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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2026

La guerra all'Iran in mano a guitti e affaristi

Dodicesimo giorno di guerra, come quella del giugno scorso. Ma non sarà di certo l’ultimo. Il ministro della guerra statunitense, l’esponente del Ku Klux, Klan Pete Hegseth, spiega tutto esaltato che quella di ieri è stata la giornata di attacchi più pesante. E che l’obiettivo è “vincere”. Che cosa e perché, ormai non è più importante.

Ma la misura dello scarto infinito tra gravità della situazione e irresponsabilità adolescenziale dei vertici dell’amministrazione Usa sta chiaramente nella grottesca notizia che ha dominato i media ieri sera.

Il segretario all’energia Usa (il ministro, nel nostro sistema), Chris Wright, ad un certo punto ha postato su X questo messaggio: “Il presidente Trump sta mantenendo la stabilità energetica globale durante le operazioni militari contro l’Iran. La Marina statunitense ha scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz per garantire che il petrolio continui a fluire verso i mercati globali”.

I mercati finanziari erano in quel momento aperti e hanno reagito com’era ampiamente prevedibile: crollo del prezzo del petrolio (intorno agli 80 dollari al barile, comunque), ondata di acquisti su quasi tutti i titoli azionari. Quella notizia significava infatti che il traffico di greggio e gas (e altro) attraverso lo Stretto di Hormuz era di fatto di nuovo libero, seppure condizionato da una “scorta statunitense” in qualità di polizza assicurativa. A pagamento, ovvio.

Nemmeno trenta minuti minuti dopo un povero funzionario della stessa amministrazione era costretto a dire, ai giornalisti, che non era vero niente. Punto. L’ufficio del segretario Wright provvedeva alla cancellazione del post, senza alcuna spiegazione. Così come prima – a quel punto se ne sono ricordati tutti – non veniva neanche indicato il nome o la nazionalità della presunta petroliera “liberata”.

Il prezzo del greggio qualità Brent a quel punto ricominciava a veleggiare tra gli 87 e i 90 dollari, per pura prudenza da investitori.

In pratica c’è stata una purissima operazione di aggiotaggio su scala mondiale, in cui “chi sapeva” ha potuto operare in borsa in modo da massimizzare i guadagni di giornata (vendendo per qualche ora ad un prezzo molto più alto di quello che aveva comprato poco prima).

Per coprire il ridicolo (e il reato, in qualsiasi codice penale nazionale) Trump si lanciava in una serie di dichiarazione una più fasulla dell’altra. Veniva ricordato che era stato promesso di scortare le navi attraverso lo Stretto, anche se non era ancora stato fatto. Ma solo perché il pericolo stava nelle mine seminate in acqua dalla marina iraniana prima ancora della guerra (ci sono mine navali che possono essere ormeggiate sul fondo e fatte poi risalire in superficie).

Ragion per cui ordinava minacciosamente a Tehran – che ovviamente nemmeno ha risposto – di toglierle immediatamente altrimenti avrebbe scatenato un inferno megagalattico. Poi marcia indietro: “Le abbiamo distrutte noi”. Senza far arrivare neanche una nave sul punto più stretto, quello in cui la fascia navigabile dalle petroliere è larga appena tre chilometri. Con la pura forza del pensiero, insomma... 

Solo dopo la penosa marcia indietro il comandante navale del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) ha diramato una nota in cui ribadiva che qualunque nave militare statunitense o dei suoi alleati che attraversi lo stretto di Hormuz verrà colpita. “L’affermazione di una petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz con una scorta militare statunitense è completamente falsa. Qualsiasi passaggio della flotta statunitense e dei suoi alleati sarà bloccato da missili iraniani e droni kamikaze”.

Più seriamente commercianti e responsabili delle politiche energetiche sono nervosi perché gli attacchi hanno chiuso la produzione di energia e le rotte di navigazione vitali. “Ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi del mondo; più a lungo va avanti l’interruzione, e più drastiche sono le conseguenze per l’economia globale”, ha detto ai giornalisti il presidente e CEO del gigante petrolifero saudita Aramco, Amin H Nasser. “È assolutamente fondamentale che il transito riprenda nello stretto di Hormuz”.

Basta fermare la guerra, no? Peccato che sia in mano a pagliacci, affaristi e genocidi. Totalmente refrattari a considerazione morali o semplicemente logiche, ma invasati di sogni suprematisti.

Intanto l’aviazione Usa e quella israeliana martellavano molte città dell’Iran, mentre raffiche di missili partivano andando a colpire le basi Usa nei paesi arabi del Golfo e Israele.

Qui, in particolare, tutte le scarne cronache relativamente indipendenti – la censura blocca tutto, e si può essere arrestati per aver fatto una foto dei danni provocati dagli ordigni iraniani – descrivevano una società completamente bloccata nei rifugi durante tutto il giorno ed esplosioni più numerose del solito. Segno certo che lo “scudo” protettivo è ormai a corto di missili anti-missile e diversi radar sono stati effettivamente messi fuori uso dai colpi di Teheran.

Anche il Pentagono faceva filtrare per la prima volta una cifra ufficiale relativa ai soldati rimasti fin qui feriti: 140/150. Un numero “strano”, visto che la media di ogni guerra moderna viaggia intorno ai tre feriti per ogni soldato morto, ma gli Usa ammettono fin qui perdite per sole otto unità. Poi diverse fonti si sono ricordate la strana moria di soldati Usa per “incidente stradale” o “arresto cardiaco” (due diagnosi che non fanno conteggiare quei morti come caduti di guerra), e tutto è apparso più logico e comprensibile.

In aggiornamento

Pesanti bombardamenti su Tehran

La capitale iraniana ha vissuto una delle sue notti più intense di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele dall’inizio della guerra 10 giorni fa, poiché numerose aree della città tentacolare sono state colpite da effetti devastanti.

Gli aerei da guerra hanno volato a basse quote su Teheran durante la notte di martedì, facendo cadere decine di bombe pesanti che hanno scosso i quartieri in tutta la città di oltre 10 milioni di persone e spaventato i residenti che sono rimasti nelle loro case nonostante il pericolo.

Sima, una 38enne che vive con la sua famiglia nella parte occidentale di Teheran, ha detto degli attacchi durante la notte: “Sembrava che decine di aerei da combattimento volassero proprio sopra le nostre teste per 15 minuti di fila in un primo momento, poi qualche minuto di pausa prima che arrivassero i colpi successivi”.

L’Iran risponderà ai recenti attacchi USA-Israele sulle aree residenziali, ha detto il portavoce delle forze armate del paese Abolfazl Shekarchi citato dall’agenzia di stampa Defapress.

Pioggia di missili su Israele

La telecronaca della BBC: cinque attacchi missilistici iraniani in sette ore. I missili di Hezbollah “sono passati attraverso lo scudo di difesa aerea di Israele” e hanno colpito Tel Aviv e Gerusalemme.

“Quando questi due missili sono stati lanciati, non abbiamo ricevuto alcun avvertimento sui nostri telefoni cellulari e non abbiamo sentito alcuna sirena”

*****

Quella che segue non è una notizia, ma l’analisi di uno dei pochi generali italiani – ora “a riposo” – che abbia sviluppato il pensiero teorico in campo militare. E che ci sembra confermi alcune delle notizie che da giorni stiamo dando.

Usa-Israele nei guai. e sono già pentiti.

Fabio Mini – Il Fatto Quotidiano

Fuoco su Teheran. L’attacco di Usa e Israele all’Iran è iniziato il 28 febbraio.

Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi.

Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.

Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale.

Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto.

L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni. E quindi sulla guerra, che ha il massimo potenziale di produrli, sul genocidio e la distruzione strutturale.

Non importa se poi gli obiettivi dichiarati non vengono raggiunti, come non è stata raggiunta la dispersione e smilitarizzazione di Hamas, l’annientamento di Hezbollah, degli Houthi e dei palestinesi.

La potenza militare spiegata da entrambi i paesi per questa guerra non ha precedenti e tuttavia l’Iran sorprende non solo per la capacità di resistere e controbattere, ma anche per il sostegno che raccoglie nella galassia dell’informazione digitale. Un sostegno doppiamente significativo perché alimentato non dalla simpatia per l’Iran ma dall’avversione verso Israele e gli Usa. L’Iran sta subendo delle perdite enormi e degli attacchi fuori da ogni giustificazione e legalità e comunque ha appena rimpiazzato tutta la struttura di vertice che, decapitata, avrebbe dovuto far implodere il paese.

È perlomeno singolare che gli apparati dei servizi d’intelligence dei due Paesi si siano concentrati sulla decapitazione delle strutture di governo e che per rovesciare il regime abbiano puntato sul sostegno alla dissidenza interna e alla diaspora, sull’addestramento, l’armamento e il finanziamento di decine di migliaia di curdi a partire da quelli già impiegati in Iraq e in Siria per provocare una rivolta interna, un attacco dall’esterno e la guerra civile.

Gli israeliani avrebbero dovuto conoscere le caratteristiche del sistema iraniano anche perché è da tempo che hanno costituito una rete di sovversione interna, una rete di assassini mirati e sabotatori vari. Avrebbero dovuto dirlo agli americani che per costituzione fanno sempre i finti esperti di tutto e invece non conoscono i loro alleati e tanto meno i loro nemici.

Israele avrebbe dovuto spiegare che la rivoluzione iraniana che si è imposta a furor di popolo sul regime dello Scià ha impiegato i primi anni della sua esistenza a consolidare la struttura rivoluzionaria, a difenderla dai nemici interni, che sono sempre esistiti, e da quelli esterni.

I Guardiani della rivoluzione sono esattamente ciò che dichiarano e il loro primo avversario non è esterno, ma quella struttura interna delle forze armate e dell’intelligence che al tempo della rivoluzione sosteneva il regime monarchico e la sua rete corruttiva.

Le forze armate ci hanno messo anni a essere parzialmente sdoganate dai Guardiani e dal clero. Ci sono riuscite inserendosi nella struttura come garanti dello Stato iraniano, della sua indipendenza, della Costituzione e della sua integrità territoriale.

Israele avrebbe dovuto spiegare che se l’esercito non è intervenuto nella repressione dei disordini orchestrati dal Mossad e dalla Cia non era perché non amassero il regime, ma perché non era loro compito. Anzi, era sempre vivo il sospetto che con la scusa della repressione si sarebbero schierati contro lo stesso governo.

Israele avrebbe dovuto avvertire gli alleati che l’Iran, come dice l’ottimo Trita Parsi del Quincy Institute “non teme la guerra, ma teme la resa” di una parte delle proprie forze istituzionali. Adescare e corrompere ufficiali delle forze armate nella speranza che al momento opportuno reagissero contro il regime significava esporli alle “attenzioni” dei sospettosi lealisti.

C’è poi una questione di geometria elementare: il modello di potere iraniano non è una piramide, ma una serie di strutture parallelepipede con compiti complementari, ma in grado di agire in maniera indipendente e, in caso di decapitazione, perfino in modo automatico, senza attendere ordini e battendo obiettivi preselezionati.

Quando Trump enumera le navi e gli aerei iraniani abbattuti ragiona riflettendo il suo modello, non quello iraniano. L’Iran non ha mai avuto una forza navale spedizioniera e nemmeno che si potesse allontanare dalle proprie coste, l’aeronautica a malapena poteva intervenire in appoggio alle forze di terra. Queste invece sono state sviluppate per la difesa del territorio mentre l’aliquota strategica è stata riservata alla parte missilistica e dei velivoli senza pilota o a pilotaggio remoto, anche tramite satellite.

Per questo l’attacco congiunto Usa-Israele ha privilegiato gli interessi d’Israele a danno di quelli statunitensi che adesso si trovano criminalizzati, osteggiati dai propri ex-alleati, sbilanciati strategicamente in un teatro distante dalle sfide esistenziali dove mantengono le loro poche forze d’intervento sparse tra Giappone, Guam, Corea, sotto gli occhi vigili ma non amichevoli della Russia, della Cina e dell’India con scorte depauperate e costi eccezionali.

La prosecuzione del piano di distruzione sistematica dell’Iran non dipende dall’immaginazione di Netanyahu e Trump (in questo ordine) ma dalla capacità delle loro forze di sostenere un attacco prolungato contro un regime che comunque ha rinnovato la propria dirigenza e risponde agli attacchi.

Da una parte la resistenza iraniana si appoggia sulla propria sopravvivenza fisica, dall’altra la volontà Israelo-americana è condizionata dai costi materiali e politici.

Questi ultimi sono già enormi e penalizzanti sul piano internazionale e interno. I costi materiali sono esorbitanti. I due gruppi di portaerei schierati a debita distanza costano 13 milioni di dollari al giorno soltanto per stare in moto, senza contare i costi delle munizioni, dei velivoli e dei loro rifornimenti. Nelle prime 100 ore della guerra contro l’Iran sono stati lanciati 180 missili intercettori del costo di 2,4 milioni di dollari ciascuno, 90 missili Patriot e 40 intercettori Thaad dal costo singolo variabile tra i 3,7 ai 12 milioni di dollari.

I sistemi automatici d’intercettazione sono scattati per droni del costo di 30 mila dollari. Per intercettare un missile da 250 mila dollari sono stati impiegati missili da 12 milioni: un vero affare.

I missili Tomahawk sono stati l’arma primaria per gli obiettivi a terra. Nel 2025 gli Usa hanno prodotto 72 missili. In tre giorni di combattimento hanno consumato la produzione di cinque anni. Le scorte di Patriot sono già ridotte al 25% di quanto necessario a livello globale.

Ciò significa che se le scorte potevano garantire 20 giorni di combattimento ora sono ridotte a soli cinque giorni. La realtà è che Israele e Stati Uniti si sono invischiati in una guerra che potranno senz’altro vincere ammazzando milioni di persone per pentirsene il giorno dopo.

O quello prima.

Fonte

01/12/2025

Il fantastico mondo delle banche italiane, tra scalate sospette e costante ricerca di applausi

di Alessandro Volpi

Su Il Sole 24 Ore di giovedì 27 novembre, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha risposto alle domande, non troppo incalzanti, del direttore Fabio Tamburini chiedendo, con forza, “rispetto” per le banche che fanno moltissimo per il nostro Paese.

Secondo Messina infatti le banche sono state decisive, in particolare, nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, dimenticandosi però di dire che quegli acquisti sono avvenuti quasi per intero con i fondi della Banca centrale europea e che proprio dalla Bce le banche italiane hanno ottenuto una lauta ricompensa del 4% solo per conservare i propri depositi nella casse dell’istituto di Francoforte. Non caso gli acquisti si sono largamente interrotti con la fine del quantitative easing europeo.

Messina ha poi auspicato rigore nei conti pubblici e ha sostenuto che bisogna a tutti i costi ridurre il debito, magari, verrebbe da dire, spingendo gli italiani ad accettare di avere pensioni più basse e farsi un bel fondo pensione presso le banche stesse. In quest’ottica il capo di Intesa Sanpaolo ha anche duramente stigmatizzato l’uscita costante di risparmi dal nostro Paese a cui andrebbe posto rimedio per alimentare ulteriormente la massa del risparmio gestito dalle banche, trascurando di nuovo di dire che una gran mole di quel risparmio è affidata dalle banche stesse ai grandi gestori internazionali.

Ma forse basta ricordare un dato: la banca guidata da Messina ha realizzato in nove mesi 7,6 miliardi di euro di utili netti di cui 5,3 miliardi sono stati lautamente versati agli azionisti della banca. Di simili azionisti, ancora secondo i numeri forniti dallo stesso Messina, le famiglie italiane costituiscono meno del 20% e la stragrande maggioranza di questa quota è rappresentata da un numero ristretto di azionisti super ricchi. Naturalmente, ha ribadito Messina, non è in alcun modo pensabile aumentare il carico fiscale sugli istituti di credito in quanto rappresentano il principale motore dell’economia nazionale a tal punto da dovere essere considerati il pivot decisivo – e quindi tutelato e persino celebrato – del sistema Paese.

I dati dicono altre cose. In Italia ad esempio l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati nel 2025 ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati appena poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale.

Bisogna aggiungere poi che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa 1.000 miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici. In parallelo, i risparmi italiani, gestiti dalle banche, hanno preso la strada degli acquisti di titoli dei listini statunitensi.

La richiesta di applausi invocata da Messina rischia di essere raffreddata però da un’altra fotografia del sistema bancario italiano da cui sta emergendo che, probabilmente, nell’operazione Mps-Mediobanca c’era qualche traccia di aggiotaggio. In realtà non era così difficile ipotizzare che se la banca che scala e quella scalata hanno gli stessi azionisti è probabile che non sia proprio tutto regolare e che, per tali azionisti, fosse molto più semplice “intervenire” sull’operazione con lucrose plusvalenze (ne abbiamo scritto qui e qui in tempi non così sospetti). Del resto i numeri qualche sospetto lo suscitavano. Dalla data di annuncio dell’operazione pubblica di scambio, a inizio gennaio 2025, alla sua chiusura in questo autunno, la holding Delfin ha guadagnato quasi 850 milioni di euro, il Gruppo Caltagirone quasi 430 milioni e BlackRock 172 milioni di euro. Vale la pena ricordare che Delfin e Caltagirone erano i principali azionisti di Mps, con il 20% in due, e di Mediobanca, di cui possedevano quasi il 30% mentre BlackRock, che è presente anche in Mps, con varie partecipazioni, aveva superato il 5%. In poche parole gli stessi azionisti hanno posto in essere un’operazione per comprare se stessi e hanno fatti una montagna di soldi. Un bel sistema, soprattutto se si considera che lo Stato italiano ha destinato al salvataggio di Mps quasi 5,4 miliardi di euro di soldi pubblici.

Per essere ancora più chiari si possono aggiungere alcuni altri punti più specifici. Il primo. Il ministero dell’Economia ha ceduto il 13 novembre 2024 il 15% delle azioni di Mps tramite un minuscolo intermediario, Banca Akros, il cui principale azionista è Bpm, certo non disinteressata nell’operazione Mps. Ad Akros sono poi arrivate, guarda caso, due offerte identiche – ma proprio identiche – di Delfin e Caltagirone. In pochissimi giorni dunque il governo si è disfatto con procedura quantomeno anomala, a vantaggio di due soggetti “noti” della sua partecipazione di Mps. Il secondo punto riguarda l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che in barba alla retorica delle alterazioni del mercato rilascia interviste in cui invita tutti gli azionisti di Mediobanca ad aderire perché, dice lui, Mps ha già il 35% di Mediobanca.

Terzo punto critico: l’operazione Mps-Mediobanca è propedeutica alla scalata a Generali dove Delfin e Caltagirone hanno una significativa partecipazione azionaria: un’operazione che ai sensi di legge avrebbe dovuto essere dichiarata. Quarto aspetto, assai inquietante, l’intercettazione tra l’amministratore delegato di Mps, Lovaglio, e Francesco Gaetano Caltagirone in merito alla vicende Mps-Mediobanca è davvero una bomba. In pratica Lovaglio fa sapere a Caltagirone che per rendere possibile la scalata su Mediobanca il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sarebbe mosso per avere l’adesione dell’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, purtroppo senza successo (da notare che Fink incontra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Roma a fine settembre 2024, ndr). Per questo motivo Lovaglio è molto irritato e tira in ballo anche il direttore generale del ministero dell’Economia.

In sintesi, Lovaglio dichiara che l’operazione è manipolata, che un ministro decisivo, Giorgetti, e un direttore del ministero hanno cercato di condizionare il più grande gestore del risparmio mondiale, BlackRock, evidentemente arbitro della situazione. In un Paese anche solo minimamente attento all’interesse generale, una vicenda di questo genere provocherebbe un pandemonio. Ma in Italia domina il silenzio, politico e mediatico: è tutto fantastico, applausi.

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22/09/2022

Partita l’azione legale contro gli aumenti sulle bollette

Denunce per aggiotaggio relative agli aumenti delle bollette del gas sono state depositate da Marta Collot – candidata di UP a Bologna e portavoce nazionale di Potere al Popolo – e Giuliano Granato – portavoce nazionale di PaP e candidato di UP a Salerno – presso le Procure della Repubblica di Bologna, Milano, Napoli Reggio Calabria, Roma e Torino tramite l’avvocato Vincenzo Perticaro.

Al centro dell’azione legale sono le speculazioni sui mercati finanziari e le alterazioni dei mercati per il commercio di gas naturale e di conseguenza dell’energia elettrica nonché dei rincari in Italia dei prodotti petroliferi in danno agli utenti finali, imprese e famiglie.

Le condotte penalmente rilevanti che sono state sollevate riguardano il reato di aggiotaggio ovvero di manovre speculative su merci in concorso con la truffa.

“Riteniamo si debba fare chiarezza sull’operato delle autorità vigilanti oltre che del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’Economia che, unitamente a Cassa Depositi e Prestiti costituisce l’azionista di maggioranza delle principali società che commercializzano questo tipo di beni” affermano Collot e Granato che hanno presentato le denunce.

Questa azione legale formale è anche la migliore risposta agli inaccettabili attacchi subiti dalla stessa Marta Collot per aver simbolicamente bruciato una enorme e finta bolletta: un vero e proprio linciaggio mediatico dove viene messo all’indice addirittura il suo ruolo di insegnante precaria. Il 14 settembre sempre Marta Collot aveva strappato la riproduzione di una bolletta del gas sotto la sede della società Hera.

Solo i servi da cortile temono e non capiscono le azioni dimostrative, la loro fretta nello stigma è inversamente proporzionale alla completezza delle informazioni e degli avvenimenti su cui danno fiato alla voce.

Questa mattina è prevista una conferenza stampa alle ore 11:00 davanti alla Procura di Bologna con Marta Collot, capolista di Unione Popolare a Bologna.

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31/03/2016

Il grade aggiottaggio delle “previsioni” economiche

Standard&Poor ha rivisto al ribasso le stime di crescita sia per l’Eurozona, sia per l’Italia. Il calo del PIL europeo è dall’1,8 all’1,5 mentre per quello italiano si passa dall’1,3 all’1,1. Potrà sembrare poca cosa, ma se consideriamo che Renzi e Padoan nel DEF hanno previsto una crescita del PIL dell’1,6 per il 2016, siamo già sotto di mezzo punto rispetto alle indicazioni di bilancio. Il che vuol dire, applicando quei vincoli europei ai quali il nostro governo si attiene sempre, al di là delle chiacchiere, che ci vorranno circa 8 miliardi di nuove tasse o tagli sociali per far quadrare i conti. Cifra ottimistica, in realtà, perché Confindustria ha recentemente fatto sapere che senza regali, assai improbabili, da parte della UE, ci vorrà una manovra correttiva sul bilancio di 24 miliardi. Un massacro.

Tutta colpa di previsioni sbagliate per eccesso di ottimismo, previsioni che ora S&P smentisce clamorosamente?

Naturalmente questo istituto finanziario non è certo il Vangelo, le sue indicazioni, come quelle degli altri strumenti della speculazione internazionale, fanno parte del gioco e servono a far fare i soldi a chi ha i soldi. Così anche la revisione al ribasso delle precedenti previsioni sul PIL è diventata parte della normalità della giostra finanziaria, come avviene da quasi dieci anni.


Dall’avvio della grande crisi nel 2007/8 fino ad oggi tutte le previsioni degli istituti finanziari e dei governi sull’andamento dell’economia sono state puntualmente smentite in peggio. Così da noi è avvenuto con i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti hanno dovuto correggere al ribasso le previsioni di crescita inizialmente iscritte a bilancio. E questo scherzetto periodicamente ripetuto è costato una marea di sacrifici in più ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai poveri.

Dopo dieci anni di previsioni sbagliate sempre nello stesso senso si potrebbe pensare che l’opinione pubblica sia divenuta più cauta e vigile verso gli annunci di ripresa. Ma qui purtroppo entra in campo il ruolo nefasto dei mass media e degli intellettuali di regime. Che appena un governante annuncia un più si lanciano nella più esaltata propaganda sulla fine della crisi che ci aspetterebbe dietro l’angolo. Noi sorridiamo quando in un bar leggiamo il cartello: domani si fa credito. Eppure da dieci anni i governanti annunciano che domani inizierà la ripresa e vengono creduti.

Non è solo imperizia, è soprattutto malafede. Gli istituti finanziari prima fanno stime ottimistiche sulla crescita, poi le rivedono in peggio e in mezzo stanno i giochi, gli investimenti e i profitti nella Borsa e nelle banche. I governi fanno la stessa cosa ed in mezzo ci collocano qualche guadagno elettorale o comunque di potere politico.

È una specie di aggiotaggio in grande stile quello che avviene da dieci anni sulle previsioni economiche. Il sistema delle previsioni false serve a svuotare le tasche e a rubare i voti a cittadini sempre più trattati come polli.

Nel frattempo l’economia reale non cambia, è da dieci anni che o ristagna o scivola verso il basso. Ma affermare questa semplice verità farebbe saltare il gioco delle previsioni e darebbe un duro colpo alla credibilità di tutto il sistema. Come si potrebbe continuare all’infinito con le politiche di austerità e rigore, se fosse chiaro a tutti che non producono nulla di ciò che promettono? Meglio allora continuare a produrre previsioni false, da smentire successivamente dando la colpa a qualche evento catastrofico, al terrorismo, alla guerra. In fondo questi ultimi ci colpiscono da 25 anni, se si dà a loro la colpa della caduta del PIL si va sul sicuro.

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28/09/2015

La distruzione di Alitalia, un affare criminale. Quattro condanne

Avevamo scritto parecchie volte che la distruzione dell'Alitalia, a far data dagli accordi di Maastricht, era un piano economico preciso. Voluto dall'Unione Europea - che aveva deciso che nel Vecchio Continente c'era spazio per tre soli vettori globali (Air France, British Airways e Lufthansa) - era stato realizzato molto "all'italiana". Ossia facendo deperire il gioiello con una serie di operazioni commerciali sbagliate, apparentemente folli (come il taglio dei voli sul lungo raggio, quelli intercontinentali, gli unici ad alto guadagno), e con altre semplicemente finalizzate a ingrassare le tasche di una serie di amici.

Il "piano", alla fine, doveva portare Alitalia nelle capaci braccia di Air France. Ma saltò per le esigenze elettorali di Berlusconi, che mise in piedi quella famosa "cordata" cui venne di fatto regalata l'aziends scaricando i debiti sui conti pubblici. Pochi anni dopo, nuova crisi e nuova vendita a Etihad. Fine della storia, per ora...

Ma il processo contro le antiche gestioni è ora arrivato alla sentenza. E si sono viste condanne abbastanza consistenti soprattutto per il principale "rottamatore" della gloriosa azienda con base a Fiumicino: Giancarlo Cimoli.

Sotto indagine era tutta la gestione 2001-2007, e quindi il tribunale di Roma ha condannato l'ex presidente e ad della compagnia (da 2001 al 2004) a otto anni e otto mesi di reclusione.

6 anni e 6 mesi invece per Pierluigi Ceschia, ex responsabile del settore Finanza straordinaria; e 6 anni per Gabriele Spazzadeschi, direttore generale del settore Amministrazione e finanza.

Per tutti l'accusa è di bancarotta. In più a Cimoli, sono stati contestati anche due episodi di aggiotaggio. Ha infatti diffuso volontariamente notizie false per causare forti e improvvise oscillazioni di prezzo del titolo Alitalia in borsa. Naturalmente c'era chi era pronto ad approfittare degli sbalzi, Cimoli o chi per lui tra questi.

I pm Maria Francesca Loy e l’aggiunto Nello Rossi hanno dimostrato che gli amministratori hanno portato avanti una vera e propria «dissipazione» di Alitalia con «operazioni abnormi sotto il profilo economico e gestionale», tanto da provocare perdite immotivate per almeno 4 miliardi di euro.

Da ricordare che tutta la stampa nazionale, fatta eccezione per pochissime testate, incolpava della crisi della compagnia soltanto i dipendenti (piloti, assistenti di volo, impiegati, operai e addetti ai bagagli), dipinti come scansafatiche ricoperti di "privilegi" intollerabili.

Sotto accusa le principali operazioni societarie di quegli anni. A Cimoli, Spazzadeschi e Ceschia si attribuisce la divisione della compagnia in Alitalia Fly e Alitalia Servizi; mentre a Cimoli, Spazzadeschi, Ceschia, Zeni e Conforti era attribuita l’acquisizione di Volare Group, Volare Airlines e Air Europe, nel 2005. Mengozzi e Ceschia, infine, hanno pagato anche la decisione di cedere Eurofly per 13 milioni di euro e due aerei per 3 milioni (mentre i soli canoni di affitto ammontavano a 6). Dei veri "capitani di industria"...

In linea teorica, Cimoli, Spazzadeschi, Ceschia e Mengozzi dovrebbero risarcire oltre 355 milioni di euro alle parti civili (niente di che: sono i commissari straordinari pro tempore). Nonostante liquidazioni pazzesche incassate al momento del ritiro (3 milioni di euro quella che lo stesso Cimoli si era auto attribuito), difficilmente verranno espropriati dei loro averi. Come sarebbe peraltro logico.

Fonte