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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/12/2025

Da Panama a Caracas: l’aggressione al Venezuela alla luce di 36 anni di interventi Usa

L’escalation contro il Venezuela non è un fatto isolato né un’improvvisa deriva della politica estera statunitense. È l’ultimo capitolo di una lunga sequenza di interventi, aggressioni e strategie di destabilizzazione che attraversano la storia recente dell’America Latina.

Per comprenderne la portata, occorre guardare indietro: a Cuba, sottoposta da oltre sessant’anni al Bloqueo economico, ma anche a Panama, invasa militarmente dagli Stati Uniti nel dicembre del 1989, esattamente trentasei anni fa.

Secondo Luciano Vasapollo, storico decano di economia alla Sapienza di Roma e consulente dei governi di L’ Avana e Caracas, «Panama rappresenta uno spartiacque fondamentale. L’operazione “Just Cause” non fu solo un’invasione militare, ma un laboratorio di legittimazione dell’intervento armato unilaterale nel continente, giustificato con la retorica della lotta al narcotraffico e la “difesa della democrazia”. Uno schema che ritroviamo oggi, con linguaggi diversi, contro il Venezuela».

L’invasione di Panama causò oltre 200 vittime civili, la distruzione di interi quartieri popolari e l’imposizione di un nuovo assetto politico sotto tutela statunitense. «Fu un messaggio chiarissimo a tutta Nuestra América», sottolinea Vasapollo, «chi non si allinea può essere colpito militarmente, senza mandato internazionale e senza conseguenze per l’aggressore».

Oggi, contro il Venezuela, la guerra assume forme differenti ma non meno violente. Sequestri di petroliere, blocchi navali di fatto, sanzioni finanziarie, campagne mediatiche di criminalizzazione e, infine, la designazione statunitense di Caracas come “organizzazione terroristica straniera”. Un atto che Cuba ha denunciato come arbitrario, fraudolento e politicamente motivato, avvertendo del grave pericolo che rappresenta per la pace regionale.

«La definizione di uno Stato sovrano come “terrorista” – osserva Vasapollo – non è un atto giuridico ma una costruzione politica funzionale all’aggressione. È lo stesso meccanismo usato contro Panama nel 1989, contro Cuba per decenni e oggi contro il Venezuela: si crea il nemico, lo si isola, lo si strangola economicamente e poi si prepara l’opinione pubblica all’uso della forza».

Il parallelo con Cuba è inevitabile. Da più di sessant’anni l’isola resiste al Bloqueo, una guerra economica che ha provocato danni enormi alla popolazione civile ma non è riuscita a piegare la sovranità del paese. «Cuba ha dimostrato», afferma Vasapollo, «che la resistenza è possibile. Non è solo resistenza materiale, ma politica, culturale e morale. È la prova che l’imperialismo può essere contrastato se esiste un progetto collettivo e una solidarietà internazionale reale».

La solidarietà tra Cuba e Venezuela si inserisce in questa storia comune. L’Avana ha condannato con fermezza le nuove misure statunitensi contro Caracas, ricordando che colpire il Venezuela significa colpire l’intero equilibrio dell’America Latina e dei Caraibi. «Gli Stati Uniti sanno bene», continua Vasapollo, «che il Venezuela rappresenta un nodo strategico, energetico e politico. Come Panama nel 1989, come Cuba dal 1962, oggi Caracas è un bersaglio perché difende la propria autonomia».

Dall’attacco a Panama alla guerra economica contro Cuba, fino all’assedio multilivello al Venezuela, emerge una continuità storica che non può essere ignorata. «Cambiano i presidenti, cambiano i pretesti», conclude Vasapollo, «ma la logica resta la stessa: mantenere l’America Latina in una condizione di subordinazione. Per questo la difesa del Venezuela oggi non è solo una questione nazionale, ma una battaglia per la sovranità di tutti i popoli della regione».

A trentasei anni dall’invasione di Panama, la lezione resta drammaticamente attuale. Di fronte alla nuova offensiva contro Caracas, la memoria storica diventa uno strumento di resistenza. Come dimostra Cuba, resistere è possibile. E come insegna Panama, dimenticare il passato significa prepararsi a riviverlo.

Fonte

01/12/2025

Il potere pretende la libertà di mentire

Allora. Come protocollo vuole, il proprietario – Alain Elkann, nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e distruttore della Fiat – ha fatto visita ai suoi dipendent della sezione informazione, sottomarchio La Stampa, per mostrare il proprio volto umano di imprenditore sensibile.

“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”. 

“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.

Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?

No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).

Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.

Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.

Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).

La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.

Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.

Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.

Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.

Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.

Fosse vero, sarebbe uno scoop…

Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.

Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.

Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.

Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.

Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.

P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…

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La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”

Rosa Yolanda Villavicencio è un’economista di 63 anni ed è stata nominata ministra degli Esteri della Colombia quest’estate, nel mezzo dell’epoca più buia che si ricordi delle relazioni tra Bogotà e gli Stati Uniti: «Quello che Trump vuole – dice – è il petrolio. Il resto sono scuse».

L’escalation tra Stati Uniti e Venezuela è arrivata a livelli senza precedenti: come si vive la situazione da Bogotà?

«Siamo molto preoccupati perché qualsiasi tipo di intervento militare in Venezuela avrebbe un impatto molto negativo per la Colombia. Noi continuiamo a tenere alta la bandiera della necessità del dialogo politico, della soluzione negoziata per risolvere la situazione prima di arrivare a un risvolto irreversibile».

Cosa vuole Trump?

«La ragione dell’escalation ha a che vedere con il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela sono molto appetibili per un’economia fossile come quella statunitense: gli Usa cercano riserve nella regione, e queste si trovano in Venezuela. Di qui la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un Paese che non combatte abbastanza il narcotraffico. L’intervento di forza è preceduto da una serie di narrazioni costruite ad arte, come quella secondo cui esisterebbe un “Cartel de los Soles”, che in realtà non risulta rilevante ai servizi di intelligence dei diversi Paesi».

Nonostante tutto nemmeno la Colombia ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Venezuela...

«Noi non abbiamo riconosciuto il risultato delle elezioni perché i verbali non sono comparsi e non c’erano prove, ma manteniamo una relazione con lo Stato venezuelano e soprattutto con la popolazione: abbiamo quasi 3 milioni di colombiani in Venezuela, abbiamo 2.700.000 venezuelani che vivono nel nostro Paese. Poi c’è la questione delle detenzioni illegali, su questo manteniamo un dialogo con loro affinché rilascino i detenuti».

Quanti sono i detenuti politici colombiani? Conosce il caso di Trentini?

«Ci hanno riconsegnato 18 persone, ma al momento ne abbiamo ancora 20, e sì, sono in contatto con l’ambasciatore italiano a Bogotá riguardo al cittadino italiano. Ci sono anche cittadini francesi e olandesi. È complesso».

Un attacco sembra ora inevitabile.

«È un’escalation da manuale. Prima non esisteva il cosiddetto “Cartel de los Soles”, ora esiste. Pensiamo di essere molto vicini alla possibilità di un’aggressione, e per questo continuiamo a richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Credo che non sia come in altre occasioni: qui ci sarà una risposta militare da parte di tutta la popolazione, che la vede e la sente come un’aggressione nel proprio territorio, e ciò provocherebbe spargimenti di sangue. Inoltre genererebbe una frammentazione, un esodo massiccio della popolazione che naturalmente si riverserebbe in Colombia».

Trump è arrivato a minacciare direttamente anche la Colombia di interventi militari mirati... 

«Le dichiarazioni si riferiscono alla presenza di gruppi illegali nel Catatumbo, e questa potrebbe essere una zona in cui vorrebbe intervenire, perché lì c’è presenza dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, gruppo paramilitare, ndr). Loro hanno detto che ciò che vogliono è rimuovere Maduro, ma logicamente una situazione del genere in Venezuela causerebbe anche in Colombia un impatto molto grande in termini economici, sociali e di instabilità politica».

A quanto pare Trump e Maduro si sono parlati, è possibile che si faccia da parte?

«Credo che sia un’ipotesi possibile e forse sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti e il Venezuela – cioè Trump e Maduro – negoziassero una via d’uscita. E poi che da lì stabilissero condizioni che fossero accettabili per entrambe le parti. Si eviterebbe uno spargimento di sangue».

Fonte

18/03/2021

Venezuela - «Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, un programma di lotta globale». Intervista a Nelson Herrera

Pubblichiamo questa intervista realizzata da Geraldina Colotti in vista delle giornate preparatorie del Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo settore Operaio indette dal PCOA che si terranno il 22 marzo, con l’obiettivo di consolidare il Movimento Internazionale del Lavoro appunto con la partecipazione al Congresso Bicentenario del PCOA come Piattaforma della Classe Operaia Antimperialista. Giornate alle quali parteciperà anche il CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova.

Articolo originale qui.

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Geraldina Colotti, Bricspsuv Italia

Instancabile e determinato, Nelson Herrera, segretario esecutivo della Vice Presidenza della classe operaia del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), non si risparmia. Grazie all’impegno collettivo di compagni come lui, la rivoluzione bolivariana continua ad essere un esempio di unità e resistenza. Nelson fa parte del comitato organizzatore del Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che in questi giorni riunirà rappresentanti di partiti, movimenti femministi e popolari e sindacati a livello internazionale. Lo abbiamo sentito per questa occasione.

Qual è l’analisi alla base della convocazione del Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo?

Alla vigilia della commemorazione dei 200 anni della Battaglia di Carabobo, impresa storica guidata dal liberatore Simón Bolívar per garantire l’indipendenza del Venezuela dal Regno di Spagna, il presidente Nicolás Maduro ha convocato il Congresso Bicentenario dei Popoli al fine di approfondire la rivoluzione bolivariana come principale forza storica, politica e sociale in Venezuela. Per questo motivo sono stati convocati diversi leader nazionali, che hanno riproposto l’agenda di lotta dei movimenti sociali, attraverso il loro re-incontro e la loro riunificazione, rafforzando così l’unità politica e programmatica della leadership sociale del chavismo, attorno agli obiettivi della Rivoluzione Bolivariana. In questo contesto, il Presidente Nicolás Maduro, osservando le dinamiche nazionali indotte dal Congresso, ha deciso di allargare queste discussioni e dibattiti anche al di fuori del nostro territorio, invitando così alla preparazione del Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si terrà in tre fasi. La Prima, è la scuola propedeutica dove i settori sono convocati per il primo incontro e sono destinati a formare equipe internazionali di ogni settore, e si conclude il 26 marzo con un grande Meeting di quelle squadre. Va notato che, per quanto riguarda lavoratrici e lavoratori, la loro attività preparatoria si svolge il 22 marzo.

La seconda fase è quella delle giornate lavorative per dette squadre, che dovranno presentare proposte attraverso un’agenda destinata a consolidare un piano di lavoro. E la terza fase è il Grande Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, che si terrà a giugno. È importante sottolineare che questo Congresso convoca attivisti, leader politici, sociali e sindacali alleati della Rivoluzione Bolivariana, al fine di unire e articolare un grande programma di lotta che possa coordinare i movimenti sociali, i partiti politici e i sindacati del mondo al fine di affrontare le dure condizioni subite dalla maggior parte della popolazione del pianeta, a causa della voracità dell’imperialismo, che ha accelerato nel bel mezzo del covid-19.

Qual è la responsabilità dei sindacati nel Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo?

La comprensione, la resistenza dei lavoratori venezuelani e la loro capacità di restare in piedi nonostante i molteplici attacchi dell’imperialismo, diventando uno dei principali fari per la lotta per un mondo più giusto, ha spiegato in dettaglio che il Bicentenario dei Popoli del Mondo Settore Operaio sia finalizzato a creare un processo che consolida l’unità e l’articolazione del Movimento Nazionale e Internazionale del Lavoro, al fine di contribuire all’approfondimento della Rivoluzione Bolivariana come una delle principali forze storiche, politiche e sociali del questi tempi. Pertanto, gli incontri che si stanno realizzando devono stabilire le basi programmatiche che consentano di consolidare gli spazi di articolazione e coordinamento della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori del Mondo e sviluppare così congiuntamente un Piano d’azione dove solidarietà, internazionalismo e formazione siano punti fondativi. Per quanto riguarda la formazione, credo che si debbano costruire le basi di una grande rete o scuola che, attraverso studi ed esperienze, consenta lo scambio di conoscenze o alternative socio-produttive non dipendenti dal capitalismo.

Inoltre, non dobbiamo trascurare l’emergere di nuovi meccanismi di aggressione e disuguaglianza nei confronti dei nostri fratelli e sorelle di classe, che indubbiamente portano i segni delle gravi sofferenze e battute d’arresto in atto in termini di benessere collettivo. Senza dimenticare che i dati internazionali rivelano che una grande percentuale di posti di lavoro di cui siamo a conoscenza sta scomparendo. Per questo credo che i sindacati debbano intraprendere un processo di rinnovamento per non diventare obsoleti.

Qual è il bilancio dei precedenti eventi internazionali sviluppati nell’ambito del Congresso? Quali sono state le principali difficoltà evidenziate?

La difficoltà principale è rappresentata dal COVID-19. Tuttavia è necessario sottolineare che gli Incontri Antimperialisti hanno lasciato una base estremamente importante, che ha facilitato la nostra articolazione con i nostri uguali e le nostre uguali nel mondo. Dal settore operaio è nata la Piattaforma della classe operaia antimperialista (PCOA), un progetto ambizioso e interessante per chi di noi lotta per un mondo migliore.

Cosa chiede il Congresso ai movimenti internazionali in questa fase di rinnovato attacco alla rivoluzione bolivariana?

Per continuare insieme, esamineremo e approfondiremo questioni di interesse comune, al fine di sviluppare un’agenda comune, in cui ci concentreremo sulla lotta dei popoli per la loro sovranità e per la difesa dei diritti umani contro misure coercitive unilaterali applicate illegalmente dall’imperialismo. Lavoriamo per togliere la maschera a quei governi che hanno anteposto il capitale all’umano. Adottiamo azioni che affrontino queste contraddizioni nel mondo, che hanno preso piede nel bel mezzo della pandemia covid-19.

Come si è inserito il Congresso Bicentenario dei Popoli nel IV Congresso del PSUV?

Il Partito Socialista Unito del Venezuela è un grande motore politico e organizzativo, che stimola e mobilita le azioni della base. Per questo, la struttura del PSUV sta promuovendo movimenti e sindacati per favorire la ricostruzione della maggioranza chavista, attraverso una nuova offensiva per espandere le forze sociali della Rivoluzione, con una leadership genuina, legittima e rinnovata.

Qual è il tuo ruolo attuale nella rivoluzione e nel Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo?

Attualmente, milito con una grande squadra di uomini e donne dell’Unione Nazionale dei lavoratori dell’edilizia pubblica della Gran Misión Vivienda Venezuela, con la quale speriamo di ottenere benefici per tutti questi lavoratori e lavoratrici, che partecipano alla costruzione di 3.500.000 case, attraverso un contratto collettivo (giusto e necessario). Inoltre, svolgo funzioni nel PSUV come Segretario Esecutivo della Vice Presidenza della Classe Operaia, dove ho guidato il consolidamento del PCOA insieme a una equipe di compagni e compagne. Va notato che queste ultime responsabilità mi hanno permesso di integrare il Comitato Nazionale Promotore del Bicentenario Congresso dei Popoli – Settore Lavoratori, con importanti leader sindacali quali: Eduardo Piñate, ministro del Lavoro, membro nazionale del Congresso Bicentenario Congresso dei Popoli; Francisco Torrealba, Vice Presidente della Classe Operaia del PSUV, Deputato del Potere Legislativo e Vice Presidente della CBST; Salvador Lugo, responsabile della gioventù lavorativa e produttiva, viceministro della scienza e della tecnologia; Oswaldo Vera, Deputato del Potere Legislativo e membro del Consiglio Consultivo della CBST; Franklin Rondón, Deputato del Potere Legislativo e Vice Presidente della CBST; Johana Santeliz, Vice Ministra del Ministro del potere popolare per il processo di lavoro sociale; Wills Rangel, Deputato del Potere Legislativo e Presidente della CBST; Angel Marcano, Deputato del Potere Legislativo e Presidente della FBST – Stato Bolivar; Eglé Sánchez, Deputato del Potere Legislativo e Vice Presidente della CBST; Erly Morales, Gioventù Petrolera; Daniel Alviarez, Gioventù lavorativa e produttiva dello Stato Bolívar.

In questo gruppo ho imparato molto e approfitto di questa intervista per ringraziarli uno per uno...

Fonte

23/09/2020

Venezuela, Almagro e l’Onu

Con la puntualità di una bomba a orologeria è giunto il rapporto della missione d’inchiesta sul Venezuela, nominata nove mesi fa dal presidente del Consiglio dei diritti umani. La prima cosa da notare è che, sebbene i media si sforzino di presentare tale rapporto come espressione delle Nazioni Unite tout-court, si tratta in realtà del parto di uno specifico e limitato gruppo di lavoro, composto da tre individui che, a quanto pare, non hanno mai messo piede su territorio venezuelano e si sono limitati a qualche testimonianza de relato, raccolta per giunta in buona parte su di un apposito sito web, studiato apposta per garantire l’anonimato dei testimoni.

I tre non sembrano essere personalità di grande spessore o celebrità, né sembra essi possano vantare grandi meriti in materia di diritti umani. Una, Marta Valiñas, è un’oscura giovane praticante portoghese. Il secondo, Paul Seils, è stato direttore dell’Istituto per la giustizia transizionale e di lui si conosce un recente articolo sulla Colombia, sorprendentemente focalizzato sui “crimini” delle FARC, proprio nel momento in cui la giustizia colombiana ha arrestato l’ex presidente Uribe per il suo ruolo nella promozione dei crimini dei paramilitari e settori della destra militare, paramilitare e civile di quel Paese che sono impegnati per neutralizzare ogni possibile ruolo positivo delle Nazioni Unite nella soluzione del conflitto, giungendo fino al punto di assassinare un funzionario onesto come Mario Paciolla.

Forse il più noto è il terzo componente del gruppo, tale Francisco Cox Vial, avvocato cileno, noto per la sua difesa d’ufficio del governo Piñera, in procinto a sua volta di essere denunciato alla Corte penale internazionale per le sanguinose repressioni dei moti sociali e politici dell’autunno scorso.

Cox, inoltre è stato socio d’affari dell’ex Sottosegretario alla Giustizia di Piñera, Juan Ignacio Piña, il quale in una recente intervista ha difeso a spada tratta la repressione delle manifestazioni cilene, sostenendo che “non vi deve essere dicotomia tra difesa dell’ordine pubblico e difesa dei diritti umani”. Come si vede proprio dei campioni dei diritti umani.

Il rapporto di cui si parla, del resto, è, a quanto se ne può giudicare dalla sintesi pubblicata dall’Alto Commissariato dei diritti umani delle Nazioni Unite, proprio ben poca cosa. Esso intende fare riferimento a un periodo di oltre sei anni, dal 2014 ad oggi, mettendo insieme impropriamente operazioni contro la criminalità e il terrorismo e la presunta repressione del dissenso. Sebbene la sintesi del rapporto si concluda con un appello alla Corte penale internazionale affinché intervenga contro il governo Maduro, la fragilità delle accuse è confermata dal fatto che, ad oggi, tale Corte è impegnata soprattutto a investigare sui crimini contro l’umanità commessi contro il popolo venezuelano dagli autori delle sanzioni disumane che lo stanno affliggendo, primo fra tutti il governo Trump.

L’elemento da sottolineare con grande nettezza è tuttavia che la carta delle Nazioni Unite viene giocata oggi spregiudicatamente dai nemici del Venezuela e della pace, proprio nel momento in cui sta avendo successo la strategia del governo Maduro per giungere a una pacificazione definitiva del Paese che sarà sancita dalla partecipazione dei settori maggioritari dell’opposizione alle prossime elezioni in programma per il 6 dicembre.

C’è tutto uno schieramento di cui fanno parte personaggi come l’oramai totalmente screditato Segretario dell’OSA Almagro che ha puntato tutto sulla sconfitta di Maduro. Di fronte al fallimento del pagliaccio Guaidò, isolato e abbandonato anche dai suoi più stretti sodali, il fronte internazionale contrario al chavismo e al popolo del Venezuela rilancia proprio sul terreno delle Nazioni Unite.

Un esito paradossale, per un’Organizzazione nata per promuovere la pace e i diritti umani, ma il cui logo viene oggi strumentalizzato dai nemici dell’una e degli altri, mentre sinistramente il Segretario di Stato statunitense Pompeo continua a minacciare l’invasione e la guerra aperta, tentando di mobilitare gli stanchi e svogliati alleati brasiliani e colombiani, che di gatte da pelare ne hanno già moltissime. Che Trump voglia servire ai suoi potenziali elettori, oggi per molti versi sconcertati, una bella invasione di quello che fu un tempo il cortile di casa di Washington? Può darsi, ma le Nazioni Unite che c’entrano con gli Stati Uniti?

Fonte