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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2026

Il sistema bancario in mano a una classe dirigente incapace

La vicenda della complessa truffa di “ingegneria sociale” condotta ai danni di Paolo Molesini, all’epoca presidente di Fideuram, l’istituto di private banking controllato dal gruppo Intesa Sanpaolo, lascia davvero perplessi.

I truffatori si sono inizialmente spinti a inviare alla vittima un messaggio da un finto profilo WhatsApp attribuito direttamente a Carlo Messina, Amministratore Delegato di Intesa Sanpaolo, chiedendo l’impiego urgente e “confidenziale” dei fondi di tesoreria per una presunta e riservatissima operazione finanziaria.

L’inganno è stato poi puntellato da una telefonata di conferma effettuata da un complice che, utilizzando l’Intelligenza Artificiale, ha clonato alla perfezione la voce di un autorevole legale d’affari.

Convinto di seguire direttive urgenti e riservatissime impartite dai vertici assoluti del gruppo, Molesini ha quindi disposto una sequenza di bonifici per un totale di circa 95 milioni di euro verso conti esteri collocati in Asia.

Nonostante l’intervento della magistratura milanese sia riuscito a congelare e recuperare ben 59 milioni di euro, oltre 36 milioni di euro sono rimasti dispersi, convertiti in criptovalute.

Ciò che rende surreale e al tempo stesso sconcertante questo episodio, sfociato nelle dimissioni di Molesini nel marzo 2026, risiede nell’incredibile e totale anomalia procedurale di un’operazione finanziaria di tale portata, gestita interamente al di fuori di ogni regola bancaria, di compliance e di governance aziendale, palesando falle enormi nei meccanismi di controllo che dovrebbero invece blindare qualsiasi istituto di credito di importanza sistemica.

Un flusso di denaro pari a quasi cento milioni di euro non può e non deve essere movimentato sulla base di un messaggio di testo estemporaneo ricevuto su una chat e di una chiamata telefonica confermata da una voce artificialmente clonata, scavalcando deliberatamente delibere consiliari, pareri dei comitati rischi, contratti scritti, autorizzazioni formali e i più basilari riscontri incrociati che in un contesto finanziario normale rappresentano il muro di cinta invalicabile contro frodi di ogni genere.

La gravità dell’anomalia è acuita dalla destinazione dei bonifici, disposti in fretta e furia verso conti esteri opachi situati in giurisdizioni complesse come Cina e Hong Kong, un percorso del tutto estraneo ai circuiti interbancari ordinari e trasparenti del gruppo Intesa Sanpaolo.

Come mai una procedura così sbrigativa? il finto Messina scrive un messaggino e partono bonifici per milioni di euro? Era un’abitudine?

I truffatori hanno fatto leva su una manipolazione psicologica spregiudicata, fondata sulla cosiddetta “truffa del CEO”, brandendo lo scudo intimidatorio della massima urgenza e della totale segretezza per paralizzare lo spirito critico della vittima e convincerla che l’eccezionalità della situazione giustificasse l’accantonamento temporaneo delle normali procedure di controllo interno.

È proprio questo cortocircuito istituzionale e comportamentale, in cui la parola e l’autorevolezza simulata di un vertice aziendale veicolate tramite messaggistica bastano a smuovere casse milionarie senza lasciare traccia documentale ufficiale, a costituire il vero epicentro anomalo di un raggiro milionario.

Di nuovo la domanda: era un’abitudine? Un filo diretto? Senza lasciare traccia documentale???

Mah! Forse non siamo davanti solo ad un fatto di cronaca...

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22/08/2026

Credito e monopòli. Le due pericolosissime partite che riguardano Monte dei Paschi di Siena

di Alessandro Volpi

L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano e ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.

Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario.

In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper. In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione.

Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper. L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano.

Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli.

Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra le soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.

Quando il quadro sembrava definirsi, il cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta di Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. Si tratta di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco Bpm, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere Mps non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali.

Siena intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attenta a non ripercorrere una storia già vista.

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01/12/2025

Il fantastico mondo delle banche italiane, tra scalate sospette e costante ricerca di applausi

di Alessandro Volpi

Su Il Sole 24 Ore di giovedì 27 novembre, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha risposto alle domande, non troppo incalzanti, del direttore Fabio Tamburini chiedendo, con forza, “rispetto” per le banche che fanno moltissimo per il nostro Paese.

Secondo Messina infatti le banche sono state decisive, in particolare, nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, dimenticandosi però di dire che quegli acquisti sono avvenuti quasi per intero con i fondi della Banca centrale europea e che proprio dalla Bce le banche italiane hanno ottenuto una lauta ricompensa del 4% solo per conservare i propri depositi nella casse dell’istituto di Francoforte. Non caso gli acquisti si sono largamente interrotti con la fine del quantitative easing europeo.

Messina ha poi auspicato rigore nei conti pubblici e ha sostenuto che bisogna a tutti i costi ridurre il debito, magari, verrebbe da dire, spingendo gli italiani ad accettare di avere pensioni più basse e farsi un bel fondo pensione presso le banche stesse. In quest’ottica il capo di Intesa Sanpaolo ha anche duramente stigmatizzato l’uscita costante di risparmi dal nostro Paese a cui andrebbe posto rimedio per alimentare ulteriormente la massa del risparmio gestito dalle banche, trascurando di nuovo di dire che una gran mole di quel risparmio è affidata dalle banche stesse ai grandi gestori internazionali.

Ma forse basta ricordare un dato: la banca guidata da Messina ha realizzato in nove mesi 7,6 miliardi di euro di utili netti di cui 5,3 miliardi sono stati lautamente versati agli azionisti della banca. Di simili azionisti, ancora secondo i numeri forniti dallo stesso Messina, le famiglie italiane costituiscono meno del 20% e la stragrande maggioranza di questa quota è rappresentata da un numero ristretto di azionisti super ricchi. Naturalmente, ha ribadito Messina, non è in alcun modo pensabile aumentare il carico fiscale sugli istituti di credito in quanto rappresentano il principale motore dell’economia nazionale a tal punto da dovere essere considerati il pivot decisivo – e quindi tutelato e persino celebrato – del sistema Paese.

I dati dicono altre cose. In Italia ad esempio l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati nel 2025 ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati appena poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale.

Bisogna aggiungere poi che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa 1.000 miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici. In parallelo, i risparmi italiani, gestiti dalle banche, hanno preso la strada degli acquisti di titoli dei listini statunitensi.

La richiesta di applausi invocata da Messina rischia di essere raffreddata però da un’altra fotografia del sistema bancario italiano da cui sta emergendo che, probabilmente, nell’operazione Mps-Mediobanca c’era qualche traccia di aggiotaggio. In realtà non era così difficile ipotizzare che se la banca che scala e quella scalata hanno gli stessi azionisti è probabile che non sia proprio tutto regolare e che, per tali azionisti, fosse molto più semplice “intervenire” sull’operazione con lucrose plusvalenze (ne abbiamo scritto qui e qui in tempi non così sospetti). Del resto i numeri qualche sospetto lo suscitavano. Dalla data di annuncio dell’operazione pubblica di scambio, a inizio gennaio 2025, alla sua chiusura in questo autunno, la holding Delfin ha guadagnato quasi 850 milioni di euro, il Gruppo Caltagirone quasi 430 milioni e BlackRock 172 milioni di euro. Vale la pena ricordare che Delfin e Caltagirone erano i principali azionisti di Mps, con il 20% in due, e di Mediobanca, di cui possedevano quasi il 30% mentre BlackRock, che è presente anche in Mps, con varie partecipazioni, aveva superato il 5%. In poche parole gli stessi azionisti hanno posto in essere un’operazione per comprare se stessi e hanno fatti una montagna di soldi. Un bel sistema, soprattutto se si considera che lo Stato italiano ha destinato al salvataggio di Mps quasi 5,4 miliardi di euro di soldi pubblici.

Per essere ancora più chiari si possono aggiungere alcuni altri punti più specifici. Il primo. Il ministero dell’Economia ha ceduto il 13 novembre 2024 il 15% delle azioni di Mps tramite un minuscolo intermediario, Banca Akros, il cui principale azionista è Bpm, certo non disinteressata nell’operazione Mps. Ad Akros sono poi arrivate, guarda caso, due offerte identiche – ma proprio identiche – di Delfin e Caltagirone. In pochissimi giorni dunque il governo si è disfatto con procedura quantomeno anomala, a vantaggio di due soggetti “noti” della sua partecipazione di Mps. Il secondo punto riguarda l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che in barba alla retorica delle alterazioni del mercato rilascia interviste in cui invita tutti gli azionisti di Mediobanca ad aderire perché, dice lui, Mps ha già il 35% di Mediobanca.

Terzo punto critico: l’operazione Mps-Mediobanca è propedeutica alla scalata a Generali dove Delfin e Caltagirone hanno una significativa partecipazione azionaria: un’operazione che ai sensi di legge avrebbe dovuto essere dichiarata. Quarto aspetto, assai inquietante, l’intercettazione tra l’amministratore delegato di Mps, Lovaglio, e Francesco Gaetano Caltagirone in merito alla vicende Mps-Mediobanca è davvero una bomba. In pratica Lovaglio fa sapere a Caltagirone che per rendere possibile la scalata su Mediobanca il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sarebbe mosso per avere l’adesione dell’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, purtroppo senza successo (da notare che Fink incontra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Roma a fine settembre 2024, ndr). Per questo motivo Lovaglio è molto irritato e tira in ballo anche il direttore generale del ministero dell’Economia.

In sintesi, Lovaglio dichiara che l’operazione è manipolata, che un ministro decisivo, Giorgetti, e un direttore del ministero hanno cercato di condizionare il più grande gestore del risparmio mondiale, BlackRock, evidentemente arbitro della situazione. In un Paese anche solo minimamente attento all’interesse generale, una vicenda di questo genere provocherebbe un pandemonio. Ma in Italia domina il silenzio, politico e mediatico: è tutto fantastico, applausi.

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20/02/2024

Tassi alle stelle: le banche ringraziano la BCE

Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca? (Bertold Brecht)

Chiunque abbia provato, negli ultimi mesi, a chiedere un mutuo o un prestito, ha scoperto sulla sua pelle cosa significa dover pagare una quantità enorme di interessi. L’onere per un mutuo per acquistare una casa nel corso del 2022 e del 2023 è cresciuto così intensamente da risultare uno degli elementi determinanti dell’impoverimento delle famiglie in Italia e altrove in Europa.

Una scelta pienamente politica quella dell’aumento dei tassi stabilita dalla BCE con la scusa di voler combattere l’inflazione sulla base di fantasiose interpretazioni del fenomeno come se fosse legato ad una tensione dal lato della domanda e richiedesse quindi manovre di tipo restrittivo per calmierare l’economia. Una lettura delirante e in evidente malafede che è servita essenzialmente a due cose:

1) da un lato a deprimere le economie contribuendo ad aggravare crisi e disoccupazione depotenziando così – per questa via – il potere contrattuale dei lavoratori (che è inversamente proporzionale al livello di disoccupazione esistente e di sicurezza del lavoro). Quest’obiettivo implicito è stato persino reso esplicito da recenti dichiarazioni del capo economista della BCE Philippe Lane che ha spiegato che, pur essendo decisamente calata l’inflazione, prima di abbassare eventualmente i tassi di interesse servono garanzie che i salari dei lavoratori non stiano aumentando;

2) la seconda funzione dell’aumento dei tassi è stata quella di incrementare in modo vistoso i profitti bancari. Ed è proprio di questi profitti che vogliamo parlare.

La scorsa estate la boutade di facciata della tassa sugli extraprofitti bancari, (con i suoi effetti praticamente nulli) aveva reso chiare le intenzioni del governo rispetto al bengodi delle banche.
Dopo la chiusura dei bilanci a fine 2023, negli ultimi giorni sono usciti i dati sui profitti delle principali banche italiane: 8,6 miliardi Unicredit e 7,7 Intesa San Paolo. Numeri così importanti che secondo le notizie di stampa rappresenterebbero il “miglior anno di sempre” per le due banche più grandi del sistema italiano. È evidente che la decantata tassa sugli extraprofitti non è servita a molto. Per avere una visione delle cifre in ballo ricordiamo che il Reddito di cittadinanza, abolito dal Governo Meloni nel 2023, è costato meno di 8 miliardi nel 2022. Mentre le due principali banche italiane hanno fatto profitti per oltre 16 miliardi nel 2023. Solamente le due banche principali, poi ci sono tutte le altre...

Comunque, da cosa derivano questi super profitti? Principalmente dal fatto che, quando la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi d’interesse nell’estate del 2022, le banche italiane hanno pensato bene di alzare sì i tassi d’interesse sui prestiti, ma di non alzarli sui depositi. Le banche, come noto, guadagnano dalla differenza tra il tasso d’interesse sugli impieghi (come i prestiti) e quello che pagano sulla raccolta (come i depositi). Aumentando il differenziale, a parità delle altre condizioni, il profitto aumenta. Per esempio, con un conto molto grossolano, considerando che la giacenza media dei conti correnti degli italiani è poco più di 20.000 euro e i tassi di interesse riconosciuti sui depositi si aggirano ad oggi attorno allo 0,1%, considerando che i correntisti Italiani sono circa 47 milioni, otteniamo una spesa di circa 9 miliardi e mezzo. Se per il singolo cliente la quota interessi su un deposito può apparire una cifra esigua, in sommatoria non si tratta certo di un ammontare trascurabile per le banche e le oscillazioni di questa cifra in alto o in basso evidentemente determinano in modo rilevante i margini di profitto di ciascuna banca.

In teoria la concorrenza dovrebbe spingere i tassi sui depositi ad alzarsi, ma la presenza di meccanismi collusivi che portano le banche a fare cartello in un mercato molto concentrato dominato dallo strapotere delle due banche principali del paese (Intesa SanPaolo e Unicredit) che detengono insieme il 35% di quote di mercato,[1] ha permesso che ciò non accadesse, alla faccia della libera concorrenza così decantata dai liberisti di turno.

Da rilevare inoltre che durante la pandemia e il periodo dei tassi negativi e del quantitative easing, le banche lamentavano pochi profitti e hanno quindi iniziato ad alzare i costi su operazioni e commissioni. Questi costi non sono stati abbassati successivamente nel momento in cui vi è stato il rialzo dei tassi. A salari nominali dei lavoratori stagnanti (o cresciuti assai meno del livello generale dei prezzi) tutto questo ha implica per le banche (così come per tutte le altre imprese) un aumento dei margini di profitto.

La messinscena dell’imposta sugli extraprofitti bancari dell’estate 2023, come visto, si è risolta in un nulla di fatto. Lo Stato italiano ha ottenuto un gettito irrisorio poiché alle banche è stata garantita una via di fuga dall’imposta tramite la possibilità di accantonare i fondi per rinforzare il patrimonio. Le banche così continuano allegramente a macinare profitti sulla nostra pelle gravando le famiglie di oneri insostenibili per l’acquisto della casa e scoraggiando il credito alle imprese e quindi gli investimenti, dando in cambio ai correntisti che gli prestano soldi misere briciole.

Quali conclusioni trarre da questa triste storia? In primis il punto non è tassare gli extraprofitti come mossa estemporanea (e per di più, nella fattispecie, puramente di facciata), ma occorre invece tassare i profitti in generale. Tassarli tutti e tassarli di più e tassarli in forma progressiva. Bancari e di tutte le imprese.

Allo stesso tempo occorre ripristinare un controllo pubblico serrato sul sistema bancario tramite la sua almeno parziale e graduale nazionalizzazione che comporti la presenza importante e capillare dello Stato nel settore del credito, come del resto fu fino al principio degli anni ’90 (prima dell’ondata delle grandi privatizzazioni in Italia il 70% di capitale bancario aveva natura pubblica). Questo eviterebbe l’ulteriore estrazione di profitti dai salari dei lavoratori per due motivi. Perché le banche pubbliche aumenterebbero subito i tassi sui depositi e se le altre banche non seguissero questa scelta i clienti si sposterebbero verso le prime; e perché le banche pubbliche non orientate in prima battuta al profitto, riuscirebbero a imporre tassi più bassi sui prestiti calmierando così il mercato.

Infine, la presenza di banche pubbliche bloccherebbe la propagazione e l’insorgere di molte crisi finanziarie e permetterebbe di finanziare più facilmente sia il diritto all’abitare sia una politica industriale volta alla piena occupazione, allo sviluppo dei settori strategici e alla tutela dell’ambiente, ripristinando e imponendo quel necessario controllo pubblico dell’economia che passa anche attraverso il sistema creditizio.

Note

[1] Per quota di mercato si intende la percentuale di clientela (nel caso delle banche le imprese e le famiglie che prendono denaro a prestito) intercettata da un’impresa sul totale della domanda di mercato.

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27/12/2020

Banche e sciacalli pronti ad approfittare della salute

Mentre alcuni giorni fa documentavamo sul nostro giornale come la sanità pubblica sia stata saccheggiata e indebolita a favore della sanità privata, proprio quest’ultima sta già tornando alla carica per far largo ai suoi progetti sulla sanità integrativa privata.

Per acquisire legittimità, la divisione salute (e assicurazioni, ndr) di Intesa San Paolo ha preso spunto dal rapporto RBM-Censis dello scorso anno, per decantare il ruolo di “secondo pilastro” della sanità integrativa rispetto al Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di “raddoppiare il diritto alla salute”.

“Appare quindi sempre più necessario implementare un Sistema Sanitario Integrativo, basato sui Fondi Sanitari e le Assicurazioni, che possa ‘intermediare’ la spesa sanitaria pagata direttamente dai cittadini per le cure erogate al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale ampliando la capacita’ assistenziale del Sistema Sanitario del nostro Paese”, ha affermato in un recente evento online Marco Vecchietti, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo RBM Salute.

Le sue parole sono utili per capire l’insidia – e la speculazione sul crescente allarme sociale in merito alla sanità – che questi soggetti stanno mettendo in campo.

Il manager della maggiore banca italiana, è partito dal tema delle prestazioni specialistiche e non ordinarie. “Si tratta di fatto – ha spiegato in una intervista ad Askanews – di andare a supportare le singole persone nell’accesso a queste prestazioni, evitando che ci sia la necessità di sostenere queste spese direttamente con il proprio reddito e prevedendo un servizio, quello della sanità integrativa, che è ancillare al Servizio sanitario nazionale e che si occupi di gestire collettivamente queste prestazioni per tutti i cittadini”.

Ma come? E qui, anche dal linguaggio, si capisce quale sia il sistema che Vecchietti e quelli come lui hanno in testa, ossia il fallimentare, discriminatorio e disuguagliante sistema sanitario statunitense. “Investire maggiori risorse sui protocolli di diagnosi precoce attraverso la mappatura dei rischi con metodiche di analisi genomica ridurrà l’incidenza prospettica dei cosiddetti big killer, le patologie più diffuse tra la popolazione” afferma Vecchietti.

Quando si passa alle soluzioni, emerge chiaramente come il suo mondo consideri la salute pubblica né più né meno che un terreno di mercato e di profitto per le società assicuratrici (e, come noto, anche per Cgil Cisl Uil che hanno introdotto il welfare aziendale nei contratti di lavoro, ndr).

Non a caso proprio la divisione salute di Intesa San Paolo annuncia trionfalmente che: “La Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo, attraverso Intesa Sanpaolo RBM Salute, si è aggiudicata la gestione dei fondi sanitari integrativi contrattuali dei Gruppi Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e CNH Industrial. In totale i fondi FASIF e FISDAF assistono circa 170 mila persone”.

Non solo gli sciacalli delle “Divisioni Insurance”, grazie a Cgil Cisl Uil incombono sulla sicurezza sociale di lavoratrici e lavoratori, ma vogliono avere il semaforo verde per mettere le mani anche sulla società nel suo complesso.

“Gli strumenti di predictive underwriting e adaptive pricing – sottolinea infatti Vecchietti – consentiranno alle compagnie la definizione di polizze assicurative personalizzate che operino a protezione della mappatura dei rischi dell’assicurato”. In sostanza vi faranno la polizza assicurativa solo se non state messi troppo male in salute, esattamente come negli Usa.

Secondo Intesa San Paolo, la sanità integrativa può consentire a tutti, attraverso il pagamento di “una piccola quota” generalizzata, di coprire anche le spese che oggi invece ricadono, in maniera pesante solo su chi in un determinato momento abbisogna di cure specifiche.

“Della spesa sanitaria privata, oggi in media i cittadini finanziano l’85% direttamente e solo il 15% è finanziato attraverso assicurazioni sanitarie e fondi sanitari” – ha aggiunto l’amministratore delegato di Intesa San Paolo RBM – “Si tratta di un livello di copertura decisamente inferiore a quello degli altri cittadini europei”.

“L’obiettivo di fondo – insiste Vecchietti – è non andare a duplicare quelle che sono le tutele del pilastro pubblico, ma rendere possibile per il nostro cliente una soluzione alternativa, aggiuntiva, che gli consenta sempre di avere accesso alle cure di cui ha bisogno”.

Ma su questo, proprio nel servizio di alcuni giorni fa denunciavamo come le strutture sanitarie private abbiano ormai superato quantitativamente quelle pubbliche, e in larga parte proprio grazie alla spesa sociale diventata generosa con i privati e ferocemente ridotta per la sanità pubblica.

Il sempre più asimmetrico dualismo tra pubblico e privato nella sanità, viene poi a innestarsi anche sull’emergenza pandemica che stiamo vivendo – e che, unica perla – anche Vecchietti definisce non più di pandemia, bensì di “sindemia”, ossia più emergenze sanitarie che si intrecciano con una condizione di crisi economica/sociale, mettendo ulteriormente in crisi la capacità di gestire o affrontare, non solo l’emergenza, ma anche le attività sanitarie ordinarie.

“Per noi operatori della sanità integrativa – ha concluso il manager di Intesa San Paolo – la sfida è quella di riuscire a garantire proprio in queste situazioni emergenziali un supporto organico al sistema sanitario, consentendo agli assicurati di avere la tranquillità e la certezza, pur a fronte di una situazione di emergenza, di poter continuare a gestire le proprie cure per quanto riguarda la loro situazione di salute ordinaria”.

Sono proprio questi concetti, queste parole, questa visione e le azioni concrete che ne sono derivate ad aver smantellato la sanità pubblica e ad aver reso la salute un mercato come gli altri. Se la pandemia/sindemia ci ha insegnato una cosa e che questa logica va completamente rovesciata e sconfitta. Senza sconti per nessuno.

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16/08/2020

Cosa si muove nel settore bancario e perché

Uno degli avvenimenti più importanti all’interno del capitalismo italiano, nella sua fase più recente, è l’acquisizione di UBI, la terza banca italiana per capitalizzazione di borsa, da parte della prima banca, Intesa Sanpaolo. Questa aggregazione rafforzerà ulteriormente il carattere oligopolista del credito, concentrando ulteriormente il potere bancario in poche mani. Nasce, in questo modo, uno dei più grandi colossi bancari europei, con un obiettivo di utile non inferiore a 5 miliardi nel 2022 e con quote di mercato in Italia di circa il 20% in tutti i settori di attività.

Come abbiamo avuto modo di osservare, riprendendo Lenin, in un precedente articolo sull’imperialismo italiano, la centralizzazione del capitale, sotto forma della fusione o della acquisizione tra imprese diverse, che arriva fino alla costituzione di monopoli e oligopoli, è una tendenza tipica che si manifesta di nuovo in modo marcato nel capitalismo contemporaneo. Ciò vale, a maggior ragione, per il credito, in quanto la banca è un elemento fondamentale dell’accumulazione del capitale in generale, e, in particolare, nella sua fase imperialistica, nella quale si realizza l’integrazione tra impresa industriale e banca.

L’accumulazione di capitale da prestito viene segnalata già da Marx come una forma di accumulazione, strettamente legata (una “filiazione”), ma distinta dall’accumulazione reale: “Lo sviluppo del sistema creditizio e l’enorme concentrazione degli affari riguardanti i prestiti monetari nelle mani di grandi banche, deve dunque affrettare per sé stessa l’accumulazione di capitale da prestito, come una forma distinta dall’accumulazione reale. Questo rapido sviluppo del capitale da prestito è quindi un risultato dell’accumulazione reale, essendo questa una conseguenza dello sviluppo del processo della riproduzione (…). Una accumulazione di questo capitale monetario, distinto dall’accumulazione reale, sebbene ne sia una filiazione, si verifica, se noi consideriamo soltanto i capitalisti monetari, i banchieri, ecc., per se stessi, come accumulazione di questa classe particolare di capitalisti. Ed essa si deve accrescere a misura che si estende il sistema creditizio che accompagna lo sviluppo reale del processo di riproduzione.[1]”

Dunque, l’estensione del sistema creditizio è strettamente e dialetticamente collegata ai processi dell’economia reale. Per questo quello tra UBI e Banca Intesa non sarà l’unico caso di aggregazione bancaria. Del resto UBI stessa era il prodotto di precedenti aggregazioni svoltesi negli ultimi anni e all’interno del suo azionariato sono presenti numerose famiglie e imprese importanti delle aree del bresciano e del bergamasco, zone ad alta densità industriale, ma anche di altre realtà fuori dalla Lombardia, come le Marche e la Calabria.

Prossimamente, quindi, assisteremo a un incremento delle aggregazioni. Questo per due ragioni. In primo luogo, perché il mercato delle merci e di capitali è sempre più ampio e concorrenziale, e c’è necessità di banche che agiscano a un livello più internazionale, per lo meno europeo, facilitando i processi di esportazione di merci e soprattutto di capitale e finanziando le fusioni e acquisizioni transfrontaliere, tra imprese e banche di stati diversi, in direzione della costruzione di campioni europei. A questo proposito sono significative le parole di Giuseppe Lucchini, importante imprenditore bergamasco, socio di UBI Banca e tra i primi ad aderire all'operazione di acquisizione da parte di Intesa: “Non possiamo rimanere legati al concetto di territorio al quale eravamo abituati trent’anni fa, quando le aziende producevano per vendere in Lombardia o in Piemonte o in Veneto, oggi per avere competitività è necessario pensare almeno a una dimensione di mercato europea, bisogna avere una visione più ampia, più aperta”.[2]

In secondo luogo, le aggregazioni aumenteranno, perché la crisi ha come conseguenza proprio l’aumento dei processi di centralizzazione. Secondo un recente studio della società di consulenza Oliver Wyman, le banche europee nel triennio 2020-2022 dovranno far fronte, a seguito della crisi, a 400 miliardi di perdite sui crediti. Le banche dovrebbero assorbire meglio queste perdite rispetto al periodo 2012-2014, grazie a una loro maggiore patrimonializzazione: il 70% delle banche europee censite dall’EBA (European Banking Autority) dovrebbe arrivare a fine 2022 a un CET1 ratio (rapporto tra il capitale ordinario versato e le attività ponderate per il rischio) superiore al 12%.  Più preoccupante, sempre secondo il rapporto di Oliver Wyman, sono le prospettive di profitto: solo il 17% delle banche arriverà al 2022 con un ritorno sul capitale (ROE) superiore all’8%, mentre delle altre banche circa la metà resterà in un limbo di sopravvivenza (capitale sufficiente ma redditività al minimo) e l’altra metà si troverà in difficoltà.

La scarsa profittabilità riguarderà tutto il settore bancario europeo e anche l’Italia. Qui lo smaltimento dei crediti inesigibili (NPL) aveva fatto grandi passi avanti, ma non come negli altri paesi. La previsione è che in Italia ai 135 milairdi di euro di NPL del 2019 nel triennio 2020-2022 si aggiungeranno altri 45-55 miliardi. I ricavi aggregati del settore bancario in Europa, invece, caleranno da 566 miliardi del 2019 a 385 miliardi del 2020 per poi risalire a 450 miliardi nel 2021 e a 535 nel 2022, rimanendo comunque a un livello inferiore a quello precedente allo scoppio della crisi.

Quali sono le soluzioni a questo calo della redditività? Oliver Wymen ne indica tre: il taglio dei costi, la rivisitazione dell’attività in chiave digitale (ripensando il ruolo delle filiali e integrando lo smart working a detrimento dei lavoratori e dei loro diritti) e soprattutto l’aggregazione tra banche. La divaricazione di risultati, tra banche in condizioni peggiori e banche in condizioni migliori, faciliterà i processi di aggregazione da parte dei più forti nei confronti dei più deboli. In prima battuta ci sarà un consolidamento nazionale, dove saranno inevitabili nuove aggregazioni dopo quella tra Banca Intesa e UBI. Ma al contempo i processi che viaggiano a livello europeo, in particolare la costruzione dell’Unione bancaria e del mercato unico dei capitali, favoriranno le aggregazioni a livello transforntaliero, tra banche di paesi diversi.

Il processo di centralizzazione e di concentrazione in poche mani del potere bancario, da una parte, rende più forte il capitale, ma, dall’altra parte, costituisce una delle basi materiali per la socializzazione dei mezzi di produzione come evidenziava già Marx: “Abbiamo visto che il profitto medio del capitalista singolo, di ogni capitale individuale, non è determinato dal plusvalore che questo capitale si appropria di prima mano, ma dalla quantità di plusvalore complessivo che il capitale complessivo si appropria e da cui ogni capitale individuale, unicamente come parte proporzionale del capitale complessivo trae i suoi dividendi. Questo carattere sociale del capitale è reso possibile e attuato integralmente dal pieno sviluppo del sistema creditizio e bancario. Dall’altro lato questo sistema va oltre e mette a disposizione dei capitalisti commerciali e industriali tutto il capitale disponibile e anche potenziale della società (…) così che né chi dà a prestito né chi impiega questo capitale ne è proprietario o produttore. Esso elimina con ciò il carattere privato del capitale e contiene in sè, ma solamente in sé, la soppressione del capitale stesso. Con il sistema bancario la ripartizione del capitale è sottratta alle mani dei privati e degli usurai, come una funzione sociale. Ma la banca e il credito in pari tempo divengono il mezzo più potente per spingere la produzione capitalistica al di là dei suoi limiti, e uno dei veicoli più efficaci della crisi e della speculazione”[3]

L’acquisizione di UBI, banca radicata e legata a specifici territori e a una realtà di piccole e medie imprese, da parte di una banca di livello europeo come Banca Intesa rappresenta, in definitiva, anche uno spostamento di quote di potere economico e una subordinazione del capitale nazionale al grande capitale multinazionale a base italiana, che si sta attrezzando al confronto/scontro europeo che si accentuerà con la realizzazione dell’Unione bancaria e del mercato unico europeo.

Note:

[1] K. Marx, Il capitale, Libro III, Editori Riuniti, Roma 1980, pp.590-591.

[2] M. Meneghello, “Intervista a Giuseppe Lucchini. Esito di buon senso, serve una visione più larga”, Il Sole 24 ore, 29 luglio 2020.

[3] K. Marx, op. cit., pp.704-705.

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22/02/2020

Brancaccio - Pesce grande mangia pesce piccolo

RAI Radio Uno – ERESIE, 21 febbraio 2020 – da Intesa-UBI a Unicredit-Societé Generale, sono tanti gli ostacoli ai matrimoni tra banche europee. Eppure la tendenza del capitale a centralizzarsi, coi grandi che mangiano i piccoli, è inesorabile un po’ in tutto il mondo. In Europa resta però un interrogativo: sarà una tendenza cross-border o sarà confinata nei perimetri delle singole nazioni? Non è questione solo da banchieri: da essa dipenderà anche il successo o la crisi dell’unificazione politica europea. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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10/11/2019

Lo scandalo Banca Intesa

Alcuni giorni fa l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha anticipato il Piano Industriale per i prossimi anni, dichiarando che tra gli obiettivi vi è quello di spostare 240 miliardi di euro di risparmio amministrato, depositi a vista, dunque liquidità dei correntisti, verso il risparmio gestito (funzione di banca d’investimento, private equity, investimenti obbligazionari e azionari).

E dichiarando inoltre che già 52 miliardi di depositi sono stati dirottati verso il “wealth management”, grazie a depositanti convinti di guadagnare di più e avere rendimenti più alti rispetto a quelli – miseri – dei depositi, mentre la banca si ricostituisce un polmone finanziario alternativo alle obbligazioni bancarie, crollate nel sistema finanziario italiano dopo la normativa del bail in e i casi di Popolare Etruria e popolari venete.

Ora, vi è da dire che la mossa pare avventata, ma soprattutto non sembra faccia gli interessi del Paese, visto che la gran parte del risparmio gestito, che ammonta a 2100 miliardi di euro, è investita all’estero.

A prima vista parrebbe dunque un’operazione “anti-sistema”. In realtà ha una sua logica. Innanzitutto permette alla banca di non attuare tassi negativi per rispondere ai tassi bassissimi in eurozona. In secondo luogo, ai risparmiatori si offre una diversificazione del rischio con rendimenti più alti della liquidità; e alla banca, tramite le sue associate Banca Imi (banca commerciale, che investe nelle imprese) e Fideuram, molto di più (wealth management), ossia di aumentare le “masse amministrate” (risparmi dei clienti gestiti direttamente dalla banca, ndr) per le proprie finalità, guadagnandoci in commissioni (1).

Da un punto di vista del Sistema Italia, se fosse realizzato almeno in parte, questi 300 miliardi di euro potrebbero essere una massa finanziaria per investire nella Borsa Italiana e permettere alle aziende quotate di avere liquidità per acquisizioni all’estero e salti dimensionali.

L’esempio è la multinazionale Brembo, guidata da Alberto Bombassei (peraltro presidente della Fondazione Italia Cina), che anni fa si quotò, da media impresa, e attuò una politica di espansione in Cina e negli Usa.

Il problema è che sono poche le imprese italiane quotate, per cultura e per sfuggire al fisco. Molte imprese non si quotano perché la borsa ha tra i requisiti stringenti la trasparenza dei bilanci.

C’è da dire comunque che diverse banche, in primis Intesa San Paolo, sono riuscite negli ultimi due anni a convincere diverse imprese a quotarsi nell’Aim e nel progetto Elite. Con queste masse dirottate nel risparmio gestito, Banca Imi avrebbe la potenza di fuoco per aumentate il numero delle imprese quotate e finanziarle.

Un altro strumento sarebbe il private equity, cioè l’entrare nel capitale di imprese non quotate per operazioni di innovazione manageriale e tecnologica, oltre che per aumentare le dimensioni di impresa in vista, in futuro, della quotazione azionaria.

Se così fosse, il piano industriale di Intesa Sanpaolo avrebbe le caratteristiche di modernizzazione del Paese e da un punto di vista marxista (senza che loro lo sappiano) concorrerebbe ad una controtendenza alla caduta del saggio di profitto (la quotazione azionaria è vista da Marx e Grossmann in tal senso).

Ripetiamo, lo scetticismo rimane (non vorremmo che tali masse andassero solo nel casinò dei mercati esteri), ma in ogni caso è da cogliere con interesse tale piano industriale, a cui si associa la volontà di Intesa Sanpaolo di avviare un piano di 30 miliardi per le imprese del sud e un altro di finanziamenti alle Zes di Napoli e Taranto.

Da questo punto di vista il consiglio del Ceo Messina, fatto al governo, di pensare, nel caso, alla nazionalizzazione dell’Ilva, contro l’Unione Europea, ci dice che forse, dopo un decennio di assenza di politiche industriali da parte dei banchieri, qualcosa si stia muovendo.

Un atteggiamento pragmatico, assente in politica e nei media. La cui ottusità sta portando sempre più al declino, mentre c’è chi vede, ai piani alti, le cose con più pragmatismo. Non per ideologia, semplicemente per affari.

Note:
(1) Il meccanismo del “risparmio gestito” è semplicemente quello ideale per un istituto finanziario. I soldi ce li mettono i clienti, la banca o Sgr li investe sui mercati, I guadagni vengono divisi tra la banca e i clienti, secondo proporzioni decise nel contratto (unilaterale) proposto dalla banca. Le perdite, quando va male, sono tutte del cliente.

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Le incognite principali in questo disegno ipotetico sono due, di pari grado:
1) la classe imprenditoriale indigena che, almeno a me, pare sempre più orientata verso un liberi tutti;
2) la totale assenza di visione e conoscenza, da parte della classe politica, per gestire negli interessi del sistema paese l'ipotesi prospettata nel testo.

Stante la situazione attuale, è molto probabile che questa mobilizzazione di risparmio finisca per prendere, ancora una volta, la via speculativa sulle piazze finanziarie internazionali.

02/06/2019

Debito pubblico, alla ricerca di una via di fuga

La discussione mainstream intorno al debito pubblico, lo spread, le “letterine” che partono da Bruxelles e le “rispostine” – corrette in corsa – del ministero dell’economia italiano, soffre da sempre di una distorsione evidente e sempre più faticosamente nascosta.

Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).

Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata sistematicamente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.

E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno ferreamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).

Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.

Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.

Mentre la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo... chiedendo ancora più austerità! Poi si meraviglia di come vanno le elezioni...

Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.

Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc. – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.

In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.

Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.

Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Beniamino Andreatta, quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).

Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).

In pratica, gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.

Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.

Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.

Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha...) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.

Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).

Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.

Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.

Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne...

*****

Come dribblare lo spread

Guido Salerno Aletta

La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.

Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.

In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.

La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.

Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.

Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.

Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione...”.

Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.

Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.

I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.

In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.

Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2018. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.

I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).

Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).

Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.

Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.

In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.

Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.

Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno inefficaci.

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12/05/2019

Il tabu del debito pubblico nasconde chi ci guadagna

Il debito pubblico, spiegava Marx, è l’unica cosa davvero comune a tutta la popolazione in una società divisa in classi. Come per ogni “bene comune”, però – per quanto “negativo” come il debito – c’è sempre una modo per avvantaggiare alcuni a scapito di altri.

Fuori da ogni disputa ideologica – che è “falsa coscienza”, ovvero “narrazione” fasulla per coprire il reale – occorre guardare a questo debito con occhi decisamente diversi da quelli totalmente strabici di un Cottarelli, Giannini, Alesina, Giavazzi, Monti e via cantando sulle note dell’austerità.

Un editoriale di Guido Salerno Aletta per Milano Finanza aiuta – come spesso ci accade – a chiarire alcuni dettagli che svuotano di senso quella narrazione, illuminando su altre soluzioni. Quelle proposte da Carlo Messina, amministratore delegato di Banca Intesa, e riprese da questo editoriale, non sono ovviamente le nostre. Ma mostrano quasi fisicamente che si possono seguire altre strade anche restando in ambito totalmente capitalistico.

Ma, se si possono seguire altre vie persino garantendo al mondo del business di continuare a far soldi, allora sono possibili anche strade che portano da tutt’altra parte. In entrambi i casi – ed è questo l’interessante – viene distrutta la narrazione per cui “non c’è alternativa”. Un’autentica tortura mediatica (pensiamo solo alla quantità di volte che Carlo Cottarelli viene invitato da Fabio Fazio o Paolo Floris...) che ha anestetizzato le capacità critiche soprattutto della cosiddetta “sinistra”, incapace oggi persino di articolare un pensiero sensato di fronte alla più devastante delle domande: “ma dove si trovano i soldi?”.

La strada dell’a.d. di Banca Intesa, per esempio, rivela che non solo “i soldi ci sono”, e in misura persino eccessiva rispetto allo scopo di abbattere il debito pubblico, ma soprattutto che quella domanda retorica da talk show nasconde gli interessi reali che hanno guadagnato ricchezze colossali: “Dietro il moralismo del rigore si cela la tesaurizzazione del patrimonio, garantita dalla rendita parassitaria sul debito pubblico”.

Detto altrimenti, l’attuale intreccio tra dimensioni del debito pubblico e “regole europee” favorisce la rendita, deprime l’economia reale, aiuta a comprimere i salari e i consumi, rende disponibili ampie quote dell’industria a essere svendute per un tozzo di pane. In pratica, è un meccanismo distorsivo “di classe” e anche un modo per cambiare gli equilibri tra “partner-competitori" all’interno dell’Unione Europea.

Restare a subire questa forca è privo di senso. Non “guariremo” mai (il debito aumenta sistematicamente in virtù proprio di questo meccanismo “austero”) e alla fine saremo tutti morti. Come lavoratori e come sistema-paese.

Ora, se una cosa del genere può esser detta da chi guida una delle due principali banche italiane, che conosce a menadito la struttura della ricchezza in questo paese, si vede che la situazione sta diventando davvero esplosiva. E che ulteriori misure in questa direzione – come la spaventosa “manovra da 40 miliardi” che il prossimo governo (tecnico?) dovrà mettere in cantiere per il 2020 rischia di essere la mazzata finale per un sistema-paese già da tre decenni sottoposto a una “dieta” che sta ammazzando il paziente.

Materiale per riflettere, insomma, non roba da prendere così com’è. Ma siamo sicuri che i nostri lettori sappiano pensare da sé...

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Debito pubblico: garantire la rendita finanziaria o fare sviluppo

Guido Salerno Aletta

Tanto tuonò che piovve. Quale strategia adottare per ridurre il debito pubblico? È questo il tema dell’evento dal titolo “Riduzione del debito pubblico: l’esperienza dei Paesi avanzati negli ultimi 70 anni”, che si terrà lunedì 13 maggio a Torino, presso l’Auditorium della Fondazione Collegio Carlo Alberto.

L’iniziativa, come informa il comunicato stampa, è stata promossa dalla Fondazione Collegio Carlo Alberto e dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. E sarà l’occasione per presentare una nuova ricerca, curata da Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes, in cui vengono discusse le strategie di riduzione del debito pubblico adottate nelle economie avanzate nei 70 anni successivi alla seconda guerra mondiale. L’illustrazione dei risultati sarà seguita da momenti di confronto tra personalità del mondo economico e politico italiano.

La questione non è nuova, soprattutto per Milano Finanza che ha dedicato a questo argomento grande attenzione sin dal 2010, quando il cosiddetto contagio della crisi greca cominciò a creare difficoltà sul mercato secondario dei titoli di Stato italiani, con l’aumento degli spread.

La crisi iniziata nel 2008 non solo ha vanificato tutto il processo di riduzione del rapporto debito/pil iniziato nel 1992, dopo la crisi valutaria che coinvolse la lira italiana, il franco francese e la sterlina inglese, ma lo ha portato ad un livello mai raggiunto prima in tempo di pace. Per due motivi: la bassa inflazione, assolutamente inusuale per l’Italia, ha abbattuto il tasso nominale di crescita, mentre quello reale ha subito le conseguenze della duplice recessione.

Ci sono due strategie in campo. Da una parte c’è quella consueta: pareggio strutturale del bilancio, arrivando ad un livello dell’avanzo primario in misura tale da coprire integralmente la spesa per interessi. E’ la scelta che è stata compiuta dal ’92 ad oggi: consiste nel dedicare una quota crescente delle entrate tributarie al servizio del debito. Ha come controindicazione la bassa crescita che deriva dalla sottrazione alla economia reale di quote rilevanti di risorse, che potrebbero arrivare fino al 3%, ovvero al 4 % del pil, in considerazione dell’ammontare complessivo degli interessi sul debito.

Questo non aumenterebbe più in termini nominali, data l’assenza di deficit, ma varierebbe in rapporto al pil in funzione della crescita reale e dell’inflazione, ferma restando la soggezione agli shock esterni. Data per scontata la bassa crescita reale e la bassa inflazione derivanti dall’avanzo primario, si determina un drenaggio continuo di risorse dall’economia reale al sistema finanziario: considerando, infatti, la proporzione prevalente tra il gettito delle imposte sui redditi e sui consumi e quello delle imposte sui capitali e sulle rendite finanziarie, il pagamento di interessi sul debito pubblico ormai detenuto per oltre il 70% da residenti in Italia, comporta un trasferimento di ricchezza dai primi ai secondi. Dalla produzione e dal consumo, alla rendita.

La bassa crescita, come abbiamo sperimentato, penalizza l’economia nel suo complesso, con la tendenza alla stagnazione degli investimenti. La competitività si fonda sui bassi salari, avvitandosi verso il basso.

Come la storia recente ci ha purtroppo confermato, basta una crisi di origini esogene per vanificare decenni di sacrifici. Una dieta lunga, inflessibile, lascia sfiancati e pericolosamente vulnerabili.

Va poi considerata l'inesistenza di coperture da parte della Banca centrale europea: già a partire dal Trattato di Maastricht non può sovvenire in alcun modo a favore degli Stati, neppure con anticipazioni di cassa. Gli Stati, dopo l'adozione dell’euro, sono esposti alla speculazione sui loro debiti così come in precedenza erano esposti alla speculazione sulle rispettive valute. Ma, allora, potevano infine svalutare o per l’intanto manovrare i tassi di interesse per disincentivare l’esportazione di capitali; ora non più. Di situazioni così anomale è inutile cercare analogie nella storia economica moderna: l’euro è una costruzione senza precedenti.

Per fortuna, c’è chi la pensa diversamente: la soluzione per la riduzione del debito pubblico passa dalla mobilitazione del patrimonio finanziario delle famiglie italiane. Ad averlo affermato, più volte, è stato Carlo Messina, amministratore delegato di Banca Intesa: “Ridurre lo stock del debito, i 2,3 trilioni di euro che paralizzano il Paese, deve essere la priorità della politica economica. E non si può farlo semplicemente guardando alle regole europee, al rapporto tra deficit e Pil e quindi tra debito e Pil. Non basta ridurre il rapporto crescendo di più o contenendo la spesa. Occorre tagliare lo stock per liberare risorse”.

Ed ancora, ha precisato: “Le basi ci sono. Bisogna collegare i nostri punti di forza: è inaccettabile che non si valuti come poter ridurre un debito pubblico da 2.300 miliardi quando nel Paese ci sono 10.500 miliardi di ricchezza privata e oltre 1.000 miliardi di asset pubblici... Quelli immobiliari possano essere valorizzati con un programma pluriennale, indipendentemente dalla loro appartenenza all’amministrazione centrale o periferica. Come? Mettendoli in connessione con l’enorme ricchezza finanziaria degli italiani”.

Da parte di Messina, la contrarietà ad una patrimoniale è netta: “No, non è quella la strada per valorizzare entrambi, patrimonio pubblico e ricchezza privata. Bisogna creare degli strumenti finanziari ad hoc, sulla scia di quanto fatto con i Pir. Fondi immobiliari, anche locali, che investano in questi asset e vengano poi collocati presso i piccoli risparmiatori, con garanzie sui rendimenti e incentivi fiscali. Gli immobili tra l’altro, non sarebbero svenduti e resterebbero in Italia. Banche, assicurazioni, Cdp potrebbero affiancare i piccoli risparmiatori. Penso che con un’operazione di questo tipo il nostro spread si avvicinerebbe a quello francese. E comunque scenderebbe sotto i 150 punti base”.

D’altra parte, su uno stock di debito che nel 2018 è stato del tutto analogo rispetto a quello dell’Italia, 2.315 miliardi di euro rispetto a 2.322 miliardi, la Francia ha pagato interessi per 40 miliardi di euro netti, rispetto ai 65 miliardi dell’Italia. Tanto pesa il differenziale sui tassi. Non potendo forzare il mercato sui tassi, occorre tagliare lo stock del debito. I benefici sarebbero consistenti.

Messina conclude così: “Liberandoci dalla zavorra del debito, il gap di fiducia si ridurrebbe. E anche gli investitori comincerebbero a guardare meglio ai nostri fondamentali. L’Italia potrebbe così concentrarsi sullo sviluppo, sulla lotta alla povertà e sul sostegno della classe media. Il nostro Paese decollerebbe, tornerebbe a primeggiare in Europa e potrebbe anche investire per il futuro... Dove? Infrastrutture, strade, ospedali, scuole e porti, soprattutto al Sud. E poi istruzione, ricerca e innovazione. Ci sono 150 miliardi di risorse pubbliche già stanziate. Noi ci affiancheremmo per garantire un effetto leva: lo scorso anno Intesa ha erogato nuovo credito a medio e lungo termine per 50 miliardi, possiamo continuare a farlo nei prossimi anni anche in misura maggiore”.

C’è chi insiste ancora, in favore di una sterile e micragnosa austerità. Dietro il moralismo del rigore si cela la tesaurizzazione del patrimonio, garantita dalla rendita parassitaria sul debito pubblico. Sottende una strategia volta a smantellare i servizi sociali, rosicchiandone la sostenibilità un po’ alla volta. Dall’altra parte, c’è la mobilitazione del risparmio privato, per valorizzare il patrimonio pubblico, che è già tutto degli italiani.

Accumulazione di ricchezza per alcuni, oppure maggiore crescita collettiva. La differenza, in fondo, sta tutta qui. E non è poco.

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12/01/2018

Il governo tira dentro Banca Intesa per approfittare del boom del turismo

Quando si dice che abbiamo un governo in mano alle banche, la realtà si incarica, purtroppo, di darci amare conferme.

Banca Intesa ha approntato recentemente un fondo di 5 miliardi di euro in tre anni destinato prioritariamente alla predisposizione di un vero e proprio “Patto per il Turismo 4.0” con il Ministero dei Beni Culturali e di una serie di linee di azione comuni per le imprese e le filiere del settore.

Sono questi i cardini dell’accordo di collaborazione siglato a Roma tra il Mibact e il Gruppo bancario Intesa Sanpaolo a sostegno del sistema turistico italiano che ormai è diventata una gallina dalle uova d’oro: vale 185 miliardi di euro con un peso dell’11,8% del Pil e del 12,8% sull’occupazione.

La decisione del governo, stranamente, coincide perfettamente con gli scopi del fondo creato da Banca Intesa proprio per le aziende del turismo. Insomma una legge “ad hoc” per agevolare le attività finanziarie del maggiore dei soggetti del monopolio bancario “di fatto” esistente nel nostro paese.

“Sono molto contento di questo accordo che segna un cambio di passo nei confronti del turismo, settore in cui non dobbiamo uscire da una crisi, ma anzi governare una crescita più che impetuosa. Ringrazio Intesa per questa scelta così forte, per aver capito che si tratta di un settore in crescita e che necessita di forti investimenti” dice il ministro Dario Franceschini.

Il piano messo a punto da Banca Intesa e agevolato dal governo prevede:

a) la “Individuazione di strumenti per estendere al settore del turismo le opportunità offerte dal Piano Impresa 4.0, in particolare per rendere ammissibili ai benefici del superammortamento e dell’iperammortamento anche i progetti di ristrutturazione e riqualificazione degli edifici destinati al turismo e alla cultura;

b) verrà riservata un’attenzione particolare alle formule di aggregazione, come strutture diffuse e filiere orizzontali. Verranno inoltre valorizzati fattori intangibili come qualità del management, formazione, utilizzo di canali internet di vendita o di metriche basate sui giudizi espressi dalla clientela;

3) Organizzazione di eventi ad alta attrattività mediatica, volti a “raccontare l’Italia e il suo territorio”, passando dall’approccio di viaggio generico e tradizionale a quello esperienziale ed emozionale. Attivabili anche iniziative trasversali per cogliere al meglio le opportunità offerte dall’Art bonus;

La Banca Intesa Sanpaolo inoltre potrà usufruire dei contenuti dell’accordo raggiunto con il governo attraverso i numerosi progetti già attivati per il settore turistico e culturale: la presenza di modelli di analisi dei progetti alberghieri, a disposizione di tutte le filiali, atti a valutare le peculiarità specifiche del settore turismo; il programma “sviluppo filiere” che considera, ai fini valutativi di una impresa, il valore rappresentato dall’appartenenza a una filiera di eccellenza, con effetti migliorativi sul merito creditizio e sulle condizioni del credito; la presenza di una specifica offerta dedicata alle imprese turistiche, in termini di servizi e di finanziamenti, che prende in considerazione sia le esigenze di stagionalità che la tipicità delle forme di incasso; la partnership nella creazione del portale “Destination Italia”, B2B e B2C (sorta dall’accordo già raggiunto a febbraio 2016 da Banca Intesa con Lastminute.it) per entrare nel lautissimo mercato all’intermediazione on line oggi monopolizzato dalle Ota (Online Travel Agency come Bookings, Expedia etc) ; la creazione dell’iniziativa e-commerce “Destination Gusto”, che consente alle imprese agroalimentari d’eccellenza di ampliare la propria attività commerciale tramite le vendite on line; la recente creazione di una piattaforma di crowdfunding che consente, a clienti e non clienti, di contribuire alla realizzazione di progetti in ambito sociale e culturale; la gestione del patrimonio culturale della Banca tramite “Gallerie d’Italia”. La sfida del turismo in Italia si gioca sulla capacità di “creare valore nonostante la stagionalità” aveva affermato ad un convegno a Cernobbio Stefano Barrese, responsabile Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo.

Insomma il boom del turismo è diventato un business rilevante che attrae banche e multinazionali. Pochi si pongono però la domanda: ma gli abitanti delle città “a vocazione turistica” quanto ne beneficiano realmente? Una domanda che sembrerebbe peregrina ma che nessuno pone e pochi si pongono – a cominciare dagli amministratori locali – perché la risposta sarebbe diversa – e assai più deludente – di quanto una certa narrazione ha lasciato credere in questi anni. Il livello di appropriazione privata dei proventi del turismo – una risorsa di tutti – è infatti cresciuto in modo stellare nel nostro paese mentre i benefici derivati per la collettività si sono invece rivelati irrisori.

Vedi su questo: L’appropriazione privata dei benefici del turismo a Roma

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01/07/2017

Era meglio nazionalizzare

Non siamo i soli a sostenere che il miglior “salvataggio” possibile delle due banche venete sull’orlo della bancarotta sarebbe stato la nazionalizzazione. Sembrava una posizione da “vecchi comunisti”, da nostalgici dell’”intervento dello Stato in economia” (stile Iri, non solo soviet), e invece l’hanno fatta propria soggetti decisamente diversi, compresi alcuni esponenti grillini. Segno che non si tratta di una petizione “ideologica”, ma di puro buon senso.

Mancavano i quotidiani economici, per darcene la conferma. E l’editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, è arrivato puntuale. Le argomentazioni sono in alcuni casi simili, in qualche altro differenti dalle nostre. Ma non è troppo importante.

Il dato che emerge è decisamente un altro. Chiunque dica “non ci sono alternative” è un mentitore interessato. Un servo che lavora per qualcuno più potente (BancaIntesa, in questo caso). Di sicuro non un servitore dello Stato, né del buon funzionamento dell’economia.

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Era meglio nazionalizzare

Era meglio nazionalizzarle, le banche venete, intervenendo subito. Anzi, era l’occasione per costituire anche in Italia un istituto finanziario pubblico per lo sviluppo. Sono trascorsi anni di inutili traccheggi ed alla fine, per evitarne un fallimento disordinato, vengono messe in liquidazione con un generoso contributo pubblico. Nella relazione tecnica sul decreto-legge si prevede infatti che che, a fronte di un recupero per 9,9 miliardi di euro dai 17,3 miliardi di crediti deteriorati, ben 4,8 miliardi andranno a bilanciare l’impegno assunto dallo Stato per il rafforzamento patrimoniale del cessionario dei crediti in bonus e dei depositi delle due banche.

Siamo al terzo fallimento, stavolta dolorosamente vero, di una strategia tutta incentrata sul rispetto dei nuovi orientamenti della Commissione europea in materia di aiuti di Stato alle banche e sulla introduzione del bail-in con la direttiva BRRD. Per le due banche venete, infatti, non si è trovato alcun investitore privato che facesse da partner allo Stato italiano, che si era impegnato ad una ricapitalizzazione precauzionale per 3,5 miliardi. Lo Stato non poteva essere l’unico a rischiare: la sua sfida solitaria era sintomo di avventurismo assistenziale e non di rischio imprenditoriale condiviso. La realtà è ben diversa, come è chiaro anche nel caso del Monte dei Paschi di Siena: nell’epoca in cui è possibile, ed anzi è enormemente più profittevole, raccogliere fondi anche senza una fitta rete di sportelli sul territorio, nessuno è interessato ad investire in una struttura bancaria. L’unico vero interesse è quello di sottrarne i depositi: più la crisi è lunga, e meglio è. Mors tua, vita mea: la legge della giungla.

Fallita la ricapitalizzazione precauzionale, si sarebbe dovuti passare alla ristrutturazione, secondo i criteri posti dalla normativa sul bail-in, con la partecipazione alle perdite in sequenza, di azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre i 100 mila euro. L’ipotesi di ricorrervi è stata scartata dal Comitato di Risoluzione Unico, che “ha accertato che non si prospettano misure alternative che permettono di superare la situazione di dissesto o di rischio di dissesto in tempi adeguati”. Potenza dei Regolatori: siamo passati, d’un balzo, dalla ricapitalizzazione precauzionale al fallimento. Visto l’ammontare dei crediti in sofferenza, il costo della tutela dei depositi, ancorché ribaltato sull’intero sistema bancario, sarebbe stato insostenibile.

Si è realizzato così il vero obiettivo del mercato: eliminare la concorrenza sul versante della raccolta, lasciando allo Stato l’onere di recuperare i crediti deteriorati e le perdite che ne derivano. Al cessionario spetta il ristoro per gli oneri di ristrutturazione delle banche: sembrano i tempi in cui Iritel acquisì ad un prezzo assai conveniente dallo Stato le gigantesche infrastrutture di telecomunicazioni detenute dalla ASST, che venivano realizzate a suon di mille miliardi di lire l’anno a carico del bilancio pubblico, portati a duemila in occasione di “Italia 90”. La condizione era di farsi carico dell’esodo del personale: fu un affarone, soprattutto per Telecom Italia che ereditò il tutto con una fusione infragruppo. Il frastuono sul malaffare che avrebbe caratterizzato la gestione della ASST, già allora, fece da schermo.

Nel caso delle due banche venete ci si trova di fronte ad un evento sistemico, sia sul versante della raccolta che su quello degli impieghi: rappresentano una leva rilevantissima per una regione tra le più importanti dal punto di vista produttivo e del risparmio accumulato. Invece di rimproverare al Veneto di approfittarsi senza fiatare della solidarietà dell’intero Paese, dopo aver sbandierato per anni richieste di autonomia e talora di secessione, ci si dovrebbe preoccupare del futuro industriale di questa Regione.

Ancor prima di nazionalizzare le banche venete, facendo entrare lo Stato come azionista totalitario, era ed è necessario creare un istituto pubblico che sostenga lo sviluppo economico ed industriale dell’Italia. La nostra Cassa Depositi e Prestiti non ha, a differenza delle analoghe istituzioni di Francia e Germania, né strutture territoriali né effettive competenze nel finanziamento industriale. Le relazioni della CDP con le Poste italiane si fondano su mere convenzioni, generalmente triennali, che disciplinano obiettivi e condizioni del piazzamento attraverso la rete postale dei titoli emessi dalla Cassa. I compiti che di recente sono stati attribuiti a quest’ultima, dalla istituzione del Fondo Strategico Italiano, al social housing, all’acquisto in tempi rapidissimi di immobili demaniali o di quote di aziende del Tesoro, denotano una assoluta carenza di visione a lungo termine. Allo stesso modo si improvvisa, quando si parla di cedere sul mercato ulteriori quote di Poste italiane, oppure della stessa CDP.

Il problema italiano, oggi, è di evitare che l’esito delle crisi bancarie porti ad un continuo drenaggio delle risorse finanziarie delle famiglie italiane verso impieghi all’estero. Se si spezza il nesso territoriale, tra raccolta ed impieghi, tra risparmio e credito, tra risorse finanziarie ed investimenti, si spiana la strada verso la deindustrializzazione. Invece di raggiungere l’obiettivo di de-bancarizzare il sistema produttivo, soprattutto per evitare che il finanziamento delle imprese sia sempre troppo sbilanciato sul credito a breve, si corre il rischio di strozzarle definitivamente. C’è una duplice morsa, oggi, rappresentata dalla carenza di domanda interna e di credito bancario, mentre la dinamica degli strumenti finanziari alternativi sembra ancora insufficiente. E non appare commendevole che il Tesoro, oltre a mettere tanti quattrini sul tavolo a favore del cessionario, non si sia garantito alcuna visibilità sulle politiche di impiego territoriale e funzionale del risparmio, almeno attraverso una apposita contabilità separata.

La vicenda delle due banche venete è già data per conclusa, avendo accontentato tutti i giocatori in campo: dai risparmiatori ai dipendenti. Anche il referendum sulla maggiore autonomia per la Regione, già indetto per settembre, è stato sminato. L’effetto finanziario negativo per lo Stato, come differenza tra realizzo dell’attivo della liquidazione degli NPL ed impegni, secondo le previsioni dello stesso governo ammonterebbe in prospettiva pluriennale a poco più di un miliardo di euro. Sembrano previsioni fin troppo rosee, perché intanto, per fronteggiare tutti gli impegni assunti, di soldi ne serviranno assai di più. Le risorse saranno prese a prestito, pagando interessi, a valere sui famosi 20 miliardi di euro di maggior debito pubblico già messo in conto con il decreto legge 237/2016, in vista degli interventi a favore del Monte dei Paschi di Siena.

Facendo un po’ di conti in giro per l’Europa, sul costo cumulato degli interventi pubblici a favore del settore bancario a partire dal 2007, si constata che in termini di deficit pubblico, in Inghilterra è stato di 11,7 miliardi di euro. In Germania si è arrivati a 40,4 miliardi, mentre in Belgio si è trattato di soli 2 miliardi. Solo la Spagna è stata davvero bastonata, con 48 miliardi complessivi, di cui però ben 38 miliardi concentrati nel solo 2012. Lo scorso anno, il costo sul bilancio statale spagnolo è stato di 2,4 miliardi di euro.

In Italia, invece, a fine 2016 siamo arrivati nel complesso ad un deficit cumulato di 2,9 miliardi, con un picco negativo di 3,3 miliardi nel 2015, determinato degli interventi resisi necessari dopo la messa in liquidazione nel dicembre 2015 di quattro piccole banche locali. In precedenza, concedendo la garanzia sovrana alle emissioni obbligazionarie bancarie, portate come collaterale alla Bce, lo Stato ci ha sempre guadagnato. Anche con i Tremonti-Monti bond concessi a Monte dei Paschi, ha tratto ampio profitto: non convertire il prestito in azioni, per farseli rimborsare, fu un tragico errore.

Già a prima vista, si nota che il costo dei salvataggi pubblici tradizionali, tanto ostracizzati, non è stato poi così disastroso. Nelle crisi bancarie, l’intervento pubblico deve essere tempestivo e risolutivo: più si aspetta e peggio è. La Comunicazione della Commissione del 1° agosto 2013 in materia di aiuti di Stato alle banche e la direttiva BRRD si sono dimostrate controproducenti: enfatizzano le crisi invece di smorzarle ed allungano in modo esasperato i tempi di risanamento, aumentandone esponenzialmente i costi. Quando si intuiscono le difficoltà ed inizia la fuga dei depositi, la banca è andata.

Con le nuove regole europee, dapprima la liquidazione delle quattro piccole banche locali ed ora quella delle due banche venete, ha comportato oneri spropositati per le finanze pubbliche. Non si tratta solo di ricapitalizzare una singola banca, ma di assicurare la stabilità dell’intero mercato. Una follia.

Per troppo tempo ci si è arresi ai diktat dell’Antitrust europeo, troppo tardi si è capito che il sistema del bail-in è assolutamente impraticabile. Anche stavolta, alla fine ci si è limitati ad intombare nel debito pubblico tutte le perdite ed i costi derivanti dalla ben altrimenti evitabile liquidazione delle banche. Il mercato festeggia: siamo passati dallo Stato banchiere allo Stato becchino.

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30/06/2017

La bad company è l’Unione Europea

Nella Barcellona mercantile e marinara del 1300 un banchiere che avesse fatto fallimento compromettendo i risparmi di chi si fosse a lui affidato, sarebbe stato decapitato in piazza. Da quel feroce mondo medioevale, ove chi speculava sul danaro veniva considerato usuraio e tollerato solo se apportava grandi ricchezze alle comunità, molto progresso si è fatto. Oggi le banche falliscono, ma i banchieri, che godono di un disistima presso l’opinione pubblica superiore a quella medioevale, non pagano mai, in tutta Europa non uno di loro è in prigione.

Il salvataggio delle due banche venete fallite con soldi pubblici che daranno profitti privati, benedetto dalle autorità della Unione Europea, è un esempio del regime finanziario che oggi ci comanda.

Dopo il fallimento di Lehman Brother nel 2008 negli Stati Uniti, che diede il via alla grande crisi mondiale che tra alti e bassi ancora continua, tutte le istituzioni politiche ed economiche, l'Unione Europea in primo luogo, decisero che per fermare il contagio bisognava salvare ad ogni costo le banche dal fallimento. Secondo il precedente capo della Commissione Europea, Barroso, ben 4000 miliardi di danaro pubblico in tutta Europa furono spesi per salvare le banche. Questa denuncia non ha avuto alcun seguito nella politica europea e neppure il suo estensore se ne è sentito toccato, visto che ora opera in Goldman Sachs. Una valanga di soldi dei cittadini europei ha difeso e rafforzato il potere dei banchieri, ma non un solo istituto di credito è stato assunto in mano pubblica per questo. La Germania, sempre ultra rigorista verso i paesi del Sud, ha speso 247 miliardi solo per salvare le sue banche locali.

Alla fine la crisi bancaria globale nella Unione Europea fu scongiurata e come ringraziamento un finanziere britannico, prima della Brexit a cui ovviamente era contrario, affermò: l’economia è ripartita ed è ora che noi banchieri la si finisca di sentirci in colpa.

Salvato il sistema coi soldi dei cittadini, cioè coi tagli allo stato sociale, alla sanità, alle pensioni, all’istruzione, l’Unione Europea decise che era giunto il momento di essere davvero per il libero mercato. È quindi stata varata l’Unione Bancaria, da noi ovviamente presentata come un altro passo verso i meravigliosi Stati Uniti d’Europa. L’unione bancaria, come il fiscal compact e altre sconcezze, in realtà era solo una ulteriore sottrazione di sovranità economica agli stati, a favore delle banche, della burocrazia europea e naturalmente del potere del solo stato diverso da tutti gli altri, la Germania.

Ai governanti e ai politici italiani, da Monti, a Letta, a Renzi, che hanno gestito l’adesione dell’Italia alla unione bancaria, secondo me una causa per danni andrebbe fatta. Infatti quella decisione, invece che mettere in sicurezza il sistema bancario del nostro paese, lo ha esposto a tutte le tempeste. Il succo del nuovo trattato era proibire i salvataggi di stato delle banche, cui finora tutti i paesi più ricchi d’Europa erano ricorsi. Dal 2016, le banche in crisi avrebbero dovuto essere salvate con i soldi dei loro azionisti e dei loro correntisti, per deposti superiori a 100.000 euro. Non so come si traduca in tedesco “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, ma il concetto è quello. In inglese, la lingua che si usa sempre per fregarci, invece tutto questo è stato definito passare dal “bail out” al “bail in”.

Ovviamente la chiusura dell’ombrello di stato, usato in tutta Europa, ha accelerato le sofferenze delle banche già in difficoltà, ed in Italia abbiamo avuto il crollo prima delle banche toscane, legate al PD e poi di quelle venete legate storicamente al centrodestra. Un fallimento bipartisan.

Il primo fallimento, quello toscano, è stato affrontato proprio con il bail in e ha provocato una catastrofe economica e sociale. Per questo, al crollo delle banche venete tutto il potere governativo italiano ed europeo ha deciso di reagire in altro modo. È il metodo europeo della cavia, usato brutalmente sulla Grecia e calibrato più prudentemente sugli altri paesi PIIGS. Si sperimenta una misura brutale e poi si aggiusta la dose tenendo conto delle vittime e soprattutto delle ribellioni provocate.

Così per le banche venete gli aiuti di stato, fieramente avversati dalla UE quando si tratti di chiudere fabbriche e tagliare servizi, sono stati subito approvati dai vertici europei. Lo strumento trovato per salvare l’ipocrisia e favorire gli affari è, anche qui c’è l’inglese, la “bad company”. Letteralmente la cattiva impresa, quella sulla quale vengono scaricati, debiti, costi, personale in esubero, in modo che la nuova impresa che rileva l’attività, la “new company”, parta solo con il miglior cuore del carciofo.

L’uso della bad company in Italia non è nuovo. In Alitalia il governo Berlusconi la adoperò per permettere alla crema dell'imprenditoria italiana di salvare la compagnia aerea, con i risultati che abbiamo visto e pagato. Il top manager modello per Renzi, Marchionne, fece lo stesso alla Fiat di Pomigliano. Da un lato la bad company che aveva come unica ragione sociale la cassa integrazione per migliaia di operai, dall’altro la newco dove venivano selezionati uno per uno coloro che avrebbero ripreso a lavorare in condizioni durissime.

La bad company è diventata il modello italiano di gestione di crisi e ristrutturazioni, da ultimo in Ilva, ed è quindi stato adottato anche per le banche venete. Non c’è strumento migliore per socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Lo stato si è accollato tutti i costi e gli esuberi delle banche fallite, Banca Intesa ne ha rilevato le attività al prezzo di 1 euro, naturalmente a condizione di ricevere finanziamenti e garanzie adeguate. Che potrebbero arrivare fino a 17 miliardi, con un costo virtuale medio di 440 euro per ognuno dei 38 milioni e mezzi di contribuenti. Il titolo Intesa è volato in Borsa.

La banca Santander di Spagna ha protestato per questo salvataggio, perché in condizioni analoghe essa aveva dovuto rilevare anche tutte le passività, senza scaricarle su una bad company, dell’istituto di credito che salvava, ma la UE ha risposto che in Italia era tutto regolare. Sono diventati più buoni? No le ragioni del sì europeo all’intervento pubblico italiano sono tre.

La prima è che lo stato paga, ma il privato guadagna. Se le banche venete fossero state nazionalizzate, allora sì che la Unione Europea sarebbe insorta gridando alla violazione del libero mercato. L’importante è che lo stato, coi soldi dei cittadini, non aiuti se stesso e i cittadini che pagano, poi si può fare tutto. In secondo luogo si può sospettare che Banca Intesa, che usufruisce del salvataggio, sia in tali buoni rapporti con la finanza internazionale, magari anche con quella tedesca, da far presagire nuovi più vasti affari europei.

In terzo luogo c’è la certezza che il governo italiano, per ottenere il via libera al salvataggio delle banche, abbia promesso alla UE un bel po’ di massacro sociale e privatizzazioni, da realizzare con la prossima finanziaria. Che dovrebbe procedere a tagli e svendite di servizi e beni pubblici per una cifra superiore ai 20 miliardi stanziati per le banche. Così i conti tornano e del resto la logica è sempre la stessa: si prendono in ostaggio i lavoratori, i risparmiatori, i cittadini colpiti dalle crisi e poi, per salvarli, si autorizzano le speculazioni più sfacciate.

Nonostante ciò che urla la propaganda di regime, l’alternativa reale non è salvataggi pubblici o libero mercato. La scelta vera è tra spendere il danaro pubblico a favore del profitto privato e della finanza, oppure per la proprietà pubblica e i cittadini. A quest’ultima scelta si oppone oggi pesantemente l’Unione Europea, la più grande bad company di cui è necessario liberarsi.

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