Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/12/2022
I “figli di puttana” a libro paga di Washington. Una lunga lista...
Maria Zakharova, portavoce del ministro degli esteri russo Lavrov, durante un briefing, riferendosi ai rapporti del presidente ucraino con l’Occidente, ha parlato così di Zelenskij, ricevuto negli Stati Uniti.
“Non è solo il loro figlio di puttana, ma è anche il loro strumento contro il nostro Paese”.
Le anime candide che conducono tg e talk show si sono ovviamente mostrati subito scandalizzati. “Non si parla così a livello diplomatico!”.
La sortita della Zakharova, effettivamente pesantuccia, sembra però una “citazione colta” – e anche decisamente ironica – raccolta dal linguaggio da cowboy tipico degli USA. In particolare di Franklin Delano Roosevelt.
Le cronache riportano ad esempio la confidenza fatta ai suoi consiglieri a proposito di Anastasio Somoza (a sinistra nella foto), dittatore del Nicaragua fino al 1947, dopo il golpe che nel 1936 portò all’uccisione di Augusto Cesar Sandino, leader della resistenza all’imperialismo USA (cui venne intitolato il successivo movimento guerrigliero che nel 1979 liberò il paese).
“Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana“.
Secondo altri, Roosevelt si sarebbe espresso nello stesso modo riferendosi però a Rafael Trujillo, dittatore della Repubblica Dominicana ed egualmente a libro paga di Washington.
Dopo allora questa frase è stata attribuita ad un certo numero di amministrazioni presidenziali degli Stati Uniti relativamente a diversi dittatori di altri paesi genuflessi ai voleri del “grande padre bianco”.
Secondo altre fonti ancora, la frase sarebbe invece da attribuire a Cordell Hull, Segretario di Stato di Roosevelt.
Comunque sia, insomma, questo modo di intendere “l’amicizia” e i “diritti umani” all’interno della Casa Bianca ormai è storia condivisa in tutto il mondo.
Stupisce che qualcuno si stupisca che una signora glielo ricordi...
Fonte
23/07/2022
La cecchina dell'Armata Rossa, autobiografia di una soldatessa
di Domenico Moro
La cecchina dell’Armata Rossa (Odoya, 2021, euro 22) è un libro interessante e da leggere, non solo perché ci descrive alcuni episodi della Seconda guerra mondiale poco conosciuti in Italia, come le vicende dell’assedio di Odessa e Sebastopoli. Il libro ci restituisce anche uno spaccato della vita sociale, non solo militare, dell’Urss degli anni ’40 del XX secolo, immediatamente prima dello scoppio della guerra e durante i primi due anni di combattimento.
Il libro si ricollega a un sotto-settore del genere dei libri di guerra, quello delle autobiografie dei cecchini, cioè dei tiratori scelti o sniper, parola inglese che negli ultimi anni è sempre più utilizzata per definire questa specialità militare. Il cecchino si presta ad essere il protagonista di libri o film d’azione perché, nell’epoca del dominio delle macchine e degli eserciti di massa, rappresenta il combattente individuale che, utilizzando un fucile di precisione e combattendo spesso in modo solitario, infligge perdite pesanti al nemico. Non a caso, negli anni recenti sono usciti diversi film sui questi soldati, spesso ispirati ad autobiografie di cecchini del passato e del presente. Tra questi ci sono American sniper (2014) di Clint Eastwood, sul cecchino statunitense Chris Kile, operativo durante la seconda invasione dell’Iraq, e il Nemico alle porte (2001) di Jean Jacques Annaud, sul cecchino sovietico Vasilij Zajcev, che combatté a Stalingrado.
Anche sulla protagonista di La cecchina dell’Armata Rossa, Ljudmila Pavličenko, è stato girato un film, Resistance. La battaglia di Sebastopoli (2015). Si tratta di una produzione russo-ucraina, fatto notevole, a fronte del solco che, a partire dal 2014, si è scavato tra le due nazioni sorelle e che ha condotto alla guerra attualmente in corso. In effetti, la protagonista, ucraina per nascita, è una fervente patriota sovietica, testimoniando l’intimo legame che c’era (e c’è) tra i due Paesi, Ucraina e Russia, cementato da secoli di storia e dal fatto che ucraini e russi hanno versato il loro sangue insieme durante la Grande guerra patriottica, come i russi chiamano la Seconda guerra mondiale.
Oltre al fatto di essere l’autobiografia di una ucraina patriota e comunista sovietica, questo libro è di notevole interesse perché riguarda una donna, che abbraccia un “mestiere”, quello delle armi, che è tradizionalmente appannaggio degli uomini. Friedrich Engels, riprendendo Fourier, diceva nell’Anti-Dühring che “in una data società, il grado di emancipazione della donna è la misura dell’emancipazione generale”[i]. Nel Paese del socialismo realizzato la donna tendeva a rivestire anche ruoli tradizionalmente maschili. In effetti, la guerra “totale” del XX secolo ha generato un impulso verso una maggiore partecipazione della donna alla vita moderna. Sia nella Prima guerra mondiale sia nella Seconda guerra mondiale le donne, in molti Paesi, entrano nella vita produttiva, sostituendo nelle fabbriche gli uomini partiti per la guerra. Inoltre, durante la Seconda guerra mondiale le donne entrano anche nelle Forze Armate di alcuni Paesi. Tuttavia, la partecipazione femminile è limitata a compiti ausiliari e non di combattimento. È solamente in Unione Sovietica che le donne fanno ingresso nelle Forze Armate direttamente in prima linea, partecipando ai combattimenti. Ljudmila Pavličenko si arruola come volontaria in una unità di fucilieri. Ljudmila non solo combatte (e viene ferita più volte), ma, cosa ancora più rimarchevole, è anche a capo di una unità di combattimento composta di soldati maschi e, dopo il servizio al fronte, diventa istruttore per tiratori scelti. Come cecchino totalizza 309 uccisioni, in appena un anno di guerra, il che rappresenta un record che è superiore a quello della maggior parte dei suoi colleghi cecchini maschi.
Ljudmila non è un caso isolato. Lei stessa nella sua autobiografia racconta di un’altra eroina della sua grande unità, la mitragliera Nina Onilova, insignita dell’Ordine della Bandiera Rossa. In totale, le cecchine dell’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale furono 2000. Tra le molte donne combattenti, famose furono anche le componenti femminili dell’antiaerea e le streghe della notte, una unità speciale di aviatrici che bombardavano i tedeschi di notte. Tutte queste unità pagarono un alto prezzo in termini di donne cadute in combattimento. Naturalmente non si deve pensare che in Unione Sovietica non ci fossero resistenze all’impiego di donne in combattimento. La stessa Ljudmila nell’autobiografia racconta di aver incontrato uomini che mostravano pregiudizi e scetticismo sulla presenza femminile in prima linea. C’è persino un episodio, raccontato in modo sottilmente ironico, in cui tre nuovi acquisti dell’unità di Ljudmila pensano a uno scherzo quando lei gli dice di essere il comandante. Ma quel che è più importante è l’atteggiamento dei vertici dell’Armata Rossa che accolsero senza remore le volontarie donne in ruoli di combattimento. Le donne nella Russia sovietica non furono soltanto madri, mogli o operaie delle fabbriche belliche, come negli altri Paesi in conflitto, ma anche guerriere. L’abilità nel combattimento e la determinazione nella lotta dimostrate da molte di queste donne sono state non inferiori a quelle degli uomini. Ljudmila, di ritorno dal viaggio diplomatico che la portò negli Usa e in Gran Bretagna, chiese insistentemente di ritornare in prima linea, contro il parere dei vertici dell’Armata Rossa, che la vorranno invece nelle scuole di addestramento per cecchini.
Per la verità, la partecipazione delle donne al combattimento in Urss rientra in una lunga tradizione del movimento operaio e rivoluzionario socialista, che affonda le sue radici nel battaglione femminile della Comune di Parigi del 1871 e prosegue con la partecipazione femminile, dalla parte dei repubblicani, alla Guerra civile spagnola e alla Resistenza, in Italia all’interno dei Gruppi d’azione partigiana (Gap), nei quali le donne partecipavano a scontri a fuoco e attentati contro i nazifascisti. Tuttavia, prima dell’Urss, negli eserciti regolari non c’era stata presenza di donne in combattimento. L’Urss ha rappresentato un unicum fino a tempi recentissimi, quando le donne sono state integrate in alcune Forze Armate anche in reparti di combattimento.
Ritornando a La cecchina dell’Armata Rossa, bisogna dire che non è solo un diario di guerra, che racconta le vicende belliche del fronte ucraino, durante gli assedi di Odessa e Sebastopoli, ma anche un documento sulla vita sovietica. Appare evidente come, all’epoca, lo studio venisse alternato a periodi di lavoro. Ljudmila interrompe gli studi per lavorare in una fabbrica, l’Arsenal, come operaia addetta al tornio. Ma gli studi e la formazione continuano anche in fabbrica e Ljudmila, dopo aver frequentato un corso di specializzazione, diventa progettista capo all’officina meccanica. Inoltre, in fabbrica la direzione aveva organizzato molte attività per occupare il tempo libero degli operai: un gruppo teatrale operaio, uno studio d’arte, che insegnava disegno e un circolo di volo e di tiro a segno. Fu proprio nel circolo di tiro a segno che Ljudmila, che fa anche parte dell’organizzazione giovanile del partito comunista, il Komsomol, comincia a interessarsi di armi e di tiro di precisione. Grazie alla fabbrica Ljudmila può frequentare i corsi serali della facoltà operaia dell’università statale di Kiev e, superati gli esami, diventare studentessa a tempo pieno presso la facoltà di Storia dell’Università di Kiev. Ma nel periodo di studio universitario Ljudmila trova l’occasione di frequentare anche un corso biennale alla scuola per tiratori scelti, organizzata dall’Osoaviachim, che era una organizzazione paramilitare di massa, il cui scopo era avvicinare i cittadini sovietici al volo e ad altre discipline che potevano essere utili dal punto di vista militare. In questo modo, Ljudmila impara le tattiche e le tecniche da cecchino, che, una volta scoppiata la guerra, le saranno utili contro i nazisti, permettendole di raggiungere quota 309 uccisioni.
La cecchina dell’Armata Rossa si divide in tre parti: la prima parla del periodo prima della guerra, la seconda delle operazioni belliche vere e proprie, e la terza del viaggio diplomatico che Ljudmila compie negli Usa e nel Regno Unito. Quest’ultima parte ricopre un interesse particolare, perché in essa Ljudmila descrive personaggi storici di primaria importanza con i quali entra in contatto: il capo sovietico, Stalin, il presidente degli Usa, Franklin Delano Roosvelt, la moglie di quest’ultimo, Eleanor Roosvelt, il premier britannico, Churchill, e sua moglie Clementine, il capo e fondatore della Ford, Henry Ford e, infine, l’attore Charlie Chaplin. Il viaggio fu organizzato nel 1942, quando non era ancora avvenuto lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944) e l’Urss sopportava da sola la pressione dell’enorme forza della macchina bellica nazifascista. Lo scopo dell’invio di una delegazione sovietica, composta da tre giovani combattenti sovietici, all’assemblea studentesca internazionale era teso a sollecitare l’apertura di un secondo fronte contro i nazifascisti e a perorare la causa dell’Unione Sovietica presso le opinioni pubbliche di Usa e Regno Unito. In questo viaggio Ljudmila diventa la beniamina soprattutto del pubblico statunitense. Colpisce che il sistema di comunicazione di massa si impadronisca di questa donna comunista e combattente, facendone un personaggio popolare di notevole richiamo. Siamo molto lontani dal maccartismo e dalla fobia anticomunista, che imperverseranno negli Usa nel dopoguerra. Ora, siamo nel 1942, i comunisti sovietici sono alleati preziosi e non ancora “l’impero del male” da distruggere.
Ljudmila, durante gran parte del viaggio propagandistico nelle città statunitensi, è accompagnata da Eleanor Roosvelt. La first lady statunitense è un personaggio centrale nel libro. Le due donne finiranno per intrecciare una amicizia che durerà negli anni, ben oltre il viaggio del 1942. Secondo le parole di Ljudmila, Eleanor è “aristocratica, milionaria, membro della classe sfruttatrice”[ii]. Eppure la Roosvelt rimane colpita da questa ragazza in uniforme e a poco a poco nasce una profonda empatia tra le due. Anche Ljudmila è colpita dalla statunitense, che rappresenta un modello di donna tutt’altro che all’ombra del marito presidente. Eleanor, infatti, svolge un ruolo politico importante e del tutto inusuale per una first lady, rappresentando “gli occhi, le orecchie e le gambe”[iii] del presidente, limitato a muoversi dalla grave forma di poliomielite che lo costringeva sulla sedia a rotelle, arrivando a condurre la campagna elettorale per la presidenza al posto del marito e influenzandone le decisioni.
Ljudmila incontra anche il presidente statunitense che va dritto al punto che sta a cuore ai sovietici: l’apertura di un secondo fronte in Europa: “Dite al governo sovietico e all’onorevole Stalin che ora per me è difficile dare un’assistenza più concreta al vostro Paese. Noi americani non siamo ancora pronti per un intervento decisivo. Sono i nostri alleati britannici a bloccarci. Ma il cuore e lo spirito del popolo americano sono con i nostri alleati russi.” Colpisce, a parte il fatto che Roosvelt parli così schiettamente di un aspetto decisivo di politica internazionale con una semplice sottotenente, anche che gli Usa si sentano più vicini dei britannici alla Russia sovietica e all’”onorevole” Stalin, evidentemente non ancora il mostro sanguinario della propaganda occidentale post-bellica.
Di particolare interesse sono i brevi cenni alla visita di Ljudmila presso la Ford. Qui, dopo l’incontro con Henry Ford, che le consegna un distintivo d’oro della sua azienda, Ljudmila tiene un discorso davanti a trecento operai, che “avevano un’aria cupa, senza sorriso e sembravano angustiati dalla tuta blu che avevano indosso”. A differenza di quanto normalmente faceva il pubblico delle conferenze che Ljudmila teneva negli Usa, da parte degli operai Ford “non ci furono i soliti applausi, domande, auguri. Quando me ne andai, si alzarono in silenzio dai loro posti”. Ljudmila commenta l’incontro definendo Henry Ford “un nemico dei lavoratori”. Allorché Eleanor prova a difendere il magnate, Ljudmila risponde: “Ma come tratta i suoi operai? Peggio del bestiame braccato da cani da guardia. Perché sono stati zitti?”. Interessante è la risposta di Eleanor: “Sono l’aristocrazia operaia. Ford paga bene. Hanno molto da perdere. Sì li tiene d’occhio: vanno in chiesa, non bevono whisky o giocano d’azzardo, provvedono alla famiglia, non si iscrivono ai sindacati, non scioperano... Avevano paura di parlare con te. Vieni dalla Russia comunista.”[iv] In questo modo, ci viene fornito un quadro, più efficace di tante analisi sociologiche, del fordismo, fondato su uno scambio tra alti salari e acquiescenza al dispotismo capitalistico di fabbrica, e del fenomeno dell’”aristocrazia operaia”, già individuato e analizzato da Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo.
Di tutt’altro tenore è l’incontro con diverse famose stelle di Hollywood e soprattutto con Charlie Chaplin – “grande amico dell’Unione Sovietica”, come lo definisce Ljudmila – che “svolse un ruolo importante nel Russian War Relief[v], contribuì a raccogliere somme significative per la nostra popolazione e a rifornire L’Armata Rossa di attrezzature e armamenti.”[vi]
Dopo una permanenza di alcuni mesi negli Usa, la delegazione sovietica parte per la Gran Bretagna, dove visita istallazioni militari, la cattedrale di Canterbury, recentemente bombardata dai nazisti, e partecipa a conferenze stampa, ma, soprattutto, ha un incontro con il primo ministro Winston Churchill e la moglie Clementine, che si svolge in un’atmosfera cordiale ma più superficiale in confronto a quanto avvenuto con la coppia dei Roosvelt.
L’incontro più interessante di Ljudmila è senz’altro quello con Stalin. Per la verità gli incontri furono due, il primo, insieme agli altri due componenti della delegazione, e, il secondo da sola. Nel primo incontro Ljudmila vede per la prima volta il leader sovietico del quale la colpisce lo sguardo: “Ad attirare la mia attenzione furono gli occhi scuri, simili a quelli di una tigre. Si percepiva che aveva una immensa forza interiore.”[vii] Mentre gli altri presenti sono intimiditi, Ljudmila, alla domanda del leader sovietico se avessero qualche richiesta, risponde che avrebbe bisogno di un manuale e di un dizionario di inglese per poter conoscere meglio gli alleati, al che Stalin risponde: “Ben detto compagna Pavličenko. Avrai quei libri. Da me personalmente.”[viii] Ma è il secondo incontro che lascia maggiormente colpiti, rivelando un capo del Cremlino diverso da come certa vulgata storica ce lo racconta. Stalin sa che Ljudmila è stata ospite dei Roosvelt per una settimana e, dal momento che avrebbe dovuto incontrare presto il presidente statunitense, vuole sapere che persone siano. Siccome Ljudmila è nervosa, Stalin le chiede il perché del suo nervosismo e la mette a suo agio chiedendole di raccontargli la sua esperienza da cecchino. A questo punto Ljudmila fa richiesta a Stalin di poter ritornare al fronte, visto che questo le era stato impedito, sostenendo che, avendo più esperienza, avrebbe avuto maggiori possibilità di sopravvivere. La risposta di Stalin è rivelatrice di uno stile maieutico e tutt’altro che autoritario. Il capo del Cremlino, prima chiede a Ljudmila perché, dati i traumi e le ferite riportate, voglia ritornare in prima linea, poi, “prese una matita, tirò a sé un grande blocco e cominciò a spiegare come un maestro di scuola. "Se torni in prima linea, ucciderai un centinaio di fascisti. Ma potrebbero anche ammazzarti. Se invece addestri cento cecchini, trasmetti loro le tue inestimabili conoscenze e ognuno spara a dieci nazisti, quanti ne faranno fuori? Un migliaio. Eccoti la risposta. Servi più qui compagno tenente.”[ix]
L’autobiografia di Ljudmila Pavličenko ci restituisce il racconto di una guerra brutale, di una violenza senza precedenti, in cui per i cecchini sovietici catturati dai nazifascisti c’era la tortura e la morte e per le donne lo stupro. A sostenere la cecchina c’era la consapevolezza di combattere una guerra per l’umanità e contro la barbarie nazifascista, che sterminava i civili come i soldati. Una guerra “totale”, che portava anche le donne a prendere le armi, come volontarie, per difendere la propria patria e le proprie idee socialiste.
Alla fine della guerra Ljudmila riprese gli studi e diventò una storica, lavorando successivamente come ricercatrice presso lo stato maggiore della marina sovietica. La guerra, però, aveva segnato in profondità Ljudmila Pavličenko sia nel fisico sia nella psiche. Ferite e psicosi traumatiche si fecero sentire sempre più fortemente nel corso degli anni, fino a che nel 1953 fu costretta a ritirarsi col grado di maggiore della guardia costiera navale. Tuttavia, fino alla sua morte, che avvenne nel 1974 a soli 58 anni, Ljudmila Pavličenko si dedicò, con i veterani di guerra, a un lavoro sistematico presso le giovani generazioni per ricordare il conflitto e le tradizioni militari dell’esercito sovietico.
Note
[i] F. Engels, Anti-Düring, Editori Riuniti, Roma 1985, p.249.
[ii] Ljudmila Pavličenko, La cecchina dell’Armata Rossa, Odoya, Città di castello 2021, p.238.
[iii] Ibidem.
[iv] Ibidem, pp. 255-256.
[v] Si tratta della maggiore agenzia statunitense per l’assistenza ai paesi in guerra.
[vi] Ibidem, p. 263.
[vii] Ibidem, p. 225.
[viii] Ibidem.
[ix] Ibidem, p.293.
11/03/2015
70 anni dopo: più chiare le implicazioni di Yalta
Dal n. 26 di “Alternativa di Classe”
Esattamente settanta anni fa (fra il 4 e l’11 febbraio 1945), i principali Alleati contro le potenze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone), e cioè Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Sovietica, nella II° Guerra Mondiale, si ritrovarono a Yalta, in Crimea, nel Palazzo di Livadija, vecchia residenza estiva dello Zar Nicola II°, per definire, nel secondo di una serie di tre incontri tra i massimi leader, i nuovi assetti del mondo postbellico.
A partire dal mese di Ottobre 1943, la Terza Conferenza di Mosca aveva visto la partecipazione dei soli Ministri degli esteri di USA, Regno Unito ed Unione Sovietica ed al centro dei colloqui, oltre alla prosecuzione delle operazioni belliche, si era avviato il discorso sugli assetti internazionali post-bellici; da essa, infatti, era scaturita una “Dichiarazione delle potenze”, in vista della creazione di “un altro nuovo ordine mondiale” a guerra conclusa, nella quale l’URSS, di fatto, riconosceva le “Nazioni Unite”, come si erano autodefiniti gli “Alleati” nella “Carta Atlantica” del ’41, in contrapposizione al Patto Tripartito dell’Asse. Si cominciavano così a delineare prospettive verso le nuove “zone di influenza”, reale obiettivo degli incontri.
La Conferenza di Teheran, tenutasi poi dal 28 Novembre al 1° Dicembre 1943, era stato il più importante dei vertici tra i leader delle potenze dell’Alleanza prima di Yalta, il primo dei “3 Grandi” ai massimi livelli; in esso si verificò la prima sostanziale convergenza di prospettive tra USA ed URSS. I loro presidenti, F. D. Roosevelt (1882-1945) e J. Stalin (1879-1953), insieme a W. Churchill (1874-1965), primo ministro britannico, in quell’occasione avevano gettato le basi sui futuri accordi, destinati a condizionare in maniera concreta tutto il dopoguerra. In sostituzione dell'obsoleta “Società delle Nazioni”, era stata proposta dall’amministrazione americana la creazione di una nuova “Organizzazione delle Nazioni Unite”, con riferimento a quanto già definito nella Carta Atlantica ed a presidio del nuovo ordine mondiale; allo stesso modo, oltre agli ultimi indirizzi bellici da perseguire, fu abbozzato il destino della Polonia, ponendo le premesse per uno spostamento ad ovest dei confini sovietici, mentre, per quanto riguarda la sorte della Germania vinta, i tre leader si mostrarono, già da allora, intenzionati, sia pure con modalità e obiettivi differenti, ad un suo smembramento.
I primi mutamenti, infatti, “videro la luce” fin dal Luglio ’44 alla Conferenza di Bretton Woods (USA), che stabilì, alla presenza dei rappresentanti di quarantaquattro (44) nazioni, quale moneta di riserva internazionale, il dollaro, pur se convertibile in oro, a cambio fisso, tramite le riserve USA, e con il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.), per la gestione dei prestiti, e la Banca Mondiale, allora adibita al finanziamento di progetti economici, pur se, inizialmente, non riconosciuti come istituzioni dall’URSS.
Anche sul piano direttamente politico si confermò e rafforzò la leadership internazionale dell’imperialismo USA che, riducendo Europa e Giappone a suoi debitori, affermò, prima di tutto in Occidente, il proprio modello di riferimento socio-economico. Infatti “ (gli USA – ndr), dopo aver tenuto anche questa Guerra Mondiale lontano dai propri confini, limitando le perdite umane, durante l’equilibrio instabile tra “isolazionisti” ed “interventisti”, traevano il massimo beneficio da questa guerra, ottenendo di fatto il riconoscimento della propria supremazia, finanziaria e politica, nell’Occidente imperialista, con una presenza militare nella stessa Europa e la circoscrizione della temuta influenza sovietica all’interno dell’altra, ben delimitata, “sfera d’influenza”. Anche l’URSS usciva sostanzialmente rafforzata dalla guerra... [da “La guerra”, Cap. 2, Par. 2.2, pag. 22 – Opuscolo tematico di ALTERNATIVA DI CLASSE]
Dopo la Conferenza di Yalta, la cui fama deriva dal fatto che sancì la divisione del mondo in “sfere di influenza”, chiuse la serie di incontri dei “3 Grandi” tra i massimi rappresentanti delle grandi potenze alleate la Conferenza di Potsdam (dal 17 luglio al 2 agosto 1945); essa perfezionò gli accordi sulla questione tedesca e fu conclusa con la Dichiarazione della resa incondizionata del Giappone.
Nel dettaglio, gli accordi ufficialmente raggiunti a Yalta con la nascita della “sfera Occidentale” e di quella “filo-sovietica”, inclusero anche: una conferenza (programmata per il mese di aprile del 1945 a San Francisco, e poi effettuata in ritardo) in cui si formalizzerà l’istituzione della nuova organizzazione mondiale, le Nazioni Unite (ONU); in particolare a Yalta si discusse dell’istituzione del Consiglio di Sicurezza; una dichiarazione che invitava allo svolgimento di “elezioni democratiche” in tutti i territori liberati dall’occupazione nazista; lo smembramento, il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, che prevedeva che USA, URSS, Regno Unito e Francia gestissero ciascuno una zona di occupazione a carattere provvisorio, ma, in seguito, si risolse nella divisione della Germania in Est ed Ovest, terminata, come sappiamo, solo nel 1989; riguardo alla Jugoslavia, fu approvato l’accordo fra Tito e Šubašic (capo del governo monarchico in esilio), che prevedeva la “fusione” fra il governo “comunista” e quello in esilio; si decise affinché i sovietici entrassero in guerra contro il Giappone, ed in cambio avrebbero ricevuto la metà meridionale dell’isola di Sachalin, le isole Curili e avrebbero visti riconosciuti i loro “interessi” nei porti cinesi di Port Arthur e Dalian, oltre al fatto che tutti i prigionieri di guerra sovietici sarebbero stati rimandati in URSS, indipendentemente dalla loro volontà.
Dopo la sconfitta nazista e la sua resa incondizionata, il territorio della Germania venne suddiviso in quattro parti: ad est si installarono i sovietici, a sud-ovest gli americani, i britannici a nord-ovest mentre alla Francia vennero assegnate alcune aree vicine al suo confine. Anche la capitale Berlino, pur ricompresa entro il territorio occupato dai sovietici, venne ugualmente divisa in quattro parti.
Gli Stati Uniti uscirono dal conflitto come il vero leader mondiale, sia sul piano economico (il prodotto nazionale lordo passava da 91 miliardi di dollari del 1939 a 212 miliardi di dollari del 1945 e, come già detto, dalla conferenza di Bretton Woods era stato definito un sistema monetario internazionale che ha nel dollaro il suo punto di riferimento), sia sul piano militare, ottenendo, dopo lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, una incontrastata supremazia, sia reale sia in funzione deterrente.
L’Unione Sovietica di Stalin, pur uscendo dalla guerra con una economia disastrata e un contributo enorme di vittime (20 milioni di persone), emergerà anch’essa come superpotenza, che caratterizzerà tutto il secondo Novecento in uno scontro tra questi due, pur diversi, imperialismi: la cosiddetta “Guerra fredda”, in un periodo in cui lo scontro interimperialistico a più protagonisti per i diversi livelli di leadership non è mai cessato, ma è stato, ovviamente, fortemente condizionato da quanto emerso a Yalta.
Il 26 Giugno ’45 a San Francisco, con la sottoscrizione di un documento firmato da 50 Paesi nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), con l’istituzione di un Consiglio di Sicurezza del quale inizialmente fanno parte undici Paesi, di cui i principali vincitori della Guerra divengono i cinque membri permanenti: Cina, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, con possibilità di veto sulle decisioni dell’Assemblea.
Dal punto di vista di classe, con la Seconda Guerra Mondiale “...le prospettive rivoluzionarie nel mondo subivano un’altra chiara sconfitta, dopo il fallimento dell’Internazionale (sostanziale tra il ’22 ed il ’24, per il tipo di posizioni approvate, e definitivo con lo scioglimento del ’43), imprigionate nell’infernale meccanismo inaugurato a Yalta. Per quanto riguarda l’assetto geografico, ne uscì quello che si è mantenuto, sostanzialmente, fino a circa l’89...
Il bilancio di quest’altra guerra imperialista vede, come tutte le guerre di questo tipo, il solito sconfitto: il proletariato mondiale! Significative le cifre: 50 milioni di morti, di cui 35 milioni civili (il 70%); secondo le nazionalità, circa 20 i milioni di morti sovietici, 18 i milioni di tedeschi, 6 milioni gli ebrei, 4,5 milioni i polacchi, ecc. Furono spesi 1500 miliardi di dollari, di cui il 21% dagli USA, il 20% dalla Gran Bretagna, il 18% dalla Germania, il 13% dall’URSS, il 4% dal Giappone, ecc. Anche dalla evidente analisi di questi dati emerge come la Seconda Guerra Mondiale sia stata anche una vittoria economica per gli Stati Uniti, che ne escono a posto dal punto di vista finanziario, con un progresso tecnologico, anch’esso trainato dalle spese militari, che li avrebbe resi competitivi per le rapide ricostruzioni necessarie all’estero, non avendo niente di compromesso all’interno, dopo un periodo, quello bellico, di aumento della domanda interna ed estera a sostenere aumenti di produzione dall’assorbimento garantito.” [da “La guerra”, Cap. 2, Par. 2.2, pagg. 22 e 23 – Opuscolo tematico di ALTERNATIVA DI CLASSE]
In Occidente, durante la “Guerra fredda”, gli Accordi di Yalta sono spesso stati visti, da parte di una opinione visceralmente anticomunista, come un cedimento alla Unione Sovietica, un Paese, poi imploso e smembratosi in una storica sconfitta, ma che manteneva una gloriosa denominazione. In realtà, invece, se tali accordi hanno garantito per più di quaranta anni una situazione di sostanziale bilanciamento internazionale, con reciproche chiusure di mercati, hanno anche significato una chiusura ermetica di tutto il sistema capitalistico a cambiamenti che si fossero spinti oltre i limiti determinati da tali Accordi.
Proprio quanto sopra ha talvolta tratto qualcuno in inganno. Dal punto di vista di classe gli Accordi di Yalta in sé rappresentano uno dei periodici accordi fra potenze imperialiste, mirato a cristallizzare una particolare situazione di bilancia di rapporti di forze. Come tale era destinato ad essere superato, come poi è avvenuto, anche soltanto per nuovi livelli di sviluppo dello scontro interimperialistico, che non necessariamente si manifesta solo sul piano militare.
Venendo ai giorni nostri, accordi come quelli di Yalta non possono certamente suscitare alcun rimpianto fra i proletari ed i comunisti, dati il prezzo che richiederebbe il raggiungimento di una nuova situazione di stabilità ed il fatto che ogni unità delle forze imperialiste ha sempre significato una forte oppressione sul proletariato. Prima che si possa affermare un eventuale nuovo periodo di pace imperialista, con tutto quello che potrebbe comportare, è sempre più necessario che si affermi una nuova vittoria del proletariato mondiale, a partire dalla rinascita di una forza comunista davvero internazionale.
Non è Yalta la “prova del nove” dell’abbandono da parte dell’Unione Sovietica dell’indirizzo classista rivoluzionario; lo era stato già l’invasione della Polonia del ’39 ed il Patto Molotov-Ribbentrop! Tali iniziative rivelavano come ormai la borghesia anche in URSS fosse riuscita da tempo a restaurare il proprio dominio di classe, veicolata da linee fallimentari, come quella del “socialismo in un solo Paese”, e dalle scelte che ne sono conseguite. Non si tratta di ricercare nella Storia il momento di una deviazione sul piano politico! Si tratta, prima di tutto, di prendere coscienza del fatto che un cambiamento politico non può reggere a lungo una realtà sociale di transizione senza un cambiamento strutturale del tipo di economia che la regge, indipendentemente dalle sue dimensioni geografiche. E le dimensioni non si devono certo restringere, ma, semmai, allargare!
Fonte
27/07/2014
70 anni di Bretton Woods, della Banca Mondiale e del FMI
70 anni fa, il 22 luglio 1944, si concluse a Bretton Woods, la conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite. Per evitare la ripetizione di crisi come quella del 1929, ma anche per garantire la sua leadership nel mondo del dopoguerra, il governo degli Stati Uniti si affrettò a progettare la creazione di istituzioni finanziarie internazionali. Nel 1944 nacquero a Bretton Woods, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale [1]. In un primo momento, l'amministrazione Roosevelt era favorevole alla creazione di istituzioni forti, capaci di imporre le sue regole al settore finanziario privato, tra cui Wall Street. Ma di fronte all'ostilità dei banchieri, Roosevelt fece marcia indietro. Inoltre, la ripartizione dei voti all'interno della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale riflettono la volontà di dominio di alcune potenze sul resto del mondo.
Le origini [2]
E' stato nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale, che cominciò la gestazione e la discussione delle istituzioni internazionali da impostare alla conclusione di questo grande conflitto. All'interno dell'amministrazione statunitense, Harry White presentò al presidente Franklin Roosevelt, nel maggio 1942, un progetto intitolato "Piano per un fondo di stabilizzazione delle Nazioni Unite e associati e una banca delle Nazioni Unite per la ricostruzione e lo sviluppo" (Plan for a United and Associated Nations Stabilization Fund and a Bank for Reconstruction and Development of the United Nations). Uno dei suoi obiettivi era di convincere le nazioni alleate nella lotta contro le potenze dell'Asse (Germania, Italia, Giappone) che una volta raggiunta la pace bisognava stabilire meccanismi che impedissero all'economia mondiale di cadere di nuovo in una depressione paragonabile a quella degli anni '30.
Tra il 1941 e il luglio 1944, momento in cui si celebrò la Conferenza di Bretton Woods, si scartarono diverse proposte contenute nel piano iniziale. Ma una di esse si materializzò: la creazione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), meglio conosciuta come la Banca Mondiale. Per comprendere meglio la funzione attribuita a queste due istituzioni, dobbiamo tornare alla fine degli anni '20 e '30. La profonda depressione economica che colpì gli Stati Uniti provocò un effetto di contagio sul capitalismo mondiale. Un sintomo di questo contagio fu l'interruzione da parte della Germania, nel 1931, del pagamento dei debiti di guerra a Francia, Belgio, Italia e Regno Unito. E continuando con il contagio, sulle orme della Germania, questi paesi interruppero il rimborso del loro debito estero verso gli Stati Uniti [3]. Da parte loro, gli Stati Uniti ridussero drasticamente l'esportazione di capitali nel 1928 e, soprattutto, nel 1931 [4]. Nello stesso tempo, diminuirono considerevolmente le importazioni. Conseguenza: il flusso di dollari degli Stati Uniti al resto del mondo cessò ed i paesi indebitati con la prima potenza mondiale non disposero di dollari sufficienti per i rimborsi. Ma mancavano anche i dollari per comprare i prodotti statunitensi. Di conseguenza, il mondo capitalista cadde in una spirale recessiva.
John Maynard Keynes commenta con un certo sarcasmo l'attitudine degli Stati Uniti del 1932: "Il resto del mondo deve loro dei soldi. Rifiutano di essere rimborsati in natura; rifiutano che li si rimborsi in titoli; hanno già ricevuto tutto l'oro disponibile. Il rompicapo nel quale è stato messo il resto del mondo non ammette che una sola soluzione: trovare un modo per fare a meno delle esportazioni" [5]. Una delle lezioni apprese dal governo degli Stati Uniti sotto il presidente Franklin Roosevelt (1933-1945) fu che un grande paese creditore deve mettere a disposizione dei paesi debitori la moneta che permetta loro di pagare i debiti. Un'altra lezione è che in certi casi è preferibile far donazioni e non prestiti, se uno Stato vuole che la sua industria per l'esportazione ottenga un beneficio massimo e duraturo. Tratteremo questa questione più avanti, in un altro articolo, parlando del Piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa (1948-1951). Continuiamo anche se brevemente con gli anni '30, prima di passare alla genesi delle istituzioni di Bretton Woods durante la guerra.
Creazione della Export-Import Bank di Washington (1934)
La Export-Import Bank di Washington (agenzia pubblica statunitense di credito all'esportazione, rinominata in seguito come Eximbank) fu creata nel 1934 al fine di proteggere e favorire gli esportatori statunitensi. Garantiva le esportazioni e concedeva crediti a lungo termine agli stranieri affinché importassero prodotti statunitensi. Ogni dollaro prestato doveva essere speso nell'acquisto di merci prodotte negli Stati Uniti. La Export-Import Bank era molto modesta: 60 milioni di dollari durante i primi cinque anni. Ma in seguito il volume aumentò rapidamente. Nel 1941, la sua capacità di prestito arrivò a 200 milioni di dollari e nel 1945 fu pari a 3.500 milioni di dollari. Nei primi anni, la Export-Import Bank ebbe come obiettivo l'America Latina e Caraibi, Cina e Finlandia. Gli interessi in gioco erano sia economici che geostrategici.
Nascita della Banca Interamericana (1940)
Nel 1940 si creò un altro strumento finanziario: la Banca Interamericana. Una istituzione interstatale, fondata per iniziativa degli Stati Uniti nel quadro dell'Unione Panamericana (antenata dell'Organizzazione degli Stati Americani, OEA). Facevano parte di essa, fin dall'inizio, Bolivia, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana, Ecuador, Messico, Nicaragua, Paraguay, Uruguay e Stati Uniti. Questa banca è stata il precursore, in un certo senso, della Banca Mondiale, che sarà fondata quattro anni più tardi. Il principale architetto del lato degli Stati Uniti era un convinto sostenitore dell'intervento pubblico nell'economia, un sostenitore del New Deal: Emilio Collado, il numero due del Dipartimento di Stato [6]. Parteciperà alle decisioni preparatorie di Bretton Woods e nel 1944 sarà il primo rappresentante (direttore esecutivo) degli Stati Uniti nella direzione della Banca Mondiale. Non solo il Dipartimento di Stato venne coinvolto nel lancio della Banca Interamericana nel 1940. Anche il Dipartimento del Tesoro era rappresentato da Henry Morgenthau e dal suo assistente, Harry White.
Quattro ragioni di fondo portarono l'amministrazione Roosevelt alla creazione della Banca Interamericana: in primo luogo, il governo comprese che non solo doveva prestare denaro affinché comprassero i loro prodotti, ma doveva anche comprare le esportazioni di coloro che volevano vendere le loro merci. La Germania nazista, che dominava una parte d'Europa, si stava rifornendo e investendo in America Latina. [7] L'istituzione della Banca Interamericana doveva consentire legami più stretti tra gli Stati Uniti e i suoi vicini del sud. In secondo luogo, Washington considerava che non poteva contare sul settore finanziario privato degli Stati Uniti per prestare capitali a sud del Rio Grande, mentre quattordici paesi latinoamericani erano in cessazione totale o parziale dei pagamenti del proprio debito estero. Comprendeva che Wall Street e le grandi banche statunitensi erano responsabili della crisi del 1929 e della sua estensione. Doveva dotarsi di uno strumento pubblico per agire seriamente. In terzo luogo, al fine di convincere i governi latino-americani a partecipare attivamente al gioco del rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti, doveva proporgli uno strumento che, ufficialmente, perseguiva obbiettivi non direttamente subordinati al vicino del nord. Berle, vice segretario del Dipartimento di Stato, lo precisò chiaramente: "In passato, i movimenti di capitali si consideravano come francamente imperialisti. Ma in generale conducevano a difficoltà di un tipo o dell'altro. All'altro paese non piace pagare: gli interessi generati erano frequentemente considerati tirannici. Stiamo ancora liquidando molti dei conflitti del XIX secolo che sono stati causati da movimenti di capitali piuttosto violenti e non sempre chiari" [8]. Quarto: doveva fondare una banca nella quale partecipavano i paesi debitori dove avevano voce e voto. Il ragionamento è molto semplice: per garantirsi che i debitori rimborsino i loro debiti, è meglio che facciano parte della banca. Lo stesso principio si applicò nel caso della costruzione della Banca Mondiale e del FMI. Per quanto riguarda la distribuzione del diritto di voto in seno alla Banca Interamericana, i criteri applicati saranno anch'essi adottati dalla Banca Mondiale e dal FMI. Il principio di "un paese, un voto" si abbandonò in favore di un sistema basato sul peso economico (in questo caso, il volume delle esportazioni). Il sistema prevedeva una ciliegina per i paesi latino-americani: l'esistenza di una istituzione finanziaria multilaterale doveva proteggerli contro l'uso della forza da parte dei creditori desiderosi di recuperare i propri fondi. Infatti, non dovrà passare molto tempo prima che gli Stati Uniti e le altre potenze creditrici intervengano militarmente o prendano il controllo delle dogane e dell'amministrazione fiscale dei paesi indebitati per recuperare ciò che sostenevano esser loro [9]. Si noti qui che in quel momento l'atteggiamento fermo di un certo numero di paesi latino-americani (quattordici, tra cui Brasile, Messico, Colombia, Cile, Perù e Bolivia), che decisero di tagliare tutto o parte del rimborso del debito esterno, fu coronato da successo. Si devono conoscere tre risultati positivi: la loro crescita economica fu superiore a quella dei paesi che hanno continuato i pagamenti; recuperarono un notevole margine di autonomia dai paesi ricchi; e lungi dall'essere esclusi da qualsiasi altra forma di finanziamento, furono corteggiati da vari governi nel Nord, che offrirono loro finanziamenti pubblici. E' la prova che la fermezza può essere redditizia.
Le discussioni in seno all'amministrazione Roosevelt
Dal 1942, nell'amministrazione Roosevelt si discusse vivamente sull'ordine economico e finanziario che era necessario impiantare nel dopoguerra. Alcune idee sul debito e i movimenti di capitali ritornavano regolarmente sul tavolo: era necessario creare istituzioni pubbliche multilaterali che, col carattere aleatorio dell'investimento internazionale privato, forniranno capitali pubblici. Queste istituzioni dovranno "controllare gli investimenti internazionali di capitale privato, fornendo mezzi giudiziari e di arbitrato per risolvere le controversie tra creditore e debitore, e per eliminare il pericolo di utilizzo da parte dei paesi creditori dei loro reclami come base per richieste politiche, militari o economiche illegittime."(Estratto di un memorandum del Consiglio per gli Affari Esteri con data 1 aprile 1942).
Primo progetto molto ambizioso di Harry White
Come abbiamo visto sopra, Harry White lavorava dal 1941 presso il Dipartimento del Tesoro nello sviluppo di un piano per la creazione di due grandi istituzioni multilaterali. Franklin Roosevelt ricevette un primo progetto nel maggio 1942, secondo il quale non c'era che aspettare la fine della guerra per creare un fondo di stabilizzazione dei tipi di cambio (il futuro Fondo Monetario Internazionale) e una banca internazionale per fornire capitali. Precisava: "Due agenzie separate, anche se collegate, saranno meglio che una sola, poiché un'agenzia che si occupa di entrambe le attività avrebbe troppo potere e si correrebbe il rischio di commettere troppi grossi errori di giudizio" [10]. Il Fondo e la Banca dovranno includere tutti i paesi, a cominciare dagli Alleati. Il peso relativo di ciascun paese membro sarà basato sul suo peso economico. I paesi debitori dovranno far parte della banca perché questo li inciterà a pagare. Entrambe le istituzioni dovranno promuovere le politiche che garantiscano la piena occupazione. Il fondo dovrà assicurare la stabilità dei tassi di cambio, il progressivo abbandono dei controlli sui cambi e l'abbandono delle sovvenzioni all'esportazione. La banca, a sua volta, fornirà capitali per la ricostruzione dei paesi colpiti dalla guerra e per lo sviluppo delle regioni arretrate: dovrà contribuire a stabilizzare i prezzi delle materie prime. Dovrà prestare capitali a partire dal proprio fondo e disporre di una propria moneta: la unitas. L'ambizioso progetto, così come concepito da Harry White, venne profondamente rivisto nel corso dei due anni seguenti. Infatti, Wall Street e il Partito Repubblicano erano particolarmente ostili a diversi punti chiave del piano White. Essi non vogliono avere due forti istituzioni pubbliche per regolare la circolazione di capitali privati e che competano con loro. Franklin Roosevelt decise di accettare, cosa che gli permise di aver assicurata la ratificazione nel Congresso, da una larga maggioranza, nel 1945, degli accordi di Bretton Woods di luglio dell'anno precedente. Le concessioni fatte da Roosevelt erano notevoli, al punto che snaturalizzarono il progetto originale. Tuttavia, Wall Street aspettò fino al 1947 per sostenere effettivamente la Banca e il Fondo. Tra le proposte originarie [11] che furono scartate prima della Conferenza di Bretton Woods c'erano:
- la creazione di una propria moneta della Banca. Harry White, come abbiamo visto, proponeva di chiamarla unitas. John Maynard Keynes, che a sua volta avanzava una proposta simile, la chiamava bancor.
- il ricorso della Banca al proprio capitale per concedere prestiti. Alla fine si decise che la Banca avrebbe chiesto in prestito ai banchieri privati i fondi che a sua volta poi avrebbe prestato.
- la stabilizzazione dei prezzi delle materie prime.
Gli interlocutori privilegiati degli Stati Uniti per l'adozione di una proposta definitiva furono il Regno Unito, che chiedeva di essere trattato in questo modo da Washington, e l'URSS. Secondo Churchill, i negoziati tra Londra e Washington dovevano essere bilaterali e segreti [12]. Washington preferì negoziare con tutti gli alleati separatamente al fine di dividere per imperare. A quanto pare, Franklin Roosevelt, assecondato da Harry White e da Henry Morgenthau, Segretario del Tesoro, volevano realmente garantire la partecipazione dell'Unione Sovietica nella creazione della Banca e del Fondo. Morgenthau comunicò nel gennaio 1944 che due delegati sovietici giunsero a Washington per discutere sulla questione.
Dimensione geopolitica e geostrategica
Tra l'1 e il 22 luglio del 1944, ebbe luogo la Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite, conosciuta con il nome di Conferenza di Bretton Woods [13], con la presenza di 44 paesi, compresa l'Unione Sovietica. La delegazione statunitense era guidata dal Morgenthau e White, quella britannica da lord John Maynard Keynes. Entrambe le delegazioni diressero i lavori. I sovietici parteciparono alla conferenza. Secondo i negoziati tra Washington, Mosca e Londra, l'URSS avrebbe avuto la terza posizione in termini di diritti di voto, anche se i sovietici volevano la seconda. Alla fine, Mosca non ratificò gli accordi finali e nel 1947 denunciò all'Assemblea delle Nazioni Unite le istituzioni di Bretton Woods come "filiali di Wall Street". Per la rappresentanza sovietica, la Banca Mondiale era "subordinata agli obiettivi politici che ne fanno uno strumento di una grande potenza" [14]. La ripartizione dei voti illustra molto bene il predominio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna su entrambe le istituzioni. Nel 1947, i due paesi totalizzavano quasi il 50% dei voti (34.23% Stati Uniti, 14.17% Regno Unito, 30 agosto 1947). In quell'anno, la distribuzione per categorie di regioni e paesi fornisce un quadro dei rapporti di forza nel campo degli alleati (senza l'URSS), nell'immediato dopoguerra. Undici paesi capitalisti più industrializzati totalizzavano oltre il 70% dei voti [15]. Nel complesso, il continente africano non disponeva di più del 2.34%. Solo tre paesi africani avevano il diritto di voto, poiché la maggior parte erano ancora sotto il dominio coloniale [16]. Questi tre paesi erano l'Egitto (0.7% dei voti), l'Unione Sudafricana (1.34%), governata dal potere bianco che instaurò l'apartheid un anno dopo, e l'Etiopia (0.30%). In breve, l'Africa nera con un governo nero (l'imperatore Haile Selassie) aveva solo lo 0.3% dei voti. L'Asia meridionale e orientale, con soli tre membri, aveva l'11.66% dei voti: la Cina di Chiang Kai-shek, alleata degli Stati Uniti (6.68%), le Filippine, colonia degli Stati Uniti fino al 1946 (0.43%), e l'India, che ottenne l'indipendenza dalla Corona britannica nel 1947 (4.45%). L'Europa Centrale e dell'Est aveva il 3.90% dei voti: Polonia e Cecoslovacchia (1.6% ciascuno) e la Jugoslavia di Tito (0.7%). Il Medio Oriente disponeva di un 2.24% di voti: Turchia (0.73%), Libano (0.32%), Iran (0.52%), Siria (0.34%), Iraq (0.33 %). L'America Latina e i Caraibi, una regione considerata come un forte alleato degli Stati Uniti, aveva un totale di 8.38% dei voti ripartiti su 18 paesi: Bolivia (0.38%), Brasile (1.39%), Cile (0.64%), Colombia (0.64%), Costa Rica (0.29%), Cuba (0.64%), Repubblica Dominicana (0.29%), Ecuador (0.30%), El Salvador (0.28%), Guatemala (0.29%), Honduras (0.28%), Messico (0.96%), Nicaragua (0.28%), Panama (0.27%), Paraguay (0.28 %), Perù (0.45%), Uruguay (0.38%) e Venezuela (0.38%).
Note
[1] Capitolo 1 di Eric Toussaint, La Banca Mondiale: Il colpo di Stato permanente, Editorial El Viejo Topo, Barcelona 2007.
[2] Questa parte si basa principalmente su 1) Robert W. Oliver, International Economic Cooperation and the Wordl Bank, MacMillan Press, Londra, 1975, 421 p.; 2) Edward S. Mason e Robert E. Asher, The World Bank since Bretton Woods, The Brookings Institution, Washington DC, 1973, cap. 1, pp. 11-35; 3) Devesh Kapur, John P. Lewis, Richard Webb, The World Bank, Its First Half Century, vol.1: History, Brookings Institution Press, Washington DC, 1997, in particolare cap. 2, pp. 57-84; 4) Susan George e Fabrizio Sabelli, Crédits sans Frontières, col Essais, La Découverte, Paris, 1994, cap.1 pp 28-45; 5) Bruce Rich, Mortgaging the Earth, Earthscan, Londra, 1994, cap. 3, pp. 49-80; 6) Michel Aglietta e Sandra Moatti, Le FMI. De l'ordre monétaire aux désordres financiers, Ed. Economica, Parigi, 2000, cap.1, pp. 8-31; 7) Catherine Gwin, "U.S. relations with the World Bank, 1945-1992", in Devesh Kapur, John P. Lewis, Richard Webb, op. cit., vol.2, pp 195-200.
[3] Éric Toussaint, La Borsa o la Vita, CLASCO, Buenos Aires, 2004, cap. 6.
[4] Robert W. Oliver, op. cit., pp 72-75 e 109.
[5] John Maynard Keynes, Collected Papers, Vol. XXI, MacMillan, Londra, citato da Cheryl Payer, Lent and Lost. Foreign Credit and Third World Development, Zed Books, Londra, 1991, p.20.
[6] Il Dipartimento di Stato è negli Stati Uniti il Ministero degli Affari Esteri.
[7] Il rappresentante del Cile nella Banca Interamericana, Carlos Dávila ha scritto l'8 Gennaio 1940: "Nel 1938, la Germania ha assorbito il 2 per cento del cacao esportato dai nostri paesi; il 25 per cento del bestiame; 16 per cento del caffè; 19 per cento del mais; 29 per cento di cotone; 6 per cento e 23 per cento della lana. [...] Una nuova e più stretta forma d'associazione è necessaria al fine di sviluppare e sfruttare le risorse minerarie e agricole dell'America Latina per offrire prodotti che possono essere venduti negli Stati Uniti senza competere con i produttori locali. Una collaborazione finanziaria, tecnica e commerciale che potrà ampliarsi all'attività industriale, che permetterà di promuovere e aumentare la produzione in America Latina di una grande varietà di articoli manufatti che, in questo momento, gli Stati Uniti non possono e non gli interessa importare da altri continenti. È conveniente da ogni punto di vista che i capitali necessari per realizzare questo programma provengono dagli Stati Uniti e dagli investitori latinoamericani. Solo così si potrà chiudere la pagina di storia delle difficoltà che hanno incontrato gli investimenti statunitensi". Citato da Robert W. Oliver, op. cit., p. 95.
[8] Citato da Robert W. Oliver, op. cit., pp 96-97.
[9] Éric Toussaint, op. cit., Cap.6.
[10] Citato da Robert W. Oliver, op. cit., pp 111-112.
[11] Per un elenco dettagliato delle proposte Harry Bianco, vedere Robert W. Oliver, op. cit., pp 157-159.
[12] Winston Churchill era preoccupato per le intenzioni degli Stati Uniti. Egli aveva dichiarato al presidente Roosevelt: "Penso che lei desideri abolire l'Impero Britannico. [...] Tutte le sue dichiarazioni confermano questo. Nonostante questo, noi sappiamo che lei è la nostra unica speranza. E lei sa che noi lo sappiamo. Senza l'America, l'Impero Britannico non potrà resistere". Citato da Susan George e Fabrizio Sebelli, op. cit., p.31.
[13] La città di Bretton Woods si trova nelle montagne del New Hampshire. La conferenza internazionale durò tre settimane.
[14] Edward S. Mason e Robert E. Asher, op. cit., p. 29.
[15] Al 30 agosto 1947: Australia (2.41%), Belgio (2.67%), Canada (3.74%), Danimarca (0.99%), la Francia (5.88%), Grecia (0.53%), Lussemburgo (0.37%), Paesi Bassi (3.21%), Norvegia (0.80%), Regno Unito (14.17%), Stati Uniti (34.23%).
[16] Damien Millet, L'Afrique sans Dette, CADTM / Syllepse, Liegi-Parigi, 2005, cap. I.
Fonte
