Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/03/2026

Nasce la Rete di Resistenza Legale contro vecchi e nuovi dispositivi della repressione

La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali.

La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini.

La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto al dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale.

A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.

La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i movimenti sociali”.

L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino.

All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della Rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati.

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10/02/2026

Preoccupati dalle minacce alle libertà ma disponibili “sul manganello”. Due sondaggi divaricanti

Tra domenica e oggi, sui due quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera sono stati pubblicati i risultati di due sondaggi in materia di ordine pubblico e restrizioni delle libertà democratiche.

Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.

Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.

Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).

Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.

Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.

Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.

Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.

Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.

La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.

Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.

Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.

Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.

Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.

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01/11/2020

Genova - I portuali del CALP ora supportano USB

Alle 10:30 di stamattina i camalli del Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali) hanno tenuto una conferenza stampa in cui hanno spiegato che “come Calp usciamo dalla CGIL e iniziamo a lavorare e a dare supporto sindacale a USB".
Il Collettivo Autonomo Lavoratori del Porto di Genova, struttura sorta nel 2012 all’interno della Filt-Cgil e che raccoglie numerose RSU e RLS presenti nelle tante aziende che ruotano intorno al porto, ha annunciato questa mattina la decisione di uscire dalla Cgil per passare a fare attività sindacale con l’Unione Sindacale di Base.

“Una scelta durissima e non semplice, alla luce delle tante battaglie fatte insieme e della storia importante della Cgil nel porto di Genova – hanno detto in conferenza stampa i rappresentanti del Calp – ma i rapporti negli ultimi tempi erano critici su quasi tutto. La questione dirimente è stata quella dei decreti sicurezza: per un sindacato la volontà di non affrontarli, di non contrastarli è imperdonabile. Non si può fare sindacato se non c’è conflitto, se non si può scioperare. La classe operaia ha pochi strumenti: i cortei, i blocchi stradali, una certa ruvidezza del confronto. Se con i decreti sicurezza si eliminano queste armi, si chiude tutto. Senza il conflitto, vero, serio, la classe lavoratrice è destinata a perdere. È stato questo il mutamento genetico della Cgil: ha deciso di non esercitare più il conflitto, assumendo un atteggiamento passivo, se non addirittura il punto di vista dei padroni”.

“Noi, il Calp, vogliamo tornare invece a fare sindacato, senza dover pensare alla campagna elettorale, alla sensibilità del governatore o a quella del partito. Vogliamo portare avanti le questioni dei lavoratori, della difesa dei diritti attraverso il conflitto, ragionato e responsabile. USB ci dà la possibilità di farlo. Per questo da oggi spostiamo i nostri delegati dalla Filt Cgil a USB Porti”.

L’Unione Sindacale di Base alla fine della conferenza stampa, presenti i delegati USB della Liguria e del settore Porti, ha espresso convinto apprezzamento per le ragioni del Calp, un punto di riferimento per l’intero settore in Italia, e ha assicurato il massimo della collaborazione e del sostegno ai suoi delegati e ai lavoratori del Porto di Genova.

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20/10/2020

La sicurezza di essere sfruttati

Negli ultimi giorni, la grancassa filogovernativa sta dipingendo il nuovo ‘decreto sicurezza’ come il superamento degli odiosi decreti ‘sicurezza’ e ‘sicurezza-bis’ del governo gialloverde, passati agli onori della cronaca come ‘decreti Salvini’. Il leader del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ha immediatamente reso noto al mondo che “I decreti Salvini non esistono più”.

Come prevedibile, l’attuale opposizione si strappa le vesti, paventando un’imminente invasione di immigrati. Il Giornale, ad esempio, scrive senza mezzi termini: “Demoliti i decreti Salvini, riprendono gli arrivi”. Quasi un miracolo, considerando che il nuovo decreto, che modifica l’impianto normativo dei decreti Salvini, non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e, quindi, non è ancora in vigore. Di conseguenza, non è neanche ancora disponibile un testo ufficiale. Le uniche valutazioni possibili, quindi, sono quelle suggerite dal comunicato del Governo che ha accompagnato il varo del provvedimento.

Il decreto, per quel che riguarda l’immigrazione, modifica le norme in materia di requisiti di rilascio del permesso di soggiorno per esigenze di protezione del cittadino straniero, nonché di transito di unità navali in acque territoriali italiane. In sostanza, cambia la normativa che prevede il divieto di espulsione e respingimento laddove il migrante sia a rischio di subire tortura, prevedendo che il divieto non si applichi anche nel caso di rischio che lo straniero sia sottoposto a trattamenti inumani o degradanti. Alcune categorie speciali di permesso di soggiorno, in particolare quelle relative a protezione speciale, calamità, residenza elettiva, acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, attività sportiva, lavoro di tipo artistico, motivi religiosi e assistenza ai minori, vengono incluse tra quelle in cui è possibile convertire il permesso speciale in permesso di lavoro. Il decreto va a incidere, inoltre, sul sistema di accoglienza per i richiedenti protezione internazionale e per coloro che sono già interessati da tale protezione.

In realtà, al di là dello sterile e stucchevole balletto di accuse, rivendicazioni, cifre sugli sbarchi, la sostanza è cambiata poco. Certo – e ciò va detto – le nuove norme sono migliorative rispetto alle precedenti. Ma, ci sia anche consentito dire, ci voleva poco. I decreti Salvini, infatti, si erano spinti nella melma in maniera inedita, imponendo veri e propri sequestri delle navi (e delle persone) in attesa di sbarco, risultando spesso difficilmente applicabili e creando conflitti con la Costituzione. Insomma, la cancellazione di questa immondizia è lo stretto indispensabile.

Il problema, come spesso capita, è in ciò che resta invariato. E ciò che resta invariato è, probabilmente, la parte più importante delle politiche migratorie, nonché dell’apparato repressivo delle proteste di piazza messo su con i precedenti decreti. Resta il reato di clandestinità, introdotto nel 2009. Restano i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), istituiti per la prima volta nel 1998 con la legge Turco-Napolitano (e noti, allora, come Centri di Permanenza Temporanea – CPT) e destinati ad ospitare i ‘migranti irregolari’ in attesa di rimpatrio. Restano le condizioni pietose in cui gli immigrati sono tenuti in questi centri, condizioni nelle quali trovano terreno fertile anche episodi violenti, come il pestaggio, avvenuto nel gennaio 2020 nel CPR di Gradisca d’Isonzo, di un immigrato georgiano, Vekhtang Enukidze, morto in seguito alle ferite riportate. Un pestaggio avvenuto in circostanze ancora poco chiare.

Resta, soprattutto, la criminalizzazione del ‘migrante economico’. Se non sei un perseguitato politico, se nel tuo Paese non c’è la guerra o il genocidio, se non sei perseguitato per la tua religione, ma stai solamente morendo di fame, allora, fratello, resta a casa tua. Qui non ti vogliamo, a meno che non rientri nelle quote di stranieri che servono al sistema produttivo italiano. In altri termini, puoi entrare, ma solo se sei utile e disponibile allo sfruttamento del capitale. In caso contrario, non provare a farti vedere da queste parti, perché ti impacchettiamo e ti rispediamo a casa, ovviamente dopo averti fatto trascorrere un po’ di tempo in quegli ‘alberghi a cinque stelle’ che sono i CPR, in condizioni igienico-sanitarie spesso disumane.

Ma perché il migrante economico è criminalizzato? Perché è considerato come la peste? Su questo ci siamo spesso soffermati, ma tornare sull’argomento è sempre utile. In questo caso, serve a sottolineare la sostanziale continuità tra i decreti Salvini del governo gialloverde e i decreti ‘anti-Salvini’ del Governo Conte-bis.

La criminalizzazione del migrante economico ha una funzione ben precisa, che consiste nello scavare un solco tra lavoratori stranieri e lavoratori italiani (o, in generale, lavoratori autoctoni), in modo da impedire che le lotte dei secondi si fondano con quelle dei primi. Dipingere i lavoratori stranieri come ‘ladri di lavoro’, disposti a lavorare per quattro soldi e, quindi, come una minaccia per i lavoratori italiani, ha esattamente questa funzione. Chiariamo prima un punto: c’è naturalmente del vero nel fatto che molti dei lavoratori che vengono dai paesi extra-UE sono abituati a tenori di vita inferiori rispetto a quello dei lavoratori dei Paesi economicamente più avanzati. Di conseguenza, è chiaro che se si mettono gli imprenditori nelle condizioni di poter approfittare di questa disparità di condizioni di vita, essi faranno di tutto per ottenere manodopera a buon mercato, da sostituire a quella autoctona o da utilizzare come strumento di minaccia nella negoziazione delle condizioni di lavoro.

E tutto ciò può avvenire non perché il sistema legale che regola l’immigrazione sia particolarmente generoso nei confronti del lavoratore straniero, ma proprio per la ragione opposta. Costringere un migrante economico alla clandestinità favorisce lo sfruttamento a basso costo da parte degli imprenditori di soggetti che, in quanto clandestini, hanno pochi o zero diritti. Allo stesso modo, tenere un lavoratore in condizione di illegalità impedisce, di fatto, la creazione di un fronte comune con i lavoratori italiani. A maggior riprova di ciò, si pensi all’assenza di un salario minimo garantito per legge: una tale legge per tutti i lavoratori, siano essi bianchi, neri o a pallini, unirebbe la classe lavoratrice e impedirebbe di utilizzare i lavoratori più deboli e disperati (spesso ma non sempre stranieri) per abbassare i salari.

Ma, come dovrebbe essere chiaro da quanto appena detto, gli unici a godere, effettivamente, di questa situazione, sono proprio gli imprenditori, che possono avere a disposizione manodopera sottopagata e pronta a rinunciare a qualsiasi diritto pur di ottenere quel poco che occorre a garantirsi la sopravvivenza.

Questa è la sostanza economica della questione immigrazione e questa è la sostanza politica delle scelte compiute negli ultimi decenni, che hanno teso, sempre e invariabilmente, a favorire le classi sociali più abbienti, a scapito dei lavoratori, qualunque sia la loro provenienza geografica. Ogni scelta politica genera conseguenze che possono essere favorevoli per una classe sociale e sfavorevoli per l’altra. In altre parole, possono spingere verso l’alto i profitti (e, quindi, in basso i salari) e viceversa. Le recenti scelte politiche sull’immigrazione, in perfetta coerenza con quanto avviene nel campo della politica monetaria e della politica fiscale, della liberalizzazione del mercato del lavoro e dei movimenti di capitale, hanno l’obiettivo di indebolire le rivendicazioni dei lavoratori e consentire al capitale di appropriarsi di parti sempre più consistenti del valore della produzione. In parole povere, di aumentare quella parte di PIL che va a finire nelle tasche dei padroni.

Si aggiunga a questo che, per quanto riguarda l’ordine pubblico e la repressione delle lotte sociali, nulla è cambiato rispetto ai decreti Salvini. Per esempio, il reato di ‘blocco stradale’, con pene previste fino a sei anni, rimane immutato. Sembra abbastanza evidente l’intento di colpire le lotte sociali come i cortei non autorizzati, i picchetti del settore della logistica o le pratiche del movimento NO-TAV. Anche qui, nella sostanza, pare che nulla sia cambiato rispetto a quanto fatto dal governo gialloverde prima e da quello giallorosa poi. La repressione delle lotte dei lavoratori per ottenere condizioni migliori o impedire che queste peggiorino è funzionale ai profitti. Dunque, una volta introdotta una nuova forma di repressione, un’arma, una regola, un escamotage, nessun Governo successivo la ritira.

Le politiche del governo Conte-bis in materia di “sicurezza”, in maniera non sorprendente, non fanno eccezione, ma sono dipinte come una luce di civiltà che squarcia le ombre gettate dai governi precedenti (nel caso di specie, il primo Governo Conte). Contro questa narrazione, che dimentica, volontariamente, le conseguenze di classe delle politiche migratorie, evidenziando soltanto il (pur sacrosanto) lato umanitario della questione, è necessario ribadire un concetto: i lavoratori, italiani o stranieri che siano, hanno un obiettivo, che è quello di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Salari più elevati, orari più umani, garanzie sugli infortuni e contro la disoccupazione, tutele di maternità e paternità, pensioni dignitose, sicurezza sul posto di lavoro, lotta alla precarietà, sono battaglie che non possono, in alcun modo, valere per gli uni e non per gli altri. L’aumento degli strumenti repressivi altro non è che un tentativo di arginare queste battaglie. La forza dei lavoratori passa anche per l’unità tra fronti di lotta apparentemente diversi, ma che in realtà hanno lo stesso scopo: impedire che il capitale ci tolga quei pochi diritti che ci restano e riconquistare, centimetro per centimetro, potere contrattuale e migliori condizioni di lavoro e di vita.

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