Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/07/2020

Non c’è democrazia senza riduzione dell’orario e redistribuzione del lavoro

In seguito alla Grande Depressione che colpì, in primo luogo, i paesi economicamente più sviluppati come gli Usa, la stragrande maggioranza della popolazione cadde nel panico e nella disperazione, ma soprattutto fu pervasa dalla rassegnazione. Non ci furono le rivolte che abbiamo visto pochi giorni fa e che sono scaturite dall’uccisione di G. Floyd, rabbia e frustrazioni non trovarono uno sfogo immediato, cosicché quando le organizzazioni dei lavoratori provarono ad alzare la testa fu troppo tardi. Si trovarono infatti la strada sbarrata dai caporali, dai capitalisti e dal loro braccio armato rappresentato dalla malavita organizzata.

In realtà, il sindacato dei lavoratori americani, ancor prima di essere messo fuori gioco, provò ad arginare il dilagare della disoccupazione, infatti il 20 luglio 1932 il consiglio direttivo della American Federation of Labor (uno dei più importanti sindacati statunitensi), riunitosi ad Atlantic City, fece una richiesta formale al Presidente Hoover per fissare un incontro tra le organizzazioni imprenditoriali e i sindacati, allo scopo di trovare un accordo per una settimana lavorativa di 30 ore.

La sintesi di questa mediazione trovò uno sbocco nella proposta di legge del senatore dell’Alabama Hugo L. Black, alla fine del 1932. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale, che si ebbe con l’approvazione al Senato, fu stroncato con l’ascesa di Roosevelt, il quale sposò le preoccupazioni e le angosce delle classi imprenditoriali, per le implicazioni rivoluzionarie del provvedimento, pertanto affossarono il disegno di legge alla Camera.

Al contrario di quello che accade oggi, negli Usa, in quel periodo storico, ci furono una serie di grandi imprese che si prodigano alla sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro, per far fronte alla disoccupazione, tra queste ricordiamo: la Kellogg’s, la Sears, la Standard Oil e la Hudson Motors.

Tra di esse si distinse la Kellogg’s di Battle Creek, Michigan, che già nel 1930 iniziò a portare avanti la politica di 4 turni di 6 ore al giorno, per 5 giorno a settimana, invece di 3 turni di 8 ore al giorno. Una tale riorganizzazione del lavoro avrebbe consentito, in base alle intuizioni del management aziendale, un rimedio alla disoccupazione, almeno nelle aree circostanti, e un aumento della produttività del lavoro, nonché il miglioramento complessivo delle condizioni di vita delle comunità di riferimento.

L’esperimento di Battle Creek rappresenta un passo importante, nell’ambito dell’evoluzione dei rapporti sociali di produzione, in relazione alla riduzione dell’orario di lavoro, anche per il fatto che fu la stessa azienda a proporre la soluzione. Esiste infatti un’ampia letteratura che descrive le virtù di quella scelta: diminuiscono gli incidenti, migliora la produttività, i lavoratori riescono a spendere il proprio tempo libero con i propri familiari, nelle attività religiose, nelle attività sportive, ma anche nella caccia, nella pesca, nella cura dei parenti malati, nella coltivazione dei fiori e dei vegetali nel proprio giardino, in biblioteca, eccetera.

L’aspetto più sorprendente di questa storia dei pionieri americani si può riassumere nella convinzione che se tratti bene i lavoratori, essi riescono a dare di più, in quanto si alimenta la spinta motivazionale ad essere più efficienti, s’impegnano a compiere il lavoro a regola d’arte, al punto che si verificano quelle condizioni perseguite con veemenza dalle forze imprenditoriali e santificate dai sacerdoti dell’economia aziendale nei templi accademici.

In riferimento al circolo virtuoso a cui abbiamo accennato, W.K. Kellogg, in un giornale del 1935, si vantava: “il costo unitario di produzione è così basso che possiamo permetterci di pagare tanto per sei ore quanto prima ne pagavamo otto”. (1)

Ma la bella novella, che subì un’interruzione durante il secondo conflitto mondiale, si esaurì nei primi anni '80 del secolo scorso, quando le politiche liberiste iniziarono a soffiare con forza e l’azienda fu costretta a seguire il flusso della corrente.

La singola realtà produttiva, come il singolo individuo, si piegano, finiscono per rimanere intrappolati nelle maglie dell’organizzazione sociale prevalente. La visione umanitaria tra i capitalisti non trova terreno fertile, si ripiega su se stessa, entra in contrasto con le leggi immanenti che rendono il capitale ciò che è: un rapporto di forza che tende a perpetuarsi, a crescere, a cumularsi, a chiedere continui sacrifici ai lavoratori, ad inglobare ogni cosa, ogni relazione produttiva.

D’altronde, qualcosa del genere è accaduto, in tempi, in modi e con benefici diversi, anche in Italia. In molti hanno ricordato le gesta e le politiche sociali di Adriano Olivetti, il quale ha cercato di essere un uomo ancor prima che un capitalista.

Ma quali sono i motivi per rievocare questa breve storia delle relazioni industriali della Kellog’s?

Forse, il primo fra tutti è mettere in evidenza che, nonostante nel panorama attuale esistano tanti capitalisti molto più ricchi di quelli sopramenzionati, ebbene, nessuno di loro, stando alle informazioni reperibili tramite l’oracolo di Google, si degna di fare una proposta con la stessa rilevanza sociale dei loro predecessori.

Anzi, le richieste che arrivano esprimono solo lamenti: non pagare le tasse, niente prestiti ma solo finanziamenti a fondo perduto, sbarazzarsi di qualsiasi forma di controllo sociale sul loro operato.

Insomma, sembra che la crisi epidemiologica, che ha ulteriormente aggravato la crisi economica dell’ultimo mezzo secolo, abbia sovra-stimolato la paura degli imprenditori di perdere il proprio potere o, per l’altro verso, abbia intensificato il bisogno istintivo degli stessi di acciuffare tutto ciò che è dentro il piatto.

Ecco perché, questi ultimi, nelle loro azioni quotidiane, si mostrano come dei soggetti con la bava alla bocca, ai quali stanno per sottrarre il pane.
Su queste basi non si può costruire la fiducia, anzi si alimenta la diffidenza di coloro che iniziano a ballare sui carboni ardenti e sbraitano: «macché! ci sono i padroni buoni?».

Certo che no!, rispondono in coro in tanti. E dicono: la maggior parte degli imprenditori, nell’esplicare il loro mestiere, solo una cosa sanno fare molto bene, cioè quella di ottenere profitti più elevati mediante lo sfruttamento, al fine di conservare, di preservare, di perpetuare se stessi, ancor prima di pensare alla collettività generale. Con l’assurda pretesa, beninteso, di voler far emergere una parte dell’insieme sul tutto ovvero credere, erroneamente, che quella parte di cui sono espressione rappresenti il tutto, quando il tutto è qualcosa di diverso dalla somma delle singole parti.

Del resto, se si analizza la situazione dei rapporti lavorativi del tessuto produttivo italiano, ma anche quello dell’area OCSE (2), si scopre che le organizzazioni del caporalato non ci sono solo nel settore agricolo (le baraccopoli di San Ferdinando e quelle di Borgo Mezzanone), esse trovano attuazione anche alla Fincantieri di Porto Marghera e di Ancona, così come nella logistica (Ceva Logistic Italia srl, vicino Pavia), senza tralasciare gli operai dei laboratori blindati che producono per l’alta moda e le migliaia dei giovani laureati italiani che raccolgono cipolle in Australia, eccetera.

Tutto questo variegato universo di persone risponde a un medesimo principio, ad una regola comune: lavorare di più e prendere meno.

Dunque, se si guarda a quello che accade con la prospettiva dei lavoratori, specialmente in questo periodo, la Kellog’s story sembra una favola, per giunta finita male. Una favola che si è dileguata, che non ha lasciato una traccia evidente nei libri di storia, mentre ci sono altre azioni che rimangono impresse nella memoria collettiva e vengono evocate da termini anglosassoni come Act, Deal, Recovery, ecc.,

E nonostante la situazione di crisi nella quale ci troviamo sia completamente diversa da quel periodo storico, sembra che le strategie adottate e proposte, sebbene siano state svuotate nella loro essenza, continuino a scimmiottare il mitico solco tracciato dall’Amministrazione di Roosvelt, con l’aggravante di presentarsi come una farsa.

Si pensi allo slogan, Jobs Act, coniato dai creativi del marketing relazionale che hanno lavorato per conto di Renzi. Nelle intenzioni, il legislatore ha fatto riferimento alla trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a “tutele crescenti”; nella pratica si è assistito a trasferimenti di denaro pubblico a fondo perduto nelle casse delle imprese, le quali, molto spesso, sono ritornate alla contrattazione precedente, dopo aver incassato il bottino.

Per fortuna, non tutti i lavoratori cadono nella trappola dicotomica di buono e cattivo. Infatti spunta quel tale che dice che non ha un padrone e ama il proprio lavoro, non perché gli venga imposto dall’esterno, piuttosto in quanto gli consente di esprimere se stesso, di dare una forma ai propri pensieri, mediante un atto creativo. In fondo, alcuni di loro sono capaci di darsi i compiti da svolgere e quindi riescono a vivere, indebolendo la catena di comando che i proprietari del capitale tessono giorno dopo giorno.

La soddisfazione di questi lavoratori non deriva dall’essere comandati o dal comandare, mentre deriva, a mio avviso, dall’essere in relazione con gli altri e quindi apprendere con gli altri, dal produrre sintesi comuni in un processo lavorativo che miri a superare i compartimenti stagni.

Nella fase più acuta del lockdown, con tutte le storture e i soprusi che sono stati rilevati direttamente dai lavoratori, è emersa una nuova forma di consapevolezza, che non è stata efficacemente esplicitata. Essa consiste nel riconoscimento che il lavoro di un dipendente di un supermercato o quello di un migrante che si spacca la schiena nella raccolta delle verdure, nei campi agricoli, o ancora il lavoro di un infermiere, di un dottore, di un operatore ecologico così come quello di un tecnico che permetta l’erogazione della corrente elettrica, siano, in fondo, dei lavori molto più importanti di quelli svolti dai manager dell’alta moda o della finanza.

Perlomeno sotto l’aspetto della funzione sociale, in quanto garantiscono la soddisfazione dei bisogni essenziali.

Pertanto, se quasi tutti abbiamo rinunciato al consumo e alla condivisione dei pasti in un ristorante o in una mensa aziendale, di certo, non avremmo assunto lo stesso comportamento inibitorio, se avessimo trovato i supermercati vuoti. Gli episodi di panico collegati alla mancanza di generi alimentari essenziali sono scemati gradualmente, quando si è percepito o, forse, si è compreso che c’erano dei lavoratori che non rimanevano a casa, continuavano a produrre, nonostante gli elevati rischi a cui erano esposti. Non solo perché c’era un vincolo contrattuale esterno, un “obbligo padronale o istituzionale” che doveva essere ottemperato, ma soprattutto perché, a mio avviso, avvertivano – e continuano ad avvertire – la responsabilità sociale del lavoro che stavano esplicando e sapevano, forse inconsapevolmente, che da un loro rifiuto ne sarebbe scaturito un caos generale.

Tuttavia, alla luce di questi ultimi aspetti positivi, che abbiamo cercato di delineare, la situazione economica e sociale si è aggravata ulteriormente: in Europa sono circa 40 milioni i lavoratori per i quali si è dovuti ricorrere agli ammortizzatori sociali, nella sola Germania circa 10,7 milioni di lavoratori sono stati coinvolti nel cosiddetto Kurzarbeit, cioè il lavoro a tempo parziale integrato dai sussidi del Governo.

In queste circostanze anche gli inguaribili ottimisti sono arrivati alla conclusione che la ripresa complessiva del sistema sia ostacolata, sebbene, a maggioranza, i rappresentanti dei Governi nazionali siano riusciti ad allentare l’asfissiante Patto di Stabilità e abbiano promesso d’inondare l’economia reale con un fiume di denaro.

Sulla questione del denaro, però, si apre una disputa interminabile che, per certi aspetti, sembra quasi insanabile. Poiché la stragrande maggioranza delle persone, da una parte, si accosta ad esso in maniera feticistica e gli attribuisce un potere magico, dimenticando che corrisponde ad un rapporto sociale; dall’altra, esso diventa l’oggetto del contendere tra gli strati sociali contrapposti, e in questa lotta, se i lavoratori, i disoccupati, i precari e tutti coloro che costituiscono la stratificazione sociale meno abbiente, non riusciranno a trovare un linguaggio comune, le loro istanze finiranno per disperdersi, ancor di più, in mille rivoli, soccombendo alle pressioni della rendita finanziaria e fondiaria, nonché alle prevaricazioni degli imprenditori.

I quali, com’è già evidente, finiscono per sottrarre la fetta più grossa della torta, con la stampella della politica.

In che cosa consiste il linguaggio comune, nel quadro dei rapporti sociali di produzione in cui siamo immersi?

In primo luogo, significa capire che se la politica non riesce a cogliere i cambiamenti repentini a cui stiamo assistendo, con il precipitare della crisi, allora non possiamo delegare, in modo unilaterale i problemi che viviamo ad altri, come se noi non fossimo parte del problema.

In altri termini non possiamo aspettarci che i rappresentanti della politica nazionale si pongano il problema dei problemi, ossia la disoccupazione, se noi stessi non ce lo poniamo.

Significa, altresì, essere in grado d’individuare le questioni dirimenti, ogni volta che si presentano nel contesto di riferimento e quindi far notare, per esempio, che l’attuale Ministro del lavoro ha compiuto un notevole passo indietro, rispetto agli annunci fatti all’inizio del mese di maggio, sulla possibile riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Affinché la formulazione della norma sparisse dall’orizzonte, è bastato un solo ringhio da parte di Confindustria; di conseguenza, lo slancio politico iniziale ha partorito il Fondo nuove competenze (art. 88 del Decreto “Rilancio”), qualcosa di completamente diverso dall’idea che è stata espressa precedentemente.

L’articolo parla di rimodulazione dell’orario di lavoro per quelle imprese che rispettino determinati parametri e dimostrino di essere in difficoltà. Pertanto qualora si trovino in una situazione di calo delle vendite e della produzione, esse possono ridurre l’orario di lavoro dei loro dipendenti, senza intaccare il salario, poiché hanno la facoltà di accedere al Fondo di circa 230 milioni di euro, a patto che quegli stessi lavoratori si sottopongano al vincolo della formazione.

Quindi, si ritorna nella medesima gabbia delle illusioni: le imprese sostengono che la mancanza di lavoro dipenda dalla formazione inadeguata dei lavoratori, la politica avalla la tesi, i sindacati, per lo più, assistono alla festa che i formatori si apprestano a godere.

In questo processo, sarebbe opportuno che i lavoratori riuscissero a discernere che la loro ricollocazione mediante i corsi di formazione, pagati profumatamente e a dismisura, nella migliore delle ipotesi, celi un duplice messaggio: il primo trasmette, sia sotto il profilo della forma sia del contenuto, mutatis mutandis, trovatevi un altro lavoro, mentre il secondo rende evidente che un’Agenzia Formativa sia in procinto di celebrare i funerali all’azienda.

Eppure, nel procedere del nostro ragionamento, non possiamo non rilevare le sfumature logiche di quei soggetti che agiscono nella direzione di rompere il circolo vizioso, in quanto, su questa via, riusciamo a cogliere le variazioni che mettono in discussione le forme di pensiero monolitiche ed uniformi, che sfociano nell’apatia, nella monotonia, nell’inerzia ed infine nella regressione.

A tal proposito occorre rilevare un altro aspetto degno di nota, legato alla crisi epidemiologica e che è stato preso in considerazione, in modo accidentale, nel mese di aprile, dalla Task force del Ministero dell’innovazione: nel cercare di trovare una soluzione al distanziamento sociale, nei luoghi di lavoro, hanno suggerito una turnazione che ruotasse attorno alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, precisando che lo Stato avrebbe contribuito a sostenere la spesa aggiuntiva di un simile intervento, poiché, la sua attuazione avrebbe comportato dei costi inferiori a quelli della cig a zero ore

Purtroppo, quest’ultima opzione è rimasta una pura ipotesi contabile, che è durata come il battito delle ali di una farfalla. Pertanto, a livello politico non è stata accolta, non è stata recepita, per l’esito a cui è approdato il Governo, ovvero l’articolo qui sopra citato, ma anche per la mancanza di consapevolezza sull’argomento, non è stata recepita dalla gran parte dei lavoratori dipendenti e relative organizzazioni sindacali.

Perciò, un cambiamento positivo nei rapporti lavorativi non può avvenire senza la spinta degli artefici della produzione, di tutti coloro che ogni giorno s’ingegnano per mettere in moto quei processi lavorativi che consentono di trasformare la materia grezza in prodotti finiti e utili a soddisfare i più disparati bisogni, che permettono di erogare quei servizi indispensabili alla cura, alla crescita culturale, alla mobilità di tutte le persone, che ci rendono possibile l’accesso all’acqua potabile quando apriamo un rubinetto nelle nostre case e così via.

Ma tutto questo non è sufficiente. Occorre anche prendere atto che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non può venire alla luce, non può prendere corpo, se i venditori delle proprie prestazioni lavorative non sono capaci di affrontare il conflitto con i proprietari dei mezzi di produzione, mentre trovano gioco facile nel farsi la concorrenza tra di loro e quindi sono coinvolti in meccanismi che mirano ad allungare i tempi di lavoro ed abbassare i salari.

Nel trovarci atomizzati, frastagliati, frammentati, precarizzati, parcellizzati, abbiamo perso di vista il senso e le radici della storia e abbiamo dimenticato, che in Italia, per esempio, il riconoscimento della settimana lavorativa di 8 ore per 6 giorni avvenne nel 1919, come conseguenza delle lotte e delle occupazioni delle fabbriche da parte del movimento operaio.

Dalla proposta della Prima Internazionale del 1866, che rivendicava l’introduzione del limite legale di 8 ore alla durata delle attività lavorative, fino alla sua attuazione, durante il cosiddetto Biennio Rosso 1919/20, passarono 54 anni.

Fu solo grazie alla ripresa del ciclo delle lotte operaie negli anni '60 del secolo scorso che si approdò, nei primi anni '70, agli accordi contrattuali che prevedevano una settimana lavorativa di 40 ore, guadagnando così un altro giorno di riposo a settimana, senza decurtazioni di salario.

Se il movimento dei lavoratori langue, non riesce a trovare dei valori solidali comuni, non è capace di elaborare una sintesi delle varie rivendicazioni particolari, allora è in difficoltà, soccombe per l’elevato tasso di disoccupazione, cade nella guerra tra poveri, e così via dicendo.

Sulla base di queste ultime considerazioni, quindi, ci chiediamo: cosa accade nel mondo accademico internazionale che è in contrasto con i fautori del liberismo selvaggio e con i sostenitori della flessibilità lavorativa a gogo?

Ebbene, tra i tanti articoli che hanno cercato di analizzare e quindi di trovare soluzioni coerenti ai problemi sollevati, con l’intensificarsi della crisi economica odierna, ho selezionato Democratizing work (3), un appello condiviso da 3.000 ricercatori di tutto il modo e pubblicato su 37 giornali internazionali, in 25 lingue diverse.

Gli autori, durante le fasi più acute del lockdown, osservano, colgono e giustamente rilevano una serie di contraddizioni che normalmente non sono evidenti, quindi affermano una tesi che, in qualche modo, collima con il nostro modo di procedere, rispetto all’importanza che il lavoro assume nelle relazioni sociali, per ciò che concerne la soddisfazione reciproca di quei bisogni che rendono la vita degna di essere vissuta.

E siccome non viviamo in un mondo completamente automatizzato, ci sono milioni di persone che ogni giorno si alzano, fanno la colazione e si spostano verso quei luoghi di lavoro dove svolgono attività essenziali, così come ci sono altri milioni di lavoratori che svolgono attività simili, effettuando turni di notte.

Di questo mondo sommerso e quasi invisibile, in tanti si sono accorti solamente durante la Pandemia. Infatti, molti di quelli che sono rimasti a casa, successivamente al blocco delle attività su tutto il territorio nazionale, hanno cercato di entrare in empatia con quei lavoratori che mettevano in pericolo la propria salute, la loro stessa vita; inoltre, nelle grandi città, tutti sapevamo, implicitamente, che se l’operatore ecologico non avesse prestato il proprio servizio, saremmo stati circondati dalla spazzatura.

Quindi, per quest’ultimo esempio come per tantissimi altri, possiamo delineare il concetto di “lavoro essenziale”, ossia quell’attività svolta da un essere umano che ci consente di far fronte alla gestione dei problemi complessi, che sorgono da una miriade di interazioni sociali poste in essere da individui e gruppi che si muovono in base alla dimensione spaziale e quella temporale.

Un simile approccio rinforza l’assunto, come ci ricordano gli autori dell’articolo, che il lavoro non può essere considerato solo come una risorsa tra le altre o addirittura posto alla stessa stregua di una merce, di cui il management aziendale possa disfarsi a proprio piacimento e secondo dei puri calcoli di convenienza economica.

Senza il dispendio di energie e di tempo, senza l’applicazione della loro intelligenza alle attività che, di volta in volta, sono chiamati a svolgere, per conto e sotto il rigido controllo dei dirigenti di aziende private (4), che devono rispondere agli interessi degli azionisti, una gran parte dei beni e dei servizi, indirizzati alla soddisfazione dei bisogni, non verrebbero alla luce.

Nel documento, infine, ci sono altri due aspetti che attirano la nostra attenzione.

Il primo pone in evidenza la necessità di controbilanciare il potere decisionale dei Consigli d’Amministrazione, nel senso che si avanza la proposta per la creazione di un organismo che rappresenti i lavoratori nelle imprese, allo scopo di partecipare, in modo attivo e con un determinato peso istituzionale, a tutte quelle importanti decisioni da cui dipendono le sorti delle aziende; ci sono delle scelte per le quali la condizioni d’esistenza di migliaia di lavoratori e lavoratrici assumono una valenza superiore ai giochetti di potere che vengono messi in mostra dai dirigenti e dai proprietari dei mezzi di produzione. Ma questo passaggio implica, non solo il riconoscimento che i dipendenti siano in grado di partecipare alla gestione delle imprese, ma anche la messa in discussione della proprietà privata del capitale fisso.

Il secondo aspetto, oltre a essere strettamente connesso al primo, è, per certi versi, molto più complesso, poiché fa riferimento all’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che afferma: ogni persona ha diritto al lavoro.

Qui, nell’appello del documento si riconosce che la condizione necessaria e sufficiente, affinché si creino le circostanze per democratizzare i rapporti lavorativi, sia quella di assicurare un impiego a tutti. Altrimenti detto, se non si realizza “il pieno impiego”, non è possibile spingersi al di là dei rapporti sociali di produzione che stiamo vivendo negli ultimi decenni.

Finché persistono i disoccupati, i working poors, gli stagisti, i tirocinanti, i lavoratori intermittenti, a chiamata, pronti per l’uso, eccetera, sarà molto difficile democratizzare le condizioni di vita di tutti i lavoratori. Tuttavia, gli studiosi che hanno sottoscritto quest’ultima rivendicazione, che costituisce una parte fondamentale del documento, non si sono resi conto, a mio modo di vedere, che non vengono indicate le strategie per conseguire l’obiettivo ritenuto prioritario.

In questo caso, si affidano ad un generico appello alla creazione di una Garanzia di Impiego, che poggia su una norma generale ed astratta, anche se di nobile coniatura e che noi condividiamo, ma nulla dice su quale strada percorrere, sul come individuare le soluzioni coerenti con lo sviluppo delle forze produttive.

Ecco perché, in relazione a questi ultimi concetti, penso sarebbe interessante porre due domande agli autori del documento:

1) come mai nelle vostre proposte non ci sono tracce, non ci sono collegamenti con tutta la storia del movimento per la riduzione dell’orario lavorativo?

2) è possibile democratizzare i rapporti lavorativi, se si prescinde dalla lotta per redistribuzione del lavoro complessivo sociale?

Note:

(1) Six-hour shifts satisfied Kellog’s appetite for productivity, InformationWeek, 04/05/202, https://www.google.it/url

(2) Sorry we missed you, di Ken Loach, e La legge del mercato, di Stéphane Brizé, sono solo due film documentari, tra i tanti, che descrivono in modo lucido e puntuale il degrado e il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, in contesti diversi dall’Italia.

(3) Isabelle Ferreras, Julie Battilana, Dominique Méda, Democratizing work, il manifesto, 16/05/2020

(4) Qualcosa del genere accade anche nel settore pubblico, sebbene con modalità diverse, ci limitiamo, però, a sottolineare che il processo di privatizzazione, negli ultimi 30 anni, si è spinto a tal punto da far assomigliare l’organizzazione degli Enti pubblici sempre di più a quella delle aziende private, manca solo il fatto che nei loro Statuti dichiarino che perseguono il profitto.

Fonte

30/12/2017

Il nesso tra l’austerità e l’ascesa del nazismo nel 1933


Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico

“Migliaia di storici, economisti, sociologi e altri ricercatori hanno trascorso più di 80 anni cercando di dare un senso all’improvvisa ascesa al potere del partito nazista.” Scrive Dylan Matthews su Vox presentando il rapporto pubblicato dal National Bureau of Economic Research da parte di Gregori Galofré-Vilà dell’Università Bocconi, Christopher M. Meissner della UC Davis, Martin McKee della London School of Hygiene & Tropical Medicine e David Stuckler sempre Bocconi che indica come l’austerità sia l’elemento che aiuti a colmare alcune lacune nella tradizionale narrativa della Grande Depressione come motivo fondante dell’ascesa dei nazisti. In particolare, gli economisti si concentrano sul pacchetto di dure tagli alle spese e aumenti delle tasse che il cancelliere conservatore tedesco Heinrich Brüning ha promulgato dal 1930 al 1932.

Gli economisti, in altre parole, non pensano che sia solo la Grande Depressione a spiegare il nazismo. Anche molti altri paesi hanno sofferto durante la Depressione, senza crollare in dittature totalitarie. “Durante gli anni ’20, non vi erano differenze sostanziali nelle prestazioni economiche delle nazioni che, a metà degli anni ’30, erano regimi democratici o dittature”, osservano gli autori. “La profondità della depressione era solo leggermente maggiore in Germania che in Francia o nei Paesi Bassi, ed era anche peggiore in Austria (e in altre nazioni dell’Europa orientale) e negli Stati Uniti.” Di questi paesi, l’Austria ha visto anche una dittatura di estrema destra venire al potere sotto Engelbert Dollfuss, nel 1932. Ma la Francia, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti non vedono radicali i partiti di destra che entrano in carica.

Altrettanto preoccupante per la spiegazione economica più semplicistica è il fatto che i disoccupati non erano particolarmente propensi a votare per i nazisti. Gli autori citano risme di ricerche che dimostrano che i disoccupati erano più propensi a votare per i comunisti o i socialdemocratici. “Non è che Hitler non abbia cercato di appellarsi alle masse disoccupate”, notano, “ma era il Partito Comunista percepito come il partito che tradizionalmente rappresentava gli interessi dei lavoratori”.

Un fattore unicamente tedesco che potrebbe aiutare a spiegare l’ascesa dei nazisti sono le dure riparazioni di guerra, pari al 260 percento del PIL della Germania del 1913, che i vincitori della prima guerra mondiale imposero sotto il trattato di Versailles. Già nel 1920, John Maynard Keynes avvertiva che il dolore economico causato costringendo la Germania a pagare quel debito poteva portare all’ascesa di una dittatura. Ma gli autori osservano che il debito della Germania non è stato per lo più ripagato; Il presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover aveva annunciato una moratoria sui pagamenti nel 1931, e poi sono stati sospesi dagli Alleati alla Conferenza di Losanna nel 1932.

E allora? Secondo gli autori del rapporto, la Germania era l’unico grande paese occidentale ad attuare l’austerità. L’entità dei tagli imposti da Brüning dal 1930 al 1932 è davvero sbalorditiva. Gli autori stimano che Brüning tagliò le spese del governo tedesco di circa il 15% nel periodo considerato. Le conseguenze economiche furono terribili. Il PIL crollò del 15%, così come le entrate del governo. La disoccupazione è aumentata dal 22,7% al 43,8%. E Brüning divenne noto come il “Cancelliere della fame”.

“Sebbene la Germania non sia stata l’unico paese colpito dalla Depressione, è stato l’unico grande paese ad attuare misure di austerità prolungate e profonde”, scrivono gli autori. Galofré-Vilà, Meissner, McKee e Stuckler non sono certo i primi a legare il dolore causato dall’austerità all’ascesa dei nazisti, conclude Matthews, ma sono tra i pochi ad aver provato a quantificare l’effetto. Per prima cosa stimano il livello di austerità in ogni stato e distretto in Germania utilizzando l’aliquota fiscale media di ciascuna zona locale.

Mentre il governo di Brüning aumentava le imposte sul reddito a livello generale, la maggior parte delle imposte sul reddito erano locali, quindi gli aumenti delle tasse federali hanno provocato aumenti fiscali di diverse dimensioni in diverse aree. E gli autori hanno scoperto che le aree che hanno visto aumenti più consistenti delle loro aliquote fiscali medie hanno visto anche maggiori quote di voto per il partito nazista nelle elezioni del luglio 1932, del novembre 1932 e del marzo del 1933. “Indipendentemente da come misuriamo l’austerità, la stima dell’associazione di austerità con la quota di voto nazista è positiva e statisticamente significativa nella maggior parte dei modelli, considerando le diverse elezioni tra il 1930 e il 1933”, concludono.

Secondo una stima, un aumento dell’1% dei tagli alla spesa è associato a un aumento di 1,825 punti percentuali nella quota di voto nazista. I risultati sono ancora più forti se si considerano solo i tagli alle pensioni comunali, il sostegno alla disoccupazione e l’assistenza sanitaria e se si usa l’appartenenza al partito nazista come variabile dipendente, piuttosto che come quota del voto nazista, proseguono gli autori.

Perché i nazisti e non i comunisti o i socialdemocratici beneficiarono del fervore anti-austerità? I socialdemocratici erano alleati del partito di centro di Brüning nella coalizione di governo, e furono puniti per questo sostegno. I comunisti hanno raccolto molti voti, in particolare tra i disoccupati e le classi lavoratrici, nello stesso momento in cui i nazisti stavano crescendo. Sebbene gli autori non diano una risposta definitiva alla domanda, quindi, notano che i nazisti hanno eseguito una piattaforma anti-austerità, completando i loro temi ipernazionalisti e antisemitici. Hanno promesso agevolazioni fiscali, “mantenuto il sistema di previdenza sociale”, per assicurare “una generosa espansione del sostegno per gli anziani” e per espandere gli investimenti nelle autostrade. Ciò non suscitò il sostegno dei nazisti tra i disoccupati e le classi inferiori, che invece si accalcarono verso i comunisti. Ma lo ha fatto, scrivono gli autori, in un asse “tra le classi medio-alte che, nonostante la profondità della Depressione (cioè, dopo aver controllato per il livello di produzione e occupazione) avevano ancora qualcosa da perdere.”

Fonte

27/07/2014

70 anni di Bretton Woods, della Banca Mondiale e del FMI

di Eric Toussaint, dottore in scienze politiche, è portavoce della rete internazionale CADTM e membro del consiglio scientifico di ATTAC Francia.

70 anni fa, il 22 luglio 1944, si concluse a Bretton Woods, la conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite. Per evitare la ripetizione di crisi come quella del 1929, ma anche per garantire la sua leadership nel mondo del dopoguerra, il governo degli Stati Uniti si affrettò a progettare la creazione di istituzioni finanziarie internazionali. Nel 1944 nacquero a Bretton Woods, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale [1]. In un primo momento, l'amministrazione Roosevelt era favorevole alla creazione di istituzioni forti, capaci di imporre le sue regole al settore finanziario privato, tra cui Wall Street. Ma di fronte all'ostilità dei banchieri, Roosevelt fece marcia indietro. Inoltre, la ripartizione dei voti all'interno della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale riflettono la volontà di dominio di alcune potenze sul resto del mondo.

Le origini [2]

E' stato nel 1941, durante la Seconda guerra mondiale, che cominciò la gestazione e la discussione delle istituzioni internazionali da impostare alla conclusione di questo grande conflitto. All'interno dell'amministrazione statunitense, Harry White presentò al presidente Franklin Roosevelt, nel maggio 1942, un progetto intitolato "Piano per un fondo di stabilizzazione delle Nazioni Unite e associati e una banca delle Nazioni Unite per la ricostruzione e lo sviluppo" (Plan for a United and Associated Nations Stabilization Fund and a Bank for Reconstruction and Development of the United Nations). Uno dei suoi obiettivi era di convincere le nazioni alleate nella lotta contro le potenze dell'Asse (Germania, Italia, Giappone) che una volta raggiunta la pace bisognava stabilire meccanismi che impedissero all'economia mondiale di cadere di nuovo in una depressione paragonabile a quella degli anni '30.

Tra il 1941 e il luglio 1944, momento in cui si celebrò la Conferenza di Bretton Woods, si scartarono diverse proposte contenute nel piano iniziale. Ma una di esse si materializzò: la creazione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), meglio conosciuta come la Banca Mondiale. Per comprendere meglio la funzione attribuita a queste due istituzioni, dobbiamo tornare alla fine degli anni '20 e '30. La profonda depressione economica che colpì gli Stati Uniti provocò un effetto di contagio sul capitalismo mondiale. Un sintomo di questo contagio fu l'interruzione da parte della Germania, nel 1931, del pagamento dei debiti di guerra a Francia, Belgio, Italia e Regno Unito. E continuando con il contagio, sulle orme della Germania, questi paesi interruppero il rimborso del loro debito estero verso gli Stati Uniti [3]. Da parte loro, gli Stati Uniti ridussero drasticamente l'esportazione di capitali nel 1928 e, soprattutto, nel 1931 [4]. Nello stesso tempo, diminuirono considerevolmente le importazioni. Conseguenza: il flusso di dollari degli Stati Uniti al resto del mondo cessò ed i paesi indebitati con la prima potenza mondiale non disposero di dollari sufficienti per i rimborsi. Ma mancavano anche i dollari per comprare i prodotti statunitensi. Di conseguenza, il mondo capitalista cadde in una spirale recessiva.

John Maynard Keynes commenta con un certo sarcasmo l'attitudine degli Stati Uniti del 1932: "Il resto del mondo deve loro dei soldi. Rifiutano di essere rimborsati in natura; rifiutano che li si rimborsi in titoli; hanno già ricevuto tutto l'oro disponibile. Il rompicapo nel quale è stato messo il resto del mondo non ammette che una sola soluzione: trovare un modo per fare a meno delle esportazioni" [5]. Una delle lezioni apprese dal governo degli Stati Uniti sotto il presidente Franklin Roosevelt (1933-1945) fu che un grande paese creditore deve mettere a disposizione dei paesi debitori la moneta che permetta loro di pagare i debiti. Un'altra lezione è che in certi casi è preferibile far donazioni e non prestiti, se uno Stato vuole che la sua industria per l'esportazione ottenga un beneficio massimo e duraturo. Tratteremo questa questione più avanti, in un altro articolo, parlando del Piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa (1948-1951). Continuiamo anche se brevemente con gli anni '30, prima di passare alla genesi delle istituzioni di Bretton Woods durante la guerra.

Creazione della Export-Import Bank di Washington (1934)

La Export-Import Bank di Washington (agenzia pubblica statunitense di credito all'esportazione, rinominata in seguito come Eximbank) fu creata nel 1934 al fine di proteggere e favorire gli esportatori statunitensi. Garantiva le esportazioni e concedeva crediti a lungo termine agli stranieri affinché importassero prodotti statunitensi. Ogni dollaro prestato doveva essere speso nell'acquisto di merci prodotte negli Stati Uniti. La Export-Import Bank era molto modesta: 60 milioni di dollari durante i primi cinque anni. Ma in seguito il volume aumentò rapidamente. Nel 1941, la sua capacità di prestito arrivò a 200 milioni di dollari e nel 1945 fu pari a 3.500 milioni di dollari. Nei primi anni, la Export-Import Bank ebbe come obiettivo l'America Latina e Caraibi, Cina e Finlandia. Gli interessi in gioco erano sia economici che geostrategici.

Nascita della Banca Interamericana (1940)

Nel 1940 si creò un altro strumento finanziario: la Banca Interamericana. Una istituzione interstatale, fondata per iniziativa degli Stati Uniti nel quadro dell'Unione Panamericana (antenata dell'Organizzazione degli Stati Americani, OEA). Facevano parte di essa, fin dall'inizio, Bolivia, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana, Ecuador, Messico, Nicaragua, Paraguay, Uruguay e Stati Uniti. Questa banca è stata il precursore, in un certo senso, della Banca Mondiale, che sarà fondata quattro anni più tardi. Il principale architetto del lato degli Stati Uniti era un convinto sostenitore dell'intervento pubblico nell'economia, un sostenitore del New Deal: Emilio Collado, il numero due del Dipartimento di Stato [6]. Parteciperà alle decisioni preparatorie di Bretton Woods e nel 1944 sarà il primo rappresentante (direttore esecutivo) degli Stati Uniti nella direzione della Banca Mondiale. Non solo il Dipartimento di Stato venne coinvolto nel lancio della Banca Interamericana nel 1940. Anche il Dipartimento del Tesoro era rappresentato da Henry Morgenthau e dal suo assistente, Harry White.

Quattro ragioni di fondo portarono l'amministrazione Roosevelt alla creazione della Banca Interamericana: in primo luogo, il governo comprese che non solo doveva prestare denaro affinché comprassero i loro prodotti, ma doveva anche comprare le esportazioni di coloro che volevano vendere le loro merci. La Germania nazista, che dominava una parte d'Europa, si stava rifornendo e investendo in America Latina. [7] L'istituzione della Banca Interamericana doveva consentire legami più stretti tra gli Stati Uniti e i suoi vicini del sud. In secondo luogo, Washington considerava che non poteva contare sul settore finanziario privato degli Stati Uniti per prestare capitali a sud del Rio Grande, mentre quattordici paesi latinoamericani erano in cessazione totale o parziale dei pagamenti del proprio debito estero. Comprendeva che Wall Street e le grandi banche statunitensi erano responsabili della crisi del 1929 e della sua estensione. Doveva dotarsi di uno strumento pubblico per agire seriamente. In terzo luogo, al fine di convincere i governi latino-americani a partecipare attivamente al gioco del rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti, doveva proporgli uno strumento che, ufficialmente, perseguiva obbiettivi non direttamente subordinati al vicino del nord. Berle, vice segretario del Dipartimento di Stato, lo precisò chiaramente: "In passato, i movimenti di capitali si consideravano come francamente imperialisti. Ma in generale conducevano a difficoltà di un tipo o dell'altro. All'altro paese non piace pagare: gli interessi generati erano frequentemente considerati tirannici. Stiamo ancora liquidando molti dei conflitti del XIX secolo che sono stati causati da movimenti di capitali piuttosto violenti e non sempre chiari" [8]. Quarto: doveva fondare una banca nella quale partecipavano i paesi debitori dove avevano voce e voto. Il ragionamento è molto semplice: per garantirsi che i debitori rimborsino i loro debiti, è meglio che facciano parte della banca. Lo stesso principio si applicò nel caso della costruzione della Banca Mondiale e del FMI. Per quanto riguarda la distribuzione del diritto di voto in seno alla Banca Interamericana, i criteri applicati saranno anch'essi adottati dalla Banca Mondiale e dal FMI. Il principio di "un paese, un voto" si abbandonò in favore di un sistema basato sul peso economico (in questo caso, il volume delle esportazioni). Il sistema prevedeva una ciliegina per i paesi latino-americani: l'esistenza di una istituzione finanziaria multilaterale doveva proteggerli contro l'uso della forza da parte dei creditori desiderosi di recuperare i propri fondi. Infatti, non dovrà passare molto tempo prima che gli Stati Uniti e le altre potenze creditrici intervengano militarmente o prendano il controllo delle dogane e dell'amministrazione fiscale dei paesi indebitati per recuperare ciò che sostenevano esser loro [9]. Si noti qui che in quel momento l'atteggiamento fermo di un certo numero di paesi latino-americani (quattordici, tra cui Brasile, Messico, Colombia, Cile, Perù e Bolivia), che decisero di tagliare tutto o parte del rimborso del debito esterno, fu coronato da successo. Si devono conoscere tre risultati positivi: la loro crescita economica fu superiore a quella dei paesi che hanno continuato i pagamenti; recuperarono un notevole margine di autonomia dai paesi ricchi; e lungi dall'essere esclusi da qualsiasi altra forma di finanziamento, furono corteggiati da vari governi nel Nord, che offrirono loro finanziamenti pubblici. E' la prova che la fermezza può essere redditizia.

Le discussioni in seno all'amministrazione Roosevelt

Dal 1942, nell'amministrazione Roosevelt si discusse vivamente sull'ordine economico e finanziario che era necessario impiantare nel dopoguerra. Alcune idee sul debito e i movimenti di capitali ritornavano regolarmente sul tavolo: era necessario creare istituzioni pubbliche multilaterali che, col carattere aleatorio dell'investimento internazionale privato, forniranno capitali pubblici. Queste istituzioni dovranno "controllare gli investimenti internazionali di capitale privato, fornendo mezzi giudiziari e di arbitrato per risolvere le controversie tra creditore e debitore, e per eliminare il pericolo di utilizzo da parte dei paesi creditori dei loro reclami come base per richieste politiche, militari o economiche illegittime."(Estratto di un memorandum del Consiglio per gli Affari Esteri con data 1 aprile 1942).

Primo progetto molto ambizioso di Harry White

Come abbiamo visto sopra, Harry White lavorava dal 1941 presso il Dipartimento del Tesoro nello sviluppo di un piano per la creazione di due grandi istituzioni multilaterali. Franklin Roosevelt ricevette un primo progetto nel maggio 1942, secondo il quale non c'era che aspettare la fine della guerra per creare un fondo di stabilizzazione dei tipi di cambio (il futuro Fondo Monetario Internazionale) e una banca internazionale per fornire capitali. Precisava: "Due agenzie separate, anche se collegate, saranno meglio che una sola, poiché un'agenzia che si occupa di entrambe le attività avrebbe troppo potere e si correrebbe il rischio di commettere troppi grossi errori di giudizio" [10]. Il Fondo e la Banca dovranno includere tutti i paesi, a cominciare dagli Alleati. Il peso relativo di ciascun paese membro sarà basato sul suo peso economico. I paesi debitori dovranno far parte della banca perché questo li inciterà a pagare. Entrambe le istituzioni dovranno promuovere le politiche che garantiscano la piena occupazione. Il fondo dovrà assicurare la stabilità dei tassi di cambio, il progressivo abbandono dei controlli sui cambi e l'abbandono delle sovvenzioni all'esportazione. La banca, a sua volta, fornirà capitali per la ricostruzione dei paesi colpiti dalla guerra e per lo sviluppo delle regioni arretrate: dovrà contribuire a stabilizzare i prezzi delle materie prime. Dovrà prestare capitali a partire dal proprio fondo e disporre di una propria moneta: la unitas. L'ambizioso progetto, così come concepito da Harry White, venne profondamente rivisto nel corso dei due anni seguenti. Infatti, Wall Street e il Partito Repubblicano erano particolarmente ostili a diversi punti chiave del piano White. Essi non vogliono avere due forti istituzioni pubbliche per regolare la circolazione di capitali privati e che competano con loro. Franklin Roosevelt decise di accettare, cosa che gli permise di aver assicurata la ratificazione nel Congresso, da una larga maggioranza, nel 1945, degli accordi di Bretton Woods di luglio dell'anno precedente. Le concessioni fatte da Roosevelt erano notevoli, al punto che snaturalizzarono il progetto originale. Tuttavia, Wall Street aspettò fino al 1947 per sostenere effettivamente la Banca e il Fondo. Tra le proposte originarie [11] che furono scartate prima della Conferenza di Bretton Woods c'erano:

- la creazione di una propria moneta della Banca. Harry White, come abbiamo visto, proponeva di chiamarla unitas. John Maynard Keynes, che a sua volta avanzava una proposta simile, la chiamava bancor.

- il ricorso della Banca al proprio capitale per concedere prestiti. Alla fine si decise che la Banca avrebbe chiesto in prestito ai banchieri privati i fondi che a sua volta poi avrebbe prestato.

- la stabilizzazione dei prezzi delle materie prime.

Gli interlocutori privilegiati degli Stati Uniti per l'adozione di una proposta definitiva furono il Regno Unito, che chiedeva di essere trattato in questo modo da Washington, e l'URSS. Secondo Churchill, i negoziati tra Londra e Washington dovevano essere bilaterali e segreti [12]. Washington preferì negoziare con tutti gli alleati separatamente al fine di dividere per imperare. A quanto pare, Franklin Roosevelt, assecondato da Harry White e da Henry Morgenthau, Segretario del Tesoro, volevano realmente garantire la partecipazione dell'Unione Sovietica nella creazione della Banca e del Fondo. Morgenthau comunicò nel gennaio 1944 che due delegati sovietici giunsero a Washington per discutere sulla questione.

Dimensione geopolitica e geostrategica

Tra l'1 e il 22 luglio del 1944, ebbe luogo la Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite, conosciuta con il nome di Conferenza di Bretton Woods [13], con la presenza di 44 paesi, compresa l'Unione Sovietica. La delegazione statunitense era guidata dal Morgenthau e White, quella britannica da lord John Maynard Keynes. Entrambe le delegazioni diressero i lavori. I sovietici parteciparono alla conferenza. Secondo i negoziati tra Washington, Mosca e Londra, l'URSS avrebbe avuto la terza posizione in termini di diritti di voto, anche se i sovietici volevano la seconda. Alla fine, Mosca non ratificò gli accordi finali e nel 1947 denunciò all'Assemblea delle Nazioni Unite le istituzioni di Bretton Woods come "filiali di Wall Street". Per la rappresentanza sovietica, la Banca Mondiale era "subordinata agli obiettivi politici che ne fanno uno strumento di una grande potenza" [14]. La ripartizione dei voti illustra molto bene il predominio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna su entrambe le istituzioni. Nel 1947, i due paesi totalizzavano quasi il 50% dei voti (34.23% Stati Uniti, 14.17% Regno Unito, 30 agosto 1947). In quell'anno, la distribuzione per categorie di regioni e paesi fornisce un quadro dei rapporti di forza nel campo degli alleati (senza l'URSS), nell'immediato dopoguerra. Undici paesi capitalisti più industrializzati totalizzavano oltre il 70% dei voti [15]. Nel complesso, il continente africano non disponeva di più del 2.34%. Solo tre paesi africani avevano il diritto di voto, poiché la maggior parte erano ancora sotto il dominio coloniale [16]. Questi tre paesi erano l'Egitto (0.7% dei voti), l'Unione Sudafricana (1.34%), governata dal potere bianco che instaurò l'apartheid un anno dopo, e l'Etiopia (0.30%). In breve, l'Africa nera con un governo nero (l'imperatore Haile Selassie) aveva solo lo 0.3% dei voti. L'Asia meridionale e orientale, con soli tre membri, aveva l'11.66% dei voti: la Cina di Chiang Kai-shek, alleata degli Stati Uniti (6.68%), le Filippine, colonia degli Stati Uniti fino al 1946 (0.43%), e l'India, che ottenne l'indipendenza dalla Corona britannica nel 1947 (4.45%). L'Europa Centrale e dell'Est aveva il 3.90% dei voti: Polonia e Cecoslovacchia (1.6% ciascuno) e la Jugoslavia di Tito (0.7%). Il Medio Oriente disponeva di un 2.24% di voti: Turchia (0.73%), Libano (0.32%), Iran (0.52%), Siria (0.34%), Iraq (0.33 %). L'America Latina e i Caraibi, una regione considerata come un forte alleato degli Stati Uniti, aveva un totale di 8.38% dei voti ripartiti su 18 paesi: Bolivia (0.38%), Brasile (1.39%), Cile (0.64%), Colombia (0.64%), Costa Rica (0.29%), Cuba (0.64%), Repubblica Dominicana (0.29%), Ecuador (0.30%), El Salvador (0.28%), Guatemala (0.29%), Honduras (0.28%), Messico (0.96%), Nicaragua (0.28%), Panama (0.27%), Paraguay (0.28 %), Perù (0.45%), Uruguay (0.38%) e Venezuela (0.38%).

Note

[1] Capitolo 1 di Eric Toussaint, La Banca Mondiale: Il colpo di Stato permanente, Editorial El Viejo Topo, Barcelona 2007.
[2] Questa parte si basa principalmente su 1) Robert W. Oliver, International Economic Cooperation and the Wordl Bank, MacMillan Press, Londra, 1975, 421 p.; 2) Edward S. Mason e Robert E. Asher, The World Bank since Bretton Woods, The Brookings Institution, Washington DC, 1973, cap. 1, pp. 11-35; 3) Devesh Kapur, John P. Lewis, Richard Webb, The World Bank, Its First Half Century, vol.1: History, Brookings Institution Press, Washington DC, 1997, in particolare cap. 2, pp. 57-84; 4) Susan George e Fabrizio Sabelli, Crédits sans Frontières, col Essais, La Découverte, Paris, 1994, cap.1 pp 28-45; 5) Bruce Rich, Mortgaging the Earth, Earthscan, Londra, 1994, cap. 3, pp. 49-80; 6) Michel Aglietta e Sandra Moatti, Le FMI. De l'ordre monétaire aux désordres financiers, Ed. Economica, Parigi, 2000, cap.1, pp. 8-31; 7) Catherine Gwin, "U.S. relations with the World Bank, 1945-1992", in Devesh Kapur, John P. Lewis, Richard Webb, op. cit., vol.2, pp 195-200.
[3] Éric Toussaint, La Borsa o la Vita, CLASCO, Buenos Aires, 2004, cap. 6.
[4] Robert W. Oliver, op. cit., pp 72-75 e 109.
[5] John Maynard Keynes, Collected Papers, Vol. XXI, MacMillan, Londra, citato da Cheryl Payer, Lent and Lost. Foreign Credit and Third World Development, Zed Books, Londra, 1991, p.20.
[6] Il Dipartimento di Stato è negli Stati Uniti il Ministero degli Affari Esteri.
[7] Il rappresentante del Cile nella Banca Interamericana, Carlos Dávila ha scritto l'8 Gennaio 1940: "Nel 1938, la Germania ha assorbito il 2 per cento del cacao esportato dai nostri paesi; il 25 per cento del bestiame; 16 per cento del caffè; 19 per cento del mais; 29 per cento di cotone; 6 per cento e 23 per cento della lana. [...] Una nuova e più stretta forma d'associazione è necessaria al fine di sviluppare e sfruttare le risorse minerarie e agricole dell'America Latina per offrire prodotti che possono essere venduti negli Stati Uniti senza competere con i produttori locali. Una collaborazione finanziaria, tecnica e commerciale che potrà ampliarsi all'attività industriale, che permetterà di promuovere e aumentare la produzione in America Latina di una grande varietà di articoli manufatti che, in questo momento, gli Stati Uniti non possono e non gli interessa importare da altri continenti. È conveniente da ogni punto di vista che i capitali necessari per realizzare questo programma provengono dagli Stati Uniti e dagli investitori latinoamericani. Solo così si potrà chiudere la pagina di storia delle difficoltà che hanno incontrato gli investimenti statunitensi". Citato da Robert W. Oliver, op. cit., p. 95.
[8] Citato da Robert W. Oliver, op. cit., pp 96-97.
[9] Éric Toussaint, op. cit., Cap.6.
[10] Citato da Robert W. Oliver, op. cit., pp 111-112.
[11] Per un elenco dettagliato delle proposte Harry Bianco, vedere Robert W. Oliver, op. cit., pp 157-159.
[12] Winston Churchill era preoccupato per le intenzioni degli Stati Uniti. Egli aveva dichiarato al presidente Roosevelt: "Penso che lei desideri abolire l'Impero Britannico. [...] Tutte le sue dichiarazioni confermano questo. Nonostante questo, noi sappiamo che lei è la nostra unica speranza. E lei sa che noi lo sappiamo. Senza l'America, l'Impero Britannico non potrà resistere". Citato da Susan George e Fabrizio Sebelli, op. cit., p.31.
[13] La città di Bretton Woods si trova nelle montagne del New Hampshire. La conferenza internazionale durò tre settimane.
[14] Edward S. Mason e Robert E. Asher, op. cit., p. 29.
[15] Al 30 agosto 1947: Australia (2.41%), Belgio (2.67%), Canada (3.74%), Danimarca (0.99%), la Francia (5.88%), Grecia (0.53%), Lussemburgo (0.37%), Paesi Bassi (3.21%), Norvegia (0.80%), Regno Unito (14.17%), Stati Uniti (34.23%).
[16] Damien Millet, L'Afrique sans Dette, CADTM / Syllepse, Liegi-Parigi, 2005, cap. I.


Fonte