Tana. Come avevamo denunciato già da domenica sul nostro giornale, la foto pubblicata da La Repubblica e veicolata sui social da tutti i volenterosi guerrafondai filo-ucraini, era stata ritoccata con l’intelligenza artificiale per corroborare una versione distorta dei fatti e demonizzare il nostro redattore Giacomo Marchetti reo di aver tenuta a distanza e – lo ripetiamo ancora: lo ha fatto con garbo – un anziano che voleva entrare con una bandiera dell’Ucraina in una manifestazione per il 25 aprile apertamente convocata e schierata contro la Nato e il riarmo. Insomma nel corteo sbagliato.
L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.
La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.
Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.
All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.
Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.
Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2026
Preoccupati dalle minacce alle libertà ma disponibili “sul manganello”. Due sondaggi divaricanti
Tra domenica e oggi, sui due quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera sono stati pubblicati i risultati di due sondaggi in materia di ordine pubblico e restrizioni delle libertà democratiche.
Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.
Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.
Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).
Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.
Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.
Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.
Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.
Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.
La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.
Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.
Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.
Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.
Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.
Fonte
Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.
Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.
Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).
Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.
Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.
Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.
Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.
Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.
La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.
Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.
Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.
Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.
Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.
Fonte
14/12/2025
“La Repubblica” saudita
di Vincenzo Morvillo
A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.
I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.
Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.
Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.
«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».
Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.
Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.
Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.
Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.
Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.
E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.
Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.
E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.
Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.
Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.
Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).
Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.
Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…
E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?
Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.
Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.
Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.
Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…
Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...
Fonte
A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.
I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.
Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.
Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.
«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».
Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.
Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.
Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.
Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.
Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.
E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.
Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.
E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.
Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.
Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.
Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).
Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.
Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…
E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?
Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.
Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.
Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.
Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…
Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...
Fonte
12/12/2025
La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese) entro gennaio 2026 . I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
Fonte
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.
Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.
I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.
Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.
Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.
Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).
Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.
Fonte
01/12/2025
Il potere pretende la libertà di mentire
Allora. Come protocollo vuole, il proprietario – Alain Elkann, nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e distruttore della Fiat – ha fatto visita ai suoi dipendent della sezione informazione, sottomarchio La Stampa, per mostrare il proprio volto umano di imprenditore sensibile.
“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”.
“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.
Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?
No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).
Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.
Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.
Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).
La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.
Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.
Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.
Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.
Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.
Fosse vero, sarebbe uno scoop…
Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.
Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.
Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.
Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.
Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.
P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…
“L’attacco che questa redazione ha subito due giorni fa è stato brutale e vile. Un tentativo evidente di intimidire chi ogni giorno lavora per raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”.
“Raccontare la realtà con rigore, serietà e indipendenza”... Una spataffiata di chiacchiere di cui si può dimostrare in poche righe la falsità. Si potrebbe dire che quello stesso giornale, il giorno dopo (30 settembre), ha ovviamente dedicato svariate pagine pro domo sua piene di dichiarazioni indignate, proclami di solidarietà, ecc. Ci sta, è nella logica delle cose.
Lo è un po’ meno la scelta di non parlare affatto dello sciopero generale del 28 e della manifestazione nazionale del 29, che pure hanno registrato una partecipazione considerevole. Mancanza di spazio? Strabismo politico? Non gli è arrivata la notizia?
No. Una scelta brutale, padronale e consapevole. “Quello che ci viene contro – a noi padroni che abbiamo spostato la sede legale all’estero per pagare meno tasse – semplicemente non esiste. E se esiste è criminale, anche quando è non violento” (spassosissima, in questo senso, la citazione di Gandhi in cima all’editoriale del direttore, tutto finalizzato a chiedere una repressione durissima a Torino).
Che la manifestazioni pacifiche e di massa ci siano state, a La Stampa, se ne sono accorti sicuramente, ma hanno deciso di parlarne solo con il trafiletto “terroristico” qui di fianco.
Si potrebbe dire che sono “scelte editoriali libere”, e di certo sono talmente libere da ignorare i fatti, “la realtà” evocata incautamente da Elkann, o restituirla come messaggi “d’ordine” anche quando non c’è materia.
Ma non vogliamo lamentarci per questa disattenzione, sappiamo con chi abbiamo a che fare... Stiamo mettendo a fuoco un modo di falsificare l’informazione in generale, come funzione sociale prima che business (i giornali cartacei sono tutti da decenni in perdita economica; continuano ad uscire solo perché svolgono una funzione di deformazione dell’opinione pubblica corrispondente ai diversi interessi dei differenti “editori”).
La prova la forniamo con un articolo dell’altro grande quotidiano di proprietà della “casa Agnelli in Elkann”, ovvero con Repubblica.
Stesso giorno, stesse ore, l’ex giornale fondato da Scalfari ha sfornato un’intervista di Laura Lucchini al ministro degli esteri della Colombia per parlare del minacciato attacco statunitense al vicino Venezuela.
Titolo: “La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”.
Si sa che la maggior parte degli articoli di un giornale non viene letta (servirebbero ore che nessun lettore ha a disposizione) e quindi il titolo deve concentrare in una battuta il cuore del contenuto e attirare l’attenzione in modo tale da invitare a leggere anche quello che c’è sotto.
Un lettore distratto, insomma, recepisce da questo titolo che la Colombia, pure avendo un governo politicamente affine a quello venezuelano (Gustavo Petro, ex guerrigliero dichiaratamente socialista), non ne può più di Maduro e gli consiglia amichevolmente di farsi da parte.
Fosse vero, sarebbe uno scoop…
Il problema è che in nessuna riga dell’intervista c’è una pur velatissima critica al governo bolivariano del Venezuela. Nulla. Anzi, c’è un profluvio di accuse agli Stati Uniti, concentrate sull’unica motivazione vera della progettata aggressione (che ha già fatto oltre 60 morti che nessuno sa se fossero narcotrafficanti, pescatori, commercianti della costa, ecc.) è l’immensa disponibilità di riserve petrolifere nel Paese. Le più grandi del mondo.
Sappiamo che nei “grandi giornali” i titoli non vengono decisi dal giornalista che scrive l’articolo, ma da uno “specialista”, in genere il caporedattore del settore (“esteri”, in questo caso). Però questo dimostra che “la fattura” del giornale segue un criterio di intenzionale falsificazione della realtà. Talmente macroscopico da restituirne una virtuale che ha il solo difetto di non esistere.
Questa non è “libertà di stampa”, questo è spaccio di droga per i cervelli.
Ci si accorge della gravità del problema quando, a forza di falsificare, si finisce per credere alle cazzate che si raccontano per scopi di breve momento (l’esempio della guerra in Ucraina sta lì, ed ora che dovranno “cambiare narrazione” ne vedremo delle bellissime...). Alla fine crolla tutto.
Qui di seguito vi proponiamo tutta l’intervista, in modo che possiate verificare di persona.
P.S. Gira sempre più insistentemente la voce che Repubblica e La Stampa stiano per essere venduti ad una cordata guidata da un imprenditore greco più altri, tra cui forse anche bin Salman, principe saudita entrato nei Brics+ e dai metodi piuttosto sbrigativi nei confronti dei giornalisti. Chissà che ne pensano nelle due redazioni…
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La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”
La ministra colombiana “Il narcotraffico è una scusa ma il caudillo se ne vada”
Rosa Yolanda Villavicencio è un’economista di 63 anni ed è stata nominata ministra degli Esteri della Colombia quest’estate, nel mezzo dell’epoca più buia che si ricordi delle relazioni tra Bogotà e gli Stati Uniti: «Quello che Trump vuole – dice – è il petrolio. Il resto sono scuse».
L’escalation tra Stati Uniti e Venezuela è arrivata a livelli senza precedenti: come si vive la situazione da Bogotà?
«Siamo molto preoccupati perché qualsiasi tipo di intervento militare in Venezuela avrebbe un impatto molto negativo per la Colombia. Noi continuiamo a tenere alta la bandiera della necessità del dialogo politico, della soluzione negoziata per risolvere la situazione prima di arrivare a un risvolto irreversibile».
Cosa vuole Trump?
«La ragione dell’escalation ha a che vedere con il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela sono molto appetibili per un’economia fossile come quella statunitense: gli Usa cercano riserve nella regione, e queste si trovano in Venezuela. Di qui la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un Paese che non combatte abbastanza il narcotraffico. L’intervento di forza è preceduto da una serie di narrazioni costruite ad arte, come quella secondo cui esisterebbe un “Cartel de los Soles”, che in realtà non risulta rilevante ai servizi di intelligence dei diversi Paesi».
Nonostante tutto nemmeno la Colombia ha riconosciuto il risultato delle elezioni in Venezuela...
«Noi non abbiamo riconosciuto il risultato delle elezioni perché i verbali non sono comparsi e non c’erano prove, ma manteniamo una relazione con lo Stato venezuelano e soprattutto con la popolazione: abbiamo quasi 3 milioni di colombiani in Venezuela, abbiamo 2.700.000 venezuelani che vivono nel nostro Paese. Poi c’è la questione delle detenzioni illegali, su questo manteniamo un dialogo con loro affinché rilascino i detenuti».
Quanti sono i detenuti politici colombiani? Conosce il caso di Trentini?
«Ci hanno riconsegnato 18 persone, ma al momento ne abbiamo ancora 20, e sì, sono in contatto con l’ambasciatore italiano a Bogotá riguardo al cittadino italiano. Ci sono anche cittadini francesi e olandesi. È complesso».
Un attacco sembra ora inevitabile.
«È un’escalation da manuale. Prima non esisteva il cosiddetto “Cartel de los Soles”, ora esiste. Pensiamo di essere molto vicini alla possibilità di un’aggressione, e per questo continuiamo a richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Credo che non sia come in altre occasioni: qui ci sarà una risposta militare da parte di tutta la popolazione, che la vede e la sente come un’aggressione nel proprio territorio, e ciò provocherebbe spargimenti di sangue. Inoltre genererebbe una frammentazione, un esodo massiccio della popolazione che naturalmente si riverserebbe in Colombia».
Trump è arrivato a minacciare direttamente anche la Colombia di interventi militari mirati...
«Le dichiarazioni si riferiscono alla presenza di gruppi illegali nel Catatumbo, e questa potrebbe essere una zona in cui vorrebbe intervenire, perché lì c’è presenza dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, gruppo paramilitare, ndr). Loro hanno detto che ciò che vogliono è rimuovere Maduro, ma logicamente una situazione del genere in Venezuela causerebbe anche in Colombia un impatto molto grande in termini economici, sociali e di instabilità politica».
A quanto pare Trump e Maduro si sono parlati, è possibile che si faccia da parte?
«Credo che sia un’ipotesi possibile e forse sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti e il Venezuela – cioè Trump e Maduro – negoziassero una via d’uscita. E poi che da lì stabilissero condizioni che fossero accettabili per entrambe le parti. Si eviterebbe uno spargimento di sangue».
Fonte
17/06/2025
Iran, da Repubblica manipolazioni atomiche
Il 15 giugno La Repubblica ha pubblicato un articolo con all’interno un’intervista al fisico italiano Paolo Cotta-Ramusino (nella foto in copertina a un incontro di qualche anno fa). L’argomento è quello che tiene banco in queste ore, quello del nucleare iraniano, e il titolo riporta un virgolettato che l’analisi delle frase non può che far attribuire allo scienziato: “senza un accordo arriveranno alla bomba”.
Il titolo è uno di quelli che servono ad acchiappare clic e a spingere il lettore a pagare per leggere il testo completo. Ma che intanto, passando sui principali canali social, permette di fare un po’ di allarmismo, tanto utile a chi deve presentare il mondo al di fuori del ‘giardino’ europeo come una ‘giungla’ pericolosa da portare alla civiltà.
Questo è la funzione che si è voluta attribuire a questo articolo, nonostante la realtà di un’intervista che non risponde alla linea editoriale di uno dei principali media atlantisti. Perché, infatti, la realtà è che se uno va a leggere le parole di Cotta-Ramusino, non solo non dice mai quel che gli viene messo in bocca dal titolo, ma il messaggio che manda è diametralmente opposto.
Ovviamente, se si parla di nucleare e di trattative internazionali nel complesso quadrante mediorientale, il discorso è pieno di articolazioni delicate e incroci di interessi esteri che non possono essere ignorati. E questo lo sa anche lo scienziato italiano, appena rientrato da Teheran, dove si è recato per il movimento internazionale di studiosi Pugwash, premio Nobel per la pace nel 1995.
Bisogna però sottolineare innanzitutto questo: Cotta-Ramusino era lì, in Iran, a parlare di nucleare con i vertici del paese segnalando la mancanza di ostacoli alla discussione. Considerato che Israele non vuole nemmeno far entrare giornalisti nella Striscia di Gaza, già si può avere un’idea della distanza negli atteggiamenti. Ma, appunto, la vera notizia sono le parole del fisico italiano.
“Il solo modo per impedire che l’Iran costruisca ordigni atomici – dice – è fare un accordo analogo a quello stipulato nel 2015 con l’Amministrazione Obama. Attaccando l’Iran lo si induce a costruirsi la bomba. È il contrario dell’obiettivo dichiarato”. È facile vedere la manipolazione fatta nel titolo: non dice una cosa ‘falsa’, ma la racconta eliminando tutto il contesto.
Perché, apriti cielo, l’esperto italiano ha detto che è la guerra di Israele che porta l’Iran a indurre la ricerca di uno strumento di deterrenza contro il terrorismo sionista. E che l’unico modo per impedirlo è fare un accordo come quello del 2015, che era poi quello che l’Iran stava trattando con gli Stati Uniti, prima che Washington decidesse che anche il nucleare civile doveva essere proibito all’Iran.
E poi Cotta-Ramusino continua con un’altra verità che alle nostre latitudini stanno tutti cercando di censurare: “Israele è l’unico paese che possiede armi nucleari senza dichiararle. E prende questa posizione nei confronti dell’Iran perché ha paura di essere aggredito?” Viene così svelato il doppio standard delle pretese di Tel Aviv, oltre a mostrare l’evidente pericolo per la pace che rappresenta Israele.
Continua lo scienziato: “faccio notare che il ritorno al JCPOA (l’accordo del 2015, stracciato da Trump, ndr) non l’ha voluto nemmeno l’amministrazione Biden. L’approccio occidentale alla vicenda del nucleare iraniano è stato, per essere gentili, scoordinato. Se invece vogliamo essere cattivi, potremmo dire che è stato malintenzionato”.
Non è l’Iran che non vuole trattare, è l’Occidente collettivo. E fa finta di nulla, mentre il braccio sionista ha bombardato le installazioni nucleari, con tutti i rischi annessi, appartenenti a un paese facente parte del Trattato di non proliferazione nucleare – a differenza di Israele – che appunto col suo protocollo aggiuntivo pone l’Iran sotto la completa supervisione dell’agenzia ONU per il nucleare, l’AIEA.
Nella redazione di Repubblica possono inventarsi tutti i titoli che vogliono, ma i fatti parlano chiaro su chi sia un pericolo per l’umanità.
Fonte
Il titolo è uno di quelli che servono ad acchiappare clic e a spingere il lettore a pagare per leggere il testo completo. Ma che intanto, passando sui principali canali social, permette di fare un po’ di allarmismo, tanto utile a chi deve presentare il mondo al di fuori del ‘giardino’ europeo come una ‘giungla’ pericolosa da portare alla civiltà.
Questo è la funzione che si è voluta attribuire a questo articolo, nonostante la realtà di un’intervista che non risponde alla linea editoriale di uno dei principali media atlantisti. Perché, infatti, la realtà è che se uno va a leggere le parole di Cotta-Ramusino, non solo non dice mai quel che gli viene messo in bocca dal titolo, ma il messaggio che manda è diametralmente opposto.
Ovviamente, se si parla di nucleare e di trattative internazionali nel complesso quadrante mediorientale, il discorso è pieno di articolazioni delicate e incroci di interessi esteri che non possono essere ignorati. E questo lo sa anche lo scienziato italiano, appena rientrato da Teheran, dove si è recato per il movimento internazionale di studiosi Pugwash, premio Nobel per la pace nel 1995.
Bisogna però sottolineare innanzitutto questo: Cotta-Ramusino era lì, in Iran, a parlare di nucleare con i vertici del paese segnalando la mancanza di ostacoli alla discussione. Considerato che Israele non vuole nemmeno far entrare giornalisti nella Striscia di Gaza, già si può avere un’idea della distanza negli atteggiamenti. Ma, appunto, la vera notizia sono le parole del fisico italiano.
“Il solo modo per impedire che l’Iran costruisca ordigni atomici – dice – è fare un accordo analogo a quello stipulato nel 2015 con l’Amministrazione Obama. Attaccando l’Iran lo si induce a costruirsi la bomba. È il contrario dell’obiettivo dichiarato”. È facile vedere la manipolazione fatta nel titolo: non dice una cosa ‘falsa’, ma la racconta eliminando tutto il contesto.
Perché, apriti cielo, l’esperto italiano ha detto che è la guerra di Israele che porta l’Iran a indurre la ricerca di uno strumento di deterrenza contro il terrorismo sionista. E che l’unico modo per impedirlo è fare un accordo come quello del 2015, che era poi quello che l’Iran stava trattando con gli Stati Uniti, prima che Washington decidesse che anche il nucleare civile doveva essere proibito all’Iran.
E poi Cotta-Ramusino continua con un’altra verità che alle nostre latitudini stanno tutti cercando di censurare: “Israele è l’unico paese che possiede armi nucleari senza dichiararle. E prende questa posizione nei confronti dell’Iran perché ha paura di essere aggredito?” Viene così svelato il doppio standard delle pretese di Tel Aviv, oltre a mostrare l’evidente pericolo per la pace che rappresenta Israele.
Continua lo scienziato: “faccio notare che il ritorno al JCPOA (l’accordo del 2015, stracciato da Trump, ndr) non l’ha voluto nemmeno l’amministrazione Biden. L’approccio occidentale alla vicenda del nucleare iraniano è stato, per essere gentili, scoordinato. Se invece vogliamo essere cattivi, potremmo dire che è stato malintenzionato”.
Non è l’Iran che non vuole trattare, è l’Occidente collettivo. E fa finta di nulla, mentre il braccio sionista ha bombardato le installazioni nucleari, con tutti i rischi annessi, appartenenti a un paese facente parte del Trattato di non proliferazione nucleare – a differenza di Israele – che appunto col suo protocollo aggiuntivo pone l’Iran sotto la completa supervisione dell’agenzia ONU per il nucleare, l’AIEA.
Nella redazione di Repubblica possono inventarsi tutti i titoli che vogliono, ma i fatti parlano chiaro su chi sia un pericolo per l’umanità.
Fonte
03/03/2025
La marcia degli ipocriti blu, europeisti e guerrafondai
Sulla base di un appello lanciato dal giornalista Michele Serra dalle pagine de La Repubblica, il partito europeista della guerra intende scendere in piazza il prossimo 15 marzo, con le bandiere blu dell’Unione Europea ma senza le bandiere arcobaleno della pace. Una impostazione che dice chiaramente come chi oggi auspica una “Europa più forte” sia del tutto incompatibile con le ragioni della pace e appiattito – in buona o cattiva fede – con la corsa al riarmo europeo e lo scontro frontale con la Russia.
Del resto questa impostazione da “volenterosi guerrafondai” traspare anche dalle righe dell’appello di Serra, ma con qualche dose di ipocrisia in più quando scrive: “Esiste ancora il concetto politico-strategico di “Occidente” nel quale sono cresciute le ultime generazioni di — appunto — occidentali? Che fine farà l’Europa, che oggi ci appare il classico vaso di coccio tra due vasi di ferro, per giunta ricolmi di bombe atomiche?”.
Serra ignora, o fa finta di non sapere, che anche due potenze europee come Francia e Gran Bretagna dispongono di circa 500 bombe atomiche (rispettivamente 290 e 225) e che il futuro cancelliere tedesco Merz ha già fatto sapere che questo “tesoretto nucleare” andrà messo a disposizione del futuro esercito europeo e delle sue ambizioni.
Colpisce poi il silenzio, pluridecennale, sul fatto che in Italia di bombe atomiche statunitensi ce ne siano una novantina – stoccate ma operative – nelle basi militari di Ghedi ed Aviano, senza che questo abbia mai turbato i sonni degli “europeisti”.
“Sopravviverà la way of life europea a questa stretta, che mette in discussione ciò che banalmente chiamiamo ‘democrazia’, ovvero separazione dei poteri, diritti e doveri uguali per tutti, libertà religiosa e laicità dello Stato, pari dignità e pari serenità per chi è al governo e chi si oppone?” scrive ancora Michele Serra nel suo appello a difesa dei “valori occidentali” rappresentati dall’“Europa”.
Ma dal suo elenco di valori, guarda caso, sono scomparsi completamente quelli dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che pure sono inscritti nella Costituzione antifascista.
Per onestà occorrerebbe ammettere che l’“Europa” – in realtà l’Unione Europea – edificata sulla base del Trattato di Maastricht nel 1992, prevedeva anche e proprio la competizione interna e la disuguaglianza sociale come parametri decisivi per la crescita economica. Michele Serra si è già dimenticato come questa Europa ha trattato la Grecia nel 2015?
La devastazione sociale, l’impoverimento e il boom di disuguaglianze prodotte nelle società europee in questi trenta anni di europeismo applicato tramite “austerità”, sono lì a dimostrare materialmente che i “valori fondativi” dell’Europa sono radicalmente antidemocratici. Si ispirano solo all’ordoliberismo e non prevedono il benessere dell’intera popolazione, anzi si alimentano del suo contrario, fino a quando questa contraddizione non è esplosa nel modo peggiore tra i piedi delle classi dominanti europee. Il dramma è che questo “dettaglio” glielo ha dovuto evidenziare addirittura un bruto fascista d’oltreatlantico.
Michele Serra insiste poi sulla contrapposizione tra Europa e autocrazie: “E se le autocrazie parlano semplice e parlano chiaro (e parlano falso a loro piacimento, grazie alla costante contraffazione tecnologica della realtà), quale linguaggio dovrà adottare l’Europa perché la sua voce non solo sia udibile, ma anche forte, convincente, seducente almeno quanto la voce dei suoi nemici?”.
Quello di Serra – ma non solo suo – è un argomentare da “Vispa Teresa”, come se in questi decenni l’Europa sia rimasta sempre la stessa e non abbia invece visto prevalere prima gli spiriti animali del capitalismo ordoliberale ed ora quelli bellicisti.
Il patrimonio di credibilità “democratica e progressiva” dell’Europa è stato rapidamente consumato dal 1989 in poi, quando, venuto meno il bipolarismo USA/URSS, le classi dirigenti europee hanno dismesso ogni ambizione progressiva scegliendo la strada della condivisione con l’imperialismo egemone – quello USA – e dell'ambizione ad edificarne uno in proprio, ma con le stesse caratteristiche.
Nel sud del mondo – dall’Africa al mondo arabo-islamico, dall’America Latina all’Asia – l’Europa da tempo ha perso qualsiasi appeal e viene giudicata come un soggetto subalterno (agli USA) o altrettanto arrogante. Sarebbe sufficiente andare a vedere gli accordi di libero scambio che la UE ha imposto negli anni passati ai paesi africani oppure il sistematico affiancamento alle avventure militari in Afghanistan, Medio Oriente, Africa etc.
L’Unione Europea è poi l’interpretazione più ipocrita del “doppio standard” al quale il sud del mondo ha da tempo detto basta. Contro la Russia l'“Europa” ha adottato otto pacchetti di sanzioni, contro Israele neanche uno. Non sono cose che passano inosservate, fuori dal presunto “giardino” occidentale. Non basta separare con i propri parametri (molto variabili) quelle che vengono definite “autocrazie” o “democrazie” per giustificare inaccettabili differenze di trattamento.
Infine, e non certo per importanza, chi il 15 marzo in piazza, e ogni giorno nei talk show, invoca una Europa “più forte”, è pienamente consapevole e corresponsabile del fatto che oggi la misura di questa forza si dà sul piano del riarmo, delle spese militari, degli armamenti e della disponibilità a utilizzarli, anche rischiando la guerra – oggi contro la Russia, domani magari nel Mar Rosso o viceversa.
Proprio in Europa e nelle sue classi dirigenti sta emergendo una vocazione guerrafondaia che fa impallidire sia gli USA che le “autocrazie”. Eppure proprio l’Europa è stata il teatro principale delle tragedie belliche del XX° Secolo.
È per queste ragioni che chi scenderà in piazza il 15 marzo con le bandiere blu dell’Europa va ritenuto corresponsabile delle tragedie del recente passato e di quelle che si vanno delineando negli scenari futuri. Verso costoro nessuna indulgenza.
Fonte
Del resto questa impostazione da “volenterosi guerrafondai” traspare anche dalle righe dell’appello di Serra, ma con qualche dose di ipocrisia in più quando scrive: “Esiste ancora il concetto politico-strategico di “Occidente” nel quale sono cresciute le ultime generazioni di — appunto — occidentali? Che fine farà l’Europa, che oggi ci appare il classico vaso di coccio tra due vasi di ferro, per giunta ricolmi di bombe atomiche?”.
Serra ignora, o fa finta di non sapere, che anche due potenze europee come Francia e Gran Bretagna dispongono di circa 500 bombe atomiche (rispettivamente 290 e 225) e che il futuro cancelliere tedesco Merz ha già fatto sapere che questo “tesoretto nucleare” andrà messo a disposizione del futuro esercito europeo e delle sue ambizioni.
Colpisce poi il silenzio, pluridecennale, sul fatto che in Italia di bombe atomiche statunitensi ce ne siano una novantina – stoccate ma operative – nelle basi militari di Ghedi ed Aviano, senza che questo abbia mai turbato i sonni degli “europeisti”.
“Sopravviverà la way of life europea a questa stretta, che mette in discussione ciò che banalmente chiamiamo ‘democrazia’, ovvero separazione dei poteri, diritti e doveri uguali per tutti, libertà religiosa e laicità dello Stato, pari dignità e pari serenità per chi è al governo e chi si oppone?” scrive ancora Michele Serra nel suo appello a difesa dei “valori occidentali” rappresentati dall’“Europa”.
Ma dal suo elenco di valori, guarda caso, sono scomparsi completamente quelli dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che pure sono inscritti nella Costituzione antifascista.
Per onestà occorrerebbe ammettere che l’“Europa” – in realtà l’Unione Europea – edificata sulla base del Trattato di Maastricht nel 1992, prevedeva anche e proprio la competizione interna e la disuguaglianza sociale come parametri decisivi per la crescita economica. Michele Serra si è già dimenticato come questa Europa ha trattato la Grecia nel 2015?
La devastazione sociale, l’impoverimento e il boom di disuguaglianze prodotte nelle società europee in questi trenta anni di europeismo applicato tramite “austerità”, sono lì a dimostrare materialmente che i “valori fondativi” dell’Europa sono radicalmente antidemocratici. Si ispirano solo all’ordoliberismo e non prevedono il benessere dell’intera popolazione, anzi si alimentano del suo contrario, fino a quando questa contraddizione non è esplosa nel modo peggiore tra i piedi delle classi dominanti europee. Il dramma è che questo “dettaglio” glielo ha dovuto evidenziare addirittura un bruto fascista d’oltreatlantico.
Michele Serra insiste poi sulla contrapposizione tra Europa e autocrazie: “E se le autocrazie parlano semplice e parlano chiaro (e parlano falso a loro piacimento, grazie alla costante contraffazione tecnologica della realtà), quale linguaggio dovrà adottare l’Europa perché la sua voce non solo sia udibile, ma anche forte, convincente, seducente almeno quanto la voce dei suoi nemici?”.
Quello di Serra – ma non solo suo – è un argomentare da “Vispa Teresa”, come se in questi decenni l’Europa sia rimasta sempre la stessa e non abbia invece visto prevalere prima gli spiriti animali del capitalismo ordoliberale ed ora quelli bellicisti.
Il patrimonio di credibilità “democratica e progressiva” dell’Europa è stato rapidamente consumato dal 1989 in poi, quando, venuto meno il bipolarismo USA/URSS, le classi dirigenti europee hanno dismesso ogni ambizione progressiva scegliendo la strada della condivisione con l’imperialismo egemone – quello USA – e dell'ambizione ad edificarne uno in proprio, ma con le stesse caratteristiche.
Nel sud del mondo – dall’Africa al mondo arabo-islamico, dall’America Latina all’Asia – l’Europa da tempo ha perso qualsiasi appeal e viene giudicata come un soggetto subalterno (agli USA) o altrettanto arrogante. Sarebbe sufficiente andare a vedere gli accordi di libero scambio che la UE ha imposto negli anni passati ai paesi africani oppure il sistematico affiancamento alle avventure militari in Afghanistan, Medio Oriente, Africa etc.
L’Unione Europea è poi l’interpretazione più ipocrita del “doppio standard” al quale il sud del mondo ha da tempo detto basta. Contro la Russia l'“Europa” ha adottato otto pacchetti di sanzioni, contro Israele neanche uno. Non sono cose che passano inosservate, fuori dal presunto “giardino” occidentale. Non basta separare con i propri parametri (molto variabili) quelle che vengono definite “autocrazie” o “democrazie” per giustificare inaccettabili differenze di trattamento.
Infine, e non certo per importanza, chi il 15 marzo in piazza, e ogni giorno nei talk show, invoca una Europa “più forte”, è pienamente consapevole e corresponsabile del fatto che oggi la misura di questa forza si dà sul piano del riarmo, delle spese militari, degli armamenti e della disponibilità a utilizzarli, anche rischiando la guerra – oggi contro la Russia, domani magari nel Mar Rosso o viceversa.
Proprio in Europa e nelle sue classi dirigenti sta emergendo una vocazione guerrafondaia che fa impallidire sia gli USA che le “autocrazie”. Eppure proprio l’Europa è stata il teatro principale delle tragedie belliche del XX° Secolo.
È per queste ragioni che chi scenderà in piazza il 15 marzo con le bandiere blu dell’Europa va ritenuto corresponsabile delle tragedie del recente passato e di quelle che si vanno delineando negli scenari futuri. Verso costoro nessuna indulgenza.
Fonte
26/12/2024
Il lapsus freudiano di Repubblica
Pochi avvertono che il tempo della menzogna è insieme quello dell’incompetenza e dell’atarassia cognitiva, anche se le due cose vanno necessariamente assieme: se occorre mentire non ha importanza che si sappia o meno qualcosa di quello che si va dicendo.
Anzi in queste condizioni il non sapere è un sollievo morale per così dire e si fa di tutto per tenersi aggrappati alle parole d’ordine, senza mai alzare il tappeto per scoprire l’ordito.
E allora non sembrerà poi tanto strano che due inutili inviati in Siria, i quali devono comunque dare un’idea edenica del nuovo regime – cosa che si può fare tranquillamente da casa leggendo le agenzie di stampa e guardando le televisioni che appartengono, in un certo senso a un unico editore globale – producano un articolo che ha poi come risultato quello che vedete nell’immagine a fianco.
Certo, so bene che i titoli non li fa chi scrive i pezzi, ma è mai possibile che un’intera redazione non si accorga del clamoroso errore di creare un valico inesistente tra Libia e Siria che fanno parte di due continenti diversi?
Questa informazione che asserisce falsamente di controllare i contenuti, in realtà sembra non sapere nulla nemmeno della geografia elementare e dimostra un’incredibile sciatteria.
In un quotidiano gli errori sono all’ordine del giorno e anche io ne ho fatti alcuni, per non dire dei refusi che accompagnano i miei post, ma qui si tratta proprio delle conoscenze di base: eppure questo titolo è passato al vaglio di parecchi occhi senza obiezioni, visto si stampi o si mandi in rete.
Non posso che provare pena per chi si fa menare il naso da questi organi di cosiddetta informazione.
Si tratta di un errore da ciuchi irrecuperabili che personalmente non avrei fatto nemmeno in terza media, però quelli erano altri tempi, in cui si studiava anche sugli atlanti muti.
Tuttavia non è solo un’evidente carenza di cultura di base ad aver originato il risibile incidente di Repubblica, perché dietro questo titolo sospetto che ci sia una sorta di lapsus freudiano: Libia e Siria sono state investite da analoghe operazioni, condotte con gli stessi pretesti, con le medesime modalità terroristiche e stanno producendo gli stessi effetti di disgregazione, creando una vicinanza storica che è stata tradotta in vicinanza geografica.
Alcuni anni fa nei test di ammissione alla facoltà (uso ancora i vecchi termini) di Medicina, quasi nessuno rispose correttamente alla domanda se il Cairo fosse più vicino a Oslo o a Rabat che è la capitale del Marocco.
La differenza culturale fece sì che tutti considerassero Oslo molto più lontana, mentre in effetti è più vicina della città marocchina.
La domanda era insidiosa, molto più complessa e rivolta a un insieme eterogeneo di persone, mentre qui siamo di fronte a gente che pretende di spiegare le cose al pubblico e non ha chiaramente in testa che tra Libia e Siria ci sono di mezzo l’Egitto, Israele e il Libano.
Il fatto è che a volte ignorare è meglio che prendersi delle responsabilità e l’incidente potrebbe a giusto titolo far parte di quella raccolta di deliziosi saggetti di William Hazlitt, L’ignoranza delle persone colte, solo che in questo caso bisognerebbe ribaltarlo nella cultura delle persone ignoranti.
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Anzi in queste condizioni il non sapere è un sollievo morale per così dire e si fa di tutto per tenersi aggrappati alle parole d’ordine, senza mai alzare il tappeto per scoprire l’ordito.
E allora non sembrerà poi tanto strano che due inutili inviati in Siria, i quali devono comunque dare un’idea edenica del nuovo regime – cosa che si può fare tranquillamente da casa leggendo le agenzie di stampa e guardando le televisioni che appartengono, in un certo senso a un unico editore globale – producano un articolo che ha poi come risultato quello che vedete nell’immagine a fianco.
Certo, so bene che i titoli non li fa chi scrive i pezzi, ma è mai possibile che un’intera redazione non si accorga del clamoroso errore di creare un valico inesistente tra Libia e Siria che fanno parte di due continenti diversi?
Questa informazione che asserisce falsamente di controllare i contenuti, in realtà sembra non sapere nulla nemmeno della geografia elementare e dimostra un’incredibile sciatteria.
In un quotidiano gli errori sono all’ordine del giorno e anche io ne ho fatti alcuni, per non dire dei refusi che accompagnano i miei post, ma qui si tratta proprio delle conoscenze di base: eppure questo titolo è passato al vaglio di parecchi occhi senza obiezioni, visto si stampi o si mandi in rete.
Non posso che provare pena per chi si fa menare il naso da questi organi di cosiddetta informazione.
Si tratta di un errore da ciuchi irrecuperabili che personalmente non avrei fatto nemmeno in terza media, però quelli erano altri tempi, in cui si studiava anche sugli atlanti muti.
Tuttavia non è solo un’evidente carenza di cultura di base ad aver originato il risibile incidente di Repubblica, perché dietro questo titolo sospetto che ci sia una sorta di lapsus freudiano: Libia e Siria sono state investite da analoghe operazioni, condotte con gli stessi pretesti, con le medesime modalità terroristiche e stanno producendo gli stessi effetti di disgregazione, creando una vicinanza storica che è stata tradotta in vicinanza geografica.
Alcuni anni fa nei test di ammissione alla facoltà (uso ancora i vecchi termini) di Medicina, quasi nessuno rispose correttamente alla domanda se il Cairo fosse più vicino a Oslo o a Rabat che è la capitale del Marocco.
La differenza culturale fece sì che tutti considerassero Oslo molto più lontana, mentre in effetti è più vicina della città marocchina.
La domanda era insidiosa, molto più complessa e rivolta a un insieme eterogeneo di persone, mentre qui siamo di fronte a gente che pretende di spiegare le cose al pubblico e non ha chiaramente in testa che tra Libia e Siria ci sono di mezzo l’Egitto, Israele e il Libano.
Il fatto è che a volte ignorare è meglio che prendersi delle responsabilità e l’incidente potrebbe a giusto titolo far parte di quella raccolta di deliziosi saggetti di William Hazlitt, L’ignoranza delle persone colte, solo che in questo caso bisognerebbe ribaltarlo nella cultura delle persone ignoranti.
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14/07/2024
“Il nemico interno”. Anche in Italia i liberali gettano la maschera
Qualche giorno fa era stato Angelo Panebianco a rompere i freni inibitori e ad evocare in un editoriale sul Corriere della Sera la categoria del “nemico interno da battere” in un contesto di forte crisi internazionale.
Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.
Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.
Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.
Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.
Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?
È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.
Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.
È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.
Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.
Fonte
Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.
Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.
Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.
Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.
Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?
È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.
Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.
È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.
Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.
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10/04/2024
Molinari sotto accusa. Stavolta non dagli studenti, ma dai suoi giornalisti
Il testa a testa questa volta non è tra gli studenti solidali con la Palestina e il direttore de La Repubblica Molinari noto per le sue simpatie filo-israeliane. La notizia semmai è ancora più clamorosa e significativa e ci restituisce la molta ipocrisia di quando si invoca la “libertà di parola” ma solo per i potenti e i loro portavoce.
Questa volta Molinari deve vedersela con il comitato di redazione del suo giornale – anzi del giornale di proprietà della rissosa famiglia Agnelli-Elkann – che non ha gradito l’intervento del direttore per bloccare un articolo, non lusinghiero sulle relazioni economiche tra Italia e Francia, che metteva in imbarazzo la famiglia proprietaria del giornale e indirettamente i suoi rapporti “asimmetrici” dentro Stellantis.
Ma oltre a bloccare e sostituire un articolo, è arrivato l’ordine di buttare al macero le copie già stampate e pronte per essere distribuite lunedì mattina.
“L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha approvato a larga maggioranza (164 sì, 55 no, 35 astenuti) una mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari e proclamato per 24 ore uno sciopero delle firme. Uno sciopero proclamato dal Comitato di redazione per denunciare la gravità dei fatti che hanno portato alla censura del servizio di apertura di Affari&Finanza nel numero dell’8 aprile”, è quanto si legge nella nota del Cdr di Repubblica emessa l’8 aprile.
Il comunicato prosegue affermando che: “Il direttore ha la potestà di decidere che cosa venga pubblicato o meno sul giornale che dirige, ma non di intervenire a conclusione di un lavoro di ricerca, di verifica dei fatti e di confronto con le fonti da parte di un collega, soprattutto se concordato con la redazione.
In questo modo viene lesa l’autonomia di ogni singolo giornalista di Repubblica e ciò costituisce un precedente che mette in discussione, per il futuro, il valore del nostro lavoro. Il Cdr considera altrettanto grave che l’intervento abbia portato a bloccare la stampa del giornale, in particolare perché la direzione aveva già dato il via libera alla pubblicazione. È indice di una mancata organizzazione che espone ad arbitrarietà incontrollata il lavoro di tutti”.
Il Comitato di redazione di Repubblica è insorto perché il numero dell’inserto economico settimanale Affari&Finanza, già pronto per la distribuzione nelle edicole l’8 aprile, è stato ritirato all’ultimo momento dalla direzione, inviato al macero, e sostituito da una nuova versione.
Il motivo? L’articolo in prima pagina dedicato agli intrecci economici tra Italia e Francia. E soprattutto sul ruolo negativo di Stellantis, ex Fiat,in cui è presidente John Elkann, ossia la famiglia Agnelli (casualmente proprietaria anche di Repubblica).
L’articolo, in questione già firmato da un giornalista di fama come Giovanni Pons, è stato pesantemente corretto e sostituito da un articolo sullo stesso argomento, ma con contenuti diversi, firmato dal vicedirettore di Repubblica, Walter Gabbiati.
La versione originale dell’articolo parlava esplicitamente del fatto che l’Italia e le aziende italiane sono state trattate negli ultimi vent’anni come “terra di conquista” da governi e imprenditori francesi. Il caso della Stellantis, che si è presa la FCA/Fiat, è solo uno dei più clamorosi.
Nell’articolo originale ad esempio era scritto che “I casi Stm, Tim e la fuga di ArcelorMittal dall’Ilva riaccendono le polemiche sul rapporto sbilanciato tra Italia e Francia”. Dopo l’intervento della direzione è stato invece riscritto così: “I casi Stm, Tim e la fuga di Arcelor dall’Ilva riaccendono le polemiche. Funzionano quando è il business a guidare”.
Inoltre risulta tagliato anche il capoverso in cui veniva affrontato il tema di come aggiustare il rapporto di forza sbilanciato della Francia sulle aziende italiane.
E Molinari ha pensato bene di non disturbare i sonni del proprio padrone.
Fonte
Questa volta Molinari deve vedersela con il comitato di redazione del suo giornale – anzi del giornale di proprietà della rissosa famiglia Agnelli-Elkann – che non ha gradito l’intervento del direttore per bloccare un articolo, non lusinghiero sulle relazioni economiche tra Italia e Francia, che metteva in imbarazzo la famiglia proprietaria del giornale e indirettamente i suoi rapporti “asimmetrici” dentro Stellantis.
Ma oltre a bloccare e sostituire un articolo, è arrivato l’ordine di buttare al macero le copie già stampate e pronte per essere distribuite lunedì mattina.
“L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha approvato a larga maggioranza (164 sì, 55 no, 35 astenuti) una mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari e proclamato per 24 ore uno sciopero delle firme. Uno sciopero proclamato dal Comitato di redazione per denunciare la gravità dei fatti che hanno portato alla censura del servizio di apertura di Affari&Finanza nel numero dell’8 aprile”, è quanto si legge nella nota del Cdr di Repubblica emessa l’8 aprile.
Il comunicato prosegue affermando che: “Il direttore ha la potestà di decidere che cosa venga pubblicato o meno sul giornale che dirige, ma non di intervenire a conclusione di un lavoro di ricerca, di verifica dei fatti e di confronto con le fonti da parte di un collega, soprattutto se concordato con la redazione.
In questo modo viene lesa l’autonomia di ogni singolo giornalista di Repubblica e ciò costituisce un precedente che mette in discussione, per il futuro, il valore del nostro lavoro. Il Cdr considera altrettanto grave che l’intervento abbia portato a bloccare la stampa del giornale, in particolare perché la direzione aveva già dato il via libera alla pubblicazione. È indice di una mancata organizzazione che espone ad arbitrarietà incontrollata il lavoro di tutti”.
Il Comitato di redazione di Repubblica è insorto perché il numero dell’inserto economico settimanale Affari&Finanza, già pronto per la distribuzione nelle edicole l’8 aprile, è stato ritirato all’ultimo momento dalla direzione, inviato al macero, e sostituito da una nuova versione.
Il motivo? L’articolo in prima pagina dedicato agli intrecci economici tra Italia e Francia. E soprattutto sul ruolo negativo di Stellantis, ex Fiat,in cui è presidente John Elkann, ossia la famiglia Agnelli (casualmente proprietaria anche di Repubblica).
L’articolo, in questione già firmato da un giornalista di fama come Giovanni Pons, è stato pesantemente corretto e sostituito da un articolo sullo stesso argomento, ma con contenuti diversi, firmato dal vicedirettore di Repubblica, Walter Gabbiati.
La versione originale dell’articolo parlava esplicitamente del fatto che l’Italia e le aziende italiane sono state trattate negli ultimi vent’anni come “terra di conquista” da governi e imprenditori francesi. Il caso della Stellantis, che si è presa la FCA/Fiat, è solo uno dei più clamorosi.
Nell’articolo originale ad esempio era scritto che “I casi Stm, Tim e la fuga di ArcelorMittal dall’Ilva riaccendono le polemiche sul rapporto sbilanciato tra Italia e Francia”. Dopo l’intervento della direzione è stato invece riscritto così: “I casi Stm, Tim e la fuga di Arcelor dall’Ilva riaccendono le polemiche. Funzionano quando è il business a guidare”.
Inoltre risulta tagliato anche il capoverso in cui veniva affrontato il tema di come aggiustare il rapporto di forza sbilanciato della Francia sulle aziende italiane.
E Molinari ha pensato bene di non disturbare i sonni del proprio padrone.
Fonte
25/07/2023
La fantastica guerra di Repubblica & Co.
di Francesco Dall'Aglio
Questo articolo di Di Feo (e chi altrimenti?) uscito domenica su Repubblica è estremamente problematico, e non perché dica cose false – le dice eccome – la breccia non è stata aperta non perché nessuno ci abbia pensato, ma perché glielo ha impedito la combinazione di campi minati, artiglieria, droni ed elicotteri russi, tanto che nelle prime foto di corazzati NATO distrutti buona parte erano, appunto, i veicoli che dovevano aprire la breccia.
Il problema è che Di Feo paragona, e non è la prima volta che viene fatto da lui o da altri, l’inizio dell’offensiva al D-Day, lo sbarco in Normandia del 1944, ed è un problema per due motivi.
Il primo, quello tutto sommato meno serio: i due eventi non sono paragonabili da nessun punto di vista. Il D-Day ha visto impiegati 156.000 uomini contro circa 50.000, con in più 6.939 navi con 195.700 uomini di equipaggio e 2.200 aerei che agivano in condizione di superiorità assoluta.
Gli ucraini non hanno né superiorità numerica né di materiale, e sostanzialmente nessuna aviazione.
Inoltre la Germania si trovava già in gravissima difficoltà sul fronte orientale e il suo apparato industriale e logistico era sottoposto a continue e devastanti incursioni aeree, mentre nulla di tutto questo succede in Russia – casomai è vero il contrario, questa è la situazione dell’Ucraina.
Il secondo problema è quello più importante.
Paragonare la controffensiva ucraina al D-Day, ovviamente, non significa che le due operazioni presentano somiglianze strutturali, ma che modificano in profondità una situazione e portano a compimento un processo di disgregazione già avviato da tempo (perché naturalmente, per Di Feo e gli altri che fanno questo paragone, la Russia, come la Germania nel giugno 1944, ha già perso, è già allo sbando, il suo leader è rinchiuso nel bunker come Hitler, non ha più risorse eccetera).
Ma significa soprattutto che in Occidente questo conflitto è visto non per ciò che significa in se stesso, ma come proiezione: che sia storica (Alleati contro nazisti) o fantastica – la Russia come Mordor e i russi come orchi contro le libere genti dell’Ovest (ma gli elfi sono la NATO, non certo gli ucraini, loro al limite sono i Rohirrim), oppure ribelli contro Impero Galattico e cose del genere.
Forse Fukuyama, tanto vituperato anche da me, aveva ragione: siamo davvero alla fine della storia.
Nel senso che non siamo più capaci di crearla o comprenderla quando ci passa davanti, presi dal sogno dell’immutabilità del nostro presente.
Non possiamo che interpretarla secondo le categorie culturali e storiche della nostra “civiltà”, e soprattutto esclusivamente attraverso il prisma o della nostra storia o del nostro mito: ciò che accade ora ad altri è in realtà già accaduto a noi, o abbiamo inventato che sia accaduto, e ciò che è accaduto a noi o che abbiamo inventato è più importante, più reale di ciò che accade davvero, che accade adesso, che accade ad altri.
Fonte
06/05/2022
La guerra è un rasoio
La guerra è un rasoio affilatissimo. Separa la Storia, con un prima e con un dopo, ponendo fine a una fase – i trenta anni della “seconda globalizzazione”, in questo caso – e aprendo un “periodo costituente” che dipenderà dagli esiti, sul campo, nelle economie e nei negoziati.
Taglia gli schieramenti senza alcun riguardo per il quadro di “valori” che si credeva condiviso. Recide relazioni personali e vecchie amicizie. Spacca movimenti e collettivi. Attraversa le classi sociali orizzontalmente (tra “alto” e “basso”, tra chi ci guadagna e chi ci perde) e verticalmente (tra presunti progressisti e autentici conservatori).
Straccia gli ideali fasulli, i castelli di parole scelte con cura nel politically correct, per nascondere più che per rivelare. La guerra è un fatto, il più brutale e inaggirabile dei fatti.
La guerra è un rasoio. È bipolare, non ammette terzietà. Costringe a stare da una parte o dall’altra. L’unica scelta che rimane, agli esseri umani pensanti, è se stare dentro il campo disegnato da chi muove guerra e chiama a schierarsi senza farsi domande, oppure stare contro la guerra e chi la muove.
Usando il rasoio dal lato del manico, insomma, invece di mettere la mano sulla lama.
Sembra inutile doverlo far notare, ma in Italia di “putiniani” non ce ne sono, a parte qualche figura così imbarazzante da risultare utile a tutti i guerrafondai.
Eppure, a leggere i giornali “democratici”, sembra di vivere in un mondo orwelliano, dove domina “un circo barnum di strateghi e opinionisti sponsorizzati da Putin, diventati ormai padroni assoluti dei palinsesti tv”.
Parola di Repubblica, casualmente organo di casa Agnelli, ovvero della famiglia più nota della “borghesia euro-atlantica” – quella che ha nel binomio Draghi-Mattarella l’ancoraggio al potere – ben al di sopra di quella solo “europea” e, per distacco, di quella di basso rango, solo “nazionale”.
Citiamo questo fogliaccio perché sta lanciando una campagna di boicottaggio delle trasmissioni televisive (seguiranno anche i giornali, ecc.) in cui dovessero essere invitati anche opinionisti ed esperti che – a loro insindacabile giudizio – siano da considerare “propagandisti di Putin”.
Sulla stessa linea una folla di guerrafondai di complemento. Si è mosso per esempio Fabrizio Rondolino – ex Pci-Pds-Ds-Pd, ex componente della “banda dei Lothar” al fianco di D’Alema/Mandrake, a palazzo Chigi (gli altri erano Minniti, Velardi e Latorre) – che minaccia direttamente i partecipanti all’evento organizzato da Michele Santoro e Vauro.
Fino all’inarrivabile Paolo Flores d’Arcais – ex Quarta Internazionale – che ha iscritto nella lista nera pure Bergoglio (“Anche il Papa cade nella propaganda di Putin”).
La guerra, insomma, produce subito le sue “liste nere”, l’elenco dei “nemici” da combattere con ogni mezzo, separando chi ha diritto di parola e chi no, in nome della “libertà di espressione”. Intanto con l’esclusione dalla tv generaliste principali. Quelle minori staranno a loro volta attente a non sbagliare, visto che le loro concessioni sono sempre revocabili.
Di fatto, la guerra taglia anche il campo che per motivi spesso incomprensibili veniva chiamato “democratico e progressista” (tra chi si arruola e chi no), forse più per l’antica provenienza dei componenti che per le opinioni attuali. Ma funziona anche come vasca di decantazione, facendo risaltare il PD come nucleo centrale del “partito della guerra”.
La guerra taglia anche a destra, costringendo chi ha ambizioni di governo a dichiararsi totalmente “atlantista”, magari con un briciolo di autonomia da “alleato” e non da “servo”. Persino chi aveva varcato le porte dell’hotel Metropole sta ora ben attento a come parla. Mentre i pochi “anti-americani” sono destinati a restare nel piccolo acquario dei nostalgici d’altri tempi.
Divide i cattolici e i protestanti, i musulmani e i buddisti... La lingua comune diviene babele, le parole significano altro, spesso l’opposto (“guerra umanitaria” resta insuperabile...).
Il vero campo reazionario è ora quello della guerra con la Nato, combattuta “fino all’ultimo ucraino”.
E il vero fronte progressista è quello di chi si batte per la pace. Subito, col negoziato, perché per “fermare Putin” bisogna fermare l’escalation voluta dagli Stati Uniti.
Se – come affermano generali ed analisti sicuramente “atlantici” (da Lucio Caracciolo in giù) – “è impossibile che l’Ucraina vinca la guerra con la Russia”, allora pretendere di far durare la guerra “fino a questa vittoria” significa solo estendere e generalizzare il conflitto. Col rischio di trasformarlo in confronto nucleare ad ogni passo.
Da comunisti in questo disgraziato paese sappiamo che un “fronte pacifista” non può essere limitato alle nostre sole forze. Sarebbe semplicemente ininfluente. E neanche basterebbe promuovere i soliti appelli, di sapore inevitabilmente elettoralistico, all’“unità di tutte le forze progressiste”.
Ci sta dentro chi si oppone alla guerra. È una collocazione oggettiva, costosa, osteggiata dai potenti ma vicinissima al sentire popolare. Vicinissima a chi la guerra la sta pagando in termini di inflazione, caro bollette, salari bassi e fermi, perdita di potere d’acquisto.
È un fronte che si va componendo con iniziative spesso scollegate – l’assemblea del 5 aprile a Roma, il teatro Ghione il 2 maggio – con manifestazioni altrettanto poco “condivise” o almeno coincidenti. Ma si va componendo.
È un fronte obbligatoriamente antifascista, perché la Nato – non da oggi – si serve dei nazifascisti come “avanguardia” che deve aprire la strada al suo incedere imperialistico. Oppure li recupera conferendo loro posizioni prestigiose, come con il generale Heusinger, passato indenne dal Kaiser alla Wermacht alla Nato.
E, nonostante il lavoro di “ripulitura” organizzato dai media mainstream, non sfugge a nessuno che i battaglioni di miliziani nazisti sono diventati parte integrante dell’esercito di Kiev.
È un fronte spontaneamente ambientalista, perché il primo refolo di guerra ha fatto seppellire in un secondo persino quella pagliacciata di “transizione ecologica” disegnata per favorire i grandi gruppi multinazionali del settore energia.
Un fronte non è un partito. Ognuno, ogni organizzazione, ogni forza sociale, sindacale, politica, ci starà declinando lo sforzo verso la pace nel modo che gli è più consono. Non ci sono “esecutivi” da conquistare, maggioranze da precostituire, “coordinamenti” da egemonizzare.
Un fronte non è neanche un cartello elettorale, di quelli tristissimi in cui è annegata ogni istanza di cambiamento radicale.
Un fronte è un movimento di lotta, di critica politica e culturale – valoriale – contro le classi dominanti che stanno portando il paese, l’Europa, il pianeta, verso un baratro da cui potrebbe non esserci via di uscita.
Non siamo preoccupati di vedere volti noti, anzi... Non temiamo che una impossibile “egemonia” possa essere esercitata da chi – non avendo forse colto la portata di questa guerra – magari pensa di poter cavalcare questa spinta pacifista per irrobustire la propria presenza nelle preistoriche “alleanze di centrosinistra”.
La guerra è un rasoio affilatissimo. Che punisce certe ardite acrobazie...
Fonte
Taglia gli schieramenti senza alcun riguardo per il quadro di “valori” che si credeva condiviso. Recide relazioni personali e vecchie amicizie. Spacca movimenti e collettivi. Attraversa le classi sociali orizzontalmente (tra “alto” e “basso”, tra chi ci guadagna e chi ci perde) e verticalmente (tra presunti progressisti e autentici conservatori).
Straccia gli ideali fasulli, i castelli di parole scelte con cura nel politically correct, per nascondere più che per rivelare. La guerra è un fatto, il più brutale e inaggirabile dei fatti.
La guerra è un rasoio. È bipolare, non ammette terzietà. Costringe a stare da una parte o dall’altra. L’unica scelta che rimane, agli esseri umani pensanti, è se stare dentro il campo disegnato da chi muove guerra e chiama a schierarsi senza farsi domande, oppure stare contro la guerra e chi la muove.
Usando il rasoio dal lato del manico, insomma, invece di mettere la mano sulla lama.
Sembra inutile doverlo far notare, ma in Italia di “putiniani” non ce ne sono, a parte qualche figura così imbarazzante da risultare utile a tutti i guerrafondai.
Eppure, a leggere i giornali “democratici”, sembra di vivere in un mondo orwelliano, dove domina “un circo barnum di strateghi e opinionisti sponsorizzati da Putin, diventati ormai padroni assoluti dei palinsesti tv”.
Parola di Repubblica, casualmente organo di casa Agnelli, ovvero della famiglia più nota della “borghesia euro-atlantica” – quella che ha nel binomio Draghi-Mattarella l’ancoraggio al potere – ben al di sopra di quella solo “europea” e, per distacco, di quella di basso rango, solo “nazionale”.
Citiamo questo fogliaccio perché sta lanciando una campagna di boicottaggio delle trasmissioni televisive (seguiranno anche i giornali, ecc.) in cui dovessero essere invitati anche opinionisti ed esperti che – a loro insindacabile giudizio – siano da considerare “propagandisti di Putin”.
Sulla stessa linea una folla di guerrafondai di complemento. Si è mosso per esempio Fabrizio Rondolino – ex Pci-Pds-Ds-Pd, ex componente della “banda dei Lothar” al fianco di D’Alema/Mandrake, a palazzo Chigi (gli altri erano Minniti, Velardi e Latorre) – che minaccia direttamente i partecipanti all’evento organizzato da Michele Santoro e Vauro.
Fino all’inarrivabile Paolo Flores d’Arcais – ex Quarta Internazionale – che ha iscritto nella lista nera pure Bergoglio (“Anche il Papa cade nella propaganda di Putin”).
La guerra, insomma, produce subito le sue “liste nere”, l’elenco dei “nemici” da combattere con ogni mezzo, separando chi ha diritto di parola e chi no, in nome della “libertà di espressione”. Intanto con l’esclusione dalla tv generaliste principali. Quelle minori staranno a loro volta attente a non sbagliare, visto che le loro concessioni sono sempre revocabili.
Di fatto, la guerra taglia anche il campo che per motivi spesso incomprensibili veniva chiamato “democratico e progressista” (tra chi si arruola e chi no), forse più per l’antica provenienza dei componenti che per le opinioni attuali. Ma funziona anche come vasca di decantazione, facendo risaltare il PD come nucleo centrale del “partito della guerra”.
La guerra taglia anche a destra, costringendo chi ha ambizioni di governo a dichiararsi totalmente “atlantista”, magari con un briciolo di autonomia da “alleato” e non da “servo”. Persino chi aveva varcato le porte dell’hotel Metropole sta ora ben attento a come parla. Mentre i pochi “anti-americani” sono destinati a restare nel piccolo acquario dei nostalgici d’altri tempi.
Divide i cattolici e i protestanti, i musulmani e i buddisti... La lingua comune diviene babele, le parole significano altro, spesso l’opposto (“guerra umanitaria” resta insuperabile...).
Il vero campo reazionario è ora quello della guerra con la Nato, combattuta “fino all’ultimo ucraino”.
E il vero fronte progressista è quello di chi si batte per la pace. Subito, col negoziato, perché per “fermare Putin” bisogna fermare l’escalation voluta dagli Stati Uniti.
Se – come affermano generali ed analisti sicuramente “atlantici” (da Lucio Caracciolo in giù) – “è impossibile che l’Ucraina vinca la guerra con la Russia”, allora pretendere di far durare la guerra “fino a questa vittoria” significa solo estendere e generalizzare il conflitto. Col rischio di trasformarlo in confronto nucleare ad ogni passo.
Da comunisti in questo disgraziato paese sappiamo che un “fronte pacifista” non può essere limitato alle nostre sole forze. Sarebbe semplicemente ininfluente. E neanche basterebbe promuovere i soliti appelli, di sapore inevitabilmente elettoralistico, all’“unità di tutte le forze progressiste”.
Ci sta dentro chi si oppone alla guerra. È una collocazione oggettiva, costosa, osteggiata dai potenti ma vicinissima al sentire popolare. Vicinissima a chi la guerra la sta pagando in termini di inflazione, caro bollette, salari bassi e fermi, perdita di potere d’acquisto.
È un fronte che si va componendo con iniziative spesso scollegate – l’assemblea del 5 aprile a Roma, il teatro Ghione il 2 maggio – con manifestazioni altrettanto poco “condivise” o almeno coincidenti. Ma si va componendo.
È un fronte obbligatoriamente antifascista, perché la Nato – non da oggi – si serve dei nazifascisti come “avanguardia” che deve aprire la strada al suo incedere imperialistico. Oppure li recupera conferendo loro posizioni prestigiose, come con il generale Heusinger, passato indenne dal Kaiser alla Wermacht alla Nato.
E, nonostante il lavoro di “ripulitura” organizzato dai media mainstream, non sfugge a nessuno che i battaglioni di miliziani nazisti sono diventati parte integrante dell’esercito di Kiev.
È un fronte spontaneamente ambientalista, perché il primo refolo di guerra ha fatto seppellire in un secondo persino quella pagliacciata di “transizione ecologica” disegnata per favorire i grandi gruppi multinazionali del settore energia.
Un fronte non è un partito. Ognuno, ogni organizzazione, ogni forza sociale, sindacale, politica, ci starà declinando lo sforzo verso la pace nel modo che gli è più consono. Non ci sono “esecutivi” da conquistare, maggioranze da precostituire, “coordinamenti” da egemonizzare.
Un fronte non è neanche un cartello elettorale, di quelli tristissimi in cui è annegata ogni istanza di cambiamento radicale.
Un fronte è un movimento di lotta, di critica politica e culturale – valoriale – contro le classi dominanti che stanno portando il paese, l’Europa, il pianeta, verso un baratro da cui potrebbe non esserci via di uscita.
Non siamo preoccupati di vedere volti noti, anzi... Non temiamo che una impossibile “egemonia” possa essere esercitata da chi – non avendo forse colto la portata di questa guerra – magari pensa di poter cavalcare questa spinta pacifista per irrobustire la propria presenza nelle preistoriche “alleanze di centrosinistra”.
La guerra è un rasoio affilatissimo. Che punisce certe ardite acrobazie...
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14/07/2021
La reputazione di uno Stato appesa a una coppa
Francesco Merlo, su Repubblica, dà sfogo a tutta la sua boria di leccaculista di regime inventando la categoria del “cretino antitifoso”.
Ora, siccome il regime non c’è, Merlo ha semplicemente fatto la figura del piccione viaggiatore, che nella zampetta reca un messaggio patetico: chi critica l’uso politico della Nazionale non vuole ammettere che la Coppa Uefa è filo-governativa.
C’è della tristezza in questa visione: ammette, senza neanche rendersene conto, che il calcio, da tempo, non è più uno sport, ma religione che idolatra il dio marketing.
In cui una nota bevanda analcolica americana e una famosa birra olandese si compiacciono di convivere senza farsi problemi. Allo stesso modo in cui tifo e consenso politico possono stare insieme, senza farsi troppi scrupoli.
Perché a quelli come Merlo le due cose sono utili e necessarie, servono a compiacere sia la proprietà del giornale che i suoi interlocutori politici: non importa che essere tifoso è la negazione di essere sportivo; e che la ricerca del consenso non è esattamente una pratica democratica.
Se si sostiene che vincere una coppa di calcio salva la reputazione di un governo forse qualche problema c’è. E sta tutto nella politica, nel governo, nel giornalismo e anche nel calcio italiani.
Fonte
Ora, siccome il regime non c’è, Merlo ha semplicemente fatto la figura del piccione viaggiatore, che nella zampetta reca un messaggio patetico: chi critica l’uso politico della Nazionale non vuole ammettere che la Coppa Uefa è filo-governativa.
C’è della tristezza in questa visione: ammette, senza neanche rendersene conto, che il calcio, da tempo, non è più uno sport, ma religione che idolatra il dio marketing.
In cui una nota bevanda analcolica americana e una famosa birra olandese si compiacciono di convivere senza farsi problemi. Allo stesso modo in cui tifo e consenso politico possono stare insieme, senza farsi troppi scrupoli.
Perché a quelli come Merlo le due cose sono utili e necessarie, servono a compiacere sia la proprietà del giornale che i suoi interlocutori politici: non importa che essere tifoso è la negazione di essere sportivo; e che la ricerca del consenso non è esattamente una pratica democratica.
Se si sostiene che vincere una coppa di calcio salva la reputazione di un governo forse qualche problema c’è. E sta tutto nella politica, nel governo, nel giornalismo e anche nel calcio italiani.
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02/01/2021
Cottarelli è un pugile suonato
Repubblica si ostina a ospitare le opinioni di Carlo Cottarelli, “mister spending review”, l’uomo della forbici, il perito delle autopsie sul corpo martirizzato dello Stato sociale.
Ecco che scrive: “Insomma, siamo tutti keynesiani ora, ma questo non significa che aggiungere altri 120 miliardi di debito (con progetti che, ex ante, saranno certo pro crescita, verdi, digitalizzati, eccetera; ex post vedremo) non faccia nessuna differenza per la prossima generazione, la Next Generation del Ngeu, che quel debito dovrà ripagarlo.”
Non capire che è cambiata la fase politica, che la pandemia ha stravolto il ciclo economico, è la cifra di quest’uomo che sembra non rendersi conto che le sue teorie hanno fatto il loro tempo.
Abbiamo avuto uomini che si sono dedicati a cercare tutti i modi possibili e, addirittura inimmaginabili, per tagliare la spesa pubblica, col risultato di avere una Sanità azzoppata, una scuola malandata, pensioni tardive e miserande, trasporti insufficienti e fatiscenti. Per non dire di un’amministrazione pubblica semiparalizzata dal blocco del turnover. E una manifattura completamente subalterna alla produzione guidata da economie concepite all’estero.
Il Covid ha scoperto i fili di una società malandata a furia di politiche sociali e finanziarie che hanno arricchito i più ricchi, impoverito i più poveri e stritolato il ceto medio, come il famoso vaso di coccio.
Il fatto è che abbiamo ancora questi uomini al comando della politica, dell’imprenditoria, del pensiero dominante.
Questo è il vero problema: sono esperti di tagli, non sanno niente di nuovi investimenti pubblici. Hanno la testa rivolta all’indietro, non guardano alla realizzazione di prospettive future.
Ecco, allora, che Cottarelli sembra quel personaggio interpretato da Vittorio Gasman in un famoso episodio di I mostri di Dino Risi: “E so contento... i cazzotti fanno male”. Mentre il direttore di Repubblica, che continua a proporre i suoi articoli, sembra Tognazzi, che interpreta quell’impresario truffaldino che lo convince a tornare sul quadrato.
I mostri di oggi sono quelli che non credono che il paese possa migliorare grazie agli investimenti pubblici.
Gli investimenti decisi dalla Ue per rilanciare l’economia continentale sono un altro macht, rispetto alla crisi del 2008-2014. Ma Cottarelli, complice Molinari, invece di immaginare come investire, si mette in guardia contro il deficit pubblico, come un pugile suonato quando scambia il rumore di una padella con il suono del gong a bordo ring.
Fonte
Ecco che scrive: “Insomma, siamo tutti keynesiani ora, ma questo non significa che aggiungere altri 120 miliardi di debito (con progetti che, ex ante, saranno certo pro crescita, verdi, digitalizzati, eccetera; ex post vedremo) non faccia nessuna differenza per la prossima generazione, la Next Generation del Ngeu, che quel debito dovrà ripagarlo.”
Non capire che è cambiata la fase politica, che la pandemia ha stravolto il ciclo economico, è la cifra di quest’uomo che sembra non rendersi conto che le sue teorie hanno fatto il loro tempo.
Abbiamo avuto uomini che si sono dedicati a cercare tutti i modi possibili e, addirittura inimmaginabili, per tagliare la spesa pubblica, col risultato di avere una Sanità azzoppata, una scuola malandata, pensioni tardive e miserande, trasporti insufficienti e fatiscenti. Per non dire di un’amministrazione pubblica semiparalizzata dal blocco del turnover. E una manifattura completamente subalterna alla produzione guidata da economie concepite all’estero.
Il Covid ha scoperto i fili di una società malandata a furia di politiche sociali e finanziarie che hanno arricchito i più ricchi, impoverito i più poveri e stritolato il ceto medio, come il famoso vaso di coccio.
Il fatto è che abbiamo ancora questi uomini al comando della politica, dell’imprenditoria, del pensiero dominante.
Questo è il vero problema: sono esperti di tagli, non sanno niente di nuovi investimenti pubblici. Hanno la testa rivolta all’indietro, non guardano alla realizzazione di prospettive future.
Ecco, allora, che Cottarelli sembra quel personaggio interpretato da Vittorio Gasman in un famoso episodio di I mostri di Dino Risi: “E so contento... i cazzotti fanno male”. Mentre il direttore di Repubblica, che continua a proporre i suoi articoli, sembra Tognazzi, che interpreta quell’impresario truffaldino che lo convince a tornare sul quadrato.
I mostri di oggi sono quelli che non credono che il paese possa migliorare grazie agli investimenti pubblici.
Gli investimenti decisi dalla Ue per rilanciare l’economia continentale sono un altro macht, rispetto alla crisi del 2008-2014. Ma Cottarelli, complice Molinari, invece di immaginare come investire, si mette in guardia contro il deficit pubblico, come un pugile suonato quando scambia il rumore di una padella con il suono del gong a bordo ring.
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27/12/2020
Il vaccino cubano anti covid, gratuito e universale, spiazza pure gli antipatizzanti
Quelli di Repubblica, giornale di recente entrato nella scuderia di casa Fiat-Fca-Stellantis, fanno parecchia fatica a a riconoscere i successi di sistemi che non siano quelli della casa-madre e del campo occidentale.
Quando incontrano qualcosa che disturba la loro narrazione abituale, provano sempre a infilare la leva del dubbio, dell’ironia, dello scetticismo. Ma ogni tanto si sfasciano contro testimonianze semplici, cristalline, senza equivoci di sorta. E non riescono a trovare neanche una virgola a cui attaccarsi. In questi casi incassano, fanno finta di niente e, per non buttare via comunque un’intervista fatta, la pubblicano egualmente.
Qui di seguito un esempio da manuale. La testimonianza di Fabrizio Chiodo, giovane immunologo italiano al lavoro nel team cubano che sta realizzando un vaccino contro il Covid-19.
Segnaliamo, perché un briciolo di orgoglio giornalistico ci vuole, l’intervista realizzata da Contropiano per il “Settimanale” audiovideo che va online ogni venerdì sera. Sinceramente, non ci sembra occorrano altre parole...
Quando incontrano qualcosa che disturba la loro narrazione abituale, provano sempre a infilare la leva del dubbio, dell’ironia, dello scetticismo. Ma ogni tanto si sfasciano contro testimonianze semplici, cristalline, senza equivoci di sorta. E non riescono a trovare neanche una virgola a cui attaccarsi. In questi casi incassano, fanno finta di niente e, per non buttare via comunque un’intervista fatta, la pubblicano egualmente.
Qui di seguito un esempio da manuale. La testimonianza di Fabrizio Chiodo, giovane immunologo italiano al lavoro nel team cubano che sta realizzando un vaccino contro il Covid-19.
Segnaliamo, perché un briciolo di orgoglio giornalistico ci vuole, l’intervista realizzata da Contropiano per il “Settimanale” audiovideo che va online ogni venerdì sera. Sinceramente, non ci sembra occorrano altre parole...
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(intervista a Fabrizio Chiodo da La Repubblica)
L’immunologo Fabrizio Chiodo, 35 anni: “A Cuba su 11 milioni di persone, ci sono stati 145 morti. E la percentuale di guariti è del 92,5%, tutti curati con farmaci homemade, visto l’embargo che dura da 58 anni. Nel tempo il Paese, a causa dell’isolamento, si è creato un arsenale biotecnologico di livello”.
Fabrizio Chiodo, siciliano di Palermo, ha 35 anni ed è l’unico straniero che sta lavorando nel team statale cubano alla ricerca dei vaccini contro il Covid-19. Professore di Chimica e immunologia dei carboidrati all’Avana, una lunga esperienza in Spagna e poi in Olanda, è da poco rientrato in Italia al Cnr di Pozzuoli. Causa restrizioni ai viaggi, i lavori li segue da lontano, quindi. “Entro metà 2021 anche Cuba avrà il suo vaccino, pubblico e gratuito”, racconta.
𝐀𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐞𝐭𝐞?
“Ci sono quattro vaccini cubani disegnati, sviluppati e testati in sperimentazione sui 57 nella lista dell’Oms. Cuba produce il 90% dei vaccini che vengono somministrati alla propria popolazione, l’esperienza di decenni di ricerca pubblica è fondamentale. Personalmente sto lavorando al Soberana 1 e al Soberana 2, che significano “sovrana”, dei quattro sono quelli più avanzati nello sviluppo”.
𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐟𝐚𝐬𝐞 𝐬𝐢 t𝐫𝐨𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐒𝐨𝐛𝐞𝐫𝐚𝐧𝐚?
“Contiamo di terminare la fase 3 entro i primi tre mesi nel 2021. Ovvero il clinical trial in umano, dove si misura l’efficacia del vaccino, per poi cominciare con la campagna vaccinale da giugno 2021, utilizzando formulazioni e targeting diversi in base all’età della popolazione”.
𝐂𝐡𝐞 𝐟𝐢𝐥𝐨𝐬𝐨𝐟𝐢𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐝𝐨?
“In pratica è stato cambiato un solo “pezzettino” della formulazione di vaccini pre-esistenti, utilizzando quindi molecole già presenti in altre formulazioni. Cuba ha l’unico vaccino bivalente contro meningococco B e C, esiste da 14 anni, la base come adiuvante è quella. Doveva essere una tecnologia altamente scalabile, che se ne potessero produrre molte dosi quindi, stabile a temperatura diverse, utile sia in ambito pediatrico che nelle persone anziane. Quindi invece di sviluppare un vaccino tutto daccapo, abbiamo sfruttato quel che già c’era”.
𝐀 𝐂𝐮𝐛𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐧𝐝𝐞𝐦𝐢𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐢 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨?
“Su 11 milioni e mezzo ci sono stati 145 morti, relativamente pochi. Lo si deve al fatto che Cuba ha sempre coniugato il sistema sanitario pubblico con il mondo accademico e della ricerca, e c’è grande fiducia attorno ad essi. Il Paese ha il più alto rapporto tra medici e cittadini, il medico di base è quasi un parente aggiunto per ogni famiglia. Nel corso degli anni i dottori cubani in giro per il mondo con le brigate di solidarietà hanno fatto esperienza con l’Ebola in Africa, in più c’è ed è ben conosciuta la febbre dengue. Insomma, per le pandemie esisteva per forza di cosa una forma di attenzione molto alta”.
𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐂𝐮𝐛𝐚 𝐥𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞? 𝐂𝐢𝐨è 𝐦𝐚𝐬𝐜𝐡𝐞𝐫𝐢𝐧𝐚, 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐜𝐨𝐬ì 𝐯𝐢𝐚?
“Sì, è così. La percentuale di guariti al Covid-19 è del 92,5 per cento, tutti curati con farmaci homemade, visto l’embargo che dura da 58 anni. Nel tempo il Paese, a causa dell’isolamento, si è creato un arsenale biotecnologico di livello”.
𝐋‘𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢 𝐜𝐮𝐛𝐚𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐋𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐢𝐚 𝐞 𝐏𝐢𝐞𝐦𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 è 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐭𝐚?
“Un primo background lo abbiamo ricevuto dalla Cina, ma anche l’esperienza italiana è sicuramente stata utile. Ad oggi Cuba ha ancora 40 brigate in giro per il mondo, fanno parte della storia solidale dell’isola, e in più permettono di affinare osservazione e capacità in campo medico”.
𝐈𝐥 𝐯𝐚𝐜𝐜𝐢𝐧𝐨 𝐜𝐮𝐛𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐯𝐫à? 𝐑𝐢𝐦𝐚𝐫𝐫à 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚?
“L’intento principale è produrlo per Cuba, ma essendo un paese socialista verrà distribuito in tutti i paesi in via sviluppo che lo richiedono in maniera gratuita. Ad oggi Bio Cuba Pharma ha 40 mila lavoratori ed esporta già in 48 paesi nel mondo. Con l’Oms inoltre Cuba mantiene un buon rapporto istituzionale. Devo dire che in campo di ricerca nessuno al mondo sta utilizzando i nostri approcci, che però hanno un enorme vantaggio: i costi sono più bassi”.
𝐃𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐢 𝐯𝐚𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢 “𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢” 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨?
“Non metto in dubbio l’efficacia di nessun vaccino in commercio, assolutamente, posso essere critico solo delle modalità di produzione e distribuzione. Il “cattivo” non è Pfizer, per dire, ma penso il modello economico in sé. Contestare un vaccino che ha superato i passaggi ufficiali significherebbe far crollare la scienza. Ci chiediamo tutti invece, a livello globale, quanto durerà la copertura, come funzionerà con i richiami, ma appunto: sono quesiti che riguardano il mondo intero”.
𝐀 𝐂𝐮𝐛𝐚 𝐢 𝐯𝐚𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐨𝐛𝐛𝐥𝐢𝐠𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢?
“No, ma ricordo che nel 2013 quando arrivai le persone ci chiedevano novità sul vaccino contro il tumore al polmone, che al momento è anch’esso in clinical trial. I quali sono tutti composti da volontari, mentre le altre compagnie danno un indennizzo. Per dire che i cubani hanno grande fiducia nella scienza e nel sistema vaccinale. Non c’è bisogno di obbligare nessuno”.
𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐡𝐞𝐫𝐞𝐭𝐞 𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞?
“I nostri prodotti vanno protetti intellettualmente, ci stiamo lavorando e i brevetti sono pubblici ma stiamo aspettando il via libera dell’ufficio brevetti per pubblicare nelle riviste scientifiche internazionali. A breve comunque”.
𝐔𝐬𝐜𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐜𝐨, 𝐦𝐚 𝐥𝐞𝐢 è 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐬𝐭𝐚?
“Sì, la risposta è sì, senza giri di parole. Solo a Cuba è possibile lavorare a un prodotto che vada dal laboratorio alla clinica in maniera totalmente pubblica. Faccio questo lavoro principalmente per gli altri, è la mia etica, che si sposa in pieno con il lavoro portato avanti nell’isola.
Fonte
24/06/2020
Hanno riaperto “il ministero della verità”. Ed è europeo...
Non c’è limite alla vergogna degli sfruttatori, lo sappiamo. Ogni loro nuova mossa non riesce nemmeno più a sorprenderci, e proprio questo è il rischio: quello di rimanere, come tutti, “mitridatizzati”. Abituati ai loro veleni, in dose crescente, senza più una reazione.
Siamo anche abituati ai loro ossimori (“guerra umanitaria” resta al momento insuperato), alle parole appiccicate a fatti che significano l’opposto. Ma ogni tanto è indispensabile indicare la nudità del re, perché almeno una parte dell’opinione pubblica – i nostri lettori – siano avvertiti che un passo oltre è stato fatto.
Parliamo di informazione mainstream, allora. È noto che la Rete, le nuove tecnologie e piattaforme, hanno incrinato il monopolio assoluto dei grandi media del potere. Tv, quotidiani e riviste su carta stampata, ecc. sono macchine industriali che richiedono investimenti impossibili per qualsiasi forza alternativa. Ciò che dirazzava, in questo settore, è stato da tempo cancellato o “ammorbidito” fino all’irrilevanza (la triste sorte de il manifesto sta lì a dimostrarlo).
Anche la radio è tornata all’ovile, dopo la splendida stagione delle “radio libere”. Troppi costi di gestione (ripetitori, diritti d’autore, denunce, tecnici, macchinari, personale non più “militante”), troppa poca pubblicità “accettabile”, scomparsa dei contributo pubblici per sostenere il “pluralismo dell’informazione”.
Solo sulla Rete è possibile con pochi soldi, o addirittura gratis, immettere “informazione” non omologata, dubbi, frammenti di pensiero critico. Una libertà quasi assoluta che naturalmente favorisce l’esibizione di intelligenza come di ottusità assoluta, notizie vere e falsi clamorosi, inchieste quasi scientifiche e provocazioni di bassa lega.
Distinguere è come sempre complicato, richiede attenzione, riflessione, ricerca. Ma si può fare. Collettivamente, certo, non da soli, ma ci si può districare in questo sottobosco e costruire qualcosa di valido in completa autonomia.
Contropiano, ci sembra, rappresenta un pezzetto di questo qualcosa.
Dal lato del potere, invece, la reazione alla “concorrenza” è di altro tipo. Autoritario ma in nome della “libertà” e della “verità”.
Qui bisogna stare attenti alle parole. La verità, da buoni materialisti, è rivoluzionaria. Dunque la “verità del potere” difficilmente potrà avere una natura somigliante... Quando i media mainstream lanciano una campagna “contro le fake news”, in genere, puntano a realizzare due obbiettivi diversi:
1) regolare i conti interni al potere (Trump e Salvini, bugiardi seriali e patentati, si prestano splendidamente per questo fine),
2) silenziare le voci discordanti, seppellendole sotto una montagna di “verità ufficiali”.
Gli esempi sono innumerevoli. Possiamo parlare di Venezuela, e notare come tutti i media ufficiali abbiano una sola posizione – quella statunitense, ovvio – anche se la realtà dei fatti depone contro (tentativi di golpe organizzati dagli Usa insieme ai narcofascisti locali o confinanti, un “presidente autonominato” – Guaidò – immortalato decine di volte proprio con narcotrafficanti, un numero impressionante di libere elezioni in un Paese dipinto come un “regime dittatoriale”, ecc).
Possiamo parlare di Palestina, addirittura cancellata come nome, oltre che come diritti all’esistenza e all’autodeterminazione. Al massimo il termine viene associato a quello di “terrorismo”, in modo da chiudere l’argomento fin dall’inizio, anche se le pratiche del governo israeliano sarebbero definite terroriste e stragiste in qualsiasi altro contesto.
Tutte cose già “normalizzate”, metabolizzate, entrate come veleno nel cervello di gran parte della popolazione occidentale.
Ma evidentemente non basta. Il rischio del dubbio, della critica ragionata e documentata, resta. Per questo ora si cerca di realizzare l’equivalente dell’orwelliano “ministero della verità”, mettendo in piedi un network – il circuito mainstream, da Mediaset ai media in teoria “anti-berlusconiani” – che si arroga il potere di decidere e certificare quali notizie sono “vere” e quali “fake news”.
Se non vi piace la letteratura, potete sempre riguardare le “imprese” del Minculpop fascista, forse meno fantasioso ma altrettanto totalitario.
Prendiamo la notizia da fonte ufficiale. “Sul sito di Repubblica nasce TrUE per combattere le fake news”. Un lettore non di primo pelo obietterebbe subito: “tutto il gruppo Repubblica-L’Espresso, ora con la sigla Gedi, è stato comprato dalla famiglia Agnelli; come anche La Stampa, da sempre chiamata dagli operai torinesi la busjarda… E questi ci vorrebbero dire cosa è vero e cosa no? Ma va...”
Giusto, ma questo sarebbe uno sguardo rivolto al passato. Qui si sta invece facendo un passo avanti. Non è infatti il vecchio “padrone” che cerca di costruirsi un’opinione pubblica favorevole per fare meglio i propri affari, e magari tirare uno sgambetto a quelli altrui. L’operazione è del tutto al passo con i tempi, presenti e (speriamo di no) futuri.
Lo spiega, senza volere, la stessa Repubblica: “Da oggi la rubrica online in collaborazione con il Parlamento europeo: una serie di approfondimenti per capire da dove partono le false notizie, per smentirle e per difendersi dalla disinformazione”.
La catena di comando è chiara, no? C’è il Parlamento europeo – non un vero Parlamento, visto che non ha il potere di emanare leggi, ma solo quello di approvare o (raramente) bocciare quelle scritte dalla Commissione Europea – che “consiglia” quali notizie siano da considerarsi vere e quali false. E una serie di gruppi editoriali “europeisti” che fanno da cinghia di trasmissione “professionale”, imbonendo l’opinione pubblica nazionale (non c’è una lingua europea, dunque tocca tradurre in tutte quelle esistenti).
Essendo una “collaborazione” – per non essere troppo cattivi – dovrebbe funzionare nei due sensi: non solo “consigli dall’alto” ma anche richiesta di “conferme” da parte dei singoli giornalisti “militanti anti-fake news”.
In entrambi i casi, però, la “fonte della verità” è un potere politico-economico (i “piani alti” di Bruxelles), non la corrispondenza di una notizia ai fatti. Se “l’ufficio della verità” del parlamento europeo dice che una notizia è “vera” allora la si diffonde e difende; se stabilisce che è “falsa” allora la si bolla come fakw news o addirittura “disinformazione nemica”.
E infatti il povero Alberto D’Argenio si lancia subito contro russi e cinesi. Purtroppo lo fa con troppo entusiasmo, in modo poco “professionale”, quasi naïf, e quindi svela la dipendenza in modo un po’ troppo scoperto.
Ricostruisce per sommi capi – e senza alcuna documentazione – la filiera di fatti che andrebbe (il condizionale è d’obbligo!) da una serie di voci apparse “ad aprile sui siti di propaganda legati al Cremlino” (quali, con che prove, ecc, non è dato sapere) che attribuiscono a Bill Gates la diffusione del coronavirus. Fino alle “migliaia di persone manifestano a Berlino e in altre città tedesche contro il tentativo di imporre una dittatura globale da parte del fondatore di Microsoft o, in alternativa, per mano di malevoli élite internazionali intenzionate a stabilire un Nuovo ordine globale.”
E poi “a fine aprile sulle chat cinesi inizia a girare l’allarmante ‘notizia’ secondo la quale le mascherine uccidono i nostri bambini. Il 2 giugno i gilet arancioni in piazza del Popolo a Roma – tra le altre assurdità – urlano slogan contro le protezioni raccomandate dalle autorità sanitarie di tutto il mondo.”
Si può qui vedere all’opera la tecnica del “mischione”, che aveva fatto la fortuna (economica, non certo scientifica) dei “dietrologi” sulla storia degli anni '70: prendere fatti veri e voci false, shakerare forte, stabilire una tesi a monte e inanellare episodi a valle che dovrebbero “confermarla”.
Nulla di nuovo, roba da poveretti, se non fosse per l’imprimatur che arriva direttamente dalla Ue.
“’La disinformazione può uccidere le persone’, lancia l’allarme l’Alto rappresentante della politica estera europea, Josep Borrell”.
Perché “complottisti, No Vax o estremisti nostrani […] sono solo il tramite – più o meno consapevole – di operazioni governative ordite altrove, al di fuori dell’Unione, per danneggiare la risposta sanitaria da parte delle autorità nazionali ed europee, per aggravare la pandemia e minare la coesione sociale nei nostri paesi, la tenuta democratica interna e la stessa Ue. Destabilizzare e creare sfiducia: le fake news hanno conseguenze dirette sulle nostre nazioni. Un pericolo serio, tanto che il 10 giugno le istituzioni di Bruxelles lo dicono chiaro e tondo: ‘Alcune potenze straniere mirano a compromettere le nostre democrazie’. Si tratta di “Russia e Cina”. E l’Italia è tra i paesi più colpiti.”
Fino alla dichiarazione programmatica che azzera ogni dubbio:
“Per fare luce sulle operazioni di manipolazione contro l’Europa, Repubblica lancia oggi TrUE, una rubrica online realizzata in collaborazione con il Parlamento europeo. Una serie di approfondimenti per capire da dove partono le fake news, per smentirle, per evidenziare quale sia il loro scopo, come Russia e Cina abbiano usato la loro propaganda per far credere agli italiani che il nostro Paese – abbandonato dall’Europa – sia stato salvato da Putin e Xi Jinping. Per raccontare ciò che invece l’Unione ha fatto (cosa? silenzio... ndr). Ancora, chi sono i soggetti che diffondono in Europa le bugie di Stato elaborate da Mosca e Pechino per indebolire l’Europa e trarne vantaggi geopolitici ed economici. E infine, come gli esponenti dei partiti populisti in Europa flirtano con la retorica della propaganda russa e cinese per strizzare l’occhio a milioni di persone – e guadagnarne il consenso – già vittime delle fake news. Un manuale di auto difesa per capire e difendersi dalla disinformazione.”
Il quadro è molto più chiaro, adesso. Si è aperta una “nuova guerra fredda” che oppone l’Occidente a Russia e Cina. Qui non importa neppure stabilire chi l’abbia aperta (Trump, lo sanno anche i sassi), ma la dinamica che si è innescata.
Come in ogni guerra la verità è la prima vittima.
Il “ministero europeo della verità” si è messo in trincea. Repubblica, Corriere, Libero, Il Giornale, e via elencando fanno i gazzettieri dal fronte.
Noi non faremo i boccaloni, però...
Fonte
19/05/2020
Il dittatore dello stato libero di Repubblica
Cadono le foglie di fico e si vede tutto. C’è proprio poco, diciamolo subito!
Sotto le giaculatorie sulla “libertà di stampa”, in un Paese in cui ben pochi giornali – in genere molto minori – sono in mano a “editori puri” (imprenditori che fanno dell’editoria il proprio business principale, in termini di fatturato e ricavi), si cela una realtà servile piuttosto squallida.
La situazione è peggiorata – anche se non sembrava possibile – con il doppio salto mortale della proprietà di Repubblica-L’Espresso e La Stampa. Con De Benedetti – da una vita proprietario del giornale fondato da Eugenio Scalfari – che prima compra il quotidiano torinese da sempre proprietà della famiglia Agnelli, poi (sotto la pressione dei figli) rivende tutto... agli Agnelli.
I quali, con la classe che li contraddistingue da sempre, cambiano il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, proprio nel giorno della mobilitazione nazionale in suo favore, minacciato più volte da fascisti rimasti fin qui sconosciuti (bisogna ammettere che la vista della polizia italiana è su questo fronte particolarmente deficitaria...).
Se uno fosse un po’ dietrologo potrebbe sospettare che la sostituzione sia arrivata a coronamento di un’operazione piuttosto spericolata.
Ma lasciamo perdere le malignità, anche se fondate su “coincidenze oggettive”...
John Elkann, principale erede dell’impero dell’Avvocato, mette al suo posto Maurizio Molinari, che fino a quel giorno aveva diretto il quotidiano torinese. Mentre a La Stampa approda Massimo Giannini, onnipresente prezzemolino televisivo del neoliberismo redazionale, cresciuto e allevato proprio a Repubblica. Deve essere una garanzia di fedeltà, crediamo...
Personaggio parecchio controverso anche Molinari, con una vita trascorsa a fare l’inviato in Israele e negli Stati Uniti, senza che nessuno abbia mai potuto registrare un qualche timido accenno di critica verso le politiche di quei due Paesi. E dire che non sarebbero mai mancati fondati motivi...
Anche qui le voci di redazione, da una vita, lo avvicinano ripetutamente al Mossad o alla Cia, con più insistenza sulla prima “ditta”. Ma sono certamente malignità, sapete come sono fatti i giornalisti...
Comunque sia, in un solo mese Molinari ha ridisegnato Repubblica – un giornale di destra liberista, iper-establishment fighettoso, per motivi incomprensibili catalogato tra la “stampa di sinistra” (forse in omaggio a quando L’Espresso bastonava il potere democrisiano, invece di fargli da palo come negli ultimi 40 anni) – in un fogliaccio para-trumpiano, anti-cinese e anti-russo (lo era anche prima, ma con toni un po’ meno da Pentagono…) e naturalmente confindustriale in stile Assolombarda.
Il tutto in nome della “difesa della democrazia” e della “libertà di stampa”.
Poi accade che ci sia quella scabrosa notizia della Fiat-Fca che, non riuscendo a convincere Banca Intesa – sua storica fiancheggiatrice torinese – a prestarle 6,3 miliardi di euro, si fa venire la brillante idea di chiedere allo Stato italiano di farle da “garante”.
Non serve essere degli economisti sofisticati per capire che significa. Se la Fiat-Fca non dovesse essere in grado di restituire quei soldi a Banca Intesa – cosa quasi certa, visto il precipizio in cui è sprofondato il mercato automobilistico con la pandemia – a Banca Intesa glieli daremo noi. I contribuenti che pagano le tasse (Fiat non lo fa più, ha messo la sede fiscale in Olanda...).
Una sfrontatezza un po’ eccessiva anche per i navigati giornalisti di Repubblica, che si riuniscono in assemblea e approvano un comunicato critico su come il loro giornale sta affrontando il tema (un classico caso di “conflitto di interessi” giornalistico, tra verità e business padronale).
Il Comitato di Redazione (la struttura sindacale) ne chiede la pubblicazione, come previsto dal contratto di lavoro (quello dei giornalisti è un po’ più garantista di quello metalmeccanico o dei braccianti...).
E Molinari mostra la vera faccia della “democrazia” in Uso a Tel Aviv o Washington. E si rifiuta di pubblicarlo.
Punto.
Non si critica il padrone, ma dove vi credete di essere...
Qui di seguito lo stupefatto articolo di Professione Reporter,
Alle ore 15 di lunedì 18 maggio è stata convocata a Repubblica un’assemblea. Ordine del giorno: il caso Fca, ex Fiat e il prestito da 6,3 miliardi che ha chiesto di garantire alla Sace, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Il comitato di redazione mette sul piatto le sue dimissioni, dopo il rifiuto del direttore Maurizio Molinari a pubblicare un comunicato, così come prevede il contratto di lavoro all’articolo 34.
Repubblica di domenica 17 maggio ha dedicato un richiamo in prima e l’intera pagina 26 alla vicenda, con due pezzi, uno di Paolo Griseri nel quale si spiega che il prestito andrà a beneficio del lavoro in Italia e uno del caporedattore Economia e finanza Francesco Manacorda intitolato “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”.
Qui si racconta che Fca fa un quarto del suo fatturato in Italia, che “paga in Italia tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese”, che il settore automotive assicura il 6 per cento del Pil nazionale e il 7 per cento dell’occupazione.
Il cdr protesta, il sindacato interno dei giornalisti ritiene che si tratti di una copertura dell’evento squilibrata a favore dell’azienda controllata dal principale azionista del giornale, la Exor di John Elkann. Chiede di pubblicare un comunicato sul giornale. Molinari rifiuta.
Il cdr convoca l’assemblea (in video) con due punti all’ordine del giorno: ricadute del caso Fca, dimissioni del cdr. Molinari ha dato la disponibilità ad intervenire all’assemblea, per illustrare le sue ragioni.
L’insediamento del nuovo direttore in poco più di un mese ha già vissuto vari momenti di tensione con la redazione.
Sciopero quando il predecessore Verdelli è stato sostituito proprio nel giorno (23 aprile) in cui, secondo i gruppi neonazisti che lo minacciavano, sarebbe dovuto morire.
Polemica sull’istituzione del premio per il miglior giornalista della settimana con 600 euro in palio.
Esodo, per solidarietà con Verdelli e per i mutamenti avvenuti nei contenuti del giornale, di alcuni collaboratori come Gad Lerner, Enrico Deaglio, Pino Corrias. Clamore per la decisione di Molinari di scrivere un fondo ogni domenica sotto quello del Fondatore Eugenio Scalfari.
Ora è la volta del caso Fca e dei 6,3 miliardi di prestito a tasso agevolato da parte di intesa San Paolo con garanzia pubblica.
Fonte
Sotto le giaculatorie sulla “libertà di stampa”, in un Paese in cui ben pochi giornali – in genere molto minori – sono in mano a “editori puri” (imprenditori che fanno dell’editoria il proprio business principale, in termini di fatturato e ricavi), si cela una realtà servile piuttosto squallida.
La situazione è peggiorata – anche se non sembrava possibile – con il doppio salto mortale della proprietà di Repubblica-L’Espresso e La Stampa. Con De Benedetti – da una vita proprietario del giornale fondato da Eugenio Scalfari – che prima compra il quotidiano torinese da sempre proprietà della famiglia Agnelli, poi (sotto la pressione dei figli) rivende tutto... agli Agnelli.
I quali, con la classe che li contraddistingue da sempre, cambiano il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, proprio nel giorno della mobilitazione nazionale in suo favore, minacciato più volte da fascisti rimasti fin qui sconosciuti (bisogna ammettere che la vista della polizia italiana è su questo fronte particolarmente deficitaria...).
Se uno fosse un po’ dietrologo potrebbe sospettare che la sostituzione sia arrivata a coronamento di un’operazione piuttosto spericolata.
Ma lasciamo perdere le malignità, anche se fondate su “coincidenze oggettive”...
John Elkann, principale erede dell’impero dell’Avvocato, mette al suo posto Maurizio Molinari, che fino a quel giorno aveva diretto il quotidiano torinese. Mentre a La Stampa approda Massimo Giannini, onnipresente prezzemolino televisivo del neoliberismo redazionale, cresciuto e allevato proprio a Repubblica. Deve essere una garanzia di fedeltà, crediamo...
Personaggio parecchio controverso anche Molinari, con una vita trascorsa a fare l’inviato in Israele e negli Stati Uniti, senza che nessuno abbia mai potuto registrare un qualche timido accenno di critica verso le politiche di quei due Paesi. E dire che non sarebbero mai mancati fondati motivi...
Anche qui le voci di redazione, da una vita, lo avvicinano ripetutamente al Mossad o alla Cia, con più insistenza sulla prima “ditta”. Ma sono certamente malignità, sapete come sono fatti i giornalisti...
Comunque sia, in un solo mese Molinari ha ridisegnato Repubblica – un giornale di destra liberista, iper-establishment fighettoso, per motivi incomprensibili catalogato tra la “stampa di sinistra” (forse in omaggio a quando L’Espresso bastonava il potere democrisiano, invece di fargli da palo come negli ultimi 40 anni) – in un fogliaccio para-trumpiano, anti-cinese e anti-russo (lo era anche prima, ma con toni un po’ meno da Pentagono…) e naturalmente confindustriale in stile Assolombarda.
Il tutto in nome della “difesa della democrazia” e della “libertà di stampa”.
Poi accade che ci sia quella scabrosa notizia della Fiat-Fca che, non riuscendo a convincere Banca Intesa – sua storica fiancheggiatrice torinese – a prestarle 6,3 miliardi di euro, si fa venire la brillante idea di chiedere allo Stato italiano di farle da “garante”.
Non serve essere degli economisti sofisticati per capire che significa. Se la Fiat-Fca non dovesse essere in grado di restituire quei soldi a Banca Intesa – cosa quasi certa, visto il precipizio in cui è sprofondato il mercato automobilistico con la pandemia – a Banca Intesa glieli daremo noi. I contribuenti che pagano le tasse (Fiat non lo fa più, ha messo la sede fiscale in Olanda...).
Una sfrontatezza un po’ eccessiva anche per i navigati giornalisti di Repubblica, che si riuniscono in assemblea e approvano un comunicato critico su come il loro giornale sta affrontando il tema (un classico caso di “conflitto di interessi” giornalistico, tra verità e business padronale).
Il Comitato di Redazione (la struttura sindacale) ne chiede la pubblicazione, come previsto dal contratto di lavoro (quello dei giornalisti è un po’ più garantista di quello metalmeccanico o dei braccianti...).
E Molinari mostra la vera faccia della “democrazia” in Uso a Tel Aviv o Washington. E si rifiuta di pubblicarlo.
Punto.
Non si critica il padrone, ma dove vi credete di essere...
Qui di seguito lo stupefatto articolo di Professione Reporter,
*****
Repubblica, Molinari non pubblica il comunicato del cdr sui 6,3 miliardi alla Fca
Alle ore 15 di lunedì 18 maggio è stata convocata a Repubblica un’assemblea. Ordine del giorno: il caso Fca, ex Fiat e il prestito da 6,3 miliardi che ha chiesto di garantire alla Sace, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Il comitato di redazione mette sul piatto le sue dimissioni, dopo il rifiuto del direttore Maurizio Molinari a pubblicare un comunicato, così come prevede il contratto di lavoro all’articolo 34.
Repubblica di domenica 17 maggio ha dedicato un richiamo in prima e l’intera pagina 26 alla vicenda, con due pezzi, uno di Paolo Griseri nel quale si spiega che il prestito andrà a beneficio del lavoro in Italia e uno del caporedattore Economia e finanza Francesco Manacorda intitolato “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”.
Qui si racconta che Fca fa un quarto del suo fatturato in Italia, che “paga in Italia tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese”, che il settore automotive assicura il 6 per cento del Pil nazionale e il 7 per cento dell’occupazione.
Il cdr protesta, il sindacato interno dei giornalisti ritiene che si tratti di una copertura dell’evento squilibrata a favore dell’azienda controllata dal principale azionista del giornale, la Exor di John Elkann. Chiede di pubblicare un comunicato sul giornale. Molinari rifiuta.
Il cdr convoca l’assemblea (in video) con due punti all’ordine del giorno: ricadute del caso Fca, dimissioni del cdr. Molinari ha dato la disponibilità ad intervenire all’assemblea, per illustrare le sue ragioni.
L’insediamento del nuovo direttore in poco più di un mese ha già vissuto vari momenti di tensione con la redazione.
Sciopero quando il predecessore Verdelli è stato sostituito proprio nel giorno (23 aprile) in cui, secondo i gruppi neonazisti che lo minacciavano, sarebbe dovuto morire.
Polemica sull’istituzione del premio per il miglior giornalista della settimana con 600 euro in palio.
Esodo, per solidarietà con Verdelli e per i mutamenti avvenuti nei contenuti del giornale, di alcuni collaboratori come Gad Lerner, Enrico Deaglio, Pino Corrias. Clamore per la decisione di Molinari di scrivere un fondo ogni domenica sotto quello del Fondatore Eugenio Scalfari.
Ora è la volta del caso Fca e dei 6,3 miliardi di prestito a tasso agevolato da parte di intesa San Paolo con garanzia pubblica.
Fonte
16/05/2020
La Repubblica alle prese con la costruzione del nemico
La pandemia da coronavirus sta cambiando il mondo, ed è ancora impossibile prevedere quali saranno gli scenari che si stabilizzeranno una volta superata la fase sanitaria della crisi. In particolare, è evidente che gli equilibri nella competizione internazionale fra macro-blocchi ne verranno intaccati.
Per questa ragione le classi dirigenti di tutto il mondo stanno iniziando ad affilare le armi, e da sempre la propaganda è uno degli strumenti più efficaci.
Le élites occidentali in particolare devono contrastare la cresciuta egemonia della Cina nella lotta al coronavirus. È evidente infatti come la Cina, dopo alcuni errori iniziali, ammessi dalla dirigenza del PCC, abbia dimostrato di essere in grado di reagire in maniera adeguata alla pandemia (leggi qui).
Lo stesso non si può dire per molti paesi occidentali, Stati Uniti in primis, che invece si trovano in queste settimane sull’orlo del collasso. Emerge quindi la necessità di smontare l’immagine vincente di una Cina che prevale attraverso la sua pianificazione nell’interesse pubblico, e anzi scaricargli addosso tutta la responsabilità di questa catastrofe globale (vedi qui).
Naturalmente anche da questa parte dell’oceano le campane di guerra iniziano a farsi sentire, e non ci stupisce trovare La Repubblica in prima fila in quest’opera di disinformazione funzionale agli interessi del potere (leggi qui). Del resto, quel giornale è ormai proprietà della famiglia Agnelli, che controlla l’italo-americana Fiat/Fca, e dunque “deve” aderire alla politica Usa qualsiasi sia temporaneamente il presidente.
Il giorno 14 maggio esce infatti su Rep: una “inchiesta” intitolata “I segreti di Wuhan: i 65 giorni che hanno cambiato il mondo”, che promette di rivelare “le omissioni, il cinismo, la censura che impedirono di conoscere in tempo la peste che stava per investire il pianeta: il Covid-19”.
Ora, come nella migliore tradizione del giornalismo da clickbait a cui la stampa italiana (ma non solo) ci ha abituato, non serve nemmeno che il contenuto dell’articolo sia coerente con il titolo. Il titolo è tutto quello che basta per trasmettere il messaggio, rimanendo stampato per giorni nella homepage del sito, ed è quello che si fisserà nelle menti dei lettori (che in molti casi non hanno l’accesso a Rep:).
L’articolo in sé è confusionario, mette in mezzo elementi di criticità reali (come abbiamo detto, ci sono stati degli errori nella gestione iniziale: errori ammessi dal governo cinese e i cui responsabili, alcuni almeno, sono stati puniti) con cose che non centrano niente con la supposta “tesi” dell’articolo: supposizioni di focolai in Francia, i sospetti riguardanti i giochi militari mondiali, quelli riguardanti il famoso laboratorio di Wuhan (nell’articolo stesso si ribadisce che, allo stato delle conoscenze attuali, l’origine in laboratorio è estremamente improbabile).
L’articolo fa salti temporali avanti e indietro, rendendo il tutto molto confuso, ma soprattutto il tono e i giudizi dell’articolo sono assolutamente ingiustificati sulla base delle stesse informazioni raccontate nel testo!
In calce a questo articolo potete trovare una cronologia dei principali avvenimenti raccontati dall’articolo stesso. Guardandola nel complesso, espressioni usate nell’articolo come “sistematico cover-up” dovrebbero sembrare assurde, anzi si percepisce un ritmo degli avvenimenti e delle decisioni abbastanza serrato.
Ma soprattutto appare evidente la malafede dei giornalisti di Repubblica, a partire dal titolo. Questi “65 giorni” che avrebbero potuto salvare il mondo sono in realtà 25: dai primi sospetti da parte di un medico di Wuhan il 26 dicembre alla dichiarazione di emergenza nazionale e la conferma della trasmissibilità umana il 20 gennaio.
Ma già dal 30 dicembre le autorità sanitarie avevano ricevuto indicazioni di isolare i malati di polmonite per precauzione, il 9 gennaio era stato comunicato al mondo che era stato provato che si trattasse di un nuovo coronavirus e due giorni dopo il genoma completo, già isolato a tempi record, era stato condiviso su un database globale e aperto.
L’ipotesi di contagio umano viene già accettata come possibile il 15 gennaio da parte delle autorità di Wuhan. I “65 giorni” si fanno partire dal 17 novembre, la data a cui, a posteriori, si fa risalire il primo contagio in Cina e quindi comprendono 40 giorni in cui nessuno aveva individuato un virus sconosciuto con sintomi tragicamente simili a quelli di una brutta influenza.
Ma, quindi, dove sono questi insabbiamenti?
L’articolo di Repubblica parla di “menzogne”, titolando addirittura così un paragrafo, riferendosi alle dichiarazioni del governo dell’Hubei, che la situazione era sotto controllo e che non era provata la trasmissione da uomo a uomo, del 31 dicembre! Solo 5 giorni dopo che per la prima volta era venuto fuori un sospetto che alcune polmoniti avessero come causa qualcosa di anomalo.
Repubblica parla di “whistleblower” riferendosi a un medico che ha diffuso sui social la notizia di “Sette casi di SARS confermati al Mercato di Huanan” il 30 dicembre, quando è evidente che a quell’epoca non c’era nessuna “verità” da nascondere (tant’è che si parlava, a torto, di SARS): era ancora troppo presto per sapere qualsiasi cosa.
Viene citato spesso nell’articolo poi il Capodanno cinese, lasciando intendere che non fossero state prese alcune misure di prevenzione per questa occasione di grandi spostamenti di persone (“Non troppo da guastare le feste di Capodanno”) quando riguardando gli articoli anche della stampa italiana dell’epoca è evidente il contrario (vedi qui).
Ripetiamo, il governo cinese stesso, come anche i membri più importanti delle task-force mediche cinesi, parlano di errori, di un «ritardo» senza il quale i numeri dell’epidemia sarebbero stati inferiori.
Ma è evidente la pretestuosità di Repubblica nel citare uno studio che afferma che a implementare il lockdown tre settimane prima si sarebbero ridotte le vittime del 95%. È probabilmente vero, ma avrebbe voluto dire implementare il lockdown il primo di gennaio! Come si può pretendere che a 5 giorni dal primo sospetto si abbia già una conoscenza tale da implementare delle misure così radicali?
Soprattutto se comparate con le reazioni delle classi dirigenti del resto del mondo: nonostante già dal 20 Gennaio, con il lockdown di Wuhan e le dichiarazioni ufficiali di Cina e OMS, avrebbe dovuto essere chiaro che la situazione era grave, per tutto febbraio, fino a inizio marzo, abbiamo avuto leader occidentali che sminuivano o negavano la gravità della situazione. Ricordiamo #Milanononsiferma?
Insomma, Repubblica si conferma uno dei più fedeli strumenti di propaganda di un élite occidentale che sta vedendo le proprie società (e il proprio consenso) sgretolarglisi sotto i piedi, e che ha un disperato bisogno di un nemico esterno su cui scaricare le proprie colpe.
Si riconferma la necessità di un’informazione indipendente e alternativa, senza paraventi ideologici o idealizzazioni ma capace di raccontare i fatti come stanno (al meglio delle possibilità di conoscenza attuale) senza mai dimenticare che “la verità è sempre rivoluzionaria”.
Timetable dall'”inchiesta” di Rep
-26 dicembre: [un medico di Wuhan, Zhang Jixian] visitando un’anziana coppia, si insospettisce.
-29 dicembre: sulla base delle segnalazioni della dottoressa Zhang, le autorità sanitarie di Wuhan avviano un’indagine epidemiologica.
-30 dicembre: la commissione sanitaria di Wuhan manda due comunicazioni a tutte le strutture sanitarie della città: prendere precauzioni, isolando i pazienti e di comunicare tutti i casi sospetti di polmonite; e non diffondere informazioni sull’epidemia «senza autorizzazione». Lo stesso giorno, un medico diffonde sui social la notizia che “Sette casi di Sars confermati al Mercato di Huanan” La notizia (inesatta come sappiamo) crea il panico in città.
-31 dicembre: un team di esperti viene inviato a Wuhan. Comunicazione all’OMS «A Wuhan si sono verificati una serie di casi di polmonite di causa sconosciuta»
-1 gennaio: il mercato di Huanan, considerato il focolaio del contagio, viene sterilizzato. la Commissione sanitaria di Wuhan e quella nazionale mandano infatti un messaggio a tutti i centri diagnostici dicendo che i campioni della misteriosa polmonite devono essere trattati come «microorganismi altamente patogeni e che tutti devono essere spostati ai laboratori approvati oppure distrutti»
-3 gennaio: i casi confermati di Covid a Wuhan salgono a 41. Per i medici in corsia, le prove di trasmissione da uomo a uomo sono infatti sempre più evidenti. Ci sono almeno due cluster familiari.
-5 gennaio: la rete diplomatica francese segnala che le autorità cinesi dichiarano 59 persone contaminate, sette delle quali in gravi condizioni. Lo Shanghai Public Health Clinical Centre (diretto dal professor Zhang Yongzhen ) è il primo a isolare il coronavirus.
-7 Gennaio: altri laboratori designati isolano il virus.
-8 Gennaio: 59 i casi ufficiali.
-9 Gennaio: viene data comunicazione ufficiale che annuncia al mondo che ha a che fare con un nuovo coronavirus. Muore primo paziente ufficiale.
-11 gennaio: il dottor Yongzhen condivide su un database globale, e dunque aperto, il genoma completo del virus.
-12 gennaio: l’Oms ribadisce la sua totale fiducia, l’organizzazione spiega che «le evidenze suggeriscono che l’epidemia è associata con l’esposizione al mercato (…), mentre non c’è chiara evidenza di trasmissione umana»
-14 gennaio: il ministro Ma Xiaowe tiene una conferenza con i leader provinciali in cui li avvisa di prepararsi a un «evento sanitario maggiore»
-15 gennaio: Un funzionario dell’OMS dice in conferenza stampa che ci potrebbe essere «trasmissione limitata tra uomo e uomo, potenzialmente all’interno delle famiglie». La Commissione sanitaria locale di Wuhan si allinea a questa versione.
-17 Gennaio: 198 malati ufficiali. Un nuovo team di esperti, guidato dalla “gloria nazionale” Zhong Nanshan, pneumologo già in prima fila nella lotta alla SARS, viene mandato nell’Hubei.
-20 gennaio: Il presidente Xi Jinping parla per la prima volta pubblicamente del virus, ordinando «sforzi risoluti» per contenerne la diffusione. Zhong Nanshan ha il compito di confermare in televisione nazionale la trasmissione umana del virus.
-22 gennaio: parte il lockdown di Wuhan.
Fonte
Per questa ragione le classi dirigenti di tutto il mondo stanno iniziando ad affilare le armi, e da sempre la propaganda è uno degli strumenti più efficaci.
Le élites occidentali in particolare devono contrastare la cresciuta egemonia della Cina nella lotta al coronavirus. È evidente infatti come la Cina, dopo alcuni errori iniziali, ammessi dalla dirigenza del PCC, abbia dimostrato di essere in grado di reagire in maniera adeguata alla pandemia (leggi qui).
Lo stesso non si può dire per molti paesi occidentali, Stati Uniti in primis, che invece si trovano in queste settimane sull’orlo del collasso. Emerge quindi la necessità di smontare l’immagine vincente di una Cina che prevale attraverso la sua pianificazione nell’interesse pubblico, e anzi scaricargli addosso tutta la responsabilità di questa catastrofe globale (vedi qui).
Naturalmente anche da questa parte dell’oceano le campane di guerra iniziano a farsi sentire, e non ci stupisce trovare La Repubblica in prima fila in quest’opera di disinformazione funzionale agli interessi del potere (leggi qui). Del resto, quel giornale è ormai proprietà della famiglia Agnelli, che controlla l’italo-americana Fiat/Fca, e dunque “deve” aderire alla politica Usa qualsiasi sia temporaneamente il presidente.
Il giorno 14 maggio esce infatti su Rep: una “inchiesta” intitolata “I segreti di Wuhan: i 65 giorni che hanno cambiato il mondo”, che promette di rivelare “le omissioni, il cinismo, la censura che impedirono di conoscere in tempo la peste che stava per investire il pianeta: il Covid-19”.
Ora, come nella migliore tradizione del giornalismo da clickbait a cui la stampa italiana (ma non solo) ci ha abituato, non serve nemmeno che il contenuto dell’articolo sia coerente con il titolo. Il titolo è tutto quello che basta per trasmettere il messaggio, rimanendo stampato per giorni nella homepage del sito, ed è quello che si fisserà nelle menti dei lettori (che in molti casi non hanno l’accesso a Rep:).
L’articolo in sé è confusionario, mette in mezzo elementi di criticità reali (come abbiamo detto, ci sono stati degli errori nella gestione iniziale: errori ammessi dal governo cinese e i cui responsabili, alcuni almeno, sono stati puniti) con cose che non centrano niente con la supposta “tesi” dell’articolo: supposizioni di focolai in Francia, i sospetti riguardanti i giochi militari mondiali, quelli riguardanti il famoso laboratorio di Wuhan (nell’articolo stesso si ribadisce che, allo stato delle conoscenze attuali, l’origine in laboratorio è estremamente improbabile).
L’articolo fa salti temporali avanti e indietro, rendendo il tutto molto confuso, ma soprattutto il tono e i giudizi dell’articolo sono assolutamente ingiustificati sulla base delle stesse informazioni raccontate nel testo!
In calce a questo articolo potete trovare una cronologia dei principali avvenimenti raccontati dall’articolo stesso. Guardandola nel complesso, espressioni usate nell’articolo come “sistematico cover-up” dovrebbero sembrare assurde, anzi si percepisce un ritmo degli avvenimenti e delle decisioni abbastanza serrato.
Ma soprattutto appare evidente la malafede dei giornalisti di Repubblica, a partire dal titolo. Questi “65 giorni” che avrebbero potuto salvare il mondo sono in realtà 25: dai primi sospetti da parte di un medico di Wuhan il 26 dicembre alla dichiarazione di emergenza nazionale e la conferma della trasmissibilità umana il 20 gennaio.
Ma già dal 30 dicembre le autorità sanitarie avevano ricevuto indicazioni di isolare i malati di polmonite per precauzione, il 9 gennaio era stato comunicato al mondo che era stato provato che si trattasse di un nuovo coronavirus e due giorni dopo il genoma completo, già isolato a tempi record, era stato condiviso su un database globale e aperto.
L’ipotesi di contagio umano viene già accettata come possibile il 15 gennaio da parte delle autorità di Wuhan. I “65 giorni” si fanno partire dal 17 novembre, la data a cui, a posteriori, si fa risalire il primo contagio in Cina e quindi comprendono 40 giorni in cui nessuno aveva individuato un virus sconosciuto con sintomi tragicamente simili a quelli di una brutta influenza.
Ma, quindi, dove sono questi insabbiamenti?
L’articolo di Repubblica parla di “menzogne”, titolando addirittura così un paragrafo, riferendosi alle dichiarazioni del governo dell’Hubei, che la situazione era sotto controllo e che non era provata la trasmissione da uomo a uomo, del 31 dicembre! Solo 5 giorni dopo che per la prima volta era venuto fuori un sospetto che alcune polmoniti avessero come causa qualcosa di anomalo.
Repubblica parla di “whistleblower” riferendosi a un medico che ha diffuso sui social la notizia di “Sette casi di SARS confermati al Mercato di Huanan” il 30 dicembre, quando è evidente che a quell’epoca non c’era nessuna “verità” da nascondere (tant’è che si parlava, a torto, di SARS): era ancora troppo presto per sapere qualsiasi cosa.
Viene citato spesso nell’articolo poi il Capodanno cinese, lasciando intendere che non fossero state prese alcune misure di prevenzione per questa occasione di grandi spostamenti di persone (“Non troppo da guastare le feste di Capodanno”) quando riguardando gli articoli anche della stampa italiana dell’epoca è evidente il contrario (vedi qui).
Ripetiamo, il governo cinese stesso, come anche i membri più importanti delle task-force mediche cinesi, parlano di errori, di un «ritardo» senza il quale i numeri dell’epidemia sarebbero stati inferiori.
Ma è evidente la pretestuosità di Repubblica nel citare uno studio che afferma che a implementare il lockdown tre settimane prima si sarebbero ridotte le vittime del 95%. È probabilmente vero, ma avrebbe voluto dire implementare il lockdown il primo di gennaio! Come si può pretendere che a 5 giorni dal primo sospetto si abbia già una conoscenza tale da implementare delle misure così radicali?
Soprattutto se comparate con le reazioni delle classi dirigenti del resto del mondo: nonostante già dal 20 Gennaio, con il lockdown di Wuhan e le dichiarazioni ufficiali di Cina e OMS, avrebbe dovuto essere chiaro che la situazione era grave, per tutto febbraio, fino a inizio marzo, abbiamo avuto leader occidentali che sminuivano o negavano la gravità della situazione. Ricordiamo #Milanononsiferma?
Insomma, Repubblica si conferma uno dei più fedeli strumenti di propaganda di un élite occidentale che sta vedendo le proprie società (e il proprio consenso) sgretolarglisi sotto i piedi, e che ha un disperato bisogno di un nemico esterno su cui scaricare le proprie colpe.
Si riconferma la necessità di un’informazione indipendente e alternativa, senza paraventi ideologici o idealizzazioni ma capace di raccontare i fatti come stanno (al meglio delle possibilità di conoscenza attuale) senza mai dimenticare che “la verità è sempre rivoluzionaria”.
*****
Timetable dall'”inchiesta” di Rep
-26 dicembre: [un medico di Wuhan, Zhang Jixian] visitando un’anziana coppia, si insospettisce.
-29 dicembre: sulla base delle segnalazioni della dottoressa Zhang, le autorità sanitarie di Wuhan avviano un’indagine epidemiologica.
-30 dicembre: la commissione sanitaria di Wuhan manda due comunicazioni a tutte le strutture sanitarie della città: prendere precauzioni, isolando i pazienti e di comunicare tutti i casi sospetti di polmonite; e non diffondere informazioni sull’epidemia «senza autorizzazione». Lo stesso giorno, un medico diffonde sui social la notizia che “Sette casi di Sars confermati al Mercato di Huanan” La notizia (inesatta come sappiamo) crea il panico in città.
-31 dicembre: un team di esperti viene inviato a Wuhan. Comunicazione all’OMS «A Wuhan si sono verificati una serie di casi di polmonite di causa sconosciuta»
-1 gennaio: il mercato di Huanan, considerato il focolaio del contagio, viene sterilizzato. la Commissione sanitaria di Wuhan e quella nazionale mandano infatti un messaggio a tutti i centri diagnostici dicendo che i campioni della misteriosa polmonite devono essere trattati come «microorganismi altamente patogeni e che tutti devono essere spostati ai laboratori approvati oppure distrutti»
-3 gennaio: i casi confermati di Covid a Wuhan salgono a 41. Per i medici in corsia, le prove di trasmissione da uomo a uomo sono infatti sempre più evidenti. Ci sono almeno due cluster familiari.
-5 gennaio: la rete diplomatica francese segnala che le autorità cinesi dichiarano 59 persone contaminate, sette delle quali in gravi condizioni. Lo Shanghai Public Health Clinical Centre (diretto dal professor Zhang Yongzhen ) è il primo a isolare il coronavirus.
-7 Gennaio: altri laboratori designati isolano il virus.
-8 Gennaio: 59 i casi ufficiali.
-9 Gennaio: viene data comunicazione ufficiale che annuncia al mondo che ha a che fare con un nuovo coronavirus. Muore primo paziente ufficiale.
-11 gennaio: il dottor Yongzhen condivide su un database globale, e dunque aperto, il genoma completo del virus.
-12 gennaio: l’Oms ribadisce la sua totale fiducia, l’organizzazione spiega che «le evidenze suggeriscono che l’epidemia è associata con l’esposizione al mercato (…), mentre non c’è chiara evidenza di trasmissione umana»
-14 gennaio: il ministro Ma Xiaowe tiene una conferenza con i leader provinciali in cui li avvisa di prepararsi a un «evento sanitario maggiore»
-15 gennaio: Un funzionario dell’OMS dice in conferenza stampa che ci potrebbe essere «trasmissione limitata tra uomo e uomo, potenzialmente all’interno delle famiglie». La Commissione sanitaria locale di Wuhan si allinea a questa versione.
-17 Gennaio: 198 malati ufficiali. Un nuovo team di esperti, guidato dalla “gloria nazionale” Zhong Nanshan, pneumologo già in prima fila nella lotta alla SARS, viene mandato nell’Hubei.
-20 gennaio: Il presidente Xi Jinping parla per la prima volta pubblicamente del virus, ordinando «sforzi risoluti» per contenerne la diffusione. Zhong Nanshan ha il compito di confermare in televisione nazionale la trasmissione umana del virus.
-22 gennaio: parte il lockdown di Wuhan.
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