Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/08/2026

Il gigantesco piano di riforestazione della Cina ha cambiato il ciclo dell’acqua nel Paese

Non è certo un segreto che la Cina sia particolarmente abile nella costruzione di grandi opere. La diga più grande del mondo? In Cina. La rete ferroviaria ad alta velocità più estesa? Sempre in Cina. Il parco eolico più grande? Cina. Il parco solare più grande? L'Argentina. Davvero? No, anche quello è in Cina. Il monumento storico più grande? Avete capito il concetto.

Parallelamente a tutte queste opere edilizie, anche la Cina ha continuato a crescere. Ispirandosi a quell’ultimo riconoscimento nel campo delle infrastrutture, nel 1978 la Cina ha avviato la realizzazione della «Fascia di protezione dei Tre Nord», nota anche come «Grande Muraglia Verde», con l’obiettivo di combattere l’erosione del suolo e ridurre le tempeste di sabbia. Il progetto, secondo quanto annunciato dai media statali del Paese, è stato finalmente completato lo scorso anno.

Secondo Reuters, la Cina ha piantato alberi su una superficie di 116.000 miglia quadrate, aumentando la copertura forestale totale del Paese dal 10% del 1949 a circa il 25% nel 2024. Ma uno studio del 2025 pubblicato sulla rivista Earth’s Future mostra che tutti questi alberi in più (circa 78 miliardi dall’inizio degli anni ’80, secondo alcune stime) comportano alcune conseguenze impreviste per la distribuzione idrica della Cina.

Ricercatori dell'Università di Tianjin, dell'Università Agraria cinese di Pechino e dell'Università di Utrecht, nei Paesi Bassi, hanno scoperto che, tra il 2001 e il 2020, l'aumento della vegetazione ha ridotto le risorse idriche sia nella regione del monsone orientale che nella regione arida nord-occidentale. Si tratta di un dato significativo, considerando che queste aree costituiscono circa il 74% della superficie totale della Cina, secondo quanto riportato da Live Science.

Secondo lo studio, le iniziative di rinverdimento come la Grande Muraglia Verde – insieme ad altre iniziative di piantumazione, quali il Programma «Grain for Green» e il Programma di protezione delle foreste naturali, entrambi avviati nel 1999 – hanno aumentato l’evapotraspirazione, termine che unisce evaporazione e traspirazione (il processo attraverso il quale le piante rilasciano vapore acqueo tramite minuscoli pori noti come stomi).

Studiando questi rapidi cambiamenti nell’uso e nella copertura del suolo (LUCC), gli autori osservano inoltre che alcune transizioni di zona – come da praterie a foreste o da terreni coltivati a praterie – hanno influito sull’evapotraspirazione, sui tassi di precipitazioni e sulla disponibilità idrica in misura variabile. Ad esempio, le praterie trasformate in foreste hanno aumentato l’evapotraspirazione e le precipitazioni, ma hanno influito negativamente sulla disponibilità idrica.

Purtroppo, la disponibilità idrica della Cina non è distribuita in modo equo per la sua popolazione. Secondo lo studio, le regioni settentrionali del Paese ospitano circa il 46% della popolazione e più della metà dei terreni coltivabili, ma solo il 20% della disponibilità idrica. Gli autori sostengono che questi cicli idrologici alterati debbano essere presi in considerazione nella pianificazione dei futuri sforzi di riforestazione.

«I nostri risultati evidenziano che i cambiamenti nella copertura del suolo possono determinare una ridistribuzione delle risorse idriche tra le regioni», hanno scritto gli autori. «Comprendere questi effetti è fondamentale per pianificare una gestione sostenibile del territorio e delle risorse idriche in Cina». 

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29/08/2026

La Cina può internazionalizzare il renminbi senza copiare il dollaro?

C’è un’idea che attraversa gran parte del dibattito sull’internazionalizzazione della valuta cinese: finché la Cina continuerà ad accumulare surplus commerciale, la sua valuta non potrà diventare davvero globale.

Per capire perché questa tesi abbia tanta presa occorre guardare non alla Cina, ma agli Stati Uniti, al meccanismo con cui Washington ha fornito al mondo la sua moneta per ottant’anni. È un meccanismo che funziona solo a una condizione: che l’America viva strutturalmente al di sopra dei propri mezzi.

Partiamo dall’aritmetica. La bilancia dei pagamenti di un paese è un’identità contabile: il saldo delle partite correnti (esportazioni meno importazioni di beni e servizi, più redditi da capitale e trasferimenti) deve essere compensato, con segno opposto, dal saldo del conto finanziario (acquisti e vendite di attività tra residenti e non residenti).

Se un paese registra un deficit delle partite correnti, sta consumando e investendo più di quanto produce. La differenza la paga cedendo al resto del mondo diritti sulla propria economia futura: moneta, titoli, azioni, immobili.

In altre parole, il deficit corrente è un canale attraverso cui riversare la propria valuta, o attività denominate in essa, nel resto del mondo. Simmetricamente, un paese in surplus corrente assorbe valuta estera invece di fornire la propria.

Da qui l’argomento sulla valuta cinese: un’economia che esporta più di quanto importa, come la Cina, drena valuta dal mondo invece di immetterne. Perché mai il resto del pianeta dovrebbe detenere in massa una moneta che il suo emittente, per struttura, non distribuisce?

La doppia circolazione del dollaro

Gli Stati Uniti registrano deficit delle partite correnti pressoché ininterrottamente dai primi anni Ottanta. Ogni anno, decine e ormai centinaia di miliardi di dollari escono dal circuito domestico americano per pagare merci tedesche, petrolio del Golfo, elettronica assemblata in Asia. Questo è il primo tempo del meccanismo: la fornitura di liquidità.

Il secondo tempo è il ritorno. Quei dollari non restano fermi nei forzieri delle banche centrali o delle imprese estere: vengono reinvestiti negli Stati Uniti, generando un surplus persistente del conto finanziario. Il dollaro esce come mezzo di pagamento e rientra come capitale. È una circolazione a doppio senso che tiene insieme il sistema: l’America compra beni reali dal mondo, il mondo compra carta americana.

Perché il mondo accetta lo scambio? Perché i mercati finanziari statunitensi offrono qualcosa che nessun altro sistema replica su scala comparabile: profondità, liquidità e un menù completo di attività per ogni tipo di investitore. Da un lato, i Treasury, titoli del Tesoro emessi in volumi enormi, scambiati sul mercato obbligazionario più liquido del pianeta, soddisfano la domanda di attività sicure delle banche centrali che devono parcheggiare le riserve ufficiali. Dall’altro, il mercato azionario americano offre attività rischiose ad alto rendimento, le Big Tech in testa, che attirano il risparmio privato globale in cerca di ritorni.

Questa doppia offerta ha fatto guadagnare agli Stati Uniti la definizione di “banchiere del mondo”: un soggetto che si indebita a breve termine e a basso costo (vendendo attività sicure agli stranieri) e investe all’estero a lungo termine e ad alto rendimento (comprando imprese, fabbriche, partecipazioni). Per decenni il differenziale di rendimento tra ciò che l’America paga sui propri debiti e ciò che incassa sui propri investimenti esteri, quello che l’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing chiamò già negli anni Sessanta il “privilegio esorbitante”, ha permesso agli Stati Uniti di sostenere ampi deficit senza che aumentasse in misura corrispondente il costo netto di interessi e dividendi pagati al resto del mondo.

L’esempio storico più nitido di questa circolazione è il petrodollaro. Dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, i paesi esportatori del Golfo si trovarono a incassare montagne di dollari. Quei dollari non furono convertiti e dispersi: furono riciclati verso gli Stati Uniti, in Treasury, depositi bancari, immobili, partecipazioni azionarie.

Il circuito si chiudeva così: l’America importava greggio pagando in dollari, i produttori reinvestivano quei dollari in attività americane, e la domanda estera di titoli statunitensi teneva bassi i tassi d’interesse e alto il valore della moneta. Il deficit corrente americano, lungi dall’essere una debolezza, diventava l’ingranaggio che alimentava la centralità del dollaro nel commercio energetico mondiale, e, per estensione, in tutto il commercio mondiale.

Il dilemma di Triffin: la falla nel progetto

Ma il meccanismo porta scritta dentro di sé la propria contraddizione. La individuò l’economista belga Robert Triffin già all’inizio degli anni Sessanta, quando il sistema di Bretton Woods ancorava il dollaro all’oro. Il suo ragionamento, nella versione originale: per fornire al mondo la liquidità di cui l’economia internazionale in crescita ha bisogno, gli Stati Uniti devono emettere dollari in eccesso rispetto alle proprie riserve auree; ma più dollari circolano rispetto all’oro che li garantisce, meno credibile diventa la promessa di convertibilità. Il sistema può funzionare solo erodendo la fiducia su cui si regge. La profezia si avverò nel 1971, quando Nixon sospese la convertibilità e Bretton Woods collassò.

Con il dollaro fiduciario il dilemma non è scomparso: ha cambiato forma. Oggi l’ancora non è più l’oro, ma la solvibilità percepita dello Stato americano. La versione contemporanea suona così: per soddisfare la domanda globale di liquidità e di attività sicure in dollari, gli Stati Uniti devono continuare ad accumulare deficit correnti e a emettere debito; ma ogni anno di deficit accresce la posizione debitoria netta del paese verso l’estero. A un certo punto, gli investitori possono cominciare a chiedersi se quel debito verrà mai onorato al suo valore reale, o se Washington non sarà tentata di alleggerirne il peso per la via più antica: lasciar deprezzare la moneta, o tollerare un’inflazione che eroda il valore reale delle passività.

È una tensione strutturale, non congiunturale. La stessa qualità che rende il dollaro desiderabile, l’abbondanza di attività sicure americane, è prodotta da un processo che, protratto abbastanza a lungo, mina la sicurezza di quelle stesse attività. Il fornitore mondiale di stabilità genera instabilità per il fatto stesso di svolgere la propria funzione.

La posizione debitoria netta degli Stati Uniti verso l’estero, cioè la differenza tra tutte le attività estere detenute da americani e tutte le attività americane detenute da stranieri, ha superato il 90% del PIL nominale. Alla vigilia della crisi finanziaria globale del 2008 era intorno al 20%. In meno di vent’anni il rapporto è più che quadruplicato.

E già nel 2009 Zhou Xiaochuan, allora governatore della banca centrale cinese, ha rilanciato esplicitamente il dilemma di Triffin in un suo celebre saggio del marzo di quell’anno, in piena crisi finanziaria, per sostenere che un sistema monetario internazionale fondato sulla valuta nazionale di un singolo paese è strutturalmente instabile, e che la soluzione andava cercata in strumenti sovranazionali come i Diritti Speciali di Prelievo del FMI.

La posizione cinese, da allora, non è mai stata “sostituire il dollaro con il renminbi” replicandone il modello: è stata erodere gradualmente la centralità del dollaro diversificando fatturazione commerciale, riserve e circuiti di pagamento, senza assumersi i costi, i deficit, il debito e la vulnerabilità che l’egemonia monetaria in stile americano comporta.

Cosa significa per la valuta cinese

Torniamo al punto di partenza. Se quello americano è l'unico modello, la conclusione è obbligata: la Cina, paese strutturalmente in surplus, non può fornire renminbi al mondo e l’internazionalizzazione della sua valuta resterà un progetto zoppo.

Ma è davvero l’unico modello?

Secondo Zhang Ming, vicedirettore dell’Istituto di Economia e Politica Mondiale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS) e vicedirettore dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo, la Cina starebbe perseguendo un modello diverso, basato sulla forza del suo settore manifatturiero piuttosto che sul predominio dei suoi mercati finanziari. Come scrive in un suo articolo pubblicato su China Forex, una pubblicazione supervisionata dalla State Administration of Foreign Exchange (SAFE), l’autorità di regolamentazione del mercato valutario cinese:
Non esiste un unico percorso prestabilito per l’internazionalizzazione della valuta. Un paese che desidera espandere l’uso internazionale della propria valuta deve scegliere l’approccio più adatto alle proprie risorse e ai propri punti di forza competitivi.
Da un lato, l’industria manifatturiera cinese si distingue per la sua elevata competitività sui mercati internazionali. Il suo vantaggio non dipende soltanto dai costi contenuti, ma anche dalla qualità e dall’affidabilità dei prodotti, dalla completezza delle filiere produttive e dalla capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.

La Cina rappresenta oggi circa un terzo del valore aggiunto manifatturiero mondiale. Considerata la sua competitività, sia nei settori manifatturieri tradizionali sia in quelli ad alta tecnologia, è probabile che continui a registrare un surplus delle partite correnti ancora a lungo.

Ma le imprese, le istituzioni finanziarie e le famiglie cinesi hanno forti incentivi a espandere le proprie attività all'estero. Come scrive Zhang:
Per le aziende cinesi, la combinazione di attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti e l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche ha reso sempre più necessaria la diversificazione globale delle catene di approvvigionamento. Con l’aumento degli investimenti e degli impianti di produzione all’estero da parte delle aziende cinesi, è probabile che gli investimenti diretti esteri in uscita dalla Cina continuino a superare quelli in entrata.
In passato la Cina è stata una delle principali destinazioni mondiali degli investimenti diretti esteri. A partire dalle riforme e dall’apertura avviate alla fine degli anni Settanta, l’afflusso di capitali stranieri ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del Paese, contribuendo non solo a finanziare la produzione, ma anche a trasferire tecnologie, competenze manageriali e accesso ai mercati internazionali. Gli investimenti esteri sono stati così uno dei principali motori dell’industrializzazione e dell’ascesa economica cinese. Ma negli ultimi anni la Cina è passata gradualmente dall'essere una destinazione di capitali esteri a diventare un importante esportatore di capitali.

Il sorpasso è avvenuto in due tempi, per ragioni opposte. Il primo risale al 2015-2016, gli anni della grande ondata di acquisizioni cinesi all’estero: ChemChina che rileva Syngenta, i conglomerati come HNA, Anbang e Wanda che comprano hotel, cinema e squadre di calcio in mezzo mondo. Secondo i dati del Ministero del Commercio, gli investimenti in uscita superarono allora per la prima volta quelli in entrata.

Fu un sorpasso effimero: Pechino stessa lo interruppe, imponendo tra il 2016 e il 2017 controlli sui capitali per frenare quella che considerava una fuga speculativa travestita da espansione industriale. Nei termini della bilancia dei pagamenti, la Cina tornò a essere importatrice netta di investimenti diretti fino al 2021.

Il secondo cambio di segno, quello strutturale, è in corso dal 2022-2023. Nel 2023 gli investimenti cinesi all’estero hanno raggiunto i 148 miliardi di dollari, e il terzo trimestre di quell’anno ha registrato, per la prima volta nella serie storica dell’amministrazione valutaria cinese, flussi in entrata negativi: le multinazionali straniere rimpatriavano più capitale di quanto ne investissero, attratte dai tassi americani più alti e sospinte dalle tensioni geopolitiche. Nel 2024 gli investimenti diretti all’estero hanno raggiunto circa 162,8 miliardi di dollari, mentre quelli in entrata sono scesi a circa 116-117 miliardi di dollari.

Come riporta il Financial Times, “la massiccia campagna di investimenti esteri della Cina ha dato impulso alla creazione di nuovi poli industriali in paesi come Thailandia, Indonesia, Brasile, Ungheria e Marocco. Gli investimenti esteri cinesi rappresentavano circa l’11% del totale globale nel 2023, un anno in cui i flussi globali di investimenti diretti esteri hanno subito un rallentamento del 2%, secondo i dati cinesi e delle Nazioni Unite”.

Poiché i tassi di interesse in Cina sono oggi sensibilmente inferiori a quelli statunitensi, è aumentata la domanda di finanziamenti in renminbi da parte di soggetti esteri. Se prendere in prestito renminbi può costare meno che prendere in prestito dollari, è probabile che anche prestiti, depositi e altri finanziamenti continuino a generare un’uscita netta di capitali dalla Cina, che presta al resto del mondo più denaro di quanto ne riceva.

Come prosegue Zhang:
In effetti, la struttura della bilancia dei pagamenti cinese negli ultimi anni ha mostrato sempre più spesso proprio questo schema: un surplus delle partite correnti combinato con un deficit delle partite finanziarie. Gli investimenti diretti e gli altri investimenti hanno tutti registrato deficit di diversa entità.
Fornire renminbi al resto del mondo attraverso deflussi dai conti finanziari, consentendo al contempo il ritorno della valuta in Cina tramite i surplus delle partite correnti, si sta affermando come una strategia tipicamente cinese per l’internazionalizzazione della valuta.
In sostanza, la bilancia dei pagamenti cinese degli ultimi anni presenta una struttura che è l'esatto speculare di quella americana. Dove gli Stati Uniti combinano deficit commerciale e surplus finanziario, la Cina combina surplus commerciale e deficit del conto finanziario.

Tradotto: i residenti cinesi – imprese, banche, in parte lo Stato – acquistano più attività estere di quante attività cinesi acquistino gli stranieri. Gli investimenti diretti, come abbiamo visto, hanno cambiato segno; e lo stesso vale per la voce degli "altri investimenti", cioè prestiti e depositi transfrontalieri. Capitale cinese che esce, sotto forma di fabbriche, crediti, finanziamenti.

Da questa struttura discende un circuito monetario alternativo a quello del dollaro, ma altrettanto coerente. Il renminbi esce dalla Cina attraverso il conto finanziario: prestiti alle economie partner, investimenti diretti denominati in valuta cinese, linee di swap tra banche centrali. E rientra attraverso le partite correnti: chi ha ricevuto renminbi li spende comprando merci cinesi: macchinari, pannelli solari, veicoli elettrici, beni intermedi.

Il dollaro esce comprando beni e rientra come capitale; il renminbi esce come capitale e rientra nell’acquisto di beni. Sono due circolazioni complete, solo percorse in senso opposto. E quella cinese ha un ancoraggio che quella americana ha perso da tempo: la domanda di renminbi è agganciata all’economia reale, alla capacità manifatturiera del paese, non alla disponibilità del resto del mondo a detenere passività finanziarie di un debitore.

Secondo Zhang:
Rispetto al modello statunitense, i persistenti surplus delle partite correnti aumenterebbero le attività esterne nette della Cina. Nel medio termine, ciò potrebbe rafforzare le aspettative di apprezzamento del renminbi e aiutare la Cina a evitare, almeno in parte, il dilemma di Triffin. Il percorso cinese potrebbe quindi rivelarsi più sostenibile rispetto al modello statunitense.
Il meccanismo americano fornisce dollari accumulando debito estero netto, ed è questo debito crescente, come abbiamo visto, a corrodere nel tempo la fiducia su cui il sistema si regge. Il meccanismo cinese fornirebbe renminbi accumulando attività estere nette: ogni anno di surplus corrente rafforza la posizione creditoria della Cina verso il mondo.

L'obiezione immediata è che un simile percorso non abbia precedenti. Ma il precedente esiste: sono gli Stati Uniti stessi. Nei primi anni di Bretton Woods, l'America era esattamente dove la Cina si trova oggi, cioè era la manifattura dominante del pianeta, in surplus corrente strutturale.

In quel momento gli USA hanno fornito dollari al mondo non attraverso deficit commerciali, ma attraverso l'esportazione di capitale: il Piano Marshall ne è l'archetipo. Washington prestava dollari all'Europa in ricostruzione, e l'Europa usava quei dollari per comprare macchinari, attrezzature e beni americani.

Il dollaro è diventato la valuta del mondo prima e senza i deficit correnti americani, che iniziarono solo negli anni Ottanta. La tesi secondo cui il deficit è la condizione dell'egemonia monetaria confonde una fase del percorso con il percorso intero.

Come conclude Zhang:
Questa esperienza storica suggerisce che l’internazionalizzazione della valuta potrebbe procedere in due fasi.
Nella prima fase, il principale vantaggio competitivo di un paese risiede nel settore manifatturiero. Pertanto, promuove l’uso internazionale della propria valuta attraverso una combinazione di surplus delle partite correnti e deficit delle partite finanziarie.
Nella seconda fase, con l’aumento della competitività relativa dei suoi mercati finanziari e il calo di quella del suo settore manifatturiero, il paese si orienta verso un modello basato su disavanzi delle partite correnti e surplus delle partite finanziarie.
L’internazionalizzazione del renminbi si trova attualmente nella prima di queste due fasi.
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25/08/2026

La scarsità vale oro. Le aziende multiutility, mercato e crisi energetica

La multa ad A2A per manipolazione del mercato elettrico non racconta soltanto il comportamento di una grande azienda multiutility, ma rende visibile una contraddizione più generale del sistema energetico: ciò che per la società costituisce scarsità, e quindi maggiore costo, per chi controlla la capacità produttiva sì trasformara in una fonte di profitto.

È da questa contraddizione che conviene partire per comprendere la crisi del modello costruito attraverso le liberalizzazioni e, contemporaneamente, il ritorno della pianificazione pubblica come condizione necessaria allo stesso funzionamento del mercato.

L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha sanzionato A2A con 5 milioni di euro per comportamenti relativi al mercato elettrico del 2022, attraverso la deliberazione 279/2026/S/eel del 30 luglio 2026. Il meccanismo contestato è quello dell’economic withholding (trattenimento economico della capacità produttiva). In termini semplici, immaginiamo che in una determinata ora il sistema abbia bisogno di 100 MWh di elettricità e che 90 siano già disponibili.

Un produttore possiede una centrale in grado di fornire i 10 MWh mancanti, ma presenta quell’energia a un prezzo sufficientemente elevato da farla rimanere fuori dal mercato. La capacità non viene fisicamente sottratta, perché la centrale resta disponibile, ma viene resa economicamente indisponibile. Poiché la domanda deve comunque essere soddisfatta, diventa necessario ricorrere a un’offerta più costosa e il prezzo può aumentare.

Per un grande produttore che vende energia attraverso più impianti, la rinuncia a una quantità relativamente piccola può essere compensata dal maggiore prezzo incassato sull’energia che continua a vendere: in un esempio puramente illustrativo, 100 MWh venduti a 100 euro producono 10.000 euro di ricavi, mentre 90 MWh venduti a 130 euro ne producono 11.700.

Naturalmente non qualsiasi offerta superiore al costo marginale costituisce una manipolazione, perché esistono vincoli tecnici, costi di avviamento, manutenzione e altre ragioni economiche che possono giustificare differenti strategie di offerta. Proprio per questo ARERA deve verificare l’effettiva capacità dell’operatore di influenzare il prezzo e l’assenza di motivazioni legittime.

Il punto politico, tuttavia, precede l’accertamento dell’illecito: la società ha interesse a disporre della maggiore quantità possibile di energia a un costo sostenibile, mentre il capitale che controlla quella produzione di energia deve ricavarne il massimo rendimento. Quando l’offerta è abbondante i due interessi possono apparire compatibili; quando l’energia diventa scarsa, la loro divergenza emerge con maggiore evidenza.

Per famiglie e lavoratori la scarsità energetica significa aumento delle bollette, inflazione e riduzione del salario reale; per le imprese significa crescita dei costi di produzione. Chi controlla capacità produttiva, accumuli, stoccaggi o altre risorse decisive nei momenti critici può invece vedere aumentare il valore economico degli asset posseduti.

La stessa condizione materiale assume quindi un significato differente a seconda della posizione occupata nel rapporto economico: aumenta il valore economico del controllo sulla scarsità proprio mentre aumenta il costo sociale della scarsità stessa.

Il maggiore prezzo all’ingrosso non rimane confinato nella Borsa elettrica, ma si trasmette con tempi e intensità differenti sui venditori, sulle imprese e sui consumatori finali. Un contratto indicizzato al Prezzo Unico Nazionale (PUN) è più direttamente esposto rispetto a uno a prezzo fisso, mentre i fornitori possono attenuare temporaneamente gli effetti attraverso acquisti anticipati e coperture finanziarie.

Quando però il costo dell’energia aumenta in maniera significativa, il sovrapprezzo tende a propagarsi nell’intero sistema economico. È quindi particolarmente rilevante che, nel procedimento contro A2A, ARERA abbia costruito uno scenario controfattuale per stimare quale prezzo si sarebbe formato in assenza della strategia contestata, arrivando a quantificare quello che definisce il “massimo danno potenziale per i consumatori di energia elettrica ascrivibile a A2A”.

Quel numero esiste, ma nella versione pubblica del provvedimento non è conoscibile: sono coperti da omissis il mese preciso del 2022 interessato, l’incremento medio del prezzo in euro per MWh e l’importo complessivo del danno potenziale.

Conosciamo quindi la sanzione, cinque milioni di euro, ma non quanto la condotta sanzionata possa essere costata ai consumatori. Se un’autorità pubblica ha già effettuato quella stima, renderla conoscibile e ricostruire quanto del sovrapprezzo sia arrivato realmente sulle bollette diventa una rivendicazione immediata, sulla quale possono essere utilizzati l’accesso agli atti e, se ne emergessero i presupposti, anche strumenti risarcitori.

La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei profitti che ne derivano.

La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.

Isolare il caso A2A come semplice deviazione di un singolo operatore sarebbe però fuorviante. Nel luglio 2025 ARERA ha pubblicato un rapporto sul Mercato del Giorno Prima relativo al 2023-2024, nel quale viene analizzato il funzionamento complessivo del mercato.

Per gli impianti a ciclo combinato l’Autorità individua possibili fenomeni di economic withholding in una quota significativa delle ore osservate, pari a circa il 30% nello scenario più prudenziale.

Nelle simulazioni controfattuali, sostituendo le offerte considerate potenzialmente riconducibili al trattenimento con offerte coerenti con il comportamento di un operatore price-taker (un operatore che accetta il prezzo di mercato senza essere in grado di influenzarlo), ARERA rileva impatti al rialzo sui prezzi zonali in almeno il 28% delle ore del 2023 e nel 25% di quelle del 2024, con differenze medie, nelle ore interessate, comprese fra 17 e 22 €/MWh nel 2023 e fra 15 e 24 €/MWh nel 2024.

Questi dati non equivalgono all’accertamento di manipolazioni da parte di tutti gli operatori analizzati, ma mostrano che il problema del potere sull’offerta non può essere ridotto alla condotta occasionale di una singola impresa.

Si manifesta qui una prima contraddizione del modello liberista. Il mercato dovrebbe produrre attraverso la concorrenza un comportamento tale da impedire ai singoli operatori di determinare il prezzo di una merce; nella realtà, a venticinque anni dalla liberalizzazione, l’autorità pubblica deve costruire simulazioni per stabilire quale prezzo si sarebbe formato se gli operatori reali si fossero comportati come i soggetti senza potere di mercato presupposti dalla teoria.

La concorrenza cessa così di apparire come una caratteristica spontanea del mercato e diventa una condizione che deve essere continuamente difesa e ricostruita attraverso regolazione e intervento pubblico.

Uno dei passaggi decisivi nella costruzione di questo sistema avviene in Italia con il decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999, il cosiddetto decreto Bersani, emanato in attuazione della direttiva europea 96/92/CE. Produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita dell’elettricità vengono liberalizzati, mentre trasmissione e dispacciamento restano riservati allo Stato e la distribuzione viene organizzata attraverso concessioni.

La promessa politica della stagione neoliberista era che la rottura dei monopoli pubblici e la concorrenza avrebbero aumentato l’efficienza e prodotto condizioni più favorevoli anche per gli utenti. Il processo storico ha determinato un esito diverso: le vecchie municipalizzate non sono state sostituite da una moltitudine di piccoli produttori in concorrenza tra loro, ma fusioni, acquisizioni, quotazioni e aggregazioni territoriali hanno favorito la formazione di grandi multiutility capaci di operare sui mercati nazionali ed europei.

A2A è controllata per metà dai Comuni di Milano e Brescia, Iren è a maggioranza pubblica, Hera conserva una forte presenza degli enti locali, mentre Acea è controllata da Roma Capitale.

Questa presenza pubblica nella proprietà non modifica però la funzione economica assunta dalle società, che devono produrre margini, remunerare il capitale, distribuire dividendi, finanziarsi sui mercati e competere con altri gruppi. La liberalizzazione non ha dunque semplicemente trasferito aziende dal pubblico al privato, ma ha trasformato anche una parte della proprietà pubblica in capitale.

Il Comune che possiede una multiutility viene così attraversato da una contraddizione strutturale: come istituzione rappresenta cittadini e lavoratori che hanno interesse a servizi accessibili e prezzi energetici contenuti, mentre come azionista è interessato alla redditività della partecipata e ai dividendi. Non si tratta quindi della sensibilità dei singoli amministratori, ma della funzione attribuita all’impresa: aziende nate per erogare un servizio sono state inserite in un meccanismo nel quale devono comportarsi come capitali e vengono valutate attraverso i criteri della loro valorizzazione.

Questa trasformazione si è sviluppata in una fase caratterizzata dall’integrazione crescente dei mercati e dalla relativa stabilità delle principali direttrici energetiche internazionali. L’espansione dei volumi, il trading (compravendita di energia sui mercati), le aggregazioni e la diversificazione potevano sostenere la redditività dentro un sistema nel quale gli approvvigionamenti apparivano relativamente prevedibili.

La crisi delle catene globali del valore, la guerra in Ucraina, la drastica riduzione delle forniture russe e la crescente competizione internazionale per il gas naturale liquefatto (GNL) hanno però modificato profondamente questo quadro.

Parallelamente, la crescita di fotovoltaico ed eolico aumenta la variabilità della produzione: nelle ore di abbondanza i prezzi possono diminuire fortemente, mentre quando la produzione rinnovabile si riduce acquistano maggiore valore le centrali programmabili, gli accumuli, gli stoccaggi, le interconnessioni e la flessibilità della domanda.

Di conseguenza non conta soltanto quanta energia si produce, ma quale capacità si controlla nel momento in cui il sistema ne ha bisogno.

La sicurezza energetica richiede però che capacità e infrastrutture esistano prima dell’emergenza. Reti, stoccaggi, accumuli, interconnessioni e impianti di riserva devono essere programmati su orizzonti pluriennali, anche quando una parte di essi rimane inutilizzata per lunghi periodi.

Se il prezzo di mercato fosse sufficiente a indirizzare autonomamente tutti gli investimenti necessari, non sarebbe necessario remunerare separatamente la capacità; esiste invece il capacity market (mercato della capacità), attraverso il quale gli operatori ricevono una remunerazione per garantire che determinata capacità produttiva rimanga disponibile quando il sistema ne avrà bisogno.

Allo stesso modo, quando i ricavi di mercato non garantiscono sufficiente certezza agli investimenti vengono utilizzati contratti di lungo periodo e meccanismi di stabilizzazione, quando i prezzi diventano socialmente insostenibili intervengono i governi e quando l’esercizio del potere di mercato minaccia la formazione dei prezzi interviene il regolatore.

Il paradosso prodotto da un quarto di secolo di liberalizzazioni sta precisamente qui. Il mercato è stato costruito come alternativa alla pianificazione pubblica diretta, ma il suo funzionamento dipende sempre più da decisioni pubbliche che programmano infrastrutture, garantiscono capacità, sostengono investimenti, assorbono gli shock e regolano i comportamenti degli operatori.

La crisi del modello liberista non elimina la pianificazione: mostra che il capitale ha bisogno di una pianificazione crescente per continuare a valorizzarsi.

La questione diventa allora quale funzione debba avere questa pianificazione. Oggi lo Stato e le autorità pubbliche garantiscono una parte crescente delle condizioni generali della produzione energetica e ne assorbono una quota rilevante del rischio, mentre gli asset che diventano particolarmente preziosi nei momenti di scarsità rimangono strumenti di valorizzazione dei capitali che li controllano.

La socializzazione riguarda quindi non soltanto i costi delle crisi, ma la costruzione stessa delle condizioni che rendono possibile la redditività privata.

Il caso A2A rappresenta, secondo l’accertamento dell’Autorità, il punto in cui l’utilizzo privato del potere sulla capacità ha superato il limite fissato dalla regolazione; tuttavia la contraddizione esiste prima di quel limite, perché per la società la scarsità deve essere ridotta, mentre per il capitale che controlla una risorsa scarsa essa può aumentarne il rendimento.

Da questo punto di vista, contrapporre semplicemente mercato e pianificazione significa ormai discutere di un’alternativa che lo sviluppo materiale del sistema ha già superato. L’energia viene pianificata e dovrà esserlo sempre di più, perché la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione energetica, le reti e la capacità di riserva non possono essere affidate alla somma delle decisioni immediate di imprese separate. Il vero conflitto riguarda quindi il contenuto della pianificazione, gli obiettivi che le vengono assegnati e i soggetti che ne esercitano il controllo.

La proprietà pubblica, da sola, non fornisce una risposta, come dimostra precisamente il caso di multiutility formalmente controllate dagli enti locali ma inserite pienamente nella logica della valorizzazione.

Un sistema energetico pianificato nell’interesse dei lavoratori dovrebbe invece assumere come criteri prioritari il contenimento strutturale del costo dell’energia, la tutela del salario reale, la sicurezza degli approvvigionamenti, la resilienza delle infrastrutture, la decarbonizzazione e la continuità delle produzioni socialmente necessarie, subordinando a questi obiettivi la formazione e la destinazione del surplus.

La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei risultati economici che ne derivano.

La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.

In questo quadro, anche la richiesta di rendere pubblico il massimo danno potenziale ai consumatori calcolato da ARERA assume un significato che supera il singolo procedimento: parte da una vertenza concreta su chi abbia sostenuto il sovrapprezzo, ma conduce direttamente alla questione di chi controlli le informazioni e le decisioni fondamentali del sistema energetico.

Il decreto Bersani e la stagione delle liberalizzazioni promettevano che la concorrenza avrebbe disciplinato gli operatori e reso più efficiente l’allocazione delle risorse; oggi il pubblico deve programmare le reti, garantire la capacità, sostenere gli investimenti, assorbire gli shock geopolitici, proteggere gli utenti nelle crisi e impedire che il potere degli operatori alteri la formazione dei prezzi.

La pianificazione, dunque, non è una proposta da introdurre in futuro: è già una necessità materiale del sistema. Il punto politico è sottrarla alla funzione di garanzia della valorizzazione privata e trasformarla in uno strumento di controllo sociale della produzione energetica, perché in una fase nella quale il controllo della capacità disponibile nei momenti di scarsità acquista un valore crescente, decidere chi controlla quella capacità significa decidere anche a quali interessi deve rispondere il potere sull’energia.

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23/08/2026

Trump sempre più ‘estroso’ cerca Kim che risponde coi missili

Kim non perde tempo

La notizia sembra quasi di routine, visto il copione della storia, i personaggi e gli interpreti: la Corea del Nord ieri ha sparato una salva di 10 missili balistici, partiti da un’area non molto lontana da Pyongyang. I vettori, che secondo gli specialisti di Seul appartengono al tipo “KN-25”, hanno una gittata che, nel caso specifico, è stata di 300 km. I missili, che possono essere armati con testate nucleari tattiche, sono caduti in mare, a est della penisola coreana e, come ha precisato il Ministero della Difesa di Tokio, “al di fuori della Zona economica esclusiva giapponese”. Sul minaccioso atto dimostrativo di Kim, l’altra Corea a Sud, oltre la ‘condanna’: “ha ordinato alle sue forze armate di mantenere la massima prontezza durante le esercitazioni congiunte in corso con gli Stati Uniti. Il lancio – prosegue il comunicato dell’agenzia – è avvenuto dopo che Kim Yi-Jong, sorella del leader Kim Jong-Un, ha condannato mercoledì le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, nonostante l’ordine del Presidente americano Donald Trump di ridurre sostanzialmente la partecipazione statunitense alle esercitazioni”. Ed è proprio questo il nocciolo di tutta la questione, che poi si è sviluppata, passando dalle minacce verbali alle vie di fatto, ancorché solo dimostrative. C’è un nesso che lega, abbastanza a sorpresa, un vistoso cambiamento di strategia politica da parte di Trump alle manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud. Il Presidente degli Stati Uniti ha frenato bruscamente, per quanto riguarda la sua solidarietà totale a Seul. Di più: ha addirittura ordinato la fine anticipata delle manovre militari, lanciando segnali di dialogo verso Pyongyang. E Kim, da scafato biscazziere, ha colto al volo l’opportunità. Ed è partito al contrattacco, per creare le premesse di un eventuale meeting da una posizione di forza.

Realpolitik trumpiana

Trump è ormai una specie di re Mida al rovescio: il mitico sovrano trasformava in oro tutto ciò che toccava. Lui, invece, ha il disgraziato potere di far diventare maleodorante sostanza galleggiante qualsiasi cosa tratti in politica internazionale. L’ultima riguarda proprio il rigurgito di “considerazione”, (in verità trattasi di “realpolitik” tanto al chilo) nei confronti di Kim Jong-Un, padre-padrone della Corea del Nord. L’argomento è stravecchio e ha ormai fatto la muffa, per come è trattato in tutti i think-tank che lavorano per il Dipartimento di Stato. Parliamo del “rischio atomico” rappresentato da Pyongyang che, se dovessimo stilare una scala della pericolosità, è probabilmente al primo posto nel pianeta. Per tutta una serie di motivi. La beffa della storia è che l’America si è imbarcata (e ci ha in qualche modo coinvolti) in una serie di conflitti, dall’Iraq all’Iran, con la scusa di eliminare armi di distruzione di massa sostanzialmente inesistenti. Mentre, invece, chi gioca davvero al “piccolo chimico” sulle spalle dell’umanità (come Kim) viene temuto e trattato con circospezione. Quasi col “rispetto” che nella malavita americana si porta verso i capibastone. That’s all right, boys? Secondo quello che riporta la Reuters, “il Ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back ha dichiarato in Parlamento che si ritiene che i missili balistici a corto raggio siano lanciarazzi multipli, aggiungendo che Seul li sta monitorando perché potrebbero essere potenzialmente schierati vicino al confine con il Sud. Lo stesso Ahn aveva affermato che la Corea del Nord possiede tra le 80 e le 120 testate nucleari. Le esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti – conclude la Reuters – sono state interrotte bruscamente venerdì, dopo che il Presidente Donald Trump ha ordinato una sostanziale riduzione della partecipazione statunitense e ha dichiarato di voler rilanciare il dialogo diplomatico con il leader nordcoreano Kim Jong-Un”.

Foreign policy rischiosa

La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato si prendono troppi rischi a condurre una politica estera così “creativa” (si fa per dire) in Estremo oriente, specie con un personaggio assolutamente incontrollabile come Kim Jong-Un. È l’autorevole parere del New York Times, che dedica una lunga analisi all’ennesimo salto della quaglia fatto (assai inopinatamente) da Trump, nel bel mezzo delle esercitazioni con gli alleati sudcoreani. Ma, a parte i modi (the Donald non ha mai brillato per “esprit de finesse”), la sostanza dice che la decisione arriva in un momento in cui l’universo degli alleati americani si interroga sulla reale affidabilità del “Big Bro” a stelle e strisce. E tra dazi doganali, imposti con furia iconoclasta, ritirate militari più o meno strategiche (per questioni di borsellino) e improvvisi rovesciamenti di alleanze (sempre per la foia del “business is business”), l’appeal degli Usa per molti equivale, ormai, a quello di un grizzly che non mangia da tre giorni. Aggressivi e voraci, oltre che prepotenti. Aggiungeteci anche l’inaffidabilità e abbiamo chiuso il cerchio. Dunque, scrive il Times, “la decisione del Presidente Trump di ridurre le esercitazioni militari è giunta in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno degli Stati Uniti nei confronti delle alleanze di lunga data. Per anni, gli eserciti degli Stati Uniti e della Corea del Sud hanno partecipato a una delle più grandi esercitazioni militari al mondo, con migliaia di soldati di entrambi i Paesi che si preparano a una possibile aggressione da parte della Corea del Nord. Su ordine del Presidente, il Pentagono ha ridotto le esercitazioni di quest’anno e ridimensionato alcune componenti a fuoco vivo dell’esercitazione, che erano già in corso. Secondo funzionari militari, sia in servizio che in pensione, questa mossa rischia di compromettere la prontezza operativa delle forze armate statunitensi nella regione, in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno dell’Amministrazione Trump nei confronti delle partnership di lunga data e del contrasto alla Cina”.

La Cina “coglie l’attimo”

“Grand strategy” nel senso più vero del termine, in questi frangenti, in tutto l’Estremo oriente. Con un effetto-domino della diplomazia, mentre Trump entrava in rotta di collisione con il governo della Corea del Sud, Wang Yi, il potente Ministro degli Esteri di Pechino, era in visita ufficiale a Seul. Come riporta il South China Morning Post di Hong Kong, il braccio destro di Xi Jinping “ha esortato i sudcoreani a esercitare una vera autonomia strategica e ha anche invitato Seul a sviluppare parallelamente i rapporti con Pechino e Washington, anziché schierarsi nelle rivalità tra le grandi potenze. Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese, Wang avrebbe detto al consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano Wi Sung-lac che Pechino auspicava che Seul raggiungesse l’autonomia strategica, si astenesse dal confronto con altri blocchi o dal prendere posizione e sviluppasse relazioni con le grandi potenze, come la Cina e gli Stati Uniti, senza esclusione reciproca”. Vecchia saggezza cinese: Se non puoi vincere, cerca almeno di non perdere.

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17/08/2026

“Mai parlare di Palantir”: il problema per l’Onu

Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite sta finalizzando il rinnovo quinquennale del suo contratto con la società statunitense di programmi per l’analisi dati Palantir, nonostante le “importanti preoccupazioni sulla riservatezza” sollevate da un’analisi interna del 2025 trapelata al pubblico.

L’analisi, visionata da PassBlue e FRANCE 24, rivela i timori dell’ONU riguardo al fatto di consentire a Palantir di elaborare i dati per la più grande catena di approvvigionamento umanitaria al mondo.

Il Programma Alimentare Mondiale gestisce uno delle più grandi banche dati biometriche al mondo. Il suo sistema SCOPE contiene informazioni su milioni di persone, molte delle quali beneficiarie di aiuti umanitari internazionali.

Per aiutare il Programma Alimentare Mondiale a tracciare gli aiuti umanitari e a gestire i dati della sua catena di approvvigionamento, Palantir ha sviluppato il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale (DOTS).

Fondata nel 2003, Palantir, il cui nome si ispira all’occhio onniveggente del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, è stata in parte finanziata dalla comunità dei servizi segreti statunitensi. Da allora ha sviluppato un programma di integrazione dati basato sull’Intelligenza Artificiale in grado di raccogliere, elaborare e analizzare enormi quantità di dati su governi, organizzazioni o individui, un programma ormai profondamente integrato nel Complesso Militare e di Sorveglianza statunitense.

All’interno delle Nazioni Unite, esiste una spaccatura tra coloro che si oppongono al crescente coinvolgimento di Palantir nelle sue agenzie, coloro che vogliono garantire che qualsiasi adozione di programmi basati sull’Intelligenza Artificiale sia responsabile ed etica, e coloro che, invece, prediligono soluzioni rapide e innovative, inneggiando all'“efficienza”.

Un attacco informatico subito a maggio dall’agenzia con sede a Roma ha esposto dati sensibili su migliaia di beneficiari di aiuti a Gaza, evidenziando le preoccupazioni in materia di protezione dei dati. Tuttavia, il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’attacco si è limitato alla sua applicazione di auto-registrazione per la Palestina, tramite la quale gli sfollati possono registrarsi per ricevere aiuti, ma che non ha “alcun collegamento diretto” con il programma di Palantir.

Alcuni membri del personale del Programma Alimentare Mondiale hanno espresso preoccupazione per il fatto che i dati dell’agenzia ONU sui beneficiari possano essere utilizzati per addestrare i sistemi informatici di Palantir.

Alcuni sono titubanti riguardo alla collaborazione con un’azienda le cui tecnologie sarebbero state utilizzate dalle autorità statunitensi per il controllo dell’immigrazione e dalle forze militari per operazioni letali in Medio Oriente, in particolare in Iran e a Gaza. Per citare l’amministratore delegato Alex Karp, il prodotto di Palantir “viene occasionalmente utilizzato per uccidere persone”.

Nonostante i timori, un portavoce del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato che l’agenzia intende rinnovare il contratto con Palantir.

Un nuovo rapporto delle ricercatrici indipendenti Tina Indrani Mason e Rose Worden per l’iniziativa “Tech for Bad” (Tecnologia per il Male) afferma che il Programma Alimentare Mondiale continua a “investire massicciamente” nel progetto del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale e mette in guardia contro una “violazione dei principi delle Nazioni Unite”.

Intitolato “Palantir e il Programma Alimentare Mondiale: la collaborazione scandalosa al centro della più grande catena di approvvigionamento umanitario al mondo”, il rapporto descrive la collaborazione tra le Nazioni Unite e Palantir come “un chiaro conflitto di interessi e una grave abdicazione alla responsabilità etica”.

“Gestione del rischio inadeguata”

Palantir, con sede in Florida, è specializzata nella creazione di programmi in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare modelli o connessioni che richiederebbero settimane o mesi di lavoro a un analista umano. L’azienda sottolinea tuttavia di non essere un’impresa di “estrazione di dati”.

Il rapporto di analisi interno dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del Programma Alimentare Mondiale, datato agosto 2025 e trapelato in rete, si concentra sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, evidenziando una “gestione del rischio inadeguata” e la mancanza di “linee guida e politiche appropriate” in materia di tutela dei dati nel rapporto tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir. Il problema è classificato come “priorità elevata”.

“Fin dall’inizio della collaborazione, le principali preoccupazioni in materia di riservatezza sollevate da parti interessate interne ed esterne riguardo all’utilizzo del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale non sono state affrontate in modo adeguato”, afferma il rapporto di analisi.

L’analisi è stata completata mentre il contratto pro bono originario tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir veniva silenziosamente prorogato.

“Stiamo finalizzando il rinnovo del nostro accordo quinquennale in essere. L’ambito generale e i termini del contratto rimangono gli stessi del contratto del 2019”, ha dichiarato un portavoce del Programma Alimentare Mondiale. Il rinnovo dovrebbe essere firmato ad agosto, secondo fonti del Programma Alimentare Mondiale.

Il rapporto di analisi trapelato afferma che il Programma Alimentare Mondiale “non dispone di un sistema unificato e affidabile” per la gestione dei dati, aggiungendo che “le considerazioni sulla reputazione legate alla collaborazione con Palantir hanno generato incertezza istituzionale”.

Solleva inoltre interrogativi sui potenziali costi e complicazioni derivanti dalla cessazione della collaborazione. “Al momento, non esiste una strategia di uscita chiaramente definita per il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, né chiarezza sui potenziali costi che potrebbero derivare dalla rescissione della collaborazione”, aggiunge il rapporto di analisi.

Il documento rileva che la divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale “ha valutato le opportunità di esportare e salvare i dati dal Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale in caso di cessazione della collaborazione”, ma che tale piano non è stato presentato alle principali parti interessate del Programma Alimentare Mondiale o di Palantir e che continuano a essere effettuati “ingenti investimenti” nel Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale.

Non era la prima volta che il coinvolgimento di Palantir veniva segnalato come problematico dal Programma Alimentare Mondiale; anche un’analisi del 2020, condotta dall’ufficio legale dell’agenzia, aveva sollevato delle perplessità.

Il personale all’interno dell’ufficio legale che si occupava delle verifiche di investigazione e analisi è stato sciolto nel giugno 2025 e tali valutazioni sono ora affidate al gruppo di analisi interno del Programma Alimentare Mondiale, che riferisce direttamente al capo dell’agenzia.

L’analisi trapelata ha fornito ulteriori dettagli sul contratto quinquennale originale stipulato nel 2019 con il Programma Alimentare Mondiale.

Un esperto di aiuti umanitari a conoscenza del contratto, che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni, ha dichiarato che il contratto contiene una clausola che potrebbe legalmente consentire a Palantir di “addestrare il proprio programma” sui dati delle Nazioni Unite.

“Nell’accordo di licenza d’uso era presente una clausola specifica che il Programma Alimentare Mondiale voleva inserire per impedire a Palantir di conservare i dati grezzi, ma poi c’era una frase subdola: ‘Palantir si riserva il diritto di utilizzare i dati per migliorare le prestazioni del sistema’”.

Questa clausola “potrebbe potenzialmente consentire a Palantir di utilizzare i dati per addestrare gli algoritmi”, ha osservato la fonte.

Secondo Privacy International, una ONG con sede nel Regno Unito, la formulazione sembra simile a quella di altri contratti di licenza d’uso stipulati da Palantir, tra cui la collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale britannico.

Privacy International ha esaminato i dettagli dell’accordo di licenza stipulato nel 2019 tra Palantir e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che includeva la seguente clausola:

“10. Dati di utilizzo. Palantir può raccogliere dati analitici, statistici, metriche o altri dati di utilizzo relativi all’uso dei Prodotti da parte del Cliente (1) al fine di fornire i Prodotti al Cliente; (2) per scopi statistici (a condizione che tali dati non consentano l’identificazione personale); o (3) per monitorare, analizzare, mantenere e migliorare i Prodotti”.

Il modello affaristico di Palantir si differenzia da quello delle aziende di Intelligenza Artificiale per il mercato di massa in quanto vende “programmi aziendali”, ovvero tecnologie progettate per aiutare le organizzazioni a gestire i dati.

Il sito web dell’azienda afferma che i dati dei clienti non vengono utilizzati per addestrare i suoi modelli, a meno che non vengano esplicitamente richiesti, e che i servizi ospitati da terze parti non hanno accesso alle informazioni dei clienti per utilizzarle nell’addestramento.

“Palantir non utilizza, conserva o vende i dati dei clienti per scopi propri”, ha dichiarato un portavoce. “Non utilizziamo i dati dei clienti per addestrare i modelli”.

Tuttavia, se un contratto contiene un Accordo di Licenza d’Uso che concede a Palantir il diritto di utilizzare i dati dei clienti per “migliorare le prestazioni”, l’azienda potrebbe potenzialmente utilizzare tali informazioni per addestrare o migliorare i propri sistemi di Intelligenza Artificiale.

“I fornitori di programma hanno sempre desiderato i dati di utilizzo per migliorare le prestazioni”, il che li aiuta a identificare le funzionalità più richieste, i picchi di utilizzo e i malfunzionamenti delle applicazioni. “Pertanto, richiedono regolarmente questo diritto nei loro contratti”, ha affermato Chris Wlach, avvocato specializzato in tecnologia con sede a New York.

“Oggi, però, i dati possono anche contribuire all’addestramento di algoritmi e modelli di Intelligenza Artificiale. Pertanto, gli utenti devono approcciarsi a queste clausole con maggiore cautela. Devono chiedersi: “Cosa sono esattamente i miei ‘dati di utilizzo’ e come vengono utilizzati esattamente?”.

L’ex dipendente di Palantir, Juan Sebastian Pinto, ha spiegato come l’azienda potrebbe utilizzare indirettamente i dati dei clienti.

“Sebbene Palantir non addestri i propri sistemi con i dati dei clienti, può sviluppare casi d’uso/applicazioni con tali dati e venderli a un altro cliente, potenzialmente in una configurazione a duplice uso (a fini strumentali)”, ha affermato in un messaggio a Signal.

Questo potrebbe rappresentare un problema per le Nazioni Unite.

“I dati a cui il Programma Alimentare Mondiale e altre agenzie umanitarie hanno accesso su alcune delle persone più vulnerabili al mondo forniscono un insieme di dati di addestramento altrimenti non disponibile per comprendere come le popolazioni civili si muovono fisicamente durante i conflitti, cercano cibo, acqua e riparo, e offrono spunti sulla loro mortalità e morbilità”, ha affermato Nathaniel Raymond, direttore esecutivo del Laboratorio di Ricerca Umanitaria presso la Facoltà di Sanità Pubblica di Yale.

Nelle mani sbagliate, tali informazioni potrebbero essere letali.

“Le agenzie umanitarie sono di fatto custodi delle informazioni che consentono l’identificazione personale e demografica dei principali obiettivi di molteplici eserciti e servizi segreti globali”, ha affermato Raymond.

Il rapporto Tech for Bad (Tecnologia per il Male) si spinge ancora oltre: “Quando la fame viene sempre più sfruttata come arma di guerra, il Programma Alimentare Mondiale deve rivalutare se l’integrazione del programma di un appaltatore militare statunitense e alleato complice nel proprio ecosistema di dati, relativi all’approvvigionamento alimentare, lo comprometta”.

Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di “svolgere un’approfondita procedura di investigazione e analisi per garantire che tutti i servizi o le capacità forniti siano conformi alle rigorose esigenze del Programma Alimentare Mondiale in materia di gestione dei dati, tutela e sicurezza”.

“Il Programma Alimentare Mondiale elabora e controlla tutti i propri dati e ha integrato rigorose misure di sicurezza in tutti i suoi contratti tecnologici”, ha aggiunto.

La collaborazione di Palantir con il Programma Alimentare Mondiale è iniziata con un progetto pilota nel 2017, ma è stata formalizzata nel 2019. I dettagli della collaborazione non sono ampiamente noti al pubblico e i responsabili della comunicazione dell’agenzia hanno affermato di essere stati scoraggiati dal parlarne apertamente, a causa dei potenziali rischi per la reputazione.

Una questione spinosa

Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato per la prima volta la sua collaborazione con Palantir il 5 febbraio 2019. Tuttavia, l’agenzia stava lavorando a un progetto pilota con l’azienda dal 2017, all’incirca nello stesso periodo in cui David Beasley, un importante politico statunitense e ammiratore di Trump, ha assunto la guida del Programma Alimentare Mondiale.

Palantir ha confermato la sua collaborazione con il Programma Alimentare Mondiale dal 2017.

Enrica Porcari, all’epoca responsabile informatica e direttrice tecnologica del Programma Alimentare Mondiale, ha affermato che, sebbene il sistema Palantir avesse accesso ai registri delle distribuzioni di aiuti umanitari, non conteneva dati personali identificativi dei beneficiari.

Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, Palantir ha cercato con insistenza di ottenere l’accesso al sistema di gestione, tracciamento e identificazione dei beneficiari SCOPE, ma un piccolo gruppo di dipendenti del Programma Alimentare Mondiale ha negoziato un accordo in base al quale i dati biometrici sarebbero stati protetti.

Ciononostante, la Mezzaluna Rossa Siriana si è ritirata da SCOPE nel 2019, temendo che i suoi dati venissero condivisi con il colosso statunitense dei programmi.

I dettagli sulla collaborazione tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir non sono ampiamente divulgati. Un alto funzionario del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di aver firmato un accordo di riservatezza.

“C’è stata una scelta deliberata, una regola non scritta di non comunicare su Palantir”, secondo Pedro Garbellini, ex responsabile della comunicazione della divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale. “Nessuno voleva occuparsene a causa dei rischi per la reputazione”.

Garbellini, che ha lavorato per il Programma Alimentare Mondiale da settembre 2021 a dicembre 2025, ha affermato che nel 2024 ci fu una disputa tra i gruppo di comunicazione delle divisioni tecnologia e collaborazione su chi dovesse occuparsi delle questioni relative a Palantir.

C’era una regola non scritta: “Mai parlare di Palantir”.

L’argomento era una “questione spinosa”, ha detto Garbellini.

“Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”

Ad aprile Palantir ha pubblicato sui social media un manifesto che esaltava le virtù del potere statunitense e lanciava un appello alle armi per l’Occidente in un’era di competizione geopolitica guidata dall’Intelligenza Artificiale. I critici lo hanno descritto come una visione “inquietante” che “sostiene la sorveglianza statale dei cittadini tramite l’Intelligenza Artificiale”.

Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e un liberista diventato finanziatore di Trump, ha dichiarato esplicitamente: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”.

L’amministratore delegato Karp ha notoriamente definito Palantir “completamente anti-woke” e ha auspicato che coloro che sottovalutano l’azienda vengano cosparsi di “urina con fentanil”.

Durante una riunione dipartimentale presso la sede del Programma Alimentare Mondiale a Roma nell’aprile del 2026, un dipendente che aveva letto il manifesto ha posto una domanda cruciale: “Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”.

La domanda è stata accolta da un applauso da parte del personale delle Nazioni Unite.

Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, la stessa domanda era stata posta anche al direttore ad interim dell’agenzia durante una cena alla fine di gennaio.

Un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite, Andrew Gilmour, ha consegnato al direttore ad interim del Programma Alimentare Mondiale, Carl Skau, una lettera firmata da membri del personale delle Nazioni Unite di diversi dipartimenti, in cui si chiedeva al Programma Alimentare Mondiale di interrompere i rapporti con Palantir.

La lettera affermava, in parte, che il personale era preoccupato che il Programma Alimentare Mondiale “potesse essere in contraddizione con i suoi obblighi fondamentali di diligenza in materia di diritti umani” a causa del suo rapporto con Palantir. Secondo una fonte, Skau ha riconosciuto che il rapporto era problematico, ma ha affermato che sarebbe stato difficile per il Programma Alimentare Mondiale uscirne.

I sistemi del Programma Alimentare Mondiale, ha spiegato, erano ormai così intrecciati con Palantir che sarebbe stato costoso e arduo spostare la logistica della catena di approvvigionamento su un’altra piattaforma. Inoltre, ha aggiunto, Palantir aveva aiutato il Programma Alimentare Mondiale a risparmiare denaro e a migliorare la sua efficienza.

Skau non ha risposto alle domande in merito allo scambio di messaggi. Palantir ha rifiutato di rilasciare interviste, ma ha dichiarato in una e-mail di essere “orgogliosa di collaborare con il Programma Alimentare Mondiale”.

“Timori sui finanziamenti”

Il rinnovo del contratto arriva mentre l’amministrazione Trump spinge un candidato MAGA, Luke Lindberg, come nuovo direttore generale del Programma Alimentare Mondiale. Lindberg è un alto funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, che ad aprile ha firmato un accordo da 300 milioni di dollari (259,5 milioni di euro) con Palantir.

Secondo una fonte ONU ben informata, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres avrebbe “rallentato” il processo di approvazione di Lindberg, e non è chiaro se il nuovo direttore del Programma Alimentare Mondiale verrà nominato prima della fine del suo mandato. Il Programma Alimentare Mondiale è solitamente guidato da un americano.

Mentre gli Stati Uniti minacciano di ritirare ulteriori finanziamenti alle Nazioni Unite, alcuni alti funzionari del Programma Alimentare Mondiale ritengono che la fine della collaborazione con Palantir potrebbe provocare ulteriori ritorsioni da parte dell’amministrazione Trump, secondo fonti interne alle Nazioni Unite che hanno parlato a condizione di anonimato perché non autorizzate a discutere pubblicamente la questione.

Una riduzione del 34% dei finanziamenti al Programma Alimentare Mondiale da parte dei principali donatori nel 2025, in particolare dagli Stati Uniti, il maggiore contributore dell’agenzia, ha innescato licenziamenti di massa e una ristrutturazione, con piani per tagliare quasi un terzo della forza lavoro globale entro quest’anno.

Sebbene il contratto da 45 milioni di dollari (38,9 milioni di euro) che il Programma Alimentare Mondiale ha firmato con Palantir nel 2019 sia pro bono, consentendo a Palantir di ottenere una detrazione fiscale per l’intero valore contabile, “è anche un contratto vincolato al fornitore”, ha spiegato un dipendente del Programma Alimentare Mondiale a condizione di anonimato.

Questo tipo di accordo può rendere un cliente dipendente da un unico fornitore per prodotti o servizi, rendendo costoso, tecnicamente difficile e legalmente oneroso rescinderlo.

Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di non essere vincolato ad alcun fornitore di tecnologia.

Il dipendente ha affermato che una valutazione del Programma Alimentare Mondiale ha stimato che lo sviluppo interno di un sistema simile costerebbe circa 20 milioni di dollari (17,3 milioni di euro).

Ma questo potrebbe rivelarsi più economico a lungo termine rispetto all’attuale collaborazione con Palantir, ha concluso la fonte. Ad esempio, i consulenti del Programma Alimentare Mondiale formati all’utilizzo dei sistemi di Palantir applicano tariffe molto più elevate. Inoltre, Palantir potrebbe iniziare a richiedere il pagamento per l’utilizzo dei suoi programmi in qualsiasi momento.

Il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’utilizzo del programma pro bono comporta comunque il pagamento di infrastrutture informatiche esterne di terze parti, locazione e supporto aggiuntivo. Il sito web delle Nazioni Unite dedicato agli appalti mostra pagamenti a Palantir per un totale di oltre 10,5 milioni di dollari (9,1 milioni di euro) dal 2017 al 2024.

Un dipendente con una profonda conoscenza della tecnologia del Programma Alimentare Mondiale ha definito il programma di Palantir “mediocre”.

“Non offre nulla di nuovo rispetto a ciò che è già disponibile su internet”, ha spiegato. “È come se avessero semplicemente ritoccato un prodotto già esistente”.

Un altro ex membro del personale del Programma Alimentare Mondiale, che ha utilizzato ampiamente il programma di Palantir, ha affermato che circa il 98% delle operazioni del Programma Alimentare Mondiale utilizza il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, il sistema progettato da Palantir per connettere i dati tra i numerosi sistemi frammentati dell’organizzazione.

Lo hanno descritto come “il miglior strumento del settore”, aggiungendo: “Niente si avvicina minimamente. Chiunque può accedervi, è possibile creare e importare le proprie raccolte di dati, sviluppare i propri strumenti e raggiungere un’efficienza elevatissima a tutti i livelli. Se si lavora in autonomia, la supervisione è minima”.

Ha aggiunto che la piattaforma migliora significativamente l’efficienza e può essere utilizzata, ad esempio, per ottimizzare l’intera catena di approvvigionamento.

Secondo un membro del personale, la rimozione di Palantir “farebbe collassare” la catena di approvvigionamento del Programma Alimentare Mondiale.

“Resa dei conti globale”

Con la crescente influenza di Palantir a livello mondiale, cresce anche la resistenza globale nei suoi confronti.

Un movimento internazionale di base, chiamato Purge Palantir, è riuscito a convincere diverse entità, tra cui il sistema ospedaliero pubblico di New York, a interrompere le collaborazione con Palantir.

Il Servizio Sanitario Nazionale britannico sarebbe stato avvertito di prepararsi a un’eventuale interruzione dei rapporti con l’azienda, a seguito delle pressioni esercitate da alcuni membri del Parlamento. A maggio, il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha ammesso che alcuni dipendenti di Palantir potevano accedere a dati identificativi dei pazienti, nonostante le precedenti dichiarazioni contrarie.

Nel frattempo, un accordo tra l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito e Palantir ha suscitato timori che le informazioni finanziarie dei cittadini britannici possano essere condivise con l’amministrazione Trump, dato che la legge statunitense consente al governo di accedere ai dati delle aziende statunitensi tramite un mandato FISA, un’autorizzazione segreta emessa da un tribunale speciale degli Stati Uniti.

L’agenzia di spionaggio interna francese, la DGSI, ha deciso a giugno di interrompere la collaborazione con Palantir e di optare per un concorrente nazionale per motivi di sicurezza nazionale, così come ha fatto il servizio di sicurezza interno tedesco.

L’ambasciatrice francese per gli affari digitali e l’Intelligenza Artificiale, Clara Chappaz, ha dichiarato che “la decisione della DGSI di interrompere la collaborazione con Palantir è stata presa, in parte, per preoccupazioni relative alla sovranità dei dati e alla resilienza digitale”.

Viste le crescenti critiche a livello globale, molti dipendenti si chiedono perché le Nazioni Unite continuino a collaborare con il controverso colosso dei programmi per la gestione dei dati al fine di fornire aiuti alle persone più vulnerabili del mondo.

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11/08/2026

L’impatto economico e sociale delle 176 “misure trasformative” appena approvate da Cuba

Modello economico “di mercato”, architettura di governo basata sul decentramento e l’autonomia municipale, creazione di istituzioni finanziarie private, investimenti diretti esteri, possibilità di una gestione privata nel campo del turismo e del patrimonio culturale, produzione privata di farmaci anche solo ipotizzata. Dove sta andando L’Avana, stremata anche dalla stretta statunitense? 

In un contesto segnato da una crisi sociale profonda e trasversale, Cuba ha approvato un pacchetto di 176 “misure trasformative” di forte impatto economico e sociale: è un momento che non è esagerato definire “rivoluzionario” in quanto prefigura l’abbandono definitivo del modello “sovietico” di organizzazione dell’economia e dell’architettura di governo ed il passaggio a un modello economico “di mercato” e a una architettura di governo basata sul decentramento e l’autonomia municipale. Il tutto collocato all’interno di un sistema politico che invece non cambia e resta dunque a guida unica del Partito comunista cubano.

Tra queste 176 misure, 120 rientrano in una prima fase di attuazione immediata, costruita attorno a tre assi principali: decentralizzazione, attrazione degli investimenti esteri e parziale liberalizzazione di settori che, fino a oggi, sono stati gestiti esclusivamente o prevalentemente dallo Stato.

Le misure annunciate toccano quasi ogni ambito della vita quotidiana, dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione. Sul piano pratico l’elemento che appare più chiaro e trasversale è la maggiore autonomia e l’allargamento degli ambiti di azione per le imprese statali, per il settore privato e per le entità miste con capitale straniero. Un processo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe andare di pari passo con un decentramento più marcato dei processi decisionali.

La decentralizzazione, in realtà, non rappresenta una novità assoluta. Da anni Cuba sperimenta forme di gestione locale nei municipi, anche grazie ad alcune esperienze sostenute dalla cooperazione internazionale. I risultati, tuttavia, sono rimasti limitati e difficilmente possono essere indicati come modelli di riferimento consolidati. In questo scenario rilanciare il ruolo dei governi e degli enti locali nella costruzione di un modello di sviluppo sostenibile, inclusivo e radicato nei territori sembra comunque un passo nella direzione giusta.

Tra i temi che hanno attirato maggiore attenzione, anche sulla stampa nazionale e internazionale, c’è la transizione energetica. In una fase di transizione “forzata” per le note ragioni di emergenza, le nuove misure sembrano voler dare indicazioni di continuità e di una visione strutturale, prevedendo incentivi all’uso delle rinnovabili e aprendo, almeno in parte, a una partecipazione del settore privato nel Sistema elettrico nazionale. La possibilità di commercializzare l’energia pulita generata in eccedenza, gestire spazi di ricarica e sviluppare parchi o comunità energetiche potrebbe rappresentare una delle opportunità più significative del nuovo pacchetto.

Un’altra novità di rilievo riguarda la creazione di istituzioni finanziarie private, un fatto inedito a Cuba dal 1959. Il processo sarà sottoposto alla supervisione della Banca centrale di Cuba e potrebbe includere sia banche private sia istituzioni private dedicate al microcredito. Su questo punto, tuttavia, restano ancora molte incertezze.

Si apre inoltre un nuovo capitolo per gli investimenti diretti esteri. Il messaggio è rivolto da un lato alla diaspora cubana, dall’altro alle imprese straniere chiamate a individuare nell’isola un possibile spazio di opportunità. Contratti più flessibili, diritti di superficie pluridecennali e procedure meno rigide ampliano una politica già avviata negli ultimi anni. Tra gli elementi più rilevanti c’è la possibilità, per imprese o enti stranieri, di assumere direttamente personale cubano senza passare attraverso l’intermediazione delle istituzioni o di agenzie statali.

Nel campo del turismo e del patrimonio culturale le misure prevedono, tra l’altro, l’apertura agli investimenti stranieri in aree patrimoniali (incluso di tipo naturalistico) e la possibilità di una gestione privata di questi spazi. È uno dei passaggi più controversi: beni comuni finora sottoposti a un forte controllo statale potrebbero essere esposti a dinamiche di mercato potenzialmente rischiose.

Anche il settore agroalimentare è al centro del pacchetto. Le politiche di recupero produttivo, tra cui l’estensione dell’usufrutto delle terre fino a 50 anni, promettono maggiore flessibilità e nuovi incentivi. La possibilità per i produttori di importazione diretta e di detenere conti in valuta estera potrebbero contribuire a trasformare un sistema ancora fortemente dipendente dall’esterno, in cui oltre il 70% degli alimenti proviene da altri Paesi.

Il governo proseguirà inoltre con l’adeguamento del sistema tributario attraverso una ridefinizione delle imposte e, con l’impulso alla cosiddetta “digitalizzazione”, presterà particolare attenzione all’intelligenza artificiale e all’“economia della conoscenza”.

Non mancano, evidentemente, elementi di forte preoccupazione che dovranno essere al centro dello scrutinio e del lavoro di una buona parte della società civile cubana e internazionale impegnata a Cuba.

La riduzione dei sussidi, che secondo il governo saranno impiegati sulle persone considerate più vulnerabili, solleva interrogativi in un Paese profondamente deteriorato, con una popolazione molto anziana e in condizioni di partenza particolarmente fragili per donne, persone nere, giovani e comunità che vivono in territori lontani dai centri urbani.

A questo si aggiunge l’indebolimento delle reti comunitarie e della società civile, oggi con capacità e spazi limitati per offrire sostegno, rivendicare diritti, incidere sulle politiche pubbliche e monitorarne l’attuazione. Vale la pena sottolineare, infatti, che nel “rivoluzionario pacchetto” di cui stiamo parlando non si tocca in alcun modo, per esempio, il tema di possibili riforme o di nuove e diverse forme di associazione e organizzazione da parte di cittadini e società civile.

Tra i rischi più evidenti c’è l’inflazione che da anni colpisce i beni di prima necessità e potrebbe aggravarsi ulteriormente. In un Paese in cui, secondo stime non ufficiali, circa il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, ridurre i divari sociali appare una sfida sempre più complessa.

La disuguaglianza non è più un concetto estraneo alla quotidianità cubana. Non riguarda soltanto l’accesso al capitale finanziario o ai beni essenziali ma attraversa ormai aspetti decisivi della vita: energia, trasporti, cura, salari in moneta nazionale invece che in dollari o euro, fino all’istruzione e alla sanità. Questi ultimi due settori restano formalmente prioritari per lo Stato ma negli anni hanno visto diminuire la propria efficacia.

In questo quadro si inserisce anche la recente possibilità di commercializzare farmaci attraverso farmacie private, in un settore dove esistevano già reti illegali. La misura suscita timori perché i prezzi sono già proibitivi per gran parte della popolazione cubana che rischia quindi di restare esclusa dall’accesso ai medicinali. Si parla persino di produzione privata di farmaci, un’ipotesi che aprirebbe una fase del tutto nuova per il sistema sanitario.

Anche la decentralizzazione, pur presentata come leva di cambiamento, potrebbe scontrarsi con strutture burocratiche tradizionali. Le trasformazioni annunciate sono profonde e rapide, ma arrivano in un Paese segnato dalla migrazione, in particolare di personale qualificato, e da una carenza di risorse umane adeguatamente formate.

A pesare è anche la continuità di un modello di sviluppo che resta fortemente dipendente dal capitale straniero. Per questo, almeno nel breve e medio periodo, è difficile immaginare cambiamenti strutturali immediati.

Accanto al rischio di una maggiore segmentazione sociale sarà necessario affrontare anche quello di un aumento delle disuguaglianze territoriali. I municipi capaci di attrarre investimenti esteri o di attivare relazioni con la diaspora potrebbero avanzare più rapidamente, mentre le zone rurali e le comunità meno connesse rischiano di restare ancora più indietro.

In questo scenario, la strada più praticabile sembra restare quella di agire là dove le condizioni e le capacità esistenti permettano di costruire alleanze tra organizzazioni, istituzioni e reti territoriali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di generare soluzioni collettive sostenibili senza perdere di vista le opportunità di sviluppo delle persone e delle comunità più vulnerabili.

Dal nuovo pacchetto di misure potrebbe emergere anche una maggiore attenzione allo sviluppo sostenibile: dalle energie rinnovabili all’agricoltura sostenibile, dal recupero del patrimonio alla costruzione di alleanze pubblico-private, fino alla digitalizzazione. Sono ambiti che dialogano con alcune delle principali agende internazionali della cooperazione. Ma perché queste opportunità possano tradursi in percorsi realmente inclusivi sarà indispensabile rafforzare la società civile, la sua capacità di organizzazione e la sua consapevolezza socio-politica.

Cuba si trova ancora una volta davanti a un passaggio decisivo, forse uno dei più complessi della sua storia recente.

Fonte 

07/08/2026

Tre ricordi diversi per Francesco Guccini

Ieri ci ha lasciato, all’età di 86 anni, Francesco Guccini. Musicista e scrittore, Guccini è stato uno dei massimi esponenti del cantautorato “impegnato” e politico italiano.
Di seguito proponiamo tre brevi scritti di compagni, che ne hanno voluto tracciare un ricordo ciascuno a modo proprio.

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Ci lascia Francesco Guccini. Comunque la si pensi muore un poeta

Se ne va Francesco Guccini. Che piaccia o no uno dei cantautori più significativi di quell’epoca rivoluzionaria che attraversò gli anni che andarono dai ’60 agli ’80 del Novecento.

Anni segnati da un percorso culturale e ideologico che nelle sue molteplici declinazioni affondava le proprie radici nel marxismo o anche nel pensiero anarchico più originale e genuino.

Fu poeta e musicista. Cantore di una generazione, dei suoi sogni e delle sue disillusioni. Chi di noi non ha cantato almeno una volta e non si è commosso alle parole di “La locomotiva” “Auschwitz” “Un vecchio e un bambino” “Canzone per un’amica” “Cyrano” “Don Chisciotte” “L’avvelenata” “Via Paolo Fabbri 43” “Stagioni” “Canzone per il Che”?

So già che in tanti saranno pronti a giudicare da moralisti duri e puri. A dire che era un anticomunista. Un anarchico. Che non lo hanno mai amato perché non è mai stato un vero compagno.

Che è stato un opportunista. Un artista ambiguo (cosa che tra l’altro lui stesso riconosceva: basterebbe ascoltare “L’avvelenata”). Addirittura un artistucolo, come ho sentito definire persino Ken Loach perché trotzkista (certa gente dovrebbe imparare a tacere).

Di sicuro comunque, negli ultimi anni, Francesco aveva addirittura rinnegato alcuni brani, affermando di averne scritto i versi sotto i fumi dell’alcool e di non essere mai stato comunista.

Invecchiare non è facile. Invecchiare rimanendo coerenti poi, soprattutto in quest’epoca lugubre di trasformismi, abiure, fascismi variamente coniugati e dominio neoliberista, lo è ancor meno.

Ma l’unica cosa che non si può fare è trasformare la giusta appartenenza ideologica in un giudizio critico a priori (cazzo Kant) quando non di condanna intellettuale senza costrutto. Ciò rappresenta una torsione antidialettica che poco ha a che fare proprio col marxismo e con l’essenza di quel pensiero.

Che non è e non ha mai voluto essere un dogma, un breviario, un pretesco atteggiamento morale cui la realtà dovrebbe conformarsi. Bensì una lente grazie alla quale guardare con occhi lucidi e dubitativi la realtà.

E la realtà ci dice che Guccini è stato uno straordinario cantore di un’epoca. Un poeta e un musicista. E se non si riconosce questo, beh ci meritiamo Ultimo, Fedez e Achille Lauro.

Guccini può non piacere, certo. E si ha anche la libertà di disprezzarne l’arte. Ma bisognerebbe motivarne la critica. Non farlo sulla base esclusiva della propria ideologia. Non facendosi condizionare unicamente e semplicisticamente dall’uomo e dalle sue contraddizioni politiche.

Io per esempio ascolto e amo da impazzire quel fascista di Franco Califano. Conosco a memoria il “fascistissimo” Battisti. Leggo – e ne godo – quei nazisti di Celine e Pound. Guardo con immenso piacere i film del repubblicano Eastwood. E potrei continuare...

Se viceversa lo si fa (come fa anche il sottoscritto con tanti artisti) bisogna spiegarne e articolarne le coordinate critiche.

Altrimenti si taccia. Perché a bruciare libri e censurare gli artisti “a priori” ci hanno già pensato i nazisti. E oggi Picierno, Calenda, russofobi e sionisti di varia natura.

Da parte mia dunque dico grazie Francesco. Grazie per quanto hai scritto e per le emozioni che mi hai fatto vivere. Che la terra ti sia lieve...

Vincenzo Morvillo 

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Guccini: credo sia più un effetto Vintage!

Come quelli della mia generazione (una parte ovviamente...) seguivo Guccini.

Non ero “perdutamente innamorato” delle sue liriche perché percepivo un intimismo che travalicava la “dichiarazione diretta”.

Certo “La Locomotiva” non lasciava spazio a fraintendimenti ma quel treno piaceva “sognarlo” e non vederlo sferragliare sui binari per davvero.

Volendo usare una metafora quando infatti ne è stata annunciata “la partenza”, gran parte dei viaggiatori, ed anche qualche conduttore, si sono precipitati a scendere dai vagoni.

Ovviamente Guccini era un poeta e gli va dato atto della sua autentica vena artistica che coinvolgeva oltremisura.

Ma il tempo scorre e come tutti i dispositivi, immateriali e non, è un meccanismo impersonale che va al di là dei Guccini o di chiunque di noi.

Tale dinamica, lentamente e poi sempre più nettamente, ha trasformato Guccini. L’uomo e la sua musica sono cambiati e si è affermato un atteggiamento compatibilista e di negazione/derisione perfino di alcuni suoi brani iconici.

Insomma – volendo citare Venditti di “Compagno di scuola” – anche Francesco... è entrato in banca!

Per carità nulla di irreparabile o di tragico... anzi una storia comune di questi decenni di “pensiero debole”.

Oggi – anche io – ritorno indietro nel tempo e rivedo Guccini nei cortei dell’epoca, nelle temperie di quel periodo o nelle inesistenti “Osterie di fuori porta” divenute oramai, tutte gourmet...

Penso che quelli che rimpiangono Guccini... in definitiva rimpiangono la loro passata giovinezza ed un sogno rivoluzionario “passato di moda”.

Purtroppo oggi è tutto tremendamente più complicato e controcorrente... quella “Locomotiva” ora sarebbe stata fermata dall’ Intelligenza Artificiale...

Comunque a Guccini preferivo Demetrio Stratos... e la sua “musica sporca e cattiva”.

Michele Franco

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Guccini e il guccinismo

Il Guccini, e il guccinismo, cui abbiamo voluto bene sta tutto quanto nei primi otto album. Soprattutto “Radici” del 1972, che resta il suo capolavoro.

Lui stesso ne scrisse a proposito di Piccola Città: «Quest’ immagine viene direttamente da una frase di Husserl. Il tutto infinito scorre infinitamente in una direzione, quale sia noi non possiamo saperlo».

Nel 1960 si sposta con la famiglia a Bologna dove a partire dal 1965 inizia a insegnare, pur non essendo ancora laureato, lingua italiana all’Università Americana.

Lì conosce Deborah Kooperman che lo introduce alla tecnica chitarristica del fingerpicking e il banjo (ha collaborato con Francesco fino al 1980, ma anche nei primi dischi di Lolli).

Lui appassionato della cultura beat adesso viene a conoscenza di Pete Seeger, Woody Guthrie, Cisco Houston, di cui Deborah era praticamente amica di famiglia. Così tra il '67 e il '70 incide tre album bellissimi.

Ma è con “Radici” che avviene il vero salto artistico e qualitativo. Un album che ha avuto un parto lungo, durato almeno due anni, e che riprende molti temi sessantotteschi in chiave anche esistenziale.

Incontro ne resta il mio brano preferito. Ovviamente per motivi anagrafici gli ho sempre preferito “Via Paolo Fabbri 43” che ho suonato/ pensato/cantato/raccontato tantissimo.

Lo comprai quando uscì nel 1976 e l’ho usato nelle feste che facevamo in casa mescolandolo con sonorità più dure. “Piccola storia ignobile” per esempio ne parlavo con le ragazzine che frequentavo...

Tutti dischi che poi regalai a un mio amico più giovane perché non li ascoltavo più alla fine degli anni '80. Successivamente li ho ricomprati tutti da capo.

Guccini poi è diventato intellettuale e scrittore di successo, che piaceva un po’ a tutti. Debbo dire che ha anche scritto ancora qualche buona canzone. “L’ultima Thule” era un buon disco, ma non vale “Il Grande Freddo” di Claudio Lolli, che ha mantenuto una coerenza artistica diversa.

Alla fine vorrei ricordare un episodio che ha raccontato Vincenzo Miliucci in una trasmissione radiofonica su Radio Onda Rossa di qualche anno fa.

Quando furono arrestati Daniele Pifano e altri, accusati del trasporto di missili palestinesi ad Ortona, Guccini si precipitò immediatamente in Abruzzo dove diede sostegno al presidio solidale in tribunale, bivaccando con i compagni nel sacco a pelo.

In vecchiaia si è avvicinato a posizioni politiche prodiane e poi piddiste che ho fatto fatica a perdonare.

Gigi Pop

Fonte

06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

Fonte