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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2026

La guerra degli Stretti “gemelli”

di Alberto Negri

È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.

Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).

Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.

Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.

Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.

Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.

Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.

Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.

Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.

Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.

Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.

Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.

Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.

Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.

A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.

Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.

Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.

Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.

Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.

È la guerra degli Stretti “gemelli”.

Fonte

04/06/2026

Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo

“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.

“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.

Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.

Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.

Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.

“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.

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23/03/2026

Il prossimo passo nella guerra in Iran potrebbe essere il blocco del Mar Rosso. Houthi in campo

Il gruppo yemenita Ansar Allah (più noto al pubblico come gli Houthi, ndr) ha annunciato che non resterà “a guardare” di fronte all’escalation in corso nella regione, avvertendo che qualsiasi tentativo di ampliare il cerchio del conflitto avrà ripercussioni dirette sulle catene di approvvigionamento globali, sui prezzi dell’energia e sull’economia internazionale.

In questi due anni, i miliziani di Ansar Allah, con la loro azione hanno complicato parecchio la navigazione attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb, che insieme a Hormuz rappresenta un’altra strozzatura strategica per il traffico navale, in particolare verso lo Stretto di Suez e il Mediterraneo.

Gli Houthi di Ansar Allah hanno colpito in questi anni le navi dirette al porto di Eilat in Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza sottoposti al genocidio israeliano, riducendone le attività portuali quasi a zero. Contro gli Houthi sia gli USA che Israele hanno effettuato nei mesi scorsi dei bombardamenti sul territorio e le infrastrutture yemenite, mentre l’Unione Europea ha inviato una flotta militare a ridosso del Mar Rosso (la Missione Aspides) che in alcune occasioni ha intercettato missili e droni yemeniti diretti contro le navi. Israele ha cercato di consolidare la sua presenza nel Mar Rosso attraverso il riconoscimento del governo secessionista del Somaliland.

L’entrata sul campo di battaglia degli Houthi segnerebbe un ulteriore salto di qualità nell’escalation della guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran e rapidamente trasformartisi in un conflitto regionale. Se alla strozzatura di Hormuz si aggiungesse anche quella sul Mar Rosso, per i rifornimenti e le forniture dei paesi occidentali, in particolare europei, la situazione si farebbe decisamente pesante.

In una dichiarazione rilasciata dal ministero degli esteri del governo degli Houthi yemeniti e ripresa da Al Jazeera, si afferma che gli Stati Uniti si sono messi in un “grave stallo strategico” a causa della loro aggressione contro l’Iran, sottolineando come Washington stia cercando di trascinare altre parti in questo “pantano”.

La dichiarazione sottolinea che qualsiasi tentativo di convocare potenze straniere nella regione le renderebbe “i primi perdenti in questa battaglia”. 

Il gruppo ha invitato Ahrar al-Umma (l’insieme della comunità musulmana, ndr) a unirsi e coordinare gli sforzi, sottolineando che le forze libere nella regione non permetteranno interferenze esterne e che stanno seguendo da vicino gli sviluppi per adottare misure appropriate.

Gli Houthi dunque serrano i ranghi e alzano il livello dello scontro. Sono pronti a intervenire, anzi sono “desiderosi” di farlo, rivendicando un ruolo diretto nella crisi regionale che, a loro avviso, coinvolge l’intero “Asse della Resistenza” che sta dimostrando capacità di iniziativa militare nonostante i colpi subiti da parte di Israele lo scorso anno.

“La nostra posizione è chiara: fondamentalmente ciò che sta accadendo è un’aggressione americano-sionista contro la nostra intera Nazione (islamica, ndr.), volta a imporre il cosiddetto progetto del ‘Grande Israele’. Si tratta di un progetto talmudico falso e oppressivo, concepito per controllare l’intera regione, saccheggiarne le risorse e ridurne in schiavitù la popolazione. L’aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran fa parte di questo progetto. Pertanto, l’Iran si sta difendendo in una battaglia che è la battaglia di tutti i Paesi e popoli della nostra regione, così come Hezbollah, Hamas e tutti i popoli liberi della nostra nazione”, afferma all’Adnkronos Nasr al-Din Amer, vice capo dell’Autorità yemenita per i media di Ansar Allah.

“Non siamo neutrali in questa battaglia. Al contrario, siamo pienamente al fianco della Repubblica Islamica dell’Iran, di Hezbollah, della resistenza irachena e di tutti i popoli liberi della nazione. Questa è la nostra battaglia come nazione araba e islamica”.

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21/10/2025

Yemen - Arrestati per spionaggio verso Israele e USA funzionari dell’ONU. Secondo blitz in pochi mesi

L’ufficio delle Nazioni Unite in Yemen ha dichiarato domenica che 20 dei suoi membri dello staff sono ancora detenuti dai militanti di Ansarallah, più noti come Houthi, dopo un’incursione avvenuta sabato nel loro edificio a Sanaa.

Sabato, l’ufficio ONU aveva affermato che le forze di sicurezza Houthi avevano effettuato un'“entrata non autorizzata” nel loro complesso, aggiungendo che il personale presente era “sano e salvo”.

“Cinque membri dello staff nazionale e quindici membri dello staff internazionale rimangono detenuti all’interno del complesso”, ha detto domenica Jean Alam, portavoce del coordinatore residente delle Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite sono in contatto con le autorità a Sana’a, con gli Stati Membri competenti e con il Governo dello Yemen per risolvere questa grave situazione nel più breve tempo possibile, porre fine alla detenzione di tutto il personale e ripristinare il pieno controllo delle proprie strutture a Sana’a.

I militanti del movimento Ansarallah avevano già messo nel mirino gli uffici dell’ONU a Sana’a il 31 agosto, trattenendone più di 11 dipendenti, secondo quanto riportato dall’ONU. L’accusa per gli arrestati ad agosto e per quelli arrestati sabato è di spionaggio a favore di Israele e Stati Uniti. Nei giorni precedenti al blitz diversi ministri del governo yemenita espressione di Ansarallah, erano stati uccisi in un raid aereo israeliano. L’accusa di spionaggio per conto di USA e Israele, è stata confermato all’AFP da un alto funzionario Houthi sotto condizione di anonimato.

In un discorso televisivo tenuto giovedì scorso, il leader di Ansarallah, Abdelmalek Al Houthi, aveva affermato che le sue forze avevano smantellato “una delle cellule di spie più pericolose”, che secondo lui era “collegata a organizzazioni umanitarie come il Programma Alimentare Mondiale e l’UNICEF”. Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha descritto le accuse come “pericolose e inaccettabili”.

Il raid di sabato contro gli uffici e il personale dell’ONU in Yemen infatti non è il primo. Decine di membri del personale ONU erano già stati arrestati a fine agosto nelle aree controllate da Ansarallah.

A metà settembre, il coordinatore umanitario dell’ONU in Yemen era stato ufficialmente trasferito da Sanaa, la capitale controllata dagli Houthi, ad Aden, la capitale ad interim del governo riconosciuto a livello internazionale.

Secondo il giornale Aawsat Arab World il raid di domenica è avvenuto a seguito dell’uccisione del primo ministro Houthi e di diversi membri del governo in un attacco israeliano avvenuto a fine agosto. Tra i morti c’erano il primo ministro Ahmed al-Rahawi, il ministro degli Esteri Gamal Amer, il vice primo ministro e ministro dello Sviluppo Locale Mohammed al-Medani, il ministro dell’Energia Elettrica Ali Seif Hassan, il ministro del Turismo Ali al-Yafei, il ministro dell’Informazione Hashim Sharafuldin e il vice ministro dell’Interno, Abdel-Majed al-Murtada.

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17/05/2025

Trump e gli Houthi, una “vittoria” per nascondere una sconfitta

Ha suscitato autentica sorpresa, qualche giorno fa, l’improvvisa affermazione di Donald Trump sugli Houthi (AnsarAllah) dello Yemen: “si sono arresi, non siamo più in guerra con loro”. Sorprendente non solo perché gli stessi guerriglieri non confermavano la notizia, ma soprattutto perché nelle stesse ore lanciavano un paio di missili verso Israele, che pure aveva giurato di aver azzerato quanto meno le infrastrutture portuali del paese.

Che cos’è accaduto, insomma? Un articolo del New York Times, qualche giorno dopo, ha fornito dettagli ancora più sorprendenti.

Trump era già abbastanza “frustrato” per l’assenza di risultati evidenti nell’operazione Rough Rider, finalizzata appunto ad indebolire sostanzialmente la capacità operativa di Ansar Allah di colpire le navi in transito nello stretto di Bab el Mandeb, all’ingresso del Mar Rosso e verso il canale di Suez (costringendo così le navi del solo Occidente a fare il periplo del continente africano).

Soltanto nel primo mese di attacchi – condotti impegnando due portaerei, bombardieri B-2 e caccia, nonché difese aeree Patriot e Thaad – erano andati perduti ben sette droni Predator da 30 milioni l’uno e due caccia F/A-18 Super Hornet, caduti dal ponte in due diverse occasioni, quando la portaerei aveva dovuto fare manovre di “evasione” in piena velocità per evitare di essere colpita da un missile yemenita.

I Predator sono droni di grandi dimensioni, ricchi di tecnologia di rilevamento elettronico, e doverne limitare l’utilizzo riduce enormemente la conoscenza dei punti da attaccare più rilevanti per le difese Houthi (è risaputo che in questo tipo di guerra le batterie antiaeree o missilistiche, anche se tecnologicamente un po’ “datate”, sono comunque mobili. Insomma, non stanno lì ad aspettare di essere individuate e colpite).

La somma delle perdite, in soli 30 giorni, è così arrivata ad un miliardo di dollari. Una cifra in fondo piccola nel bilancio del Pentagono, ma certamente sproporzionata se spesa per combattere un nemico così “minimo” come Ansarallah...

Il peggio però è arrivato nei giorni scorsi quando, secondo funzionari “ben informati” sentiti dal NYT, un numero non specificato di caccia F-35 e F-16 è stato quasi abbattuto dalle difese aeree Houthi. Il che era assolutamente imprevisto, dato che quelle batterie antiaeree di fabbricazione russa sono una fornitura “di seconda mano” da parte dell’Iran.

Un rischio alto corso per ottenere risultati in fondo irrilevanti, visto che le stesse agenzie di intelligence Usa hanno verificato che i danni inferti agli Houthi erano facilmente riparabili, e in poco tempo.

Al dunque, però, Trump avrebbe chiesto un rapporto sui “progressi” compiuti con i bombardamenti, non avendo alcuna intenzione di restare impelagato in un mini-conflitto dagli alti costi contro un nemico considerato “minimo”.

E qui arriva il vero scoop del New York Times: in 30 giorni gli Stati Uniti non erano nemmeno riusciti a stabilire la “superiorità aerea” sugli Houthi.

Bisogna districarsi nelle trappole del linguaggio specialistico militare, altrimenti si prendono lucciole per lanterne. È chiaro infatti che gli Houthi non dispongono di aviazione, quindi la “supremazia” Usa nei cieli non è nemmeno in discussione.

“Superiorità” però significa – in quel linguaggio – possibilità di operare a piacimento, senza alcun disturbo né rischio (come l’aviazione israeliana che bombarda Gaza o la Cisgiordania, insomma). Le perdite subite e i rischi di doverne registrare anche di più gravi, invece, escludono che questa condizione sia stata realizzata o facile da conseguire a breve termine.

Per operare in relativa tranquillità, insomma, l’aviazione Usa ha dovuto condurre attacchi “stand off”, ossia da molto lontano, e dunque con precisione inevitabilmente minore (ridotta ulteriormente dalla carenza di Predator, più facili da abbattere).

In fondo, dice il NYT, è la stessa tattica che hanno dovuto adottare i jet israeliani quando hanno attaccato l’Iran. Anche il quel caso la propaganda di Tel Aviv aveva celebrato “successi” favolosi, parlando addirittura di “azzeramento” delle difese contraeree di Tehran. Ma pare che le cose stiano un po’ diversamente.

La “resilienza” Houthi, condotta oltretutto con mezzi di “seconda mano”, dimostra che attacchi portati troppo da vicino avrebbero un costo molto alto.

Così “tante munizioni di precisione sono state utilizzate, specialmente quelle avanzate a lungo raggio, che alcuni pianificatori di emergenza del Pentagono stavano diventando sempre più preoccupati per le scorte complessive e le implicazioni per qualsiasi situazione in cui gli Stati Uniti potrebbero dover respingere un tentativo di invasione di Taiwan da parte della Cina”, racconta il NYT.

Il che apre interrogativi molto più complicati per qualunque pianificazione militare futura. Se gli Stati Uniti non sono in grado di condurre operazioni in sicurezza vicino allo spazio aereo dello Yemen, con le sue cosiddette difese aeree “rudimentali”. E gli F-35 – definiti “i caccia più avanzati mai assemblati” – non sono in grado di operare in sicurezza senza essere rilevati da una difesa aerea in fondo “arretrata” come quella Houthi, come gestirebbero i celebrati F-35 e B-2 (sia statunitensi che israeliani) la rete di difesa aerea iraniana, molto più estesa e più avanzata?

Di fatto, sta diventando chiaro che l‘Occidente neoliberista ha passato decenni a costruire un’intera dottrina di guerra che sta diventando obsoleta – basata su armi hi-tech, ad alto costo, che non possono essere prodotte su larga scala. Armi però contrastabili con efficacia anche da sistemi meno avanzati ma dal costo nettamente minore, e quindi impiegabili in numero significativamente maggiore.

Un esempio concreto si è avuto nella risposta iraniana ai bombardamenti israeliani: una massa di droni lenti e poco costosi che ha “saturato” le capacità del celebrato sistema Iron Dome di Tel Aviv, aprendo così la strada a normali missili balistici che arrivavano sui bersagli un attimo dopo, quando le batterie contraeree erano ormai “scariche”.

Ovvio che gli alti comandi militari occidentali stiano ragionando su come aggiornare armamenti e dotazioni. Ma ogni cambio di paradigma, anche quelli militari, ha bisogno di tempo, soldi, idee.

E non si trovano schioccando le dita...

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10/05/2025

Il sorprendente cessate il fuoco di Trump in Yemen: un’ammissione del fallimento degli Stati Uniti

Mentre gli attacchi missilistici yemeniti contro Israele si intensificavano, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato a sorpresa un “cessate il fuoco” con il governo di Sana’a, sostenendo che Ansar Allah avesse espresso la volontà di porre fine alle ostilità. Tuttavia, gli osservatori hanno interpretato la mossa di Trump come un tentativo di liberare Washington da un conflitto sempre più costoso, anche a scapito della sicurezza dei suoi alleati israeliani e forse europei.

L’improvviso cessate il fuoco evidenzia il fallimento della campagna aerea statunitense originariamente intesa a indebolire le capacità di Ansar Allah, che Washington considera una minaccia diretta alla sicurezza di Israele e del Mar Rosso. Secondo alti funzionari statunitensi che comunicano tramite l’app crittografata “Signal”, gli attacchi, lanciati a metà marzo, sono stati pianificati frettolosamente e scarsamente coordinati con i principali alleati britannici e israeliani. Ciononostante, l’amministrazione Trump ha pubblicamente descritto gli attacchi come una “storia di successo”, nonostante una realtà sul campo nettamente diversa.

Israele è stato il più duramente colpito dalla decisione degli Stati Uniti, in quanto viene ora lasciato solo ad affrontare la minaccia yemenita, di cui Washington si era fatta carico durante tutta la guerra israeliana a Gaza. Un funzionario israeliano ha dichiarato al Jerusalem Post di essere “completamente scioccato” per non aver ricevuto alcuna notifica preventiva della decisione di Trump, apprendendola invece dai media. Questa rivelazione ha suscitato notevole preoccupazione interna, con il sospetto che questo incidente non sia stato né il primo né l’ultimo caso di occultamento di informazioni cruciali da parte dell’amministrazione Trump.

I continui attacchi dello Yemen contro gli assets statunitensi e la sua inaspettata resilienza hanno radicalmente modificato gli equilibri di potere, costringendo l’amministrazione Trump a riconsiderare la sua fallimentare strategia militare. Riconoscendo che nessuno dei suoi obiettivi iniziali era stato raggiunto e non volendo sostenere crescenti costi politici e materiali, Washington ha avviato negoziati indiretti per un cessate il fuoco attraverso la mediazione dell’Oman. Diversi fattori chiave hanno influenzato questa decisione.

L’incapacità di indebolire le consolidate capacità militari dello Yemen o di influenzare la sua posizione politica a sostegno di Gaza, nonostante i prolungati attacchi aerei. Incapacità di formare una coalizione araba efficace (Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) disposta a condurre un’invasione terrestre, lasciando Washington sempre più dipendente – e vulnerabile – da paesi non disposti a combattere una guerra guidata dagli Stati Uniti per conto di Israele.

1) Inadeguata prontezza delle fazioni locali sostenute da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ad aprire fronti terrestri efficaci contro Ansar Allah, complicando così le operazioni militari.

2) Aumento della popolarità e della legittimità regionale di Ansar Allah, rafforzate dal loro attivo sostegno a Gaza e dal successo nel colpire le risorse militari statunitensi nel Mar Rosso.

3) Comprovata capacità dello Yemen di abbattere aerei statunitensi, inclusi 22 droni MQ-9 e tre caccia F-18, unita ai timori all’interno del Comando Centrale degli Stati Uniti di potenziali attacchi diretti alle navi da guerra americane, che pongono gravi rischi e umiliazioni per le forze statunitensi.

4) Crescente pressione politica interna negli Stati Uniti, esacerbata dalle crescenti vittime civili in Yemen a causa dei bombardamenti indiscriminati statunitensi, che intensifica le critiche a Trump a livello nazionale.

In definitiva, Trump si è trovato di fronte a opzioni limitate e poco attraenti. L’estensione del conflitto con forze di terra contraddiceva il suo dichiarato desiderio di porre fine alle guerre in Medio Oriente, mentre il proseguimento di attacchi aerei inefficaci si è rivelato politicamente e finanziariamente insostenibile. Di conseguenza, come riportato da The Atlantic, Trump ha scelto di disimpegnarsi dal conflitto attivo, pienamente consapevole che lo Yemen avrebbe continuato a sostenere la resistenza di Gaza.

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08/05/2025

Il Mar Rosso è letale per i jet militari statunitensi

Prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. La missione navale militare statunitense davanti alle coste yemenite si sta rivelando più rognosa di quanto previsto dal Pentagono e di quanto riferito dalla maggioranza dei mass media occidentali.

Un altro caccia F/A-18 Super Hornet della portaerei USS Harry S. Truman è infatti precipitato nel Mar Rosso ed è il secondo ad andare perduto in poco più di una settimana. È bene ricordare che un singolo F/A-18 ha un costo di più di 60 milioni di dollari

Secondo quanto riporta la CNN, non è ancora del tutto chiaro cosa sia successo, né se l’incidente sia collegato a un missile sparato dagli Houthi contro la portaerei. Curiosamente l’episodio è avvenuto quasi in coincidenza con l’annuncio di Trump di un accordo con gli Houthi perché cessassero gli attacchi sulle rotte marittime. Un accordo che il movimento yemenita Ansarallah ha però spiegato in termini assai diversi da quelli annunciati pomposamente da Trump.

Ma veniamo all’ultimo “incidente” ai jet da combattimento statunitensi imbarcati sulla portaerei Truman in missione nel Mar Rosso.

Secondo alcune fonti, questo ultimo episodio si sarebbe verificato per un errore mentre il caccia stava tentando di atterrare sulla portaerei e sia il pilota che l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma sono riusciti a lanciarsi per essere poi recuperati da un elicottero di soccorso con lievi ferite.

Appena una settimana fa un altro F/A-18 della stessa Truman era caduto in mare dopo che la portaerei aveva compiuto una brusca virata proprio per eludere il fuoco degli Houthi.

Ma la catena di incidenti ad aerei e navi militari USA nel Mar Rosso è ancora più lunga. A dicembre infatti, un altro F/A-18 che stava operando dalla Truman era stato “accecato per errore” da un’altra nave americana, la Gettysburg, e si era schiantato. Entrambi i piloti si erano salvati.

A febbraio, invece la portaerei Truman era rimasta coinvolta nella collisione con una nave mercantile vicino all’Egitto, nel Mar Mediterraneo. A seguito dell’incidente l’allora comandante della Truman, Dave Snowden, è stato sollevato dall’incarico e sostituito.

Relativamente all’accordo annunciato da Trump, il movimento yemenita Ansarallah, ne ha precisato i termini promettendo una risposta “lampo” contro gli attacchi israeliani condotti martedì in Yemen e di voler continuare a bersagliare il territorio di Israele in solidarietà con i palestinesi.

“Gli americani si sono impegnati a sostenere il nemico israeliano e noi abbiamo risposto”, ha dichiarato martedì il portavoce di Ansarallah Mohammed Abdul Salam, in un’intervista all’emittente locale al-Masirah TV. “Abbiamo ricevuto richieste dall’America tramite il Sultanato dell’Oman. Ciò che è cambiato è stata la posizione americana, ma la nostra rimane invariata”.

Il portavoce di Ansarallah ha anche aggiunto che “L’aggressione israeliana dimostra al nostro popolo la correttezza delle sue azioni e della sua jihad (...). La nostra risposta, se Dio vuole, sarà devastante e dolorosa, e andrà oltre le capacità dei nemici israeliani e americani. (...) L’aggressore si renderà conto che il prezzo da pagare è alto e nessuna aggressione ci distoglierà dalla nostra giusta decisione di sostenere i nostri fratelli in Palestina finché l’aggressione non cesserà e l’assedio di Gaza non sarà revocato”.

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07/05/2025

Yemen - Israele bombarda, Trump annuncia il cessate il fuoco

Il governo israeliano ha emesso ieri un severo avvertimento indirizzato alla popolazione civile presente nei pressi dell’aeroporto internazionale di Sana’a, nello Yemen. Il messaggio, diffuso attraverso un post sul social network X dal portavoce militare in lingua araba Avichay Adraee, invitava i presenti ad abbandonare immediatamente l’area, avvertendo che chi fosse rimasto sarebbe stato esposto a “grave pericolo”.

L’avvertimento ha anticipato di pochi minuti un attacco aereo di vaste proporzioni che ha coinvolto numerosi velivoli israeliani – tra cui bombardieri, droni da ricognizione e aerei da rifornimento – diretti a colpire l’infrastruttura aeroportuale. Secondo le fonti ufficiali israeliane, lo scalo sarebbe stato reso “completamente inoperativo”. Il movimento Ansarallah, noto anche come Houthi, non ha finora fornito informazioni dettagliate circa l’entità dei danni.

I raid hanno interessato anche altri obiettivi nei dintorni della capitale yemenita, fra cui impianti elettrici e un cementificio già colpito nelle precedenti 24 ore. L’operazione si inserisce in un contesto di crescente tensione tra Israele e il gruppo sciita filo-iraniano, in seguito al lancio di un missile balistico partito dallo Yemen e diretto verso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Il missile ha superato i sistemi di difesa israeliani, causando sei feriti e sollevando preoccupazioni circa l’estensione geografica del conflitto.

Dall’inizio dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, Ansarallah ha più volte rivendicato attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso e lanci di missili verso il territorio israeliano, motivando tali azioni come espressione di solidarietà con la popolazione palestinese. Il raid di ieri rappresenta il settimo intervento armato condotto da Israele nello Yemen in poco più di sei mesi.

Nel quadro delle dichiarazioni ufficiali, sia il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia l’ex presidente statunitense Donald Trump hanno attribuito all’Iran la responsabilità indiretta degli attacchi condotti da Ansarallah. Teheran ha tuttavia respinto ogni coinvolgimento diretto. In una nota del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il governo iraniano ha sostenuto che le decisioni del gruppo yemenita sono state prese in autonomia, sulla base di una “spinta morale” in favore della causa palestinese.

Israele continua tuttavia a considerare l’Iran come il principale regista delle azioni ostili condotte dai suoi alleati regionali, e resta in attesa di una possibile autorizzazione da parte degli Stati Uniti per procedere con ulteriori operazioni. A tale proposito, resta confermato – almeno formalmente – il quarto round di negoziati sul programma nucleare iraniano, previsto per domenica 11 maggio in Oman. Tuttavia, l’evoluzione del conflitto potrebbe determinare rinvii o modifiche all’agenda diplomatica.

Sul fronte statunitense, Donald Trump ha annunciato ieri la sospensione temporanea dei bombardamenti in territorio yemenita, affermando che Ansarallah avrebbe assicurato di non voler proseguire gli attacchi alle navi nel Mar Rosso. Il movimento sciita ha replicato con prudenza, dichiarando di stare “valutando” le parole dell’presidente statunitense, pur riaffermando il proprio impegno a sostenere la popolazione di Gaza e a continuare le operazioni militari contro Israele. L’Oman ha confermato la notizia di un cessate il fuoco tra Ansarallah e Stati Uniti. Entrambi gli attori dichiarano che è stato il proprio avversario a chiedere la resa.

Trump ha inoltre anticipato un’imminente comunicazione di carattere strategico, che dovrebbe avvenire prima della sua partenza per il Medio Oriente, prevista per la metà del mese. Tale annuncio potrebbe avere implicazioni rilevanti sul piano geopolitico e influire direttamente sulla gestione del conflitto nella regione.

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28/04/2025

Medio Oriente senza pace. Missile israeliano su Beirut, bombardamenti a casaccio degli USA sullo Yemen

Mentre su Gaza si rincorrono voci di possibili nuove tregue ma piovono bombe, anche il resto del Medio Oriente non conosce certo pace. E a bombardare sono ancora una volta Israele e Stati Uniti.

Un missile ha colpito domenica pomeriggio un edificio nella periferia sud di Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, per cui l’esercito israeliano (Idf) aveva emesso poco prima un avvertimento di evacuazione.

L’esplosione è stata udita a chilometri di distanza, secondo media locali, mentre nella zona si possono ancora udire spari e droni in sorvolo. La protezione civile libanese ha dichiarato di non avere trovato vittime, dopo che le fiamme sono state spente.

Un’ora prima dell’attacco il portavoce delle Forze armate israeliane aveva diffuso un ‘avvertimento urgente’ su X, invitando i residenti della zona nel raggio di 300 metri dall’obiettivo di evacuare immediatamente. L’edificio, contrassegnato in rosso su una mappa, ospitava secondo il portavoce israeliano “strutture appartenenti a Hezbollah”.

Gli Stati Uniti e la Francia “devono assumersi le loro responsabilità e costringere” Israele a fermare “immediatamente” i propri attacchi in Libano, “in quanto garanti dell’intesa sulla cessazione delle ostilità” nell’accordo in vigore, ha dichiarato il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun.

Nello Yemen invece almeno 68 persone sono morte e 47 sono rimaste ferite negli attacchi aerei statunitensi lanciati all’alba. I raid hanno colpito anche un centro di detenzione per migranti a Sa’da, nell’area nord-occidentale del Paese.

Stando alla emittente Al Masirah, la struttura colpita ospitava circa 100 migranti africani. Secondo Al Masirah, in precedenza gli Usa avevano preso di mira il distretto di Kitaf, nel governatorato di Sa’da, con altri raid.

A Gaza fonti mediche hanno riferito ad Al Jazeera che 53 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani che hanno preso di mira diverse aree della Striscia dall’alba di domenica, mentre fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che 17 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani in diverse aree di Gaza dalla mezzanotte di lunedì.

Hamas ha intanto aperto una finestra sulla possibilità di liberare tutti gli ostaggi in cambio di una tregua di cinque anni. Anche secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha parlato in conferenza stampa congiunta nel Qatar con l’emiro Al-Thani, i colloqui con il gruppo palestinese dimostrerebbero che Hamas è più disposta ad accettare un accordo che vada oltre il cessate il fuoco a Gaza e miri a una soluzione duratura alla crisi con Israele.

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20/04/2025

Yemen - Bombardamento USA fa strage

È pesantissimo il bilancio degli attacchi aerei statunitensi contro il porto petrolifero di Ras Isa nello Yemen. È salito infatti a 74 morti e 171 feriti, secondo quanto ha riferito il movimento Ansarallah. Si tratta dell’attacco più sanguinoso della nuova campagna militare statunitense sullo Yemen. In risposta all’attacco statunitense dallo Yemen sono stati lanciati alcuni missili.

Yahya Saree il portavoce militare del movimento yemenita Ansarallah (più conosciuto come “gli Houthi”, ndr) ha dichiarato che: “A sostegno del popolo palestinese oppresso e dei suoi mujaheddin e in risposta alla guerra di genocidio in corso contro il nostro popolo a Gaza. La forza missilistica delle Forze Armate yemenite ha condotto un’operazione militare contro un obiettivo militare nelle vicinanze dell’aeroporto Ben Gurion, nella regione occupata di Giaffa, con un missile balistico Zolfaghar e condotto una duplice operazione militare contro le portaerei statunitensi Truman e Vinson, nonché contro le loro navi da guerra nel Mar Rosso e nel Mar Arabico, con diversi missili da crociera e droni”.

Inoltre il portavoce di Ansarallah ha dichiarato che è stato abbattuto un drone statunitense MQ-9 Reaper. “Questo è il secondo drone del suo genere che le nostre difese aeree sono riuscite ad abbattere in 24 ore e il sesto ad aprile”, ha detto Yahya Saree. Gli Houti hanno diffuso un video con il drone Usa abbattuto.

Da fonti israeliane e statunitense si afferma che gli attacchi non avrebbero avuto conseguenze, né in Israele né sulle navi USA ma, secondo Al Jazeera, il traffico aereo dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv è stato sospeso per diverse ore e la gente è dovuta correre nei rifugi.

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17/03/2025

Mar Rosso - Gli Houthi colpiscono nave militare USA

I miliziani yemeniti di Ansarallah – più conosciuti come gli Houthi – hanno annunciato di aver preso di mira la portaerei statunitense USS Harry S. Truman per la seconda volta in 24 ore. In una nota stampa, i combattenti yemeniti hanno scritto in nota diffusa in mattinata che: “In risposta alla continua aggressione degli Stati Uniti e di fronte alla tirannia e all’arroganza, la portaerei Truman è stata presa di mira nel Mar Rosso settentrionale per la seconda volta nel giro di 24 ore, con numerosi missili balistici, missili da crociera e droni in uno scontro durato diverse ore”.

Ansarallh ha fatto sapere di aver sventato un attacco contro lo Yemen. Nel fine settimana, gli Stati Uniti avevano bombardato la capitale Sanaa, nelle aree di Saada, Al Bayda e Radaa uccidendo 31 persone e ferendone 101.

Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato che le forze statunitensi stanno continuando i loro attacchi aerei contro gli Houthi. Il Centcom non ha fornito ulteriori dettagli, ma ha pubblicato un video su X che mostra un caccia pronto per il decollo. “Le forze del Comando centrale degli Stati Uniti continuano le loro operazioni contro i terroristi Houthi sostenuti dall’Iran”, si legge nella dichiarazione.

Gli attacchi, sono stati ordinati dal presidente Trump, con l’obiettivo di riaprire le vie del commercio internazionale nel Mar Rosso che gli Houthi hanno bloccato e attaccato per diversi mesi in solidarietà con i palestinesi di Gaza sottoposto al genocidio israeliano. Gli attacchi erano stati sospesi durante la tregua su Gaza ma di fronte alla fine della tregua decretata da Israele erano ripresi.

Il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, Mike Waltz, descrivendo alla NBC news i bombardamenti di sabato, ha descritto l’attacco come più “robusto” rispetto a quello dell’amministrazione precedente. “La differenza qui è perseguire la leadership Houthi ritenere l’Iran responsabile per aver ripetutamente finanziato, addestrato e aiutato il gruppo a colpire non solo le navi da guerra Usa ma il commercio globale, aiutando gli Houthi a paralizzare le rotte marittime più strategiche del mondo”. L’alto funzionario Usa non ha escluso l’azione militare diretta sull’Iran, per impedire al Paese di costruire nuove armi nucleari. “Quello che il presidente ha sempre detto è che l’Iran non può avere un’arma nucleare. Tutte le opzioni sono sul tavolo per assicurarci che non ce l’abbia”, ha detto Waltz. “Possono rinunciarvi in una maniera che sia verificabile, oppure possono affrontare una serie di altre conseguenze”, ha concluso Waltz.

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23/12/2024

Guerra in Yemen - Gli USA infiammano il fronte

In una dichiarazione, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha affermato che le forze statunitensi “hanno condotto attacchi aerei di precisione contro un impianto di stoccaggio missilistico e un impianto di comando e controllo gestito dagli Houthi sostenuti dall’Iran all’interno del territorio controllato dagli Houthi a Sanaa”.

Il Comando USA afferma che gli “attacchi sono stati condotti per interrompere e indebolire le operazioni degli Houthi (Ansarallah), come gli attacchi contro le navi da guerra della Marina degli Stati Uniti e le navi mercantili nel Mar Rosso meridionale, a Bab al-Mandeb e nel Golfo di Aden”.

“Le forze del CENTCOM hanno anche abbattuto diversi veicoli aerei senza equipaggio (UAV OWA) e un missile da crociera anti-nave (ASCM) sul Mar Rosso”, ha aggiunto la dichiarazione. L’operazione ha coinvolto aerei dell’US Air Force e della US Navy.

Ma non tutto è filato liscio per la flotta statunitense nel Mar Rosso. Il CENTCOM ha confermato domenica che un jet da combattimento statunitense è stato abbattuto sul Mar Rosso, in quello che ha affermato essere un incidente di “fuoco amico”, ferendo un membro dell’equipaggio. L’incidente ha fatto seguito agli attacchi aerei su Sanaa.

“L’incrociatore lanciamissili USS Gettysburg, che fa parte del USS Harry S. Truman Carrier Strike Group, ha sparato e colpito per errore l’F/A-18 che stava decollando dalla USS Harry S. Truman”, ha detto il CENTCOM.

Negando il coinvolgimento israeliano, il Times of Israel, citando fonti di Tel Aviv, ha riferito che gli attacchi “sono stati effettuati dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, e non da Israele”.

La televisione libanese Al Mayadeen ha citato il ministro dell’Informazione di Sanaa, Hashem Sharaf al-Din, il quale ha denunciato che Washington ha chiaramente “imparato dagli errori (passati)”, e ha aggiunto che gli Stati Uniti continueranno ad essere “umiliati” dagli yemeniti.

Il ministro degli Esteri di Sanaa, Jamal Ahmad Amer, ha ribadito che qualsiasi Stato che aiuti l’aggressione israeliana allo Yemen sarà considerato un partner dell’aggressione.

Sabato, le forze armate yemenite, affiliate al movimento Ansarallah, hanno annunciato il successo del lancio di un missile balistico ipersonico, Palestine 2, che aveva come obiettivo un sito militare israeliano a Jaffa, vicino a Tel Aviv. Le autorità israeliane hanno confermato sabato che i loro sistemi di difesa aerea, tra cui l’Iron Dome e il David’s Sling, non sono riusciti a intercettare il missile yemenita.

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19/12/2024

Yemen - Intensi bombardamenti israeliani

Israele ha attaccato nella notte tre porti e altri obiettivi nello Yemen uccidendo almeno 10 persone secondo quanto riferito da fonti mediche e dalla tv Al Masirah. I bombardamenti sono avvenuti in due ondate con 14 aerei, velivoli rifornitori e aerei spia in risposta, afferma Tel Aviv, a lanci di droni e missili balistici da parte dei combattenti Houthi.

Alle 3:15 del mattino è partita la prima ondata di attacchi lungo la costa dello Yemen dove sono stati colpiti i porti di Hodeidah, Ras Isa e Salif e distrutti otto rimorchiatori. Danneggiati anche gli impianti petroliferi di Ras Isa. La seconda ondata di bombardamenti aerei è scattata alle 4:30 e ha colpito due centrali elettriche nella capitale Sanaa.

Gli uccisi sarebbero 10 lavoratori del porto di Salif a Hodeidah e a di Ras Isa nello Yemen occidentale. I media locali hanno annunciato sulla loro piattaforma ufficiale che nelle prossime ore verrà diffuso un “comunicato importante” delle forze armate yemenite.

In uno sviluppo correlato, il movimento Houthi ha annunciato di aver preso di mira 216 navi cargo collegate a Israele dall’inizio delle sue azioni di supporto a Gaza, che è sotto attacco israeliano da oltre 14 mesi, promettendo di continuarle “finché l’aggressione non cesserà e il blocco su Gaza non verrà revocato”.

Gli Houthi hanno lanciato oltre 200 missili e 170 droni contro Israele nell’ultimo anno. La stragrande maggioranza non ha raggiunto gli obiettivi o è stata intercettata.

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20/04/2023

Yemen - Lo scambio di prigionieri prelude alla fine della guerra

Il 16 aprile le forze governative sostenute dai sauditi in Yemen e i ribelli Houthi hanno completato uno scambio di prigionieri durato tre giorni. Fino a metà aprile sono stati scambiati circa 900 prigionieri tra le due parti in guerra.

Lo scambio è il risultato di un accordo raggiunto in Svizzera a marzo, nell’ambito di un ciclo di colloqui di pace e riconciliazione tra gli Houthi e l’Arabia Saudita, principale sostenitore del governo yemenita.

Gli storici colloqui di pace sono considerati il risultato del riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita con la mediazione della Cina. Una risoluzione per porre fine alla guerra in Yemen, che dura da anni, sarebbe stata una delle questioni chiave del riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran.

Lo scambio di prigionieri è stato ampiamente riconosciuto come un passo importante verso la pace in una guerra che, secondo l’amministrazione sostenuta dagli Houthi a Sana’a, ha già causato oltre 1,5 milioni di vittime e milioni di sfollati. A causa del blocco imposto dai sauditi, milioni di persone, tra cui almeno 2,2 milioni di bambini, hanno sofferto di malnutrizione acuta e fame.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, che ha contribuito a mediare l’accordo di scambio dei prigionieri in Svizzera, ha commentato: “Questa operazione di rilascio arriva in un momento di speranza per lo Yemen e ricorda che il dialogo costruttivo e i compromessi reciproci sono strumenti potenti in grado di raggiungere grandi risultati. Oggi centinaia di famiglie yemenite potranno festeggiare l’Eid con i loro cari perché le parti hanno negoziato e raggiunto un accordo. Spero che questo spirito si rifletta negli sforzi in corso per portare avanti una soluzione politica globale“.

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12/04/2023

Il Medio-Oriente cambia volto?

L’annuncio inatteso della ripresa delle relazioni tra Iran ed Arabia Saudita, il 10 marzo a Pechino, dopo due anni di colloqui segreti in Oman ed in Iraq, ha iniziato a cambiare – potremmo dire a stravolgere – le relazioni politiche in Medio-Oriente.

I due Stati – capifila della storica scissione del mondo islamico, tra Sciiti e Sunniti – acerrimi nemici dalla fine degli Anni Settanta, avevano rotto le relazioni diplomatiche nel 2016, dopo le violente proteste contro la rappresentanza diplomatica saudita a Teheran causate dall’esecuzione del noto leader sciita saudita Nimr Baquer Al-Nimr.

Iran e Arabia Saudita si stavano confrontando indirettamente su differenti fronti, dalla Siria al Libano fino allo Yemen, dove dal marzo del 2015 una coalizione a guida saudita è entrata in guerra – con l’appoggio degli Stati Uniti – contro i ribelli Houthi.

I quali, dopo avere cacciato con una vera e propria insurrezione il Presidente gradito ai sauditi Abd-Rabdu Mansour Hadi, controllavano circa l’80% del territorio.

Ma lo scontro aveva probabilmente superato la guerra per procura con l’attacco nel settembre 2019 a due dei siti petroliferi sauditi più strategici, dimostrando la vulnerabilità del Regno, e portando probabilmente a miglior consiglio il rampollo Bin Salman, resosi conto che nell’inasprirsi dello scontro contro Teheran l’Arabia Saudita aveva tutto da perdere.

Il 6 aprile i ministri degli esteri di Iran e Arabia Saudita a Pechino hanno continuato questo processo di normalizzazione che porterà presto, tra l’altro, alla riapertura delle rappresentanze diplomatiche, ad una ripresa dei voli tra i due Paesi, al rilascio di Visa.

Una data che potrebbe diventare una giornata simbolo della “riunificazione” mediorientale potrebbe essere il 19 maggio, con il summit della Lega Araba a Ryad, con la possibile visita di Ebrahim Raisi, il presidente iraniano invitato del Principe Ereditario saudita, Mohammad bin Salman.

A dare maggior valore all’incontro potrebbe essere la presenza di Bashar Al-Assad, a cui si oppongono oramai solo il Qatar e il Kuwait.

Una presenza caldeggiata dal sapiente lavoro diplomatico anche dell’Algeria, ormai capofila del nuovo “Fronte del Rifiuto” e vero architetto della conciliazione tra le organizzazioni della Resistenza Palestinese. Ormai l’isolamento del leader siriano è “rotto” da tempo, anche se le Cancellerie occidentali fanno finta di non accorgersene.

Le dichiarazioni fatte il 6 aprile a Pechino lasciano intendere che si apre realmente una nuova fase nelle relazioni tra Iran ed Arabia Saudita: «le due parti hanno concordato di sviluppare la loro cooperazione in tutti i settori, al fine di assicurare la sicurezza e la stabilità della regione».

La Cina si conferma un attore diplomatico di primo piano, un vero game changer e non più solo una ragguardevole potenza economica nella regione a cui appoggiarsi.

A rimetterci sono gli USA – che vedono ulteriormente ridotto il loro ruolo e sempre più risicata la loro egemonia – ed Israele, la cui strategia di normalizzazione dei rapporti diplomatici con gli Stati Arabi subisce un importante colpo d’arresto.

I continui attacchi alla Moschea di Al-Aqsa – terzo luogo più sacro dell’Islam – durante il periodo di Ramadan, il pervicace tentativo di installare nuove colonie illegali con il supporto attivo di personalità di spicco dell’attuale governo, i continui attacchi alla Siria ed ora al Libano, non possono certo incontrare il favore delle opinioni pubbliche dei paesi arabi, specie di quelli che avevano dimostrato apertamente la contrarietà nei confronti delle scelte di “normalizzazione” dei propri governi, come Marocco e Sudan.

Uno dei frutti di questa distensione tra Iran ed Arabia Saudita è proprio l’avvio di un processo di pace in Yemen.

Se uno scambio di circa 900 prigionieri – 887 per la precisione – era già stato annunciato il 20 marzo grazie all’opera dell’ONU e della Croce Rossa Svizzera, si stanno ponendo le basi per una cessazione delle ostilità e l’avvio di un vero e proprio processo di pace, in un contesto in cui – nonostante non fosse stata rinnovata formalmente, l’ottobre scorso, la tregua precedentemente firmata nell’aprile del 2022 – di fatto stavano già tacendo le armi.

Sabato scorso l’incontro tra l’ambasciatore dell’Arabia Saudita in Yemen, Mohammed Al-Jaber, ed il leader del Consiglio degli Houthi, Mahi Al-Mashat, ha fatto fare un passo decisivo.

Secondo quanto riporta il quotidiano saudita in lingua inglese Arab News ciò che si sta discutendo è: «tregua di sei mesi garantita dall’ONU, la fine dei combattimenti su tutti i fronti, negoziati diretti sponsorizzati dall’ONU tra il governo yemenita e gli Houthi ed un periodo di transizione di due anni».

Tra il governo yemenita “riconosciuto internazionalmente” e gli Houthi stanno facendo da mediatori delegati dell’Arabia Saudita e dell’Oman giunti a Sanaa.

Le reazioni ai colloqui sono più che positive da parte dell’Iran, con il portavoce del Ministero degli Esteri Iraniano, Nasser Kanani, che ha espresso «sostegno alla tregua prolungata in Yemen e alla fine del conflitto».

Sembrano esserci, quindi, tutti i presupposti per un esito positivo.

L’agenzia Houthi SABA riferisce le parole del leader dei “ribelli” che auspica una «pace onorevole» che assicuri «libertà ed indipendenza agli yemeniti».

Nelle discussioni, secondo quanto riporta il sito inglese del network Al Jazeera, si starebbe trattando per la fine del blocco aeronavale delle aree controllate dagli Houthi e, contestualmente, la fine dell’assedio alla città di Taiz da parte dei “ribelli”.

Gli insorti offrirebbero garanzie ai sauditi, che in cambio si farebbero carico della ricostruzione.

Verrebbero riaperti il porto e l’aeroporto di Sanaa, ora sotto controllo degli Houthi, assicurato il pagamento degli stipendi pubblici, e fissato un crono-programma affinché le forze straniere lascino il paese.

Un’ottima notizia per un Paese che ha conosciuto una delle più grandi catastrofi umanitarie della nostra epoca e per tutti coloro che, contro un assordante silenzio, hanno cercato di mettere in evidenza la complicità occidentali – dalla copertura politica alla vendita di armi – in questo conflitto.

Sia detto, a scanso di equivoci, riprendendo le parole di Alberto Negri: «Gli Accordi tra Teheran e Riad sono tra due stati che hanno in comune la difesa di un ordine sociale oscurantista e patriarcale: un orizzonte nero come il petrolio».

Ma allo stesso tempo aprono inedite prospettive di pace nella regione e aumentano l’isolamento dell’alleanza strategica tra USA e Israele, principali vettori dei maggiori disastri in Medio Oriente.

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02/02/2023

Governo britannico alla sbarra per gli armamenti forniti all’Arabia Saudita

Nella giornata di ieri il governo britannico ha dovuto affrontare un’azione legale per le sue vendite di armi all’Arabia Saudita impiegate nella guerra in corso nello Yemen.

La Campagna contro il commercio di armi (CAAT) ha portato il governo davanti all’Alta Corte, sostenendo che le armi britanniche hanno contribuito a violare il diritto internazionale umanitario e creare uno dei peggiori disastri umanitari del mondo.

Secondo Oxfam, dal 2015 la Gran Bretagna ha concesso in licenza almeno 7,9 miliardi di sterline (9,6 miliardi di dollari) in armi all’Arabia Saudita, inclusi aerei Tornado e Typhoon e bombe. Un rapporto di Oxfam pubblicato questo mese ha rilevato che gli attacchi aerei della coalizione guidata dai sauditi che utilizzano armi fornite da Stati Uniti e Regno Unito sono stati responsabili dell’uccisione di almeno 87 civili nello Yemen tra gennaio 2021 e la fine di febbraio 2022.

Una precedente impugnazione in tribunale da parte della CAAT nel 2019 aveva costretto il governo del Regno Unito a sospendere la vendita di armi ai sauditi, ma dopo una revisione interna le vendite sono riprese nel 2021 sulla base del fatto che le violazioni del diritto umanitario sono state ritenute “incidenti isolati”.

“Questo è un governo che si preoccupa più del profitto che dei crimini di guerra e della morte di civili” – ha afferma Emily Apple, coordinatrice della CAAT – “La sua argomentazione secondo cui si tratta di ‘incidenti isolati’ è una totale assurdità e profondamente offensiva per tutto il popolo yemenita le cui vite sono state distrutte dalle armi britanniche”.

Lo Yemen è devastato dalla guerra dal 2014, quando il movimento Houthi ha conquistato la capitale, Sanaa, mettendo in fuga il governo filo-saudita. Riyadh e una coalizione di alleati tra le petromonarchie del Golfo più Usa e Gran Bretagna , sono intervenuti nel marzo 2015 contro gli Houthi ritenuti filo-iraniani.

La guerra e l’assedio economico dell’Arabia Saudita sulle aree controllate dagli Houthi hanno provocato più di 300.000 morti in otto anni, secondo le stime delle Nazioni Unite. Almeno 8983 civili sono stati uccisi in attacchi aerei dalla coalizione guidata dai sauditi con molti armamenti fornitigli dai paesi occidentali, Italia inclusa.

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07/01/2023

Yemen - Migliaia in piazza per dire basta alla guerra e all’aggressione saudita

Accadono cose sui fronti delle guerre dimenticate e occultate dalla “comunità internazionale”. Centinaia di migliaia di yemeniti hanno preso parte ad una massiccia marcia nelle principali città del paese per condannare la guerra e l’assedio imposto al loro Paese dalla coalizione saudita-americana.

Portando le immagini del leader del movimento popolare yemenita Ansarolah, Abdulmalik al-Houthi, manifestanti in diverse parti del Paese hanno intonato slogan contro le politiche egemoniche degli Stati Uniti.

Le proteste hanno avuto luogo nelle province di Saada (nord-ovest), Sana’a (centro-ovest), Taiz (sud-ovest), Ibb (sud-ovest), Dhamar (sud-ovest), Al-Hudaydah (ovest), Al-Bayda (centro -sud-ovest), Hajjah (nord-ovest), Amran (nord-ovest), Al-Yawf (nord) e Marib (centro-ovest).

I manifestanti yemeniti hanno condannato fermamente la continua aggressione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati contro lo Yemen, affermando che gli Stati Uniti sono i principali responsabili della guerra e dell’assedio imposto al paese più povero del mondo arabo. Hanno anche denunciato l’assedio come una guerra e un’aggressione a cui si deve rispondere.

Nel comunicato finale della marcia, gli yemeniti hanno lanciato l’allarme sulla chiusura di aeroporti e porti e sulla privazione dei cittadini di esercitare i propri diritti, e hanno invitato le forze armate a prendere misure adeguate per rompere il blocco.

In tal modo, hanno evidenziato l’importanza di mantenere l’unità per superare i piani del nemico.

I partecipanti hanno anche dichiarato il loro sostegno alla causa palestinese e condannato le invasioni di terre e santuari palestinesi da parte del regime israeliano, invitando i paesi islamici a prendere misure serie e appropriate di fronte alle atrocità israeliane.

Dal marzo 2015, l’Arabia Saudita e i suoi alleati sostenuti dagli Stati Uniti hanno condotto una campagna di bombardamenti nello Yemen, con conseguenze devastanti per il paese, in particolare per donne e bambini.

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