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13/02/2026

L'“altruista” che spaventa la finanza

Sembra una presa in giro attentamente studiata, più che l’antica ironia della Storia. Ma l’idea che un intero settore dell’“industria finanziaria” (altra definizione inconsapevolmente autoironica) possa entrare in fibrillazione quando appare all’orizzonte una semplice app prodotta da una startup che si chiama Altruist è davvero stimolante. Non è un Robin Hood digitale, ma minaccia un business sicuramente redditizio.

Sono ormai due giorni che le borse occidentali, già da mesi in allarme per la possibile esplosione della “bolla dell’intelligenza artificiale” – quotazione dei titoli relativi assurdamente alte pur in presenza di profitti al momento quasi inesistenti e un indebitamento da migliaia di miliardi – vedono il repentino crollo azionario delle società di risparmio gestito (sgr).

Queste ultime sono quelle branche di normali banche che si occupano di far fruttare i risparmi depositati da clienti, sfruttando la scarsa conoscenza dei meccanismi finanziari, la paura di perdere molto per inseguire il sogno preistorico di fare più soldi con i soldi. O anche soltanto di garantirsi una vecchiaia tranquilla.

Le sgr, in pratica, creano dei fondi comuni differenziati per il “profilo di rischio” in cui incanalare quei risparmi investendo in titoli azionari, obbligazioni di stato e societari, etf e altre “diavolerie” di natura imprecisata per il comune mortale.

Sono il rifugio obbligato di un ceto medio con un piccolo patrimonio messo da parte (risparmio, quando lo stipendio è o era alto, liquidazione a fine carriera, risarcimenti, eredità, ecc.), ma impossibilitato a gestire in autonomia l’investimento “sicuro”, “prudente” ma comunque almeno un po’ redditizio.

Le sgr, naturalmente, “grattano” una parte del reddito che ne viene fuori (anche quando le dinamiche di mercato producono invece delle perdite), come retribuzione di un’attività di intermediazione.

In questo mondo in fondo tranquillo è improvvisamente apparsa l’app “Hazel”, creata appunto da Altruist, ovvero un software di gestione patrimoniale basato sull’intelligenza artificiale e dotato di funzionalità di pianificazione fiscale dedicate ai “consulenti finanziari indipendenti”, ossia persone – non società né banche – che fanno lo stesso lavoro delle sgr.

È un tipo di figura professionale diffusa soprattutto negli Usa, da sempre “concorrenziale” con le sgr ma gravata dall’intrinseca debolezza degli individui rispetto a una “struttura organizzata” che concentra diverse competenze (legali, fiscali, borsistiche, ecc.). Hazel permette di bypassare gran parte di quelle competenze che in fondo si riducono alla conoscenza di regole, leggi, ecc., che sono codificate e quindi sono uguali per tutti.

L’intelligenza artificiale permette di interrogare tutta quella massa di codici in continuo aggiornamento/modificazione, facendo a meno degli “esperti” relativi. Anche il “consulente indipendente”, insomma, diventa davvero “competitivo” con una società con centinaia o migliaia di “gestori”.

Non è ancora un software in grado di eliminare anche questa figura, permettendo al singolo risparmiatore di gestirsi da solo (a meno che non abbia qualche esperienza lavorativa nel settore), ma di certo permette di abbassare moltissimo il costo della “cura del patrimonio”. Ossia la quota di profitto/reddito da lasciare alla sgr o al “consulente”.

Hazel, in pratica, è una piattaforma di IA per automatizzare e potenziare il lavoro quotidiano di un consulente o investitore privato. Elabora istantaneamente dichiarazioni dei redditi, buste paga, estratti conto e documenti legali senza dover fare l’inserimento manuale dei dati.

Genera “strategie personalizzate”, applicando una logica fiscale per identificare opportunità di risparmio e creare in pochi minuti piani pronti per il cliente, nonché tutte le possibilità relative al pensionamento, alla compravendita di case, ecc.. Di fatto, saltano quote impressionanti di lavoro (e di guadagno) per fiscalisti, commercialisti, consulenti di molti ambiti.

La “sussunzione del lavoro mentale” di basso e medio livello, basato su conoscenze standard e pubbliche, viene così ad interferire negativamente non solo sull’occupazione (tutti quelli che perderanno il posto di lavoro), ma anche sui profitti del capitale finanziario concentrato in società multinazionali. Quella riduzione di lavoro che dà sempre fa felice il mondo degli imprenditori in questo caso porta con sé anche una riduzione dei profitti, contrariamente al solito.

Una quota al momento difficilmente quantificabile, ma già sufficiente a far scattare allarme rosso in un sistema che da anni si aggira in cerca di una fase espansiva che non arriva mai. E anzi si annuncia grandine. Tanto che basta un “altruista” per scatenare il panico nel mondo degli egoisti...

Fonte

10/11/2019

Lo scandalo Banca Intesa

Alcuni giorni fa l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha anticipato il Piano Industriale per i prossimi anni, dichiarando che tra gli obiettivi vi è quello di spostare 240 miliardi di euro di risparmio amministrato, depositi a vista, dunque liquidità dei correntisti, verso il risparmio gestito (funzione di banca d’investimento, private equity, investimenti obbligazionari e azionari).

E dichiarando inoltre che già 52 miliardi di depositi sono stati dirottati verso il “wealth management”, grazie a depositanti convinti di guadagnare di più e avere rendimenti più alti rispetto a quelli – miseri – dei depositi, mentre la banca si ricostituisce un polmone finanziario alternativo alle obbligazioni bancarie, crollate nel sistema finanziario italiano dopo la normativa del bail in e i casi di Popolare Etruria e popolari venete.

Ora, vi è da dire che la mossa pare avventata, ma soprattutto non sembra faccia gli interessi del Paese, visto che la gran parte del risparmio gestito, che ammonta a 2100 miliardi di euro, è investita all’estero.

A prima vista parrebbe dunque un’operazione “anti-sistema”. In realtà ha una sua logica. Innanzitutto permette alla banca di non attuare tassi negativi per rispondere ai tassi bassissimi in eurozona. In secondo luogo, ai risparmiatori si offre una diversificazione del rischio con rendimenti più alti della liquidità; e alla banca, tramite le sue associate Banca Imi (banca commerciale, che investe nelle imprese) e Fideuram, molto di più (wealth management), ossia di aumentare le “masse amministrate” (risparmi dei clienti gestiti direttamente dalla banca, ndr) per le proprie finalità, guadagnandoci in commissioni (1).

Da un punto di vista del Sistema Italia, se fosse realizzato almeno in parte, questi 300 miliardi di euro potrebbero essere una massa finanziaria per investire nella Borsa Italiana e permettere alle aziende quotate di avere liquidità per acquisizioni all’estero e salti dimensionali.

L’esempio è la multinazionale Brembo, guidata da Alberto Bombassei (peraltro presidente della Fondazione Italia Cina), che anni fa si quotò, da media impresa, e attuò una politica di espansione in Cina e negli Usa.

Il problema è che sono poche le imprese italiane quotate, per cultura e per sfuggire al fisco. Molte imprese non si quotano perché la borsa ha tra i requisiti stringenti la trasparenza dei bilanci.

C’è da dire comunque che diverse banche, in primis Intesa San Paolo, sono riuscite negli ultimi due anni a convincere diverse imprese a quotarsi nell’Aim e nel progetto Elite. Con queste masse dirottate nel risparmio gestito, Banca Imi avrebbe la potenza di fuoco per aumentate il numero delle imprese quotate e finanziarle.

Un altro strumento sarebbe il private equity, cioè l’entrare nel capitale di imprese non quotate per operazioni di innovazione manageriale e tecnologica, oltre che per aumentare le dimensioni di impresa in vista, in futuro, della quotazione azionaria.

Se così fosse, il piano industriale di Intesa Sanpaolo avrebbe le caratteristiche di modernizzazione del Paese e da un punto di vista marxista (senza che loro lo sappiano) concorrerebbe ad una controtendenza alla caduta del saggio di profitto (la quotazione azionaria è vista da Marx e Grossmann in tal senso).

Ripetiamo, lo scetticismo rimane (non vorremmo che tali masse andassero solo nel casinò dei mercati esteri), ma in ogni caso è da cogliere con interesse tale piano industriale, a cui si associa la volontà di Intesa Sanpaolo di avviare un piano di 30 miliardi per le imprese del sud e un altro di finanziamenti alle Zes di Napoli e Taranto.

Da questo punto di vista il consiglio del Ceo Messina, fatto al governo, di pensare, nel caso, alla nazionalizzazione dell’Ilva, contro l’Unione Europea, ci dice che forse, dopo un decennio di assenza di politiche industriali da parte dei banchieri, qualcosa si stia muovendo.

Un atteggiamento pragmatico, assente in politica e nei media. La cui ottusità sta portando sempre più al declino, mentre c’è chi vede, ai piani alti, le cose con più pragmatismo. Non per ideologia, semplicemente per affari.

Note:
(1) Il meccanismo del “risparmio gestito” è semplicemente quello ideale per un istituto finanziario. I soldi ce li mettono i clienti, la banca o Sgr li investe sui mercati, I guadagni vengono divisi tra la banca e i clienti, secondo proporzioni decise nel contratto (unilaterale) proposto dalla banca. Le perdite, quando va male, sono tutte del cliente.

Fonte

Le incognite principali in questo disegno ipotetico sono due, di pari grado:
1) la classe imprenditoriale indigena che, almeno a me, pare sempre più orientata verso un liberi tutti;
2) la totale assenza di visione e conoscenza, da parte della classe politica, per gestire negli interessi del sistema paese l'ipotesi prospettata nel testo.

Stante la situazione attuale, è molto probabile che questa mobilizzazione di risparmio finisca per prendere, ancora una volta, la via speculativa sulle piazze finanziarie internazionali.