Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/10/2021

Il Governo programma il ritorno alla legge Fornero: l’attacco alle pensioni è servito

Il Governo Draghi si conferma il Governo della Restaurazione, e quale campo migliore per confermarlo se non quello della previdenza sociale? A riprova di ciò, le cronache di questi giorni ci parlano con insistenza della prossima modifica alla legislazione sulle pensioni che anima i dibattiti nella maggioranza. Prima l’ipotesi di ‘quota 102’ estesa ai prossimi anni; poi l’allargamento dell’APE sociale ad una platea più vasta ma pur sempre limitata di lavoratori; ora si torna al balletto delle quote: ‘quota 102’ per il 2022, ‘quota 104’ dal 2023, e poi situazione da valutare per l’anno successivo con sicuro ritorno alla norma dei 67 anni. Numeri e numeretti dietro i quali si cela ormai palesemente la chiara volontà di tornare alla legge Fornero dichiarando però di non volerci tornare. Un giochino ideologico sin troppo plateale per essere creduto anche dai più distratti e dai meno inclini a fare le somme. Il ritorno alla legge Fornero, infatti, è scritto nelle cifre del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) inviato a Bruxelles che il Governo non intende smentire. Tali cifre sono talmente esigue (600 milioni per il 2022; circa 500 per i successivi due anni) da mettere nero su bianco che si tratterà dell’ennesima toppa e non di una riforma onnicomprensiva. Il problema, come al solito, è che la toppa è peggio del buco. Vediamo perché.

Quota 102 significa poter andare in pensione con la combinazione di 64 anni e 38 di contributi. Ovvero uno scatto di due anni anagrafici rispetto a quota 100 a parità di età contributiva. Quota 104 che scatterebbe, nell’ipotesi tracciata dal Ministro dell’Economia Michele Franco, dal 2023, si tradurrebbe nel binomio 66 anni di età e 38 di contribuzione come doppio requisito di accesso alla pensione.

Lo status quo stabilito dalla legge Fornero, invece, che tornerebbe a valere in caso di abolizione sic et simpliciter di quota 100, porterebbe già dal 2022 l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni (e almeno 20 anni di contributi), ferma restando la possibilità della cosiddetta “pensione anticipata”, ovvero la possibilità di accedere al pensionamento con 42 anni e 10 mesi di carriera per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne senza requisiti anagrafici.

Insomma, con quota 104 a regime, ovvero tra soli 14 mesi, si tornerebbe ad un solo anno di distanza da quei requisiti rigidissimi che le leggi pensionistiche del periodo 2011-2012 avevano definito per gli anni a venire prevedendo peraltro aumenti automatici dell’età pensionabile legati all’aumento della vita media attesa. E dal 2024 il probabile ritorno diretto allo status quo delle leggi Sacconi-Fornero, ovvero a quella normalità tanto raccomandata da tutte le linee guida europee, dall’OCSE e da tutta la corte di economisti esperti al servizio permanente dello smantellamento dello stato sociale.

Una presa in giro così sonora che tutto il mondo sindacale confederale, in genere poco incline ad opporsi con decisione al destino ineluttabile delle riforme neoliberiste del mercato del lavoro e dello stato sociale, ha dovuto mostrare il suo pieno disappunto fino a definire la misura un vero e proprio sfottò ai danni dei lavoratori.

Del resto, il livello di derisione della misura viene mostrato con chiarezza dalla platea ristrettissima di potenziali beneficiari di quota 102, e ancor di più di quota 104. Si parla di circa 10.000 lavoratori coinvolti (8.524 nel 2022 e 1.924 nel 2023). Una cifra che definire esigua è riduttivo. Se si considera che i beneficiari potenziali di quota 100 nel 2019 erano più di 300.000 lavoratori si capisce molto bene l’impatto restrittivo del passaggio che ha peraltro l’esplicito obiettivo di tornare nel giro di due anni massimo alle durezze della legge Fornero, ovvero ad un numero pari a 0 di beneficiari di misure di flessibilità in uscita.

Alla beffa generale si aggiunge la volontà di abolire ‘Opzione donna’, quella misura che consentiva alle donne (particolarmente penalizzate dalla misura del 2012 in cui si equiparò l’età pensionabile maschile e femminile provocando di fatto uno scalone improvviso per le donne) di andare in pensione con 58 anni di età e almeno 35 di contributi calcolando però la pensione con il solo computo contributivo anche per la residua quota retributiva (dunque con forte penalizzazione sull’assegno previdenziale). Si abolirebbero così tutte le residuali forme di flessibilità in uscita ad oggi ancora esistenti.

Nell’arco politico di sostegno al Governo delle larghissime intese di Mario Draghi, solo la Lega con timidezza e palese velleitarismo si dichiara contraria al meccanismo proposto, ma si tratta, come sempre, di pure dichiarazioni di intenzioni. Ricordiamo a chi avesse la memoria corta che fu proprio la Lega a volere la misura di quota 100 come un mero esperimento a termine di carattere triennale ben sapendo che ciò avrebbe significato nel volgere di pochissimo tempo il ritorno alla ‘tanto odiata’ legge Fornero, senza per altro averne mai stravolto la logica. Per altro, il presunto alter ego della Lega nella maggioranza di Governo, il PD di Enrico Letta che pure si dichiara contrario ai meccanismi proposti, lo fa in una maniera altrettanto odiosa. Le parole di Letta, infatti, chiariscono quale sia l’obiettivo. Non solo tenere in piedi la legge Fornero, ma riattivarla il prima possibile già dal 2022 pur mantenendo alcune opzioni di flessibilità, tra cui Opzione donna, che verrebbero tuttavia spazzate dall’introduzione di Quota 102 prima e Quota 104 poi. È evidente come le sorti delle lavoratrici e dei lavoratori non hanno speranza di migliorare, qualsiasi opzioni passi; è altrettanto palese come la vecchia tecnica di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri sia ancora viva e vegeta. Checché ne dicano Letta o Bonomi, infatti, non vi è modo di attribuire alle varie forme previste di anticipazione dell’età pensionabile la colpa di penalizzare giovani e donne. Il problema è l’esatto opposto: le misure di austerità, di cui l’innalzamento dell’età pensionabile rappresenta una faccia odiosissima, condannano giovani e donne alla disoccupazione e a stipendi da fame, rendendo altresì un miraggio il raggiungimento di una pensione dignitosa.

Pur senza nominarla mai, dunque, il ritorno alla legge Fornero è accettato da tutti. Non dirlo esplicitamente rappresenta un diversivo ideologico per non mostrarsi troppo allineati a quella che è diventata nel tempo un vero e proprio simbolo della carneficina pensionistica del fu governo Monti. A parole sono tutti o quasi tutti (si distingue forse Italia Viva per fedeltà ideologica al liberismo ostentato) per superare lo scalone che il ritorno allo status quo pre-Quota 100 implicherebbe dal 1° gennaio 2022. Nei fatti, le proposte per superare lo scalone, lungi dal prevedere una stabilizzazione duratura di meccanismi di uscita flessibile, ambiscono a trasformare lo scalone in un paio di scalini che porteranno punto e daccapo alla legge Fornero dal 2024. Insomma, tutti spingono per tornare alla legge Fornero, ma cercano il modo più presentabile di farcelo sapere e il modo meno traumatico di farlo digerire a milioni di lavoratori cornuti e mazziati. L’eterna lezione del Gattopardo che non muore mai.

Il sistema pensionistico e l’intero corpus ferito e moribondo del nostro stato sociale meritano invece ben altro: una rivisitazione radicale della logica di computo delle pensioni che superi le angustie del sistema contributivo, riportando le pensioni ad un livello dignitoso per tutti e, contestualmente, garantendo meccanismi non penalizzanti di ampia flessibilità di uscita.

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28/12/2016

Napoli. Le aggressioni non fermeranno il conflitto politico e sociale nella città

La vigliacca aggressione fatta al nostro compagno Michele Franco il giorno di Natale è un fatto indegno che fa il gioco di chi vuole imbarbarire i rapporti politici nella città e di chi intende creare artificiosamente divisioni nel movimento di classe.

La prima cosa che ci viene a mente è la domanda classica che si impone in circostanze similari: a chi giova tutto ciò?

Michele è un attivista politico e sindacale conosciuto a Napoli e nell’area metropolitana. Un compagno da sempre presente nelle dinamiche del conflitto e notoriamente ben disposto a connessioni politiche unitarie con quanti si battono per la difesa e l’affermazione degli interessi dei settori popolari della società.

Ci domandiamo – quindi – quale possa essere la logica, l’obiettivo e la linea di condotta di chi ha aggredito Michele.

Sicuramente non è un bene né è utile per l’articolazione, la generalizzazione e la sedimentazione organizzata dei movimenti di lotta inserire nel dibattito politico napoletano un clima di sospetto, elementi di palese confusione e di disorientamento storico e culturale, ma – soprattutto – una logica da “lumpen” che nell’humus sociale di una metropoli come Napoli fa lievitare il diffondersi di una pericolosa sottocultura che è l’opposto dei fattori di protagonismo, di partecipazione e di spinta ideale e materiale per il cambiamento che restano il fondamento indispensabile per una politica di classe!

Non ci convince chi provocatoriamente riesuma “tribunali rivoluzionari” pensando di poter emettere assurde scomuniche e pagelle verso compagni e strutture politiche, sociali e sindacali le quali – quotidianamente – alimentano lotte, conflitto ed organizzazione di massa e, spesso, ne pagano un prezzo quando sono colpite dalla repressione.

Sappiamo molto bene di chi fa il gioco il farci perdere tempo in uno scimmiottamento – sotto forma di farsa – di una vicenda storica chiusa da tempo su cui esiste un vasto e complesso bilancio politico critico ed autocritico. Giova all’avversario di classe che trae dalle rotture politiche la propria forza per proseguire nelle politiche di rapina verso le classi subalterne e di sfruttamento dei lavoratori.

Simili derive, quindi, costituiscono un freno ed un ostacolo alla ripresa del conflitto e sono un fattore di regressione culturale e politica introdotto attentamente nelle file del movimento. Di tali provocazioni ne possono, infatti, gioire solo gli apparati statali preposti alla repressione che sanno benissimo che oggi la situazione di malessere sociale diffuso potrebbe trasformarsi in lotta e organizzazione di massa.

La quantità, la qualità e l’estensione dei messaggi di solidarietà e vicinanza umana, politica e militante che stanno giungendo, in queste ore, a Michele, da ogni parte del paese, ci confermano che il mondo reale – quello vero e non quello vissuto attraverso i propri deliri psicotici – è presente, è attivo, intende andare avanti e non tollererà nessun altro episodio di “guapperia” e di prevaricazione contro qualsiasi compagno.

Per questo la Rete dei Comunisti prenderà già nei prossimi giorni iniziative pubbliche, e tutto ciò che si renderà necessario, per denunciare e rispondere a queste provocazioni chiamando le compagne ed i compagni tutti della città ad un confronto per rintuzzare l’aggressione in atto e per rafforzare i necessari processi unitari di lotta.

28 Dicembre 2016

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27/12/2016

La fabbrica degli utili idioti non va mai in crisi

Mi sto occupando di rivoluzionari autentici, partigiani, ribelli e qualche pataccaro rosso, più rosso di tutti i rossi, proprio come oggi, spesso provocatori e confidenti di polizia. Un libro faticoso, che mi tiene in casa più che fuori, ma ciò che mi accade attorno lo so. Pochi mesi fa un capitan Fracassa si è messo a minacciare, perché, dice lui, visto che sei amico del sindaco, ora sei borghese, riformista e nemico di classe...

Giorni fa, non so bene quali proletari comunisti e sprezzanti mi hanno definito «corifeo emozionale di De Magistris». Il 25 dicembre scorso il grande salto di qualità: i custodi della rivoluzionaria purezza stavolta hanno dato fuoco alle polveri, organizzando ai danni di Michele Franco, compagno autentico e amico cui tengo molto, un agguato ai limiti dell’eroismo: in vantaggio di età e di numero. Le ragioni?

«La componente di antagonisti e comunisti rivoluzionari napoletana considera provocatori, dissociati, personaggi ambigui, riformisti e piccolo borghesi» Michele Franco e quelli che «sostengono lo Stato borghese anche localmente (Comune)»; essi sono «traditori degli interessi immediati politico storici proletari, in quanto controllano socialmente il proletariato per subordinarlo allo Stato borghese operando sui suoi interessi immediati (ruolo svolto dai riformisti del PCI negli anni 70-80, oggi dai dissociati, provocatori, piccolo borghesi riformisti legati allo Stato borghese locale e pertanto […] nemici di classe pur essendo presenti nei movimenti […]. Essi vanno combattuti con l’azione politica di massa, con la chiarezza, con le organizzazioni di movimento che devono radicalizzarsi ed espellerli, con le lezioni radicali e fisiche. Altro discorso vale per i movimenti economicisti e chi ha una coscienza politica insufficiente. Per costoro esiste possibilità di confronto a patto che non siano opportunisti».

La madre dei cretini purtroppo è perennemente incinta e la fabbrica degli idioti non conosce crisi.

Di errori in questa faccenda ce ne sono tanti, ma uno va subito corretto: questi con la rivoluzione non c’entrano nulla. Sono figli di padre ignoto.

Non si sa bene se camorristi o squadristi.

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