Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2026

No autosufficienza, no patrimoniale, ma riarmo

di Alessandro Volpi

Ma davvero possiamo “permetterci” il riarmo e di non tassare gli extraprofitti e le grandi ricchezze in un paese dove esiste un enorme questione rappresentata dalle difficoltà infinite delle famiglie con anziani non autosufficienti?

Le stime disponibili collocano nell’ordine dei 25 miliardi di euro la spesa pubblica annua per l’assistenza continuativa agli anziani non autosufficienti e in un ordine di grandezza analogo, circa 25 miliardi netti, il costo sostenuto direttamente dalle famiglie. Numeri che, pur non essendo perfettamente omogenei per definizione e perimetro, restituiscono la dimensione economica complessiva della non autosufficienza in Italia.

Si tratta di 3,8 milioni di anziani non autosufficienti + 2,9 milioni di caregiver familiari + oltre 1,1 milioni di assistenti personali: significa che il fenomeno coinvolge direttamente o indirettamente una parte enorme della società italiana, ben oltre i soli beneficiari delle prestazioni pubbliche.

Una gran parte di questo universo di poco meno di 10 milioni di persone divora in tali spese larghe porzioni del proprio reddito, spesso quasi l’intero patrimonio e si indebita. La stima più attendibile è quella di un nuovo indebitamento bancario ogni anno per una cifra compresa tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro, mentre il settore bancario registra favolosi profitti e distribuisce mega dividendi.

In moltissimi casi per sostenere queste spese per la non autosufficienza si procede ad una contrazione dei consumi da parte delle famiglie interessate che può essere stimata in una cifra compresa tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro l’anno.

Allora, se una delle cause più evidenti dell’impoverimento, del deterioramento profondo della qualità della vita e dell’accrescimento delle disuguaglianze sociali per 10 milioni di persone in Italia è costituita dalla grave insufficienza delle risorse pubbliche in tale destinazione, come si fa a parlare ogni giorno di droni, di guerra ibrida, persino di petardi per alimentare un clima di guerra?

Come si fa a sostenere che non esistono gli extraprofitti, che la patrimoniale per i super ricchi è un furto e che bisogna procedere ancora nelle privatizzazioni?

Morire per abbandono e per disperazione è certo più tragico, ora nel nostro paese, rispetto alla possibilità – quantomeno remota – di morire in guerra.

Disertare la guerra significa anche questo.

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04/09/2026

La sentenza della Corte europea che sfida il cappio delle sanzioni Usa

Essere sottoposti a sanzioni dagli Stati Uniti e finire iscritti nelle famigerate “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac) non autorizza in alcun modo le banche europee a negare automaticamente a un potenziale correntista l’apertura di un conto senza aver prima svolto un’accurata valutazione individualizzata del presunto rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea (quarta sezione) con una storica sentenza dell’11 giugno di quest’anno sul caso di L.H. (le iniziali della persona coinvolta) contro una banca slovena.

Largamente ignorato nel dibattito pubblico, il pronunciamento dà ragione a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, colpita nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump, e in particolare dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, perché rea – lei che è incensurata – di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione e università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio.

Albanese è stata inclusa in un draconiano pacchetto di sanzioni introdotto nel febbraio 2025 tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump e indirizzato contro la Corte penale internazionale (Cpi). I giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Ofac e sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale in pugno a Washington, finendo condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, considerato un “target” dal duo Trump-Rubio).

Proprio un anno fa, nel settembre 2025, la Relatrice speciale ha denunciato in Senato gli impatti materiali di queste sanzioni, segnalando di non aver potuto aprire un conto in Italia nemmeno con Banca Etica. La sovranità economica e finanziaria dell’Unione europea ne è uscita a pezzi. Il Governo Meloni non ha mai proferito una parola in sostegno di una cittadina messa nel mirino e si è ben guardato dal chiedere alla Commissione von der Leyen di attivare uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti delle sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Ovvero il Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).

Come abbiamo già scritto su Altreconomia, l’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale? La Commissione europea ha fatto il morto e così il governo italiano. Stendiamo un velo pietoso sulla Banca d’Italia, che a precisa richiesta si è sempre rifiutata di esplicitare il proprio punto di vista.

Il nodo è senza dubbio istituzionale ma le singole banche potrebbero giocare un ruolo determinante. Nel marzo 2026, durante un webinar organizzato dal gruppo dei dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina, la Relatrice Albanese si è detta delusa da Banca Etica: “In fin dei conti nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”. Ne è scaturito un acceso confronto in diretta con il direttore di Banca Etica, Nazzareno Gabrielli, che si è difeso dalle accuse di lassismo sostenendo di non voler esporre il proprio istituto a una “multa da un miliardo di euro” qualora avesse violato le sanzioni statunitensi. “Gli operatori finanziari – ha dichiarato – non hanno alternativa”.

Per Albanese quell’incubo non è ancora finito. Rimossa dalla “Specially designated nationals and blocked persons list” dell’Ofac il 20 maggio dopo una sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato a lei ragione e torto a Trump, è stata nuovamente iscritta appena una settimana più tardi. Motivo? L’amministrazione ha fatto appello e ha rivendicato il diritto a riattivare sanzioni evidentemente illegali, punitive e peraltro rivolte contro una persona che non ha commesso alcun crimine.

In questo quadro di violenza e prevaricazione precipita la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 giugno sul caso L.H. contro la banca slovena Otp banka. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2017, quando il ricorrente tenta senza successo di pagare a una stazione di benzina di Lubiana attraverso il conto della moglie, aperto presso la banca Otp. L’istituto di credito lo rimbalza e nella lettera relativa al blocco adduce presunti obblighi di legge in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Tra queste misure, sostiene la banca, ci sarebbe anche il rispetto delle restrizioni imposte dall’Ofac statunitense. L.H. non ci sta e sfida il sistema. Prima fa causa per il blocco del pagamento e poi, nel marzo 2022, chiede direttamente alla Otp di aprire a nome suo, nemmeno della moglie, un conto di pagamento “base”. Presenta il documento di identità ma l’istituto si rifiuta, negandogli anche una motivazione scritta.

La palla finisce al Tribunale cantonale di Maribor, il quale sospende il procedimento e spedisce gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue, sottoponendole quattro questioni fondamentali. La prima: chiarito che la Procura generale specializzata della Repubblica di Slovenia aveva archiviato già nel 2015 la causa che aveva portato all’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di L.H. e che questo “non è stato condannato in alcun’altra parte del mondo per il reato a causa del quale il suo nome è inserito nell’elenco dell’Ofac”, possono gli Stati membri dell’Ue imporre alle banche di respingere la richiesta di aprire un conto solamente sul mero inserimento nelle liste Ofac? Se sì, c’è un’eccezione se il potenziale correntista non risulta condannato da nessuna parte per il reato contestato? E poi: negare il diritto fondamentale a un conto in banca solo sulla base delle liste Ofac viola il diritto alla presunzione di innocenza? E negare l’apertura del conto a un incensurato che viene infilato nelle liste Ofac calpesta il diritto alla presunzione di innocenza?

I giudici europei sono stati netti e silenti allo stesso tempo. Netti perché hanno chiarito che la normativa europea (Direttive 2014/92 e 2015/849) “non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato”. E poi perché hanno sottolineato che il presupposto di un “approccio basato sul rischio” è una “adeguata verifica della clientela”, con il “ricorso all’adozione di decisioni basate su prove”. Le liste Ofac sono quindi descritte come un possibile “fattore di rischio” da incrociare però con l’applicazione di “misure rafforzate di adeguata verifica”. Senza quella ponderazione tutto cade. La nettezza, però, finisce qui, perché la Corte ha ritenuto di non dover rispondere alle altre tre questioni formulate dai giudici sloveni “in quanto esse sono state sollevate solo nell’ipotesi in cui la risposta alla prima (l’automatismo del blocco, ndr) fosse stata affermativa”.

Resta quindi una controproducente cortina di incertezza su quello che è uno dei più grandi scandali economici e finanziari: un gruppo di potere al governo di un Paese terzo che tenta illegalmente di spezzare la schiena di chi osa dire, in maniera documentata e da posizione autorevole, che il re è nudo e che artefici e complici del genocidio in Palestina hanno nome, cognome, codice fiscale e partita Iva. Questo è un conto che rimane aperto.

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22/08/2026

Credito e monopòli. Le due pericolosissime partite che riguardano Monte dei Paschi di Siena

di Alessandro Volpi

L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano e ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.

Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario.

In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper. In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione.

Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper. L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano.

Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli.

Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra le soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.

Quando il quadro sembrava definirsi, il cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta di Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. Si tratta di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco Bpm, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere Mps non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali.

Siena intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attenta a non ripercorrere una storia già vista.

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28/06/2026

Assist della UE per la scalata Unicredit di Commerzbank

La vicenda della scalata da parte di Unicredit del colosso tedesco Commerzbank aveva attirato l’attenzione mediatica, soprattutto perché da grande affare economico si era trasformata anche in un’evidente braccio di ferro tra Italia e Germania negli equilibri dei grandi istituti finanziari europei. L’opposizione di Berlino sembrava cozzare con un salto di qualità del mercato europeo dei capitali.

Anche se per un po’ di tempo l’attenzione è scemata, il processo di acquisizione da parte di Unicredit è andato avanti, perché appare evidente che l’opportunità creare un “campione europeo” nel campo è superiore persino ai no che può dire la Cancelleria tedesca. Si tratterebbe, infatti, del secondo più rilevante consolidamento bancario nella storia della UE, dopo l’acquisizione di BNL da parte di BNP Paribas.

Una svolta decisiva in questo processo è giunta direttamente da Bruxelles. La vicepresidente esecutiva della Commissione Europea con delega alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha lanciato un esplicito e netto assist a favore di Unicredit, frenando le resistenze politiche della Germania.

In un’intervista a Bloomberg TV, Ribera ha chiarito che le fusioni transfrontaliere “dovrebbero essere accolte con favore” e che la UE è pronta a intervenire con i propri poteri antitrust qualora si configurino blocchi ingiustificati. Ribera ha riconosciuto che ci sono casi in cui gli stati membri possono intervenire su questo tipo di operazioni, ma che Bruxelles ha una “interpretazione restrittiva” al riguardo.

Quello che è stato messo in chiaro è che c’è una sorta di gerarchia sulle priorità, e tutte le iniziativa – come quella in questione – che andrebbero a potenziare il mercato unico sono considerate fondamentali per “rafforzare la rilevanza e la crescita” economica del Vecchio Continente. Cioè per renderlo un più compiuto attore della competizione globale.

Ad oggi, la condizione azionaria non vede ancora la proprietà effettiva da parte di Unicredit. L‘Offerta Pubblica di Scambio (OPS), di cui i risultati sono arrivati lo scorso 19 giugno, ha visto l’istituto italiano acquisire un ulteriore 12,51% delle azioni di Commerzbank. Sommate al 26,77% già blindato in precedenza, significa che Unicredit detiene il 39,28% della banca tedesca.

Inoltre, a ciò si aggiunge un altro 3,22% in strumenti convertibili in azioni, e un 13,19% detenuto tramite contratti derivati. Il totale, in senso di esposizione complessiva del gruppo italiano, ha già raggiunto, dunque, il 55,69% di Commerzbank, ponendo Unicredit in una posizione di assoluta dominanza tecnica, anche se non può vantare il controllo diretto della maggioranza delle azioni. Ma come si sa nel settore, un 40% è già più che sufficiente per essere l’ago della bilancia delle scelte societarie.

In conformità con la normativa tedesca, dal 20 giugno è partita una finestra di ulteriore offerta che si concluderà il prossimo 3 luglio. In questo lasso di tempo, gli azionisti di Commerzbank che non hanno ancora aderito all’offerta di Unicredit avranno la facoltà di consegnare le proprie quote. I risultati definitivi dell’intera operazione verranno resi noti l’8 luglio.

Tra vari analisti di mercato c’è ormai la certezza che, a breve, la Banca Centrale Europea formalizzerà il proprio nulla osta definitivo alla scalata. Il governo tedesco, che detiene il 12% delle azioni della banca, continua a ribadire ragioni che ormai sono per lo più considerate come dettate da logiche di pura influenza politica e di asimmetria competitiva.

Berlino sembra aver categoricamente escluso la vendita della propria quota che, sempre secondo la normativa tedesca, impedisce l’estromissione degli azionisti residuali dietro indennizzo. Parallelamente, il management di Commerzbank ha rivolto un appello ai propri investitori, esortandoli a respingere in blocco l’offerta di Unicredit.

Infine, i vertici dell’istituto tedesco hanno formalmente richiesto l’intervento della BaFin – l’autorità federale che in Germania si occupa di vigilanza sui mercati finanziari – contestando le modalità di comunicazione di Unicredit circa l’andamento dell’OPS. Pronta e speculare la replica di Unicredit, che si è rivolta alle stesse autorità per chiedere la verifica sull’attendibilità delle dichiarazioni pubbliche rilasciate da Commerzbank.

La Procura della Repubblica di Francoforte ha aperto un fascicolo sull’ipotesi di “sospetta manipolazione del mercato”. I tedeschi stanno perciò portando persino in tribunale la vicenda, pur di non subire la sorte che hanno imposto a varie società straniere, dietro la logica dell’integrazione europea. Ma ora si sta dimostrando che questa è una logica a sé, rispondente a obiettivi strategici precisi, per quanto a tratti ampiamente velleitari. E anche Berlino vi deve sottostare.

Da sottolineare, in conclusione, che secondo diverse indiscrezioni, Commerzbank è il trampolino di lancio per un riassetto complessivo degli equilibri finanziari del Sud Europa. Unicredit starebbe già guardando ad Assicurazioni Generali e Banco BPM. Un assalto che risponderebbe perfettamente alle indicazioni fatte a suo tempo da Mario Draghi ed Enrico Letta sulla competitività europea e sul mercato unico dei capitali. Staremo a vedere.

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09/06/2026

Predicare il mercato coltivando il monopolio. A proposito delle fusioni delle banche italiane

di Alessandro Volpi

Ai primi di giugno Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una “fusione tra pari”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare” Anima Sgr, da poco acquisita da Bpm, per farne il veicolo della raccolta del risparmio dei due istituti e per orientarlo all’acquisto dei prodotti di BlackRock, naturalmente azionista di entrambe le banche.

Questa “proposta” ha subito mosso Intesa Sanpaolo che ha avanzato un’offerta pubblica di scambio rivolta agli azionisti di Mps, valutata circa 30 miliardi di euro. Anche qui l’obiettivo è chiaro: evitare la creazione di un concorrente forte ma anche potenziare il monopolio perché l’ipotesi di Intesa prevede l’acquisizione di Mps, che verrebbe poi, in parte, ceduta a Unipol, con cui Intesa ha stabilito un patto. L’operazione avrebbe incluso anche Bper, legatissima a Unipol, che ne è principale azionista con quasi il 20% del capitale. In sintesi: un super colosso con il fine di raccogliere il risparmio, svuotando Anima e affidando la gestione, ancora più direttamente a BlackRock.

Da questa vicenda emergono almeno cinque considerazioni.

La prima. Il cosiddetto “risiko bancario” è possibile perché le banche hanno macinato utili incredibili negli ultimi anni. Solo nel biennio 2024-2025, Intesa, Bpm, Banco Bper, Mps, Unicredit hanno registrato utili per oltre 30 miliardi di euro, distribuiti per il 70% in dividendi agli azionisti che hanno quindi una montagna di liquidità.

La seconda. La concentrazione monopolistica è possibile perché esiste una forte sovrapposizione tra gli azionariati delle banche italiane, soprattutto del grande azionariato. BlackRock è presente in tutte e cinque queste realtà, così come un peso importante hanno un nucleo limitatissimo di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.

La terza. Nella vicenda incide moltissimo la volontà di questi soggetti di arrivare al controllo di Generali, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Mps di Mediobanca. Controllare Generali significa controllare un altro pezzo dell’ormai pressoché unica linfa vitale del capitalismo finanziario, ovvero il risparmio diffuso.

La quarta. L’azione del Governo Meloni è decisamente favorevole al processo di concentrazione perché spera di avere un appoggio rilevante da parte della grande finanza italiana e di quella internazionale di BlackRock. A forza di immaginare “polini” nazionali si procede a grandi passi verso la natura assolutamente monopolistica del sistema bancario italiano, del resto ampiamente auspicata dalla Commissione europea, da Mario Draghi, da Enrico Letta e dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

La quinta. In tutta questa vicenda ha un ruolo centrale il sistema fiscale: le banche pagano un tax rate decisamente basso in relazione ai mega profitti e godono di una deducibilità degli interessi passivi, che ha generato incredibili crediti verso lo Stato, in grado di costituire uno degli elementi di attrazione dei fenomeni di fusione. Le banche si fondono, si dividono i crediti fiscali e pagano meno tasse.

La linea della maggioranza di centrodestra è chiara: sta con i grandi azionisti delle banche – e questo certo giova ai Vannacci di turno – ma l’opposizione dove sta? Forse troppo vicino a quelle stesse banche e alla narrazione favolistica del mercato. E anche questo favorisce la destra più radicale. Ma a sinistra –sottolineo a sinistra – si può elaborare un modello del tutto diverso.

Provo quindi a definire una proposta generale articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro, dove il tema bancario è ben presente.

1) Occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque favoriscono i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Occorre alzare le aliquote Ires per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%.

Occorre poi un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i 4 milioni di euro e del 2% sopra gli 8 milioni, al netto della prima casa. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e di ridurre l’aliquota ordinaria al 20%, avendo a disposizione poco meno di 30 miliardi in più da destinare alla spesa sociale.

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04/06/2026

Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo

“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.

“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.

Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.

Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.

Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.

“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.

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17/05/2026

Le banche italiane continuano a macinare profitti di natura finanziaria. Chi ne beneficia?

di Alessandro Volpi

I numeri relativi ai profitti delle banche italiane sono sempre più strabilianti. Si tratta di un fenomeno che si ripete ormai da tempo ma che sta acquisendo proporzioni enormi. Nel primo trimestre del 2026 questi profitti hanno superato i 7,5 miliardi di euro, distribuiti per l’80% circa agli azionisti, dunque in dividendi. Una situazione del genere suggerisce una considerazione e una duplice proposta.

La considerazione consiste nel fatto che, a fronte di risultati così eclatanti, è evidente la pressoché assoluta assenza di legami con l’economia reale del nostro Paese. Le banche guadagnano 7,5 miliardi in tre mesi e l’economia non cresce affatto, anzi arretra a un misero 0,4%: il credito non è l’elemento portante dei profitti bancari perché non dipendono dall’erogazione di prestiti al sistema produttivo e alle famiglie ma da attività di commissione e di acquisto di titoli finanziari. Peraltro, quando il credito viene erogato i tassi sono decisamente alti e i destinatari attentamente selezionati lasciando fuori la stragrande maggioranza dei soggetti che hanno bisogno di finanziamenti.

I profitti bancari sono quindi di natura finanziaria e, bisogna aggiungere, pagano un carico fiscale che non è realmente proporzionato a risultati così eclatanti. Il tax rate, l’aliquota reale, è infatti per le banche, anche dopo i timidi interventi del Governo Meloni, ferma a poco meno del 34% beneficiando tuttora della deducibilità degli interessi passivi. Ora pagare il 33%, che scende al 31% in condizioni ordinarie, nell’ambito di un settore beneficiario, di fatto, di un monopolio per effetto della straordinaria concentrazione consentita dalla normativa e quindi dalla politica, pare davvero poco soprattutto se l’attività bancaria non apporta un reale beneficio all’economia del Paese.

È chiaro invece chi sono i beneficiari. BlackRock che è il principale azionista di Unicredit e il terzo di Intesa Sanpaolo, nel 2025 ha guadagnato dal settore bancario italiano un miliardo di euro in dividendi, 1,5 miliardi nella rivalutazione delle proprie partecipazioni e quasi due miliardi dalla vendita alle banche italiane, di cui è azionista, dei propri prodotti finanziari per un totale, tondo, di oltre 4,5 miliardi in un anno solo. Ma su questo la politica ha ben poco da dire.

La proposta è duplice. In primo luogo, è evidente in queste condizioni che l’Italia ha bisogno di una banca pubblica. Per questo sarebbe necessario riportare Cassa depositi e prestiti (Cdp), di cui lo Stato detiene già oltre l’80%, alla originaria funzione di banca pubblica che fa credito ai Comuni e alle piccole e medie imprese praticando tassi in grado di abbattere il costo del denaro e abbandonando le attuali tendenze immobiliari e finanziarie. Per farlo Cdp dispone di circa 350 miliardi di euro di risparmi e può usufruire delle garanzie pubbliche.

Nella stessa logica dovrebbe integrarsi con Poste italiane, nella sua parte bancaria, per costituire davvero un colosso pubblico che, oltre a incidere veramente sull’economia reale, potrebbe assolvere anche alle funzioni di vero regolatore del mercato facendo concorrenza alle grandi banche private. In tal senso occorrerebbe incentivare anche l’emissione da parte della nuova banca pubblica, nata dall’integrazione tra Cdp e Poste, di obbligazioni da destinare ai fondi in cui i risparmiatori italiani mettono le loro risorse legandole a progetti di investimento produttivo e ambientale nel nostro Paese. Naturalmente è obbligatorio scongiurare la privatizzazione di Poste italiane.

Il secondo aspetto della proposta riguarda la necessità di alcune regole e, soprattutto di controlli veri – come forse non è avvenuto nel caso Mps-Mediobanca di cui Altreconomia ha largamente parlato – per evitare le concentrazioni delle proprietà bancarie in pochissime mani, presenti peraltro nell’azionariato di istituti che dovrebbero farsi concorrenza, riservando una maggiore attenzione normativa sull’utilizzo dei risparmi italiani. In questo modo uno dei temi centrali delle difficoltà italiane potrebbe trovare una soluzione.

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17/04/2026

L’export di armi italiane è cresciuto del 19%. Tre banche ne finanziano quasi il 70%

La relazione annuale al Parlamento sullo stato della Legge 185 relativa alle autorizzazioni per l'esportazione di armamenti prodotti in Italia, è ricca di informazioni che ci restituiscono un quadro di una industria militare che ha visto crescere le sue esportazioni nel 2025 di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. La relazione è firmata dal sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano.

Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di 11,141 miliardi di Euro, di cui 9,164 miliardi di Euro esportate all’estero (con un aumento del 19,14% rispetto al 2024) e 1,977 miliardi di Euro importate.

Al riguardo viene specificato che il dato riportato sulle movimentazioni in entrata (importazioni) non include i trasferimenti intracomunitari UE/SEE, ai sensi dell’art.10 bis della Legge 185/1990. Non risultano inoltre ricomprese nella citata rilevazione le esportazioni temporanee con successiva reimportazione e le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per conto della stessa, per la realizzazione di programmi di armamento ed equipaggiamento delle forze armate e di polizia, che possono essere consentite direttamente dalle Dogane.

Analogamente risultano escluse le importazioni effettuate da enti pubblici nell’esercizio di attività di carattere storico o culturale, previa autorizzazione di polizia, e quelle temporanee effettuate da imprese straniere per la partecipazione a fiere campionarie mostre e attività dimostrative, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno (art. 1 comma 8 della Legge 185/1990).

Sono pure escluse dalla rilevazione le esportazioni o concessioni dirette e i trasferimenti intracomunitari da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi intergovernativi (art.1, comma 9 della Legge 185/1990).

Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 miliardi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).

Le banche che finanziano l’esportazione di armamenti

Sono tre le “banche armate” che fanno la parte del leone nel finanziare le esportazioni italiane di armamenti: Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank.

Nel corso del 2025, secondo la relazione, sono state effettuate dagli intermediari 23.942 comunicazioni inerenti a transazioni bancarie per operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento soggette alla disciplina della legge, per un importo complessivamente movimentato superiore ai 14 miliardi di Euro.

Nel corso dello stesso anno è stata segnalata una movimentazione complessiva (introiti/esborsi) di oltre 2,7 miliardi di Euro per operazioni svolte in attuazione di programmi intergovernativi di armamenti a fronte dei 2,1 miliardi di euro del 2024.

Dal confronto con i dati del 2024 emerge che, nell’anno qui in esame, il numero delle segnalazioni è sensibilmente aumentato, passando da 21.586 a 23.942 (+10,91 %), anche a conferma del diffuso coinvolgimento degli istituti di credito e di altri intermediari finanziari nell’utilizzo dell’applicativo ministeriale.

Il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione è leggermente aumentato rispetto all’anno precedente (14 miliardi di euro nel 2025 rispetto ai 12 miliardi del 2024).

Nell’anno 2025, il 66,18 % delle transazioni per introiti riferibili ad esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank).

Nel 2024, detta percentuale è stata del 68,72 %. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2025, il 57,23% dell’ammontare complessivo è stato negoziato da tre istituti di credito (BNP Paribas Security Services, Unicredit S.p.A., Credit Agricole Corporate and Investment Bank), a fronte di una quota percentuale che nel 2024 era stata dell’83,78.

Ancora boom per l’export di armi italiane

Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione di armi, il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 mdi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).

Le licenze globali, che rappresentano uno strumento di semplificazione, risultano in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore cumulativo dei materiali esportati è stato pari a circa 1,374 mdi di Euro (1,18 nel 2024). Un aumento si registra anche nell’utilizzo delle Autorizzazioni generali di trasferimento, che dagli € 60,4 milioni del 2024 passano al valore di € 69,6 milioni del 2025. Risulta in marcato calo rispetto al 2024 (-61%) il valore delle autorizzazioni di intermediazione, passato dai 257,7 milioni di Euro del 2024 ai 100,3 milioni di Euro del 2025.

Le autorizzazioni di importazione a vario titolo si sono attestate su un valore complessivo di € 1,977 miliardi, registrando un significativo incremento del 165,86% rispetto al 2024.

Il numero di Paesi destinatari delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 88 (90 nel 2024) e il numero delle autorizzazioni, come già osservato, è stato di 2576 (2.569 nel 2024).

Nel 2025, un solo Paese (Kuwait) è risultato destinatario di autorizzazioni per un valore complessivo superiore al miliardo di Euro, mentre sono stati 16 i Paesi con valori compresi tra 100 milioni e il miliardo di Euro.

Il valore dei trasferimenti intracomunitari e delle esportazioni verso i Paesi NATO è stato pari al 37,62% del totale (1953 autorizzazioni), mentre il restante 62,38 % delle esportazioni ha interessato Paesi extra UE/NATO (623 autorizzazioni).

Il dato tendenziale verso i Paesi extra UE/NATO continua a mostrarsi in lieve crescita come valore assoluto nell’ultimo triennio.

Sul dato complessivo della ripartizione pesa la licenza di oltre 1 miliardo autorizzata nei confronti del Kuwait (€2,6 mdi). Il valore esportato verso le nazioni UE/NATO è diretto per il 40,85% verso Paesi esclusivamente membri NATO (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Norvegia, Turchia, Albania, Macedonia del Nord) e per il 59,15% verso Paesi UE indipendentemente dalla loro adesione al Trattato Atlantico.

Tra i primi 25 Paesi destinatari di autorizzazioni individuali all’esportazione nel 2025, si nota che:
− il Kuwait, che nel 2024 era al 76° posto, è salito al 1° posto, in ragione di una licenza concessa per un valore di circa 2,6 mdi di Euro;
− gli Stati Uniti sono risaliti dal 12° al 3° posto;
− Germania, Francia e Regno Unito continuano a collocarsi tra i primi 6 destinatari, in linea con le tendenze dei precedenti anni;
− l’Ucraina, è passata dall’11° posto al 4° posto, con licenze per un valore pari a 349 mni di Euro, a conferma dell’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese (giova rammentare che le forniture gestite dal Ministero della difesa non necessitano di autorizzazione UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) e, quindi, esulano dalle statistiche riportate;
− Israele, nei dati 2025, così come accaduto nel 2024, non compare, in quanto le modalità delle operazioni militari israeliane contro i palestinesi a Gaza, hanno indotto l’Autorità nazionale UAMA a non concedere nuove autorizzazioni all’export, in base alla legge n. 185/1990.

Importazioni di armi. Lo strano caso della Svizzera al primo posto

Israele compare invece come quinto paese da cui l’Italia importa armamenti. Per quanto attiene all’import, nel 2025, il valore delle 556 autorizzazioni individuali di importazione cd. “definitive” è stato di 1.977.363.805,02 euro di cui, curiosamente, il 30,19 % proviene dalla Svizzera (da dove abbiamo importato armi per 62,2 milioni di euro), il 29,12 % proviene dagli Stati Uniti d’America, il 14,23 % dal Regno Unito, il 7,59 % dal Kuwait e il 4,30 % appunto da Israele.

Il dato non comprende le importazioni da Paesi UE/SEE, perché esse non sono soggette ad autorizzazione dell’UAMA. Per quanto riguarda le tipologie, nel 2025 la categoria “materiali” ha costituito, sia per valore complessivo sia per numero di articoli, la tipologia maggioritaria degli oggetti importati (69,65 %), seguita dai “servizi” (29,52 %), dai “ricambi” (0,78 %), e dalle “tecnologie” (0,05 %).

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01/12/2025

Il fantastico mondo delle banche italiane, tra scalate sospette e costante ricerca di applausi

di Alessandro Volpi

Su Il Sole 24 Ore di giovedì 27 novembre, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha risposto alle domande, non troppo incalzanti, del direttore Fabio Tamburini chiedendo, con forza, “rispetto” per le banche che fanno moltissimo per il nostro Paese.

Secondo Messina infatti le banche sono state decisive, in particolare, nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, dimenticandosi però di dire che quegli acquisti sono avvenuti quasi per intero con i fondi della Banca centrale europea e che proprio dalla Bce le banche italiane hanno ottenuto una lauta ricompensa del 4% solo per conservare i propri depositi nella casse dell’istituto di Francoforte. Non caso gli acquisti si sono largamente interrotti con la fine del quantitative easing europeo.

Messina ha poi auspicato rigore nei conti pubblici e ha sostenuto che bisogna a tutti i costi ridurre il debito, magari, verrebbe da dire, spingendo gli italiani ad accettare di avere pensioni più basse e farsi un bel fondo pensione presso le banche stesse. In quest’ottica il capo di Intesa Sanpaolo ha anche duramente stigmatizzato l’uscita costante di risparmi dal nostro Paese a cui andrebbe posto rimedio per alimentare ulteriormente la massa del risparmio gestito dalle banche, trascurando di nuovo di dire che una gran mole di quel risparmio è affidata dalle banche stesse ai grandi gestori internazionali.

Ma forse basta ricordare un dato: la banca guidata da Messina ha realizzato in nove mesi 7,6 miliardi di euro di utili netti di cui 5,3 miliardi sono stati lautamente versati agli azionisti della banca. Di simili azionisti, ancora secondo i numeri forniti dallo stesso Messina, le famiglie italiane costituiscono meno del 20% e la stragrande maggioranza di questa quota è rappresentata da un numero ristretto di azionisti super ricchi. Naturalmente, ha ribadito Messina, non è in alcun modo pensabile aumentare il carico fiscale sugli istituti di credito in quanto rappresentano il principale motore dell’economia nazionale a tal punto da dovere essere considerati il pivot decisivo – e quindi tutelato e persino celebrato – del sistema Paese.

I dati dicono altre cose. In Italia ad esempio l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati nel 2025 ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati appena poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale.

Bisogna aggiungere poi che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa 1.000 miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici. In parallelo, i risparmi italiani, gestiti dalle banche, hanno preso la strada degli acquisti di titoli dei listini statunitensi.

La richiesta di applausi invocata da Messina rischia di essere raffreddata però da un’altra fotografia del sistema bancario italiano da cui sta emergendo che, probabilmente, nell’operazione Mps-Mediobanca c’era qualche traccia di aggiotaggio. In realtà non era così difficile ipotizzare che se la banca che scala e quella scalata hanno gli stessi azionisti è probabile che non sia proprio tutto regolare e che, per tali azionisti, fosse molto più semplice “intervenire” sull’operazione con lucrose plusvalenze (ne abbiamo scritto qui e qui in tempi non così sospetti). Del resto i numeri qualche sospetto lo suscitavano. Dalla data di annuncio dell’operazione pubblica di scambio, a inizio gennaio 2025, alla sua chiusura in questo autunno, la holding Delfin ha guadagnato quasi 850 milioni di euro, il Gruppo Caltagirone quasi 430 milioni e BlackRock 172 milioni di euro. Vale la pena ricordare che Delfin e Caltagirone erano i principali azionisti di Mps, con il 20% in due, e di Mediobanca, di cui possedevano quasi il 30% mentre BlackRock, che è presente anche in Mps, con varie partecipazioni, aveva superato il 5%. In poche parole gli stessi azionisti hanno posto in essere un’operazione per comprare se stessi e hanno fatti una montagna di soldi. Un bel sistema, soprattutto se si considera che lo Stato italiano ha destinato al salvataggio di Mps quasi 5,4 miliardi di euro di soldi pubblici.

Per essere ancora più chiari si possono aggiungere alcuni altri punti più specifici. Il primo. Il ministero dell’Economia ha ceduto il 13 novembre 2024 il 15% delle azioni di Mps tramite un minuscolo intermediario, Banca Akros, il cui principale azionista è Bpm, certo non disinteressata nell’operazione Mps. Ad Akros sono poi arrivate, guarda caso, due offerte identiche – ma proprio identiche – di Delfin e Caltagirone. In pochissimi giorni dunque il governo si è disfatto con procedura quantomeno anomala, a vantaggio di due soggetti “noti” della sua partecipazione di Mps. Il secondo punto riguarda l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che in barba alla retorica delle alterazioni del mercato rilascia interviste in cui invita tutti gli azionisti di Mediobanca ad aderire perché, dice lui, Mps ha già il 35% di Mediobanca.

Terzo punto critico: l’operazione Mps-Mediobanca è propedeutica alla scalata a Generali dove Delfin e Caltagirone hanno una significativa partecipazione azionaria: un’operazione che ai sensi di legge avrebbe dovuto essere dichiarata. Quarto aspetto, assai inquietante, l’intercettazione tra l’amministratore delegato di Mps, Lovaglio, e Francesco Gaetano Caltagirone in merito alla vicende Mps-Mediobanca è davvero una bomba. In pratica Lovaglio fa sapere a Caltagirone che per rendere possibile la scalata su Mediobanca il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sarebbe mosso per avere l’adesione dell’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, purtroppo senza successo (da notare che Fink incontra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Roma a fine settembre 2024, ndr). Per questo motivo Lovaglio è molto irritato e tira in ballo anche il direttore generale del ministero dell’Economia.

In sintesi, Lovaglio dichiara che l’operazione è manipolata, che un ministro decisivo, Giorgetti, e un direttore del ministero hanno cercato di condizionare il più grande gestore del risparmio mondiale, BlackRock, evidentemente arbitro della situazione. In un Paese anche solo minimamente attento all’interesse generale, una vicenda di questo genere provocherebbe un pandemonio. Ma in Italia domina il silenzio, politico e mediatico: è tutto fantastico, applausi.

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16/11/2025

Palate di soldi agli azionisti, salari e pensioni da fame

Centinaia di miliardi di utili sono stati distribuiti agli azionisti delle maggiori società a livello mondiale. Il dato arriva dal più recente Dividend Watch, l’analisi del Capital Group Global Equity Study che esamina il modo in cui le società generano, accrescono e restituiscono valore agli azionisti.

Capital Group fissa l’asticella dell’intero 2025 per la prima volta oltre la soglia dei 2mila miliardi di dollari: 2.080 miliardi per la precisione, con un ulteriore aumento del 6,4% (5,8% togliendo i fattori straordinari) rispetto all’anno precedente. Nel solo terzo trimestre del 2025 i dividendi globali sono infatti aumentati del 6,2% su base annua, raggiungendo la cifra record di 518,7 miliardi di dollari.

In Italia, riferisce Il Sole 24 Ore, oltre a Eni ed Enel ad aver guadagnato sono state soprattutto le banche. Con le loro cedole, i principali istituti di credito Intesa Sanpaolo e Unicredit si aggiudicano i primi due gradini della classifica del listino milanese. Eni ed Enel, hanno distribuito ai loro azionisti l’equivalente di quattro miliardi di dollari.

Nei primi dieci posti della graduatoria nazionale ci sono poi Generali, Poste Italiane, Monte dei Paschi, Ferrari e Leonardo, tutti con incrementi a doppia cifra rispetto ai pagamenti effettuati dodici mesi prima grazie a una decisa accelerazione nelle rispettive politiche di remunerazione agli azionisti.

Soldi a palate dunque per i grandi gruppi bancari, dell’energia e degli armamenti, i tre settori che hanno aumentato a dismisura i loro profitti anche nell’anno in corso, mentre i salari e le pensioni restano inchiodati in basso sia dalle scelte delle aziende e dalla concertazione con i sindacati ufficiali che dalle politiche fiscali del governo.

E qualcuno ha ancora il coraggio di chiedere perché i lavoratori non dovrebbero scioperare contro tutto questo?

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29/10/2025

Tassare le rendite per finanziare i servizi pubblici e le energie rinnovabili

L’Italia si trova a un bivio: da un lato, assistiamo all’esplosione dei profitti in settori chiave come quello bancario e quello energetico, dall’altro, la sanità e i servizi pubblici soffrono di un cronico sotto finanziamento.

La politica fiscale, lungi dall’essere un meccanismo di riequilibrio, si è rivelata uno scudo per la rendita finanziaria, come dimostra il fallimento della tassa sugli extraprofitti delle banche introdotta dal governo Draghi prima e da quello Meloni dopo.

In questi giorni si torna a parlare di introdurre un prelievo dalle banche e, forse, dalle assicurazioni. Per ora sono solo anticipazioni di stampa ma è giunto il momento di richiamare il governo a una responsabilità ineludibile: la ricchezza accumulata in modo straordinario e non giustificato deve essere tassata e incanalata verso gli investimenti vitali per il Paese.

I dati sul settore bancario italiano sono eloquenti e non lasciano spazio a interpretazioni. I principali gruppi bancari italiani hanno registrato utili aggregati record che, secondo le stime, hanno superato i 46 miliardi di euro nel 2024, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti. Questo boom è stato trainato principalmente dall’aumento del margine di interesse (la differenza tra gli interessi attivi sui prestiti e quelli passivi sulla raccolta), un risultato diretto della rapida crescita dei tassi decisa dalla BCE.

In passato l’intervento dello stato con la cosiddetta “tassa sugli extraprofitti” si è risolto in un fallimento in termini di gettito effettivo. L’impianto normativo è stato modificato in sede di conversione, permettendo alle banche di destinare gran parte dell’importo al rafforzamento delle riserve patrimoniali, il risultato è che lo Stato ha incassato una cifra irrisoria rispetto alle stime iniziali, trasformando un atto di giustizia sociale in un “bluff”. Si stima che il gettito reale per le casse pubbliche sia stato minimale o sostituito da anticipi su imposte future per cifre che non hanno superato i 3-3,5 miliardi di euro, a fronte di decine di miliardi di extra-guadagni.

Questa inazione si configura come un atto in spregio all’equità, poiché permette che l’arricchimento straordinario di pochi sia garantito a scapito del benessere collettivo.

A.Ba.Co. chiede che la prossima legge di bilancio attui una vera inversione di marcia con una tassazione effettiva e ineludibile sugli extraprofitti di banche, assicurazioni e aziende energetiche, senza clausole di scampo. Le risorse così generate devono essere interamente dedicate a finanziare due priorità nazionali: la sanità pubblica e l’autonomia energetica.

Il servizio sanitario nazionale (Ssn) è in “lenta agonia”, i dati della fondazione Gimbe mostrano che, negli ultimi tre anni (2023-2025), sono stati sottratti alla sanità pubblica 13,1 miliardi di euro a causa della combinazione tra definanziamento e aumento dei costi operativi (inflazione e caro energia).

Questo deficit si traduce in liste d’attesa interminabili per visite ed esami e un aumento vertiginoso della spesa out of pocket a carico delle famiglie (oltre 41 miliardi di euro nel 2024) che spinge un italiano su dieci a rinunciare alle cure, affermando il progressivo smantellamento del diritto universale alla salute a favore di un sistema sanitario privato accessibile solo a chi ha maggiori disponibilità economiche.

È un’emergenza sociale, che mette a repentaglio gli stessi principi costituzionali alla base del nostro paese, per questo tassare gli extraprofitti bancari per destinare le risorse al ripristino del Ssn non è solo equo, ma un atto dovuto per garantire i diritti fondamentali dei cittadini.

Inoltre a partire dall’inizio del conflitto russo-ucraino, la speculazione sui prezzi dell’energia, che ha generato ingenti extraprofitti per le imprese energetiche, ci ha messo dinanzi all’esplodere del fenomeno della povertà energetica e della necessità di avere canali alternativi di approvvigionamento.

L’Italia ha fatto progressi, con le fonti rinnovabili che nel 2024 hanno coperto circa il 41% del fabbisogno nazionale, tuttavia, per centrare l’obiettivo di raggiungere una quota del 70% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, è necessario un cambio di passo strutturale.

Le risorse derivanti dalla tassazione degli extraprofitti energetici devono essere convogliate in un intervento pubblico nella produzione energetica favorendo l’installazione di nuova capacità rinnovabile (l’Italia ha installato circa 6 GW di nuova capacità rinnovabile nei primi dieci mesi del 2024, superando il dato dell’intero 2023, ma serve accelerare), un sostegno economico in bolletta per i redditi bassi e un piano di finanziamento nazionale per l’efficientamento energetico e l’installazione di impianti fotovoltaici in autoconsumo per le famiglie a basso reddito, riducendo strutturalmente i costi in bolletta e contrastando la povertà energetica.

La politica finanziaria deve essere uno strumento di redistribuzione, togliendo risorse all’eccesso di profitto e rendita per restituirle in forma di servizi e sicurezza economica alle tasche delle persone, solo così si ripristinerà il patto sociale e si costruirà un’Italia più giusta.

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20/10/2025

La commedia di Meloni sulla tassazione alle banche, ancora una volta

Ci sarà tempo per analizzare più attentamente le varie voci della legge di bilancio. Anche su questo giornale abbiamo accennato a qualche riflessione, ma ora che il testo del Consiglio dei Ministri è stato licenziato si potrà dire qualcosa in più. A partire dall’elemosina di 20 euro alle pensioni minime e dal rinvio dell’aumento dell’età pensionabile... in pratica a chi sarà al governo nella prossima legislatura.

Quello che sappiamo per certo è che il fulcro sarà l’aumento delle spese militari secondo i vincoli NATO, e le coperture arrivano per lo più da tagli al resto secondo i vincoli della UE. Un combinato disposto di povertà e morte, ormai difficile da nascondere. Ma è anche il caso di analizzare come si è risolta la diatriba che ha scosso momentaneamente il governo: quella sulla tassazione degli extraprofitti bancari.

Come già era successo in passato, da una parte c’è la Lega, che si erge a paladina dei piccoli imprenditori, e anche di tanti piccoli evasori, affermando che il contributo delle banche è “doveroso e ragionevole”. Dall’altra Forza Italia, che con Tajani ci ha tenuto ad affermare che una tassa sugli extraprofitti è un “concetto da Unione Sovietica”.

Nel caso, ce lo rivendichiamo, in un paese in cui persino il Presidente della Repubblica, che ha firmato di tutto e di più, ha sottolineato come la maggior parte delle entrate fiscali provenga da dipendenti, pubblici e privati, e pensionati. Ma ciò che è interessante è come alla fine abbiano trovato un accordo i tre partiti di governo.

Nella manovra vi sono una serie di interventi che si stima dovrebbero garantire un gettito pari a 4,3 miliardi per i prossimi due anni, e altri 2,5 miliardi nel 2028. Un totale di circa 11 miliardi nel triennio a venire. I pilastri di questo ‘prelievo’ sono sostanzialmente due: l’aumento dell’Irap e, appunto, questo contributo volontario sugli extraprofitti, che va però sviscerato per comprenderlo a pieno.

Per quanto riguarda l’Irap, l’importo dovuto aumenterà di 2 punti percentuali, dal 4,65% al 6,65% per le banche e dal 5,9% al 7,9% per le assicurazioni. Al riguardo, però, Lando Maria Sileoni, segretario generale della Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), ha già messo in chiaro chi sarà a pagare lo scotto del provvedimento, alla fine.

“Esiste la possibilità teorica – dice Sileoni – che le tasse in più vengano recuperate con maggiori costi sui servizi pagati dalla clientela, come i conti correnti”. Non solo, quindi, è stato già indicato dove le banche recupereranno l’aumento dell’Irap, ma l’incremento dei costi legati ai servizi era già stato messo in conto con la riduzione dei tassi di interesse e dunque con la riduzione dei margini di profitto su prestiti e mutui. Ora le banche hanno pure il capro espiatorio per la loro rapacità.

Per quanto riguarda poi il contributo volontario sugli extraprofitti, è sempre Sileoni a chiarire il meccanismo che, tirate le somme, andrà a favorire le banche. Non c’è, infatti, una tassa sui bilanci di quest’anno, ma la possibilità di svincolare ora i miliardi degli extraprofitti del 2023 messi a riserva, e pagare immediatamente su di essi un prelievo comunque dovuto entro il 2029.

Sileoni storce il naso di fronte a un sistema che, nei fatti, è molto poco ‘volontario’: “chi vuole pagare nel 2026 paga il 27,5%, altrimenti rischia di pagare il 40% nel 2029”. La realtà, però, è che il governo sta facendo un favore alle banche, riducendo il contributo che sarebbe dovuto, per recuperare immediatamente soldi e mascherando il tutto come impegno degli istituti per la collettività.

Quanto effettivamente verrà tolto alle casse dello stato è chiarito in un prospetto pubblicato dall’ANSA e che riportiamo qui a sinistra. Il contenuto è inequivocabile: sono 700 i milioni di euro in meno che arriveranno al bilancio, garantendo così di potersi intascare una porzione maggiore degli extraprofitti incassati. Il contrario di una misura perequativa.

Inoltre, stando a una sentenza del primo agosto della Corte di giustizia UE, poiché l’Irap sul 50% dei dividendi incassati dalle partecipate estere delle banche italiane è stata valutata come illegittima, lo stato ha già previsto un esborso di circa 1,5 miliardi di euro per pagare i rimborsi che verranno chiesti: quasi tutto quello che verrà preso verrà nei fatti restituito.

Un gioco delle tre carte, con il quale Salvini può dire di aver difeso i lavoratori, Tajani le banche, Meloni di aver trovato i fondi necessari per aumentare le spese militari, gli istituti bancari e assicurativi di essere stati costretti a pagare più di quanto dovevano per il bene di tutti... recuperando poi buona parte del contributo. E coloro che ci andranno a perdere, nei fatti, saranno solo lavoratori e pensionati
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23/07/2025

Italia - Utili da record per le banche, hanno guadagnato sugli alti tassi di interesse

Con i dati economici del settore bancario per il 2024 alla mano, possiamo confermare quel che già è stato denunciato più volte: le banche hanno fatto utili da record approfittando della politica monetaria restrittiva della BCE, cioè degli alti tassi di interesse decisi a Francoforte, di cui a subire i peggiori effetti sono stati coloro che avevano da pagare un mutuo a tasso variabile.

Infatti, le banche italiane hanno raggiunto un nuovo record nell’anno passato: 46,5 miliardi di profitti, in aumento del 14% rispetto al 2023 per un totale di 5,7 miliardi di euro. Ancor più significativo è il dato aggregato per il triennio 2022-2024, in cui il guadagno ha superato la cifra straordinaria di 112 miliardi di euro.

Dal punto di vista dei ricavi totali, anche in questo caso si è raggiunta cifra da record: 110,1 miliardi di euro, in aumento del 7,2% rispetto all’anno precedente e del 33,8% rispetto al 2018. Viste le voci di entrata, a pesare più di tutto è il credito (58,5%), che è tornato a superare il valore delle commissioni (41,5%).

Queste percentuali sono l’indicatore più chiaro di come, a partire dal 2022, con le opportunità apertesi con gli alti tassi di interesse BCE, i vertici bancari hanno riorientato nettamente le attività dei propri istituti dai servizi ai prestiti. Ciò non significa che la parte commissionale sia in crisi: 45,7 miliardi di ricavi, in crescita del 12,4% rispetto al 2023, superando il picco del 2021.

In totale, un bel fiume di denaro per le banche, che tra il 2018 e il 2021 avevano avuto utili tra i 15 e i 16 miliardi, con l’affossamento nel 2020, anno della pandemia, a guadagni per soli 2 miliardi. Oggi, invece, migliora anche il rapporto tra costi operativi e ricavi, in continua diminuzione negli ultimi anni.

La Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), che ha raccolto questi dati in un report, esprime soddisfazione per i risultati delle banche, ma sottolinea anche ora si apre una fase di normalizzazione di quanto possano crescere le entrate dal credito, con l’abbassamento dei tassi deciso negli ultimi mesi da parte di Francoforte.

L’obiettivo che ci si pone nel settore è dunque quello di rafforzare ulteriormente il guadagno dai servizi. Intanto, in tre anni gli alti tassi hanno strozzato una quota importante dei settori popolari, senza che ci sia parte politica che si prenda la responsabilità di scelte che hanno fatto arricchire sempre più gli istituti bancari.

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05/07/2025

La BCE ogni anno regala centinaia di miliardi di soldi pubblici alle banche private

Mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie europee e a mettere pressione sul sistema produttivo, la Banca Centrale Europea (BCE) ha messo in moto un meccanismo che, di fatto, regala decine di miliardi di euro ogni anno alle banche commerciali. Un regalo pesante, che nessun cittadino ha scelto, ma che viene elargito con i soldi pubblici, prelevati da una fiscalità che grava sulle spalle dei contribuenti.

Come si è arrivati a questa situazione? Nel 2015, in piena crisi economica, la BCE ha dato il via a un massiccio programma di acquisto di titoli di Stato – il cosiddetto Quantitative Easing (QE). Questo intervento ha letteralmente inondato il sistema bancario di liquidità: le banche si sono viste accreditare enormi somme sui loro depositi presso la BCE, i cosiddetti “bank reserves”. Una mossa che ha permesso di evitare il collasso del sistema finanziario, ma che ha cambiato radicalmente il modo in cui la BCE gestisce la politica monetaria.

Fino a quel momento, la BCE poteva controllare i tassi di interesse semplicemente aggiustando la quantità di liquidità offerta, mantenendo il cosiddetto “corridor system” che permetteva ai tassi di mercato di fluttuare liberamente all’interno di un intervallo prestabilito. Dopo il QE, però, la liquidità è diventata abbondante in modo eccessivo, e questo sistema non funzionava più.

Il problema è che per aumentare i tassi d’interesse – considerati lo strumento chiave per combattere l’inflazione – la BCE non poteva più semplicemente limitare la liquidità. Infatti, dopo il QE, le banche si sono trovate a bilancio quantità impressionanti di liquidità in eccesso, grazie alla quale possono portare avanti le loro attività di prestito e investimento senza dipendere dall’offerta di ulteriore denaro da parte della Banca Centrale.

Ora, per alzare i tassi di interesse, la BCE deve aumentare il tasso di interesse che paga sui depositi delle banche commerciali. Tradotto: se la BCE vuole alzare i tassi per combattere l’inflazione, deve pagare di più le banche per convincerle a tenere i loro soldi presso di sé. Ed è così che, nel 2023, le banche europee si sono viste accreditare interessi intorno al 4%, un tasso più alto di quanto la maggior parte dei cittadini possa guadagnare da investimenti sicuri.

Questo meccanismo comporta trasferimenti annui di almeno 140 miliardi di euro dal bilancio della BCE – e quindi indirettamente dai contribuenti – direttamente nelle tasche delle banche. Una cifra enorme, che si avvicina al totale della spesa annuale dell’Unione Europea, un dato che dovrebbe far riflettere chiunque.

Non stiamo parlando di un vantaggio economico legittimo o di un premio per i rischi assunti dalle banche: questi depositi sono praticamente privi di rischio, garantiti dalla stessa BCE. Si tratta piuttosto di un sostanziale sussidio pubblico, che finanzia i profitti delle banche senza alcun controvalore per l’economia reale.

Questa situazione è tanto paradossale quanto ingiusta. I profitti che la BCE genera dalla creazione di moneta – il monopolio che le è stato concesso – dovrebbero tornare ai cittadini, tramite politiche redistributive o investimenti in servizi pubblici, e non finire nel portafoglio di istituti privati per il semplice fatto di esistere. Il frutto di un diritto pubblico viene dirottato in modo automatico e incondizionato verso una ristretta élite finanziaria.

Il problema non è solo di equità, ma anche di efficacia della politica monetaria. Gli economisti Paul De Grauwe e Yuemei Ji hanno spiegato che una remunerazione così generosa limita gli effetti delle strette monetarie, come quella effettuata dalla BCE prima di cominciare a tagliare i tassi di interesse lo scorso anno. In pratica, le banche hanno guadagnato due volte: facendo schizzare in alto gli interessi dei mutui a tasso variabile, e facendosi pagare percentuali da capogiro sui propri depositi.

Inoltre, questo sistema crea un pericoloso conflitto di interessi. La BCE stessa è responsabile della vigilanza sulle banche, ma remunerare i loro depositi significa fornire loro un’assicurazione implicita contro i rischi di tasso d’interesse. Ciò riduce l’incentivo delle banche a gestire correttamente i propri rischi e aumenta il pericolo di comportamenti irresponsabili, con possibili effetti destabilizzanti per l’intero sistema finanziario.

Va anche ricordato che le perdite che la BCE sta subendo per questi pagamenti non sono un rischio tecnico per la stabilità monetaria, ma rappresentano comunque un peso sulle finanze pubbliche. Alcune delle principali banche centrali europee stanno accumulando perdite ingenti, una situazione destinata a durare anni, con la conseguenza che i cittadini europei finanziano direttamente un sistema che favorisce i grandi gruppi bancari privati.

Per risolvere tale situazione, ad esempio, i due economisti prima citati hanno proposto di introdurre un sistema a due livelli per le riserve bancarie, congelando una parte dei depositi in conti non remunerati e pagando interessi solo sulle riserve eccedenti. Così si ridurrebbero drasticamente i trasferimenti di denaro pubblico verso le banche, mantenendo comunque strumenti efficaci per la politica monetaria.

È una proposta che non solo restituisce un minimo di giustizia in un sistema completamente sbilanciato a favore dei potenti, ma che potrebbe anche migliorare la capacità della BCE di controllare l’inflazione, tutelando al tempo stesso l’interesse generale. Ma è evidente che si tratta di una pezza messa un sistema che è esso stesso il problema.

Il nodo, tutto politico, è che questa misura sarebbe come una chiave inglese gettata negli ingranaggi impazziti della finanza europea, ormai abituata a condizioni di credito totalmente anormali, e perciò potrebbe rivelarsi difficile da realizzarsi malgrado la semplicità teorica. E ciò fa anche sorgere la domanda: la finanza del nostro continente reggerebbe senza questo trasferimento abnome e continuo di miliardi e miliardi di euro? È tenuta in piedi in maniera artificiale, mentre la crisi si fa sempre più profonda?

In definitiva, quello che va messo in discussione è questo sistema scandaloso. Non è più tollerabile che i soldi pubblici siano usati per finanziare profitti privati senza alcuna trasparenza o controllo democratico. La BCE deve smettere di essere un bancomat per le banche e servire il bene comune.

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19/03/2025

La UE vuole mettere le mani sui risparmi dei conti correnti per finanziare il riarmo

Oggi la Commissione Europea presenta l’Unione dei Risparmi e degli Investimenti (SIU, nell’abbreviazione inglese), una delle “riforme” con cui a Bruxelles vogliono fare importanti passi avanti nell’integrazione comunitaria. Ovviamente, è nella millantata necessità del riarmo che è stata trovata la leva per spingere sull’avanzamento del progetto europeo.

Nel Libro bianco sul futuro della Difesa Europea viene esplicitamente scritto che “l’Unione dei risparmi e degli investimenti aiuterà a incanalare ulteriori investimenti privati verso il settore della difesa”. Alla ricerca dei fondi per finanziare le promesse fatte da von der Leyen – gli 800 miliardi –, la Commissione è chiamata a trovare il modo di mettere le mani sui risparmi delle famiglie.

Cosa significa concretamente? Si tratta di un documento che elenca 19 misure funzionali a creare, da qui alla fine del 2026, questa SIU, attraverso la quale si vuole “migliorare il modo in cui il sistema finanziario dell’UE incanali i risparmi verso gli investimenti produttivi”. Che, nella prospettiva per cui la crisi vuole essere risolta con l’economia di guerra, significa verso il complesso militare-industriale.

È stato calcolato che ci sono all’incirca 10 mila miliardi sui conti correnti di tante famiglie e piccoli risparmiatori, e l’idea è di trovare il modo di spingerli a essere trasformati in capitale di rischio e investimento, per sostenere i piani UE. Un dibattito che va avanti da almeno un anno e che si inserisce nelle raccomandazioni delineate nei rapporti curati da Letta e Draghi.

Infatti, vi sono importanti impedimenti alla circolazione dei capitali tra i paesi membri, con un valore delle barriere che è stimato dal FMI nel 100% delle transazioni effettuate, riporta Panorama. Se l'UE vuole diventare un attore autonomo della competizione globale, allora deve risolvere questa situazione.

Nel testo, che viene presentato oggi e che approderà immediatamente all’Eurosummit, ma la cui bozza è stata visionata e commentata dall’ANSA, viene scritto che “circa il 70% dei risparmi al dettaglio dell’UE è attualmente detenuto sotto forma di depositi bancari, mentre solo il 30% è detenuto sotto forma di strumenti del mercato dei capitali”.

Una riorganizzazione che può essere definita un po’ ‘all’americana‘ e un po’ ‘mussoliniana‘, se ripensiamo all’iniziativa ‘Oro alla patria‘. Con essa si assisterà a una forte finanziarizzazione del mercato dei risparmi faticosamente messi da parte dalle famiglie – che solo in Italia valgono 2.220 miliardi, anche se erosi dall’inflazione –, dandoli in pasto agli istituti della grande speculazione finanziaria.

Ma c’è di più. Nella comunicazione si legge che “la Commissione adotterà misure entro il terzo trimestre del 2025 per aiutare gli Stati membri a promuovere l’adozione di conti di risparmio e di investimento basati sulle migliori pratiche esistenti”. Il principale operatore continentale per questo tipo di strumenti è la banca svizzera UBS.

Ma subito dopo, tra le maggiori Società di Gestione del Risparmio (SGR), ci sono Crédit Agricole, Allianz, Amundi, Deutsche Bank. Tutti colossi francesi e tedeschi, che possiamo immaginare saranno anche coloro che guadagneranno di più da queste “trasformazioni”. Sarà dunque interessante vedere anche come ciò impatterà sulla dinamica centro-periferia su cui è stata costruita fino a oggi la UE.

Bisogna anche sottolineare che qualche giorno fa è stato lanciato un Exchange-Traded Fund (ETF) per le industrie delle armi esclusivamente europee. Si tratta in sostanza di un fondo di investimento legato a un indice di titoli, che permette agli investitori di fare il proprio lavoro senza dover scegliere i singoli ‘cavalli’ su cui scommettere.

Al 13 marzo 2025, questo indice – il WisdomTree Europe Defence UCITS – includeva 20 società con una capitalizzazione complessiva di 630 miliardi di dollari. Il peso relativo nel portafoglio dell’ETF vede al primo posto Rheinmetall (18,6%), seguita poi dall’italiana Leonardo (15,4%).

Insomma, per riassumere, la UE si prepara a gonfiare un’enorme bolla finanziaria con i nostri risparmi, in pratica legando le nostre condizioni materiali al sostegno della deriva bellicista. In questo modo, Bruxelles nutre i propri obiettivi strategici, che oggi vanno coincidendo con quelli del riarmo, della Difesa Europea e dell’economia di guerra.

Nel frattempo, provano a rafforzare il progetto comunitario e il drenaggio di risorse verso il core business europeo. Un sistema che unisce le ambizioni degli imperialisti europei con la corsa sul piano inclinato della guerra. Questo è l’orizzonte contro cui dobbiamo prepararci a lottare.

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21/02/2025

I banchieri pronti “a cogliere l’occasione” della pace in Ucraina

C’è chi si approfitta della guerra e chi si approfitta della pace. Spesso sono gli stessi. Tra questi spiccano le banche.

Dopo tre anni di conflitto in Ucraina ed ora che la pace con la Russia pare un’ipotesi più concreta, le banche – ma anche le grandi multinazionali – si stanno attrezzando per coglierne i vantaggi e magari aumentare i loro dividendi.

Ad esempio la banca d’affari Goldman Sachs registra “flussi sproporzionati verso i settori e i titoli legati al tema del cessate il fuoco in Ucraina”.

Milano Finanza commenta questo come “Un fatto che porta a supporre che sempre più investitori stanno iniziando a prevedere in portafoglio un calo progressivo del rischio Ucraina. Detto in una parola: i mercati sentono profumo di pace”.

La stessa Goldman Sachs ha creato di recente un paniere di società quotate dedicato appositamente a questo scenario con il lancio dell’indice Ukraine Ceasefire (GSXECEAS Index) che comprende le 50 società europee più sensibili alla risoluzione del conflitto fra Ucraina e Russia. Un paniere di azioni che vale, nel complesso, quanto a capitalizzazione aggregata, 1,5 trilioni di dollari e comprende titoli specializzati nella (ri)costruzione, alcune banche, compagnie aeree e titoli rivolti ai consumatori che potrebbero beneficiare di un accordo di pace.

Per quanto sia salito del 5,5% subito dopo la notizia di un possibile accordo di pace in Ucraina, l’indice “continua a essere scambiato con uno sconto del 30% rispetto al mercato e ben al di sotto dei massimi storici del 2021, offrendo punti di ingresso interessanti”, commentano gli analisti della banca d’affari.

Emblematicamente anche la seconda banca italiana – Unicredit – sembra voler trarre vantaggio dalla possibile fine del conflitto in Ucraina. Il gruppo bancario – il più attivo nei paesi dell’Est – è stato uno dei pochi rimasto in Russia nonostante le sanzioni.

Unicredit in questi anni si era rifiutata di cedere la sua controllata russa se non ad un «prezzo equo», fra mille difficoltà normative e legali e soprattutto pressioni della Russia a cedere la sua controllata russa a valori irrisori.

“Se il quadro politico cambia, la nostra capacità di vendere la banca in Russia a condizioni più interessanti è destinato a migliorare, perché, la situazione si normalizzerà per entrambe le parti”, ha affermato Orcel nel corso dell’intervista al Financial Times. “Quindi potremo uscire a prezzi decisamente migliori”.

Altre grandi banche europee come Société Générale e Ing ad esempio avevano scelto di uscire subito dalla Russia ma subendo forti svalutazioni. Diversamente Unicredit ha invece continuato a operare in Russia nonostante le pressioni da parte della Ue e della Bce di accelerare l’uscita dal mercato russo.

“La banca si è «impegnata seriamente negli ultimi tre anni con un numero significativo di controparti nell’esplorazione di tutte le opzioni di uscita dalla Russia”, ha aggiunto Orcel, “ma date le diverse complessità e sanzioni in atto, non siamo stati in grado di andare avanti col processo».

Il problema è che nonostante le sanzioni la Russia ha inciso per il 5% dei ricavi totali del gruppo Unicredit lo scorso anno. Non solo. Questi ultimi sono saliti del 9% a 1,3 miliardi di euro nel 2024 e la Russia ha contribuito con 577 milioni di euro di utile netto annuale su 9,3 miliardi totali.

Milano Finanza sottolinea come Unicredit abbia nel frattempo ridotto di molto i prestiti e i depositi in Russia e si aspetta quindi che i profitti derivanti dalle attività russe saranno “marginali” entro il 2027.

Ma con gli scenari che cambiano anche gli interessi della banca li potrebbero trovare interessanti. A meno che non sia costretto, Orcel afferma che non venderà la propria controllata in Russia “per un euro o a un valore che non sia un prezzo equo”.

Nell’intervista al Financial Times il boss di Unicredit afferma di ritenere che il potenziale recupero dell’economia europea dalla fine della guerra in Ucraina sia stato sottovalutato. “La fine della guerra, che spero avvenga alle giuste condizioni, eliminerà l’incertezza geopolitica... e i livelli di investimento e rimbalzo saranno davvero significativi. I mercati lo hanno ignorato per ora, ma lo vedremo”.

Tra le righe emerge piuttosto nitidamente la soddisfazione di un banchiere che se ne è “impippato” delle sanzioni alla Russia durante la guerra ed ora pensa di poterne ricavare guadagno, come tutti i banchieri del resto.

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08/12/2024

Tassi alle stelle sui prestiti, rasoterra sui risparmi: speculazione da manuale

Una recente analisi del Centro studi di Unimpresa ha evidenziato di nuovo (lo avevano già fatto altri istituti, lo aveva fatto Bankitalia) come le banche si siano avvantaggiate degli altri tassi stabiliti dalla BCE, non facendo crescere la remunerazione dei risparmi allo stesso modo degli interessi richiesti su prestiti e mutui.

Il sistema bancario italiano ha segnato utili record dal 2021 a oggi, con una previsione per i profitti del 2024 appena sopra i 50 miliardi di euro, più del triplo rispetto a tre anni prima. È chiaro che un ruolo centrale l’ha avuto la forbice apertasi tra tassi di finanziamento e tassi sui depositi.

È stato calcolato che nei bilanci bancari, il margine di interesse ha subito un incremento medio nel 2023 del 30%. È facile capire da che tipo di speculazione vengono per lo più i 132 miliardi di profitti del periodo che va dal 2021 al 2024, innanzitutto per l’evidente accordo tra gli istituti di mantenere bassa la remunerazione ed evitare di farsi concorrenza.

Mentre i tassi per i mutui variabili hanno raggiunto punte del 6%, e i finanziamenti alle imprese addirittura del 7%, la remunerazione dei conti correnti con saldi inferiori fino ai 250 mila euro si è attestata tra lo 0,15% e lo 0,35%. In pratica, non compensava nemmeno l’inflazione e la perdita di valore del denaro.

Solo i depositi superiori ai 250 mila euro hanno potuto raggiungere una remunerazione leggermente più alta, che in media non supera lo 0,72%, ma ha anche picchi oltre l’1,5%. Insomma, ecco la beffa per cui chi già vantava risparmi considerevoli è anche quello che ha ricevuto di più nei giochi bancari di questi anni.

La differenza di remunerazione segue addirittura le stesse disuguaglianze sociali del paese, con una netta differenza tra i tassi garantiti al nord e quelli garantiti al sud. È la stessa Unimpresa che scrive che ci troviamo di fronte a “un sistema che penalizza strutturalmente le fasce di risparmio più basse”.

Il suo vicepresidente, Giuseppe Spadafora, ha commentato: “la forbice dei tassi, oggi ai livelli più alti degli ultimi decenni, è diventata un sistema per arricchire gli azionisti, mentre i correntisti vengono trattati come clienti di serie B”. In pratica, parliamo della maggioranza della popolazione a cui vengono drenate ricchezze a vantaggio di una ristretta minoranza.

Minoranza che non ha nessuna intenzione di investirle, quelle ricchezze. Perché se è vero che anche il finanziamento alle imprese ha avuto tassi molto alti, un recente studio della Sapienza ha mostrato come “le società industriali non hanno ampliato l’indebitamento, non già per ‘scarsità del credito’ come troppo spesso si dice con superficialità, quanto piuttosto per disaffezione al rischio d’impresa”.

In questo sistema si vedono solo falle e contraddizioni non risolvibili. È giunto il momento che si identifichi il problema nelle sue fondamenta.

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09/10/2024

Italia, Francia e Germania scrivono alla UE: basta paletti al sistema bancario

È passata sottotraccia la lettera che lo scorso 24 settembre i direttori generali del Tesoro di Italia, Francia e Germania hanno inviato alla Direzione Generale della Stabilità finanziaria, dei servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali (DG FISMA). Questa iniziativa, di una certa rilevanza, è arrivata sui nostri media grazie a indiscrezioni di Bloomberg.

Nel testo si invita ad “astenersi dal lanciare nuove iniziative su larga scala” volte a regolamentare e a irrigidire il sistema bancario europeo, mentre l’auspicio è quello che si ponga “maggior enfasi sulla competitività del settore finanziario, in modo particolare delle banche”. I direttori generali dei tre paesi guardano a quello che fanno altre potenze occidentali, e vogliono che la UE si muova di conseguenza.

Infatti, negli Stati Uniti si parla di una maggiore flessibilità rispetto alle regole contenute nel ‘Basel Endgame’, un piano fatto di parametri severi per evitare situazioni simili a quella del fallimento della Silicon Valley Bank. Anche nel Regno Unito sembra ci si avvii a una fase di maggiore “indulgenza” verso gli istituti di credito e il raggio d’azione dei loro affari.

Tra i vari nodi che la prossima Commissione Europea dovrà tenere d’occhio c’è anche quello ambientale. Gli estensori della lettera criticano il green asset ratio, ovvero il rapporto che misura la sostenibilità dei portafogli bancari, su cui si chiede di adottare un approccio più “coerente e realistico”: come hanno fatto altri grandi dirigenti ‘pubblici’ sull’auto elettrica.

La preoccupazione è quella per i rischi legati alla transizione energetica definiti dalla vigilanza della BCE come “la perdita finanziaria in cui può incorrere un ente, direttamente o indirettamente, a seguito del processo di aggiustamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio e più sostenibile sotto il profilo ambientale”. Insomma, va privilegiata la preminenza del profitto rispetto alla vita dell’umanità sul Pianeta.

Un portavoce di Bruxelles ha confermato che le richieste saranno esaminate dal nuovo esecutivo comunitario, ma che intanto sono arrivate a John Berrigan, direttore generale della DG FISMA. Solo lo scorso mese egli aveva sottolineato come, nell’attuale scenario di incertezza economica e geopolitica, sia molto più complicato introdurre norme finalizzate alla stabilità finanziaria. Ma senza cogliere la contraddizione sistemica tra una “fase altamente instabile” e il sogno di una stabilità fondata su un qualsiasi “pilota automatico”, al centro dei trattati europei.

Intanto, la lettera a firma dei tre principali paesi della UE ha ricevuto l’approvazione di altri importanti organizzazioni. Il presidente di Federcasse, Augusto dell’Erba, ha affermato che il suo contenuto è “in sintonia con quanto sostenuto da Federcasse e dall’Associazione Europea delle Banche Cooperative (EACB) da diversi anni”.

Non si può non sottolineare come questa missiva sia arrivata nel pieno dell’affare Unicredit-Commerzbank, che ha visto reazioni contrastanti tra l’ambito politico e quello prettamente economico. La costruzione di colossi bancari è un elemento imprescindibile per garantire agli istituti europei di essere competitivi con quelli statunitensi e cinesi.

In questa direzione, del resto, vanno i due rapporti sul mercato dei capitali e sulla competitività, stilati rispettivamente da Enrico Letta e Mario Draghi, su richiesta della Commissione Europea. Ancora una volta, va notato come, se dal punto di vista strategico il ‘nemico’ della filiera euroatlantica sia il multipolarismo, elementi di pesante divergenza intercorrono anche nella concorrenza tra UE e USA.

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22/09/2024

Le banche non si toccano, se sono di Berlino

Nei giorni scorsi aveva fatto rumore l’acquisto del 9% di Commerzbank, il secondo istituto di credito tedesco, da parte di Unicredit, che insieme a IntesaSanPaolofa da asse portante del sistema bancario italiano.

Tanto più che Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, aveva fatto chiaramente capire di voler puntare al 30%, quota azionaria “di controllo” che conferirebbe alla banca italiana la guida della banca tedesca. Una fusione di fatto, insomma, a guida italica...

Non ci sarebbe nulla da stupirsi, in una regime capitalistico liberista, dove i capitali fanno quello che vogliono, senza che i governi provino neanche a “dar fastidio alle imprese” (copyright di Giorgia Meloni). Gran parte del patrimonio industriale italiano, costruito peraltro dallo Stato nei decenni dell’IRI, è passato di mano in mano fino a scomparire quasi del tutto (Italsider-Ilva, Alitalia, Telecom, le cinque banche di interesse nazionale, ecc.).

Facile a dirsi, più complicato farlo se – come nel caso di Commerzbank – un governo, quello di Berlino, detiene il 12% dell’istituto, esercitando di fatto la “golden share”, ossia un potere di veto o orientamento (pubblico) che i trattati europei teoricamente vietano, se non per casi eccezionali come crisi improvvise.

E infatti, dopo la sorpresa iniziale (pare che l’acquisto del 9% non fosse stato comunicato preventivamente, anche se le “manifestazioni di interesse” da parte Unicredit erano partite già dal 2017, sull’onda della profonda crisi che ha colpito le banche tedesche alle prese con le conseguenze di mosse speculative azzardate sui “derivati” statunitensi) il governo di Berlino ha fatto molto chiaramente capire di non essere disposto a vendere il proprio 12% ad un solo investitore, per di più già presente in modo così forte nella banca.

Teoricamente la preferenza andrebbe per una vendita frammentata a più investitori, impedendo così – almeno per qualche tempo – una eccessiva concentrazione di potere in una sola mano.

Il niet del governo ha smosso anche il management di Commerzbank, con l’attuale amministratore delegato che annuncia la volontà di non restare dopo la fine del suo mandato (nel 2025), mentre la responsabile finanziaria Bettina Orlopp – incaricata di condurre i colloqui con UniCredit, nonché potenziale successore dell’attuale a.d. Manfred Knof – avrebbe detto chiaramente che la banca tedesca “non ha bisogno di UniCredit” anche perché sul piano della ristrutturazione “c’è ancora molto da fare, vogliamo generare il costo del capitale al massimo entro il 2027 e siamo più che mai convinti di poterlo fare”.

Per essere ancora più chiara, Orlopp ha aggiunto che vorrebbe che lo Stato tedesco rimanesse per il momento nella banca con il suo 12%. “È importante, perché credo che prima ci sia bisogno di un po’ di pace e tranquillità”.

Insomma: la seconda banca tedesca deve restare in mani tedesche.

Le ragioni addotte sono diverse. Si va dai timori di esporre un istituto importante ai sempre sbandierati problemi del debito pubblico italiano (Unicredit, come quasi tutte le banche di questo paese, possiede grandi quantità di titoli di stato emessi dal Tesoro), fino alle maggiori difficoltà che potrebbe incontrare le imprese tedesche bisognose di prestiti (fin qui evidentemente concessi con manica larga e secondo un criterio “nazionalistico”).

Una riprova che l’Unione Europea, così come è stata costruita – e in base agli interessi sui cui è stata costruita – non solo funziona male e in modo nazionalisticamente selettivo (con l’ovvia differenza tra “chi pesa” e chi no), ma entra sempre più di frequente in contraddizione con i “valori” che dice di voler difendere/affermare. Addirittura con la “libertà di impresa” – l’architrave fondamentale dell’ideologia liberista – se è in ballo il suo controllo.

Figuriamoci cosa può accadere quando sono in gioco gli interessi e la sopravvivenza delle classi popolari...

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