Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/09/2026

La guerra di Trump alla libertà di parola

Tutti i media oggi riferiscono della decisione di escludere dall’ingresso alla Casa Bianca tre testate giornalistiche solitamente critiche con l’amministrazione Trump (POLITICO, CNN e Ms Now). Il fatto è ovviamente gravissimo e mostra con chiarezza lo stato comatoso della sedicente “democrazia liberale”.

Ma decisamente più infame e pericolosa, oltre che della stessa natura, è una decisione presa dal Dipartimento di Giustizia solo tre giorni fa: considerare chiunque scriva o manifesti contro le guerre (Iran, Cuba, ecc.) come un “agente straniero non registrato”. Dunque indagabile e processabile per le sue opinioni.

È solare come questa misura meno pubblicizzata dai media nostrani sia molto peggiore, perché riguarda ogni singolo cittadino di quel paese e non solo dei media abbastanza potenti da ottenere il pass per la Casa Bianca.

Qui di seguito il comunicato del The People’s Forum.

*****

Il comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia del 16 settembre sugli agenti stranieri non registrati è un evidente tentativo di criminalizzare e intimidire il dissenso politico.

Sostenendo che manifestazioni pubbliche o qualsiasi attività tutelata dal Primo Emendamento che chieda la fine della guerra contro l’Iran o la fine del blocco contro Cuba – cause sostenute da milioni di persone negli Stati Uniti e che possono essere sostenute anche da governi stranieri – possano essere considerate come un modo per «promuovere la propaganda o altri obiettivi della potenza straniera», il DOJ sta creando un pretesto per indagare, citare in giudizio e perseguire chiunque si opponga alle politiche dell’amministrazione Trump sulla base di discorsi costituzionalmente protetti.

La logica è assurda e autoritaria: le posizioni politiche che coincidono con quelle di un governo straniero diventano ora motivo di sospetto di attività criminale. Se protesti contro una guerra o un blocco ai quali si oppone anche un governo straniero, vieni minacciato con anni di carcere.

La tempistica è rivelatrice. Questa dichiarazione del DOJ arriva appena poche settimane dopo che i Repubblicani alla Camera hanno emesso citazioni in giudizio nei confronti di The People’s Forum, BreakThrough News e Tricontinental: Institute for Social Research, chiedendo comunicazioni interne e documenti finanziari. Il pretesto era un rapporto del Dipartimento di Stato che sosteneva l’esistenza di legami tra l’attivismo contro la guerra e una «influenza straniera».

Il modello si ripete come nella storia del maccartismo: l’opposizione politica viene ridefinita come sovversione straniera.

Inoltre, durante una recente audizione al Congresso, il nostro direttore esecutivo, Manolo De Los Santos, è stato di fatto definito un «agente cubano», non sulla base di prove, ma sulla base degli articoli di giornalisti finanziati dagli Stati Uniti, le cui testate ricevono un consistente sostegno governativo.

Quando il governo degli Stati Uniti finanzia organi di informazione che attaccano Cuba e poi utilizza le affermazioni di quelle stesse testate per giustificare un’indagine sugli americani che si oppongono al blocco, questa non è un’indagine legittima. È una campagna diffamatoria sponsorizzata dallo Stato.

Manolo De Los Santos ha risposto direttamente a queste accuse: «Sono un agente della mia coscienza». È esattamente questo ciò che protegge il Primo Emendamento: il diritto di agire secondo la propria coscienza, non secondo le direttive del governo degli Stati Uniti.

The People’s Forum non si lascerà intimidire. Continueremo a organizzarci contro la guerra, contro il blocco e contro ogni forma di imperialismo statunitense. Invitiamo tutte le persone che agiscono secondo coscienza a respingere questa escalation e a difendere il diritto di protestare senza il timore di essere bollate come agenti stranieri per il semplice fatto di avere opinioni che contraddicono Donald Trump.

Il Primo Emendamento appartiene al popolo, non al governo degli Stati Uniti. Non lo cederemo.

Fonte

04/08/2026

Trump, il voto e il comunismo

Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.

Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.

È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.

È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.

Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.

Cambiare le condizioni del voto

Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.

I collegi vengono ridisegnati in corso d’opera per favorire maggioranze repubblicane. La richiesta di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza sarà un efficace deterrente per molti, soprattutto poveri, anziani e immigrati. Lo stesso per le restrizioni imposte al voto postale.

Il presidente, poi, ha rimosso due commissari democratici dall’Election Assistance Commission, un organismo in teoria bipartisan istituito dal Congresso. Il Dipartimento di Giustizia ha ingiunto agli Stati di consegnare i registri elettorali per purgarli dai supposti non cittadini, individuandoli con metodi inadeguati.

Il Department of Homeland Security ha minacciato di ritirare alle autorità locali che non collaborano alcuni finanziamenti federali, singolarmente quelli destinati alla prevenzione del terrorismo. Per il dopo voto, decine di studi legali incaricati dai Repubblicani sono già pronti a presentare centinaia di ricorsi per impedire o rallentare la certificazione dei risultati, contea per contea.

Dare un nome al nemico

La riscoperta del comunismo si inserisce in questa strategia più ampia e serve a dare un nome indifendibile ai disordini che potrebbero turbare il voto di novembre. Anche dopo, naturalmente. Ma qui concentriamoci sull’autunno caldo che si prospetta.

La categoria illustrata da Marco Rubio e Stephen Miller al vertice di Washington attraversa l’intero spazio del dissenso: dai collettivi antifascisti ai movimenti contro l’ICE, dalle occupazioni universitarie per Gaza ai democratic socialists. Finiscono nello stesso campo la sinistra del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e “Antifa” – poco più di un aggettivo, ma già da mesi designata ufficialmente come organizzazione terroristica. Poi black bloc, no global, Pro Pal, No Kings e tutta la galassia dei movimenti della sinistra transnazionale, qualunque cosa possa voler dire.

Che siano davvero “comunisti” è secondario: devono poter essere descritti come parti dello stesso ambiente sovversivo. Naturalmente collegato a Cuba, noto centro del comunismo mondiale, che è la prossima pedina da abbattere.

Così, se prima delle elezioni scoppiassero disordini, la cornice sarebbe pronta: non una protesta degenerata, ma una minaccia organizzata contro l’America.

Le piazze che cercano lo scontro

Le piazze americane contengono già gruppi che hanno fatto dello scontro una forma di identità.

Cominciamo dalla destra, che ha la maggior capacità di violenza politica, come indicano tutti gli studi disponibili. I più noti e meglio organizzati sono i Proud Boys (I ragazzi fieri). Nati come organizzazione nazionalista maschile, hanno costruito la propria presenza pubblica sull’aggressività e sulla ricerca del confronto con gli antifascisti.

Non sono una milizia tradizionale, ma sanno spostare uomini, occupare lo spazio e trasformare una manifestazione in combattimento di strada. Alcuni dirigenti ebbero un ruolo organizzativo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e sono stati tutti graziati da Trump appena insediato nel gennaio 2025. Il messaggio era chiaro: chi aveva agito in suo nome non è stato abbandonato.

Furono graziati anche i leader degli Oath Keepers (I custodi del giuramento), che il 6 gennaio mostrarono una notevole capacità di pianificazione degli scontri. Reclutano soprattutto fra veterani e forze dell’ordine. Nati nell’era Obama, sostengono che chi ha giurato fedeltà alla Costituzione possa rifiutare gli ordini di un governo “tirannico”, soprattutto in materia di armi.

Un’altra organizzazione di rilievo nazionale è il Patriot Front (Il fronte patriottico), che lavora soprattutto sulla messinscena. Uniformi, volti coperti, scudi e marce brevi servono a mostrare ordine e forza numerica. La marcia del 4 luglio scorso a Washington, quando centinaia di uomini mascherati hanno sfilato nel cuore della capitale, ha dimostrato una reale capacità di mobilitazione e intimidazione simbolica.

A sinistra non esistono oggi formazioni paragonabili ai Proud Boys o al Patriot Front.

Non esiste neppure una struttura nazionale chiamata “Antifa”. Esistono gruppi locali, collettivi antifascisti e cellule anarchiche che talvolta usano questa etichetta. A volte sono identificati anche come black bloc, ma il termine indica una tattica, non un’organizzazione: abiti scuri, movimento compatto, volto coperto, spesso caschi da moto.

Alcune frange cercano lo scontro, lanciano bottiglie incendiarie, danneggiano proprietà o attaccano la polizia. Molte delle persone indicate come Antifa dall’amministrazione, però, non hanno alcun rapporto con queste pratiche. Le analisi descrivono soprattutto gruppi locali di contro-mobilitazione.

Tra questi il Rose City Antifa, attivo nell’identificazione pubblica dei neonazisti a Portland. Ci sono poi piccoli gruppi autonomi di autodifesa armata come i John Brown Gun Clubs, noti per fornire il servizio d’ordine a manifestazioni ed eventi antagonisti nell’area di Seattle-Tacoma. E sigle clandestine o intermittenti come Jane’s Revenge, comparsa nel 2022 dopo la revoca del diritto federale all’aborto e associata a incendi e vandalismi contro centri antiabortisti.

I precedenti più importanti sono l’Earth Liberation Front e l’Animal Liberation Front, autori tra gli anni Novanta e Duemila di incendi e sabotaggi contro aziende e impianti ritenuti responsabili di distruzione ambientale o sfruttamento animale.

A sinistra, dunque, la struttura è più dispersa, ma la capacità di scontro non manca. Proprio questa frammentazione rende più difficile prevenire il conflitto. Un gruppo di destra annuncia una marcia, gli antifascisti organizzano la risposta, entrambi arrivano pronti a difendere il proprio spazio.

Una provocazione, una carica, una vetrina infranta o un autobus bruciato producono in pochi minuti le immagini dell’insurrezione. A quel punto il problema non sarebbe soltanto l’effetto televisivo, ma ciò che lo scontro potrebbe autorizzare.

Dalla città militarizzata al seggio circondato

Trump ha già evocato la militarizzazione delle città governate dai democratici. Nel settembre 2025, davanti ai vertici militari convocati a Quantico, disse che alcune città avrebbero potuto diventare “training grounds” (campi di addestramento) per le forze armate e parlò di una “invasione” interna. Non era una metafora isolata. Guardia Nazionale e Marines erano già stati impiegati a Los Angeles. Poi è arrivata Minneapolis.

È in questo quadro che va letto il dibattito sull’ICE ai seggi. Dopo che Steve Bannon aveva annunciato agenti pronti a “circondare” i luoghi del voto, la Casa Bianca negò piani formali senza escluderli per il futuro. Il DHS ha poi assicurato che ICE non verrà dispiegata attorno ai seggi, a meno che concrete esigenze di sicurezza lo richiedano.

Quell’“a meno che” dice tutto. La decisione non deve essere presa oggi; può arrivare quando un’emergenza renderà pensabile ciò che oggi sarebbe illegale, controverso o troppo vistoso. Scontri, perimetri di sicurezza, strade chiuse, Guardia Nazionale, polizia e agenti federali potrebbero trasformare l’accesso materiale al voto.

Molti possono voler evitare un seggio circondato da agenti federali. Un immigrato può temere controlli prolungati, anche se è regolarmente naturalizzato. Chi vive con familiari senza documenti, può temere che un fermo coinvolga l’intero nucleo.

Eventuali disordini, inoltre, possono sospendere le procedure di voto anche solo in alcuni seggi, per qualche ora. Chi viene allontanato dovrà tornare, assentarsi di nuovo dal lavoro, riorganizzare la cura dei figli. Alcuni ritorneranno, altri rinunceranno. Nessuno sarà stato cancellato dalle liste o privato formalmente del voto. L’interruzione ne avrà aumentato il costo fino a espellerne una quota.

Se poi disordini più severi avvenissero in città democratiche, quartieri neri o ispanici, zone universitarie e comunità di immigrati, l’effetto sarebbe dirompente. Non servirebbe convertire milioni di elettori con la propaganda anticomunista. Basterebbe che gli scontri tra “comunisti”, “fascisti” e polizia rendessero più difficile votare in pochi luoghi decisivi. I voti che non si contano, non contano.

Osservare le condizioni mentre si costruiscono

Non sappiamo se andrà così, chi provocherà eventuali scontri o come reagirà il governo. Possiamo però osservare le condizioni mentre si costruiscono. A pochi mesi dalle midterm cambiano le regole del voto. Le città democratiche diventano terreno operativo per polizia e forze armate. La destra militante torna visibile dopo la riabilitazione di alcuni protagonisti del 6 gennaio 2021.

La galassia “antifascista” ha ripreso combattività dopo le grandi manifestazioni per Gaza, i No Kings Days e gli incidenti di Minneapolis. Intanto, una parte sempre più larga dell’opposizione viene ricondotta sotto l’etichetta di “comunista”.

La nuova paura rossa potrebbe spostare pochi voti. Potrebbe però dare un nome alle condizioni nelle quali il voto rischia di non svolgersi serenamente e liberamente. Potrebbe determinare chi e quanti usciranno di casa per andare alle urne e ciò che incontreranno sul loro percorso.

***** 

Per le iniziative dell’amministrazione USA volte a trasformare le regole del voto rimandiamo agli altri articoli dello speciale America Watch.

Per alcune interessanti inchieste sull’universo dei gruppi organizzati di destra e di sinistra in America, vedi:

Shaila Dewan e Alan Feuer, “9 Accused of Antifa Ties After a Violent ICE Protest Begin Trial in Texas”, The New York Times 24 febbraio 2026.

“Proud Boy Enrique Tarrio: MAGA Has Figured Out How to ‘Play Dirty’”, The Atlantic, 18 settembre 2025.

Natalie Reneau, Stella Cooper, Alan Feuer e Aaron Byrd, “How the Proud Boys Breached the Capitol on Jan. 6: Rile Up the Normies”, The New York Times, 17 giugno 2022

Isaac Arnsdorf, “Oath Keepers in the State House: How a Militia Movement Took Root in the Republican Mainstream”, ProPublica, 20 ottobre 2021.

Luke Mogelson, “In the Streets with Antifa”, The New Yorker, 25 ottobre 2020.

Fonte

03/08/2026

MAGA e Maghella

Per capire che sta succedendo, la prima cosa da fare è mettere subito in chiaro che il problema non è solo il come, ma soprattutto il perché.

Il fatto è che se il “come” ha dei colpevoli, il “perché” ha delle complicità conclamate. Infatti, se abbiamo capito come la democrazia cosiddetta occidentale ha terminato il suo compito nel momento in cui la riproduzione capitalistica non si perpetua attraverso il lavoro, ma attraverso la finanza; e se abbiamo assistito all’esaurirsi del ruolo della manifattura come veicolo per l’accumulazione – quello che Marx definiva il rapporto tra valore d’uso e quello di scambio – a tutto ed esclusivo vantaggio del possesso esclusivo non più solo dei mezzi di produzione, ma di quelli di riproduzione finanziaria di accumulo borsistico del valore, abbiamo chiaro il quadro di come siano stati sbilanciati i rapporti, i conflitti, le rivendicazioni che contrapponevano Capitale e Lavoro.

I diritti non servono più come “palliativi” per anestetizzare le contraddizioni di classe; né quelli politici (per mantenere il potere urgono sempre nuove leggi elettorali), né quelli civili (il principio di uguaglianza è dialettico con l’appartenenza a un ceto espressione di una lobby); men che meno i diritti internazionali (il diritto di occupare e distruggere un territorio di conquista, le norme vessatorie contro le moltitudini dell’emigrazione servono a tenere bassi e fuori controllo normativo le leggi e i costi del mercato del lavoro).

Torniamo per alcune precisazioni al problema del “come”.

La crisi di Ceuta è esplosa in tutta la sua bolla manipolatrice e propagandistica. A cominciare dal modo in cui viene geograficamente descritto quel lembo di terra: secondo l’IA di Google, “Ceuta è una città autonoma spagnola situata nel Nordafrica, circondata dal Marocco”.

Se non ci fosse il pudore di avere almeno il rispetto di 87 morti, ci sarebbe da ridere a crepapelle. Sarebbe come dire che Belfast è una città inglese situata nel Nord Europa, circondata dall’Irlanda.

Invece che ammettere onestamente che Ceuta è un cimelio del colonialismo spagnolo, che serve a mantenere il controllo del traffico marittimo nello stretto di Gibilterra. Infatti neppure il governo Sanchez è riuscito a restituire quel lembo strategico al Marocco, il cui sovrano, invece di occuparsi delle condizioni di vita e del futuro dei suoi cittadini (o “sudditi”), che cercano una via d’uscita dignitosa alle tremende condizioni sociali, preferisce baciare la pantofola a Trump, al quale dedica un’autostrada, e aderire agli accordi di Abramo, piegandosi al sionismo di Netanyahu.

Chiedersi che cosa c’entri “la difesa dei confini europei” se in realtà è territorio marocchino è come chiedersi che c’entrava Valpreda con la strage di Piazza Fontana, o perché l’ex presidente Cossiga avesse tirato fuori la pista palestinese sulla strage di Bologna, senza voler vedere il vero motivo delle trame manipolatorie.

Certo, accusare di violazione dei confini quei 50mila cittadini marocchini che in realtà erano pur sempre in Marocco ha qualcosa di surreale. Ed è proprio per colmare il vuoto di ragioni politiche plausibili che in genere si alza il tiro delle panzane.

Ed ecco, con una tempestività di quelle che in realtà sono parti in commedia già definite e preordinate, che Meloni decreta la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna e tutti i giornali della banda Angelucci si scatenano contro i socialisti spagnoli che accolgono e regolarizzano lavoratori emigrati.

I giornalisti di destra, che imbrattano la carta stampata con la loro coscienza sporca, non sanno che l’Italia, nonostante la famigerata legge Fini-Bossi, nel corso degli ultimi anni ha “regolarizzato” più di due milioni di lavoratori stranieri?

Non sanno che poco meno della metà di loro, cioè 934mila, sono stati regolarizzati nel 2002 e nel 2009, proprio dai governi Berlusconi, il proprietario delle reti televisive dalle cui redazioni dei tg provengono questi sicari dell’oggettività nell’informazione?

Ma è tempo di lasciare il come e tornare a dedicarsi al perché.

La crisi della democrazia italiana, la reiterata spinta all’obsolescenza della Carta Costituzionale che sanciva i presupposti del contratto sociale, è giunta a una svolta. Prima che le componenti sociali disagiate e le opinioni pubbliche attente prendano coscienza collettiva che la perdita del ruolo di mediatore delle disuguaglianze – rappresentato per anni dallo Stato sociale – si stia riversando precipitosamente sullo stesso Stato di diritto, è urgente sancire il cambio dei rapporti di forza.

L’esempio MAGA di Trump è l’idea-guida. Il consenso elettorale non serve per governare, ma per comandare. L’ossessione dei “pieni poteri” si ripropone storicamente come panacea per mantenere il pieno controllo della rete dei privilegi oligarchici nell’energia, nelle materie prime pregiate, nel digitale, nella finanza globale e nell’industria bellica.

Meloni ha ormai chiaramente dato prova della coerente continuità politica, più che ideologica, con la vocazione collaborazionista: ieri Salò oggi Mar-a-lago sono i punti di riferimento di una politica asservita alla logica del dominio che non comprende né ammette dialettica con l'opposizione sociale.

Ecco il perché, per esempio, delle leggi sulla cosiddetta sicurezza: vietare, punire, reprimere significa disumanizzare i soggetti della lotta di classe, e riclassificarli sotto un elenco di fattispecie penali: clandestini, NoTav, black- bloc, terroristi, anarchici, “quelli di sinistra”, i pro-Pal, i maranza. E, ovviamente, gli antifascisti.

Le condizioni economiche e sociali dei lavoratori italiani sono palesemente al di sotto della media europea, distogliere la loro attenzione per scagliarla contro l’immigrazione è un trucco che non può durare per sempre. Ecco che bisogna irrigidire i rapporti di forza, impedire che lavoratori italiani e stranieri si accorgano degli inganni del neo-nazionalismo e si accordino con quelli più sfruttati di loro negli stessi luoghi di lavoro mal pagato e insicuro, negli stessi quartieri in cui condividono pessime politiche dell’abitare.

Coniughiamo il come e il perché e avremo il quadro della variabile del fascismo del Terzo millennio che è in atto nel cosiddetto Occidente. Trump lo spinge, von der Leyen lo mette all’ordine del giorno, Meloni ci sguazza, con la scusa di Vannacci.

Se n’è accorto anche qualcuno dei nostrani columnist, capaci di descrivere il “come”, ma solo per tenersi lontani dal “perché”, di cui sono spesso complici.

Come Ezio Mauro, che descrive la deriva del socialismo e del cristianesimo sociale, ma si dimentica delle colpevoli ambiguità della redazione del suo giornale; come Valter Veltroni che nei panni di commentatore lancia sul Corsera la patacca della “gestione della sicurezza da sinistra” (si rigirerebbe nella tomba anche Ugo Pecchioli), ma lo imita Gianni Cuperlo che sostiene il binomio “sinistra-legalità”, come un benpensante annoiato seduto al Caffè San Marco di Trieste; o come quell’anima persa del liberalismo italico che descrive come un pericolo che le scuole pubbliche del nord siano frequentate dai figli degli immigrati, guadagnandosi così il nuovo appellativo di Ernesto Galli della Razza.

Tuttavia, non sono utili le critiche di costume, le inchieste sulle trame, gli eventi di beneficenza, le adunate europeiste, men che meno i campi larghi o le alchimie delle alleanze. Per non dire delle speranze riposte sulle elezioni di Midterm statunitensi di fine anno.

Proprio perché non sono semplicemente in ballo gli ideali di una democrazia che barcolla sotto i colpi della remigrazione, della xenofobia, del neonazionalismo, del bellicismo, del precariato a vita. È in ballo un radicale cambio nel paradigma dei rapporti sociali nella società, nel paese, nel mondo in cui viviamo.

Abbiamo l’esperienza, la cultura, la visione d’insieme. È tempo di progettare una efficace nuova resistenza, una possibile nuova liberazione.

Fonte

15/07/2026

Il governo Meloni continua la costruzione di uno stato di polizia

Nell’ultimo decreto sicurezza emanato martedì dal CDM è stato introdotto nel nostro sistema normativo il fermo preventivo di 12 ore nei confronti di liberi cittadini, per ipotetici potenziali motivi di ordine pubblico, fuori da commissioni di reati o da ipotesi di indagini in atto, e soprattutto fuori da ogni autorizzazione, impulso o controllo da parte della Magistratura.

Il governo di destra, perfettamente in linea con l’impostazione costituzionale tecnoautoritaria Trumpiana, ha compiuto un altro passo avanti pesantissimo verso la ulteriore esecutivizzazione autoritaria del nostro sistema costituzionale.

Cosa altro deve accadere di più, dopo i suoi 6 precedenti decreti sicurezza, compreso quello contenente l’art 31 bis, e dopo tutte le nuove normative anti-movimenti ed anti-conflittualità sociale in essi specificamente contenuti?

Siamo giunti oltre ogni limite di possibile tolleranza.

Il fermo preventivo di 12 ore per motivi ipotetici di sicurezza, avviene senza obbligo di presentazione della questione al Magistrato di sorveglianza, con obbligo di presentazione del fermato solamente per ottenere il suo prolungamento al termine delle 12 ore preventive originarie.

Continua il disegno perseguito con la riforma Costituzionalmente distruttiva della Magistratura, fortunatamente bocciata al referendum, della assegnazione alle forze dell’ordine di poteri discrezionali autonomi in tema di gestione dell’ordine pubblico e di regolazione delle libertà individuali.

Il fermo di sicurezza discrezionale di polizia è una misura gravissima, che a questo punto speriamo solamente che ancora una volta possa essere fatta a pezzi dall’ufficio del massimario della Cassazione, come è già avvenuto con il decreto sicurezza.

Ma è evidente a tutti che un sistema costituzionale ancora democratico non può riporre a lungo tutte le sue carte difensive su interventi a posteriori di natura interpretativa compiuti dalla Cassazione, in un sistema giudiziale peraltro non fondato sulla vincolatività dei precedenti, quantomeno fino alle pronunce delle Sezioni Unite Penali che sul “punto di diritto” riescono ad esercitare quantomeno una più rilevante capacità di condizionamento dei magistrati giudicanti.

Non è possibile neppure attendere la reintegrazione della Carta Costituzionale fino a auspicabili giudizi di Incostituzionalità da assumere in via incidentale, comunque ottenibili dopo almeno tre anni dalla introduzione di normative, da subito gravemente lesive dei diritti.

Questo governo pone ormai un serio problema di tenuta Costituzionale nella sua gestione dei diritti di libertà dei cittadini, e di gestione del ‘ordine pubblico e sociale fuori dai limiti di garanzia collettiva definiti dalla Costituzione.

Siamo ampiamente entro le ipotesi in cui l’esercizio di un Diritto di Resistenza Collettivo a tutela del nostro impianto costituzionale sostanziale diviene assolutamente legittimo.

Fonte

13/07/2026

“Antifascisti terroristi”, secondo Rubio & co.

Il vertice improvvisato da “Narco” Rubio per il 16 luglio, con l’invito rivolto a 60 governi di paesi in prevalenza occidentali, più alcuni asiatici o latino-americani considerati “amici”, dà il senso politico di quale sia l’ideologia prevalente nell’amministrazione Trump.

Lo scopo è infatti quello di costruire una lista di organizzazioni di sinistra, genericamente qualificate come “antifa”, e definirle “terrorismo”. Non si parla di organizzazioni armate, ma di gruppi politici che danno vita a proteste di massa, come le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, gli arresti e gli omicidi commessi dall’Ice (a Minneapolis e altrove), o comunque contro le politiche dei governi occidentali o “filo”.

Una conferma esplicita di quel che avevamo sempre sostenuto: non esiste “il terrorismo”, ossia una definizione oggettiva uguale per tutta una serie di casi simili, ma è solo il nome con cui un potere definisce “il nemico” creando uno schema giuridico e militare fuori della legge ordinaria.

Il progetto è operativamente capitanato da Sebastian Lukács Gorka, uno squinternato conduttore radiofonico di chiare simpatie naziste, razziste e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che Trump, dopo averlo utilizzato come vice-assistente per soli sette mesi durante il suo primo mandato, l’ha nominato ora Direttore per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.

La politica Usa, è evidente, considera ora “buono” il fascismo, magari appena camuffato da conservatorismo, e “terrorismo” l’antifascismo puro e semplice, anche nelle forme politiche più tranquille e di massa.

L’iniziativa di Rubio e Gorka arriva pochi giorni dopo la riscoperta trumpiana del “comunismo” come “pericolo per l’America” e porta con sé tutti i segni dell’improvvisazione. A partire dal pochissimo tempo concesso tra l’invio dell’invito, l’accettazione e la riunione. Segno che non ci sono dossier ricchi di dati da mettere a disposizione dei “congiurati anticomunisti”, ma solo una disponibilità politica da raccogliere e cominciare a far funzionare praticamente.

Il governo Meloni, com’è noto, si è mosso come la biscia sull’asse liscia: prima la tentazione di un “no grazie” (da parte addirittura di Antonio Tajani), poi un “sì condizionato” che si è tramutato nella decisione di inviare un sottosegretario non parlamentare – Molteni – con l’incarico di “prendere appunti” senza aprire bocca se non per i saluti e il pranzo di lavoro.

Ma de minimis è inutile parlare... 

Il progetto complica parecchio la stessa vita politica interna statunitense. Non perché l’antifascismo sia apprezzato dall’establishment “democratico” che si ritrova ora a fare i conti con una marea montante di candidati dichiaratamente “socialisti” alle primarie. Ma per il buon motivo che le definizioni vaghe sono ovviamene percepite come un pericolo per tutti.

Ci vuole in effetti poco, in quel mondo, per far passare come “antifa” e quindi pericoloso terrorista anche personaggi che non si sono mai schiodati da una poltrona. Per l’intanto va registrato che un manifestante fuori da una struttura della famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) in Texas, giudicato colpevole di aver colpito un poliziotto, è stato condannato a 100 anni di detenzione.

Altri che erano con lui “se la sono cavata” con pene detentive da 30 a 70 anni per “rivolta, fornitura di sostegno a terroristi e cospirazione per usare e trasportare esplosivi”.

Calcolando che non c’è stata nessuna “esplosione” in quel frangente, ci sembra che il disegno repressivo sia piuttosto chiaro. Anche se fuori di testa.

Negli Usa c’è addirittura una commissione della Segreteria di Stato (il ministero degli esteri) incaricata della “definizione” delle organizzazioni ostili agli Usa e potenzialmente “pericolose”. Ma anche un vecchio dirigente della struttura come Jason Blazakis avverte che giocare disinvoltamente con le definizione è piuttosto rischioso.

In primo luogo perché secondo la legge esistente un gruppo deve essere straniero per poter essere designato “terrorista”. “Se ha una presenza interna significativa, non può esserlo”. Sono le aporie del suprematismo eterno statunitense, secondo cui “i cattivi” sono sempre unamerican... 

In secondo luogo, alcuni trumpiani stessi pensano che dare al governo questo potere di “classificazione criminalizzante” possa diventare un precedente – e il diritto statunitense è notoriamente fondato sul precedente – che potrebbe permettere ad una futura amministrazione “democratica radicale” di procedere nello stesso modo, incriminando perciò quelli che ora stanno al potere magari dopo aver assaltato il Congresso come cinque anni e mezzo fa.

È un problema comunque anche per parecchi governi invitati a far parte di questa “internazionale nera”. Alcuni, in forma anonima nella ricostruzione del Washington Post, hanno declinato l’invito con formule di circostanza come “l’intenso programma di appuntamenti estivo”. Altri hanno obiettato che “Noi non abbiamo antifa”.

Altri ancora che “Le nostre autorità di polizia non si sono concentrate sul terrorismo di sinistra perché non è considerata una minaccia prioritaria nel nostro paese”. Insomma, si poteva pure evitare di mandare qualcuno ad annotarsi gli ordini per il futuro.

Resta però fermo il problema politico: alla guida dell’imperialismo occidentale c’è ormai la convinzione ferma che “il fascismo non era poi così sbagliato” e l’antifascismo sia peggio della peste nera.

Brutta fine, per le sedicenti “democrazie” che preparano una guerra dopo l’altra “contro le autocrazie”...

Fonte

12/07/2026

L’israelizzazione che reprime anche l’Italia

Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.

Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.

Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.

“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.

Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.

Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.

Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.

La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.

Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.

Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.

Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.

La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?

Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.

Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.

La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.

Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.

Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.

È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.

Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.

Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.

La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.

Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.

La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.

Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.

Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno  all’università delle norme?

Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?

Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.

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06/07/2026

Francia, licenza di uccidere

Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.

Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.

L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.

L’inversione dell’onere della prova

La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.

Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.

L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco: «Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».

La lezione della legge Cazeneuve

Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.

La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.

Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.

Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.

Un colpo al controllo democratico

La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.

La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.

Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.

La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.

Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere

Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.

Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.

La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.

Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.

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25/05/2026

Turchia - Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione

Nella giornata di ieri, la polizia turca ha fatto irruzione nella sede nazionale del CHP, il principale partito di opposizione al governo di Erdogan, con tanto di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Un’azione che ha lasciato molti senza parole, per la sua immediatezza e per l’audacia con cui il governo turco sta cavalcando la via dell’autocrazia.

Questo non è il primo attacco al partito kemalista, in un momento in cui le città turche si svuotano in concomitanza del Kurban Bayram, una delle feste popolari e religiose più sentite dalla popolazione. A marzo infatti il segretario del CHP, Ekrem İmamoğlu, era stato arrestato con l’accusa di corruzione e brogli (sempre in corrispondenza di un’altra importante festività turca, che si avviava a concludere il periodo di ramadan).

Questa volta il tribunale turco ha dichiarato nullo il congresso del CHP che aveva legittimato l’attuale presidente Imamoglu e l’attuale vice Ozgur Ozel, anche in questo caso denunciando presunti brogli.

Ma come mai questo accanimento e come mai proprio adesso?

Il governo di Erdogan gode, mai come in questo momento, di una posizione geopolitica estremamente favorevole dal momento in cui si erge, da un lato quale punto di riferimento più occidentale degli stati musulmani, dall’altro lato un governo amico di EU e USA che guardano con favore uno stato che ha uno degli eserciti più forti al mondo e che ha aumentato l'investimento militare più del 7% negli ultimi anni.

Forte di questi astrali internazionali, Erdogan si trova tuttavia una bella gatta da pelare in casa, perché da un lato l’attuale costituzione non gli consente di ricandidarsi, mentre dall’altro i consensi al suo partito stanno vacillando, complice l’inflazione e le politiche troppo conservatrici per un paese che nasce dalle ceneri di una guerra di indipendenza fortemente improntata al laicismo e al progresso sociale e culturale, in cui il voto alle donne è arrivato 10 anni prima rispetto all’Italia e a molti paesi europei.

Per rimanere al potere quindi, le strategie sono:
a) indire elezioni anticipate;
b) cambiare la costituzione.
In entrambi i casi serve avere una maggioranza che lo consenta e questa cosa, in tutto il mondo si fa in due modi: convincendo gli oppositori, o facendoli fuori, usando le buone (la magistratura) o le cattive (i lacrimogeni).

La prima strategia probabilmente ha avuto successo con il partito curdo HDP, terzo partito nel Paese: aver premuto per un accordo sulla liberazione dei prigionieri politici come Ocalan, destituendo i sindaci più radicali ma allentando la pressione sul PKK per convincerlo alla resa in favore di aperture parlamentari, non è escluso che abbia assicurato qualche favore all’attuale governo di Ankara.

Discorso diverso con il CHP, partito repubblicano di stampo socialdemocratico e kemalista che, sotto la nuova guida Imamoglu, ha conquistato il governo delle città più importanti della Turchia tra cui Istanbul.

Per questo partito, con le spalle più larghe del Partito curdo, è stato necessario usare prima la magistratura per poi arrivare ai vertici del partito. C’è chi dice che l’annullamento del congresso che ha cambiato la guida del partito nel 2025 non piaccia particolarmente ad Erdogan, il quale ha preferito re-insediare l’ex presidente Kemal Kilicdaroglu che, guarda caso, è stato a capo del partito per i 12 anni precedenti, e che per 4 elezioni ha permesso ad Erdogan di vincere.

Che sia questa una svolta autocratica di Erdogan non sorprende, soprattutto in un momento in cui nel mondo si stanno scardinando i principi base della diplomazia, del diritto internazionale e del rispetto delle libertà democratiche.

Vedremo nei prossimi giorni quanto di questa eccessiva mancanza di “metodi democratici” sarà occasione di indignazione dei governi europei, o se qualcuno – sotto sotto – guarderà invece con ammirazione al modo con cui, dall’altra sponda del Mediterraneo, i governanti danno prova di eliminazione “democratica” degli avversari.

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25/04/2026

Decreto sicurezza convertito in legge: benvenuti nello Stato penale di polizia

Approvato con la fiducia il pacchetto repressivo del governo Meloni: fermo preventivo, nuove pene contro il dissenso, più poteri agli apparati, criminalizzazione della povertà e dei migranti. Una svolta autoritaria contro la Costituzione

Il decreto sicurezza è stato convertito in legge. Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto, la Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento voluto dal governo Meloni. Le opposizioni hanno protestato cantando Bella ciao ed esponendo cartelli con la scritta: “La nostra sicurezza è la Costituzione”.

È una frase esatta. Perché ciò che è stato approvato non rafforza la sicurezza collettiva, ma il potere repressivo dello Stato.

Nasce così una nuova fase politica: quella dello Stato penale di polizia.

Il decreto raccoglie e sistema la linea perseguita dalla destra fin dal suo insediamento: affrontare problemi sociali, economici e politici non con welfare, investimenti e mediazione democratica, ma con carcere, sanzioni, poteri amministrativi e apparati repressivi.

Il cuore del provvedimento è chiaro. C’è il fermo preventivo fino a dodici ore per chi viene ritenuto potenzialmente pericoloso durante manifestazioni pubbliche. Non serve un reato commesso. Non serve una condanna. Basta una valutazione preventiva delle forze dell’ordine.

Si limita la libertà personale sulla base del sospetto. È un salto gravissimo: il cittadino non viene colpito per ciò che ha fatto, ma per ciò che l’autorità presume possa fare.

Ci sono poi nuove pene contro chi protesta, blocca strade o ferrovie, occupa immobili. Il conflitto sociale viene trasformato in materia penale. Scioperi, picchetti, lotte territoriali, mobilitazioni per la casa o contro le grandi opere vengono trattati come problemi di ordine pubblico.

Ma il nucleo più inquietante del decreto è un altro: la protezione speciale concessa agli apparati coercitivi dello Stato.

Lo scudo penale per le forze dell’ordine rappresenta un principio politico prima ancora che giuridico. Il messaggio è semplice: chi esercita la forza pubblica deve essere messo al riparo da controlli, verifiche e responsabilità. Il governo aveva tentato inizialmente una sterilizzazione ancora più esplicita delle indagini; la norma è stata ritoccata, ma la direzione resta identica.

Si crea un doppio binario: rigore massimo per chi contesta, garanzie speciali per chi reprime.

È il contrario dello Stato di diritto, che dovrebbe sottoporre il potere coercitivo a controlli più severi, non più deboli.

Ancora più grave è la norma sugli agenti infiltrati nelle carceri. Personale della polizia penitenziaria potrà operare sotto copertura, fingersi detenuto, entrare nei circuiti interni, raccogliere informazioni e compiere attività normalmente penalmente rilevanti con copertura normativa finalizzata all’indagine.

Il carcere, già luogo segnato da opacità, sovraffollamento, violenze, suicidi e scarsissimo controllo esterno, viene trasformato in laboratorio permanente di eccezione. Invece di affrontare le cause strutturali del collasso penitenziario, il governo introduce logiche da intelligence dentro istituti dove lo Stato esercita già il massimo potere sui corpi e sulle vite delle persone recluse.

Questa norma non aumenta la sicurezza. Aumenta l’arbitrio.

Mette i detenuti dentro un regime di sospetto continuo, altera i rapporti interni, incentiva provocazioni, rende ancora più fragile il diritto di difesa e la trasparenza.

Scudo penale agli agenti e infiltrati nelle carceri sono il vero cuore autoritario del decreto. Perché rivelano la concezione dello Stato che ispira questo governo: un potere che si autoassolve mentre intensifica il controllo sugli altri.

Non manca il consueto capitolo propagandistico sulla sicurezza urbana e giovanile. Il governo interviene contro i cosiddetti “maranza”, costruendo il solito nemico sociale utile alla comunicazione politica: giovani delle periferie, spesso figli dell’immigrazione, trasformati in simbolo del disordine.

La marginalità viene criminalizzata invece che affrontata.

Sul fronte migratorio, il caso più grottesco è stato il bonus per i legali che accompagnano i rimpatri volontari, corretto all’ultimo minuto dopo i rilievi del Quirinale. Ma il problema vero resta l’impianto complessivo: il migrante trattato come pratica da espellere, non come soggetto di diritti.

Il decreto sicurezza non nasce da una necessità straordinaria. Nasce da una strategia politica coerente. Dal decreto rave al decreto Cutro, dal decreto Caivano ai pacchetti sicurezza successivi, il governo Meloni ha governato attraverso il panpenalismo: nuovi reati, aggravanti, più carcere, più discrezionalità amministrativa, meno garanzie. Invece di investire in scuola, lavoro, casa, sanità e servizi sociali, investe nel potere di polizia.

Il risultato è un mutamento dell’equilibrio costituzionale: meno giudice, più questore; meno Parlamento, più decreto; meno diritti, più interdizioni; meno welfare, più repressione.

Le libertà non vengono cancellate in un giorno. Vengono svuotate gradualmente, articolo dopo articolo. Oggi è stato compiuto un altro passo decisivo.

Questa legge normalizza il sospetto, protegge gli apparati, colpisce il dissenso e rafforza l’idea che i problemi sociali si risolvano con la forza.

Va detto senza ambiguità: non è una legge sulla sicurezza. È una legge di potere. È la costruzione dello Stato penale di polizia.

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22/04/2026

Il governo mette la fiducia anche sul decreto sicurezza. Hanno timore di tutto… e vergogna di niente

Il governo porrà oggi la fiducia al decreto sicurezza in discussione alla Camera. Dalle 16 è previsto il via alle dichiarazioni di voto e, a seguire, il voto sulla fiducia e l’esame degli ordini del giorno.

L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il prolungamento della discussione alla Camera, per poi riportare il testo al Senato entro i tempi utili, si sarebbe arenato davanti all’ostacolo tecnico della mancanza di coperture finanziarie, segnalata dalla Ragioneria dello Stato.

Si tratta del quarto decreto sicurezza da quando è in carica il governo Meloni, rivelando una vocazione all’instaurazione dello stato di polizia che è decisamente grave quanto allarmante.

Ieri c’era stata una dura protesta delle opposizioni culminata con l'“occupazione” dei banchi del Governo da parte dei deputati che si oppongono al decreto sicurezza. Dopo il voto contrario della Camera sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai partiti di opposizione, la situazione è degenerata in una protesta aperta, con deputati delle opposizioni che hanno occupato l’emiciclo e i banchi del Governo, rendendo impossibile il proseguimento dei lavori.

Per mettere una pezza alla vergogna sull’incentivo agli avvocati (tra l’altra respinta dai diretti interessati), il governo varerà un decreto legge ad hoc per abrogare l’assurda norma che introduce un incentivo economico per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio degli immigrati e riescono a convincerli a rimpatriare volontariamente. Questa, secondo quanto si apprende da diverse fonti, sarebbe la soluzione individuata dal governo per superare il casino scatenato sul decreto sicurezza e i rilievi del Quirinale.

Intanto, però, il decreto sicurezza è stato approvato così com’è dalla Camera e sarà corretto con il nuovo decreto legge, che dovrebbe andare in Gazzetta insieme alla legge approvata da Montecitorio.

Con una toppa peggiore del buco il governo approverà poi un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine.

Benvenuti nel paese-caserma.

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30/03/2026

Siamo sicuri che l’autoritarismo crescente sia solo colpa del governo Meloni?

“Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni.

Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. disordine; autorità vs. anarchia; rispetto delle regole vs. lassismo. E protezione. Perché, in fondo, è questo che promette l’ultradestra: affidatevi a noi e vi offriremo più protezione. In un mondo in cui la linea della storia sembra essersi spezzata e in cui il futuro nei Paesi occidentali non fa più rima con progresso, ma provoca più ansia e angoscia che speranza, l’ultradestra sembra attrezzata per rispondere a questo bisogno di protezione che vive in ampie fette della popolazione.

Un bisogno che viene interpretato, indirizzato, spostato dal terreno della materialità, piegato a un progetto politico.

L’ultradestra italiana, insomma, ha una idea-forza: sicurezza. Declinata in una miriade di provvedimenti normativi, tra i quali risaltano i “decreti sicurezza”. Talmente tanti da averne ormai perso il conto.

Questo il metodo: A un fatto di cronaca segue → l’azione del potere mediatico che lo pone in cima all’agenda, fornendo una precisa lettura e invocando risposte rapide → Il potere politico raccoglie e approva una nuova norma repressiva.

Lo schema è sempre lo stesso: per rave, Caivano, la manifestazione di Torino del 31 gennaio, ecc..

Secondo molti, soprattutto di area centrosinistra, tutto ciò sarebbe prova della natura ideologica specifica dell’ultradestra al governo, portatrice di una cultura politica autoritaria.

Si inquadra il conflitto come scontro autoritarismo vs. democrazia. O, anche, fascismo vs. antifascismo.

Sicuri che sia questa la suddivisione del campo? Se così fosse, i decreti sicurezza segnerebbero una rottura con un passato linearmente democratico, una deviazione del corso della Storia. Una posizione che ha un precedente: Croce parlava di “calata degli Hyksos” per indicare come Mussolini e vent’anni di fascismo fossero fenomeno estraneo alla storia liberale italiana: li considerava una parentesi. La soluzione sarebbe, ieri come oggi, chiudere la parentesi e riportare la Storia sui suoi binari.

E se invece la strada intrapresa dall’attuale Governo non fosse né rottura né parentesi, ma adattamento dello Stato moderno alle trasformazioni del capitalismo su scala globale?

Presi dalla polemica quotidiana, rischiamo di perdere di vista una traiettoria che va più indietro dell’ottobre 2022, che attraversa governi di colore diverso e ci parla di una forma statuale che conserva le apparenze, perfino i riti della democrazia rappresentativa, ma ne svuota progressivamente la sostanza, riconfigurando i rapporti di potere. “Democrature”, dicono oggi; in passato Nicos Poulantzas parlava di “Stato autoritario moderno”.

Lo Stato autoritario moderno si costruisce in rapporto ai mutamenti del capitalismo attuale. Assistiamo a una fase di concentrazione e centralizzazione dei capitali, con poche multinazionali e fondi d’investimento che pesano più della maggior parte degli Stati-Nazione e con il dominio del capitale finanziario.

Pochi grandi gruppi economici si spartiscono il Mondo. In un intreccio strettissimo con gli apparati statali. Guardare la foto di Trump con gli amministratori delegati delle Big Tech per avere un’immagine plastica.

In questo contesto, le forme tradizionali di mediazione politica e sociale – parlamenti, sindacati, gli stessi partiti – diventano sempre meno funzionali. Serve velocità e le mediazioni appartengono a un’epoca troppo “lenta”. Tra democrazia e autocrazia più che un’alterità ci sono linee di continuità: la democrazia che viviamo oggi, cioè, sta subendo una riconfigurazione autoritaria.

In Italia questo processo è evidente da almeno tre decenni. Il Parlamento è stato progressivamente esautorato della sua funzione centrale. Il ricorso sistematico ai decreti-legge, l’abuso dei voti di fiducia, la riduzione dei tempi di discussione parlamentare, la marginalizzazione delle opposizioni non sono più eccezioni, ma prassi.

È “particolarità” del solo Governo Meloni? Tutt’altro. È realtà in tutto il mondo occidentale. In Italia, poi, governi tecnici e di centrosinistra hanno utilizzato e normalizzato queste pratiche, sulla base di un’idea condivisa dall’ultradestra oggi a Palazzo Chigi: la governabilità è un valore superiore alla rappresentanza. Basti pensare alle leggi elettorali che lasciano senza alcuna rappresentanza settori sempre più ampi di popolazione.

I membri del Parlamento assomigliano sempre più a “yes men”, il cui compito non è elaborare, discutere, proporre leggi, ma ratificare decisioni prese in un altrove che può essere tanto l’esecutivo quanto una sede extra-parlamentare.

Il rafforzamento dell’esecutivo costituisce l’aspetto più visibile di questo processo di costruzione dello Stato autoritario moderno.

Oggi, condotto dall’ultradestra meloniana, significa rafforzamento in primis in termini assoluti. Il “premierato” va così inteso come tassello di un progetto organico di ristrutturazione dello Stato: irrobustisce l’investitura diretta del capo dell’esecutivo, separandolo ancor di più dal Parlamento, cui non lo lega più un rapporto di dipendenza, e trasformando il voto in un atto quasi-plebiscitario. Se andasse in porto, avremmo la sanzione di un ridimensionamento di due organi di mediazione politica: parlamento e partiti.

Un esecutivo, però, è più forte anche in relazione agli altri poteri dello stato. Quello legislativo, come scrivevamo sopra. Ma anche quello giudiziario.

Le riforme del sistema giudiziario, a partire dalla cosiddetta separazione delle carriere dei giudici, ci vengono spacciate per interventi utili e/o necessari per superare gli orrori e le inefficienze della giustizia. Ma non affrontano i problemi concreti che toccano la quotidianità di milioni di persone e, soprattutto, sono un passo lungo la strada della costruzione dello Stato autoritario moderno.

In uno Stato sempre più orientato alla rapidità e alla verticalità, ogni forma di controllo indipendente si tramuta in ostacolo. La magistratura, in quanto potere autonomo, diventa un problema politico prima ancora che istituzionale. Da qui la sua delegittimazione sistematica nel discorso pubblico, la rappresentazione come potere politicizzato, l’esigenza di “rimetterla al suo posto”. Non si tratta di negare le criticità del sistema giudiziario (che esistono eccome), ma di cogliere il senso politico di queste riforme: ridurre i vincoli all’azione dei governi.

C’è poi il potere mediatico. Non considerato nella tradizionale divisione dei poteri, dal XX secolo ha acquisito un’importanza crescente.

In Italia la TV continua a farla da padrona. Ed è un terreno in cui al monopolio pubblico è seguito l’oligopolio, centrale per la normalizzazione e l’ascesa dell’ultradestra. In questi ultimi anni, in riferimento alla RAI, parliamo di TeleMeloni per indicare un’occupazione quasi totale delle reti pubbliche da parte di giornalisti e manager fedeli alla compagine governativa.

Se tutto ciò accade è però perché Meloni ha trovato le porte spalancate. Non da qualche cattivissimo fascista, ma dall’allora segretario del PD, Matteo Renzi. La riforma da lui voluta ha spostato il controllo del servizio pubblico dal Parlamento al Governo: il passaggio ha segnato l’integrazione strutturale dell’informazione e dell’intrattenimento pubblico nella sfera dell’esecutivo. A danno non solo e non tanto dell’autonomia, quanto del pluralismo.

Uno Stato autoritario moderno, tuttavia, non si può costruire in assenza di nemici. All’esterno, ma anche all’interno. È qui che arrivano i “decreti sicurezza”: l’ultradestra divide il campo sociale, per distrarre e impedire che il conflitto si organizzi lungo la linea verticale capitale/lavoro e si dia su quelle orizzontali: migranti/autoctoni, lavoratori che scioperano/lavorano, ecc..

La questione salariale sparisce dalla scena, mediatica e normativa. La frustrazione per giornate piene di lavoro che ti ripagano con un frigo vuoto non si deve “sfogare” in un conflitto sindacale contro l’impresa o politico contro il governo, ma contro il “mostro” additato dai decreti sicurezza e dal potere mediatico dell’ultradestra: chi sciopera, gli attivisti per l’ambiente, i migranti.

La repressione ha così una duplice funzione: punire il nemico e, nello stesso momento, rafforzare il consenso del proprio blocco sociale. Il bisogno di protezione viene indirizzato a impedire che chi sta peggio di te possa migliorare la propria posizione. Non guardare in alto, suggerisce l’ultradestra meloniana; piuttosto concentrati verso il basso, verso chi sta un po’ peggio di te. È da loro che l’esecutivo di “Giorgia” ti proteggerà. Perché se è vero che la tua situazione non migliora – o addirittura peggiora – c’è chi peggiorerà di più e più rapidamente. E tu rimarrai penultimo.

In sintesi, l’adattamento dello Stato alle necessità del capitale si dà attraverso una torsione autoritaria. Che non è legata all’eccezionale personalità di Meloni né costituisce un tratto accidentale. Da ciò discendono conseguenze politiche e organizzative. Per invertire la rotta non basterà, infatti, mandare a casa questo esecutivo, né difendere come un feticcio le forme di democrazia parlamentare già svuotate.

Dovremo certamente fermare nel breve i progetti dell’ultradestra – a partire dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo – ma avere pure uno sguardo di medio-lungo periodo: riaprire il tema del potere reale, della partecipazione popolare (non solo quando si aprono le urne), della lotta contro la passivizzazione, dell’organizzazione sociale, inventare nuove istituzioni autonome dal basso.

L’orizzonte non è il “recupero” di una democrazia che non c’è più e al cui smantellamento hanno contribuito tutti coloro che hanno gestito il sistema negli ultimi decenni, ma la costruzione di un orizzonte nuovo.

Di una cosa possiamo esser certi: senza conflitto che metta al centro i rapporti di produzione nessuna possibilità ci si aprirà dinanzi.

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29/03/2026

“Visita” a Ilaria Salis, un avviso per tutti

Non si era mai vista una cosa del genere, da quando l’Italia è diventata una repubblica. Di parlamentari identificati dalla polizia in piazza ce ne sono stati certo molti, soprattutto comunisti (e “demoproletari”, finché è esistito il gruppo), ma solo perché giustamente si facevano avanti per tutelare i manifestanti vittime dell’aggressività poliziesca. Scudi consapevoli del diritto di protesta, insomma, soggetti attivi del conflitto politico e sociale.

Mai un parlamentare, oltretutto “europeo”, aveva ricevuto la classica “visita mattutina”, per di più in albergo.

È accaduto ad Ilaria Salis, per oltre un anno prigioniera politica nell’Ungheria di Orbàn, e che solo grazie ad una eccezionale campagna politica, culminata nella candidatura e nelle elezioni europee, è stata infine liberata.

Da allora la destra fascista magiara non ha mai smesso di far sentire il proprio odio – compresa una richiesta di abolizione della “immunità parlamentare ad personam” – e quella italiana di accompagnare ogni sua uscita pubblica tra lazzi, frizzi e offese gratuite.

Arrivata a Roma per la manifestazione “No Kings” – di fatto una manifestazione pacifista ma “istituzionale”, con un gran mischione tra partiti presenti in Parlamento e non, associazioni, Cgil, bandiere europee (il famoso pacifismo del “riarmo” in stile Kallas...), insieme a bandiere della pace, palestinesi, ecc. – si è ritrovata la polizia alla porta, che l’ha intrattenuta per oltre un’ora chiedendo, oltre ai documenti di identità, anche cose bislacche come “se fosse in possesso di oggetti pericolosi”.

Finita la funzione, e finalmente preso atto che si trattava di una parlamentare, le divise se ne sono andate. Il fatto stesso che non abbiano neanche redatto un verbale certifica che erano perfettamente consapevoli di aver fatto una cosa fuori dal vaso e non intendevano lasciarne traccia scritta.

Intanto il contesto. Numerose segnalazioni simili sono arrivate ieri da parte di persone “normali”, che non erano insomma protette da alcuna carica pubblica o immunità. Dunque il ministro degli interni aveva predisposto un reticolo di controlli che in qualche misura fa da test per il funzionamento del “fermo preventivo” previsto dall’ultimo “pacchetto sicurezza”.

Essendo la prima volta, il fermo-controllo non era per “dodici ore” – limite massimo utile per impedire la partecipazione a qualsiasi evento pubblico – ma quel tanto che basta a far “sentire” la pressione. Un promemoria per il futuro e una prova generale della “macchina repressiva”.

Ma un parlamentare non può essere fermato in nessun luogo per semplice volontà della polizia o dei suoi vertici. È il fondamento minimo di un assetto istituzionale – ripetiamo – di tipo democratico liberale, dove gli interessi sociali diversi sono tutti legittimi e rappresentati, nella misura del possibile e di leggi elettorali infami, da persone elette per farlo.

Le giustificazioni offerte dalla questura e dal ministero degli Interni sono state una più ridicola delle altre, come accade sempre quando viene fatto qualcosa di indifendibile e ci si arrampica sugli specchi.

Il punto fermo è una presunta segnalazione partita nell’ambito del sistema Schengen, su input della Germania. Se anche così fosse stato – e c’è da dubitarne fortemente – gli “organi preposti” avrebbero semplicemente dovuto verificare, in primo luogo e consultando magari Google, chi fosse “il soggetto” per cui veniva richiesto il controllo e subito dopo rispedire al mittente la segnalazione con la nota “trattasi di parlamentare europeo del nostro paese, quindi non c’è nulla da controllare e non riprovate a chiederlo”. O qualcosa di simile.

Un paese “sovrano” – come piace dire al governo attuale – non è insomma un esecutore passivo della volontà di altri paesi nei confronti dei propri cittadini, figuriamoci dei propri parlamentari.

Stamattina la stessa versione continua a stare sui media, presa anche per buona, accompagnata dalla scusa che in questura nessuno si sarebbe accorto che quel nome corrispondeva ad una parlamentare. Come se gli archivi informatici della polizia fossero un registro scolastico da esaminare un nome alla volta e nessuna conoscenza della vita reale del Paese (il nome di Ilaria Salis, diciamo così, “ha girato parecchio” negli ultimi anni).

Quanto sia ridicola questa versione diventa solare se pensiamo che grosso modo gli stessi soggetti “preposti” sono quelli che hanno ignorato un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte di Giustizia nei confronti del trafficante di esseri umani Almasri e che lo hanno riaccompagnato a casa con un volo di Stato. Altro che una semplice “segnalazione” cui “non si poteva dir di no”... 

Consegnate le versioni di comodo al cestino della spazzatura, cerchiamo di capire perché è stata decisa una simile provocazione.

A noi sembra una reazione automatica, seppure isterica, alla sconfitta nel referendum, affrontata dal governo col mantra “prendiamo atto ma andiamo avanti col nostro programma”.

Stanno insomma facendo quello che, se avesse vinto il “sì”, sarebbe stata la “nuova legge”. Perché nella cultura fascistoide di questo esecutivo la volontà del governo è legge, e la magistratura serve solo a confermarne le scelte. Un assaggio pratico di questa “cultura” si è avuto nell’episodio del “martello di Torino”, quando la Meloni indicava il reato di “tentato omicidio” e si imbestialiva perché la magistratura – addirittura quella torinese, una delle più “anti-movimenti” d’Italia – procedeva per reati meno gravi.

Il senso della cosiddetta “riforma della giustizia” era insomma proprio “eliminare la magistratura” – come gridato dalla ex capo di gabinetto di Nordio – e governare secondo il proprio arbitrio.

Se il diritto è la volontà del governo, senza limiti, la magistratura serve solo a mettere il timbro formale sulle decisioni prese, oltre che per i “reati bagatellari” di cui non vale la pena occuparsi.

È la logica di Trump, che riduce la polizia a milizia privata – l’ICE – e fa strame di ogni trattato e diritto internazionale.

La “visita” ad Ilaria Salis, insomma, è un avviso a tutti quelli che praticano l’opposizione sociale e politica a questo governo. Un “neanche l’immunità parlamentare vi può salvare”.

O, come avrebbe forse preferito dire quel tal Delmastro, “non vi facciamo respirare”.

Ci vediamo nelle piazze, ovviamente.

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15/03/2026

Ecuador - Sospesa la sinistra di Correa

Il Tribunale per le controversie elettorali (TCE) dell’Ecuador ha ufficialmente sospeso per nove mesi Rivoluzione Cittadina, la formazione guidata dall’ex presidente Rafael Correa. L’accusa è quella di aver ricevuto “fondi illegali” dal Venezuela, per finanziare la campagna presidenziale di Luisa Gonzalez, poi persa contro l’attuale presidente Daniel Noboa nel 2023.

Il caso è nato dall’inchiesta denominata “Caja Chica”, sollevata dal procuratore generale ad interim Carlos Alarcón. Il caso poggia in gran parte sulle dichiarazioni di Santiago Díaz, ex responsabile della campagna di Correa ed ex deputato, figura però aspramente contestata dai progressisti.

Díaz, espulso dal partito dopo un’accusa di violenza su minore, ha sostenuto di aver trasferito denaro da Caracas su ordine di Correa, pur senza fornire alcuna prova documentale. Per l’ex presidente Correa, si tratta di un chiaro atto di persecuzione politica volto a screditare il movimento in vista delle prossime scadenze elettorali. Mancano tre anni alle presidenziali, ma la sospensione potrebbe impedire la partecipazione a scadenze locali.

Con uno sguardo più ampio, l’attacco di Noboa al partito di Correa deve essere inteso come un tassello dell’aggressione imperialista che gli Stati Uniti stanno perpetrando contro il “socialismo del XXI secolo” dell’America Latina: prima il Venezuela bolivariano, poi l’assedio di Cuba, e ora l’Ecuador, in attesa delle presidenziali colombiane.

Noboa ha consolidato un’alleanza strategica con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, puntando tutto su misure economiche antipopolari, gestite attraverso un’agenda di ferro sul lato della dialettica politica interna, giustificata ancora una volta con la lotta al “narcotraffico”.

Carta usata strumentalmente e tradizionalmente dagli Stati Uniti nella proiezione del proprio controllo sull’America Latina, la questione del traffico di droga è stata usata anche da Noboa stesso per imporre dazi alle merci colombiane, dal primo febbraio scorso. Bogotà ha risposto in maniera speculare.

Proprio domani, il 15 marzo, prenderanno il via una serie di operazioni militari congiunte con gli USA, un passo che sta sollevando non poche polemiche interne. Questo perché, appena qualche mese fa, un referendum ha bocciato la presenza di basi militari stelle-e-strisce su suolo nazionale, mentre Noboa sta procedendo spedito verso una cooperazione militare sempre più stretta con Washington.

I sostenitori di Correa denunciano una deriva autoritaria pericolosa, in cui l’attuale presidente usa il potere giudiziario per fare tabula rasa delle opposizioni. Ed è paradossale che la coalizione di governo, guidata da Azione Democratica Nazionale, rivendichi la necessità di ripulire le istituzioni dalle influenze straniere e condotte “anti-nazionali”, mentre si piega all’establishment statunitense.

Qui di seguito il comunicato di Rivoluzione Cittadina.

*****

L’Ecuador sta attraversando uno dei momenti più bui della sua democrazia

Un giudice del Tribunale Elettorale intende sospendere la Rivoluzione Cittadina per nove mesi, su richiesta della Procura, dimostrando ancora una volta la sua intenzione di mettere a tacere la principale forza di opposizione del Paese, che rappresenta milioni di ecuadoriani.

L’intento è chiaro: impedirci di partecipare con il nostro voto alle prossime elezioni locali, poiché il periodo di sospensione che intendono imporre coincide con il processo di registrazione dei candidati. Qualcuno dubita ancora che viviamo in una dittatura? Nessun giornalista, accademico, politico o attivista sociale che si dichiari difensore della democrazia può rimanere in silenzio di fronte a una simile aberrazione giudiziaria.

Quando il potere usa il sistema giudiziario per eliminare l’opposizione, ciò che è in gioco non è più un movimento politico: è la democrazia stessa. Oggi cercano di mettere a tacere noi; domani potrebbe toccare a chiunque osi alzare la voce. Oggi hanno persino usato carri armati e forze militari per intimidire la gente comune a Quito, mentre il Paese sanguina ogni giorno a causa dell’insicurezza.

Ma nessuno si illuda: la Rivoluzione Cittadina non si arrenderà. Intraprenderemo tutte le azioni legali e democratiche necessarie per difendere i nostri diritti e quelli di milioni di ecuadoriani. La nostra forza più grande non risiede nei tribunali controllati da chi detiene il potere, ma nella coscienza di un popolo che comprende ogni giorno meglio ciò che sta accadendo. Qui continuerete a trovarci, fermi e dignitosi.

Siamo milioni. Siamo il seme. Siamo la resistenza.

Quito, 6 marzo 2026.

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13/03/2026

L’ombra di Thiel su Roma

Un cenacolo segreto nella capitale

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies – la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo – arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?”. Una domanda legittima, a cui – come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio – non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

Chi è Peter Thiel: l’ideologo oscuro della tecno-destra

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto in Sudafrica durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti – e meno conosciuti dal grande pubblico – del Pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.

Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” – disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano – espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.

La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt – il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista – e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano [nei fatti chi – sulla base della forza e dentro una crisi di sistema – stabilisce il nuovo ordine che cancella il precedente, ndr]. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.

“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale”. – Peter Thiel, Il momento straussiano

Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti» [manipolazione infame del Macbeth, ndr], Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo – qualcosa come il sistema ECHELON – come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.

Palantir: il grande occhio che non dorme

Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 – un anno prima che Thiel investisse in Facebook – nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence”. Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.

Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica.

In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la “sorveglianza predittiva”. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome (quelle che sparano da sole...).

E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni – “sta cercando nuovi accordi?” – non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.

Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.

Epstein, le società segrete e il “dialog”

La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures – co-fondato da Thiel – ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.

Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era – come ha scritto il manifesto – un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.

E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale – Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog – o qualcosa di molto simile – sbarca a Roma.

L’anticristo come progetto politico

Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull’“Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective – un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.

Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà.

Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” – gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo – sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del Mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.

Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel – una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale – sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.
 
Roma 2026 e il convegno del Parco dei Principi

Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti – la storia non si ripete mai con gli stessi attori – ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.

Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, giunge a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.

Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel – è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.
 
Il silenzio del governo e il vuoto dell’opposizione

Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi una dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.

L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo – il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.

Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce, spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.

Guerra a pezzi, caos organizzato e il nuovo ordine

Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico – l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali – non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.

In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti – magistratura, media, università – vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.

Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.

Cosa possiamo fare: una risposta possibile

Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridendo nervosamente di fronte all’abisso.

La domanda è seria: cosa possiamo fare?

Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione – blog, social, reti associative – ha il dovere di amplificarla.

Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica – parlamentare, giornalistica, associativa – per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.

Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.

Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel – e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno – richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.

Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola – si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.

Noi siamo pronti a lottare. E voi?

Fonti e riferimenti

1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html

2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley

3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/

4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano

5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel

6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/

7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/

8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/

9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/

10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj

11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/

12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies

13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311

14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/

15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026

16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025

Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.

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