Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/07/2022

La cecchina dell'Armata Rossa, autobiografia di una soldatessa

di Domenico Moro

La cecchina dell’Armata Rossa (Odoya, 2021, euro 22) è un libro interessante e da leggere, non solo perché ci descrive alcuni episodi della Seconda guerra mondiale poco conosciuti in Italia, come le vicende dell’assedio di Odessa e Sebastopoli. Il libro ci restituisce anche uno spaccato della vita sociale, non solo militare, dell’Urss degli anni ’40 del XX secolo, immediatamente prima dello scoppio della guerra e durante i primi due anni di combattimento.

Il libro si ricollega a un sotto-settore del genere dei libri di guerra, quello delle autobiografie dei cecchini, cioè dei tiratori scelti o sniper, parola inglese che negli ultimi anni è sempre più utilizzata per definire questa specialità militare. Il cecchino si presta ad essere il protagonista di libri o film d’azione perché, nell’epoca del dominio delle macchine e degli eserciti di massa, rappresenta il combattente individuale che, utilizzando un fucile di precisione e combattendo spesso in modo solitario, infligge perdite pesanti al nemico. Non a caso, negli anni recenti sono usciti diversi film sui questi soldati, spesso ispirati ad autobiografie di cecchini del passato e del presente. Tra questi ci sono American sniper (2014) di Clint Eastwood, sul cecchino statunitense Chris Kile, operativo durante la seconda invasione dell’Iraq, e il Nemico alle porte (2001) di Jean Jacques Annaud, sul cecchino sovietico Vasilij Zajcev, che combatté a Stalingrado.

Anche sulla protagonista di La cecchina dell’Armata Rossa, Ljudmila Pavličenko, è stato girato un film, Resistance. La battaglia di Sebastopoli (2015). Si tratta di una produzione russo-ucraina, fatto notevole, a fronte del solco che, a partire dal 2014, si è scavato tra le due nazioni sorelle e che ha condotto alla guerra attualmente in corso. In effetti, la protagonista, ucraina per nascita, è una fervente patriota sovietica, testimoniando l’intimo legame che c’era (e c’è) tra i due Paesi, Ucraina e Russia, cementato da secoli di storia e dal fatto che ucraini e russi hanno versato il loro sangue insieme durante la Grande guerra patriottica, come i russi chiamano la Seconda guerra mondiale.

Oltre al fatto di essere l’autobiografia di una ucraina patriota e comunista sovietica, questo libro è di notevole interesse perché riguarda una donna, che abbraccia un “mestiere”, quello delle armi, che è tradizionalmente appannaggio degli uomini. Friedrich Engels, riprendendo Fourier, diceva nell’Anti-Dühring che “in una data società, il grado di emancipazione della donna è la misura dell’emancipazione generale”[i]. Nel Paese del socialismo realizzato la donna tendeva a rivestire anche ruoli tradizionalmente maschili. In effetti, la guerra “totale” del XX secolo ha generato un impulso verso una maggiore partecipazione della donna alla vita moderna. Sia nella Prima guerra mondiale sia nella Seconda guerra mondiale le donne, in molti Paesi, entrano nella vita produttiva, sostituendo nelle fabbriche gli uomini partiti per la guerra. Inoltre, durante la Seconda guerra mondiale le donne entrano anche nelle Forze Armate di alcuni Paesi. Tuttavia, la partecipazione femminile è limitata a compiti ausiliari e non di combattimento. È solamente in Unione Sovietica che le donne fanno ingresso nelle Forze Armate direttamente in prima linea, partecipando ai combattimenti. Ljudmila Pavličenko si arruola come volontaria in una unità di fucilieri. Ljudmila non solo combatte (e viene ferita più volte), ma, cosa ancora più rimarchevole, è anche a capo di una unità di combattimento composta di soldati maschi e, dopo il servizio al fronte, diventa istruttore per tiratori scelti. Come cecchino totalizza 309 uccisioni, in appena un anno di guerra, il che rappresenta un record che è superiore a quello della maggior parte dei suoi colleghi cecchini maschi.

Ljudmila non è un caso isolato. Lei stessa nella sua autobiografia racconta di un’altra eroina della sua grande unità, la mitragliera Nina Onilova, insignita dell’Ordine della Bandiera Rossa. In totale, le cecchine dell’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale furono 2000. Tra le molte donne combattenti, famose furono anche le componenti femminili dell’antiaerea e le streghe della notte, una unità speciale di aviatrici che bombardavano i tedeschi di notte. Tutte queste unità pagarono un alto prezzo in termini di donne cadute in combattimento. Naturalmente non si deve pensare che in Unione Sovietica non ci fossero resistenze all’impiego di donne in combattimento. La stessa Ljudmila nell’autobiografia racconta di aver incontrato uomini che mostravano pregiudizi e scetticismo sulla presenza femminile in prima linea. C’è persino un episodio, raccontato in modo sottilmente ironico, in cui tre nuovi acquisti dell’unità di Ljudmila pensano a uno scherzo quando lei gli dice di essere il comandante. Ma quel che è più importante è l’atteggiamento dei vertici dell’Armata Rossa che accolsero senza remore le volontarie donne in ruoli di combattimento. Le donne nella Russia sovietica non furono soltanto madri, mogli o operaie delle fabbriche belliche, come negli altri Paesi in conflitto, ma anche guerriere. L’abilità nel combattimento e la determinazione nella lotta dimostrate da molte di queste donne sono state non inferiori a quelle degli uomini. Ljudmila, di ritorno dal viaggio diplomatico che la portò negli Usa e in Gran Bretagna, chiese insistentemente di ritornare in prima linea, contro il parere dei vertici dell’Armata Rossa, che la vorranno invece nelle scuole di addestramento per cecchini.

Per la verità, la partecipazione delle donne al combattimento in Urss rientra in una lunga tradizione del movimento operaio e rivoluzionario socialista, che affonda le sue radici nel battaglione femminile della Comune di Parigi del 1871 e prosegue con la partecipazione femminile, dalla parte dei repubblicani, alla Guerra civile spagnola e alla Resistenza, in Italia all’interno dei Gruppi d’azione partigiana (Gap), nei quali le donne partecipavano a scontri a fuoco e attentati contro i nazifascisti. Tuttavia, prima dell’Urss, negli eserciti regolari non c’era stata presenza di donne in combattimento. L’Urss ha rappresentato un unicum fino a tempi recentissimi, quando le donne sono state integrate in alcune Forze Armate anche in reparti di combattimento.

Ritornando a La cecchina dell’Armata Rossa, bisogna dire che non è solo un diario di guerra, che racconta le vicende belliche del fronte ucraino, durante gli assedi di Odessa e Sebastopoli, ma anche un documento sulla vita sovietica. Appare evidente come, all’epoca, lo studio venisse alternato a periodi di lavoro. Ljudmila interrompe gli studi per lavorare in una fabbrica, l’Arsenal, come operaia addetta al tornio. Ma gli studi e la formazione continuano anche in fabbrica e Ljudmila, dopo aver frequentato un corso di specializzazione, diventa progettista capo all’officina meccanica. Inoltre, in fabbrica la direzione aveva organizzato molte attività per occupare il tempo libero degli operai: un gruppo teatrale operaio, uno studio d’arte, che insegnava disegno e un circolo di volo e di tiro a segno. Fu proprio nel circolo di tiro a segno che Ljudmila, che fa anche parte dell’organizzazione giovanile del partito comunista, il Komsomol, comincia a interessarsi di armi e di tiro di precisione. Grazie alla fabbrica Ljudmila può frequentare i corsi serali della facoltà operaia dell’università statale di Kiev e, superati gli esami, diventare studentessa a tempo pieno presso la facoltà di Storia dell’Università di Kiev. Ma nel periodo di studio universitario Ljudmila trova l’occasione di frequentare anche un corso biennale alla scuola per tiratori scelti, organizzata dall’Osoaviachim, che era una organizzazione paramilitare di massa, il cui scopo era avvicinare i cittadini sovietici al volo e ad altre discipline che potevano essere utili dal punto di vista militare. In questo modo, Ljudmila impara le tattiche e le tecniche da cecchino, che, una volta scoppiata la guerra, le saranno utili contro i nazisti, permettendole di raggiungere quota 309 uccisioni.

La cecchina dell’Armata Rossa si divide in tre parti: la prima parla del periodo prima della guerra, la seconda delle operazioni belliche vere e proprie, e la terza del viaggio diplomatico che Ljudmila compie negli Usa e nel Regno Unito. Quest’ultima parte ricopre un interesse particolare, perché in essa Ljudmila descrive personaggi storici di primaria importanza con i quali entra in contatto: il capo sovietico, Stalin, il presidente degli Usa, Franklin Delano Roosvelt, la moglie di quest’ultimo, Eleanor Roosvelt, il premier britannico, Churchill, e sua moglie Clementine, il capo e fondatore della Ford, Henry Ford e, infine, l’attore Charlie Chaplin. Il viaggio fu organizzato nel 1942, quando non era ancora avvenuto lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944) e l’Urss sopportava da sola la pressione dell’enorme forza della macchina bellica nazifascista. Lo scopo dell’invio di una delegazione sovietica, composta da tre giovani combattenti sovietici, all’assemblea studentesca internazionale era teso a sollecitare l’apertura di un secondo fronte contro i nazifascisti e a perorare la causa dell’Unione Sovietica presso le opinioni pubbliche di Usa e Regno Unito. In questo viaggio Ljudmila diventa la beniamina soprattutto del pubblico statunitense. Colpisce che il sistema di comunicazione di massa si impadronisca di questa donna comunista e combattente, facendone un personaggio popolare di notevole richiamo. Siamo molto lontani dal maccartismo e dalla fobia anticomunista, che imperverseranno negli Usa nel dopoguerra. Ora, siamo nel 1942, i comunisti sovietici sono alleati preziosi e non ancora “l’impero del male” da distruggere.

Ljudmila, durante gran parte del viaggio propagandistico nelle città statunitensi, è accompagnata da Eleanor Roosvelt. La first lady statunitense è un personaggio centrale nel libro. Le due donne finiranno per intrecciare una amicizia che durerà negli anni, ben oltre il viaggio del 1942. Secondo le parole di Ljudmila, Eleanor è “aristocratica, milionaria, membro della classe sfruttatrice”[ii]. Eppure la Roosvelt rimane colpita da questa ragazza in uniforme e a poco a poco nasce una profonda empatia tra le due. Anche Ljudmila è colpita dalla statunitense, che rappresenta un modello di donna tutt’altro che all’ombra del marito presidente. Eleanor, infatti, svolge un ruolo politico importante e del tutto inusuale per una first lady, rappresentando “gli occhi, le orecchie e le gambe”[iii] del presidente, limitato a muoversi dalla grave forma di poliomielite che lo costringeva sulla sedia a rotelle, arrivando a condurre la campagna elettorale per la presidenza al posto del marito e influenzandone le decisioni.

Ljudmila incontra anche il presidente statunitense che va dritto al punto che sta a cuore ai sovietici: l’apertura di un secondo fronte in Europa: “Dite al governo sovietico e all’onorevole Stalin che ora per me è difficile dare un’assistenza più concreta al vostro Paese. Noi americani non siamo ancora pronti per un intervento decisivo. Sono i nostri alleati britannici a bloccarci. Ma il cuore e lo spirito del popolo americano sono con i nostri alleati russi.” Colpisce, a parte il fatto che Roosvelt parli così schiettamente di un aspetto decisivo di politica internazionale con una semplice sottotenente, anche che gli Usa si sentano più vicini dei britannici alla Russia sovietica e all’”onorevole” Stalin, evidentemente non ancora il mostro sanguinario della propaganda occidentale post-bellica.

Di particolare interesse sono i brevi cenni alla visita di Ljudmila presso la Ford. Qui, dopo l’incontro con Henry Ford, che le consegna un distintivo d’oro della sua azienda, Ljudmila tiene un discorso davanti a trecento operai, che “avevano un’aria cupa, senza sorriso e sembravano angustiati dalla tuta blu che avevano indosso”. A differenza di quanto normalmente faceva il pubblico delle conferenze che Ljudmila teneva negli Usa, da parte degli operai Ford “non ci furono i soliti applausi, domande, auguri. Quando me ne andai, si alzarono in silenzio dai loro posti”. Ljudmila commenta l’incontro definendo Henry Ford “un nemico dei lavoratori”. Allorché Eleanor prova a difendere il magnate, Ljudmila risponde: “Ma come tratta i suoi operai? Peggio del bestiame braccato da cani da guardia. Perché sono stati zitti?”. Interessante è la risposta di Eleanor: “Sono l’aristocrazia operaia. Ford paga bene. Hanno molto da perdere. Sì li tiene d’occhio: vanno in chiesa, non bevono whisky o giocano d’azzardo, provvedono alla famiglia, non si iscrivono ai sindacati, non scioperano... Avevano paura di parlare con te. Vieni dalla Russia comunista.”[iv] In questo modo, ci viene fornito un quadro, più efficace di tante analisi sociologiche, del fordismo, fondato su uno scambio tra alti salari e acquiescenza al dispotismo capitalistico di fabbrica, e del fenomeno dell’”aristocrazia operaia”, già individuato e analizzato da Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo.

Di tutt’altro tenore è l’incontro con diverse famose stelle di Hollywood e soprattutto con Charlie Chaplin – “grande amico dell’Unione Sovietica”, come lo definisce Ljudmila – che “svolse un ruolo importante nel Russian War Relief[v], contribuì a raccogliere somme significative per la nostra popolazione e a rifornire L’Armata Rossa di attrezzature e armamenti.”[vi]

Dopo una permanenza di alcuni mesi negli Usa, la delegazione sovietica parte per la Gran Bretagna, dove visita istallazioni militari, la cattedrale di Canterbury, recentemente bombardata dai nazisti, e partecipa a conferenze stampa, ma, soprattutto, ha un incontro con il primo ministro Winston Churchill e la moglie Clementine, che si svolge in un’atmosfera cordiale ma più superficiale in confronto a quanto avvenuto con la coppia dei Roosvelt.

L’incontro più interessante di Ljudmila è senz’altro quello con Stalin. Per la verità gli incontri furono due, il primo, insieme agli altri due componenti della delegazione, e, il secondo da sola. Nel primo incontro Ljudmila vede per la prima volta il leader sovietico del quale la colpisce lo sguardo: “Ad attirare la mia attenzione furono gli occhi scuri, simili a quelli di una tigre. Si percepiva che aveva una immensa forza interiore.”[vii] Mentre gli altri presenti sono intimiditi, Ljudmila, alla domanda del leader sovietico se avessero qualche richiesta, risponde che avrebbe bisogno di un manuale e di un dizionario di inglese per poter conoscere meglio gli alleati, al che Stalin risponde: “Ben detto compagna Pavličenko. Avrai quei libri. Da me personalmente.”[viii] Ma è il secondo incontro che lascia maggiormente colpiti, rivelando un capo del Cremlino diverso da come certa vulgata storica ce lo racconta. Stalin sa che Ljudmila è stata ospite dei Roosvelt per una settimana e, dal momento che avrebbe dovuto incontrare presto il presidente statunitense, vuole sapere che persone siano. Siccome Ljudmila è nervosa, Stalin le chiede il perché del suo nervosismo e la mette a suo agio chiedendole di raccontargli la sua esperienza da cecchino. A questo punto Ljudmila fa richiesta a Stalin di poter ritornare al fronte, visto che questo le era stato impedito, sostenendo che, avendo più esperienza, avrebbe avuto maggiori possibilità di sopravvivere. La risposta di Stalin è rivelatrice di uno stile maieutico e tutt’altro che autoritario. Il capo del Cremlino, prima chiede a Ljudmila perché, dati i traumi e le ferite riportate, voglia ritornare in prima linea, poi, “prese una matita, tirò a sé un grande blocco e cominciò a spiegare come un maestro di scuola. "Se torni in prima linea, ucciderai un centinaio di fascisti. Ma potrebbero anche ammazzarti. Se invece addestri cento cecchini, trasmetti loro le tue inestimabili conoscenze e ognuno spara a dieci nazisti, quanti ne faranno fuori? Un migliaio. Eccoti la risposta. Servi più qui compagno tenente.”[ix]

L’autobiografia di Ljudmila Pavličenko ci restituisce il racconto di una guerra brutale, di una violenza senza precedenti, in cui per i cecchini sovietici catturati dai nazifascisti c’era la tortura e la morte e per le donne lo stupro. A sostenere la cecchina c’era la consapevolezza di combattere una guerra per l’umanità e contro la barbarie nazifascista, che sterminava i civili come i soldati. Una guerra “totale”, che portava anche le donne a prendere le armi, come volontarie, per difendere la propria patria e le proprie idee socialiste.

Alla fine della guerra Ljudmila riprese gli studi e diventò una storica, lavorando successivamente come ricercatrice presso lo stato maggiore della marina sovietica. La guerra, però, aveva segnato in profondità Ljudmila Pavličenko sia nel fisico sia nella psiche. Ferite e psicosi traumatiche si fecero sentire sempre più fortemente nel corso degli anni, fino a che nel 1953 fu costretta a ritirarsi col grado di maggiore della guardia costiera navale. Tuttavia, fino alla sua morte, che avvenne nel 1974 a soli 58 anni, Ljudmila Pavličenko si dedicò, con i veterani di guerra, a un lavoro sistematico presso le giovani generazioni per ricordare il conflitto e le tradizioni militari dell’esercito sovietico.

Note

[i] F. Engels, Anti-Düring, Editori Riuniti, Roma 1985, p.249.

[ii] Ljudmila Pavličenko, La cecchina dell’Armata Rossa, Odoya, Città di castello 2021, p.238.

[iii] Ibidem.

[iv] Ibidem, pp. 255-256.

[v] Si tratta della maggiore agenzia statunitense per l’assistenza ai paesi in guerra.

[vi] Ibidem, p. 263.

[vii] Ibidem, p. 225.

[viii] Ibidem.

[ix] Ibidem, p.293.

Fonte

30/04/2017

I giorni della Liberazione. 30 Aprile /6


Al civico obitorio dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano in via Ponzio, alle 7 del 30 aprile, il professor Caio Mario Cattabeni, sotto la sorveglianza del partigiano prof. Pietro Bucalossi (generale medico “Guido”) effettuò l’autopsia sul solo corpo di Mussolini, mentre non venne toccata la Petacci.

L’autopsia riscontrò sul cadavere sette fori di proiettile in entrata e sette fori in uscita sicuramente prodotti in vita e sei fori successivi alla morte. Individuò come causa mortis la recisione dell’aorta da parte di un proiettile. L’autopsia, scrisse poi Cattabeni, fu eseguita, “in condizioni di tempo e di luogo del tutto eccezionali, entro una sala anatomica dove facevano irruzione ogni tanto, per l’assenza di un servizio armato d’ordine pubblico, giornalisti, partigiani e popolo“.

Alcuni estratti del Referto autoptico:
“La salma è preparata sul tavolo anatomico priva di indumenti. Pesa kg. 72. La statura non può misurarsi che per approssimazione in m.l. 1,66, data la cospicua trasformazione traumatica del capo (l’ex duce risultava alto m. 1,69, ndr). L’enecefalo, asportato nelle parti residue, è stato fissato in liquido formolico per successivo esame anatomico ed istopatologico. Un frammento di corteccia è stato concesso su richiesta dell’Ufficio di Sanità del Comando della V Armata (Calvin S.Drayer) al Dr. Winfred H Overholser dell’Ospedale Psichiatrico di S. Elisabetta a Washington.”
Prima e dopo l’autopsia furono scattate numerose fotografie. Esse non sono qui riportate, tranne una, in quanto non necessarie a questa cronaca. I corpi vennero poi deposti entro casse di legno, usate come bare: anche su questo vi è ampia documentazione fotografica in rete.

Il 9 giugno il colonnello Charles Poletti, Governatore Militare della Lombardia per l’Amministrazione Militare Alleata, richiese due copie autenticate del referto dell’autopsia da consegnare al console americano a Lugano, incaricato di redigere un rapporto ufficiale sugli ultimi giorni di vita di Mussolini.

I rilievi autoptici più affidabili, fatti in riesame completo a posteriori, partendo dall’autopsia del prof. Cattabeni e basati anche sulla rigidità del corpo dell’ex duce in Piazzale Loreto [36], indicano un orario del decesso non anteriore alle 16.00-16.30 del giorno precedente, e non al mattino, confermando la versione dei fatti di Walter Audisio e le altre simili.

Quando, dopo molte traversie, la salma venne tumulata a Predappio nel 1957, anche il cervello, che era stato prelevato durante l’autopsia e conservato in formalina nell’Istituto di medicina legale di Milano viene restituito e tumulato con gli altri resti.

 Fig. 38. Documenti riguardanti l’autopsia di Mussolini, in particolare la richiesta da parte degli USA di un campione del cervello.

 Fig. 39. Istituto di Medicina Legale, Milano. Ci si accinge all’autopsia di Mussolini, 30 aprile 1945.


Appendice (Carteggio Churchill-Mussolini)

Il “carteggio Churchill-Mussolini” era costituito da lettere e documenti, in originale o “brutte copie”, scambiate nel 1940 fra i due, che Mussolini aveva portato con sé fuggendo da Milano il 25 aprile e che custodiva personalmente al momento della cattura il 27: due borse di cuoio, con i 350 documenti più riservati, fra cui il carteggio.

Nell’immediato dopoguerra, Churchill in persona e i servizi segreti britannici riuscirono con successo a recuperare gli originali e gran parte delle copie del carteggio. Pertanto, tale documentazione è tuttora inaccessibile.

La sera del 27 le borse furono depositate presso la filiale della CARIPLO di Domaso dal partigiano Urbano Lazzaro “Bill”. Successivamente furono affidate al parroco di Gera Lario, don Franco Gusmeroli, che li nascose nella cripta della chiesa. Infine, pervennero al comando del CVL di Como. Il 4 maggio 1945 tutto il materiale, a cui erano stati uniti altri documenti di Mussolini provenienti da una terza borsa sequestrata a Marcello Petacci e consegnati da Aldo Lampredi al comando comasco, furono esaminati da una commissione formata, tra l’altro, dal segretario della Federazione comunista locale, Dante Gorreri e dal nuovo prefetto di Como, Virginio Bertinelli. Il carteggio constava di 62 lettere, di cui 31 a firma Churchill e 31 a firma Mussolini. Dopo la visione degli stessi, fu commissionata la fotoriproduzione di tutti i documenti alla Fototecnica Ballarate di Como, che ne effettuò due copie: l’originale rimase in possesso di Dante Gorreri.

Altre copie dell’originale pare siano state fatte da Mussolini nei mesi precedenti la disfatta e consegnate a diverse persone. Non seguiamo le vicende di queste copie: è una cosa oziosa, visto che neppure una è mai stata rinvenuta.

Il 2 settembre 1945, Churchill si recò sul lago di Como, a trascorrere una breve vacanza a Moltrasio, sotto il falso nome di colonnello Waltham. L’ex premier britannico si recò nella sede del comando della 52ª Brigata Garibaldi e poi incontrò il direttore della filiale CARIPLO di Domaso, che aveva custodito le borse contenenti il carteggio; infine, fece contattare Dante Gorreri dal capitano dei servizi segreti britannici Malcolm Smith. Il 15 settembre, Gorreri consegnò gli originali delle 62 lettere del carteggio Churchill-Mussolini al capitano Smith, in cambio della somma di due milioni e mezzo di lire in contanti. Una delle due copie del carteggio era già stata recuperata da Smith il 22 maggio.

L’altra copia, riposta nella cassaforte della federazione comunista di Como, fu trafugata nel 1946 da Luigi Carissimi Priori e consegnata ad Alcide De Gasperi, che avrebbe – anche se non appare plausibile – trasferito l’intero carteggio in una cassetta di sicurezza in Svizzera.

Luigi Carissimi Priori asserì di aver sommariamente letto le lettere: le datò al periodo antecedente all’entrata in guerra dell’Italia (maggio 1940). L’oggetto del carteggio riguardava, in sostanza, delle trattative con l’Inghilterra per impedire che l’Italia partecipasse attivamente al secondo conflitto mondiale, non entrando in guerra a fianco della Germania. In compenso, all’Italia sarebbero state offerte delle gratificazioni territoriali. In questa forma, visto il periodo di cui si tratta (1939/40), l’intavolarsi di una tale trattativa segreta appare non impossibile.

Ma – questo è il punto sostenuto da Mussolini e dalla pubblicistica neofascista o revisionista – gli inglesi avrebbero anzi chiesto a Mussolini proprio di entrare in guerra a fianco della Germania, in modo che il duce potesse influire su Hitler per moderarne le richieste, come già fatto a Monaco nel 1938, in caso di trattative di pace con l’Inghilterra sconfitta. I compensi territoriali sarebbero stati promessi quindi in cambio della mediazione. Questa interpretazione – invece – non è suffragata da alcuna prova o dato fattuale, ed appare chiaramente ex-post, autoconsolatoria e giustificatoria, per la “pugnalata alla schiena” inferta dall’Italia alla Francia nel maggio 1940 con la dichiarazione di guerra e per la responsabilità davanti alla Storia dell’ex-duce di essere entrato in guerra e aver causato la rovina dell’Italia.

Negli ultimi mesi di vita, pare, il dittatore fascista cercò poi di intavolare una trattativa segreta con gli inglesi: vi potevano quindi essere ulteriori carteggi risalenti al 1945, anche se si trattò, nella sostanza, di tentativi di ricatto di Mussolini a Churchill, fatti probabilmente menzionando il carteggio di 5 anni prima, tentativi cui il primo ministro inglese rispose evidentemente picche. Altro da offrire, nel 1945, Mussolini non aveva agli alleati: le pretestuose profferte di utilizzo dell’inesistente esercito della RSI in una supposta guerra contro l’URSS fanno il paio con le altrettanto deliranti profferte simili, fatte dai nazisti assediati a Berlino nell’aprile 1945, e ricevettero – se mai furono fatte – la stessa accoglienza di chiusura totale. Mussolini, fra il settembre 1944 e l’aprile 1945, accennò per iscritto, a voce, per telefono, con diverse persone, dell’esistenza dei carteggi, sostenendo la sua tesi della “richiesta di mediazione” da parte di Churchill, e dell’essere stato quindi “costretto” ad entrare in guerra, come accennato sopra: queste fonti sono in alcuni casi dimostrabili, come per tre lettere a Rodolfo Graziani, ministro della guerra della RSI, o anche le intercettazioni di varie telefonate di Mussolini, fatte dai servizi segreti alleati. Ma nulla più provano – sul contenuto reale del carteggio – che non la parola di Mussolini stesso e la sua versione.

L’interesse inglese a far sparire il carteggio – dato esso per esistente – non ha nulla di misterioso e si spiega facilmente, contenendo esso diverse lettere probabilmente imbarazzanti di Churchill a Mussolini, per convincerlo appunto a NON entrare in guerra durante i primi mesi del 1940.

Se per assurdo i compensi territoriali promessi fossero stati poi, come asserito da fonti revisioniste, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodecaneso, di tutte le colonie italiane, della Tunisia, e addirittura della Corsica e di Nizza, essi – se pur concepibili, anche se non in tal misura, visto il frangente nel quale vennero scritte e la usuale spregiudicatezza delle trattative diplomatiche – potevano essere fonte di serio imbarazzo degli inglesi con la Francia, con la Grecia e con la Jugoslavia.

Anche se questi compensi – che appaiono improbabili ed esagerati – non fossero mai stati offerti, o fossero stati assai più modesti (possesso delle colonie, Dodecaneso, compensi in Dalmazia), lo scambio stesso di missive con l’ex duce non poteva non imbarazzare Churchill, dato che era probabile – come d’uso in diplomazia – che le lettere contenessero anche – ad inizio e fine lettera – espressioni formali di cortesia o di apprezzamento, che – avulse dal contesto come è solita fare la pubblicistica revisionista – potevano essere spiacevoli ed imbarazzanti da leggere, nel dopoguerra.

In conclusione, il carteggio probabilmente esisteva, ed era assai imbarazzante “di per sè” per il Primo Ministro inglese nel 1945. Appare però assai improbabile che Churchill promettesse seriamente all’Italia compensi territoriali molto vasti. Appare assurdo poi che pregasse l’Italia di entrare in guerra per fare la mediatrice, sicuro della propria sconfitta: Churchill ebbe notoriamente sempre atteggiamento opposto.

L’insipienza militare italiana provocò certamente alla Germania dei seri danni durante la guerra: in particolare, è un fatto che l’anteposizione dell’intervento nei Balcani, nella primavera del 1941, all’invasione dell’Unione Sovietica – intervento reso necessario anche dalla situazione degli italiani messi alle corde dall’esercito greco – fece perdere alla Germania un paio di mesi di tempo prezioso per arrivare a Mosca prima dell’inverno. Ma tutto ciò non fu assolutamente “voluto” dall’Italia, né tantomeno concordato con gli Alleati.

Tornando al carteggio, è assai probabile che invece le affermazioni “misteriose” di Mussolini a riguardo, ampiamente riportate da molta pubblicistica neofascista o comunque revisionista, non fossero altro che – avendo egli in mano un reperto segreto e comunque scottante – una sorta di autoinganno per sé ed i suoi, o un estremo tentativo ambiguo di giustificare le proprie responsabilità davanti alla Storia, cercando di schizzare un poco del fango nel quale la memoria del personaggio Mussolini stava affondando, ed è immersa, su Churchill e gli alleati.

Bibliografia – Testi sugli ultimi giorni di Mussolini

La pubblicistica e gli studi sulla Resistenza sono numerosissimi. Citiamo alcuni testi che sono stati consultati e risultano utili, esclusivamente restringendoci a quelli utili o specifici per la storia di questi pochi giorni.

Testi generali che contengono riferimenti e dati sugli ultimi giorni di Mussolini

1 Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana (Laterza 1966)

2 Battaglia R., Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964

3 Paolo Emilio Taviani, Breve storia della Resistenza italiana, Museo storico della Liberazione, Edizioni Civitas, Roma 1995

4 Piero Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, (Laterza 1955, 1977, 2006)

5 Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini (Mondadori, 1995)

6 Pietro Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, in “Annali”, Istituto Giangiacomo Feltrinelli, anno tredicesimo, 1971

7 L. Cavalli, C. Strada, Nel nome di Matteotti. Materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-1945, FrancoAngeli, Milano, 1982

8 Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera: le Brigate Garibaldi a Milano e provincia (1943-1945), FrancoAngeli, 1985

9 Gabriella Nisticò, Giampiero Carocci, Le Brigate Garibaldi nella Resistenza: documenti, Milano, Feltrinelli, 1979

10 Luigi Longo, Pietro Secchia, Storia del Partito comunista italiano, Torino, Einaudi, 1975

11 Pierangelo Lombardi, L’illusione al potere. Democrazia, autogoverno regionale e decentramento amministrativo nell’esperienza dei Cln (1944-1945), Milano, FrancoAngeli, 2003.

12 Democrazia al lavoro. I verbali del CLN lombardo (1945-1946), 2 volumi, Firenze, Le Monnier, 1981.

13 Storie della Resistenza, a cura di Domenico Gallo e Italo Poma (Sellerio 2013)

14 Paolo Aatri, Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista (Tipografia Nava 1958)

15 Mario Bonfantini, Un salto nel buio (Feltrinelli 1959; Einaudi 1971)

16 Giovanni Pesce, Senza tregua (Feltrinelli 1967)

17 Nuto Revelli, Mai tardi (1946)

18 Nuto Revelli, La guerra dei poveri (Einaudi 1962)

19 Nuto Revelli, Le due guerre (Einaudi 2003)

20 Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI, Bologna, Il Mulino, 1995.

21 Adolfo Mignemi (a cura di), Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2002

22 Rendina M., Dizionario della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Funo 1995

23 Legnani M. – Vendramini F., Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, FrancoAngeli, Milano 1990

24 Giorgio Luti – Romagnoli S., L’Italia partigiana, Longanesi, Milano 1975

25 Quazza G., La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Giappichelli Editore, Torino 1966

26 Salvadori M., Storia della Resistenza italiana, Neri Pozza, Venezia 195

Fonti specifiche sugli ultimi giorni di Mussolini

1 Giovanni Pesce, Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano, Milano, Feltrinelli, 1977 (ultima ed. 2009)

2 Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Milano, Mondadori, 1962

3 Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Milano, Teti, 1975

4 Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, Torino, SEI, 1989

5 Claudio Pavone (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza: documenti. dicembre 1944 – maggio 1945, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Istituto Gramsci, vol. 3, Feltrinelli, 1979

6 Giusto Perretta, La 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici attraverso i documenti, Como, Istituto comasco per la storia della liberazione, 1991

7 Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Milano, Il saggiatore, 1996

8 Oliva G., I vinti e i liberati 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994

9 Oliva G., La resa dei conti. Aprile-maggio 1945: Foibe, Piazzale Loreto e giustizia partigiana, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1999

10 Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Milano, Mondadori, 2005

11 Vittorio Roncacci, La calma apparente del lago. Como e il Comasco tra guerra e guerra civile 1940-1945, Varese, Macchione, 2003

12 Urbano Lazzaro, Dongo: mezzo secolo di menzogne, Milano, Mondadori, 1993,

13 Urbano Lazzaro, L’oro di Dongo: il mistero del tesoro del Duce, Torino, Mondadori, 1995

14 Antonio Spinosa, Mussolini, il fascino di un dittatore, Mondadori, 1989,

15 Franco Giannantoni, L’ombra degli americani sulla Resistenza al confine tra Italia e Svizzera, Edizioni Arterigere, 2007

16 Giorgio Cavalleri, Ombre sul Lago, Varese, Arterigere, 1995, 2007.

17 Giusto Perretta, Dongo 28 aprile 1945. La verità, Como, ACTAC, 1997

18 Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni, Mario J. Cereghino, La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946), Milano, Garzanti, 2009

19 Giorgio Cavalleri, Anna Giamminola, Un giorno nella storia. 28 aprile 1945, Como, NodoLibri, 1990

20 Franco Giannantoni, “Gianna” e “Neri”: vita e morte di due partigiani comunisti : storia di un “tradimento” tra la fucilazione di Mussolini e l’oro di Dongo, Mursia, 1992

21 Luciano Garibaldi, La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?, Ares, 2002

22 Bruno Giovanni Lonati, Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità, Milano, Mursia, 1994

23 Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini, Milano, Sugar, 1959

24 Alessandro Zanella, L’ora di Dongo, Milano, Rusconi, 1993

25 Pierre Milza, Gli ultimi giorni di Mussolini, Milano, Longanesi, 2011

26 Sergio Luzzatto, Sparami al petto!, Trento, Edizioni del Faro, 2012

27 Sergio Luzzatto, Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria, Torino, Einaudi, 1998.

28 Scoppola P., 25 aprile. Liberazione, Einaudi, Torino 1995

29 Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)

30 Gianni Oliva, Il tesoro dei vinti, Mondadori, 2015.

NB – Quando una fonte viene qui citata ed elencata, non significa necessariamente che l’autore ne condivida i contenuti, ma solo che è stata consultata e contiene informazioni utili.
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11/03/2015

70 anni dopo: più chiare le implicazioni di Yalta


Dal n. 26 di “Alternativa di Classe”

Esattamente settanta anni fa (fra il 4 e l’11 febbraio 1945), i principali Alleati contro le potenze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone), e cioè Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Sovietica, nella II° Guerra Mondiale, si ritrovarono a Yalta, in Crimea, nel Palazzo di Livadija, vecchia residenza estiva dello Zar Nicola II°, per definire, nel secondo di una serie di tre incontri tra i massimi leader, i nuovi assetti del mondo postbellico.

A partire dal mese di Ottobre 1943, la Terza Conferenza di Mosca aveva visto la partecipazione dei soli Ministri degli esteri di USA, Regno Unito ed Unione Sovietica ed al centro dei colloqui, oltre alla prosecuzione delle operazioni belliche, si era avviato il discorso sugli assetti internazionali post-bellici; da essa, infatti, era scaturita una “Dichiarazione delle potenze”, in vista della creazione di “un altro nuovo ordine mondiale” a guerra conclusa, nella quale l’URSS, di fatto, riconosceva le “Nazioni Unite”, come si erano autodefiniti gli “Alleati” nella “Carta Atlantica” del ’41, in contrapposizione al Patto Tripartito dell’Asse. Si cominciavano così a delineare prospettive verso le nuove “zone di influenza”, reale obiettivo degli incontri.

La Conferenza di Teheran, tenutasi poi dal 28 Novembre al 1° Dicembre 1943, era stato il più importante dei vertici tra i leader delle potenze dell’Alleanza prima di Yalta, il primo dei “3 Grandi” ai massimi livelli; in esso si verificò la prima sostanziale convergenza di prospettive tra USA ed URSS. I loro presidenti, F. D. Roosevelt (1882-1945) e J. Stalin (1879-1953), insieme a W. Churchill (1874-1965), primo ministro britannico, in quell’occasione avevano gettato le basi sui futuri accordi, destinati a condizionare in maniera concreta tutto il dopoguerra. In sostituzione dell'obsoleta “Società delle Nazioni”, era stata proposta dall’amministrazione americana la creazione di una nuova “Organizzazione delle Nazioni Unite”, con riferimento a quanto già definito nella Carta Atlantica ed a presidio del nuovo ordine mondiale; allo stesso modo, oltre agli ultimi indirizzi bellici da perseguire, fu abbozzato il destino della Polonia, ponendo le premesse per uno spostamento ad ovest dei confini sovietici, mentre, per quanto riguarda la sorte della Germania vinta, i tre leader si mostrarono, già da allora, intenzionati, sia pure con modalità e obiettivi differenti, ad un suo smembramento.

I primi mutamenti, infatti, “videro la luce” fin dal Luglio ’44 alla Conferenza di Bretton Woods (USA), che stabilì, alla presenza dei rappresentanti di quarantaquattro (44) nazioni, quale moneta di riserva internazionale, il dollaro, pur se convertibile in oro, a cambio fisso, tramite le riserve USA, e con il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.), per la gestione dei prestiti, e la Banca Mondiale, allora adibita al finanziamento di progetti economici, pur se, inizialmente, non riconosciuti come istituzioni dall’URSS.

Anche sul piano direttamente politico si confermò e rafforzò la leadership internazionale dell’imperialismo USA che, riducendo Europa e Giappone a suoi debitori, affermò, prima di tutto in Occidente, il proprio modello di riferimento socio-economico. Infatti “ (gli USA – ndr), dopo aver tenuto anche questa Guerra Mondiale lontano dai propri confini, limitando le perdite umane, durante l’equilibrio instabile tra “isolazionisti” ed “interventisti”, traevano il massimo beneficio da questa guerra, ottenendo di fatto il riconoscimento della propria supremazia, finanziaria e politica, nell’Occidente imperialista, con una presenza militare nella stessa Europa e la circoscrizione della temuta influenza sovietica all’interno dell’altra, ben delimitata, “sfera d’influenza”. Anche l’URSS usciva sostanzialmente rafforzata dalla guerra... [da “La guerra”, Cap. 2, Par. 2.2, pag. 22 – Opuscolo tematico di ALTERNATIVA DI CLASSE]

Dopo la Conferenza di Yalta, la cui fama deriva dal fatto che sancì la divisione del mondo in “sfere di influenza”, chiuse la serie di incontri dei “3 Grandi” tra i massimi rappresentanti delle grandi potenze alleate la Conferenza di Potsdam (dal 17 luglio al 2 agosto 1945); essa perfezionò gli accordi sulla questione tedesca e fu conclusa con la Dichiarazione della resa incondizionata del Giappone.

Nel dettaglio, gli accordi ufficialmente raggiunti a Yalta con la nascita della “sfera Occidentale” e di quella “filo-sovietica”, inclusero anche: una conferenza (programmata per il mese di aprile del 1945 a San Francisco, e poi effettuata in ritardo) in cui si formalizzerà l’istituzione della nuova organizzazione mondiale, le Nazioni Unite (ONU); in particolare a Yalta si discusse dell’istituzione del Consiglio di Sicurezza; una dichiarazione che invitava allo svolgimento di “elezioni democratiche” in tutti i territori liberati dall’occupazione nazista; lo smembramento, il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, che prevedeva che USA, URSS, Regno Unito e Francia gestissero ciascuno una zona di occupazione a carattere provvisorio, ma, in seguito, si risolse nella divisione della Germania in Est ed Ovest, terminata, come sappiamo, solo nel 1989; riguardo alla Jugoslavia, fu approvato l’accordo fra Tito e Šubašic (capo del governo monarchico in esilio), che prevedeva la “fusione” fra il governo “comunista” e quello in esilio; si decise affinché i sovietici entrassero in guerra contro il Giappone, ed in cambio avrebbero ricevuto la metà meridionale dell’isola di Sachalin, le isole Curili e avrebbero visti riconosciuti i loro “interessi” nei porti cinesi di Port Arthur e Dalian, oltre al fatto che tutti i prigionieri di guerra sovietici sarebbero stati rimandati in URSS, indipendentemente dalla loro volontà.

Dopo la sconfitta nazista e la sua resa incondizionata, il territorio della Germania venne suddiviso in quattro parti: ad est si installarono i sovietici, a sud-ovest gli americani, i britannici a nord-ovest mentre alla Francia vennero assegnate alcune aree vicine al suo confine. Anche la capitale Berlino, pur ricompresa entro il territorio occupato dai sovietici, venne ugualmente divisa in quattro parti.

Gli Stati Uniti uscirono dal conflitto come il vero leader mondiale, sia sul piano economico (il prodotto nazionale lordo passava da 91 miliardi di dollari del 1939 a 212 miliardi di dollari del 1945 e, come già detto, dalla conferenza di Bretton Woods era stato definito un sistema monetario internazionale che ha nel dollaro il suo punto di riferimento), sia sul piano militare, ottenendo, dopo lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, una incontrastata supremazia, sia reale sia in funzione deterrente.

L’Unione Sovietica di Stalin, pur uscendo dalla guerra con una economia disastrata e un contributo enorme di vittime (20 milioni di persone), emergerà anch’essa come superpotenza, che caratterizzerà tutto il secondo Novecento in uno scontro tra questi due, pur diversi, imperialismi: la cosiddetta “Guerra fredda”, in un periodo in cui lo scontro interimperialistico a più protagonisti per i diversi livelli di leadership non è mai cessato, ma è stato, ovviamente, fortemente condizionato da quanto emerso a Yalta.

Il 26 Giugno ’45 a San Francisco, con la sottoscrizione di un documento firmato da 50 Paesi nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), con l’istituzione di un Consiglio di Sicurezza del quale inizialmente fanno parte undici Paesi, di cui i principali vincitori della Guerra divengono i cinque membri permanenti: Cina, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, con possibilità di veto sulle decisioni dell’Assemblea.

Dal punto di vista di classe, con la Seconda Guerra Mondiale “...le prospettive rivoluzionarie nel mondo subivano un’altra chiara sconfitta, dopo il fallimento dell’Internazionale (sostanziale tra il ’22 ed il ’24, per il tipo di posizioni approvate, e definitivo con lo scioglimento del ’43), imprigionate nell’infernale meccanismo inaugurato a Yalta. Per quanto riguarda l’assetto geografico, ne uscì quello che si è mantenuto, sostanzialmente, fino a circa l’89...

Il bilancio di quest’altra guerra imperialista vede, come tutte le guerre di questo tipo, il solito sconfitto: il proletariato mondiale! Significative le cifre: 50 milioni di morti, di cui 35 milioni civili (il 70%); secondo le nazionalità, circa 20 i milioni di morti sovietici, 18 i milioni di tedeschi, 6 milioni gli ebrei, 4,5 milioni i polacchi, ecc. Furono spesi 1500 miliardi di dollari, di cui il 21% dagli USA, il 20% dalla Gran Bretagna, il 18% dalla Germania, il 13% dall’URSS, il 4% dal Giappone, ecc. Anche dalla evidente analisi di questi dati emerge come la Seconda Guerra Mondiale sia stata anche una vittoria economica per gli Stati Uniti, che ne escono a posto dal punto di vista finanziario, con un progresso tecnologico, anch’esso trainato dalle spese militari, che li avrebbe resi competitivi per le rapide ricostruzioni necessarie all’estero, non avendo niente di compromesso all’interno, dopo un periodo, quello bellico, di aumento della domanda interna ed estera a sostenere aumenti di produzione dall’assorbimento garantito.” [da “La guerra”, Cap. 2, Par. 2.2, pagg. 22 e 23 – Opuscolo tematico di ALTERNATIVA DI CLASSE]

In Occidente, durante la “Guerra fredda”, gli Accordi di Yalta sono spesso stati visti, da parte di una opinione visceralmente anticomunista, come un cedimento alla Unione Sovietica, un Paese, poi imploso e smembratosi in una storica sconfitta, ma che manteneva una gloriosa denominazione. In realtà, invece, se tali accordi hanno garantito per più di quaranta anni una situazione di sostanziale bilanciamento internazionale, con reciproche chiusure di mercati, hanno anche significato una chiusura ermetica di tutto il sistema capitalistico a cambiamenti che si fossero spinti oltre i limiti determinati da tali Accordi.

Proprio quanto sopra ha talvolta tratto qualcuno in inganno. Dal punto di vista di classe gli Accordi di Yalta in sé rappresentano uno dei periodici accordi fra potenze imperialiste, mirato a cristallizzare una particolare situazione di bilancia di rapporti di forze. Come tale era destinato ad essere superato, come poi è avvenuto, anche soltanto per nuovi livelli di sviluppo dello scontro interimperialistico, che non necessariamente si manifesta solo sul piano militare.

Venendo ai giorni nostri, accordi come quelli di Yalta non possono certamente suscitare alcun rimpianto fra i proletari ed i comunisti, dati il prezzo che richiederebbe il raggiungimento di una nuova situazione di stabilità ed il fatto che ogni unità delle forze imperialiste ha sempre significato una forte oppressione sul proletariato. Prima che si possa affermare un eventuale nuovo periodo di pace imperialista, con tutto quello che potrebbe comportare, è sempre più necessario che si affermi una nuova vittoria del proletariato mondiale, a partire dalla rinascita di una forza comunista davvero internazionale.

Non è Yalta la “prova del nove” dell’abbandono da parte dell’Unione Sovietica dell’indirizzo classista rivoluzionario; lo era stato già l’invasione della Polonia del ’39 ed il Patto Molotov-Ribbentrop! Tali iniziative rivelavano come ormai la borghesia anche in URSS fosse riuscita da tempo a restaurare il proprio dominio di classe, veicolata da linee fallimentari, come quella del “socialismo in un solo Paese”, e dalle scelte che ne sono conseguite. Non si tratta di ricercare nella Storia il momento di una deviazione sul piano politico! Si tratta, prima di tutto, di prendere coscienza del fatto che un cambiamento politico non può reggere a lungo una realtà sociale di transizione senza un cambiamento strutturale del tipo di economia che la regge, indipendentemente dalle sue dimensioni geografiche. E le dimensioni non si devono certo restringere, ma, semmai, allargare!

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