A due mesi dalla sua firma, il Patto della Mecca è ufficialmente operativo. L’alleanza militare trilaterale tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ha visto, lunedì 6 ottobre, il suo primo banco di prova a Riyad, con la convocazione di una riunione straordinaria del comitato congiunto di difesa e politica estera.
Al tavolo sedevano il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, e il vice primo ministro e capo della diplomazia pakistano, Ishaq Dar. Al termine del vertice, i tre paesi hanno annunciato l’immediata attuazione degli impegni di sicurezza collettiva e l’avvio di un quanto più rapido possibile dispiegamento di contingenti militari sul territorio saudita.
La decisione era già stata paventata da Islamabad al riaccendersi del conflitto, un mese fa, ed è infine giunta dopo altri riusciti attacchi condotti dagli Houthi contro installazioni energetiche, aeroporti e, secondo quanto denunciato da Riyad, anche contro postazioni in prossimità dei luoghi santi di La Mecca e Medina, questi ultimi smentiti dai vertici del gruppo yemenita.
L’attivazione dell’alleanza si inserisce in un quadro militare in rapida evoluzione. Dopo le vittorie delle forze di Ansar Allah lungo la costa del Mar Rosso lo scorso mese, la coalizione a guida saudita sta provando a ribaltare la situazione con una massiccia controffensiva, denominata operazione “Alba dello Yemen”.
Per il principe Mohammed bin Salman, blindare l’appoggio di Turchia e Pakistan – assieme a contatti paralleli con Washington (tra cui l’incontro con il senatore statunitense Chris Murphy) e con i vicini del Golfo – punta a dimostrare che la controffensiva non è un’iniziativa solitaria ma gode di legittimità internazionale.
Le forze terrestri del governo yemenita legate ai sauditi, dopo un fitto bombardamento aereo alleato, si sono mossi secondo una manovra a tenaglia verso la costa del Mar Rosso, affermando di aver ripreso la città di Mokha, snodo costiero fondamentale, e anche di avere il controllo effettivo di tutto il litorale.
Le dichiarazioni sono però contrastanti, e sembra che in realtà stiano avvenendo tuttora aspri combattimenti, in particolare nel distretto di Dhubab e a ridosso dello stretto di Bab al-Mandab. In risposta alle centinaia di raid aerei subiti, gli Houthi hanno bersagliato con missili e sciami di droni diversi obiettivi sauditi, tra cui una raffineria di Saudi Aramco.
Tornando all’attivazione del Patto della Mecca, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha precisato che le forze del suo paese e quelle turche stanno già fornendo supporto e continueranno a farlo in futuro, principalmente nella ricognizione e nell’intelligence. Il combattimento diretto sul campo rimarrà in capo ai sauditi.
Per Ankara, aiutare Riyad significa innanzitutto permettere all’alleato di concentrare le proprie attenzioni verso nord (Israele) essendo sicuro dei suoi confini meridionali. Inoltre, la Turchia ha investito molto per proiettare la propria influenza, politica ed economica, in tutta la regione, e assumere il ruolo di ponte commerciale verso l’Europa, salvaguardando la posizione acquisita.
Per quanto riguarda il Pakistan, la presenza militare nella penisola arabica non è nuova. Già nei mesi scorsi aveva schierato circa 8 mila effettivi, uno squadrone di caccia multiruolo JF-17 Thunder, velivoli a pilotaggio remoto e batterie contraeree HQ-9.
Sono però i risvolti legati all’intera attività diplomatica di Islamabad che risultano i più interessanti. Il Pakistan ha, come la Turchia, un ruolo centrale nei corridoi commerciali della regione, e con Teheran ha sviluppato un intenso interscambio di confine.
Durante l’aggressione israelo-statunitense, ha aperto valichi terrestri per far transitare il petrolio iraniano e ha persino offerto il porto di Gwadar (terminale della Via della Seta) per proteggere alcune navi della Repubblica Islamica. Non si può poi dimenticare che, in Pakistan, un quinto della popolazione è sciita, e fa riferimento a Khamenei come guida spirituale.
Ma soprattutto, Islamabad si è lanciata come figura di mediazione tra Teheran e Washington. Una fonte pakistana di alto profilo avrebbe riferito al Financial Times che il suo governo è ben consapevole di come l’escalation tra sauditi e Ansar Allah aumenti ulteriormente il peso della leva strategica iraniana sulla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Islamabad non vuole il collasso della Repubblica Islamica, ma sicuramente vuole disinnescare uno dei fattori dell’equazione dell’Asia occidentale. Intanto, i vertici dei principali colossi del trading di materie prime mettono in guardia: se i flussi petroliferi subissero un blocco duraturo, i prezzi del greggio e dei carburanti potrebbero raggiungere nuovi record.
La scommessa del Patto della Mecca si trova dunque al vertice di un crinale: scivolando da una parte, potrebbe riuscire a imporre l’alleanza come polo di stabilizzazione e “ago della bilancia” regionale, scivolando dall’altra, però, potrebbe essere la benzina che trasformerà il Mar Rosso nell’epicentro di una conflagrazione ancora più grande. Anche sui conti dei popoli occidentali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/10/2026
Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad
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