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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/12/2025

Il fantastico mondo delle banche italiane, tra scalate sospette e costante ricerca di applausi

di Alessandro Volpi

Su Il Sole 24 Ore di giovedì 27 novembre, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha risposto alle domande, non troppo incalzanti, del direttore Fabio Tamburini chiedendo, con forza, “rispetto” per le banche che fanno moltissimo per il nostro Paese.

Secondo Messina infatti le banche sono state decisive, in particolare, nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, dimenticandosi però di dire che quegli acquisti sono avvenuti quasi per intero con i fondi della Banca centrale europea e che proprio dalla Bce le banche italiane hanno ottenuto una lauta ricompensa del 4% solo per conservare i propri depositi nella casse dell’istituto di Francoforte. Non caso gli acquisti si sono largamente interrotti con la fine del quantitative easing europeo.

Messina ha poi auspicato rigore nei conti pubblici e ha sostenuto che bisogna a tutti i costi ridurre il debito, magari, verrebbe da dire, spingendo gli italiani ad accettare di avere pensioni più basse e farsi un bel fondo pensione presso le banche stesse. In quest’ottica il capo di Intesa Sanpaolo ha anche duramente stigmatizzato l’uscita costante di risparmi dal nostro Paese a cui andrebbe posto rimedio per alimentare ulteriormente la massa del risparmio gestito dalle banche, trascurando di nuovo di dire che una gran mole di quel risparmio è affidata dalle banche stesse ai grandi gestori internazionali.

Ma forse basta ricordare un dato: la banca guidata da Messina ha realizzato in nove mesi 7,6 miliardi di euro di utili netti di cui 5,3 miliardi sono stati lautamente versati agli azionisti della banca. Di simili azionisti, ancora secondo i numeri forniti dallo stesso Messina, le famiglie italiane costituiscono meno del 20% e la stragrande maggioranza di questa quota è rappresentata da un numero ristretto di azionisti super ricchi. Naturalmente, ha ribadito Messina, non è in alcun modo pensabile aumentare il carico fiscale sugli istituti di credito in quanto rappresentano il principale motore dell’economia nazionale a tal punto da dovere essere considerati il pivot decisivo – e quindi tutelato e persino celebrato – del sistema Paese.

I dati dicono altre cose. In Italia ad esempio l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati nel 2025 ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati appena poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale.

Bisogna aggiungere poi che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa 1.000 miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici. In parallelo, i risparmi italiani, gestiti dalle banche, hanno preso la strada degli acquisti di titoli dei listini statunitensi.

La richiesta di applausi invocata da Messina rischia di essere raffreddata però da un’altra fotografia del sistema bancario italiano da cui sta emergendo che, probabilmente, nell’operazione Mps-Mediobanca c’era qualche traccia di aggiotaggio. In realtà non era così difficile ipotizzare che se la banca che scala e quella scalata hanno gli stessi azionisti è probabile che non sia proprio tutto regolare e che, per tali azionisti, fosse molto più semplice “intervenire” sull’operazione con lucrose plusvalenze (ne abbiamo scritto qui e qui in tempi non così sospetti). Del resto i numeri qualche sospetto lo suscitavano. Dalla data di annuncio dell’operazione pubblica di scambio, a inizio gennaio 2025, alla sua chiusura in questo autunno, la holding Delfin ha guadagnato quasi 850 milioni di euro, il Gruppo Caltagirone quasi 430 milioni e BlackRock 172 milioni di euro. Vale la pena ricordare che Delfin e Caltagirone erano i principali azionisti di Mps, con il 20% in due, e di Mediobanca, di cui possedevano quasi il 30% mentre BlackRock, che è presente anche in Mps, con varie partecipazioni, aveva superato il 5%. In poche parole gli stessi azionisti hanno posto in essere un’operazione per comprare se stessi e hanno fatti una montagna di soldi. Un bel sistema, soprattutto se si considera che lo Stato italiano ha destinato al salvataggio di Mps quasi 5,4 miliardi di euro di soldi pubblici.

Per essere ancora più chiari si possono aggiungere alcuni altri punti più specifici. Il primo. Il ministero dell’Economia ha ceduto il 13 novembre 2024 il 15% delle azioni di Mps tramite un minuscolo intermediario, Banca Akros, il cui principale azionista è Bpm, certo non disinteressata nell’operazione Mps. Ad Akros sono poi arrivate, guarda caso, due offerte identiche – ma proprio identiche – di Delfin e Caltagirone. In pochissimi giorni dunque il governo si è disfatto con procedura quantomeno anomala, a vantaggio di due soggetti “noti” della sua partecipazione di Mps. Il secondo punto riguarda l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che in barba alla retorica delle alterazioni del mercato rilascia interviste in cui invita tutti gli azionisti di Mediobanca ad aderire perché, dice lui, Mps ha già il 35% di Mediobanca.

Terzo punto critico: l’operazione Mps-Mediobanca è propedeutica alla scalata a Generali dove Delfin e Caltagirone hanno una significativa partecipazione azionaria: un’operazione che ai sensi di legge avrebbe dovuto essere dichiarata. Quarto aspetto, assai inquietante, l’intercettazione tra l’amministratore delegato di Mps, Lovaglio, e Francesco Gaetano Caltagirone in merito alla vicende Mps-Mediobanca è davvero una bomba. In pratica Lovaglio fa sapere a Caltagirone che per rendere possibile la scalata su Mediobanca il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sarebbe mosso per avere l’adesione dell’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, purtroppo senza successo (da notare che Fink incontra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Roma a fine settembre 2024, ndr). Per questo motivo Lovaglio è molto irritato e tira in ballo anche il direttore generale del ministero dell’Economia.

In sintesi, Lovaglio dichiara che l’operazione è manipolata, che un ministro decisivo, Giorgetti, e un direttore del ministero hanno cercato di condizionare il più grande gestore del risparmio mondiale, BlackRock, evidentemente arbitro della situazione. In un Paese anche solo minimamente attento all’interesse generale, una vicenda di questo genere provocherebbe un pandemonio. Ma in Italia domina il silenzio, politico e mediatico: è tutto fantastico, applausi.

Fonte

06/11/2019

Quelle banche che lavorano per il declino del paese

Quando i governi sono al servizio delle banche può accadere anche questo.

Banca Intesa, uno dei due principali istituti di credito italiani, ha presentato la sua trimestrale rivelando di aver conseguito utili superiori alle attese degli analisti (3,3 miliardi, nei primi nove mesi dell’anno), ma di certo non si accontenta.

Il suo amministratore delegato, Carlo Messina, ha infatti contestualmente illustrato un piano per aumentare vertiginosamente gli introiti. Come? “Mobilizzando” i 240 miliardi di risparmi degli italiani – di tutte le classi sociali che hanno un conto in banca, magari anche solo per ricevere stipendio o pensione –, convincendo quei correntisti timorosi ad affidarsi al “risparmio gestito”. Ossia alle Sgr controllate dalle banche.

In tal modo, va da sé, ci sarebbe un aumento delle entrate da commissioni e la banca potrebbe evitare di trasferire sui clienti i tassi di interesse negativi che da qualche tempo vanno scontando grazie ai quantitative easing della Bce.

Unico problema: per “convincere” davvero i prudentissimi risparmiatori italiani ad affidarsi alla speculazione finanziaria c’è necessità che lo spread tra Btp e Bund scenda sotto i 100 punti.

Su questo Messina è esplicito: “Se il governo farà il lavoro giusto di portare lo spread sotto i 100 punti base ci sarà una crescita significativa delle masse gestite e quindi un aumento delle commissioni”.

Cosa deve fare un governo per far scendere lo spread sotto quella quota? Ma è semplice! Deve superare le stesse richieste dell’Unione Europea e del Fiscal Compact, “sorprendere i mercati” con politiche di austerità severissime che riducano davvero il debito pubblico, et voilà... quei soldi “dormienti” sui conti correnti prenderanno a svolazzare in giro per il mondo, all’interno di “portafogli gestiti” da professionisti del settore.

L’a.d. Messina non sembra cogliere il lato debole della sua pensata. Per attuare quelle politiche di austerità bisogna tagliare la spesa pubblica, i servizi sociali (sanità, pensioni, istruzione, ecc), tenere bassi i salari e moltiplicare la precarietà del lavoro. Insomma, fare “politiche deflazionistiche” che comprimono la domanda interna e anche il “risparmio”.

Peggio ancora. Tagliando la spesa sociale, molti di quegli anonimi “correntisti” saranno costretti a metter mano ai risparmi per pagarsi cure mediche, istruzione per i figli, ecc. Insomma, a svuotare i conti, altro che darli in gestione alle banche...

Messina, che sa fare il suo mestiere, obbietterebbe che – in fondo – la quota di risparmi dormienti in mano a lavoratori dipendenti è poca roba. Il grosso di quei 240 miliardi appartiene infatti a titolari di imprese che hanno preferito “tesaurizzare” i profitti invece di investirli in attività produttive.

E qui è il punto. Se le imprese hanno raccolto – o sottratto – valore nella produzione in questo paese, le banche dovrebbero (secondo la funzione che dicono di assolvere) “convincerle” a investire in un incremento delle attività. Facendo così crescere l’economia del paese, aumentare la domanda interna e anche la massa dei profitti.

Invece no. Le banche dicono ai proprietari/azionisti delle imprese “date quei soldi a noi, li porteremo noi all’estero investendo in attività finanziarie anziché produttive”. Di fatto, lavorano per il degrado accelerato del paese e per la crescita dei propri profitti.

Borghesia compradora, viene definita di solito. Pirati arricchiti che sognano soltanto di scappare con il proprio “tessoro” in qualche paradiso fiscale e turistico.

Gente da spazzare via al più presto, per riprenderci in mano il nostro destino.

Fonte

02/06/2019

Debito pubblico, alla ricerca di una via di fuga

La discussione mainstream intorno al debito pubblico, lo spread, le “letterine” che partono da Bruxelles e le “rispostine” – corrette in corsa – del ministero dell’economia italiano, soffre da sempre di una distorsione evidente e sempre più faticosamente nascosta.

Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).

Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata sistematicamente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.

E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno ferreamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).

Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.

Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.

Mentre la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo... chiedendo ancora più austerità! Poi si meraviglia di come vanno le elezioni...

Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.

Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc. – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.

In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.

Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.

Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Beniamino Andreatta, quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).

Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).

In pratica, gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.

Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.

Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.

Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha...) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.

Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).

Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.

Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.

Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne...

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Come dribblare lo spread

Guido Salerno Aletta

La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.

Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.

In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.

La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.

Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.

Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.

Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione...”.

Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.

Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.

I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.

In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.

Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2018. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.

I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).

Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).

Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.

Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.

In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.

Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.

Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno inefficaci.

Fonte

12/05/2019

Il tabu del debito pubblico nasconde chi ci guadagna

Il debito pubblico, spiegava Marx, è l’unica cosa davvero comune a tutta la popolazione in una società divisa in classi. Come per ogni “bene comune”, però – per quanto “negativo” come il debito – c’è sempre una modo per avvantaggiare alcuni a scapito di altri.

Fuori da ogni disputa ideologica – che è “falsa coscienza”, ovvero “narrazione” fasulla per coprire il reale – occorre guardare a questo debito con occhi decisamente diversi da quelli totalmente strabici di un Cottarelli, Giannini, Alesina, Giavazzi, Monti e via cantando sulle note dell’austerità.

Un editoriale di Guido Salerno Aletta per Milano Finanza aiuta – come spesso ci accade – a chiarire alcuni dettagli che svuotano di senso quella narrazione, illuminando su altre soluzioni. Quelle proposte da Carlo Messina, amministratore delegato di Banca Intesa, e riprese da questo editoriale, non sono ovviamente le nostre. Ma mostrano quasi fisicamente che si possono seguire altre strade anche restando in ambito totalmente capitalistico.

Ma, se si possono seguire altre vie persino garantendo al mondo del business di continuare a far soldi, allora sono possibili anche strade che portano da tutt’altra parte. In entrambi i casi – ed è questo l’interessante – viene distrutta la narrazione per cui “non c’è alternativa”. Un’autentica tortura mediatica (pensiamo solo alla quantità di volte che Carlo Cottarelli viene invitato da Fabio Fazio o Paolo Floris...) che ha anestetizzato le capacità critiche soprattutto della cosiddetta “sinistra”, incapace oggi persino di articolare un pensiero sensato di fronte alla più devastante delle domande: “ma dove si trovano i soldi?”.

La strada dell’a.d. di Banca Intesa, per esempio, rivela che non solo “i soldi ci sono”, e in misura persino eccessiva rispetto allo scopo di abbattere il debito pubblico, ma soprattutto che quella domanda retorica da talk show nasconde gli interessi reali che hanno guadagnato ricchezze colossali: “Dietro il moralismo del rigore si cela la tesaurizzazione del patrimonio, garantita dalla rendita parassitaria sul debito pubblico”.

Detto altrimenti, l’attuale intreccio tra dimensioni del debito pubblico e “regole europee” favorisce la rendita, deprime l’economia reale, aiuta a comprimere i salari e i consumi, rende disponibili ampie quote dell’industria a essere svendute per un tozzo di pane. In pratica, è un meccanismo distorsivo “di classe” e anche un modo per cambiare gli equilibri tra “partner-competitori" all’interno dell’Unione Europea.

Restare a subire questa forca è privo di senso. Non “guariremo” mai (il debito aumenta sistematicamente in virtù proprio di questo meccanismo “austero”) e alla fine saremo tutti morti. Come lavoratori e come sistema-paese.

Ora, se una cosa del genere può esser detta da chi guida una delle due principali banche italiane, che conosce a menadito la struttura della ricchezza in questo paese, si vede che la situazione sta diventando davvero esplosiva. E che ulteriori misure in questa direzione – come la spaventosa “manovra da 40 miliardi” che il prossimo governo (tecnico?) dovrà mettere in cantiere per il 2020 rischia di essere la mazzata finale per un sistema-paese già da tre decenni sottoposto a una “dieta” che sta ammazzando il paziente.

Materiale per riflettere, insomma, non roba da prendere così com’è. Ma siamo sicuri che i nostri lettori sappiano pensare da sé...

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Debito pubblico: garantire la rendita finanziaria o fare sviluppo

Guido Salerno Aletta

Tanto tuonò che piovve. Quale strategia adottare per ridurre il debito pubblico? È questo il tema dell’evento dal titolo “Riduzione del debito pubblico: l’esperienza dei Paesi avanzati negli ultimi 70 anni”, che si terrà lunedì 13 maggio a Torino, presso l’Auditorium della Fondazione Collegio Carlo Alberto.

L’iniziativa, come informa il comunicato stampa, è stata promossa dalla Fondazione Collegio Carlo Alberto e dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. E sarà l’occasione per presentare una nuova ricerca, curata da Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes, in cui vengono discusse le strategie di riduzione del debito pubblico adottate nelle economie avanzate nei 70 anni successivi alla seconda guerra mondiale. L’illustrazione dei risultati sarà seguita da momenti di confronto tra personalità del mondo economico e politico italiano.

La questione non è nuova, soprattutto per Milano Finanza che ha dedicato a questo argomento grande attenzione sin dal 2010, quando il cosiddetto contagio della crisi greca cominciò a creare difficoltà sul mercato secondario dei titoli di Stato italiani, con l’aumento degli spread.

La crisi iniziata nel 2008 non solo ha vanificato tutto il processo di riduzione del rapporto debito/pil iniziato nel 1992, dopo la crisi valutaria che coinvolse la lira italiana, il franco francese e la sterlina inglese, ma lo ha portato ad un livello mai raggiunto prima in tempo di pace. Per due motivi: la bassa inflazione, assolutamente inusuale per l’Italia, ha abbattuto il tasso nominale di crescita, mentre quello reale ha subito le conseguenze della duplice recessione.

Ci sono due strategie in campo. Da una parte c’è quella consueta: pareggio strutturale del bilancio, arrivando ad un livello dell’avanzo primario in misura tale da coprire integralmente la spesa per interessi. E’ la scelta che è stata compiuta dal ’92 ad oggi: consiste nel dedicare una quota crescente delle entrate tributarie al servizio del debito. Ha come controindicazione la bassa crescita che deriva dalla sottrazione alla economia reale di quote rilevanti di risorse, che potrebbero arrivare fino al 3%, ovvero al 4 % del pil, in considerazione dell’ammontare complessivo degli interessi sul debito.

Questo non aumenterebbe più in termini nominali, data l’assenza di deficit, ma varierebbe in rapporto al pil in funzione della crescita reale e dell’inflazione, ferma restando la soggezione agli shock esterni. Data per scontata la bassa crescita reale e la bassa inflazione derivanti dall’avanzo primario, si determina un drenaggio continuo di risorse dall’economia reale al sistema finanziario: considerando, infatti, la proporzione prevalente tra il gettito delle imposte sui redditi e sui consumi e quello delle imposte sui capitali e sulle rendite finanziarie, il pagamento di interessi sul debito pubblico ormai detenuto per oltre il 70% da residenti in Italia, comporta un trasferimento di ricchezza dai primi ai secondi. Dalla produzione e dal consumo, alla rendita.

La bassa crescita, come abbiamo sperimentato, penalizza l’economia nel suo complesso, con la tendenza alla stagnazione degli investimenti. La competitività si fonda sui bassi salari, avvitandosi verso il basso.

Come la storia recente ci ha purtroppo confermato, basta una crisi di origini esogene per vanificare decenni di sacrifici. Una dieta lunga, inflessibile, lascia sfiancati e pericolosamente vulnerabili.

Va poi considerata l'inesistenza di coperture da parte della Banca centrale europea: già a partire dal Trattato di Maastricht non può sovvenire in alcun modo a favore degli Stati, neppure con anticipazioni di cassa. Gli Stati, dopo l'adozione dell’euro, sono esposti alla speculazione sui loro debiti così come in precedenza erano esposti alla speculazione sulle rispettive valute. Ma, allora, potevano infine svalutare o per l’intanto manovrare i tassi di interesse per disincentivare l’esportazione di capitali; ora non più. Di situazioni così anomale è inutile cercare analogie nella storia economica moderna: l’euro è una costruzione senza precedenti.

Per fortuna, c’è chi la pensa diversamente: la soluzione per la riduzione del debito pubblico passa dalla mobilitazione del patrimonio finanziario delle famiglie italiane. Ad averlo affermato, più volte, è stato Carlo Messina, amministratore delegato di Banca Intesa: “Ridurre lo stock del debito, i 2,3 trilioni di euro che paralizzano il Paese, deve essere la priorità della politica economica. E non si può farlo semplicemente guardando alle regole europee, al rapporto tra deficit e Pil e quindi tra debito e Pil. Non basta ridurre il rapporto crescendo di più o contenendo la spesa. Occorre tagliare lo stock per liberare risorse”.

Ed ancora, ha precisato: “Le basi ci sono. Bisogna collegare i nostri punti di forza: è inaccettabile che non si valuti come poter ridurre un debito pubblico da 2.300 miliardi quando nel Paese ci sono 10.500 miliardi di ricchezza privata e oltre 1.000 miliardi di asset pubblici... Quelli immobiliari possano essere valorizzati con un programma pluriennale, indipendentemente dalla loro appartenenza all’amministrazione centrale o periferica. Come? Mettendoli in connessione con l’enorme ricchezza finanziaria degli italiani”.

Da parte di Messina, la contrarietà ad una patrimoniale è netta: “No, non è quella la strada per valorizzare entrambi, patrimonio pubblico e ricchezza privata. Bisogna creare degli strumenti finanziari ad hoc, sulla scia di quanto fatto con i Pir. Fondi immobiliari, anche locali, che investano in questi asset e vengano poi collocati presso i piccoli risparmiatori, con garanzie sui rendimenti e incentivi fiscali. Gli immobili tra l’altro, non sarebbero svenduti e resterebbero in Italia. Banche, assicurazioni, Cdp potrebbero affiancare i piccoli risparmiatori. Penso che con un’operazione di questo tipo il nostro spread si avvicinerebbe a quello francese. E comunque scenderebbe sotto i 150 punti base”.

D’altra parte, su uno stock di debito che nel 2018 è stato del tutto analogo rispetto a quello dell’Italia, 2.315 miliardi di euro rispetto a 2.322 miliardi, la Francia ha pagato interessi per 40 miliardi di euro netti, rispetto ai 65 miliardi dell’Italia. Tanto pesa il differenziale sui tassi. Non potendo forzare il mercato sui tassi, occorre tagliare lo stock del debito. I benefici sarebbero consistenti.

Messina conclude così: “Liberandoci dalla zavorra del debito, il gap di fiducia si ridurrebbe. E anche gli investitori comincerebbero a guardare meglio ai nostri fondamentali. L’Italia potrebbe così concentrarsi sullo sviluppo, sulla lotta alla povertà e sul sostegno della classe media. Il nostro Paese decollerebbe, tornerebbe a primeggiare in Europa e potrebbe anche investire per il futuro... Dove? Infrastrutture, strade, ospedali, scuole e porti, soprattutto al Sud. E poi istruzione, ricerca e innovazione. Ci sono 150 miliardi di risorse pubbliche già stanziate. Noi ci affiancheremmo per garantire un effetto leva: lo scorso anno Intesa ha erogato nuovo credito a medio e lungo termine per 50 miliardi, possiamo continuare a farlo nei prossimi anni anche in misura maggiore”.

C’è chi insiste ancora, in favore di una sterile e micragnosa austerità. Dietro il moralismo del rigore si cela la tesaurizzazione del patrimonio, garantita dalla rendita parassitaria sul debito pubblico. Sottende una strategia volta a smantellare i servizi sociali, rosicchiandone la sostenibilità un po’ alla volta. Dall’altra parte, c’è la mobilitazione del risparmio privato, per valorizzare il patrimonio pubblico, che è già tutto degli italiani.

Accumulazione di ricchezza per alcuni, oppure maggiore crescita collettiva. La differenza, in fondo, sta tutta qui. E non è poco.

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