Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/10/2026

Serbia, la partita è ancora tutta da giocare

L’affermazione della “Lista Studentesca” in Serbia è presentata in Occidente come una propria vittoria, ma la situazione è più complessa e incerta e la vera partita, in effetti, deve essere ancora giocata.

Da un lato, è vero che i rappresentanti politici serbi filo-occidentali hanno generalmente appoggiato la “Lista Studentesca” (ma non tutti: la peggiore lista atlantista “Serbia Europea” di Tepić e Ponoš ne è rimasta fuori) e cercano in tutti modi di strumentalizzarla, così come è vero che alcuni esponenti (ma quanto rappresentativi?) del movimento studentesco hanno prestato squallide corvée come quella di recarsi in bicicletta a Strasburgo nella primavera 2025.

Dall’altro lato va però ricordato che nelle manifestazioni dell’opposizione degli ultimi due anni le bandiere della UE sono state tenute alla larga, anche in modo brusco, e non si è sentito alcuno slogan filo-occidentale o anti-russo.

Molte manifestazioni hanno riguardato anche l’opposizione al progetto edilizio dei Trump sull’edificio dell’ex Quartier Generale e l’opposizione alle concessioni agli anglo-australiani per l’estrazione del litio dalla Valle dello Jadar. I “plenum” studenteschi hanno preso formalmente le distanze, in varie occasioni, dai partitini politici filo-occidentali ed il programma elettorale che hanno formulato contiene alcuni punti significativi di politica estera ( https://studenti.org.rs/program/spoljni_poslovi/ ):
  • “manterremo la neutralità militare quale impegno strategico della Serbia”;
  • “lotteremo per la preservazione del Kosovo e Metohija come parte della Serbia, in conformità con la Costituzione della Repubblica di Serbia e la Risoluzione 1244”;
  • “tuteleremo la posizione costituzionale e le competenze consolidate della Republika Srpska” di Bosnia;
  • “preserveremo la tradizionale partnership con la Federazione Russa (…) La Repubblica di Serbia manterrà la sua posizione di principio di non introdurre misure restrittive nei confronti della Federazione Russa”.
Fin qui sembrerebbe una fotocopia dal programma di Vučić e alleati... ma c’è un punto in più che lo distingue nettamente, in positivo:
“il nostro popolo sa benissimo cosa significhi essere vittima di genocidio e pulizia etnica, ed è per questo che ci opporremo a qualsiasi forma di oppressione dei deboli da parte dei forti. Di conseguenza, non saremo complici del tentativo sistematico di distruggere il popolo palestinese perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza e intensificheremo l’invio di aiuti umanitari in Palestina per salvare vite umane e ridurre il numero delle vittime.”
D’altronde, tutte queste sono solo dichiarazioni di principio, alle quali dovranno seguire i fatti: e con il fiato sul collo della U.E. e della N.A.T.O. non è detto che i fatti seguiranno.

L’unico aspetto veramente unificante e caratterizzante delle variegate forze e individui che hanno appoggiato la “Lista studentesca” è stata la demonizzazione di Vučić. Adesso sono da aspettarsi crescenti contrasti interni alla nuova maggioranza, tant’è vero che qualcuno già allude a nuove elezioni anticipate.

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26/10/2026

L’arrivo dei corti hitchcockiani nella tv italiana: l’inquietudine del quotidiano nella sfera domestica

di Gioacchino Toni

A partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, gli schermi televisivi statunitensi hanno mandato in onda oltre 400 “corti”, di qualità variabile, riconducibili al “marchio Hitchcock”, una ventina dei quali girati dal regista inglese e un’ottantina realizzati dopo la sua scomparsa. Di tale corpus fanno parte tre serie: una prima, intitolata Alfred Hitchcock Presents, composta da 7 stagioni con 268 puntate di una ventina di minuti in bianco e nero (CBS e NBC 1955-1961), una seconda, intitolata The Alfred Hitchcock Hour (1962-1964), di 3 stagioni con 92 episodi di un’ora e una terza, che riprende il titolo originale Alfred Hitchcock Presents (NBC e USA Network 1985-1989), di 80 episodi di una ventina di minuti, comprendente 4 remake, realizzata e mandata in onda dopo la scomparsa del regista.

Come sottolineano Beatrice Balsamo e Giorgio Simonelli in Brividi sul divano. I telefilm di Alfred Hitchcock (Marietti 1820, 2019), questi corti arrivano sul piccolo schermo negli Stati Uniti in un periodo in cui il cinema inizia a dover fare i conti con l’espansione del medium televisivo. Mentre diverse majors tentano di arginare l’erosione di pubblico determinata dalla tv aumentando la spettacolarità dei loro prodotti, ricorrendo ad esempio al cinemascope, così da valorizzare la visione in sala, o introducendo contenuti più espliciti rispetto a quelli consentiti alla fruizione televisiva per famiglie, la MCA gioca invece la carta della collaborazione tra i due media ricorrendo alla figura di Hitchcock.

Gli episodi vengono prodotti secondo rigidi schemi produttivi: una “catena di montaggio” che prevede due giorni di prova e tre di ripresa, con il regista inglese che, nelle pause di lavorazione dei suoi film, si reca negli studi della Universal per registrare i suoi celebri prologhi ed epiloghi al ritmo di una dozzina per volta. Indubbiamente i corti si rivelano una macchina redditizia per l’emittente e per lo stesso Hitchcock, visto che la loro messa in onda, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, contribuisce ad accrescerne la popolarità rafforzandone la forza contrattuale nei confronti dei produttori dei film per il grande schermo.

Risulta di un certo interesse guardare all’impatto di questi corti sul pubblico televisivo italiano messo di fronte a qualcosa di inatteso. Nella serata di sabato 17 gennaio 1959 viene trasmesso dalla Rai Il falso indovino (The Mail Order Prophet, 1957), un “racconto sceneggiato” diretto da James Neilson, con E.G. Marshall, Jack Klugman e Judson Pratt, destinato a inaugurare la messa in onda della serie Alfred Hitchcock Presents che entrata così a far parte del palinsesto della televisione di Stato italiana fino al 1967. A presentare l’episodio, come consuetudine dell’intera serie, è lo stesso Hitchcock che, in uno scenario artefatto in studio di stampo teatrale, affacciandosi dalla finestra di un palazzo, racconta del tuffo nel vuoto di un fantomatico socio a cui aveva scherzosamente annunciato il fallimento della comune società. A seguire, prende il via l’episodio che narra di un impiegato che, convintosi delle capacità predittive di uno sconosciuto, ne segue i consigli investendo tutti i suoi averi in azioni per poi restare in trepidante attesa degli esiti borsistici tenendo a portata di mano alcune pillole di cianuro a cui ricorrere in caso di perdita del patrimonio. La chiusura, prima della sigla finale, è affidata al regista per un brevissimo epilogo ironico rivolto al pubblico.

Il macabro humor dell’introduzione all’episodio e il clima di inquietudine e di suspense su cui è costruito quest’ultimo risultano del tutto inediti per un pubblico televisivo abituato a una programmazione rigidamente ancorata agli intenti pedagogici e alle forme di facile intrattenimento, composto principalmente di quiz e musica leggera, tanto da indurre l’emittente di Stato a “motivare” la sua messa in onda sulle pagine del «Radiocorriere TV».

Come suggeriscono Balsamo e Simonelli, a risultare inconsueto è soprattutto il “genere” a cui appartiene la serie hitchcockiana. Pur vantando un certo successo in ambito editoriale, il giallo, il poliziesco e la detection story, nelle loro più diverse declinazioni, risultano scarsamente presenti nel palinsesto televisivo italiano delle origini. Tra le rare eccezioni, costrette a fare i conti con i limiti tecnici del mezzo televisivo dell’epoca, gli autori ricordano: Io sono Gionata Scrivener (1954), “sceneggiato” Rai diretto da Mario Landi, derivato da un romanzo di Claude Houghton del 1930; Dieci piccoli negretti (1955), adattamento televisivo diretto e sceneggiato da Anton Giulio Majano della pièce teatrale Ten Little Niggers (conosciuta anche come Ten Little Indians o And Then There Was None) di Agatha Christie, tratta dal suo romanzo omonimo; Romeo Bar (1958), commedia poliziesca in due puntate scritta da Guglielmo Giannini e diretta e sceneggiata da Majano; Aprite: Polizia! (1958), serie di “originali televisivi” diretta e sceneggiata da Daniele D’Anza e Giuseppe Mangione.

Nel medesimo anno in cui fanno capolino queste produzioni americane, la Rai sperimenta a suo modo il poliziesco attraverso l’insolita formula di Giallo club – Invito al poliziesco: una trasmissione che prevede la messa in onda di “originali televisivi” di mezz’ora ideati da Mario Casacci, Alberto Ciambricco e Giuseppe Aldo Rossi, diretti da Stefano De Stefani (da Guglielmo Morandi nell’ultima serie), con Ubaldo Lay nei panni del tenete Sheridan e Carlo Alighiero in quelli del sergente Howard, interrotti sul finire per trasformarsi in quiz sull’episodio appena trasmesso per i concorrenti in studio, salvo poi trasmetterne l’ultima parte così da verificare la correttezza delle risposte dei contendenti. La trasmissione si chiude nel 1961, quando, abbandonata l’interruzione dedicata al quiz, lascia spazio al solo racconto giallo delle due serie Ritorna il tenente Sheridan (1963), di 6 episodi diretti da Mario Landi, e Sheridan, squadra omicidi (1964), di 5 episodi con Leonardo Cortese alla regia. La scelta di un’ambientazione statunitense (San Francisco) mantiene il male a debita distanza dall’universo degli spettatori italiani. Insomma, gli anni Cinquanta della televisione italiana si chiudono portando nelle case le inquietudini del variegato universo del giallo, del poliziesco e della detection story.

Di specifico, però, i corti di Hitchcock introducono sul piccolo schermo italiano la suspense e lo humor nero, ma soprattutto l’inquietudine che si annida nel quotidiano, la minaccia che scaturisce dal familiare, il perturbante. L’individuo costretto a fare i conti con l’alterità che è in lui, l’incerto confine tra il vero e il falso e tra il buono e il malvagio, il vacillare del valore rassicurante della famiglia, la complessità dei rapporti tra i sessi, l’imprevisto, l’ipocrisia, il narcisismo, il cinismo, sono tutti elementi che irrompono nelle case degli italiani abituati a una televisione rassicurante.

E così, ogni sabato sera, fanno capolino sul piccolo schermo degli italiani storie inquietanti anticipate e concluse dalle macabre e beffarde annotazioni che il regista, nelle messe in scena più insolite, rivolge direttamente al pubblico: il tema del doppio, della perdita delle certezze identitarie che può condurre alla follia, come ne Il caso del signor Pelham (The Case of Mr. Pelham, 1955), in cui il protagonista è alle prese con un sosia che risulta agli occhi dei conoscenti più credibile di lui; la tematica dello scambio di colpa presente, ad esempio, in Il delitto perfetto (The Perfect Crime, 1957), con Vincent Price e James Gregory; l’inatteso rivelarsi della follia in una persona su cui si fa affidamento, messo in scena con macabra ironia, in episodi come Un tuffo nel vuoto (Dip in the Pool, 1958); l’individuo costretto a fare i conti con la perdita di credibilità, come nel caso di Un peso sullo stomaco (Poison, 1958); lo scapolo impenitente oppresso da una donna che vuole a tutti i costi sposarlo, e dunque porre fine alla sua libertà, tematica presente in Arthur (id., 1959), episodio che termina con la spasimante fatta a pezzetti e data in pasto ai polli; l’infedeltà di coppia nei suoi risvolti umoristici inattesi, come nel caso di La signora Bixby e la pelliccia del colonnello (Mrs. Bixby and the Colonel’s Coat, 1960); la suspense, come in Mani in alto (Bang! You’re Dead, 1961), ove è costruita su di un ragazzino che giocherella puntando ai passanti un revolver non sapendo che contiene proiettili inesplosi; l’inattesa scoperta della colpevolezza di una persona cara, come avviene in I cinque testimoni (I Saw the Whole Thing, 1962), ove il protagonista rischia di essere condannato ingiustamente al posto della moglie.

Per quanto le inquietudini dispensate dalla serie siano già da tempo presenti nella letteratura e nel cinema, l’arrivo dei corti hitchcockiani in Italia sul finire degli anni Cinquanta assume una rilevanza particolare perché, rompendo il clima ovattato e rassicurante dispensato dalla televisione – che passa dai 2 milioni di abbonati del 1960 agli oltre 6 milioni del 1965 – le porta direttamente nelle case degli italiani, nella loro quotidianità, oltre le sue sospensioni temporanee offerte dalle visioni nelle sale cinematografiche o dalla lettura, quest’ultima comunque riservata ad un ambito ristretto della popolazione.

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Serbia - Vince la “Lista degli studenti”. Esulta il mondo euroatlantico

Le opposizioni hanno vinto le elezioni in Serbia con la coalizione “Lista degli Studenti-Gli studenti vincono”, che era stata sostenitrice dell’indizione delle elezioni anticipate attraverso le sue proteste di massa dall’aprile 2025.

La lista Studentka ha ottenuto 135–140 seggi mentre la lista dell’ex presidente Vučić/SNS ne ha ottenuti 104–105. Il Parlamento di Belgrado è composto da 250 seggi. L’affluenza alle urne, in crescita rispetto al passato, è stata del 69%.

Nella Lista degli Studenti, ci ricorda Enrico Vigna del Forum di Belgrado, in realtà i candidati studenti sono pochissimi, mentre abbondano i vecchi arnesi delle opposizioni totalmente europeiste, filo NATO ed euro atlantiche.

Il capolista è Ilija Srdanović che è stato studente trentuno anni fa.

Tra gli altri eletti figurano il drammaturgo Ž. Hubač, l’attore T. Stanić, l’ex capitano della nazionale di pallacanestro D. Bodiroga, l’ex governatore della Banca Nazionale di Serbia D. Šoškić, il musicista F. Dimović, il sociologo J. Bakić, l’atleta M. Dudaš e A. Baucal della Facoltà di Filosofia.

Questi ed altre vecchie e note figure delle varie opposizioni filo occidentali erano scesi di nuovo in campo. Ma tra le nuove generazioni potrebbero emergere anche posizioni non del tutto coincidenti con l’impianto ideologico e la visione internazionale di questa pattuglia di “studenti piuttosto attempati”.

L’alleanza elettorale che ha sostenuto la coalizione intorno al Partito Progressista Serbo dello sconfitto Vucic, poteva apparire come una sorta di’“extrema ratio” di questa fase storica complessa e piena di antinomie. Ma era una alleanza non certo ideale o scevra di “lati neri” e contraddizioni non piccole.

Se infatti Vucic veniva considerato filo-russo – e quindi da abbattere secondo gli ambienti euroatlantici – è il Times of Israel a ricordarci che “sotto il suo governo, la Serbia è diventata uno dei più stretti alleati di Israele in Europa, pur non facendo parte dell’Unione Europea o della NATO”.

Ad agosto, ha inaugurato nel paese balcanico uno stabilimento di assemblaggio di droni di fabbricazione israeliana per potenziare le sue capacità militari.

In aprile, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e il ministro degli Esteri serbo Marko Đurić hanno annunciato, durante un incontro a Gerusalemme, passi avanti verso un accordo di libero scambio e l’avvio di un nuovo dialogo strategico.

La situazione in Serbia è dunque parecchio complessa, intrisa di contraddizioni sia a livello governativo e nella figura di Vucic, che tra la cosiddetta opposizione, un insieme raffazzonato con assenza di programmi politici, tenuta insieme dall’unico collante di una dura ostilità all’attuale governo e alle sue forze, dal miraggio europeista e da una russofobia politica di ispirazione euro atlantica.

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, quella in Serbia è una partita che va ben oltre i Balcani occidentali.

Uno dei temi è infatti quale collocazione avrà adesso la Serbia nello scacchiere internazionale e negli stessi equilibri politici, economici e militari europei. Se avverrà uno spostamento definitivo verso politiche e prospettive interamente euro atlantiche (già presenti) e antirusse, difficili però da realizzare nel popolo serbo, per le sue profonde radici storiche di fratellanza con il popolo russo, ma che era un obiettivo dichiarato del movimento di protesta nelle sue variegate composizioni.

I nuovi decisori a Belgrado dovranno destreggiarsi tra le relazioni con la Cina, importante investitore in Serbia, la Russia, tradizionale alleata e principale fornitore di gas naturale, e l’Unione Europea, che è il principale partner commerciale della Serbia.

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25/10/2026

Gli Strokes a Bologna: le contraddizioni del rock nell’epoca del consumo

Il 17 ottobre 2026, all’Unipol Arena di Bologna, gli Strokes sono tornati in Italia dopo quindici anni dall’ultima esibizione nel nostro Paese. L’unica data italiana del tour del nuovo album Reality Awaits aveva registrato il tutto esaurito già all’apertura delle vendite, mesi prima del concerto.

Una corsa al rock, a una musica che ormai trova poco spazio nei media mainstream, se non sporadicamente. Una musica che ha ancora molto da dire e che, tuttavia, costa quanto altri generi oggi più in voga e commerciali.

La musica dal vivo è sempre meno accessibile e i grandi eventi sono diventati ormai proibitivi. Eppure le passioni, a volte, sono indomabili. Si corre, ci si mette in coda sulle piattaforme di vendita e si cerca di accaparrarsi un biglietto che promette emozioni, ma che rischia anche di lasciare addosso una certa rabbia.

Per riuscire a comprarlo bisogna battere sul tempo tante altre persone, magari anche più appassionate, e poi fare i conti con una spesa che costringe a stringere la cinghia per tutto il mese.

Un concerto può così restituirci, ancora prima di cominciare, la consapevolezza delle contraddizioni che attraversano il nostro tempo: la competizione, il consumismo, la speculazione, le ingiustizie sociali, l’alienazione. Eppure gli Strokes, fin dal 2001, anno del loro esordio, ci hanno parlato proprio di questo.

Il protagonista che attraversa gran parte della loro produzione artistica sembra vivere quella condizione di amore liquido di cui ci parlava Zygmunt Bauman. Nella società capitalista, è continuamente diviso tra il desiderio di instaurare legami e il timore che questi possano limitare la sua libertà individuale.

Ha paura di soffrire, fatica a comunicare con gli altri e a sentirsi compreso, sviluppa comportamenti disfunzionali, tendenze manipolatorie e il bisogno di prevalere sull’altro. Intrattiene relazioni sociali, ma continua a sentirsi solo, alienato, insoddisfatto e disorientato.

Negli Strokes, il malessere esistenziale del protagonista sembra riflettere una condizione sociale più ampia. L’individuo non si sente parte di una struttura collettiva, non riconosce un’appartenenza a un gruppo e questa mancanza lo devasta. A compensare, almeno in parte, il disagio restano abitudini dissolutе, capaci di anestetizzare la sofferenza senza risolverla.

Il contesto è quello di una società precaria, popolata da individui costretti a competere gli uni con gli altri. In molti brani si avverte la critica alle istituzioni, individuate come una delle fonti delle insoddisfazioni individuali.

Emerge anche l’impossibilità, o la difficoltà, di costruire un’alternativa collettiva a una condizione di malessere che pure è condivisa. Gli individui rimangono concentrati sulla propria autoconservazione e finiscono per restare prigionieri del consumo.

Manca, dunque, una volontà collettiva capace di tradurre il disagio in un progetto politico conflittuale, fondato sulla solidarietà e sulla ricostruzione dei legami. La reazione possibile rimane dunque prevalentemente individuale. Rifiutare le convenzioni, cercare esperienze alternative, sottrarsi per quanto possibile alle regole imposte.

Non si arriva però a promuovere un cambiamento collettivo, a sovvertire i rapporti che producono disuguaglianze, ingiustizie sociali e alienazione. L’individuo riconosce la propria condizione ma non riesce a fare ciò che sarebbe necessario per liberarsene.

Si arriva così al nuovo album, Reality Awaits, che tanto nello stile, con l’impiego dell’Auto-Tune, quanto nei temi si immerge nelle contraddizioni della contemporaneità. È il mondo in cui la distanza economica tra super ricchi e poveri continua ad allargarsi, la censura e la disinformazione condizionano l’accesso alle informazioni e cresce la dipendenza dalle nuove tecnologie.

Il titolo, Reality Awaits, ci dice che la realtà ci attende, che è in arrivo. Ma siamo davvero coscienti di ciò che sta accadendo? Siamo consapevoli della realtà in cui viviamo o preferiamo ignorarla?

È una realtà cruda, disturbante, sconcertante. Una realtà in cui chi dispone del potere può imporsi sugli altri, prendere ciò che vuole e andarsene, lasciandosi alle spalle soltanto devastazione.

Di fronte a tutto questo ci si arrende, ci si disillude. Il consumismo sembra diventare l’unica strada percorribile, mentre il benessere personale viene anteposto alla solidarietà.

Poi arrivano i rimorsi e la frustrazione per aver accettato passivamente una condizione che si contribuisce a riprodurre. Da questa consapevolezza può però nascere una nuova lucidità. Ribellarsi e resistere diventano le alternative possibili alla rassegnazione.

Dall’inizio della loro carriera fino all’ultimo album, gli Strokes sembrano così compiere un percorso che parte dalla crisi esistenziale dell’individuo e arriva progressivamente a individuare le responsabilità sociali che alimentano quel disagio.

Il malessere personale si rivela legato a un sistema che condiziona i rapporti umani, restringe gli spazi di libertà e rende difficile immaginare un cambiamento condiviso.

Ma è proprio l’esperienza concreta del concerto a Bologna a riportare queste contraddizioni dentro la vita quotidiana.

Per raggiungere l’Unipol Arena bisogna prima cercare di prendere un treno, mentre in stazione si fugge dalle cariche della polizia durante gli scontri legati alle manifestazioni studentesche di quella stessa giornata.

Poi si scopre che il collegamento ferroviario verso il luogo del concerto ha una frequenza di un treno all’ora, nonostante Bologna venga scelta da band di un certo rilievo anche per essere considerata una delle città meglio servite in Italia per eventi di questa portata.

Il treno è in ritardo e, quando arriva, è talmente pieno che alcune persone non riescono nemmeno a salirvi. Bisogna cercarne un altro, che però ferma a mezz’ora di cammino dall’Unipol Arena.

Una volta arrivati, si pagano otto euro per una birra scadente, cercando comunque di rinfrescarsi e di conservare il clima di festa. È il concerto che aspettavi da tempo, quello per cui hai fatto i conti e messo da parte i soldi.

Non vuoi rinunciare all’emozione della serata. Tuttavia i servizi sono scadenti e i costi elevati anche nella città scelta per ospitare un evento di questa portata.

La rabbia che ne deriva non può sorprendere. Le difficoltà negli spostamenti, l’insufficienza dei collegamenti e i prezzi dei servizi contribuiscono a trasformare un momento di condivisione in un’esperienza segnata da ostacoli e disagi.

È difficile non cogliere la contraddizione tra la promessa di una grande festa collettiva e le condizioni materiali in cui quella festa viene resa possibile.

A chiudere perfettamente il cerchio arriva, nel bel mezzo del concerto, Julian Casablancas che canta Bella Ciao. E questo momento assume un significato particolare, alla luce del percorso che attraversa la musica degli Strokes e delle contraddizioni vissute per arrivare fin lì.

Nel corso della sua carriera e durante il concerto all’Unipol Arena, Casablancas sembra suggerire, anche attraverso l’ironia, quanto possa risultare contraddittorio il rapporto tra arte e circuiti commerciali.

La musica che nasce come espressione di un disagio e di un rifiuto rischia di essere assorbita dagli stessi meccanismi di mercato che contribuiscono a produrre quel disagio.

Da qui la necessità dunque di cercare forme alternative, di resistere e di non rassegnarsi a ciò che viene imposto da chi ha il potere di arricchirsi sulle spalle degli altri.

Sostenere l’underground, costruire spazi culturali indipendenti e organizzarsi collettivamente possono diventare altrettante possibilità per sottrarsi, almeno in parte, alla logica dominante.

Il concerto degli Strokes, con tutte le sue contraddizioni, lascia così nella testa alcune domande senza risposta. Se il disagio è condiviso, perché continuiamo a viverlo individualmente? Se riconosciamo i meccanismi che ci tengono legati al consumo e alla competizione, come possiamo trasformare questa consapevolezza in un’esperienza collettiva?

Forse è proprio qui che la musica può ancora svolgere una funzione importante. Dare voce a un malessere comune, renderlo riconoscibile e aprire uno spazio in cui immaginare altre possibilità.

Perché la realtà ci attende, come suggerisce il titolo dell’ultimo album. Resta da capire se saremo disposti a guardarla in faccia e, soprattutto, a fare qualcosa insieme per cambiarla. Partendo forse proprio dall’underground.

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23/10/2026

Serbia al voto, una partita che travalica i Balcani occidentali

Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese.

La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe anche i rapporti con l’Unione europea, la NATO, la Russia e la Cina, e comprende ovviamente le delicate questioni “interne” del Kosovo e della Republika Srpska.

Due schieramenti principali si contendono la guida del Paese: da una parte il blocco guidato dal Partito Progressista Serbo (SNS), legato ad Aleksandar Vučić; dall’altra la “Lista degli Studenti–Gli studenti vincono”, nata nel contesto della mobilitazione di protesta e sostenuta da un ampio insieme di forze di opposizione.

Il fronte governativo: sovranità e politica di equilibrio

La coalizione vicina a Vučić riunisce forze politiche diverse, dai socialisti dell’SPS ai radicali del SRS, fino a movimenti nazionalisti, organizzazioni minori e partiti legati a una visione nazionalista della Serbia.

Un’alleanza eterogenea, attraversata da contraddizioni e differenze ideologiche, che trova nella continuità della leadership e nella difesa dell’autonomia nazionale il principale elemento di coesione.

Il suo orientamento internazionale si fonda sulla ricerca di un equilibrio tra le relazioni con Bruxelles e i rapporti consolidati con Mosca e Pechino. Belgrado continua a perseguire l’integrazione europea, ma finora ha resistito alle richieste di allineamento alle sanzioni occidentali contro la Russia.

Parallelamente, la cooperazione energetica con Mosca e gli investimenti cinesi rappresentano componenti importanti della strategia economica serba.

Per i sostenitori di Vučić, la priorità è preservare la capacità del Paese di decidere autonomamente le proprie politiche, evitando che l’adesione all’Unione europea comporti rinunce considerate inaccettabili sulla questione del Kosovo e nei rapporti con la Russia.

Il sostegno espresso da Vladimir Putin, Xi Jinping e dal primo ministro slovacco Robert Fico rafforza simbolicamente questa impostazione. Anche Milorad Dodik, figura di riferimento della Republika Srpska in Bosnia-Erzegovina, si è schierato a favore del blocco governativo, richiamando i legami politici e nazionali tra i serbi delle due sponde della Drina.

Tale sostegno internazionale assume anche un significato elettorale: Vučić punta a presentarsi come il garante della stabilità e della continuità diplomatica, capace di mantenere aperti più canali di cooperazione in un contesto europeo sempre più polarizzato.

L’opposizione: la mobilitazione studentesca e le divisioni politiche

Sul fronte opposto si colloca la Lista degli Studenti–Gli studenti vincono, espressione politica di una ormai lunga mobilitazione di massa contro il governo.

La protesta ha contribuito a riportare al centro del dibattito pubblico temi quali la responsabilità delle istituzioni, la trasparenza e il funzionamento democratico del sistema politico.

La lista presenta una composizione più ampia e controversa di quanto suggerisca il nome. Accanto ai protagonisti delle proteste studentesche figurano esponenti della società civile, intellettuali, personalità dello sport e della cultura, oltre a rappresentanti delle tradizionali forze di opposizione, molte delle quali favorevoli a un più deciso orientamento europeo.

Questa eterogeneità costituisce contemporaneamente una risorsa e un limite. Da un lato, consente di aggregare settori sociali diversi e di trasformare il malcontento in una proposta elettorale competitiva; dall’altro, rende più difficile definire un programma comune su economia, politica estera, rapporti con la NATO e relazioni con la Russia.

Il principale elemento unificante resta l’opposizione alla leadership di Vučić. Rimane invece da verificare fino a che punto le diverse componenti possano convergere su una strategia condivisa una volta superata la fase della mobilitazione.

Le dichiarazioni di sostegno alla protesta provenienti da esponenti e ambienti politici occidentali, tra cui il lobbista atlantista Günter Fehlinger, sono state utilizzate dal fronte governativo per alimentare il sospetto di interferenze esterne.

Per una parte dell’elettorato, questi appoggi rafforzano i timori di un possibile spostamento della Serbia verso un orientamento più strettamente euro-atlantico; per altri, non modificano la centralità delle rivendicazioni interne che hanno alimentato le proteste.

Il nodo geopolitico: Unione europea, Russia e Cina

La dimensione internazionale rappresenta uno degli aspetti più sensibili della competizione. La Serbia si trova da anni in una posizione intermedia: candidata all’adesione all’Unione europea, mantiene contemporaneamente rapporti politici, economici ed energetici con la Russia e una crescente cooperazione con la Cina.

Il governo Vučić ha cercato di preservare questa pluralità di relazioni, pur tra concessioni, tensioni e ambiguità. Una sua eventuale sconfitta potrebbe aprire una fase di ridefinizione della politica estera, ma non comporterebbe automaticamente una rottura con Mosca o Pechino: molto dipenderebbe dagli equilibri interni alla nuova maggioranza e dalle scelte concrete della futura leadership.

Al centro del confronto rimangono il possibile allineamento alle sanzioni europee contro la Russia, il percorso di adesione all’UE, la cooperazione con la NATO e la questione del Kosovo e della Metohija.

A questi temi si aggiunge la preoccupazione per le ripercussioni sugli equilibri della Bosnia-Erzegovina, in particolare sulla Republika Srpska.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha denunciato le pressioni esercitate su Belgrado affinché riconosca l’indipendenza del Kosovo e si allinei alle misure europee contro Mosca.

Si tratta della lettura del governo russo, che interpreta il percorso europeo della Serbia come uno strumento di pressione geopolitica. Bruxelles, dal canto suo, lega il processo di adesione al rispetto dei criteri europei e alla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo.

La contrapposizione tra queste interpretazioni riflette il dilemma strategico di Belgrado: avvicinarsi all’Europa senza compromettere le relazioni con i partner tradizionali, oppure accelerare l’integrazione occidentale accettando un cambiamento più profondo della propria collocazione internazionale e del modello sociale interno.

La collaborazione militare con Israele

Un aspetto significativo della politica estera di Vučić è il rafforzamento della cooperazione militare con Israele, soprattutto nel settore degli armamenti e delle tecnologie per la difesa, come la produzione di droni o lo scambio di informazioni in materia di sicurezza.

Una partnership che esprime una contraddizione evidente, tra le rivendicazioni di Belgrado su sovranità nazionale, multipolarismo e autodeterminazione dei popoli, e il consolidamento dei rapporti lo Stato genocidario.

Una competizione che va oltre il risultato elettorale

La posta in gioco non si esaurisce nella vittoria di una coalizione. Le elezioni rappresentano un passaggio importante per comprendere se la Serbia manterrà una politica estera fondata sul contraddittorio equilibrio tra interlocutori diversi oppure imboccherà una strada più nettamente orientata verso l’Occidente.

Il blocco governativo si presenta come garante della sovranità nazionale, della stabilità e della continuità dei rapporti con Russia e Cina.

L’opposizione, sostenuta dalla mobilitazione studentesca, punta invece a trasformare la contestazione al governo in un cambiamento politico, pur dovendo ancora dimostrare la propria capacità di elaborare una linea comune sulle questioni strategiche.

In una società attraversata da forti tensioni, entrambe le prospettive devono confrontarsi con problemi concreti: il funzionamento delle istituzioni, le condizioni economiche, la fiducia pubblica e la gestione delle controversie territoriali.

Il risultato sarà quindi rilevante non soltanto per gli equilibri parlamentari, ma anche per il futuro dei rapporti tra Belgrado e Bruxelles, per la cooperazione con Mosca e Pechino e per la stabilità dei Balcani occidentali.

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19/10/2026

Aura battle. Alcune considerazioni

Il nuovo fenomeno delle aura battles, nato su TikTok, sta spopolando tra le giovani generazioni. La sfida è a chi esprime nel modo più spontaneo la propria personalità: gesti, movimenti, pose sono tutti improvvisati per mostrare la propria “aura”. Il vincitore lo decide la folla, esattamente come accade coi freestyle.

E come ogni altro fenomeno sociale di massa, parte l’isteria. Sono già stati ripresi da alcune testate e pagine social divieti da parte di presidi di organizzare aura battles nelle scuole perché distraggono gli alunni dai propri impegni dopo le pause.

Uno degli ultimi episodi ci tocca da vicino: sabato 10 ottobre è andato in scena il primo appuntamento organizzato di Aura Battle in piazza Santa Immacolata. Un fenomeno internazionale, nato in Sud America, non poteva scegliere posto migliore per sbarcare a Roma, vista la grande importanza che la “piazzetta” riveste per la movida romana.

L’episodio, che si è svolto in modo assolutamente pacifico, è stato ripreso da un articolo del Messaggero che ne indaga il fenomeno, andando anche a dare spazio agli inquilini insofferenti per i rumori o i locali che non riescono a lavorare per il caos. Positivo certo è che in un quartiere, ma nella città in generale, in cui la socialità è fatta di consumo (preferibilmente alcolico) ci si ritrovi spontaneamente e creativamente in piazza, anche con un pizzico di autoironia.

Aldilà delle polemiche e i pregiudizi cerchiamo da parte nostra di analizzare un fenomeno in crescita, per capirne le ragioni e le criticità.

Non si può ignorare che l’Aura Battle riveli tutto l’impoverimento culturale che TikTok e Instagram esprimono in questa fase di crisi sistemica. Il “Blackout pedagogico” prodotto dai social media che con meme, brainrot e video di pochi secondi hanno un effetto drammatico sulla capacità di concentrazione e di apprendimento per le nuove generazioni. Una vera e propria “Guerra cognitiva”, culturale ed ideologica.

Ma ora che i meme escono fuori dallo schermo, si evidenzia la richiesta di tante persone, a partire dai giovani, di uscire dalle piattaforme digitali e ricreare momenti di socialità spontanea.

Gli stessi ragazzi e ragazze che si sono mobilitati per la Palestina, tanto da essere definiti generazione Gaza, e che in questi giorni stanno occupando le proprie scuole in tutta Italia per chiedere maggiori investimenti nell’edilizia e nella formazione sulla scia di ciò che accade in queste ore in Francia (da cui si diffondono video di aure battle degli studenti nei picchetti davanti scuola). Da questo punto di vista come circolo culturale vogliamo cominciare a porre alcune domande:

  • esiste oggettivamente ed è in crescita una richiesta dei giovanissimi di riprendersi spazi di aggregazione alternativi?
  • L’aura battle è un fenomeno culturale innovativo o semplicemente lo specchio di un mondo social reazionario e senza spazio per una critica sociale?
  • Questo gioco riproduce delle forme di competizione, sopraffazione e personalismo oppure è una spinta per una aggregazione sociale che può prendere le forme di nuove espressioni culturali solidali e comunitarie?

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15/10/2026

Israele, per la Cia, rischia la guerra civile e il collasso

I servizi segreti statunitensi esprimono timori di disordini civili e di un collasso dello Stato in Israele in vista delle elezioni del 27 ottobre.

Israele rischia una guerra civile o il collasso dello Stato, avverte una valutazione classificata della CIA, poiché anni di Genocidio a Gaza e guerre in Libano e Iran acuiscono le fratture politiche, economiche e sociali all’interno del Paese.

Il rapporto di agosto, intitolato “Fracture From Within” (Frattura dall’Interno), è stato redatto da esperti della Red Cell della CIA, secondo quanto riferito da due fonti statunitensi. La Red Cell, l’unità responsabile delle “analisi alternative” all’interno dell’Agenzia, ha prodotto la valutazione combinando informazioni di pubblico dominio con dati dei servizi segreti statunitensi.

La valutazione sembra riferirsi solo ai cittadini ebrei di Israele e non prende in considerazione i cittadini palestinesi, che rappresentano circa il 20% della popolazione israeliana e che vivono sotto varie forme di discriminazione che Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno definito parte di un più ampio Sistema di Apartheid. La CIA non ha risposto a una richiesta di commento.

Gli esperti della CIA hanno evidenziato una combinazione esplosiva di pressioni convergenti in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre: ​​crisi economica e spese militari alle stelle; veterani pesantemente armati di ritorno da lunghi periodi di combattimento, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici; crescente rabbia per gli uomini ultraortodossi esentati dal servizio militare; intensificazione della violenza dei coloni nella Cisgiordania Occupata; e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che lottando per rimanere al potere innesca una crisi costituzionale.

Le “Unità Red” della CIA hanno il compito di sviluppare analisi e idee che mettano in discussione le ipotesi prevalenti e smascherino il pensiero di gruppo o i punti ciechi che possono radicarsi all’interno dell’apparato di spionaggio.

“Gli autori di questo documento sono esperti di Israele”, ha osservato una fonte della comunità dei servizi, “non si tratta di un’ipotesi fantasiosa: con le imminenti elezioni e le fratture in Israele, dovremmo prendere sul serio la loro conclusione che Israele è a un passo da un vero e proprio conflitto interno”.

Una delle fratture più profonde nella politica israeliana non è emersa a causa dell’opposizione ai Crimini di Guerra del Paese, bensì a causa della questione di chi è tenuto a combattere e chi ne è esentato.

Gli uomini ultraortodossi hanno storicamente beneficiato di ampie esenzioni dal servizio militare, pur continuando a ricevere sussidi statali, un accordo che è diventato sempre più controverso a seguito delle ripetute mobilitazioni delle riserve. Il loro rifiuto collettivo di prestare servizio militare non è radicato nell’opposizione alle guerre di Israele, poiché i leader ultraortodossi sostengono che il servizio militare minaccia la vita religiosa e il loro obbligo di studio della Torah.

Ma dopo anni in cui i riservisti sono stati ripetutamente richiamati dai loro lavori e dalle loro famiglie, l’esenzione è diventata una potente fonte di risentimento nella società israeliana. Le famiglie hanno anche dovuto sopportare il costo delle politiche bellicose di Israele. I prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto livelli record, con un aumento del 9,5% del costo della vita, compresi frutta e verdura fresca, negli ultimi due anni, aggravando una crisi del costo della vita già grave dopo anni di guerra.

Eppure gran parte dell’opposizione a Netanyahu non è rivolta alla brutalità di Israele contro i palestinesi, ma alla rabbia per il modo in cui l’ha gestita. I principali partiti sionisti anti-Netanyahu sono a loro volta divisi sulla dirigenza e sulla strategia di coalizione, mentre una delle principali critiche mosse a Netanyahu riguarda la sua responsabilità nel fallimento della sicurezza il 7 ottobre 2023.

Sondaggi recenti hanno mostrato che sia il blocco Netanyahu che quello anti-Netanyahu faticano a raggiungere i 61 seggi necessari per governare.

Le fonti hanno avvertito che la combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti storici. “È noto che i Freikorps tedeschi erano composti da veterani affetti da disturbo da stress post-traumatico, armati e assetati di sangue”, ha affermato. “Non sto dicendo che Israele dopo Gaza sia la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, ma ci sono certamente degli aspetti che mi sembrano simili”.

Israele si trova inoltre ad affrontare un crescente isolamento all’estero, compresa un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani hanno privatamente considerato una minaccia a lungo termine. Il rapporto di agosto indicava la progressiva trasformazione di Israele in uno “Stato emarginato” come un fattore che potrebbe portare al collasso dello Stato.

Secondo un’altra valutazione della CIA, riportata da Capital & Empire a luglio, i funzionari israeliani ritengono che le basi politiche americane su cui si fonda il consenso dell’alleanza si stiano sgretolando e che la continua dipendenza da miliardi di dollari di aiuti militari diretti statunitensi potrebbe alla fine diventare politicamente insostenibile.

La loro risposta è stata quella di cercare una maggiore integrazione nell’apparato militare, di spionaggio e di difesa americano, legami che sarebbero difficili da sciogliere per i governi futuri. Entro la primavera di quest’anno, il 60% degli americani aveva un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% dell’anno precedente, secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Pew.

Questo deterioramento del sostegno è sempre più visibile anche all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. “La comunità delle agenzie di sicurezza, come gli Stati Uniti, come le forze armate, come ovunque, è sempre più frustrata dal capitale reale e politico speso per sostenere Israele”, ha affermato la fonte.

“Mentre procediamo con un’ulteriore integrazione delle nostre capacità militari e industriali con quelle israeliane, c’è una profonda frustrazione nel constatare che lo stiamo facendo per un Paese che ci ha trascinato in una guerra che stiamo perdendo, un Paese che ci spia”.

Il rapporto della CIA ha anche cercato di delineare come queste pressioni potrebbero interagire se la crisi interna di Israele si aggravasse: come una singola scintilla potrebbe trasformare una frattura politica in un conflitto civile aperto e cosa ne conseguirebbe.

Tra gli scenari ipotizzati figurano il ritiro di investimenti o personale da parte di aziende straniere del settore tecnologico e dell’Intelligenza Artificiale, con conseguente ulteriore erosione di un’economia già in difficoltà, la riconsiderazione da parte dei governi regionali del valore politico e strategico di una maggiore normalizzazione delle relazioni con Israele e lo sfruttamento da parte di Hamas o Hezbollah di un periodo di debolezza interna. Secondo le fonti, il rapporto ha utilizzato specificamente il termine “conflitto civile”.

Per decenni, il potere di Israele non si è basato solo sulle armi e sul sostegno americano, ma anche sulla proiezione di una superiorità militare, di un vantaggio in termini tattici e di coesione interna che rendevano lo Stato di fatto indistruttibile.

Tuttavia, come avvertiva la valutazione, al di sotto di questa proiezione di forza schiacciante, Israele sta accumulando contraddizioni economiche, politiche e sociali che la sola potenza militare potrebbe non essere in grado di contenere.

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11/10/2026

UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra

L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.

Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato”. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.

Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi:
  1. dimezzare le vendite di auto ibride cinesi nei paesi UE;
  2. facilitare le licenze per l’export di terre rare verso l’Europa;
  3. migliorare l’accesso reciproco ai mercati.
Al vertice dei capi di stato e di governo che è in programma a Bruxelles il 15 e 16 ottobre si discuterà questa nuova intesa, che sembra allontanare lo spettro della guerra commerciale. Ma come mai si è raggiunta questa possibile distensione, proprio mentre la UE intensifica le minacce al Dragone? Ripercorriamo i nodi strutturali dietro il rapporto tra UE e il gigante asiatico, per capirci qualcosa di più.

Poco meno di un anno fa, durante una visita a Pechino, Macron chiedeva a Xi di correggere unilateralmente gli squilibri commerciali. Prima ancora, l’allora cancelliere tedesco Scholz aveva tentato di ottenere un maggiore accesso al mercato cinese per le imprese tedesche. La situazione è paradossale: per decenni la UE, con la Germania in prima fila, ha difeso il libero scambio sulla base dell’idea che, di fronte a uno squilibrio commerciale, il problema non sia di chi esporta troppo, ma di chi esporta troppo poco.

Questo cambiamento di posizione mette in luce la dimensione politica della dottrina del libero scambio, diventata evidente quando l’Europa si è ritrovata dalla parte sbagliata dello scambio ineguale. La Germania sa bene che cosa significhi trovarsi in una posizione di surplus: per un paio di decenni ha costruito parte della propria forza economica su una strategia ordoliberista orientata alle esportazioni e alla moderazione salariale, perseguita con il consenso (o la complicità) dei sindacati.

Questa strategia ha contribuito agli squilibri interni della UE, a lungo taciuti dalla politica e da gran parte degli economisti mainstream europei. Obama iniziò a criticarla apertamente dal 2010, sostenendo che il modello tedesco contribuisse alla stagnazione europea, preoccupato ovviamente delle possibilità di esportazione degli Stati Uniti verso il mercato europeo.

Il surplus tedesco si reggeva anche su un mercato che assorbiva grandi quantità di merci tedesche, a partire dalle automobili: quello cinese. All’epoca, Merkel e Schäuble risposero alle critiche sostenendo che il surplus non derivasse da manipolazioni, ma dalla competitività e dalla qualità dell’industria tedesca.

È questa, in fondo, la logica che si continua a insegnare nei corsi di “international trade”: un paese in deficit commerciale può reagire aumentando la produttività oppure riducendo i salari. La UE, oggi, sembra aver imboccato una terza strada, fatta di suppliche e minacce. Per sostenere la propria posizione di svantaggio, insiste sulle pratiche scorrette della Cina.

L’accusa principale riguarda gli aiuti di Stato, perché la Cina ha un sistema economico in cui convivono imprese pubbliche e politiche industriali: una terribile “autocrazia” comunista che utilizza strumenti di intervento economico che fino ai primi anni '90 erano normalissimi anche per le socialdemocrazie europee.

Il surplus commerciale cinese non è nato dal nulla. Negli ultimi trent’anni, le imprese occidentali hanno delocalizzato la produzione ed esternalizzato all’estero intere fasi delle filiere, soprattutto in Cina appunto, per aumentare i margini di profitto sfruttando il differenziale salariale.

La “fabbrica del mondo” non è stata il risultato di un subdolo piano cinese concepito per conquistare i mercati occidentali: è stata in primis il prodotto delle scelte dei capitali occidentali, che hanno seguito la legge del “libero mercato” verso profitti crescenti. Per le società occidentali questo processo ha comportato una sorta di compromesso: minore occupazione manifatturiera e una riduzione della quota dei redditi destinata al lavoro, in cambio di beni importati a basso prezzo.

Il modello era sostenibile finché le imprese cinesi esportavano in Europa soprattutto beni a basso valore aggiunto, mentre la Cina acquistava beni europei ad alto valore aggiunto, in primo luogo le automobili tedesche. È stato a lungo un sistema vantaggioso per il capitale, soprattutto tedesco.

La Cina, però, ha utilizzato parte del valore generato da questi scambi per finanziare investimenti, ricerca e sviluppo, accumulazione di capacità tecnologiche. È così che gli equilibri si sono trasformati: la Cina è passata da produrre tendenzialmente solo beni a basso valore aggiunto a quella di prodotti ad alto contenuto tecnologico, dai telefoni cellulari alle infrastrutture di telecomunicazione, dai pannelli fotovoltaici alle automobili elettriche.

Il surplus cinese, dunque, non deriva dalla concorrenza sleale nei settori e nelle filiere europee, ma si concentra soprattutto in comparti che l’Europa ha progressivamente abbandonato o in settori nuovi nei quali non ha investito abbastanza.

In alcuni casi, come quello dei pannelli solari, importare a basso costo è sembrato più conveniente che sviluppare una capacità produttiva interna; in altri, come quello delle auto elettriche, la mancanza di investimenti degli ultimi decenni si combina oggi con il timore (ormai una certezza - ndR) di non riuscire a reggere la concorrenza.

Per la UE, e soprattutto per la Germania, c’è poi un ulteriore problema: non si tratta soltanto del fatto che le auto elettriche cinesi arrivino sul mercato europeo, ma anche che i consumatori cinesi inizino a preferire modelli elettrici BYD alle Volkswagen a benzina o gasolio. Queste ultime continuano a essere prodotte e vendute in Cina, anche attraverso joint venture, ma perdono quote di mercato significative.

La forte esposizione delle imprese tedesche al mercato cinese ha finora frenato una linea più aggressiva nei confronti di Pechino, ma questo equilibrio, tuttavia, appare sempre meno sostenibile per una parte del capitale tedesco.

Dazi, minacce e guerre commerciali possono essere strumenti per proteggere le imprese nazionali o per ottenere concessioni al tavolo negoziale. Ma quali imprese, filiere e settori vuole davvero difendere la UE? E che cosa accadrebbe se limitassimo le importazioni cinesi: saremmo in grado di produrre internamente quei beni? Cominceremmo a fabbricare pannelli fotovoltaici e auto elettriche su scala adeguata?

Stellantis ha appena presentato un piano industriale da 60 miliardi nel quale l’elettrico sembra avere un ruolo marginale, mentre Volkswagen ha annunciato possibili tagli fino a 100.000 posti di lavoro, addirittura con la chiusura o la vendita di stabilimenti produttivi in Germania.

Non si tratta semplicemente degli effetti della concorrenza cinese, ma anche delle conseguenze di scelte aziendali, sostenute dalla politica, che hanno privilegiato i profitti di breve periodo, puntando sulle esportazioni, sulla moderazione salariale e sul contenimento degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il settore automobilistico è un caso emblematico, per il ruolo storico che ricopre nelle economie europee e per la crisi profonda che sta attraversando la Germania.

Ma il problema riguarda l’intera manifattura e si intreccia anche con le prospettive di riconversione industriale verso la produzione militare, in uno scenario internazionale di crescenti tensioni, in cui il riarmo europeo vuole essere usato velleitariamente come nuovo volano della crescita economica, inserendosi però anche nel quadro delle mire imperialistiche europee e rispondendo all’esplicita richiesta statunitense di una maggiore “proattività” europea.

Che cosa significa, allora, ridurre il deficit commerciale? Ricostruire le filiere che abbiamo smantellato? Crearne di nuove, nelle quali le imprese europee finora non hanno mostrato interesse a investire? Ricostituire una classe operaia dopo decenni di frammentazione del lavoro? Mentre la UE avanza le proprie richieste a Pechino, resta poco chiaro che cosa possa offrire in cambio o quali strumenti abbia a disposizione oltre ai dazi.

Questi ultimi finirebbero per colpire anche i consumatori europei e potrebbero provocare ritorsioni cinesi: non soltanto contro-dazi, capaci di danneggiare le imprese europee che esportano ancora in Cina, ma anche restrizioni all’esportazione di terre rare, uno strumento che Pechino ha già utilizzato nel confronto commerciale con Trump.

Anche un accordo che prevede una limitazione volontaria delle esportazioni cinesi (come sembra in questo caso) o un aumento dei prezzi, come già avvenuto nel settore delle auto elettriche, non risolverebbe il problema strutturale: la Cina dispone di capacità produttive che la UE, in molti settori, semplicemente non ha.

Pechino ha teso una mano, perché ha un mercato domestico in espansione per le proprie vetture e perché non ha interesse ad aumentare, ora, le tensioni sul mercato delle terre rare. Bisognerà vedere se tale mano verrà colta a Bruxelles. Continuare a puntare il dito contro la Cina rischia, in definitiva, di diventare un modo per evitare di guardare alle responsabilità europee: la deindustrializzazione, la carenza di investimenti, l’indebolimento del lavoro e l’assenza di una visione sociale e politica dell’economia.

Problemi strutturali sui quali la UE pare non avere soluzione al di fuori della militarizzazione dell’economia, dei rapporti internazionali, e del controllo sociale. Un crinale imboccato non solo da Bruxelles, ma anche da Londra, che ha deciso di sospendere ogni forma di collaborazione con il China General Technology Research Institute (CGTRI), ritenuto dai servizi segreti una copertura diretta del Ministero della Sicurezza dello Stato (MSS) di Pechino. Gli europei stanno punzecchiando un Dragone ben più grande di loro...

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07/10/2026

C'è una Cina in difficoltà e un'altra che cresce

Perchè i colossi dell’IA distruggono i libri?

L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.

È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente distruggendoli, e infine li ha buttati al macero. 

Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas, dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti. 

La società non ha però confermato pubblicamente che i file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti”.

Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.

Il filo che lega questi episodi è più interessante della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti. 

Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato sulla carta stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente poco sfruttato.

Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica ampiamente utilizzata nel settore dell’IA, e che nessuno dei suoi programmi di acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”. 

Questa dichiarazione è importante, ma va letta con precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta “scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate, private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma non formalmente classificati come antiquari.

Gli atti e le cause americane indicano che il problema riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto, taglio e distruzione fisica dei libri. 

La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.

Materia prima pregiata

C’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel mirino dei colossi dell’IA, e riguarda la qualità del lavoro umano specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico, un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici, quindi genuinamente umani. 

Per un modello linguistico questa è la materia prima più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra IA (o da versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI, l'“IA degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà, accumulando errori e appiattendo le risposte.

La soluzione al “problema Asburgo” dell’IA è trovare “materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto. 

I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati da archivi pirata.

Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo integralmente. 

Sul versante opposto, va anche segnalato che la distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del “reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita logistica, non per estrarne valore.

Lo scandalo del macero industriale

Quindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che nessuno vuole più leggere. Le aziende di IA, invece, comprano deliberatamente libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo. 

Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.

La posizione della Commissione Europea è invece opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.

Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri, sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma non conserva integralmente la storia materiale del libro.

È difficile capire quale possa essere il punto di vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di conservazione responsabile.

Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo. Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è invece molto più problematico.

Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverse

Quello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare generale. 

Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.

In Europa il quadro è più prudente e non ricalca quello statunitense. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.

Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri, procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.

Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte sulle singole transazioni. 

Librai e artisti contro l’IA

Questa storia si inserisce in una vicenda più ampia che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che generano fatturati miliardari. 

È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’IA potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme, della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.

Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”, “ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere uniche” vanno ridimensionate. 

Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale per l’IA sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito sulla conservazione culturale.

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Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti

C’è una contraddizione sempre più evidente nell’economia britannica: i numeri possono ancora raccontare una crescita, ma per chi vive del proprio lavoro il quadro continua a peggiorare.

L’ultimo indice PMI di S&P Global conferma infatti che le imprese del Regno Unito hanno continuato a ridurre l’occupazione per il 24° mese consecutivo. Una sequenza impressionante, che porta il deterioramento del mercato del lavoro oltre quello registrato durante la crisi finanziaria globale.

Non siamo quindi di fronte soltanto a un rallentamento congiunturale. Da due anni le imprese britanniche riducono la forza lavoro mentre l’economia, almeno secondo gli indicatori aggregati, continua a mantenersi in territorio positivo.

È una delle contraddizioni strutturali del capitalismo contemporaneo: la crescita della produttività e dei profitti non comporta automaticamente un miglioramento delle condizioni di chi lavora. Al contrario, quando le imprese cercano di difendere i propri margini, l’occupazione può diventare una delle prime variabili sulle quali intervenire.

Crescita per chi?


A settembre il PMI composito è sceso a 52 punti, contro i 52,5 di agosto. Il dato resta comunque al di sopra della soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione dell’attività economica ed è risultato leggermente migliore rispetto alla stima preliminare di 51,7.

Sulla carta, dunque, l’economia britannica continua a crescere. Ma dietro questo numero apparentemente rassicurante si nasconde una realtà molto meno brillante: la crescita non si traduce in nuovi posti di lavoro.

Nel settore dei servizi, la contrazione dell’occupazione è stata la più contenuta degli ultimi undici mesi. È un segnale positivo, ma non sufficiente per parlare di inversione di tendenza. La riduzione degli organici continua infatti da due anni e interessa un’economia sottoposta contemporaneamente alla pressione dell’inflazione, dei costi energetici e di una domanda ancora fragile.

Il tasso ufficiale di disoccupazione resta comunque nettamente inferiore ai livelli raggiunti negli anni successivi alla crisi finanziaria globale. Ma proprio questo dato rende ancora più significativo ciò che sta accadendo: non è necessario arrivare a una disoccupazione di massa perché il mercato del lavoro venga progressivamente indebolito.

Il deterioramento può passare anche attraverso il blocco delle assunzioni, la mancata sostituzione dei lavoratori che lasciano, la riduzione degli organici, la precarizzazione e l’intensificazione del lavoro di chi rimane.

Il Labour e la pressione sulle imprese

La situazione rappresenta una sfida per il governo laburista guidato da Keir Starmer prima e Andy Burnham poi, arrivato al potere nel 2024 con la promessa di rilanciare l’economia britannica.

Secondo Bloomberg, le imprese hanno iniziato a ridurre il personale anche dopo l’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro e del salario minimo deciso dal governo.

Qui emerge una delle contraddizioni della politica economica del Labour. Da un lato, l’aumento del salario minimo e alcune misure di tutela del lavoro possono migliorare le condizioni dei lavoratori meno pagati. Dall’altro, in un sistema nel quale le imprese continuano a determinare autonomamente investimenti e occupazione sulla base delle aspettative di redditività, l’aumento dei costi può essere utilizzato come giustificazione per ridurre gli organici o rallentare le assunzioni.

La questione non riguarda quindi soltanto il livello dei salari, ma i rapporti di forza all’interno dell’economia. Perché quando arriva la difficoltà, chi decide dove intervenire? Sui profitti, sui dividendi e sui rendimenti del capitale oppure sul costo del lavoro? I dati degli ultimi due anni indicano che la pressione sull’occupazione è tutt’altro che marginale.

Il nuovo shock energetico

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la nuova impennata dei prezzi dell’energia. L’indagine di S&P Global segnala un ulteriore aumento delle pressioni sui prezzi: sia i costi sostenuti dalle aziende sia i prezzi applicati ai clienti sono aumentati al ritmo più rapido dal giugno precedente.

Secondo Tim Moore, direttore economico di S&P Global Market Intelligence, la debolezza della domanda e l’aumento delle pressioni inflazionistiche hanno contribuito a peggiorare le aspettative sull’attività economica per il prossimo anno.

Una combinazione particolarmente pericolosa. Energia più cara significa infatti maggiori costi per le imprese e maggiore pressione sui prezzi. Prezzi più alti possono comprimere i consumi delle famiglie. Una domanda più debole può spingere le aziende a rinviare investimenti e assunzioni. E, ancora una volta, il lavoro rischia di diventare la variabile di aggiustamento.

Le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of England sono inoltre aumentate. L’obiettivo è contenere le pressioni inflazionistiche, ma una politica monetaria più restrittiva rischia contemporaneamente di frenare consumi e investimenti.

Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti

È dentro questo quadro che va letta anche la trasformazione tecnologica in corso. Le imprese stanno aumentando gli investimenti per sfruttare le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Dal punto di vista aziendale, la logica è chiara: aumentare la produttività, ridurre i tempi e i costi della produzione, ottenere più valore con una quantità inferiore di lavoro umano.

Il problema è che questa trasformazione non garantisce automaticamente una redistribuzione dei benefici. Se l’aumento della produttività viene accompagnato da salari più elevati, riduzione dell’orario e maggiore sicurezza occupazionale, la tecnologia può rappresentare un progresso sociale. Se invece viene utilizzato per ridurre gli organici e aumentare i margini, il risultato è completamente diverso.

I profitti possono essere sostenuti senza immediati licenziamenti di massa. La ristrutturazione può essere molto più silenziosa: meno assunzioni, mancato ricambio del personale, esternalizzazioni, automazione, chiusura di reparti e aumento dei carichi di lavoro per chi rimane.

L’intelligenza artificiale rischia di diventare non soltanto una nuova tecnologia produttiva, ma anche uno strumento attraverso il quale il capitale può ridurre ulteriormente il fabbisogno di forza lavoro.

La domanda decisiva diventa allora: chi beneficerà dell’aumento della produttività? Se la risposta sarà ancora una volta il capitale, mentre ai lavoratori verranno lasciati licenziamenti, precarietà e salari compressi, la promessa della crescita tecnologica rischia di trasformarsi nell’ennesima redistribuzione della ricchezza verso l’alto.

Una questione europea

Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito. La stessa dinamica attraversa, con caratteristiche differenti, le principali economie europee. Industria, banche, telecomunicazioni, commercio e servizi stanno affrontando processi di ristrutturazione nei quali la riduzione dei costi del lavoro e l’aumento della produttività diventano elementi centrali della competizione internazionale.

Il capitale è globalizzato. I lavoratori, molto meno. Le imprese possono spostare produzioni, investimenti e catene di fornitura da un paese all’altro, cercando condizioni più favorevoli. Possono sostituire lavoro con tecnologia e possono utilizzare la concorrenza internazionale come leva per contenere salari e diritti.

Per questo la questione dell’occupazione non può essere ridotta a un problema tecnico di statistiche sul PIL o sul PMI.

È una questione di rapporti di forza. La crescita economica può aumentare senza migliorare la vita di chi lavora. La produttività può crescere senza aumentare i salari. La tecnologia può produrre più ricchezza mentre diminuisce il numero dei lavoratori necessari a produrla. Il punto non è quindi fermare il progresso tecnologico, ma decidere chi controlla quel progresso e come vengono distribuiti i suoi risultati.

La vera prova per il Labour

Il governo laburista si prepara ora ad affrontare il prossimo bilancio in un contesto difficile. Può rivendicare una relativa tenuta dell’economia britannica, ma non può ignorare il dato più ostinato: il mercato del lavoro continua a perdere occupazione da 24 mesi. La questione centrale non sarà allora soltanto quanto crescerà il PIL britannico.

Sarà capire chi pagherà il costo della ristrutturazione. Perché il capitale ha già individuato la propria risposta: aumentare la produttività, ridurre i costi e difendere la redditività.

Ai lavoratori resta invece una domanda molto più concreta: quanto ancora dovranno pagare per una crescita della quale ricevono una quota sempre più piccola?

Il caso britannico mostra che la partita è già aperta. E se il futuro dell’economia europea verrà costruito attraverso licenziamenti, precarietà e compressione dei salari, allora il problema non sarà soltanto la crisi del mercato del lavoro.

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06/10/2026

L’ideologia e la falsa coscienza dell’IA

Molti ingegneri e informatici che hanno studiato all’università dagli ’90 in poi hanno una sensazione ricorrente quando leggono articoli sull’Intelligenza Artificiale moderna: gran parte delle tecniche presentate come rivoluzionarie sembrano in realtà strumenti già noti da tempo.

Ottimizzazione numerica, statistica, reti neurali, metodi euristici e algoritmi di ricerca erano infatti tecniche e concetti insegnati molto prima dell’attuale boom dell’IA.

C’è quindi qualcosa che non torna, si tratta di teorie “vecchie” o c’è effettivamente qualcosa di nuovo? Le fondamenta matematiche dell’IA moderna non sono nuove. Se con il termine “intelligenza” ci riferiamo ai presupposti teorici di questa tecnologia allora possiamo affermare che esiste ed è insegnata da una trentina d’anni a questa parte, è, però, cambiato il modo in cui tali strumenti vengono utilizzati oggi.

Supponiamo quindi che con il termine “intelligenza” ci si riferisca ai presupposti teorici di questa tecnologia, allora per comprenderla oltre l’ideologia è necessario partire da tre pilastri matematici fondamentali: statistica, ottimizzazione ed euristica.

I tre pilastri matematici dell’IA

La statistica si occupa di estrarre informazione dai dati. Quando stimiamo una probabilità, una distribuzione o una correlazione stiamo svolgendo un problema statistico. In un sistema di riconoscimento immagini, ad esempio, la statistica consente di individuare regolarità nei milioni di esempi utilizzati per l’addestramento di un nuovo modello. La statistica non è una scienza esatta, si basa sulla probabilità e non sulla certezza, ma se il campione è abbastanza vasto da coprire una buona parte della popolazione presa in esame, allora le sue predizioni diventano sempre più accurate. Negli anni ’90 ad esempio non c’era modo di accumulare una quantità di dati sufficiente per analizzare con un errore trascurabile i fenomeni fisici, economico o sociali... figuriamoci se poteva essere possibile memorizzare miliardi e miliardi di libri, immagini e altro per ridurli a dati da cui estrarre delle statistiche. Ci tornerò successivamente ma in questo fatto sta uno dei cambiamenti storici che porta l’IA a diventare così centrale oggi.

L’ottimizzazione ha invece un obiettivo diverso: trovare la soluzione migliore rispetto a una funzione obiettivo. In termini matematici si cerca il minimo o il massimo di una funzione:

oppure

Quando una rete neurale viene addestrata, ciò che realmente accade è la minimizzazione di una funzione di errore.

Facciamo un esempio per semplificare e capirci meglio. Un modello di IA basato sul linguaggio – ovvero i LLM – deve costruire una frase sulla base di una domanda. Poniamo una domanda semplice: “Come stai?”, il modello andrà a cercare qual è, tra i tanti dati raccolti, la prima parola più probabile che si ripete dopo questa domanda e troverà: “Sto”.

Successivamente cerca qual è la parola seguente più probabile – senza perdere il contesto della domanda – e troverà: “bene”. Fino ad arrivare a rispondere “Sto bene. Grazie!”, semplicemente perché ha notato che questa è la risposta che è statisticamente più probabile nelle conversazioni e nei dialoghi dai quali ha appreso.

Quindi sulla base di una statistica e di un numero enorme di dati attiva una funzione di ottimizzazione che restituisce appunto un ottimo (minimizzazione dell’errore o massimizzazione della probabilità etc. etc.) in corrispondenza di alcune soluzioni come ad esempio quella proposta.

Questa tecnica è importante perché ci fa comprendere che l’IA segue degli obiettivi prefissati, e attiva tutti i percorsi utili a raggiungere questi obiettivi.

Le euristiche, infine, sono strategie pratiche utilizzate quando il problema è così complesso da rendere impossibile una ricerca esatta della soluzione ottimale. Invece di esplorare tutte le possibilità, l’algoritmo utilizza regole di buon senso matematicamente motivate per restringere lo spazio di ricerca. Di fatto, alla domanda precedente un modello avrebbe potuto rispondere in mille altri modi ma calcolare esattamente quale sarebbe il modo perfetto per rispondere potrebbe richiedere troppo tempo. Allora, invece di usare la soluzione “ottima” in assoluto si utilizzano tecniche capaci di arrivare ad “ottimi” relativi, ovvero soddisfacenti ma non assolutamente esatti.

Nell'immagine seguente, la pallina nel punto A si trova in un ottimo relativo, la pallina nel punto B in un ottimo assoluto quando la funzione obiettivo è minimizzare l’altezza a cui si trova la pallina. Una euristica che ci porterebbe nel punto A è la regola di andare avanti fin tanto che non trovo una salita. Come è evidente rispetto al punto di partenza non ci si sbaglia di molto se invece che andare nel punto di ottimo assoluto ci si ferma in quello relativo, si risparmia però tempo.

Gran parte dell’IA moderna può quindi essere descritta come la combinazione di questi tre elementi: la statistica estrae informazione dai dati, l’ottimizzazione definisce l’obiettivo da raggiungere e le euristiche permettono di trovare una soluzione, seppur approssimata, in tempi accettabili.

L’apprendimento delle macchine esisteva già negli anni ’50 del '900

Una convinzione diffusa è che le reti neurali siano una tecnologia recente. In realtà il loro antenato diretto, il Perceptron, fu introdotto da Frank Rosenblatt nel 1958 nel lavoro The Perceptron: A Probabilistic Model for Information Storage and Organization in the Brain. [homepages….th.uic.edu], [mlanthology.org]

L’idea fondamentale era già quella di un sistema capace di modificare automaticamente i propri parametri sulla base dell’esperienza. In altre parole, il concetto di apprendimento dai dati era presente oltre sessant’anni fa. [homepages….th.uic.edu], [mlanthology.org]

Anche molte tecniche di ottimizzazione utilizzate oggi derivano da idee sviluppate nel corso del Novecento. Da questo punto di vista, affermare che l’IA sia nata negli anni ‘20 del nuovo secolo, con OpenAI ad esempio, sarebbe storicamente scorretto.

Le euristiche erano già considerate IA 

Un altro esempio significativo è rappresentato dall’algoritmo A*, introdotto nel 1968 da Peter E. Hart, Nils J. Nilsson e Bertram Raphael nel lavoro A Formal Basis for the Heuristic Determination of Minimum Cost Paths. [centerconsulting.com], [achievements.ai]

L’algoritmo utilizza una funzione:
dove g(n) rappresenta il costo reale accumulato mentre costituisce una stima euristica del costo ancora necessario per raggiungere l’obiettivo. L’idea consiste nel privilegiare i percorsi che sembrano più promettenti. [achievements.ai], [centerconsulting.com]

Questa logica è alla base di numerosi sistemi di pianificazione, robotica e navigazione ancora oggi utilizzati. Pertanto, molti degli strumenti che oggi chiameremmo IA erano già presenti oltre mezzo secolo fa. [en.wikipedia.org], [centerconsulting.com]

La differenza più interessante tra IA classica e Large Language Models (LLM) non è tanto nella matematica utilizzata, quanto nel luogo in cui risiede la conoscenza, o se vogliamo l’intelligenza.

IA classica

Nei sistemi tradizionali l’intelligenza era principalmente incorporata dal progettista.

L’ingegnere definiva:
  • le regole del sistema;
  • le euristiche da applicare;
  • le funzioni di valutazione;
  • i criteri decisionali.
In un motore scacchistico classico, ad esempio, era il progettista a stabilire che una donna valeva più di una torre o che il controllo del centro della scacchiera fosse vantaggioso. Il sistema eseguiva ciò che era stato esplicitamente modellato dall’essere umano in maniera consapevole. In questo paradigma si può affermare che l’intelligenza risiedesse principalmente nel progettista.

Large Language Models

Negli LLM la situazione è profondamente diversa. L’ingegnere non programma più direttamente le regole linguistiche. Non scrive la grammatica italiana, inglese o francese. Non definisce manualmente quando utilizzare una determinata costruzione sintattica.

Definisce invece:
  • l’architettura del modello;
  • la funzione di perdita (loss function);
  • il processo di addestramento;
  • le procedure di ottimizzazione.
Successivamente il sistema apprende autonomamente osservando enormi quantità di dati.

In questo paradigma, l’intelligenza non risiede principalmente nelle regole scritte dal progettista, ma nei dati e nel processo di apprendimento che consente di estrarne regolarità, schemi e conoscenze implicite. L’ingegnere non programma direttamente il comportamento finale del sistema; programma piuttosto il meccanismo attraverso il quale tale comportamento emergerà.

Questo rappresenta probabilmente il cambiamento concettuale più importante introdotto dall’IA moderna.

Ma da dove provengono i dati necessari per addestrare questi modelli? In larga misura dalla produzione culturale e conoscitiva dell’umanità: libri, articoli, siti web, fotografie, opere artistiche, documentazione tecnica, discussioni pubbliche, archivi digitali e, più in generale, dalla conoscenza accumulata e trasmessa da generazioni. La proprietà di questi dati è collettiva.

È proprio qui che emerge una delle tensioni più significative dell’industria dell’intelligenza artificiale contemporanea. Le prestazioni dei modelli dipendono fortemente dalla quantità e dalla qualità dei dati disponibili, e dalla capacità di archiviarli. Di conseguenza, la competizione tra aziende si traduce spesso nella ricerca di un accesso sempre più ampio al patrimonio informativo prodotto collettivamente dalla società.

Si crea così un paradosso: il valore economico dei modelli deriva in misura crescente dalla capacità di incorporare e rielaborare conoscenze generate da milioni di persone, mentre i benefici economici risultanti tendono a concentrarsi nelle organizzazioni che possiedono l’infrastruttura computazionale, i modelli e le piattaforme attraverso cui tali conoscenze vengono trasformate in prodotti e servizi.

La questione diventa quindi non solo tecnologica ma anche politica, economica e giuridica: chi possiede la conoscenza, chi può utilizzarla per addestrare modelli di IA e chi dovrebbe beneficiare del valore economico generato da tale utilizzo?

In altre parole, il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale non riguarda soltanto gli algoritmi, ma anche il rapporto tra conoscenza collettiva e proprietà privata.

Da questo punto di vista siamo di fronte a due modelli politicamente diversi: quello cinese open source e quello privatistico americano. Su ognuno di questi modelli insiste una contraddizione: per quello cinese è vero che il software di intelligenza artificiale è gratis/aperto, ma per usarlo è necessario un server non certo alla portata di una famiglia e spesso nemmeno di alcuni Stati.

Sul modello americano insiste la contraddizione più classica del capitalismo: affinché la conoscenza possa diventare proprietà privata, è necessario negare la proprietà privata sulla conoscenza ai singoli individui. Ovvero devono operare costantemente espropriazioni del prodotto del lavoro mentale.

Qui si capisce anche perché alcuni sviluppatori IA sembrano essere impazziti, mollano tutto per paura di quelli che potranno essere gli effetti dell’intelligenza artificiale in futuro, non la comprendono più... Il punto è che il Capitale ha prodotto alienazione tra chi lavora per ottenere una merce e chi invece se ne appropria, esattamente come un operaio che produce un ingranaggio di una macchina su cui non ha nessun controllo e consapevolezza, così succede per gli ingegneri oggi.

A quel famoso sviluppatore diventato estraneo al prodotto del suo stesso lavoro andrebbe detto: benvenuto nell’era dell’IA, benvenuto nella classe operaia. Magari, con un po’ di sano marxismo gli passa la paura.

Conclusioni

Resta un punto ancora da sviscerare, se le basi dell’IA esistevano anche nei primi anni 2000, perché ora se ne parla così tanto? Il punto di svolta avvenne nel 2012 con il lavoro ImageNet Classification with Deep Convolutional Neural Networks di Alex Krizhevsky, Ilya Sutskever e Geoffrey Hinton. Il modello dimostrò come una rete neurale profonda addestrata su oltre un milione di immagini e accelerata tramite GPU potesse superare nettamente le tecniche precedenti. [proceeding…neurips.cc], [papers.nips.cc]

La successiva svolta arrivò nel 2017 con il lavoro Attention Is All You Need di Ashish Vaswani e collaboratori, che introdusse l’architettura Transformer utilizzata dai moderni LLM. [arxiv.org], [research.google], [papers.neurips.cc]

La matematica sottostante non era nuova. Ciò che era cambiato era la disponibilità simultanea di:
  • grandi quantità di dati;
  • elevata potenza computazionale;
  • architetture sufficientemente scalabili.
Ciò che cambia è la scala. Modelli con centinaia di miliardi di parametri vengono addestrati su quantità di testo impensabili solo pochi anni fa. [arxiv.org], [papers.neurips.cc]

C’è stato quindi un cambio di paradigma. Nell’IA classica l’intelligenza era codificata dall’ingegnere sotto forma di regole ed euristiche; nei moderni sistemi di apprendimento l’ingegnere definisce l’architettura e il processo di ottimizzazione, mentre la conoscenza emerge dall’analisi di enormi quantità di dati.

È questo spostamento dell’intelligenza dalle regole ai dati, unito alla disponibilità di potenza computazionale senza precedenti, che ha trasformato “vecchie” idee accademiche in una rivoluzione tecnologica percepita oggi come “Intelligenza Artificiale”. [proceeding…neurips.cc], [arxiv.org], [papers.neurips.cc]

Venendo quindi a una delle questioni più filosofiche: l’IA possiede una coscienza autonoma oppure no? La risposta è semplice se si guarda appena dietro all’ideologia che viene costruita attorno a questa tecnologia:
  1. L’intelligenza, ovvero la matematica di base, è molto simile al T9 dei vecchi telefoni, nessuno mai ha creduto che il telefono pensasse prima di completare le parole;
  2. La conoscenza deriva dall’enorme capacità di rubare dati, di memorizzarli e catalogarli. L’IA è cosciente solo di quella che è la conoscenza umana. Può apparire che abbia consapevolezza di se stessa, ma questa è ideologia, la macchina sta solo ripetendo uno schema che ha trovato ripetibile staticamente e vincente (“ottimo”) nel comportamento umano.
  3. Non è possibile prevedere a priori come reagirà un certo modello in seguito all’addestramento semplicemente perché il nostro cervello è troppo limitato per tener conto di tutti quei dati contemporaneamente, ed emerge così l’angoscia di non riuscire a tenere sotto controllo l’AI. Quando invece quel comportamento è semplicemente il miglior comportamento mai realizzato dall’umanità, individuato in tempi utili in funzione di uno o più obiettivi dichiarati in partenza. È il caso degli esperimenti che sono sulle cronache dei giornali, quando si dice che il modello tal dei tali abbia disobbedito, ha in realtà riprodotto uno schema che ha trovato in un forum di hacker per esempio.
Al di là dell’ideologia la realtà è ben diversa: ciò che è fuori controllo è il modo di produzione capitalista, che porta ad un nuovo e rinnovato livello l’alienazione, mentre i produttori di conoscenza (i lavoratori) cadono nel girone della classe operaia, insieme alle illusioni offerte dal capitalismo.

È chiaro però che se addestri un modello con i manuali di guerra invece che con quelli medici, sarà potenzialmente in grado di distruggere l’umanità.

Ma la responsabilità di chi è? Vogliamo davvero pensare che sia un pezzo di silicio a decidere tutto?

Bibliografia scientifica
  1. Frank Rosenblatt, The Perceptron: A Probabilistic Model for Information Storage and Organization in the Brain, Psychological Review, 1958. [mlanthology.org], [homepages….th.uic.edu]
  2. Peter E. Hart, Nils J. Nilsson, Bertram Raphael, A Formal Basis for the Heuristic Determination of Minimum Cost Paths, IEEE Transactions on Systems Science and Cybernetics, 1968. [centerconsulting.com], [achievements.ai]
  3. Alex Krizhevsky, Ilya Sutskever, Geoffrey E. Hinton, ImageNet Classification with Deep Convolutional Neural Networks, NeurIPS 2012. [proceeding…neurips.cc], [papers.nips.cc]
  4. Ashish Vaswani et al., Attention Is All You Need, NeurIPS 2017.
Fonte