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04/06/2026

Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo

“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.

“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.

Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.

Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.

Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.

“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.

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