Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2026

MAGA e Maghella

Per capire che sta succedendo, la prima cosa da fare è mettere subito in chiaro che il problema non è solo il come, ma soprattutto il perché.

Il fatto è che se il “come” ha dei colpevoli, il “perché” ha delle complicità conclamate. Infatti, se abbiamo capito come la democrazia cosiddetta occidentale ha terminato il suo compito nel momento in cui la riproduzione capitalistica non si perpetua attraverso il lavoro, ma attraverso la finanza; e se abbiamo assistito all’esaurirsi del ruolo della manifattura come veicolo per l’accumulazione – quello che Marx definiva il rapporto tra valore d’uso e quello di scambio – a tutto ed esclusivo vantaggio del possesso esclusivo non più solo dei mezzi di produzione, ma di quelli di riproduzione finanziaria di accumulo borsistico del valore, abbiamo chiaro il quadro di come siano stati sbilanciati i rapporti, i conflitti, le rivendicazioni che contrapponevano Capitale e Lavoro.

I diritti non servono più come “palliativi” per anestetizzare le contraddizioni di classe; né quelli politici (per mantenere il potere urgono sempre nuove leggi elettorali), né quelli civili (il principio di uguaglianza è dialettico con l’appartenenza a un ceto espressione di una lobby); men che meno i diritti internazionali (il diritto di occupare e distruggere un territorio di conquista, le norme vessatorie contro le moltitudini dell’emigrazione servono a tenere bassi e fuori controllo normativo le leggi e i costi del mercato del lavoro).

Torniamo per alcune precisazioni al problema del “come”.

La crisi di Ceuta è esplosa in tutta la sua bolla manipolatrice e propagandistica. A cominciare dal modo in cui viene geograficamente descritto quel lembo di terra: secondo l’IA di Google, “Ceuta è una città autonoma spagnola situata nel Nordafrica, circondata dal Marocco”.

Se non ci fosse il pudore di avere almeno il rispetto di 87 morti, ci sarebbe da ridere a crepapelle. Sarebbe come dire che Belfast è una città inglese situata nel Nord Europa, circondata dall’Irlanda.

Invece che ammettere onestamente che Ceuta è un cimelio del colonialismo spagnolo, che serve a mantenere il controllo del traffico marittimo nello stretto di Gibilterra. Infatti neppure il governo Sanchez è riuscito a restituire quel lembo strategico al Marocco, il cui sovrano, invece di occuparsi delle condizioni di vita e del futuro dei suoi cittadini (o “sudditi”), che cercano una via d’uscita dignitosa alle tremende condizioni sociali, preferisce baciare la pantofola a Trump, al quale dedica un’autostrada, e aderire agli accordi di Abramo, piegandosi al sionismo di Netanyahu.

Chiedersi che cosa c’entri “la difesa dei confini europei” se in realtà è territorio marocchino è come chiedersi che c’entrava Valpreda con la strage di Piazza Fontana, o perché l’ex presidente Cossiga avesse tirato fuori la pista palestinese sulla strage di Bologna, senza voler vedere il vero motivo delle trame manipolatorie.

Certo, accusare di violazione dei confini quei 50mila cittadini marocchini che in realtà erano pur sempre in Marocco ha qualcosa di surreale. Ed è proprio per colmare il vuoto di ragioni politiche plausibili che in genere si alza il tiro delle panzane.

Ed ecco, con una tempestività di quelle che in realtà sono parti in commedia già definite e preordinate, che Meloni decreta la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna e tutti i giornali della banda Angelucci si scatenano contro i socialisti spagnoli che accolgono e regolarizzano lavoratori emigrati.

I giornalisti di destra, che imbrattano la carta stampata con la loro coscienza sporca, non sanno che l’Italia, nonostante la famigerata legge Fini-Bossi, nel corso degli ultimi anni ha “regolarizzato” più di due milioni di lavoratori stranieri?

Non sanno che poco meno della metà di loro, cioè 934mila, sono stati regolarizzati nel 2002 e nel 2009, proprio dai governi Berlusconi, il proprietario delle reti televisive dalle cui redazioni dei tg provengono questi sicari dell’oggettività nell’informazione?

Ma è tempo di lasciare il come e tornare a dedicarsi al perché.

La crisi della democrazia italiana, la reiterata spinta all’obsolescenza della Carta Costituzionale che sanciva i presupposti del contratto sociale, è giunta a una svolta. Prima che le componenti sociali disagiate e le opinioni pubbliche attente prendano coscienza collettiva che la perdita del ruolo di mediatore delle disuguaglianze – rappresentato per anni dallo Stato sociale – si stia riversando precipitosamente sullo stesso Stato di diritto, è urgente sancire il cambio dei rapporti di forza.

L’esempio MAGA di Trump è l’idea-guida. Il consenso elettorale non serve per governare, ma per comandare. L’ossessione dei “pieni poteri” si ripropone storicamente come panacea per mantenere il pieno controllo della rete dei privilegi oligarchici nell’energia, nelle materie prime pregiate, nel digitale, nella finanza globale e nell’industria bellica.

Meloni ha ormai chiaramente dato prova della coerente continuità politica, più che ideologica, con la vocazione collaborazionista: ieri Salò oggi Mar-a-lago sono i punti di riferimento di una politica asservita alla logica del dominio che non comprende né ammette dialettica con l'opposizione sociale.

Ecco il perché, per esempio, delle leggi sulla cosiddetta sicurezza: vietare, punire, reprimere significa disumanizzare i soggetti della lotta di classe, e riclassificarli sotto un elenco di fattispecie penali: clandestini, NoTav, black- bloc, terroristi, anarchici, “quelli di sinistra”, i pro-Pal, i maranza. E, ovviamente, gli antifascisti.

Le condizioni economiche e sociali dei lavoratori italiani sono palesemente al di sotto della media europea, distogliere la loro attenzione per scagliarla contro l’immigrazione è un trucco che non può durare per sempre. Ecco che bisogna irrigidire i rapporti di forza, impedire che lavoratori italiani e stranieri si accorgano degli inganni del neo-nazionalismo e si accordino con quelli più sfruttati di loro negli stessi luoghi di lavoro mal pagato e insicuro, negli stessi quartieri in cui condividono pessime politiche dell’abitare.

Coniughiamo il come e il perché e avremo il quadro della variabile del fascismo del Terzo millennio che è in atto nel cosiddetto Occidente. Trump lo spinge, von der Leyen lo mette all’ordine del giorno, Meloni ci sguazza, con la scusa di Vannacci.

Se n’è accorto anche qualcuno dei nostrani columnist, capaci di descrivere il “come”, ma solo per tenersi lontani dal “perché”, di cui sono spesso complici.

Come Ezio Mauro, che descrive la deriva del socialismo e del cristianesimo sociale, ma si dimentica delle colpevoli ambiguità della redazione del suo giornale; come Valter Veltroni che nei panni di commentatore lancia sul Corsera la patacca della “gestione della sicurezza da sinistra” (si rigirerebbe nella tomba anche Ugo Pecchioli), ma lo imita Gianni Cuperlo che sostiene il binomio “sinistra-legalità”, come un benpensante annoiato seduto al Caffè San Marco di Trieste; o come quell’anima persa del liberalismo italico che descrive come un pericolo che le scuole pubbliche del nord siano frequentate dai figli degli immigrati, guadagnandosi così il nuovo appellativo di Ernesto Galli della Razza.

Tuttavia, non sono utili le critiche di costume, le inchieste sulle trame, gli eventi di beneficenza, le adunate europeiste, men che meno i campi larghi o le alchimie delle alleanze. Per non dire delle speranze riposte sulle elezioni di Midterm statunitensi di fine anno.

Proprio perché non sono semplicemente in ballo gli ideali di una democrazia che barcolla sotto i colpi della remigrazione, della xenofobia, del neonazionalismo, del bellicismo, del precariato a vita. È in ballo un radicale cambio nel paradigma dei rapporti sociali nella società, nel paese, nel mondo in cui viviamo.

Abbiamo l’esperienza, la cultura, la visione d’insieme. È tempo di progettare una efficace nuova resistenza, una possibile nuova liberazione.

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28/04/2026

Il 25 aprile a Milano è andato in scena il fallimento e la pericolosità del DDL sull’antisemitismo

Il 25 aprile è diventato una sorta di festa del provocatore, un palcoscenico per chi vuole (più o meno scientemente) accreditare la narrazione sulla festa divisiva, vuole distorcere la storia per legittimare le guerre di oggi, in generale cerca attenzione, vuole frenare qualunque cosa di sinistra respiri, fiancheggiare le destre, comprese quelle di diretta derivazione missina (che proprio non ci stanno nemmeno dopo 80 anni a chiedere scusa e ad accettare le radici della Costituzione).

A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.

Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.

A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.

Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.

Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione

Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).

Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.

Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.

Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.

Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.

Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.

Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).

L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.

E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?

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26/04/2026

Il 25 Aprile è “divisivo”, inevitabilmente

Il 25 aprile si celebra la Liberazione, ma da cosa? Dal nazifascismo, storicamente e praticamente.

Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.

Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.

Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.

Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.

Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc. – e una tragedia per “loro”.

Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).

Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno... 

In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc. – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.

Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).

Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.

Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.

La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.

Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.

A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)... 

È stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata... 

Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.

C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid... 

Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.

Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistenti” fasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo... 

Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.

Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.

Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.

I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.

I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…

P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc.) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi...

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Un 25 aprile senza sconti per nessuno

Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza oggi (ieri -ndR) in tutte le città italiane per celebrare la giornata della Liberazione dal nazifascismo.

Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.

A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.

Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.

Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.

A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.

Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.

A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.

Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.

Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.

A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.

L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.

C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.

C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.

C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.

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15/12/2025

La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin. Smontato il teorema Piantedosi

L’imam di Torino, Mohamed Shahin potrà tornare libero. Era stato arrestato e poi deportato dal 24 novembre nel lontanissimo Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta perché destinatario di un provvedimento di espulsione firmato di persona dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi.

Nel decreto di espulsione firmato da Piantedosi per “motivi di sicurezza dello Stato e di prevenzione del terrorismo”, l’imam veniva descritto come “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita”, oltre a sottolinearne il “ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale” e rapporti con indagati per terrorismo, da lui sempre negati.

La Corte di Appello di Torino si è pronunciata oggi per la cessazione del trattenimento dell’imam accogliendo uno dei ricorsi presentati dagli avvocati di Mohamed Shahin, i quali hanno sostenuto, anche alla luce di nuova documentazione, che non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Il che significa lo smantellamento del teorema Piantedosi.

Shahin era finto nel mirino del ministro dopo alcune frasi pronunciate nel corso di una manifestazione per la Palestina in cui aveva definito gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un atto di resistenza e “non una violenza” dopo anni di occupazione israeliana a Gaza e in Cisgiordania.

I suoi avvocati, oltre a smentire tali accuse, hanno anche ricordato che, se rimandato in Egitto, Mohammed Shahin avrebbe rischiato la vita in quanto oppositore del regime di al Sisi.

I giudici della Corte di Appello di Torino, dopo avere esaminato i “nuovi elementi emersi”, hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Inoltre hanno sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.

Fra i “nuovi elementi” che erano stati presentati dagli avvocati dell’imam figuravano l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante la manifestazione per la Palestina e che, secondo lo stesso rapporto della Digos, non configuravano reato.

In queste settimane di reclusione nel Cpr di Caltanissetta, a Torino e in altre città si sono tenute decine di manifestazioni di solidarietà e si erano moltiplicati gli appelli per la liberazione di Shahin. Tra questi ultimi c’era anche quello del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, il quale in un video ha definito l’imam come un “uomo di dialogo”.

La posizione di Shahin, seppur libero di tornare a casa, resta estremamente complicata: all’imam torinese a è stato infatti revocato il permesso di soggiorno. Contro questa decisione pende un ricorso al Tar di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.

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17/07/2025

Georges Ibrahim Abdallah liberato dopo quarant’anni di detenzione

La corte d’appello di Parigi, oggi giovedì 17 luglio, ha deciso a favore della liberazione di George Abdallah. Il militante libanese, condannato nel 1987 per un presunta “complicità in omicidi terroristici”, lascerà il carcere di Lannemezan (negli Alti Pirenei) e sarà espulso verso Beirut il 25 luglio.

A 74 anni, il vecchio militante delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) avrà quindi una settimana per svuotare la sua cella a Lannemezan (Alti Pirenei), dove si sono accumulati per decenni lettere di sostegno, bandiere e poster con l’effigie del Che Guevara, libri e giornali. Trasportato con un volo militare a Parigi, sarà posto in un centro di detenzione prima di prendere un volo per Beirut, dove sarà consegnato alle autorità libanesi. Potrà così tornare nel suo villaggio di Kobayat, nel nord del Libano.

Arrestato nel 1984 e poi condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità negli omicidi di Charles R. Ray, addetto militare aggiunto americano, e di Yacov Barsimantov, secondo segretario dell’ambasciata d’Israele – entrambi uccisi dalle FARL nel 1982 a Parigi – Georges Ibrahim Abdallah si è sempre dichiarato innocente per questi due attentati. Ma li ha anche sempre definiti “atti di resistenza” contro “l’oppressione israeliana e americana”.

Il militante e attivista libanese poteva essere rilasciato già dal 1999. La maggior parte delle sue richieste di libertà sono state però respinte dalla giustizia. Quando pure la giustizia aveva deciso diversamente, il governo si era opposto, sia spingendo la procura a fare appello (come nel 2003), sia rifiutando la sua espulsione verso il Libano, condizione sine qua non posta dai giudici nel 2013 per la sua liberazione.

Questa era la dodicesima richiesta di liberazione e è stata quella buona. Ma non era scontato.

Con grande sorpresa, i giudici del tribunale di applicazione delle pene avevano stabilito, in una decisione ampiamente motivata il 15 novembre 2024, che la durata della detenzione di Georges Ibrahim Abdallah era “sproporzionata” rispetto ai “crimini commessi”, e che questo detenuto “anziano”, desideroso di finire i suoi giorni nel suo villaggio nel nord del Libano, non rappresentava più un rischio di “disturbo all’ordine pubblico”.

Al contrario, sottolineava la sentenza, era proprio la sua detenzione a costituire un disturbo all’ordine pubblico a causa delle innumerevoli manifestazioni di solidarietà che da decenni si verificano un po’ in tutta la Francia.

Da parte nostra un grande e fraterno abbraccio al compagno George Abdallah.

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26/01/2025

Gaza - Nuovo scambio di prigionieri, prova di forza della resistenza palestinese

Il secondo scambio di prigionieri tra la Resistenza palestinese e le forze israeliane ha avuto luogo nel cuore di Gaza City, in Piazza Palestina.

Questo scambio è stato caratterizzato da una nuova dimostrazione di unità e forza delle organizzazioni palestinesi a Gaza, con la partecipazione sia delle Brigate Al-Quds – l’ala militare della Jihad islamica – sia delle Brigate Al-Qassam – l’ala militare di Hamas, insieme al personale di sicurezza palestinese.

Questo scambio ha visto un approccio ancora più organizzato e disciplinato rispetto al primo avvenuto domenica scorsa.

Le soldatesse israeliane prima di essere rilasciate sono state esibite su un palco appositamente allestito dove hanno ringraziato le Brigate Al Qassam durante la seconda fase dello scambio di prigionieri.

Sullo sfondo del palco sono ben visibili slogan come “Palestina – la vittoria del popolo oppresso contro il sionismo nazista”, “Gaza è il cimitero dei sionisti criminali” e “I combattenti per la libertà palestinesi saranno sempre vittoriosi”.

La città di Ramallah, nella Cisgiordania, è esplosa di gioia sabato pomeriggio quando la popolazione palestinese ha accolto i 114 prigionieri liberati, tra cui molti condannati all’ergastolo, che sono stati rilasciati dalle carceri israeliane come parte dell'accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele a Gaza.

Sabato Israele ha rilasciato 200 prigionieri: 107 sono stati inviati a Ramallah, cinque a Gerusalemme, uno a Umm al-Fahm – una città palestinese in Israele – e 16 a Gaza. Altri 70 prigionieri sono stati portati in Egitto, da dove saranno deportati in altri paesi. Il rilascio dei prigionieri in Cisgiordania è avvenuto dal carcere militare di Ofer, a ovest di Ramallah, poche ore dopo che Hamas ha liberato quattro soldatesse nell’ambito della seconda fase delle operazioni di liberazione dei prigionieri delineata nell’accordo di cessate il fuoco.

Prima del rilascio dei prigionieri palestinesi, Israele ha imposto misure rigorose per impedire qualsiasi celebrazione in Cisgiordania. Le forze israeliane hanno fatto irruzione a Beitunia, la città più vicina alla prigione di Ofer, e hanno impedito ai palestinesi di avvicinarsi all’area. Hanno anche fatto irruzione nelle case di diversi prigionieri, avvertendo le famiglie di non tenere eventi celebrativi. In Cisgiordania l’esercito israeliano ha fatto irruzione in diverse città e villaggi palestinesi per rimuovere le bandiere di Hamas issate dai residenti per celebrare i prigionieri liberati. Le forze hanno anche fatto irruzione nelle case delle famiglie dei prigionieri rilasciati, minacciandole dal non tenere grandi raduni di benvenuto.

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20/01/2025

Gaza - Liberati 90 prigionieri politici palestinesi, tra di loro Khalida Jarrar

Diverse ore dopo la liberazione a Gaza di 3 donne israeliane nel quadro dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nella notte sono stati rilasciati anche 90 detenuti politici palestinesi, tra di essi 69 donne e 21 minori (uno, Mahmoud Aliwat, ha solo 15 anni). 76 prigionieri sono residenti in Cisgiordania, 14 a Gerusalemme Est. Secondo Hamas, Israele non ha liberato un prigioniero sull’elenco.

Due autobus con i vetri oscurati hanno lasciato la prigione israeliana di Ofer, a Betunia (Ramallah) in Cisgiordania, poco dopo l’una di notte, ora locale. Una folla esultante ha applaudito e urlato di gioia al passaggio degli autobus carichi di prigionieri, sventolando bandiere palestinesi e bandiere di vari movimenti politici, tra cui Hamas. Sono stati sparati anche fuochi d’artificio.

Tra i detenuti scarcerati c’è la deputata Khalida Jarrar, 62 anni, dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, attivista femminista ed esperta di diritto internazionale. Negli ultimi dieci anni è stata ripetutamente arrestata e detenuta, spesso senza accuse specifiche e un processo, e le è stato vietato di viaggiare all’estero. Jarrar negli ultimi sei mesi è stata tenuta in isolamento e dal suo ultimo ingresso in carcere, nel dicembre 2023, non ha potuto ricevere le visite del marito Ghassan Jarrar. Nel 2021 le autorità israeliane non autorizzarono Khalida Jarrar – detenuta anche in quel periodo – a partecipare ai funerali della figlia Suha morta per un infarto.

Tra le altre donne liberate ci sono Dalal Khasib, di 53 anni, sorella dell’ex vicecomandante di Hamas, Saleh Arouri, assassinato un anno fa da Israele in un attacco a Beirut. E Abla Abdel Rasul, 68 anni, moglie del leader del Fplp, Ahmad Saadat anche lui detenuto e condannato all’ergastolo.

In questa prima fase dell’accordo di cessate il fuoco verranno scarcerati palestinesi arrestati dal 2020. L’elenco di 1904 prigionieri include almeno 150 detenuti che i tribunali israeliani hanno condannato all’ergastolo. Sarà negoziata nella seconda fase la liberazione anche di prigionieri di alto profilo. Israele però si oppone alla scarcerazione di Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, di Ahmed Saadat e di alcuni dirigenti e militanti di Hamas ritenuti responsabili di attacchi e attentati.

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22/12/2023

“Grazie a tutti!”

Cari e care,
A differenza dei precedenti messaggi in partenza da questo indirizzo mail, a scrivere questa volta ci sono io.

Nel corso del primo periodo della mia detenzione, in cui mi erano preclusi i contatti con l’esterno, mai avrei immaginato che vi sarebbe stata tanta solidarietà nei miei confronti. Ne ho avuto parzialmente notizia durante il primo colloquio con il mio avvocato, dopo oltre due settimane dall’arresto.

Anche se non mi era ben chiara la portata del lavoro portato avanti in Italia, il sapere di poter contare sulla solidarietà di molti, non solo parenti, amici e conoscenti, ma anche di persone semplicemente e profondamente colpite dall’ennesimo sopruso perpetrato impunemente dall’occupazione israeliana, mi ha alzato il morale e contribuito a darmi la forza per non abbattermi.

Poiché la procura israeliana dopo oltre un mese non è stata in grado di formulare accuse nei miei confronti, il pericolo di finire nella spirale della detenzione amministrativa iniziava a farsi palpabile.

Ricordo, per chi ancora non lo sapesse, che l’occupazione israeliana ha ereditato dal mandato britannico questa orrenda pratica per la quale è possibile condannare un prigioniero a periodi di detenzione rinnovabili – solitamente di sei mesi in sei mesi – potenzialmente all’infinito, senza la necessità di formalizzare accuse e senza dargli la possibilità di difendersi in processo.

La campagna che si è mobilitata in Italia ha giocato, a mio avviso, un ruolo fondamentale nel portare il mio caso all’attenzione generale, rendendo sconveniente per le autorità israeliane sottopormi ad un simile regime di detenzione.

Vorrei per questo esprimere grande gratitudine a tutti coloro che si sono spesi nel corso degli ultimi mesi, ognuno – dai singoli ai comitati, dai collettivi alle organizzazioni – mi ha permesso di poter tornare ad abbracciare la mia famiglia.

Spero che quanto accaduto possa, per quanto possibile, aver puntato un minimo i riflettori sulla situazione dei prigionieri politici in Palestina, sulle condizioni di reclusione e sul regime di detenzione amministrativa di cui, nel corso delle ultime settimane, l’occupazione israeliana sta facendo massiccio uso con lo scopo di reprimere ogni tipo di mobilitazione contro l’aggressione alla Striscia di Gaza.

Ho lasciato dietro di me decine tra parenti, amici e conoscenti nelle carceri israeliane, persone che non hanno la fortuna di avere una cittadinanza straniera a loro protezione.

Forse è più difficile identificarsi con loro, distanti migliaia di chilometri, con vite e vicissitudini che raramente si intersecano con quelle di chi vive lontano da quella realtà.

Ciononostante mi auguro che coloro che si sono spesi per la mia liberazione vogliano continuare ad impegnarsi per la causa palestinese, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, specie in questo momento di crescente repressione dentro e fuori le carceri israeliane.

Khaled El Qaisi

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06/12/2019

Frantz Fanon come metafora della liberazione

I.

Il 6 dicembre 1961, a soli 36 anni, moriva Frantz Fanon, per una leucemia allora incurabile. Poco prima era stato pubblicato il suo libro fondamentale, esplosivo, letterariamente e contenutisticamente un capolavoro. I dannati della terra è il prodotto della grande stagione della liberazione e dell’emancipazione, del moto storico della decolonizzazione, e al contempo rappresentò un punto di svolta, carico di una enorme spinta propulsiva.

Il colonialismo e la decolonizzazione fenomeni giganteschi della storia globale.
Oggi, nel pervicace eurocentrismo e occidentalocentrismo, nel solco della visione onnipresente della “superiorità bianca”, rimossi, cancellati. Parte di quel generale processo di rincretinimento globale a opera della necessaria “destoricizzazione”, della cancellazione della dimensione storica, della coscienza storica. Nella cultura e nella subcultura diffuse. A vantaggio dei dominanti.

Un libro, un autore, una persona (psichiatra-filosofo-rivoluzionario-negro-martinicano-algerino) che ci costrinsero e ci costringono a prendere posizione, a non essere indifferenti. Ci costrinsero e ci costringono a cambiare prospettiva. Non più “noi” e poi “loro”. Non più la storia e il pianeta visti dall’Europa, dagli Usa, dall’Occidente, dai dominanti globali. Bensì, la storia e il pianeta visti, come diceva e dice la Teologia della Liberazione, dal “rovescio della storia”, dagli oppressi, dai colonizzati, dai subalterni, dalle vittime del colonialismo, dell’imperialismo, del sistema capitalistico su scala mondiale.

Si trattava e si tratta di un salutare, radicale riorientamento, di una necessaria “rivoluzione copernicana”. Da “noi e poi loro” a “loro e poi noi”. Si trattava allora, e si tratta oggi, di accettare di buon grado che il proscenio della storia vedesse protagonisti altri continenti, altri popoli, altre culture, altri esseri umani. Frantz Fanon e I dannati della terra hanno espresso al massimo grado questo riorientamento. Hanno dato voce a questi protagonisti.

Hanno anche espresso impietosamente tutte le contraddizioni che quel moto storico conteneva. Soprattutto nell’altra metà del compito storico della decolonizzazione. Vale a dire la costruzione della nuova storia, della costruzione del nuovo stato-nazione, della coscienza nazionale, del nuovo assetto, democratico, popolare, partecipativo. Che tendenzialmente operasse una cancellazione delle sperequazioni e delle ingiustizie sociali, che prefigurasse un nuovo assetto sociale e politico. Che evitasse quello che, con la sua solita efficacia, Marx chiamava “il ripresentarsi della vecchia merda”, in una società sedicente socialista, ma in realtà riproponente vecchie e nuove classi, vecchi e nuovi privilegi, vecchie e nuove gerarchie.

Fanon partiva dalla rivoluzione algerina, dall’esperienza dei primi stati postcoloniali, soprattutto in Africa, e già intravedeva la degenerazione, “il ripresentarsi della vecchia merda”. A causa di un processo endogeno, all’interno dei nuovi stati-nazione, e di un processo esogeno, a opera del neocolonialismo e dell’imperialismo, sempre attivi, letali, micidiali. Ricordiamo, tra le innumerevoli porcate, endogene ed esogene, soprattutto esogene (Belgio, Union Miniere, Cia ecc.), Fanon ancora in vita, l’assassinio di Patrice Lumumba, legittimo capo di stato del Congo postcoloniale.

II.

Nel libro la conclusione di Fanon è netta. È un accorato appello ai compagni, ai fratelli, ai dannati, affinché si ricerchino vie nuove, un pensiero nuovo, e si crei “un uomo nuovo”. Liberazione, indipendenza, ma anche una “rivoluzione del Soggetto”. Si parlò di appello apocalittico, palingenetico, estremo. Di lirismo, di profetismo, di romanticismo rivoluzionario. Ma quale forza proveniva da quelle parole, da quella prosa. Lasciare l’Europa al suo destino, “nella folle corsa” di un preteso progresso, di un consumismo sfrenato, di un autocompiacimento, di un narcisismo letali, rovinosi. E lasciare quell’Europa concentrata e distillata, il vero e proprio mostro rappresentato dagli Stati Uniti d’America.

Molti libri hanno un valore in sé. E I dannati della terra ne ha alla grande. Ma poi molti diventano libri fuori di sé, libri “per noi”, assumono significati a misura della ricezione che hanno, in contesti storici, spaziali, antropologici diversi. Così per le generazioni successive, quest’opera, nei centri sviluppati e nelle periferie “sottosviluppate”, ha rappresentato qualcosa addirittura di sovrastorico. Soprattutto per le generazioni, come la mia, come la nostra, di giovani impegnati, tra la fine degli anni '60 e gli anni '70, nei movimenti dei cristiani di base, nei movimenti antisistemici, studenteschi e operai, nei movimenti di emancipazione in generale.

Uno dei libri del ‘68. Il manifesto del terzomondismo, dell’internazionalismo, della nuova cultura che quella grande stagione ha suscitato. Assieme naturalmente ad altri libri e a personaggi storici che qui è superfluo citare.

Fanon ha dato altri contributi enormi nella sua breve vita. L’alienazione, anche nella dimensione antropologica e filosofica della nozione, il disagio psichico, fino alla vera e propria malattia mentale, del colonizzato, la questione fondamentale della violenza, il ruolo decisivo della cultura, non come semplice sovrastruttura ecc.

Un “essere eccezionale” disse di lui Simone de Beauvoir, la quale con Jean Paul Sartre, autore della famosa prefazione al libro, lo incontrò in varie occasioni.

III.

Il contesto globale del pianeta è oggi completamente cambiato. E tuttavia i “dannati” esistono sempre, il neocolonialismo-imperialismo imperversa in Africa, Asia e America Latina. Il neocolonialismo-imperialismo imperversa nella stessa Europa, in Usa, in Occidente.

I migranti ci riportano in casa quel “loro” di cui si diceva sopra. Razzismo, xenofobia, fascismo, culture e subculture della sopraffazione, chiusure identitarie, le belle (per i dominanti) guerre tra poveri ecc. rappresentano il corredo nefasto di questo contesto.

IV.

A mo’ di conclusione. Apparentemente una digressione. Fanon si adoperò, quale rappresentante del movimento di liberazione nazionale algerino, per un’alleanza continentale africana. Una sorta di “panafricanismo”, senza chiusura identitaria tuttavia. Cancellare il “bianco”, ma cancellare anche al contempo il “negro”. Per un nuovo universalismo, per un vero internazionalismo delle nazioni, dei popoli, delle persone (la dimensione individuale mai cancellabile).

Noi italiani abbiamo una macchia, un orrore ancora in atto, a proposito di Africa e di colonialismo. Il maresciallo Rodolfo Graziani, militare-fascista-razzista, criminale di guerra riconosciuto da una commissione delle Nazioni Unite, viceré dell’Etiopia conquistata dall’Italia fascista e nella quale compì massacri e crimini di ogni genere (gas, lanciafiamme, impiccagioni ecc.) non fu mai condannato per questi crimini. L’Italia negò la sua estradizione all’Etiopia, finita la seconda guerra mondiale. Fu solo processato per “collaborazionismo” con i nazisti e scontò solo quattro mesi di carcere. Repubblichino e fucilatore di partigiani. Morì nel 1955, servito e riverito nella sua confortevole casa.

A lui è stato dedicato un sacrario ad Affile, suo luogo di nascita. Il sindaco e due assessori condannati per apologia del fascismo. Ma il sacrario è ancora lì. Monumento all’infamia e all’orrore e monumento della orribile espressione “italiani brava gente”.

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25/04/2018

Una giornata particolare


Non sarà mai “la festa di tutti”. Non può esserla, sarà sempre una giornata particolare il 25 aprile.

E’ la giornata che celebra la Liberazione, o meglio la “Liberazione del Nord” come dicevano i nostri vecchi. Quando il Monte Rosa scese a Milano attraverso le brigate partigiane e Torino insorse mettendo definitivamente in fuga i nazifascisti.

Il 28 aprile i partigiani regolarono definitivamente i conti con Mussolini. Gli ufficiali e i soldati tedeschi si arresero a degli “ufficiali” senza divisa ma con il fazzoletto al collo (rosso molto spesso) che fino a pochi giorni prima avevano definito spregiativamente “banditi”, fucilandoli, rastrellandoli, torturandoli senza pietà quando gli capitavano tra le mani.

Il 25 aprile celebra dunque la vittoria della Resistenza e di una resistenza che fu certo nazionale, popolare ma fu anche antifascista e di classe, cercando di annunciare un avvenire radicalmente diverso non solo dalla dittatura fascista ma anche dal dominio dei padroni. Sappiamo tutti che non andò così ma l’onda lunga di quella resistenza è durata ed ha determinate le spinte progressiste nel nostro paese fino agli anni ’80, quando è iniziata la restaurazione del vecchio ordine sociale che oggi mostra tutto l’orrore del suo volto, delle sue priorità e delle sue avventure guerrafondaie.



A cominciare la Resistenza nel 1943 furono un pugno di uomini, soprattutto quadri comunisti. Non erano più di 300, ad ammetterlo con rabbia, invidia, ostilità è un repubblichino fascista come il senatore Pisanò nel famoso convegno del 1965 al Parco dei Principi, lì dove si ritrovarono uomini dei gruppi neofascisti e dei servizi segreti che troveremo coinvolti nella stagione delle stragi di Stato. Discutevano di come fermare “la guerra rivoluzionaria” e l’avanzata del movimento operaio in Italia. Il ’68 e l’Autunno Caldo erano ancora di là da venire, ma già temevano la saldatura tra l’onda lunga della Resistenza e la nuova Resistenza che si intuiva ribollire dentro le aspettative sociali che venivano crescendo nelle fabbriche come nelle università.

Il 25 aprile dunque non potrà mai essere la “festa di tutti”. Alcuni la odiano ferocemente perché ogni anno scandisce la sconfitta del nazifascismo nel nostro paese. Altri la detestano perché li costringe ad un antifascismo costituzionale rituale che mal sopportano. Altri cercano continuamente di depotenziarla per ridurla a celebrazione asettica, liturgica, retorica oltre ogni ragionevolezza.

E poi ci sono quelli che invece la vivono con orgoglio e allegria. Sono venuti a mancare i partigiani. L’orologio biologico è più implacabile della mitraglia nazifascista. Ma ci sono migliaia di giovani e diversamente giovani per i quali il 25 aprile è un giorno in cui camminare a testa alta. E’ il giorno che celebra valori come Liberazione e Resistenza, un giorno in cui i popoli che resistono hanno pieno diritto di cittadinanza, al contrario delle bandiere che rappresentano oggi l’oppressione. Per questo anche i palestinesi saranno sempre benvenuti nelle nostre manifestazioni del 25 aprile.

Buon 25 aprile, antifascisti sempre!!

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04/01/2018

Il Sessantotto, eredità ed attualità a distanza di cinquant’anni


Cinquanta anni fa sbocciava il sessantotto, un anno, un movimento. Un lungo periodo di lotte, durante il quale la ragione, la passione e la fantasia davano forma al concetto di utopia, come strumento creativo verso un grande obiettivo: costruire le basi per la liberazione dalle convenzioni e dall’oppressione dell’occidente capitalistico e per soffiare sul vento dell’autodeterminazione dell’uomo, dei popoli e della società.

Le università divennero il luogo dell’opposizione al controllo e della critica pura al dominio, che i governi volevano a tutti i costi estendere sull’attiità materiale ed intellettuale, in particolare sulla ricerca scientifica; furono altresì il luogo del rifiuto dell’ingerenza dell’apparato militare ed industriale nella vita civile.

La nuova resistenza fece il suo primo vagito negli USA nel cuore degli anni sessanta, per diffondersi in Francia, in Germania e in Italia, ma coinvolse altre nazioni del mondo. Anche l’Africa fu in subbuglio ed in molte sue regioni si infittiva la guerriglia contro l’occidente colonialista. In oriente il Laos, la Cambogia, il Vietnam erano già terreni di una guerra di occupazione impressionante, decisa proprio dall’apparato statunitense.

Se nel resto del mondo i fuochi della ribellione e della rivolta studentesca e civile si spegneranno nel corso degli anni seguenti, in Italia essi resteranno ancora accesi per tutti gli anni settanta ed alimenteranno la stagione delle grandi battaglie degli operai, degli artigiani, dei contadini (l’autunno caldo del ‘69 per antonomasia) e degli intellettuali, ma anche della gente comune incontrata sulla strada della conquista di importanti e qualificati diritti civili. Nel tempo, piccole e grandi città furono il palcoscenico di una lotta aspra e diretta Torino, Milano, Trento, Bologna, Roma, Napoli, Catania, Avola.

Ebbene, oltre ogni retorica, o operazione di nostalgia, o di reminiscenza di quel formidabile periodo, ripassare la storia e rivivere quegli anni non è un gioco di artificio mediatico, ma uno strabiliante momento di lettura di una delle pagine più intense e travagliate della storia dell’Italia (e del mondo), affinché da quella esperienza possa ancora essere irradiata e tenuta viva la coscienza come strumento “di integrazione del sapere e del percepire” e per non smettere di coltivare, nel nostro tempo, il seme del diritto ad una esistenza dignitosa e compiuta in tutta la sua libertà e bellezza.

Sapere, in quanto costante ricerca della verità e dello scibile; percepire, perchè dall’incontro della ragione col mondo sensibile l’individuo possa sviluppare la consapevolezza del suo agire e della storia.

Sul movimento del sessantotto è stato scritto più volte, ovviamente e canonicamente al sopraggiungere di ogni ricorrenza decennale; a volte con toni di disprezzo e persino di condanna, riducendolo ad una semplice esperienza addebitata ai cattivi maestri; altre volte con argomenti che hanno sfiorato un compiacimento d’occasione; altre ancora per celebrare un macabro rituale della fine di un’era.

Di fatto, pochissimi hanno detto e scritto su di esso con precisione storica e dovizia documentale, cogliendo il significato vero che quell’anno (quegli anni) ha avuto nella storia contemporanea sul piano della trasformazione degli usi e delle relazioni sociali e che propose un nuovo modello di rapporti interpersonali e privati; un periodo che ha contribuito alla crescita di un nuovo modo di intendere ed interpretare l’arte, il cinema, la musica, il teatro; che ha interessato persino la Chiesa, la quale si aprì ad una nuova dottrina sociale, alla teologia della liberazione. Liberazione ed Emancipazione, questi i temi che vennero sviluppati, partendo da letture di libri importanti, che passavano da Marcuse, Horkeimer, Adorno, Fromm, Sant’Agostino e dal marxismo, nel tentativo di fondare una visione del mondo diversa dall’immagine creata dalla cultura dominante, fortemente informata ai canoni del clericalismo, dell’espansione industriale, dell’opulenza e della morale borghese, e tentare così di trovare nuovi ed innovativi percorsi di analisi sociale.

Presero forma in quegli anni discipline come la sociologia, la psicoanalisi e l’antipsichiatria con le quali studiare e mettere al centro l’uomo, il suo intelletto e la sua sfera emotiva e la sua capacità relazionale nella società, mortificato di contro dalla maniera della produzione industriale e dai gangli del profitto, per mezzo dei quali il Potere, nelle sue svariate sfaccettature, intendeva plasmare “l’uomo ad una dimensione” in una sorta di catena di montaggio, un prodotto che fosse in tal modo un oggetto imbavagliato, condizionato, sorvegliato e privo di memoria.

Si è detto che i capi storici, qualche anno dopo, si sono perfettamente integrati nel sistema corrente, trasformati da studenti ribelli e da infaticabili critici in burocrati viziosi dell’apparato pubblico e privato. È vero in parte, così come lo è l’impegno di tanti altri, che hanno diffuso l’eredità di quel periodo, portando ancora oggi un grande messaggio “libertario” nell’attuale sistema: combattere la povertà e l’emarginazione, in tono con i principi dell’equità, della solidarietà, della partecipazione in ogni campo della vita, che fonda la sua proliferazione sulle relazioni umane.

I principali obiettivi da raggiungere sono la perfetta sintonia tra uomo e natura, in un equilibrio dinamico ed in una simbiosi scevri dalla logica dello sfruttamento selvaggio, e la costruzione di una grande piattaforma di pace sulla quale ogni popolo possa edificare e sviluppare modelli organizzativi di democrazia diretta, di autogoverno e di autodeterminazione, per superare le barriere e i limiti imposti dagli Stati più forti, più ricchi ed egemonici.

Ridurre ai minimi termini la globalizzazione economica e finanziaria ed osteggiarne il mercato – che stanno stravolgendo il mondo mediante la concentrazione di maggiore ricchezza nelle mani delle superpotenze militari e l’accensione di nuovi e maggiori conflitti nei territori, cosicché da un maggior disordine sia generato un controllo maggiormente dispotico sui popoli e sulle loro risorse, messi alle corde dalla crescente povertà – non può non essere il motivo di una politica nuova, di un sentimento nuovo contro ogni forma di emarginazione, di repressione e di riduzione in schiavitù.

Il sessantotto è ancora questo, la sua attualità risiede nella continua ricerca del sapere e nell’applicazione dell’etica rivoluzionaria nella forma e nella sostanza delle cose e degli eventi.

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30/04/2017

I giorni della Liberazione. 30 Aprile /6


Al civico obitorio dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano in via Ponzio, alle 7 del 30 aprile, il professor Caio Mario Cattabeni, sotto la sorveglianza del partigiano prof. Pietro Bucalossi (generale medico “Guido”) effettuò l’autopsia sul solo corpo di Mussolini, mentre non venne toccata la Petacci.

L’autopsia riscontrò sul cadavere sette fori di proiettile in entrata e sette fori in uscita sicuramente prodotti in vita e sei fori successivi alla morte. Individuò come causa mortis la recisione dell’aorta da parte di un proiettile. L’autopsia, scrisse poi Cattabeni, fu eseguita, “in condizioni di tempo e di luogo del tutto eccezionali, entro una sala anatomica dove facevano irruzione ogni tanto, per l’assenza di un servizio armato d’ordine pubblico, giornalisti, partigiani e popolo“.

Alcuni estratti del Referto autoptico:
“La salma è preparata sul tavolo anatomico priva di indumenti. Pesa kg. 72. La statura non può misurarsi che per approssimazione in m.l. 1,66, data la cospicua trasformazione traumatica del capo (l’ex duce risultava alto m. 1,69, ndr). L’enecefalo, asportato nelle parti residue, è stato fissato in liquido formolico per successivo esame anatomico ed istopatologico. Un frammento di corteccia è stato concesso su richiesta dell’Ufficio di Sanità del Comando della V Armata (Calvin S.Drayer) al Dr. Winfred H Overholser dell’Ospedale Psichiatrico di S. Elisabetta a Washington.”
Prima e dopo l’autopsia furono scattate numerose fotografie. Esse non sono qui riportate, tranne una, in quanto non necessarie a questa cronaca. I corpi vennero poi deposti entro casse di legno, usate come bare: anche su questo vi è ampia documentazione fotografica in rete.

Il 9 giugno il colonnello Charles Poletti, Governatore Militare della Lombardia per l’Amministrazione Militare Alleata, richiese due copie autenticate del referto dell’autopsia da consegnare al console americano a Lugano, incaricato di redigere un rapporto ufficiale sugli ultimi giorni di vita di Mussolini.

I rilievi autoptici più affidabili, fatti in riesame completo a posteriori, partendo dall’autopsia del prof. Cattabeni e basati anche sulla rigidità del corpo dell’ex duce in Piazzale Loreto [36], indicano un orario del decesso non anteriore alle 16.00-16.30 del giorno precedente, e non al mattino, confermando la versione dei fatti di Walter Audisio e le altre simili.

Quando, dopo molte traversie, la salma venne tumulata a Predappio nel 1957, anche il cervello, che era stato prelevato durante l’autopsia e conservato in formalina nell’Istituto di medicina legale di Milano viene restituito e tumulato con gli altri resti.

 Fig. 38. Documenti riguardanti l’autopsia di Mussolini, in particolare la richiesta da parte degli USA di un campione del cervello.

 Fig. 39. Istituto di Medicina Legale, Milano. Ci si accinge all’autopsia di Mussolini, 30 aprile 1945.


Appendice (Carteggio Churchill-Mussolini)

Il “carteggio Churchill-Mussolini” era costituito da lettere e documenti, in originale o “brutte copie”, scambiate nel 1940 fra i due, che Mussolini aveva portato con sé fuggendo da Milano il 25 aprile e che custodiva personalmente al momento della cattura il 27: due borse di cuoio, con i 350 documenti più riservati, fra cui il carteggio.

Nell’immediato dopoguerra, Churchill in persona e i servizi segreti britannici riuscirono con successo a recuperare gli originali e gran parte delle copie del carteggio. Pertanto, tale documentazione è tuttora inaccessibile.

La sera del 27 le borse furono depositate presso la filiale della CARIPLO di Domaso dal partigiano Urbano Lazzaro “Bill”. Successivamente furono affidate al parroco di Gera Lario, don Franco Gusmeroli, che li nascose nella cripta della chiesa. Infine, pervennero al comando del CVL di Como. Il 4 maggio 1945 tutto il materiale, a cui erano stati uniti altri documenti di Mussolini provenienti da una terza borsa sequestrata a Marcello Petacci e consegnati da Aldo Lampredi al comando comasco, furono esaminati da una commissione formata, tra l’altro, dal segretario della Federazione comunista locale, Dante Gorreri e dal nuovo prefetto di Como, Virginio Bertinelli. Il carteggio constava di 62 lettere, di cui 31 a firma Churchill e 31 a firma Mussolini. Dopo la visione degli stessi, fu commissionata la fotoriproduzione di tutti i documenti alla Fototecnica Ballarate di Como, che ne effettuò due copie: l’originale rimase in possesso di Dante Gorreri.

Altre copie dell’originale pare siano state fatte da Mussolini nei mesi precedenti la disfatta e consegnate a diverse persone. Non seguiamo le vicende di queste copie: è una cosa oziosa, visto che neppure una è mai stata rinvenuta.

Il 2 settembre 1945, Churchill si recò sul lago di Como, a trascorrere una breve vacanza a Moltrasio, sotto il falso nome di colonnello Waltham. L’ex premier britannico si recò nella sede del comando della 52ª Brigata Garibaldi e poi incontrò il direttore della filiale CARIPLO di Domaso, che aveva custodito le borse contenenti il carteggio; infine, fece contattare Dante Gorreri dal capitano dei servizi segreti britannici Malcolm Smith. Il 15 settembre, Gorreri consegnò gli originali delle 62 lettere del carteggio Churchill-Mussolini al capitano Smith, in cambio della somma di due milioni e mezzo di lire in contanti. Una delle due copie del carteggio era già stata recuperata da Smith il 22 maggio.

L’altra copia, riposta nella cassaforte della federazione comunista di Como, fu trafugata nel 1946 da Luigi Carissimi Priori e consegnata ad Alcide De Gasperi, che avrebbe – anche se non appare plausibile – trasferito l’intero carteggio in una cassetta di sicurezza in Svizzera.

Luigi Carissimi Priori asserì di aver sommariamente letto le lettere: le datò al periodo antecedente all’entrata in guerra dell’Italia (maggio 1940). L’oggetto del carteggio riguardava, in sostanza, delle trattative con l’Inghilterra per impedire che l’Italia partecipasse attivamente al secondo conflitto mondiale, non entrando in guerra a fianco della Germania. In compenso, all’Italia sarebbero state offerte delle gratificazioni territoriali. In questa forma, visto il periodo di cui si tratta (1939/40), l’intavolarsi di una tale trattativa segreta appare non impossibile.

Ma – questo è il punto sostenuto da Mussolini e dalla pubblicistica neofascista o revisionista – gli inglesi avrebbero anzi chiesto a Mussolini proprio di entrare in guerra a fianco della Germania, in modo che il duce potesse influire su Hitler per moderarne le richieste, come già fatto a Monaco nel 1938, in caso di trattative di pace con l’Inghilterra sconfitta. I compensi territoriali sarebbero stati promessi quindi in cambio della mediazione. Questa interpretazione – invece – non è suffragata da alcuna prova o dato fattuale, ed appare chiaramente ex-post, autoconsolatoria e giustificatoria, per la “pugnalata alla schiena” inferta dall’Italia alla Francia nel maggio 1940 con la dichiarazione di guerra e per la responsabilità davanti alla Storia dell’ex-duce di essere entrato in guerra e aver causato la rovina dell’Italia.

Negli ultimi mesi di vita, pare, il dittatore fascista cercò poi di intavolare una trattativa segreta con gli inglesi: vi potevano quindi essere ulteriori carteggi risalenti al 1945, anche se si trattò, nella sostanza, di tentativi di ricatto di Mussolini a Churchill, fatti probabilmente menzionando il carteggio di 5 anni prima, tentativi cui il primo ministro inglese rispose evidentemente picche. Altro da offrire, nel 1945, Mussolini non aveva agli alleati: le pretestuose profferte di utilizzo dell’inesistente esercito della RSI in una supposta guerra contro l’URSS fanno il paio con le altrettanto deliranti profferte simili, fatte dai nazisti assediati a Berlino nell’aprile 1945, e ricevettero – se mai furono fatte – la stessa accoglienza di chiusura totale. Mussolini, fra il settembre 1944 e l’aprile 1945, accennò per iscritto, a voce, per telefono, con diverse persone, dell’esistenza dei carteggi, sostenendo la sua tesi della “richiesta di mediazione” da parte di Churchill, e dell’essere stato quindi “costretto” ad entrare in guerra, come accennato sopra: queste fonti sono in alcuni casi dimostrabili, come per tre lettere a Rodolfo Graziani, ministro della guerra della RSI, o anche le intercettazioni di varie telefonate di Mussolini, fatte dai servizi segreti alleati. Ma nulla più provano – sul contenuto reale del carteggio – che non la parola di Mussolini stesso e la sua versione.

L’interesse inglese a far sparire il carteggio – dato esso per esistente – non ha nulla di misterioso e si spiega facilmente, contenendo esso diverse lettere probabilmente imbarazzanti di Churchill a Mussolini, per convincerlo appunto a NON entrare in guerra durante i primi mesi del 1940.

Se per assurdo i compensi territoriali promessi fossero stati poi, come asserito da fonti revisioniste, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodecaneso, di tutte le colonie italiane, della Tunisia, e addirittura della Corsica e di Nizza, essi – se pur concepibili, anche se non in tal misura, visto il frangente nel quale vennero scritte e la usuale spregiudicatezza delle trattative diplomatiche – potevano essere fonte di serio imbarazzo degli inglesi con la Francia, con la Grecia e con la Jugoslavia.

Anche se questi compensi – che appaiono improbabili ed esagerati – non fossero mai stati offerti, o fossero stati assai più modesti (possesso delle colonie, Dodecaneso, compensi in Dalmazia), lo scambio stesso di missive con l’ex duce non poteva non imbarazzare Churchill, dato che era probabile – come d’uso in diplomazia – che le lettere contenessero anche – ad inizio e fine lettera – espressioni formali di cortesia o di apprezzamento, che – avulse dal contesto come è solita fare la pubblicistica revisionista – potevano essere spiacevoli ed imbarazzanti da leggere, nel dopoguerra.

In conclusione, il carteggio probabilmente esisteva, ed era assai imbarazzante “di per sè” per il Primo Ministro inglese nel 1945. Appare però assai improbabile che Churchill promettesse seriamente all’Italia compensi territoriali molto vasti. Appare assurdo poi che pregasse l’Italia di entrare in guerra per fare la mediatrice, sicuro della propria sconfitta: Churchill ebbe notoriamente sempre atteggiamento opposto.

L’insipienza militare italiana provocò certamente alla Germania dei seri danni durante la guerra: in particolare, è un fatto che l’anteposizione dell’intervento nei Balcani, nella primavera del 1941, all’invasione dell’Unione Sovietica – intervento reso necessario anche dalla situazione degli italiani messi alle corde dall’esercito greco – fece perdere alla Germania un paio di mesi di tempo prezioso per arrivare a Mosca prima dell’inverno. Ma tutto ciò non fu assolutamente “voluto” dall’Italia, né tantomeno concordato con gli Alleati.

Tornando al carteggio, è assai probabile che invece le affermazioni “misteriose” di Mussolini a riguardo, ampiamente riportate da molta pubblicistica neofascista o comunque revisionista, non fossero altro che – avendo egli in mano un reperto segreto e comunque scottante – una sorta di autoinganno per sé ed i suoi, o un estremo tentativo ambiguo di giustificare le proprie responsabilità davanti alla Storia, cercando di schizzare un poco del fango nel quale la memoria del personaggio Mussolini stava affondando, ed è immersa, su Churchill e gli alleati.

Bibliografia – Testi sugli ultimi giorni di Mussolini

La pubblicistica e gli studi sulla Resistenza sono numerosissimi. Citiamo alcuni testi che sono stati consultati e risultano utili, esclusivamente restringendoci a quelli utili o specifici per la storia di questi pochi giorni.

Testi generali che contengono riferimenti e dati sugli ultimi giorni di Mussolini

1 Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana (Laterza 1966)

2 Battaglia R., Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964

3 Paolo Emilio Taviani, Breve storia della Resistenza italiana, Museo storico della Liberazione, Edizioni Civitas, Roma 1995

4 Piero Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, (Laterza 1955, 1977, 2006)

5 Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini (Mondadori, 1995)

6 Pietro Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, in “Annali”, Istituto Giangiacomo Feltrinelli, anno tredicesimo, 1971

7 L. Cavalli, C. Strada, Nel nome di Matteotti. Materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-1945, FrancoAngeli, Milano, 1982

8 Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera: le Brigate Garibaldi a Milano e provincia (1943-1945), FrancoAngeli, 1985

9 Gabriella Nisticò, Giampiero Carocci, Le Brigate Garibaldi nella Resistenza: documenti, Milano, Feltrinelli, 1979

10 Luigi Longo, Pietro Secchia, Storia del Partito comunista italiano, Torino, Einaudi, 1975

11 Pierangelo Lombardi, L’illusione al potere. Democrazia, autogoverno regionale e decentramento amministrativo nell’esperienza dei Cln (1944-1945), Milano, FrancoAngeli, 2003.

12 Democrazia al lavoro. I verbali del CLN lombardo (1945-1946), 2 volumi, Firenze, Le Monnier, 1981.

13 Storie della Resistenza, a cura di Domenico Gallo e Italo Poma (Sellerio 2013)

14 Paolo Aatri, Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista (Tipografia Nava 1958)

15 Mario Bonfantini, Un salto nel buio (Feltrinelli 1959; Einaudi 1971)

16 Giovanni Pesce, Senza tregua (Feltrinelli 1967)

17 Nuto Revelli, Mai tardi (1946)

18 Nuto Revelli, La guerra dei poveri (Einaudi 1962)

19 Nuto Revelli, Le due guerre (Einaudi 2003)

20 Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI, Bologna, Il Mulino, 1995.

21 Adolfo Mignemi (a cura di), Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2002

22 Rendina M., Dizionario della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Funo 1995

23 Legnani M. – Vendramini F., Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, FrancoAngeli, Milano 1990

24 Giorgio Luti – Romagnoli S., L’Italia partigiana, Longanesi, Milano 1975

25 Quazza G., La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Giappichelli Editore, Torino 1966

26 Salvadori M., Storia della Resistenza italiana, Neri Pozza, Venezia 195

Fonti specifiche sugli ultimi giorni di Mussolini

1 Giovanni Pesce, Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano, Milano, Feltrinelli, 1977 (ultima ed. 2009)

2 Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Milano, Mondadori, 1962

3 Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Milano, Teti, 1975

4 Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, Torino, SEI, 1989

5 Claudio Pavone (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza: documenti. dicembre 1944 – maggio 1945, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Istituto Gramsci, vol. 3, Feltrinelli, 1979

6 Giusto Perretta, La 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici attraverso i documenti, Como, Istituto comasco per la storia della liberazione, 1991

7 Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Milano, Il saggiatore, 1996

8 Oliva G., I vinti e i liberati 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994

9 Oliva G., La resa dei conti. Aprile-maggio 1945: Foibe, Piazzale Loreto e giustizia partigiana, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1999

10 Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Milano, Mondadori, 2005

11 Vittorio Roncacci, La calma apparente del lago. Como e il Comasco tra guerra e guerra civile 1940-1945, Varese, Macchione, 2003

12 Urbano Lazzaro, Dongo: mezzo secolo di menzogne, Milano, Mondadori, 1993,

13 Urbano Lazzaro, L’oro di Dongo: il mistero del tesoro del Duce, Torino, Mondadori, 1995

14 Antonio Spinosa, Mussolini, il fascino di un dittatore, Mondadori, 1989,

15 Franco Giannantoni, L’ombra degli americani sulla Resistenza al confine tra Italia e Svizzera, Edizioni Arterigere, 2007

16 Giorgio Cavalleri, Ombre sul Lago, Varese, Arterigere, 1995, 2007.

17 Giusto Perretta, Dongo 28 aprile 1945. La verità, Como, ACTAC, 1997

18 Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni, Mario J. Cereghino, La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946), Milano, Garzanti, 2009

19 Giorgio Cavalleri, Anna Giamminola, Un giorno nella storia. 28 aprile 1945, Como, NodoLibri, 1990

20 Franco Giannantoni, “Gianna” e “Neri”: vita e morte di due partigiani comunisti : storia di un “tradimento” tra la fucilazione di Mussolini e l’oro di Dongo, Mursia, 1992

21 Luciano Garibaldi, La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?, Ares, 2002

22 Bruno Giovanni Lonati, Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità, Milano, Mursia, 1994

23 Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini, Milano, Sugar, 1959

24 Alessandro Zanella, L’ora di Dongo, Milano, Rusconi, 1993

25 Pierre Milza, Gli ultimi giorni di Mussolini, Milano, Longanesi, 2011

26 Sergio Luzzatto, Sparami al petto!, Trento, Edizioni del Faro, 2012

27 Sergio Luzzatto, Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria, Torino, Einaudi, 1998.

28 Scoppola P., 25 aprile. Liberazione, Einaudi, Torino 1995

29 Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)

30 Gianni Oliva, Il tesoro dei vinti, Mondadori, 2015.

NB – Quando una fonte viene qui citata ed elencata, non significa necessariamente che l’autore ne condivida i contenuti, ma solo che è stata consultata e contiene informazioni utili.
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29/04/2017

I giorni della Liberazione. Piazzale Loreto 29 Aprile /5


La colonna col camion e i 18 cadaveri giunge in Piazzale Loreto, a Milano, alle 3:40 del 29 aprile; Walter Audisio scelse quel luogo, probabilmente su indicazione del Comitato Insurrezionale del CLN, proprio dove le vittime partigiane della strage del 10 agosto 1944 erano state abbandonate in custodia ai militi fascisti della Muti, che li avevano oltraggiati e lasciati esposti al sole per l’intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti. Si veda ad esempio il resoconto in prima persona del Comandante Giovanni Pesce in “Senza Tregua”.

I cadaveri dei capi fascisti vennero scaricati nel centro della Piazza e i partigiani – tranne pochissimi lasciati di guardia, che si addormentarono – si allontanarono.

Verso le 7 del mattino, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Vi fu un passaparola fulmineo e la piazza si riempì velocemente. Non era stata incautamente prevista alcuna misura di contenimento: nella calca le prime file di folla vennero spinte verso i cadaveri dalle persone retrostanti, tutti curiose di vedere il cadavere di Mussolini, calpestando e sfigurando i cadaveri. Molti insultavano, sputavano, orinavano e prendevano a calci i cadaveri stessi. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola, per vendicare i propri cinque figli morti in guerra: la traccia dei proiettili inflitti post-mortem fu poi rilevata dall’autopsia.

Alle 11 del mattino la situazione non era più governabile neanche con le scariche di mitra in aria. Una squadra di Vigili del Fuoco, giunta sul posto, intervenne: ripulì i cadaveri con gli idranti, lì trasse via dal centro della piazza, issando i sette cadaveri più noti alla pensilina del distributore di carburante Standard Oil (poi Esso) che si trovava all’angolo fra la piazza e corso Buenos Aires e lasciandoli lì appesi per i piedi, a testa in giù: non vi era altro modo, la rigidità cadaverica impediva di appenderli per le braccia, che si sarebbero spezzate rischiando di farli cadere.

Questo gesto, compiuto nel marasma dai Vigili del Fuoco e dai partigiani presenti, riportò un minimo di calma nella Piazza, in quanto tutti potevano vedere i cadaveri (essenzialmente, quello di Mussolini) senza accalcarsi. La zona del distributore era poi laterale al piazzale e meglio difendibile: da quel momento, infatti, un cordone di partigiani e vigili del fuoco riuscì a tenere la folla inferocita, ed a tratti in attitudine di linciaggio, a debita distanza dai cadaveri, mentre Piazzale Loreto era letteralmente stracolmo di cittadini milanesi. Appesi furono: Mussolini, Claretta Petacci, Alessandro Pavolini, Paolo Zerbino, Ferdinando Mezzasoma, Marcello Petacci e Francesco Maria Barracu, il cui cadavere però cadde a terra e verrà sostituito poi con quello di Achille Starace.

Era presente sul luogo – già prima che i cadaveri venissero appesi – una nutrita pattuglia di soldati americani assieme ad una troupe di cineoperatori militari USA, che filmò la scena; scena che successivamente sarà inserita in uno dei Combat film prodotti nel corso del conflitto: i soldati statunitensi, del 91st Recon Squadron (squadra di ricognizione, un’avanguardia), non intervenero su quanto stava accadendo. Si era fatto mezzogiorno circa.

Fig. 32. Milano, Piazzale Loreto, 29 aprile, mattina. I cadaveri dei gerarchi ancora a terra.

Fig. 33. Milano, Piazzale Loreto, 29.4 ore 11. I cadaveri dei gerarchi vengono spostati sotto il distributore di benzina e lavati sommariamente.

Fig. 34. Milano, Piazzale Loreto, 29 aprile dopo mezzogiorno. I cadaveri appesi.

Fig. 35. Milano, Piazzale Loreto, 29.4 dopo mezzogiorno. I soldati americani (del 91st Recon Squadron) sono ben visibili e numerosi fra la folla (8 soltanto in questa foto), ma non intervengono.

Fig. 36. Prima pagina del giornale USA “Stars and Stripes”. 1 maggio 1945. Sotto l’articolo “How a dictator dies” una foto di Mussolini e Petacci a Piazzale Loreto, prima di essere appesi, tratta da quelle che i cineoperatori americani dei Combat Film fecero quel giorno.

Achille Starace, ex segretario generale del Partito nazionale fascista, caduto in disgrazia durante la RSI, viene riconosciuto la mattina del 29 aprile mentre passeggia, alcuni dicono fa “footing“, per le vie di Milano, in zona ticinese; viene arrestato, immediatamente giudicato e condannato a morte da un tribunale partigiano in un’aula del vicino Politecnico. Condotto in Piazzale Loreto, vede l’ex duce appeso, viene fucilato e issato sul distributore insieme agli altri cadaveri.

Nel primo pomeriggio una squadra di partigiani del distaccamento “Canevari” della 87ª Brigata Garibaldi “Crespi” (dell’Oltrepò pavese), su ordine del comando del CVL, entrò in piazza e rimosse i cadaveri, trasportandoli nel vicino obitorio di piazzale Gorini.

In serata, il CLNAI riunito emanava una comunicato con il quale si assumeva la responsabilità dell’esecuzione di Mussolini, quale conclusione necessaria di una lotta insurrezionale.

La “macelleria messicana” (definizione di Ferruccio Parri) in Piazzale Loreto fu quindi il risultato di una serie di concause, fra le quali la principale fu la decisione di Walter Audisio di portare, come contrappasso della strage nazifascista di agosto 1944, i cadaveri in Piazzale Loreto e non direttamente all’obitorio. Da ricordare anche la fatale decisione di lasciare i cadaveri per terra al centro della Piazza quasi privi di scorta ed allontanarsi per andare a riposare; decisione probabilmente dovuta – oltre ad un atto di sfregio e di liberazione – alla comprensibile stanchezza conseguente ad una giornata – diciamo – assai impegnativa e ad una notte insonne di viaggio e controlli. La decisione di appenderli, con il macabro risultato che tutti conoscono, fu dettata al momento da motivi di ordine pubblico e fu presa dai Vigili del Fuoco in accordo con i partigiani presenti.

Il comportamento della folla – infierire su dei cadaveri – fu un brutto episodio che potrebbe anche spiegarsi come un atto liberatorio e di sfogo: tuttavia non è da dimenticare che gli stessi milanesi, soltanto 4 mesi prima, il 16 dicembre 1944, osannarono Mussolini plaudendo al suo passaggio in auto scoperta dopo il discorso al Lirico di Milano. Il comportamento della folla, se mai, fa di Piazzale Loreto un episodio non limpido.

Giorgio Bocca definì Piazzale Loreto “atto rivoluzionario, sul quale si sono fatte eccessive polemiche“. Chi ha visto o conosce gli infiniti orrori della guerra in Italia, può anche concordare con la sua lapidaria opinione.

 Fig. 37. Piazzale Loreto, Milano, 29 aprile 1945. Achille Starace al momento della fucilazione.

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27/04/2017

I giorni della Liberazione. 27 Aprile, la cattura /3


Ventisette aprile

Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, circa 100 persone) partono da Menaggio (Como), aggregati ad una colonna tedesca di militari in ritirata verso Merano e la Germania. La colonna, lunga circa un chilometro, alle 07:15, appena fuori dall’abitato di Musso, poco più a nord, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, commissario politico Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”.

Fig. 10. Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi.

Dopo una breve sparatoria, iniziano le trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio. I tedeschi, in numero e armamento assai maggiore dei partigiani, non si rendono conto di avere innanzi a loro un blocco con un numero assai esiguo di uomini, che potrebbero facilmente sopraffare. Trattano, ed alla fine ottengono il permesso di poter proseguire la ritirata, a condizione che venga effettuata un’ispezione, al posto di blocco partigiano successivo (cioè a Dongo), e siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio. L’esito pomeridiano della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione, attraverso un prete del luogo, della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna, ed acconsente quindi a lasciar proseguire i tedeschi. I quali, d’altro canto, non faranno molta strada. Riportiamo alcuni stralci dell’articolo, già citato per alcune fonti iconografiche.

La colonna tedesca, dopo la perquisizione nel pomeriggio del venerdì 27 sul lungolago di Dongo, fu lasciata sfilare lungo la strada “Regina” verso Nord, passando per Gravedona. I partigiani poi la bloccarono e ne trattarono la resa con la firma finale il 28 aprile 1945 presso l’Albergo Isola Bella di Colico: due giovani Comandanti partigiani, Iach e Sam, firmarono la resa della colonna tedesca.

Torniamo a Musso, ed al 27 pomeriggio. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire Mussolini nel convoglio nascondendosi come lui.

La pubblicistica revisionista ha tentato di negare il travestimento dell’ex duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:

«Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della Flak di consegnare a Mussolini il suo cappotto e il suo elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, egli sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani. Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il Duce di ascoltare il mio consiglio. Cosi Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della Flak e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna».

Intanto – durante le convulse ore che seguono l’arresto mattutino della colonna a Musso – alcuni gerarchi componenti la colonna (Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi) si consegnano al parroco di Musso, don Enea Mainetti, sperando di nascondersi e di scamparla. Essi – tradendo la consegna del silenzio assoluto sulla presenza dell’ex duce – confidano al prete che Mussolini è presente nella colonna. Il prete – però – correttamente consegna i fascisti ai partigiani e avverte il Comandante Pedro di quanto ha da loro saputo: ciò spiega anche – come detto – l’accordo sulla perquisizione con il permesso di proseguire consegnando tutti gli italiani, nonché l’accuratezza della successiva ispezione, fino all’individuazione di Mussolini. In quanto ai gerarchi traditori – essendo tutti condannati a morte per decreto del CLNAI del 25 aprile, articolo 5 (vedi in seguito) – saranno fucilati il giorno seguente, a parte ovviamente il giovane Costantino Romano, che venne rilasciato.

Fig. 11. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm

Fig. 12. Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945

Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri. Vi è stata su questo punto una certa diversità di versioni, su chi avesse “riconosciuto Mussolini” e “arrestato Mussolini”, tuttavia praticamente risolta, al contrario della questione sull’esecutore materiale della sentenza di morte.

Risale al 2002 un’intervista a Ivo Bitetti, romano, futuro rugbysta e pallanotista nazionale abbastanza noto, che trovandosi a Dongo e conoscendo il tedesco, da civile venne chiamato dai partigiani a fungere da interprete, durante l’ispezione. Nella sua intervista Bitetti sostiene di aver notato per primo il corpulento soldato tedesco steso sul fondo del camion come se dormisse ubriaco. Ma di Bitetti e del suo preteso ruolo non vi è traccia nella relazione del Maresciallo Di Paola, assai accurata e che riporteremo dopo. Appare tranciante, infine, la dichiarazione da parte del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini (Figura 12a)

Figura 12a – Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini.

La rivelazione di Bitetti appare quindi non corrispondente a piena verità, sebbene sia accertato da altre fonti la sua effettiva presenza sul posto in quei giorni e la sua collaborazione con la Brigata Garibaldi e al momento della perquisizione. Tuttavia la dichiarazione da parte dei comandanti Pedro e Bill sull’effettivo ruolo di Giuseppe Negri è nota e verificabile da tempo, essendo stata pubblicata sul Diario di un nipote di Giuseppe Negri stesso, e nel volume dell’Anpi e ISSREC di Sondrio a pag.214 dal titolo “Valtellina e Valchiavenna dal fascismo alla democrazia” [vedi: Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)].

Si confronti anche l’articolo che riproduce la dichiarazione in figura sopra, frutto del lavoro di ricostruzione di Pierfranco Mastalli.

Figura 12b – Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per “La Provincia”, 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli.

Tornando al momento nel quale Negri scopre l’ex duce nascosto, viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”. Bill riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi, lo disarma del mitra e di una pistola, ed arrestatolo e presolo in consegna, lo porta nella sede comunale, dove gli vengono sequestrate due borse di cui era in possesso (v. Appendice, “Carteggio Churchill-Mussolini”). Tutti gli altri componenti italiani al seguito, oltre cinquanta, vengono scoperti ed arrestati. Si tratta di quasi tutti i maggiori gerarchi e ministri della RSI; mancano Buffarini Guidi e Tarchi (già arrestati il giorno precedente), Rodolfo Graziani (ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino), che non aveva seguito Mussolini durante la sua fuga da Milano, il ministro della Giustizia Pisenti (anch’egli rimasto a Milano e salvato grazie all’intervento di Corrado Bonfantini), Colombo (arrestato e giustiziato altrove il 28) e pochi altri. A Dongo, oltre ai gerarchi arrestati, vi sono anche componenti delle famiglie, che non subiscono rappresaglie (eccezion fatta per Marcello Petacci, vedi in seguito).

Un Rapporto dettagliato dell’ispezione è reso dal Maresciallo Capo Francesco Di Paola, comandante della brigata della Guardia di Finanza di Dongo. Nelle giornate dell’insurrezione, Di Paola prestava servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico, in collaborazione con la 52a brigata partigiana, e “Bill” lo incaricò di dirigere la ricognizione, effettuata dai partigiani. Riportiamo – letterale – uno stralcio della Relazione:

“Io iniziai la visita per mio conto senza mai stancarmi di raccomandare ai patrioti che mi erano vicino di eseguire le visite minuziosamente, guardando bene tra le valigie e cassette di cui erano cariche le macchine. Nonostante però le raccomandazioni ognuno agiva per proprio conto e non si vide altro che una grande confusione, specialmente quando furono trovati i primi italiani vestiti da tedeschi (come il ministro Romano, Coppola ecc.). Tutti gli armati e borghesi scendevano e salivano sui camion ma senza risultati positivi, appunto perché le visite venivano fatte superficialmente. Visto tale confusione iniziai per mio conto un servizio di osservazione per studiare le mosse dei tedeschi che occupavano gli autocarri. Giunto presso un autocarro già visitato parecchie volte, notai che l’atteggiamento dei militari tedeschi che vi erano a bordo era sospetto fino al punto di farmi pensare con certezza che su quel automezzo si trovava qualche gerarca nascosto. Allora subito ordinai al partigiano Negri Giuseppe da Dongo di salire su quel autocarro ed eseguire una minuziosa perquisizione indicandogli anche di guardare bene sotto i materiali che si trovavano dietro il posto di guida perché vi era qualche cosa che assomigliava alla figura di un uomo. Il Negri obbedì e salito sul camion iniziava la perquisizione mentre io sorvegliavo sempre le mosse dei soldati tedeschi. Quando il Negri si avvicinò al punto dove io precedentemente gli avevo indicato ed alzate le coperte, mi accorsi che i militari suddetti dichiararono qualche cosa al Negri, ma non mi fu possibile capire le vere parole che poi seppi che gli avevano dichiarato che ivi era un loro camerata ubriaco. Il Negri non si convinse delle dichiarazioni dei militari tedeschi e alzata la coperta vide Mussolini. Fingeva di nulla e continuava la perquisizione fino a guardare bene tutto il camion. Terminata la perquisizione scese ed io subito gli chiesi il risultato della visita da me ordinata, ma il Negri era talmente confuso fino al punto di rispondermi balbettando qualche parola e precisamente “c’è su il bello”. Intanto io ancora insistentemente gli chiedevo che cosa aveva visto, insieme ci portammo verso la piazza. In quel momento appariva Bill – Lazzaro Urbano – ex Guardia di Finanza, al quale il Negri si fece incontro gridando “Bill su quel camion c’è Mussolini”. Io, Bill e alcuni uomini ci precipitammo verso il camion. Bill salì sull’automezzo e scorto Mussolini lo invitò a scendere. Mussolini lo seguì e si portò verso la parte posteriore del camion per scendere. I soldati tedeschi rimasero fermi al loro posto, mentre Mussolini li guardava e quasi con lo sguardo li invitava a reagire, come poi si è saputo che Mussolini era convinto che alla sua scoperta i militari tedeschi dovevano fare uso delle armi.”

Fig. 13. Urbano Lazzaro “Bill”, il partigiano che arrestò Mussolini. Qui fotografato nel novembre del 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, mentre ricostruisce l’esecuzione di Mussolini, alla quale tuttavia egli non partecipò. Secondo Pierfranco Mastalli [55], questa foto fa parte di una serie di foto scattate dal fotografo Federico Patellani ai primi di novembre del 1945 (data desunta da una foto della serie che riprende una fiera di merci e bestiame detta dei Morti a Sorico, colta nel passaggio per fotografare il Ponte del Passo dove fu bloccata per una notte la colonna tedesca della Flak ancora armata), per un servizio sul giornale “Corriere Lombardo” con la presenza in Alto Lario di Bill e Pedro, che in quel periodo soggiornavano a Como [56].

Alcuni fascisti cercano di fuggire durante le convulse ore del 27 aprile: sperano di nascondersi presso la popolazione locale; a questo scopo tentano di corrompere la popolazione offrendo denaro e gioielli: nessuno accetta di nasconderli.

Pavolini e gli occupanti dell’autoblindo sono gli unici a cercare di resistere: una manovra improvvisa dell’autoblindo, come se cercasse di sganciarsi dal convoglio e fuggire, scatena un breve scontro a fuoco con i partigiani: gli occupanti vengono catturati. Pavolini tenta di fuggire nascondendosi nelle rive del lago, fra la vegetazione, ma viene ripreso e nel tentativo di fuga rimane ferito.

La notizia dell’arresto di Mussolini si sparge rapidamente: inizia una partita a tempo fra coloro che vogliono sia eseguita la sentenza capitale del CLNAI e coloro che invece vogliono consegnare l’ex duce agli alleati, in pratica salvandolo dall’esecuzione.

Figura 13a – Prima pagina del “Popolo Nuovo” del 28 aprile 1945. Sotto la notizia della Liberazione di Torino, si legge dell’arresto di Mussolini, con i suoi complici, durante la fuga. Era successo soltanto nel pomeriggio del giorno precedente.

Il comandante Bellini delle Stelle, dopo l’interrogatorio di Mussolini nel Municipio di Dongo, intorno alle 18.30 del 27 aprile, valuta come poco sicuro il luogo di detenzione di Mussolini: lo trasferisce nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. A fine giornata verrà ivi fatta sottoscrivere da Mussolini una breve dichiarazione autografa, l’ultimo scritto dell’ex duce, su richiesta del finanziere Buffelli [55], dove si attestava l’avvenuto arresto e il trattamento corretto ricevuto dall’ex duce. Altri gerarchi saranno trasferiti a Germasino e trattenuti fino al primo pomeriggio del 28 aprile, per essere poi riportati a Dongo.

Il luogo appare sufficientemente isolato e sicuro, tuttavia “Pedro”, probabilmente contattato nel frattempo dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, decide di trasferire nuovamente l’ex duce: Sardagna, su richiesta del Comandante del CVL generale Raffaele Cadorna, gli ha chiesto di trasferire Mussolini in un “luogo sicuro”, ma per poterlo consegnare poi agli alleati. In tarda serata e prima nottata, quindi, Mussolini viene spostato in auto in altri luoghi nei dintorni, in particolare al molo di Moltrasio, dove doveva venire traghettato e posto in salvo. Alla fine, sfumato come vedremo il piano, egli giungerà a pernottare, ricongiunto alla Petacci e sorvegliato da due soli giovani partigiani (Guglielmo Cantoni “Sandrino Menefrego” e Giuseppe Frangi “Lino”), in una casa isolata a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del “capitano Neri” e di cui il capo partigiano si fida assolutamente. Il Comandante “Pedro” ritorna a Dongo, mentre “Neri” e gli altri partigiani, fra cui Michele Moretti (“Pietro”, il cui ruolo sarà essenziale l’indomani) vanno a Como.

E’ l’ultima notte di Mussolini, mentre a Milano si decide del suo destino.

Fig. 14. L’ultimo scritto di Mussolini, redatto a Germasino, sopra Dongo, il 27 aprile 1945. “La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile nella Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto”.

Ricevuta comunicazione dell’arresto dell’ex duce, in serata, il Comitato insurrezionale del CLNAI di Milano, formato da Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni e Luigi Longo, si riunisce d’urgenza e decide di agire subito, inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini, secondo quanto decretato dal CLNAI il 25 aprile. La rapida decisione fu presa anche in modo da aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CVL e le pressioni degli Alleati, che volevano Mussolini vivo. Si ricordi che il giorno dopo le truppe alleate iniziarono ad occupare la zona di Como, e che quindi il controllo militare da parte dei partigiani era destinato a svanire nel giro di breve tempo.

Importante da segnalare l’atteggiamento fermo, e privo di ambiguità compromissorie, di Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista (allora PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), in totale accordo con gli altri membri Comunisti (Longo, Sereni) ed Azionisti (Valiani).

Fig. 15. Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945.

Con il diffondersi della notizia dell’arresto di Mussolini, intanto, era giunto al comando del CLNAI un telegramma degli Alleati con la richiesta di consegnare loro “tutti i membri di governo della RSI“, ex duce incluso, citando la corrispondente clausola numero 29 dell’armistizio di Cassibile, siglato da Eisenhower e Badoglio nel settembre 1943. Appare evidente la pretestuosità del citare quell’accordo, siglato da un’autorità italiana (il Governo del Regno del Sud con a capo Badoglio) che era aliena alla Resistenza; l’accordo era stato sottoscritto in tempi relativamente recenti (soltanto 20 mesi prima), ma lontanissimi, visto quanto era successo in Italia nel frattempo.

Erano invece da applicarsi a tutti gli effetti i Decreti del CLNAI del 25 aprile 1945, come già citati, e dei quali ribadiamo l'articolo 5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.

Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza, contro l’attuazione della quale agivano gli alleati e il generale Raffaele Cadorna. Occorreva far presto, se si voleva far Giustizia.

Nella notte fra il 27 e il 28 aprile, alle 3 del mattino, il servizio radio del CLNAI trasmette agli alleati un fonogramma in risposta alla loro richiesta di consegna di Mussolini, giunta al CLNAI qualche ora prima: “Spiacenti non poter soddisfare vostra richiesta consegna Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti“. Il messaggio anticipava di un giorno quanto poi sarebbe successo e aveva lo scopo di depistare gli alleati. Se ne evince anche che l’idea di portare i fascisti, vivi o cadaveri, a Piazzale Loreto, a Milano (dove appunto nel 1944 vi fu la fucilazione da parte dei nazifascisti di 15 partigiani) era già stata decisa dal Comitato Insurrezionale del CLNAI nella riunione del 27 sera.

Fig. 16. Prima pagina del “Corriere del Mattino” di Firenze del 28 aprile 1945. L’autorità del CLNAI fu riconosciuta anche dal Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia.

Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi “Guido”, ex combattente della guerra di Spagna e ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi, uomo di fiducia di Luigi Longo, vengono incaricati dal CLNAI, nella sera del 27 a Milano, di andare a prendere l’ex duce e i suoi complici e di riportarli a Milano, vivi o morti, in modo da eseguire la sentenza di condanna a morte.

Fig. 17. Walter Audisio, “colonnello Valerio” durante un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1947 (Istituto Luce)

Il generale Raffaele Cadorna, posto a comando del CVL come figura istituzionale di compromesso fra Alleati, Badoglio e il CLN, ma non un vero partigiano, ha una condotta – in quel frangente – duplice. Da un lato, sotto pressione di Longo, Pertini, Valiani e Sereni, rilascia i salvacondotti necessari ad Audisio e Lampredi per superare i molti posti di blocco fra Milano e Como, e per ottenere collaborazione e eventualmente imporre obbedienza ai partigiani locali, e in particolare la 52a Brigata Garibaldi che aveva catturato e deteneva Mussolini. Salvacondotti che si riveleranno, l’indomani, essenziali per la riuscita della missione di Audisio e Lampredi.

Dall’altro lato, Cadorna contatta il tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, chiedendogli di sottrarre Mussolini ai partigiani, trasferirlo in “luogo sicuro” al fine di consegnarlo agli alleati.

Sardagna contatta telefonicamente il comandante “Pedro” e lo convince a tentare di porre in salvo Mussolini consegnandolo agli alleati.

Durante il peregrinare dei trasferimenti notturni dell’ex duce, la notte fra il 27 e il 28, per arrivare infine a casa De Maria, “Pedro” agisce per far riuscire il piano di Cadorna: il comandante del CVL aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell’industriale Remo Cademartori a Blevio, sull’altra sponda del Lago di Como. Era questo un luogo sicuro e fortificato, dove l’ex duce sarebbe facilmente stato prelevato dagli alleati. “Pedro”, conducendo il piccolo gruppo di partigiani che sta trasferendo l’ex duce (fra cui Luigi Canali “Capitano Neri”, Michele Moretti “Pietro” e Giuseppina Tuissi “Gianna”), riesce a portare Mussolini e la Petacci sul molo di Moltrasio, ma non viene rinvenuta nessuna imbarcazione e il progetto sfuma.

Intanto, in lontananza, si odono echi di sparatorie: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in Como. Nella notte, una decina di Jeep con soldati alleati perlustreranno la zona di Como per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.

Fra i partigiani che trasportano Mussolini, nell’allarme e incertezza conseguenti, il capo di stato maggiore della 52a Brigata, Luigi Canali “Capitano Neri” alla fine convince “Pedro” e gli altri a portare Mussolini e Petacci in un rifugio sicuro e segreto: si lascia Moltrasio e Mussolini è nascosto in casa dei fidati De Maria, a Bonzanigo. Solo “Sandrino” e “Lino” restano a custodire i due, e per oltre 12 ore Mussolini sarà nelle loro esclusive mani: non tradiranno la consegna, lo custodiranno senza maltrattamenti, ma senza neppure accettare le sue profferte per essere lasciato andare.

Ai partigiani – che hanno lottato per 20 lunghi mesi contro i nazifascisti – viene, ovunque in Italia, lasciato poco tempo per la caccia ai fascisti e la resa dei conti. In questo caso, poi, vista la massima posta in gioco (Mussolini e i gerarchi) già dal 27 aprile, con ancora gli alleati per strada, si medita di sottrarre loro il controllo, eventualmente anche con l’uso della forza. Si sono ritrasformati – in quelle ore – già da cacciatori nuovamente in cacciati. Da carcerieri possono diventare prigionieri, se non consegnano Mussolini dopo averlo catturato: gli Alleati ed elementi “moderati” della Resistenza si battono per salvare la vita del dittatore, responsabile della rovina d’Italia, dopo averla privata della democrazia, e dell’uccisione di migliaia e migliaia di italiani durante la dittatura e in tempo di guerra. Era il 27 aprile 1945, due giorni dopo la data convenzionale della Liberazione, (25 aprile) già c’erano i prodromi del tradimento.

Fig. 18. Bonzanigo di Mezzegra (CO) – Vista dell’epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945.
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