAS, ADL, CLAP, SIAL, SGB) hanno riassunto la nuova legge di Bilancio, convocando in risposta uno sciopero generale per il 28 novembre, accompagnato il giorno seguente da una giornata di mobilitazione a Roma, in solidarietà al popolo palestinese. La mediazione con la CGIL per uno sciopero generale e generalizzato come quello del 3 ottobre scorso è fallita tra accuse reciproche, nonostante gli appelli provenienti da più direzioni. Relativamente all’idea di indire un ulteriore sciopero per il 12 dicembre i lavoratori Ex-GKN hanno ad esempio avanzato una doppia critica, «perché non puoi seriamente pensare di cambiare la manovra del Governo il 12 dicembre» — dal momento che deve ricevere l’approvazione dal Parlamento entro la fine dell’anno — e «perché dimostri di non aver tratto alcun insegnamento dal passato», in riferimento all’elevata partecipazione agli appuntamenti congiunti, a partire dal 3 ottobre scorso.

Poche ore dopo l’annuncio della CGIL, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ironizzato sulla scelta della data (un venerdì), rispolverando una retorica che declassa lo sciopero da strumento di pressione a scusa per allungare il fine settimana, dimenticando che l’astensione dal lavoro comporta una riduzione dello stipendio, non proprio l’ideale in un Paese coi salari bloccati da 30 anni.

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C'è sciopero e sciopero, perché c'è piattaforma e piattaforma.

di Pierpaolo Leonardi

La mancata convergenza della CGIL sullo sciopero del 28 novembre promosso da USB e altre organizzazioni sta suscitando un dibattito fondato sul nulla. A parte qualche vecchio sempreverde che prova ad attribuirsi il ruolo di generoso pontiere, a me sembra che nessuno stia ragionando su questa scelta della CGIL che, lo dico subito, per me è ragionevole e giusta.

USB ha convocato uno sciopero generale e una manifestazione nazionale a Roma per il 28 e 29 novembre sulla scorta di un mandato vincolante su una piattaforma di lotta assolutamente chiara e dettagliata da parte dell'assemblea nazionale dei propri quadri e delegati riuniti a Roma il 1 novembre. Altrettanto, mi sembra di capire, ha fatto la CGIL con la sua assemblea nazionale decidendo di convocare lo sciopero generale il 12 dicembre.

Quindi la differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici. Se le piattaforme sono tanto diverse da non consentire una convergenza sulla stessa giornata è abbastanza naturale che questo non avvenga e non si realizzi quello che si è realizzato il 3 ottobre e che si è potuto realizzare unicamente perché la drammaticità del genocidio in corso del popolo Palestinese era al centro dello sciopero politico fuori dalle regole che il Paese, oltre le sigle sindacali, ha caparbiamente voluto effettuare anche cosciente dei rischi che si correvano.

Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero, come tante volte altri soggetti hanno fatto. Lo si fa perché una situazione insostenibile lo richiede e la piattaforma che lo convoca deve essere mirata esattamente sui motivi che hanno reso la situazione insostenibile e contenere proposte concrete, condivise e realizzabili come quella di partire da 2000 euro di salario netto per tutti come paga base. Una proposta facile facile ma che finora nessuno aveva avuto il coraggio di avanzare. Tanti sono i motivi alla base della proclamazione, ciascuno può trovarli dettagliati sul sito USB, e ciascuno si accorgerà delle profonde differenze nell'impostazione, prima ancora che nel dettaglio, tra quelle emerse dall'assemblea USB del 1 novembre e quelle della CGIL. Bene quindi ha fatto la CGIL, inviterei ad evitare personalizzazioni che lascerei alla Meloni in affanno di argomenti, a decidere di andare per la propria strada, decidendo la propria data in cui scioperare sulla propria piattaforma strutturalmente lontana anni luce da quella di USB. Un sussulto di consapevolezza che gli fa onore.

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08/11/2025

Francesca Albanese a sostegno allo sciopero generale ed alla manifestazione nazionale di 28 e 29 novembre

L'Unione Sindacale di Base ringrazia Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, per il video di sostegno allo sciopero generale e alla manifestazione nazionale a Roma previsti i prossimi 28 e 29 novembre.

Saremo in piazza insieme contro la finanziaria di guerra del Governo e fermare la corsa al riarmo: per fermare le guerre ed il genocidio in Palestina si comincia da qui.

Oltre a Francesca Albanese hanno annunciato la propria presenza in piazza Greta Thumberg, Thiago Avila e altri ospiti internazionali.

Unione Sindacale di Base

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07/11/2025

Governo Meloni: un esecutivo di contafrottole

Che i governanti di tutto il mondo, nessuno escluso, amino “abbellire” i risultati della propria azione, è indubbio. Il problema è “quanto” quei risultati siano distanti dalla “narrazione”, e soprattutto quanto questa distanza può essere misurata dagli elettori.

In poche ore il governo Meloni ha preso due “musate” di rara chiarezza ed ha reagito nel suo stile standard: negare la realtà e darsi i pieni voti (è lo stile Trump, a livelli più stratosferici).

La prima figuraccia, diciamo così, è arrivata sul “caso Almasri”, il torturatore che nella Libia di Tripoli (il paese è diviso in due) gestisce il traffico dei migranti verso l’Italia sulle basi degli accordi firmati con i nostri governi (prima con Marco Minniti, ministro del PD, poi con Matteo Salvini, ministro nel Conte I, confermati e sviluppati poi dai governi Draghi e Meloni). Almasri è stato arrestato su ordine della procura della capitale libica.

È universalmente noto che questo Almasri, ricercato per “crimini di guerra” con mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale (Cpi), era stato fermato in Italia il 19 gennaio di quest’anno. Invece di essere consegnato alla Corte de L’Aja – come da trattati internazionali firmati dal nostro Paese – era stato riportato a casa con tanto di aereo di Stato. Da uomo libero. Sorvoliamo sulle innumerevoli polemiche, le richieste della magistratura, ecc.

È evidente che la ragione addotta dal governo Meloni per giustificare il rilascio ossequioso di Almasri (liberarsi di un «soggetto pericoloso sul nostro territorio») non sta più in piedi... Quindi ha cambiato versione alla velocità della luce: “il governo era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura della Procura di Tripoli a carico di Almasri, già dal 20 gennaio 2025” [il giorno prima del rimpatrio, ndr].

Come dire che “sapevamo che prima o poi l’avrebbero arrestato laggiù”. Certo, per dieci mesi ha continuato a guadagnare sui migranti, torturando e uccidendo, ma che gliene frega al governo italiano che ce lo aveva in mano e avrebbe potuto consegnarlo alla Cpi?

Lasciamo agli specialisti l’aspetto legale (davvero la Corte Penale Internazionale può essere considerata “secondaria” rispetto alla procura di Tripoli?), resta il fatto che un criminale di guerra ricercato in tutto il mondo sia stato rimesso in libertà e in condizione di “continuare il lavoro”.

Nessuno, infatti, a gennaio 2025, poteva sapere che la situazione a Tripoli sarebbe cambiata, tanto meno come. Lì, per chi segue un po’ l’evoluzione “politica” locale, non c’è uno “Stato”, ma una serie di milizie che si combattono tra loro (obbiettivo: controllare i proventi del petrolio e del traffico di migranti).

A gennaio-febbraio Almasri era ancora il capo temuto di una di queste milizie. A maggio (quattro mesi dopo) viene sconfitto sul campo da quelle di Al Khali, e quindi passa da “boss” a paria. Altri quattro mesi e viene messo in una di quelle galere su cui prima “governava”.

Quindi: o nel governo Meloni siedono dei veggenti migliori del mago Otelma, oppure quella giustificazione (“lo sapevamo...”) è una pietosa menzogna.

Non è finita però qui.

Sapete anche che la “manovra” – ossia la legge di bilancio da approvare entro il 31 dicembre – è stata come sempre campo di battaglia tra interessi di partito, interessi di gruppi sociali “privilegiati” e vincoli imposti dai trattati europei. Il “miracolo” – espressione del ministro dell’economia, il leghista Giorgetti – sarebbe consistito nel trovare un equilibrio tra “tenuta dei conti” (per metter fine alla procedura di infrazione decisa dalla Commissione Europea), aumento delle spese militari (preteso da Trump) e un po’ di sconti fiscali “al ceto medio” (dice sempre Giorgetti).

Istat e Banca d’Italia, chiamati in audizione parlamentare, dati e calcoli alla mano (fatti da chi li sa fare, leggendo tra le righe di testi scritti per nascondere più che per chiarire), hanno stabilito l’esatto opposto.

Intanto l’impatto generale dei “benefici” non è superiore all’uno percento del reddito disponibile, ovvero molto al di sotto di quanto perso per l’aumento dei prezzi.

Ma soprattutto, oltre l’85% delle risorse saranno destinate alle famiglie del 40% più ricco della popolazione. Di fatto: il 20% di famiglie più ricche riceverà 411 euro all’anno in più, appena 102 euro per il venti percento di famiglie più povere. Nulla agli “incapienti” (quelli che guadagnano così poco da non dover pagare le tasse).

Non è in effetti difficile da capire che se decidi sgravi fiscali in percentuale il risultato non può che essere questo: allargare la disuguaglianza tra chi ha di più e chi di meno. Non a caso, quasi 60 anni fa, i rinnovi contrattuali venivano fatti chiedendo aumenti uguali per tutti (in cifra assoluta, non in percentuale), in modo da ridurre quella forbice un po’ alla volta.

L’ostilità contro i poveri è confermata anche dalla prevista assenza di verifiche su eventuali aumenti contrattuali (si stanno rinnovando solo ora, fra l’altro, contratti che risultano già scaduti al momento della firma) cosicché, qualsiasi possa essere l’aumento concesso dalle imprese, lo sconto fiscale sarà a vantaggio di queste ultime più che dei lavoratori.

Ma è tutta la logica economica e politica della manovra che viene messa in discussione da un breve passaggio nell’intervento della Banca d’Italia (che non è certo famosa per “propensione al socialismo”...): “È improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione. In prospettiva, la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro (che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019)”.

La traduzione non ci sembra indispensabile, ma la facciamo lo stesso. I salari non sono sufficienti per sopravvivere dignitosamente, e gli aumenti ce li devono mettere le aziende, che hanno una redditività sufficiente per farlo; non è il governo che deve “grattare” un po’ di sconti fiscali per far entrare qualche spicciolo in più in busta paga. Mettendolo oltretutto a carico della contabilità generale dello Stato e quindi, in definitiva, sulle spalle di chi paga le tasse (notoriamente quasi soltanto i lavoratori dipendenti, che proprio non possono evaderle neanche volendo). Una partita di giro, insomma, e una presa per i fondelli... 

Difficile essere più bugiardi di un governo come questo. Foss’anche solo per questa ragione – ma ce ne sono decine di altre, ed anche più forti – ci vediamo i piazza per lo sciopero generale, il 28 novembre.

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05/11/2025

Nella manovra più armi e meno risorse servizi e salari. Unica risposta lo sciopero generale

Martedi si sono tenute le audizioni delle Organizzazioni Sindacali presso le commissioni bilancio di Camera e Senato relativamente alla Legge di Bilancio.

USB ha ribadito il proprio giudizio negativo sia sull’impianto complessivo che per quanto riguarda le misure previste, in particolare in tema di salari.

La manovra del Governo Meloni affronta in maniera inadeguata la questione salariale, particolarmente grave nel nostro Paese, simbolo delle sempre più crescenti disuguaglianze. Gli interventi di defiscalizzazione su alcune parti del salario sono sbagliate sia nel settore privato, dove si scarica sulla fiscalità generale un onere datoriale, peraltro senza compensarlo con adeguati interventi fiscali su rendita e patrimonio; sia in quello pubblico dove non si capisce perché, considerato che lo Stato è il datore di lavoro, non si possano stanziare direttamente maggiori risorse per i contratti, invece di usare anche qui la defiscalizzazione.

In ogni caso le misure previste non incideranno sul potere d’acquisto dei salari.

Gli investimenti sulla spesa sociale non riescono a mantenere neanche il livello di spesa dell’anno precedente, come per la sanità, e non si avvicinano neanche lontanamente a ciò che servirebbe all’istruzione, mentre segnano addirittura una riduzione per alcuni enti di ricerca.

Non è prevista nessuna misura di contrasto alla precarietà crescente, fatta di contratti a termine, part-time involontario e abuso del sistema degli appalti. Nel settore pubblico il Governo si prepara a mandare a casa il 30 giugno prossimo metà dei 12mila precari del PNRR Giustizia; stessa sorte è destinata a 5mila precari della Ricerca, anch’essi in parte reclutati con il PNRR. Il precariato a vita è invece la sorte a cui sembrano destinati i 300mila precari della Scuola.

Rispetto all’ennesimo intervento sul fisco, si continua a procedere verso un appiattimento del prelievo fiscale e l’abbandono di quella progressività che rappresentava, un tempo, uno dei fattori di redistribuzione delle risorse e di riequilibrio delle disuguaglianze sociali.

Manca tutto ciò che servirebbe, da una seria politica industriale al rilancio dei servizi pubblici, passando per un intervento strutturale sui salari che fissi un salario minimo di 2000 euro in paga base, con conseguente riparametrazione, e agganci i salari al costo della vita, misurato non più dall’IPCA, indice assolutamente inadeguato. Quelle organizzazioni sindacali che plaudono agli interventi del Governo sono le stesse che firmano contratti a perdere nel Pubblico come nel Privato e che da tempo sono diventate parte del problema.

In realtà l’obiettivo della manovra non è quello di intervenire sulle sempre più drammatiche disuguaglianze che colpiscono la popolazione, ma di tenere basso il deficit pubblico in modo da poter avere via libera nello stanziare tutte le risorse possibili per il riarmo, senza dover sottostare ai vincoli europei.

Più armi e meno redistribuzione è la cifra politica complessiva della manovra contro la quale USB conferma lo sciopero generale del 28 novembre e la manifestazione nazionale del 29 novembre.

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02/11/2025

USB: sciopero generale il 28, manifestazione nazionale il 29 novembre

L’assemblea nazionale dell’Unione Sindacale di Base che si è svolta ieri a Roma “ha rappresentato un momento di straordinaria partecipazione e unità del mondo del lavoro. Centinaia di delegate e delegati di USB provenienti da ogni territorio e settore, industria, pubblico impiego, scuola, sanità, logistica, porti e servizi, hanno portato la voce di un Paese che non accetta più di essere sacrificato alle compatibilità del profitto e della guerra”.

È quanto si legge in una nota dell’USB che rilancia lo sciopero generale proclamato il 28 novembre e la manifestazione il giorno successivo, sabato 29 novembre, che si terrà a Roma.

L’USB ha riaffermato il proprio NO alla logica del riarmo e all’economia di guerra che sta consumando risorse pubbliche e diritti sociali. Ogni euro speso in armi è un euro sottratto alla scuola, alla sanità, alle pensioni, al lavoro.

Da questa consapevolezza nasce la piattaforma dell’Unione Sindacale di Base: fermare la guerra e cambiare l’Italia, a partire da salari e pensioni dignitosi, da una scala mobile moderna, da una fiscalità realmente progressiva e da un piano pubblico per casa, salute, istruzione e occupazione stabile.

Dalla scuola, dalla sanità e dal pubblico impiego è giunta la denuncia sulla irrisorietá delle risorse stanziate per il triennio 2025/2027 che già si annunciano al di sotto dell’inflazione e non recuperano quanto perso nel triennio precedente e sui tagli strutturali che stanno cancellando il diritto universale ai servizi.

Dai settori precari e dai movimenti sociali è arrivata la richiesta di una nuova stagione di diritti, dal diritto all’abitare alla regolarizzazione dei lavoratori migranti, fino al contrasto delle disuguaglianze territoriali e di genere.

Durante i lavori, l’assemblea ha ricevuto il saluto di Greta Thunberg, che ha espresso il proprio sostegno alla mobilitazione e annunciato la sua presenza in Italia nelle giornate di lotta di novembre, a Genova e poi a Roma.

Gli interventi hanno attraversato tutti i punti della piattaforma nazionale elaborata da USB, restituendo una visione comune: rompere il modello sociale che ha impoverito il lavoro e la democrazia e costruire un’alternativa fondata su giustizia, pace e redistribuzione della ricchezza.

L’assemblea ha denunciato la legge di bilancio del governo come una vera e propria manovra di guerra, che taglia la sanità, smantella il welfare, aumenta la spesa militare e alimenta la precarietà, mentre il genocidio del popolo palestinese prosegue nel silenzio della comunità internazionale.

Su queste basi, l’Unione Sindacale di Base conferma e rilancia lo sciopero generale proclamato il 28 novembre in tutti i settori, pubblici e privati, contro la manovra di guerra, contro l’impoverimento del lavoro e per una nuova redistribuzione della ricchezza.

Il giorno successivo, sabato 29 novembre, si terrà a Roma la grande manifestazione nazionale, che unirà lavoratori, giovani e movimenti sociali in un’unica voce: bloccare tutto per cambiare tutto

QUI il video dell’assemblea.

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