Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/06/2024

In pensione a oltre 70 anni. Il futuro dei giovani è lavorare fino alla morte

L’Inps ha appena aggiornato “Pensami”, il simulatore sulle pensioni, in base alle novità introdotte con la legge di bilancio e alle aspettative di vita. Le prospettive sono tutt’altro che confortanti, soprattutto per i più giovani.

L’istituto della previdenza sociale italiana comunica che, non essendo stati registrati incrementi dell’aspettativa di vita, fino al 2028 l’età pensionabile rimarrà fissa a 67 anni. Dal 2029 crescerà di un mese, ma l’opportunità di andare effettivamente in pensione dipenderà anche dai contributi versati.

Le varie proiezioni fatte sui più giovani hanno dato risultati sconfortanti. Per fare un esempio, una persona nata all’inizio del 1994, che ha cominciato a lavorare dal 2022 e maturi almeno 20 anni di contributi, andrà comunque in pensione alla fine del 2063, a 69 anni e 10 mesi di età.

Nel caso in cui non si arrivasse a 20 anni di versamenti (cosa che non deve essere considerata improbabile in un sistema che si regge ormai su lavori a termine e part-time involontari), la pensione arriverebbe addirittura a 74 anni. Un logoramento senza fine del corpo e delle forze del lavoratore.

La situazione non è migliore per chi si avvia alla mezza età. Chi è nato nel gennaio del 1980, lavora nel privato e ha cominciato a versare nel 2005 va in pensione a 68 anni e 9 mesi, dal novembre del 2048.

In questo caso, la pensione può essere anticipata a 65 anni e 7 mesi, se sarà stata maturata un’erogazione tre volte superiore all’assegno sociale (al 2024 significa oltre 1.600 euro per 13 mensilità). Ma il pensionamento arriverà a 73 anni e 2 mesi se non saranno stati versati 20 anni di contributi.

È bene fare alcune osservazioni su questi ultimi dati. Un nato nel 1980 che lavora dal 2005 ha cominciato a versare in pratica dal momento successivo alla fine di un ipotetico percorso universitario: non ci sono perdite di tempo e periodi di inattività tra lo studio e il lavoro.

Se avrà ricevuto una paga da fame, con contributi da fame, dovrà lavorare fino quasi a ridosso dei 70 anni, per ricevere poi una pensione da fame. E deve non aver lavorato in nero, grigio e deve sperare che i contributi siano stati versati, vista anche l’ampia diffusione dell’evasione in questo ambito.

Se non avesse raggiunto le 20 annualità contributive e volesse riscattare gli anni universitari per arrivare a questo traguardo, si troverebbe a pagare varie decine di migliaia di euro. Una cifra esorbitante, senza la quale dovrebbe attendere fino a oltre i 73 anni per raggiungere la quiescenza lavorativa.

Quello che è utile rimarcare è che queste opzioni sono ipotizzate per un lavoratore che ha versato dal 2005, e quindi completamente dentro il sistema contributivo, reintrodotto gradualmente con la riforma Dini del 1995. Una trasformazione del sistema pensionistico portata a termine dalla riforma Fornero a fine 2011.

Sul sito del ministero del Lavoro leggiamo che “il sistema contributivo rappresenta una forma più equa di determinazione della prestazione pensionistica, in quanto pone in diretta correlazione quanto versato con quanto il soggetto verrà a percepire”. Siamo abituati alla trasformazione dei significati per legittimare la ferocia neoliberista, ma qui si va oltre.

Anche se non ce ne sarebbe bisogno, leggiamo sulla Treccani che equità è “giustizia che applica la legge non rigidamente, ma temperata da umana e indulgente considerazione dei casi particolari a cui la legge si deve applicare”. Equità non è dare in maniera proporzionale a quanto si è versato, ma con coscienza della realtà concreta che definisce il caso particolare.

Se, ad esempio, si è vissuta una vita lavorativa di vessazioni, dov’è l’equità in una pensione che riproduce e cristallizza quella precarietà e povertà già sperimentata e rappresentata dalla scarsa contribuzione? Ma c’è di più.

Queste riforme sono state introdotte con la scusa che i fondi pensionistici sarebbero altrimenti diventati un buco nero delle finanze pubbliche. Anche volendoci credere – e non lo facciamo – i dati Eurostat confermano che la spesa per pensioni in rapporto al PIL ha toccato il 16,3%, un valore che in UE è secondo solo a quello della Grecia.

Bisognerebbe quantomeno dire che le ricette promosse dalla classe dirigente negli ultimi trent’anni sono state fallimentari. E che forse sarebbe il caso di ragionare che il problema è nelle scarse paghe, che si traducono in scarsi contributi, e sul fatto che il finanziamento sarebbe davvero equo se avvenisse attraverso la fiscalità generale.

Ma ovviamente, in UE il mantra è sempre lo stesso: ridurre le spese sociali. C’è il riarmo da finanziare, e l’Italia segue questi dettami in maniera ligia.

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27/05/2022

Sulle pensioni l’UE non concede nulla

Se uno non sa come funziona l’Unione Europea può rimanere sbalordito da un titolo come questo: “Pensioni, riforma a rischio stop. La Ue boccia anche Quota 102”.

Compare su IlSole24Ore, ma titoli simili campeggiano un po’ su tutti i giornali di questo paese. L’ignaro cittadino medio potrebbe dunque chiedersi: “ma che gliene frega all’Unione Europea di come noi italiani decidiamo di trattare i nostri lavoratori che vanno in pensione? In fondo facciamo tutto con i soldi nostri...”

Fuori da ogni trip nazionalistico, però, bisogna ricordare che la UE è un “quasi-stato” in formazione, che da decenni – dal 1992, per la precisione, anno degli accordi di Maastricht – ha preso nelle proprie mani alcuno capitoli decisivi della politica dei singoli stati nazionali. A cominciare dalle politiche di bilancio (ossia come ogni singolo Stato raccoglie ogni anno le risorse e soprattutto come le spende), dalla politica monetaria (con la divisa unica non si può più manovrare sul cambio) e numerosi altri aspetti che una volta costituivano la “sovranità” di un apparato statale.

Questa “sovranità”, o almeno un sua buona parte, non è affatto scomparsa, ma è stata trasferita alla Commissione Europea capeggiata in questo momento da Ursula von der Leyen, con l’ex premier PD Paolo Gentiloni in veste di kommissar agli affari economici.

Il tema pensioni è costantemente sotto il mirino della UE perché – insieme alla sanità e all’istruzione – costituisce una delle voci di spesa più grandi di un qualsiasi stato dell’Unione. E, nella logica neoliberista che regola le decisioni di Bruxelles, queste voci di spesa andrebbero costantemente diminuite allo scopo di ridurre il totale del debito pubblico degli stati nazionali.

Sappiamo tutti che c’è stata la famigerata “riforma Fornero”, che ha portato l’età pensionabile a 67 anni (e per ogni tipo di mansione, anche quelle più pericolose e gravose). Una piccola breccia propagandistica era stata aperta dal governo “giallo-verde” (Lega e Cinque Stelle, ovvero il “Conte 1”), con l’”esperimento” di “quota 100”, come risultato della somma di anni di lavoro ed età anagrafica.

Esperimento deludente perché, anche a causa dei criteri troppo rigidi, ben pochi lavoratori sono riusciti ad usufruirne (in genere quasi soltanto “precoci” del Nord).

Successivamente il governo Draghi – raccogliendo le insistenti “raccomandazioni” di Bruxelles – aveva spostato l’asticella a “quota 102”, mantenendo però le stesse rigidità e quindi ottenendo gli stessi scarsi risultati. Senza peraltro diminuire le pesanti critiche della Commissione, che vi vede un “inutile spreco” di risorse finanziarie.

Ma anche il tempo di questo esperimento sta arrivando al termine e si riaffaccia dunque il ghigno della “Fornero” (la riforma, non la signora), che potrebbe tornare a pieno regime a partire dal 2023.

All’inizio dell’anno governo e CgilCislUil avevano raggiunto un mezzo accordo per una “mini-riforma” da inserire nella prossima legge di stabilità, ma subito dopo il governo ha rinunciato a portare a termine questo impegno per concentrare invece gli sforzi su altre emergenze, come la crisi energetica e lo scoppio del conflitto russo-ucraino.

Non che i contenuti del confronto sindacati-governo fossero particolarmente favorevoli ai lavoratori, anzi... Basti ricordare che si voleva riaprire la norma del “silenzio-assenso” per l’adesione involontaria ai “fondi pensione” co-gestiti da imprese e sindacati.

Però era anche prevista qualche copertura contributiva per le “carriere discontinue” che distruggono soprattutto le prospettive dei giovani lavoratori, e anche qualche trattamento leggermente più favorevole per le lavoratrici.

Ma nulla di fatto sul tema principale, la cosiddetta “flessibilità in uscita”, ossia il poter andare in pensione anche prima dei 67 anni anagrafici. Il governo Draghi, sul punto, non ha mai rinunciato a mettere l’obbligo di calcolare l’assegno pensionistico interamente con il “metodo contributivo”, che taglia in modo sostanziale la cifra che il pensionando percepirà per tutto il resto della vita.

Ma anche questo, all’Unione Europea, risulta “eccessivamente dispendioso”. E dunque da eliminare.

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10/11/2021

Diminuisce ancora l’aspettativa di vita. Ci vogliono morti prima possibile

In Italia cala ancora l’aspettativa di vita. Si tratta di 1,2 anni in meno durante la pandemia, da 83,6 anni nel 2019 a 82,4 anni nel 2020. Ad affermarlo è il rapporto sulla salute dell’Ocse, ‘Health at a Glance 2021‘, pubblicato ieri dedicato in larga parte alla tenuta dei sistemi sanitari.

Nella media dei paesi aderenti all’Ocse va un po’ meglio, con una aspettativa di vita calata mediamente di 6 mesi. In Italia invece, come abbiamo visto, è scesa il doppio della media.

Nel 2020 e nel primo semestre 2021 il Covid-19 – precisa l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – ha contribuito ad innalzare del 16% il numero atteso di decessi nei trenta Paesi che fanno parte dell’organizzazione. Al stesso tempo, l’aspettativa di vita è scesa in 24 Paesi su 30, Italia inclusa.

Ma è stata tutta o solo colpa della pandemia – o meglio sindemia – di Covid? Niente affatto.

Sempre un rapporto dell’Ocse, ma del 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se, fino al 2008-2009, per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione: dagli 83,3 anni del 2016 agli 83 negli anni successivi (ora diminuita ulteriormente a 82,4, ndr).

Nella classifica primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4).

Nel 2020, l’anno del Covid-19, l’aspettativa di vita è tornata a calare nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza è stata certificata dai dati pubblicati dall’Eurostat.

La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di pochissimo (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

Come abbiamo visto, in Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all’alta percentuale di anziani del paese. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità.

In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia, ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.

Lo stop e poi la discesa della curva dell’aspettativa di vita in Italia è dovuta principalmente all’aumento dell’età pensionabile e alla diminuzione degli standard sanitari. Si lavora più a lungo e ci si cura di meno, ovvio che la salute e la longevità ne risentano.

Ma in Italia anche la diminuzione dell’aspettativa di vita non è affatto omogenea. Lo aveva già rilevato l’Istat nel 2020 attraverso il rapporto Bes, riportando a sorpresa che nel Meridione le cose vanno meglio che nel “produttivo e competitivo” Nord, perché l’età quasi si stabilizza mentre nel Nord diminuisce.

Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita, tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata infatti duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato – completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese – i guadagni in anni di vita “maturati” nel decennio.

A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).

Ci sono ripensamenti in vista, di conseguenza, sulla legge pensionistica concepita nei decenni precedenti, sulla base di una aspettativa di vita più alta e dunque sballata?

Per ora non ne vediamo né sentiamo nessuno. Anzi, il governo, i suoi lacchè e la Confindustria ripropongono la Legge Fornero.

In questi anni più volte abbiamo lanciato l’allarme sul fatto che le classi dominanti vorrebbero che morissimo prima possibile perché il “sistema previdenziale diventi sostenibile“.

Ma qualcuno, noi per primi, dovremo invece sottolinearlo e respingerlo con forza e non ci stancheremo certo di farlo, insieme ai giovani ed almeno fino agli 82,4 anni di età.

“Pantere grigie” in lotta senza se e senza ma.

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27/10/2021

Draghi schiaffeggia i “complici”, ma anche tutti i lavoratori

“L’incontro non è andato bene“. La frase pronunciata dal segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, al termine dell’incontro con Mario Draghi è un eufemismo ridicolo, buono solo per ridurre il rumore dello schiaffo ricevuto dal banchiere centrale. Pardon, dal presidente del consiglio...

Tutti i “retroscenisti” della stampa mainstream concordano nel riferire che a un certo punto Draghi si è alzato e se n’è andato, per “altri impegni”. Ma alle 20, anche nella politica governativa, è difficile rintracciare vertici più importanti. E comunque non si è avuta notizia di altri incontri di Draghi con chicchessia, dopo questa alzata.

Abbiamo insistito sulle “modalità” inconsuete della rottura per evidenziare quale sia la “considerazione” in cui il potere attuale tenga i sindacati (ex?) “concertativi”: zero assoluto.

Al tavolo si erano presentati come di consueto. Una lunga lista di richieste di modifica sui decreti che andranno a toccare le pensioni, la cosiddetta “Ape social”, “opzione donna” e altre questioni minori. Pronti ad arretrare ed esaltare l’eventuale – poco – che sarebbe stato concesso.

Il punto corposo – politicamente, socialmente e in termini di risorse finanziarie – era però quello delle pensioni.

Su questo Draghi era stato drastico già nei giorni scorsi: “bisogna tornare alla normalità”, ossia alla legge Fornero (tutti in pensione a 67 anni, con qualche eccezione per i “lavori più usuranti”). L’unico margine di trattativa – sia nei confronti dei sindacati, sia nei confronti dei “partiti” – riguardava la velocità di questo ritorno. Superare “quota 100” era perciò scontato. Si poteva discutere e sceglie tra quota 102 (64 anni di età e 38 di contributi), 103 e 104. Per andare poi a regime “Fornero” nel 2024.

Sul tavolo c’erano insomma solo i diversi “scalini” in cui spezzettare lo “scalone” di cinque anni in un colpo solo (da 62 a 67 anni di vecchiaia effettiva).

Ovvio che, per dare una parvenza di trattativa alla discussione, i vecchi “complici” abbiano fatto la faccia un po’ meno molle del solito, chiedendo il mantenimento della situazione attuale in attesa di una “riforma complessiva”. Che per Draghi e l’Unione Europea – come da dichiarazioni fatte da commissari di Bruxelles – è già stata fatta e si chiama “Fornero”.

E a quel punto il banchiere centrale (pardon, il presidente del consiglio) si è alzato e se n’è andato, lasciando CgilCislUil a biascicare frasi che cercavano di tenere insieme una mezza minaccia di “mobilitazione” e il desiderio di non irritare “l’Illuminato”.

“Se giovedì il governo confermerà questa impostazione nei prossimi giorni valuteremo iniziative unitarie di mobilitazione – ha detto per esempio il segretario della Cgil, Maurizio Landini –. Se poi vorranno confrontarsi con noi siamo pronti a farlo giorno e notte, ma se non dovesse avvenire valuteremo quello che il governo fa e decideremo le iniziative di mobilitazione più adatte“.

L’attesa è dunque spostata su un incontro già fissato in precedenza per domani. Ma si tratta in realtà di un incontro con i sindacati europei e mondiali, a margine dei lavori del G20. Un appuntamento “puramente formale, non negoziale”, chiosa persino il Corriere della Sera. Un’occasione per salutarsi e bere un aperitivo, non per discutere seduti intorno a un tavolo con i dossier davanti.

Insomma: partita chiusa e “fate quello che vi pare”. Sapendo che la “Triplice” ormai può fare ben poco.

A parte rare zone di resistenza aziendale, infatti, queste tre confederazioni sono ormai un “grande Caf”, cui gli iscritti si rivolgono per le questioni fiscali, l’eventuale previdenza integrativa, o addirittura piccoli favori individuali sui luoghi di lavoro (turni, promozioni, trasferimenti, mansioni, ecc.).

Ossia dei faraonici agglomerati di intermediazione tra dipendenti e datori di lavoro, ma totalmente subordinati alle aziende e alle loro scelte. Strutture che dichiarano “sciopero” ormai sono quando chiude una fabbrica (e soltanto in quella, senza altre mobilitazioni a sostegno, se non di facciata).

Un insieme quindi numericamente “ricco”, ma con zero capacità di mobilitazione conflittuale. Può chiamare una manifestazione e farla anche riuscire abbastanza grande (come quella dopo l’assalto fascista alla sede centrale della Cgil), ma non uno sciopero generale in grado di paralizzare il paese.

Decenni di “complicità” e “concertazione” hanno logorato la credibilità di queste sigle come “controparte” in grado di rappresentare gli interessi generali dei lavoratori dipendenti. E parliamo di quelli “stabili”, perché tra i precari di tutti i tipi (e contratto) la rappresentatività di CgilCislUil è poco meno che zero.

Draghi sa benissimo con chi stava parlando, e ha deciso di farglielo capire con una uscita che è un insulto. Che manderanno giù.

A questo punto, però, sarebbe stupido non capire che il “messaggio” inviato ai “complici” è in realtà una esplicita dichiarazione di guerra a tutti i lavoratori: “siete senza rappresentanza e senza difensori, faremo tutto quello che ci pare e che conviene alle imprese, in tutti i campi”.

Una dichiarazione di guerra, a voler essere solo minimamente maliziosi, che viene dopo l’assalto dei fascisti alle sede Cgil, contrattata e scortata dalla polizia, con funzionari Digos che – basta rivedere ed ascoltare i video – assicuravano che “dall’alto” era arrivato il “via libera”.

“Una proposta che non si può rifiutare”, dicevano in quel famoso film. Ad ammonire contro qualsiasi pensiero di “resistenza” sindacale rispetto alle scelte già fatte e codificate.

Una dichiarazione di guerra che giunge fra l’altro a pochi giorni dallo sciopero generale del sindacalismo di base. Il primo, in questo universo di sigle spesso preoccupate più della concorrenza reciproca che non di come rappresentare un’alternativa sindacale credibile per decine di milioni di lavoratori. E perciò ancora più indicativo e promettente.

E, non stranamente, uno sciopero che sembra esser stato preso sul serio soprattutto dalla controparte – Confindustria e governo Draghi – nonostante il consueto ordine diramato ai media di regime: non parlarne, se non per i “disagi alla mobilità”.

Lo schiaffo di Draghi a Landini & co. è dunque un annuncio per il prossimo futuro: i riti, anche puramente formali, della “democrazia inclusiva”, il riconoscimento della diversità degli interessi sociali, la “stagione dei diritti”... tutta roba finita.

Vale solo la forza. Quella delle imprese, della Ue e della sua filiale italiana. Riconquistare la capacità di costruire rapporti di forza meno squilibrati è il primo obiettivo, se si vuole essere seri.

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Quello che non è stato detto sulla speranza di vita

A marzo 2021 l’Istat rese noto che l’anno prima c’era stato il più alto numero di morti in Italia dal dopoguerra ad oggi, 746 mila morti, circa 100mila morti netti in più del 2019 (647mila), che poi per il 2019 era simile alla media degli ultimi anni precedenti.

Insomma, l’epidemia di Covid 19 nell’anno appena passato aveva colpito duramente, facendo sicuramente 75mila morti accertati, che che ne dicano i negazionisti della mortalità dell’epidemia anche nella sinistra comunista, a cui aggiungere altri 25 mila morti per mancanza di cure, dato che con gli ospedali, già falcidiati da 10 miliardi di tagli alla sanità pubblica nei precedenti otto anni, erano pieni e le cure ordinarie erano state di fatto sospese per almeno quattro mesi.

Che effettivamente ci sia stata una ecatombe di morti per l’epidemia e la mala politica sanitaria, sempre per chi continua a blaterare che ci siano stati pochi morti, lo conferma un’altra statistica resa nota molto discretamente e pochissimo pubblicizzata dall’Istat: in Lombardia, ringraziando l’ottimo lavoro di Fontana e del centro destra ma anche del governo dei migliori “tutti insieme”, la “speranza di vita” in questa regione è crollata di circa quatto (dico, 4) anni, mentre a livello nazionale essa era scesa di 1,2 anni.

La “speranza di vita” è la media degli anni che può vivere la popolazione oltre i 60 anni, più alta tra le donne e più bassa tra gli uomini di alcuni anni.

Era dal dopoguerra che la “speranza di vita” era annualmente in costante e lenta crescita di alcuni giorni e settimane all’anno grazie a un miglioramento delle condizioni di vita e della sanità pubblica, ora essa è drasticamente crollata, probabilmente anche per il 2021 di un altro mezzo anno, quindi a primavera 2022 la “speranza di vita” dovrebbe attestarsi a circa meno 2 anni rispetto al 2019.

Se nel governo e in Confindustria questa notizia avrà sicuramente fatto brindare a barbera per il risparmio di soldi sulle pensioni, anche perché sono morti in Lombardia quella quota di anziani non solo più numerosa ma che avevano pensioni più alte avendo lavorato nell’industria, subito dopo si sono sicuramente resi conto che sorgeva un problema spinoso e per loro indesiderato, che perdurerà anche nel 2022.

Con il governo UE-Monti le manovre per “salvare l’Italia” dai conti disastrati si concentrarono sui tagli alla sanità pubblica, che perdurò con solerzia in tutti i governi che seguirono, specialmente della “sinistra inutile” (perché tutto fa meno gli interessi di chi pretende di rappresentare) e nel ridurre la spesa per le pensioni, introducendo la legge pensionistica “Fornero”.

Il vero scopo di tutti questi tagli, mai detto e sempre mascherato con affermazioni moralistiche, era ed è tagliare le tasse ai ricchi, tutta al più spostando l’onere sui lavoratori con le tasse indirette (l’IVA, vedere lo scontrino della spesa alimentare quotidiana).

La legge Fornero utilizzò un meccanismo che all’epoca era incontestabile, la popolazione italiana stava invecchiando e quindi l’aumento dell’età pensionabile fu legato alla “speranza di vita” e alla sua costante e lenta crescita, sia per le pensioni di vecchiaia, precedentemente fissato a 65 anni di età con un minimo di 20 anni di contributi, sia di anzianità (ora detta impropriamente “anticipata”), ovvero precedentemente all’epoca fissata in 41 anni di contributi.

Negli oltre otto anni questi limiti sono saliti e dovevano arrivare verso i 70 anni di età, per cui nel 2023 la pensione di vecchiaia è fissata a 67 anni e 3 mesi e quella “anticipata” (di anzianità) a 43 anni di contributi per gli uomini e 42 per le donne ma con almeno 62 anni di età.

Tornare semplicemente alla contro-riforma Fornero non è perciò possibile ed è la stessa Fornero che dice, assunta da UE-Draghi a esperta nella commissione di revisione della legge, che l’obiettivo è di portare “sic et sempliciter” l’età della pensione a 70 anni, nonostante si viva di meno e la spesa pensionistica sia scesa.

L’obiettivo di UE-Draghi è chiaro: ridurre la spesa sociale per abbassare le tasse ai ricchi, ora con le pensioni e passata l’epidemia ricominciare i tagli alla sanità pubblica (ci pensa Zingaretti-Fontana & co. a finanziare con soldi pubblici quella privata), che nell’intanto non ha ricevuto alcuna significativa riqualificazione.

Ovviamente i soldi per le grandi speculazioni inutili (TAV, MOSE, ecc.) come per le spese militari non solo non avranno tagli ma al contrario aumenteranno (Gualtieri, ex ministro delle Finanze è stato posto a sindaco di Roma in prospettiva del Giubileo 2025 e di Expò 2030).

UE-Draghi è sostenuto in questa azione di demolizione dello stato sociale dai mass-media, che blaterano costantemente sul green pass, dai partiti “resposabili” in parlamento di centro sinistra, PD per primo ma anche dall’inutile Sinistra Italiana, nonché dalla CGIL (Cisl e UIL sono ectoplasmi evocati), tutti affaccendati nel dichiararsi disponibili a trovare soluzioni che non mettano in discussione la scelta dei padroni.

Quello che manca è la direzione politica contro le politiche neo-liberiste, con le varie organizzazioni comuniste preoccupate più a proporsi come “vera” alternativa invece che organizzare una comune piattaforma di opposizione e lotta.

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26/10/2021

USB - Né quota 100 né Fornero: una pensione adeguata economicamente, in tempo per godersela

È in corso una discussione allucinante tra i sostenitori di quota 100 e i sostenitori di quota 102/103, per poi, trascorsi due-tre anni, tornare tutti alla Fornero. Nessuno si prende la briga di andare a vedere le proiezioni delle pensioni future, quelle conteggiate sulla scorta dei contributi versati.

Il futuro è la povertà di masse enormi di persone, di anziani, che avranno passato la propria vita a saltare da un lavoro a un altro, assunti con contratti a termine, precari, se non direttamente in nero i quali, arrivati a 70 anni – perché gli adeguamenti alla speranza di vita si fanno solo quando questa cresce, mai quando purtroppo diminuisce come a causa della pandemia – si ritroveranno in tasca una miseria.

I dati dell’INPS, a differenza di quanto vogliono farci credere, sul versante previdenza non sono affatto disastrosi. Diventano tali a causa degli innumerevoli adempimenti impropri in capo all’assistenza che sono stati attribuiti all’Istituto e ai salvataggi di enti previdenziali decotti che erogavano pensioni faraoniche ai professionisti e che hanno portato in dote all’INPS miliardi di deficit.

La vera questione è che con una previdenza sociale pubblica e funzionante i fondi pensione non avrebbero ragione di esistere e tutto il circuito finanziario che si muove intorno a questo enorme capitale di rischio, non potrebbe nutrirsi dei contributi estorti ai lavoratori.

La questione previdenziale non è solo questione economica, è anche questione etica e sociale. Tutti sanno che le prossime pensioni saranno veramente sotto la soglia necessaria a garantire la mera sopravvivenza. Tutti sanno che un mercato del lavoro sempre più flessibilizzato, senza controlli, polverizzato come quello che da alcuni decenni è diventato il modo di produzione principale, non consente il raggiungimento di una contribuzione adeguata a garantire una pensione decente, ma di questo non parla nessuno, a partire dai sindacati complici che siedono con i loro rappresentanti nei consigli di amministrazione dei fondi pensione.

L’età pensionabile non è una merce, non si contratta di anno in anno, togliendo alle lavoratrici e ai lavoratori ogni certezza sul proprio futuro da anziani. USB ritiene da sempre che quaranta anni di lavoro, a prescindere dai contributi versati, e sessanta anni di età siano più che congrui per avere il diritto alla pensione, il resto è sfruttamento. Le trattative sulla pelle della gente le lasciamo a chi bada solo ad ottemperare ai diktat dell’Unione Europea e a chi ci specula e ci guadagna sopra.

Per noi continua la lotta per i diritti e la giustizia, contro le disuguaglianze e i furti di futuro.

Unione Sindacale di Base

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25/10/2021

Il Governo programma il ritorno alla legge Fornero: l’attacco alle pensioni è servito

Il Governo Draghi si conferma il Governo della Restaurazione, e quale campo migliore per confermarlo se non quello della previdenza sociale? A riprova di ciò, le cronache di questi giorni ci parlano con insistenza della prossima modifica alla legislazione sulle pensioni che anima i dibattiti nella maggioranza. Prima l’ipotesi di ‘quota 102’ estesa ai prossimi anni; poi l’allargamento dell’APE sociale ad una platea più vasta ma pur sempre limitata di lavoratori; ora si torna al balletto delle quote: ‘quota 102’ per il 2022, ‘quota 104’ dal 2023, e poi situazione da valutare per l’anno successivo con sicuro ritorno alla norma dei 67 anni. Numeri e numeretti dietro i quali si cela ormai palesemente la chiara volontà di tornare alla legge Fornero dichiarando però di non volerci tornare. Un giochino ideologico sin troppo plateale per essere creduto anche dai più distratti e dai meno inclini a fare le somme. Il ritorno alla legge Fornero, infatti, è scritto nelle cifre del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) inviato a Bruxelles che il Governo non intende smentire. Tali cifre sono talmente esigue (600 milioni per il 2022; circa 500 per i successivi due anni) da mettere nero su bianco che si tratterà dell’ennesima toppa e non di una riforma onnicomprensiva. Il problema, come al solito, è che la toppa è peggio del buco. Vediamo perché.

Quota 102 significa poter andare in pensione con la combinazione di 64 anni e 38 di contributi. Ovvero uno scatto di due anni anagrafici rispetto a quota 100 a parità di età contributiva. Quota 104 che scatterebbe, nell’ipotesi tracciata dal Ministro dell’Economia Michele Franco, dal 2023, si tradurrebbe nel binomio 66 anni di età e 38 di contribuzione come doppio requisito di accesso alla pensione.

Lo status quo stabilito dalla legge Fornero, invece, che tornerebbe a valere in caso di abolizione sic et simpliciter di quota 100, porterebbe già dal 2022 l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni (e almeno 20 anni di contributi), ferma restando la possibilità della cosiddetta “pensione anticipata”, ovvero la possibilità di accedere al pensionamento con 42 anni e 10 mesi di carriera per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne senza requisiti anagrafici.

Insomma, con quota 104 a regime, ovvero tra soli 14 mesi, si tornerebbe ad un solo anno di distanza da quei requisiti rigidissimi che le leggi pensionistiche del periodo 2011-2012 avevano definito per gli anni a venire prevedendo peraltro aumenti automatici dell’età pensionabile legati all’aumento della vita media attesa. E dal 2024 il probabile ritorno diretto allo status quo delle leggi Sacconi-Fornero, ovvero a quella normalità tanto raccomandata da tutte le linee guida europee, dall’OCSE e da tutta la corte di economisti esperti al servizio permanente dello smantellamento dello stato sociale.

Una presa in giro così sonora che tutto il mondo sindacale confederale, in genere poco incline ad opporsi con decisione al destino ineluttabile delle riforme neoliberiste del mercato del lavoro e dello stato sociale, ha dovuto mostrare il suo pieno disappunto fino a definire la misura un vero e proprio sfottò ai danni dei lavoratori.

Del resto, il livello di derisione della misura viene mostrato con chiarezza dalla platea ristrettissima di potenziali beneficiari di quota 102, e ancor di più di quota 104. Si parla di circa 10.000 lavoratori coinvolti (8.524 nel 2022 e 1.924 nel 2023). Una cifra che definire esigua è riduttivo. Se si considera che i beneficiari potenziali di quota 100 nel 2019 erano più di 300.000 lavoratori si capisce molto bene l’impatto restrittivo del passaggio che ha peraltro l’esplicito obiettivo di tornare nel giro di due anni massimo alle durezze della legge Fornero, ovvero ad un numero pari a 0 di beneficiari di misure di flessibilità in uscita.

Alla beffa generale si aggiunge la volontà di abolire ‘Opzione donna’, quella misura che consentiva alle donne (particolarmente penalizzate dalla misura del 2012 in cui si equiparò l’età pensionabile maschile e femminile provocando di fatto uno scalone improvviso per le donne) di andare in pensione con 58 anni di età e almeno 35 di contributi calcolando però la pensione con il solo computo contributivo anche per la residua quota retributiva (dunque con forte penalizzazione sull’assegno previdenziale). Si abolirebbero così tutte le residuali forme di flessibilità in uscita ad oggi ancora esistenti.

Nell’arco politico di sostegno al Governo delle larghissime intese di Mario Draghi, solo la Lega con timidezza e palese velleitarismo si dichiara contraria al meccanismo proposto, ma si tratta, come sempre, di pure dichiarazioni di intenzioni. Ricordiamo a chi avesse la memoria corta che fu proprio la Lega a volere la misura di quota 100 come un mero esperimento a termine di carattere triennale ben sapendo che ciò avrebbe significato nel volgere di pochissimo tempo il ritorno alla ‘tanto odiata’ legge Fornero, senza per altro averne mai stravolto la logica. Per altro, il presunto alter ego della Lega nella maggioranza di Governo, il PD di Enrico Letta che pure si dichiara contrario ai meccanismi proposti, lo fa in una maniera altrettanto odiosa. Le parole di Letta, infatti, chiariscono quale sia l’obiettivo. Non solo tenere in piedi la legge Fornero, ma riattivarla il prima possibile già dal 2022 pur mantenendo alcune opzioni di flessibilità, tra cui Opzione donna, che verrebbero tuttavia spazzate dall’introduzione di Quota 102 prima e Quota 104 poi. È evidente come le sorti delle lavoratrici e dei lavoratori non hanno speranza di migliorare, qualsiasi opzioni passi; è altrettanto palese come la vecchia tecnica di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri sia ancora viva e vegeta. Checché ne dicano Letta o Bonomi, infatti, non vi è modo di attribuire alle varie forme previste di anticipazione dell’età pensionabile la colpa di penalizzare giovani e donne. Il problema è l’esatto opposto: le misure di austerità, di cui l’innalzamento dell’età pensionabile rappresenta una faccia odiosissima, condannano giovani e donne alla disoccupazione e a stipendi da fame, rendendo altresì un miraggio il raggiungimento di una pensione dignitosa.

Pur senza nominarla mai, dunque, il ritorno alla legge Fornero è accettato da tutti. Non dirlo esplicitamente rappresenta un diversivo ideologico per non mostrarsi troppo allineati a quella che è diventata nel tempo un vero e proprio simbolo della carneficina pensionistica del fu governo Monti. A parole sono tutti o quasi tutti (si distingue forse Italia Viva per fedeltà ideologica al liberismo ostentato) per superare lo scalone che il ritorno allo status quo pre-Quota 100 implicherebbe dal 1° gennaio 2022. Nei fatti, le proposte per superare lo scalone, lungi dal prevedere una stabilizzazione duratura di meccanismi di uscita flessibile, ambiscono a trasformare lo scalone in un paio di scalini che porteranno punto e daccapo alla legge Fornero dal 2024. Insomma, tutti spingono per tornare alla legge Fornero, ma cercano il modo più presentabile di farcelo sapere e il modo meno traumatico di farlo digerire a milioni di lavoratori cornuti e mazziati. L’eterna lezione del Gattopardo che non muore mai.

Il sistema pensionistico e l’intero corpus ferito e moribondo del nostro stato sociale meritano invece ben altro: una rivisitazione radicale della logica di computo delle pensioni che superi le angustie del sistema contributivo, riportando le pensioni ad un livello dignitoso per tutti e, contestualmente, garantendo meccanismi non penalizzanti di ampia flessibilità di uscita.

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02/04/2021

La modifica dell’art. 18 della “Fornero” è incostituzionale

“Disarmonico”, “lesivo del principio di eguaglianza”, “irragionevolezza del criterio”. La Corte Costituzionale non ha usato mezzi termini dichiarando incostituzionale la modifica operata dalla legge Fornero all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

L’Unione Sindacale di Base esulta perché le motivazioni della Consulta, che nella sentenza n.59 depositata oggi fa riferimento all’articolo 3 della Costituzione, sono le stesse che hanno guidato le lotte di USB contro la legge Fornero e l’attacco all’articolo 18, con scioperi e manifestazioni in tutto il Paese culminati nel “No Monti Day” del 27 ottobre 2012.

Grazie a questa sentenza i lavoratori e le lavoratrici tornano ad avere un reale elemento di tutela contro i licenziamenti illegittimi, oggi ancora più necessario a causa degli effetti che la pandemia sta avendo sui posti di lavoro.

Il testo integrale della sentenza.

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26/12/2019

Di legge Fornero si muore

Giuseppina Marcinnò il 24 dicembre avrebbe compiuto 66 anni. Con il marito e le due figlie, parenti e amici, avrebbe unito la sua festa, quella del Natale e una ricorrenza particolare: questo sarebbe stato il suo ultimo compleanno al lavoro. Nel 2020, con i 67 anni, anche le catene della legge Fornero per lei si sarebbero infrante.

Ma al compleanno Giuseppina non è arrivata. Sabato 22 dicembre nel pomeriggio era al suo posto di lavoro, lo stabilimento in provincia di Piacenza della Copap, cooperativa industriale per l’aglio bianco e le cipolle. Giuseppina è salita sul nastro trasportatore delle cipolle per qualche intervento, ma ha perso l’equilibrio ed è stata trascinata sotto una pressa che l’ha schiacciata.

Giuseppina è morta così, prima di tutte le sue feste, per un concorso di colpe che tutte assieme l’hanno assassinata. Prima di tutto le norme di sicurezza non rispettate. Sotto una pressa che abbia tutti i requisiti non si può morire nemmeno per suicidio. Foto cellule e meccanismi di blocco automatici lo dovrebbero impedire.

Se non succede vuol dire che i meccanismi di sicurezza o sono assenti o non sono attivi. Sì perché a volte essi vengono disattivati per far lavorare la pressa senza intoppi, anche se poi l’intoppo può essere il corpo di un essere umano. Ci sono precise norme da rispettare anche per gli interventi sui nastri trasportatori, che dovrebbero avvenire a nastro fermo. A meno che anche qui si sia deciso di non rispettare le norme per velocizzare la produzione.

Deciderà la magistratura, come si dice sempre, ma io sono sicuro che le norme di sicurezza alla Copap di Piacenza non sono state rispettate, altrimenti Giuseppina sarebbe viva.

Giuseppina aveva 66 anni, era un’operaia esperta, ma doveva lavorare ancora per andare in pensione. Ecco l’altra colpevole: la legge Fornero. Non si possono fare i turni del sabato pomeriggio – per quante ore a quali condizioni? – più faticosi degli altri dopo una settimana di duro lavoro, all’età in cui si avrebbe il diritto di stare a casa e di darsi da fare per sé e per la famiglia, non per un tirato salario.

Invece bisogna lavorare fino a 67 anni e guai a perdere il ritmo della produzione. Anche se magari nell’azienda di Giuseppina nessuno era sotto ricatto, sappiamo che tutto il lavoro oggi lo è. O mangi questa minestra o salti dalla finestra è la traduzione sintetica in italiano di jobsact e di tutte le leggi che hanno distrutto diritti e sicurezza del lavoro, nel nome dì flessibilità e produttività. E il massacro sempre più vasto di operaie ed operai di ogni età è il risultato diretto di queste leggi di sfruttamento.

Giuseppina Marcinnò era nata a Caltagirone, in Sicilia, e nella ricca e produttiva Emilia Romagna, come tanti nati nel Sud, da anni aveva trovato lavoro, reddito e messo su casa e famiglia. Ora nella ricca regione ai vertici dello sviluppo, Giuseppina è stata uccisa sul lavoro come venivano ammazzati gli operai sessant’anni fa. Perché Giuseppina non è morta per disgrazia, come hanno scritto subito i giornali, ma per colpa di leggi criminali che hanno divelto ogni freno, ogni limite allo sfruttamento.

Se non ci fosse la legge Fornero, Giuseppina oggi sarebbe in pensione e il 24 dicembre farebbe la sua solita doppia festa, invece il suo sangue, come quello di migliaia di operai uccisi per profitto, ricade su coloro che queste leggi le hanno fatte, votate e ancora le sostengono.

L’uccisione di Giuseppina Marcinnò è l’ultima dolorosa prova del fatto che se non si ferma la macchina assassina che oggi sottomette il lavoro, non solo diritti e dignità sono compromessi, ma anche la vita, ad ogni età. Questo hanno compreso i lavoratori che in Francia scioperano perché rifiutano la loro legge Fornero. Noi qui dobbiamo imparare a fare come loro, perché questa è la sola vera risposta al dolore e alla rabbia immensi per questo infame delitto.

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02/03/2019

Le accresciute disuguaglianze smentiscono i dati sull’aspettativa di vita. Per questo la Fornero è un inganno

L’ Istat in collaborazione con l’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà (INMP) ha pubblicato il primo “Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione”.

Le diseguaglianze socioeconomiche nella salute sono state osservate in tutti i paesi dell’Unione Europea sulla base dell’analisi di indicatori oggettivi quali la mortalità e la morbidità (frequenza di una malattia nella collettività) dei singoli paesi. Molti studi sulle disuguaglianze di salute utilizzano come proxy dello stato socioeconomico individuale il titolo di studio, in quanto è una variabile disponibile in tutti i sistemi informativi, rilevata in maniera accurata e fortemente correlata ad altre misure di posizione sociale quali: la condizione occupazionale, il reddito, ma anche la classe sociale di origine in paesi in cui la mobilità sociale non è molto garantita.

I risultati prodotti in questo Atlante sono molto interessanti e portano necessariamente a valutazioni sulle future politiche di welfare del nostro paese; l’importanza di questo studio è dovuta al fatto che per la prima volta fenomeni da decenni noti vengono misurati.

La prima cosa che emerge è l'esistenza di una relazione a gradini tra livello di istruzione e mortalità: più basso è il livello di istruzione, maggiore è il rischio. Inoltre in Italia la mortalità è differenziale non solo per livello d’istruzione ma a parità di esso anche per luogo di residenza.

Le persone meno istruite di sesso maschile rispetto alle più istruite mostrano in tutte le regioni una speranza di vita inferiore di tre anni (82,3 versus 79,2) mentre tra le donne è di un anno e mezzo (86 versus 84,5). A questo gap va inoltre lo svantaggio delle regioni del Mezzogiorno dove i residenti perdono un ulteriore anno di speranza di vita, indipendentemente dal livello di istruzione. Prendendo come esempio due situazioni estreme: un uomo residente nella Provincia Autonoma di Bolzano con un livello di istruzione alto può sperare di vivere ben 6,1 anni in più di un uomo residente nella regione Campania con un titolo di istruzione basso (83,6 versus 77,5); mentre una donna residente nella Provincia Autonoma di Bolzano con un livello di istruzione alto può sperare di vivere ben 4 anni in più di una donna residente nella regione Campania con un titolo di istruzione basso (86,9 versus 82,9).

Il dato pone immediatamente l’attenzione rispetto alle politiche di welfare, in particolare per quanto riguarda l’accesso alle cure, ma se questo esercizio numerico viene riportato al nostro sistema pensionistico, si paleserà immediatamente l’ennesimo elemento d’ingiustizia sociale: infatti un dirigente o professore universitario o medico del Nord, in termini medi usufruirà per circa 6/4 anni, a seconda del genere, di fondi pensionistici in più rispetto ad un lavoratore con una bassa mansione residente al Sud, tutto questo a parità di anni di contributi versati.

Il dato e le considerazioni che da esso scaturiscono smontano l’assunto che la legge Fornero sia basata su evidenze scientifiche, in quanto utilizza la speranza di vita come parametro da tener presente nel calcolo per l’accesso all’assegno previdenziale. O meglio, fa un utilizzo “criminale” delle evidenze scientifiche in quanto scientificamente sancisce la sostenibilità del sistema pensionistico a carico delle classi sociali meno abbienti, i cui contributi serviranno in buona parte a pagare la pensione dell’alta borghesia lungo tutto il corso della loro lunga e a volte lunghissima vita.

Link all’Atlante

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13/11/2018

Salvini non conosce né capisce la legge Fornero. “Quota 100” sarà una fregatura

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha reso noti i suoi calcoli per chi dovesse utilizzare il pensionamento anticipato, che il governo chiama quota 100 e superamento della legge Fornero. Secondo l’UPB il taglio all’assegno pensionistico dovrebbe essere dal 5 al 34% a seconda degli anni di anticipo del pensionamento rispetto a quelli previsti dalla legge. Un bel salasso, mediamente di un quinto della pensione; il che vuol dire 2 o 300 euro di assegno pensionistico in meno ogni mese per pensioni mensili di 1500 euro.

Salvini da giorni nega che ci siano tagli sulle pensioni anticipate e anzi fa lo stupito, domandando da quale complotto nasca questa storia delle penalizzazioni. Nasce dai meccanismi stessi della legge Fornero, che il governo, contrariamente agli impegni presi con gli elettori, non abolisce affatto, anzi conferma.

La legge Fornero come si sa ha innalzato molto l’età della pensione, che nel 2019 arriverà a 67 anni e poi aumenterà ancora. Ciò che meno si conosce è che la Fornero ha reso ancora più micidiale il sistema di calcolo contributivo della pensione, instaurato da Dini nel 1995 e peggiorato da Sacconi nel 2009. Secondo questo sistema, prima si va in pensione rispetto all’età di legge, più si è penalizzati. Penalizzati non soltanto e ovviamente perché se si va in pensione con 38 anni di contributi l’assegno è più basso che se si va con 40. Ma anche perché 38 anni di contributi a 62 anni VALGONO MENO di 38 anni di contributi a 67 anni di età.

Inoltre il folle meccanismo automatico di innalzamento dell’età pensionabile in rapporto all’incremento dell’aspettativa di vita, agisce anche sui coefficienti di calcolo della pensioni. Ogni tre anni, succederà di nuovo proprio nel 2019, i coefficienti di calcolo vengono tagliati e la penalizzazione aumenta.

Tutti questi meccanismi non vengono minimamente toccati dal governo, che all’interno di essi semplicemente apre una finestra per chi raggiungerà 62 anni di età e 38 di contributi.

Non una vera quota 100, ma un prepensionamento limitato nel tempo per alcune categorie ben definite di lavoratori, soprattutto impiegati di grandi aziende, banche e pubblica amministrazione. Queste persone andranno, o verranno mandate, in pensione prima non superando, ma CONFERMANDO tutti i meccanismi della legge Fornero, quindi con tutte le penalizzazioni da essa previste.

Se non si abbassa per tutte e tutti l’età di legge della pensione, se non si blocca il meccanismo automatico che lega quell’età all’aspettativa di vita, se non si rivede il sistema di calcolo, ogni pensionamento anticipato sarà sempre una pensione tagliata.

È ridicolo che Salvini ora si stupisca, dimostrando così di non conoscere la legge che voleva abolire. A lui si può ben rispondere: “È la legge Fornero bellezza, e tu non hai fatto niente per cambiarla davvero”.


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30/10/2018

Il governo gialloverde non cambia la sostanza della legge Fornero

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini, quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Tutte e tutti costoro lasceranno integralmente il versato nelle casse dell’INPS e potranno solo chiedere la pensione sociale, 448 euro al mese, a 67 anni se poveri ai sensi dell’Isee. Va detto che la Fornero ha ereditato questa porcata dal governo di Giuliano Amato che la varò nel 1992 di fronte ad una tempesta monetaria che preparava l’euro. La Fornero ha semplicemente inserito quella norma nel balzo da essa imposto all’età pensionabile. Lo stesso ha fatto con un’altra norma che spesso invece le viene attribuita: il meccanismo di innalzamento automatico dell’età della pensione in proporzione all’incremento della cosiddetta aspettativa di vita: più speri di vivere, più devi lavorare.

Fu Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi nel 2009, a stabilire questa norma stupida e feroce che cancella la fatica del lavoro e trasforma i successi della medicina e della società, di cui usufruiscono prima di tutto i più ricchi, in condanna per i poveri. Naturalmente la Lega di Bossi, Maroni e Salvini votò a favore.

Anche questo meccanismo non viene abolito, ma solo bloccato per alcuni anni; poi riprenderà a fare danni, innalzando sia l’età della pensione di vecchiaia sia i contributi necessari per quella di anzianità. Intanto però saranno passate le prossime elezioni.

Il governo dichiara inoltre di voler mantenere la cosiddetta “opzione donna”. Anche questa è una misura già decisa dai governi precedenti, per stemperare gli eccessi di ferocia della legge Fornero. Le lavoratrici con 58 anni di età se dipendenti, 59 se autonome, se avranno maturato 35 anni di contributi potranno andare in pensione a circa 60 anni. Naturalmente con un pesante taglio alla rendita. Anche questo provvedimento micragnoso e sessista viene confermato, presentandolo come un grande cambiamento, ma allora cosa cambia davvero?

Come si sa il governo chiama abolizione della legge Fornero l’istituzione della cosiddetta “quota 100”. Chi ha 62 anni di età e 38 anni di contributi potrà andare in pensione, ma con alcune avvertenze.

La prima è che non c’è in realtà alcuna quota 100: chi ha 60 anni di età e 40 di contributi non andrà in pensione prima, così pure chi ha 63 anni e 37 di contributi. I due requisiti sono entrambi necessari, se uno dei due manca non si va in pensione. Inoltre tornano le famigerate “finestre”; cioè non si va in pensione quando si maturano i requisiti, ma un po’ dopo. Da un minimo di 4-5 mesi per un lavoratore del privato, ad oltre un anno per un insegnante.

Ora sulla base di tutti questi e di altri piccoli trucchi che si stanno elaborando, il governo prevede di far andare in pensione, prima di quando avrebbero dovuto andarci con la Fornero, circa 350.000 persone, che già sono molte meno di coloro interessate ad una vera quota 100. Anche qui c’è la complicità delle opposte propagande: il governo dice che “cambia tutto”, Boeri e PD che lamentano lo scasso dei conti pubblici. La realtà è molto diversa.

Per andare in pensione nel 2019 a 62 anni di età con 38 anni di contributi bisogna essere nati attorno alla metà degli anni 50, essere andati a lavorare attorno ai 24-25 anni e aver mantenuto un impiego stabile fino al 2018. Chi sono costoro? In grandissima parte impiegati delle grandi aziende private e del settore pubblico. Che effettivamente potranno andare prima via dal lavoro... o dovranno?

Sì perché stranamente questo provvedimento coincide largamente con i bisogni delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di procedere allo svecchiamento del personale. Via impiegati anziani e costosi, dentro giovani pagati molto meno e, ricordiamolo sempre, nel privato senza articolo 18. Del resto quando fu varata la legge Fornero fu proprio Boeri a lamentare che essa avrebbe “ingessato” il mercato del lavoro. Per questo la Confindustria è concorde, al di là di qualche ipocrisia di facciata.

Quello che il governo sta varando non è l’abolizione della legge Fornero, che resta in tutti i suoi meccanismi più feroci e ingiusti, ma un prepensionamento per alcune categorie di impiegati del sistema pubblico e privato. Naturalmente molti di loro saranno contenti di uscire da posti di lavoro sempre peggiori, ma, ripeto, questo non elimina la controriforma del sistema pensionistico.

Per fare davvero una riforma giusta si dovrebbe abbassare per tutte e tutti, e non solo per alcuni, l’età della pensione. Si dovrebbe garantire una pensione dignitosa ai giovani e ai precari. Si dovrebbe rilanciare il sistema pubblico con adeguata contribuzione, invece che colpirlo con i condoni o con le agevolazioni per le pensioni private, anche sindacali.

Non è vero che il sistema pensionistico pubblico sia al collasso, come affermano mentendo tutti i liberisti, di governo e di opposizione. Al contrario il sistema pubblico è in attivo, tolte le spese di assistenza che dovrebbero riguardare la fiscalità generale, recuperati i mancati contributi dello stato per i suoi dipendenti, recuperata la gigantesca evasione contributiva agevolata nel nome delle “imprese”; e soprattutto messi nel conto i 50-60 miliardi annui di tasse che versano i pensionati.

Se tutti questi conti venissero onestamente fatti, verrebbe smentita la propaganda liberista su un sistema pensionistico pubblico insostenibile. E verrebbe fuori invece la brutale realtà di governi che hanno sempre usato le pensioni come bancomat pronta cassa.

Tutto l’impianto della legge Fornero rimane, come quello di tutte la controriforme precedenti, a partire da quel sistema contributivo introdotto dalla legge Dini, che, nell’epoca della precarizzazione del lavoro, ha distrutto la solidarietà tra generazioni nel sistema pubblico.

Il governo gialloverde in realtà copia ciò che fece l’ultimo governo Prodi nel 2007. Allora era in vigore il cosiddetto “scalone Maroni”. Un innalzamento dell’età della pensione attuato dal governo di destra precedente, a cui il ministro leghista del lavoro di allora aveva dato il sui nome. Prodi aveva preso in campagna elettorale il solenne impegno di abolire lo scalone Maroni; e alla fine lo mantenne, mandando in pensione prima alcune classi di età, allora si parlava di quota 95. Ma senza toccare nulla della struttura del sistema pensionistico, anzi facendo pagare alla maggioranza dei lavoratori il miglioramento per alcuni.

Salvini e Di Maio fanno oggi come Prodi allora: mandano in pensione prima una piccola minoranza di lavoratori e accettano che la grande maggioranza di essi vada in quiescenza sempre più tardi.

La lotta per un sistema pensionistico pubblico giusto e umano è ancora tutta da fare.

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17/10/2018

Pensioni: pensavamo fosse ‘quota 100’ e invece era l’apocalisse (almeno per Boeri)

Non pago delle infinite dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni sui presunti e inesistenti dissesti dell’INPS e le inevitabili riforme pensionistiche restrittive da attuare a raffica, il presidente dell’Istituto previdenziale Tito Boeri, nella sua audizione alla Camera dell’11 Ottobre, torna alla ribalta in veste di guardiano privilegiato del dogma dell’austerità pensionistica. Oggetto del suo inquieto allarmismo è ora il provvedimento annunciato e inscritto nel DEF varato dal governo, noto come quota 100. Di cosa si tratta? Della possibilità di anticipare la pensione rispetto ai criteri oggi vigenti in base alla Legge Fornero approvata nel 2012, usufruendo di una combinazione tra età e numero di anni contributivi, la cui somma ammonterebbe a 100. Ricordiamo che sulla base della legge Fornero, ad oggi, un lavoratore potrebbe accedere alla pensione o tramite vecchiaia ad un’età di 67 anni o, indipendentemente dall’età, con 43 anni di contributi. Criteri ultra-restrittivi rispetto a soli pochi anni fa che, al tempo dell’approvazione della Legge suddetta, provocarono un repentino aumento dell’età pensionabile a gravissimo detrimento di tutti quei lavoratori in procinto di accedere alla pensione negli anni successivi alla riforma. Quota 100, peraltro, non farebbe altro che riportare il sistema, a partire dal 2019, ad un livello di quota che risulterebbe persino più elevata di quella che sarebbe entrata a regime con la precedente Legge Sacconi già pesantemente restrittiva, secondo cui al decorrere dell’anno venturo il sistema avrebbe viaggiato a quota 99, persino un anno sotto la famigerata e temuta quota 100. La Riforma Sacconi prevedeva, infatti, un meccanismo di adeguamento automatico delle quote all’aspettativa di vita e per il 2019 si prevedeva il raggiungimento di quota 99. Non è ancora del tutto chiaro, peraltro, se nel provvedimento del governo quota 100 sia affiancata o meno all’abolizione del meccanismo di adeguamento automatico nel tempo dell’età pensionabile alla vita media attesa stimata. Ad ogni modo, ciò che colpisce è che la semplice abolizione degli aumenti secchi di età pensionabile previsti dalla Fornero per tornare al più flessibile, ma già assai restrittivo meccanismo delle quote vigente precedentemente, per Tito Boeri è un’operazione disastrosa e insostenibile.

Da quanto emerso dal DEF la quota 100 escogitata dal governo dovrebbe includere un limite minimo di età pensionabile pari a 62 anni cui associare 38 di contributi per poi salire oltre la soglia dei 62 con combinazioni diverse (63+37; 64+36 etc).

Questa operazione, secondo Boeri darebbe luogo nel lungo termine ad un debito pensionistico di 100 miliardi.

Fermo restando che non è neanche chiaro a quale orizzonte temporale questa cifra si riferisca, ciò che lascia attoniti è il tentativo di creare, sulla base di false premesse, il terrore di una spesa pensionistica fuori controllo del tutto insostenibile.

Si evoca la bancarotta dell’INPS e la compromissione del delicato patto intergenerazionale tra giovani e anziani: “Il nostro sistema previdenziale si regge su equilibri molto delicati. Il patto intergenerazionale di cui l’Inps è garante deve essere finanziariamente sostenibile e percepito come equo da chi lo alimenta versando i contributi”.

Qui Boeri si riavvale dell’ormai consolidata legenda di un sistema pensionistico strutturalmente squilibrato a sfavore dei giovani, dipinti come vittime designate costrette a versare contributi per mantenere iniquamente gli anziani di oggi depositari di insostenibili privilegi. Leggenda basata su dati sistematicamente presentati con estrema parzialità che da decenni presunti esperti di pensioni usano per reclamare aumenti senza sosta dell’età pensionabile e riduzione delle prestazioni pensionistiche, naturalmente per amore dei giovani.

Che l’Inps, una volta computata correttamente la spesa previdenziale, sia in costante e ampio attivo da 25 anni poco importa. Che gli attivi di bilancio dell’Ente sarebbero rimasti tali per moltissimi anni, anche in assenza delle Riforma Fornero, viene semplicemente occultato. Che in Italia vi sia un elevatissimo tasso di disoccupazione e quota di lavoro nero, con conseguente altissima evasione contributiva, e che la semplice riduzione di queste piaghe sociali terrebbe in piedi il rapporto tra entrate contributive e uscite pensionistiche anche in un sistema pensionistico infinitamente più generoso di quello disegnato dalla blanda quota 100, per Boeri sono dettagli trascurabili.

Ciò che conta è dare l’allarme di un sistema fuori controllo, creare terrorismo per presentare le riforme pensionistiche di riduzione dei diritti previdenziali come una via inevitabile da percorrere per salvare il futuro delle generazioni venture, presentando la Legge Fornero e tutte le precedenti Leggi come passaggi blindati intoccabili.

A corroborare la tesi dell’insostenibilità dell’introduzione di quota 100, interviene l’immancabile retorica del debito come fardello per i posteri. I famosi 100 miliardi, oltre a rappresentare in termini concreti il presunto e inesistente buco profondo dei conti INPS del futuro, sarebbero, più in generale debito contratto dalla generazione futura che, secondo l’impostazione neo-liberista, cui Boeri aderisce entusiasta, si dovranno per forza trasformare in maggiori tasse o sforzi contributivi futuri. Ignorando invece che, proprio al contrario, in una situazione di grave sottoimpiego delle risorse, maggior spesa corrente, data dalla somma tra la spesa per consumi dei neo-pensionati e dei probabili neo-lavoratori assunti, produce maggior domanda, maggior produzione e occupazione tramite un effetto moltiplicativo virtuoso; e che, in ultimo, tale maggior occupazione finisce per tradursi in una massa maggiore di contributi previdenziali versati oggi e domani dalla generazione lavoratrice all’INPS.

Aggiunge Boeri: “si aumenta la spesa e si riducono i contributi. Non bastano due giovani neo assunti per pagare la pensione di uno che esce”. Un errore e un’omissione. L’errore, ancora una volta, è quello di dimenticare l’effetto moltiplicativo espansivo appena menzionato garantito dai maggiori consumi per cui il flusso contributivo calcolato sarebbe molto probabilmente assai maggiore di quello prevedibile con la sola sostituzione di un pensionato - due lavoratori. L’omissione è quella di ragionare a salari dati quando si afferma che due assunzioni nell’immediato rischiano di essere insufficienti a pagare una pensione. Omette, Boeri, di ricordare che salari più elevati garantirebbero naturalmente flussi contributivi in entrata assai maggiori. Ma, del resto si sa, la variabile distributiva nel capitalismo per Boeri è immutabile poiché definita dal mercato.

Il vertice della mistificazione viene raggiunto in questo passaggio che riportiamo per intero:
“quota 100 premia quasi in 9 casi su 10 gli uomini, quasi in un caso su tre persone che hanno un trattamento pensionistico superiore a quello medio degli italiani (e un reddito potenzialmente ancora più alto, se integrato da altre fonti di reddito). Si tratta nel 40% dei casi di dipendenti pubblici che, in un caso su 5, hanno trattamenti superiori ai 35.000 euro all’anno (in più di un caso su 10, superiore ai 40.000 euro). La riforma porterà ad avvantaggiare soprattutto gli uomini, con redditi medio alti e i lavoratori del settore pubblico. Penalizzate invece le donne tradite da requisiti contributivi elevati (quando hanno carriere molto più discontinue degli uomini) e dall’aver dovuto subire sin qui, con l’opzione donna, riduzioni molto consistenti dei trattamenti pensionistici, quando ora per lo più gli uomini potranno andare in pensione prima senza alcuna penalizzazione. Pesanti sacrifici imposti anche ai giovani su cui pesa in prospettiva anche il forte aumento del debito pensionistico”.
Boeri gioca con le parole, con improbabili conflitti di genere e, di nuovo, intergenerazionali, ricorrendo ad un linguaggio politicamente corretto ad uso e consumo di una sensibilità di massa inquinata da messaggi compiacenti e allo stesso tempo terribilmente pericolosi.

Ma cosa sta dicendo Boeri? Tradizionalmente l’età pensionabile femminile in molti paesi europei era più bassa di quella maschile. Negli anni più recenti vi è stata una graduale equiparazione, naturalmente al rialzo che ha portato per le lavoratrici ad aumenti in molti casi assai bruschi. Per attenuare l’effetto di misure repentine la Riforma Fornero previde la cosiddetta “opzione donna”che stabiliva fino al 2015 (con poi ulteriori proroghe ad oggi ancora valide) la possibilità per le donne di andare in pensioni con grande anticipo (anche di otto anni) ma con un calcolo interamente contributivo che comporta una forte riduzione della pensione attesa.

L’“opzione donna” ad oggi è stata sempre confermata dalle varie finanziarie, motivo per cui è evidente che la riforma di quota 100 con un più moderato abbassamento dell’età pensionabile erga omnes (uomini e donne), ma senza penalizzazione in termini di pensione attesa, interesserebbe maggiormente una platea maschile che non ha avuto negli anni recenti strumenti analoghi di uscita anticipata dal mondo del lavoro. Fermo restando che le donne in attesa di pensione potrebbero comunque scegliere quota 100 anziché opzione donna. Che vi saranno quindi più uomini che donne a godere del novo provvedimento è semplicemente una banale ovvietà che Boeri trasforma, in evidente mala fede, in improbabile guerra sessista per scatenare gli animi contro chi osi discutere il dogma dell’austerità previdenziale.

Senza dubbio è vero, come afferma il presidente dell’INPS, che le donne hanno spesso carriere più discontinue dovute a vuoti lavorativi legati alla vita familiare e quindi storie contributive più ridotte. Per Boeri, tuttavia, questo evidente grave vizio del mondo del lavoro, che andrebbe radicalmente corretto all’origine, tutto legato alla logica capitalistica di massimizzazione del profitto da parte degli imprenditori, diventa una scusa per affermare che è ingiusto abbassare l’età pensionabile sulla base di un numero di anni di contribuzione minimo, perché così si svantaggiano le donne che hanno carriere contributive più discontinue. In sostanza per non dispiacere nessuno, nel dubbio, penalizziamo tutti. Un altro capolavoro di infima retorica!

E infine, il punto culminante del discorso di Boeri, che riassume perfettamente quanto sin ora argomentato toccando le vette dell’approccio terroristico: “non vorremmo che un domani qualcuno dovesse considerare il fatto stesso di percepire una pensione come un privilegio”.

Ecco lanciato l’anatema: osare rimettere in discussione, in forma peraltro assai moderata, i meccanismi spietati della Legge Fornero significa compromettere per sempre non solo la sostenibilità, ma persino l’esistenza di un sistema pensionistico pubblico. Attenzione, ammonisce inquieto Boeri, persino il fatto di avercela una pensione potrebbe diventare un privilegio per pochi. L’apocalisse pensionistica sia compiuta.

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10/10/2018

Fmi, Banca d’Italia e mercati finanziari sparano sull’Italia

Mentre lo spread questa mattina è risalito a 304 punti e la Borsa di Milano parte in negativo, tutti gli istituti posti a “custodia” dei dogmi e dei diktat sulle politiche di austerità, sono intervenuti per stoppare ogni velleità del governo italiano a deragliare dagli ossessivi parametri imposti in questi venticinque anni dai trattati europei.

A sparare è il Fmi secondo cui in Italia è necessario un “consolidamento credibile e notevole nel medio termine per salvaguardare i conti pubblici e mettere il ratio debito/Pil saldamente su una strada in discesa”. E’ stato il direttore del dipartimento degli Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, Vitor Gaspar, in una conferenza in corso in Indonesia a riaffermare che “la tenuta dei conti pubblici è a sua volta una pietra miliare per la stabilità finanziaria nella nazione”, Gaspar ha aggiunto che “siamo molto d’accordo con chi dice che la crescita in Italia è stata deludente da anni”, ma soprattutto ha sottolineato l’importanza delle riforme strutturali relative al mercato del lavoro, al mercato dei prodotti e dei servizi, alla pubblica amministrazione e ai nuovi meccanismi di insolvenza.

A ruota del Fmi è arrivata anche la Banca d’Italia che non ha lesinato staffilate contro eventuali modifiche del sistema pensionistico: “Abbiamo spesso ricordato che, nell’introdurre maggiore flessibilità circa l’età del pensionamento, è necessario garantire l’equivalenza attuariale dei trattamenti previsti se si intende preservare la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico, oggi un fondamentale elemento di forza delle finanze pubbliche italiane”, ha affermato il vicedirettore Federico Signorini in una audizione in Parlamento proprio sulla Nota al Documento di Economia e Finanza (Nadef). “La Nota – ha aggiunto – sottolinea giustamente che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi venti anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità, sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. È fondamentale non tornare indietro su questi due fronti, soprattutto quando, come viene messo in evidenza dalle ultime previsioni di lungo periodo della Commissione europea sulla spesa connessa all’invecchiamento della popolazione, i rischi per la sostenibilità dei conti pubblici aumentano anche a causa del peggioramento delle proiezioni demografiche”. Una vera e propria lapide contro ogni scostamento dalla micidiale Legge Fornero sulle pensioni.

Infine, ma non per importanza, ci si è messa anche la Corte dei Conti che in modo piuttosto ipocrita chiede al governo di far si che “gli interventi a favore dei trattamenti previdenziali e delle politiche di assistenza che puntino al contrasto della povertà siano adottati senza mettere a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema”.

In pratica tutto deve rimanere com’è, anche se l’impoverimento di consistenti settori della popolazione sembra essere l’unico indicatore economico/sociale in aumento nel nostro paese. E’ la stessa gabbia in cui la Troika chiuse la Grecia di Tsipras, una gabbia da rompere, per sopravvivere e magari provare a cambiare le prospettive.

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30/09/2018

6 punti sulla bozza di manovra del governo: rischi, benefici e obiettivi politici

Facciamo una premessa. La scelta del governo è un rischio più o meno calcolato all’interno del sistema vigente e quindi molto complessa e non riassumibile con un festeggiamento sul terrazzino. Dichiarazioni come quella sull’ “abolizione della povertà”, che ricordano quelle della “Waterloo della precarietà” dopo il decreto Dignità, sono slogan efficaci per l’elettorato ma che poi incidono poco nella realtà, sperando che non la complichino. Le elezioni europee sono vicine ed il governo ha scelto di arrivarci con la realizzazione di parte delle promesse elettorali, costi quel che costi.

Il governo, dunque, ha “trovato” 30 miliardi. Li ha trovati facendo debito e non dentro “gli sprechi” che Di Maio prima delle elezioni aveva quantificato in 70 miliardi tagliando, ad esempio, qualche spesa militare o facendo una patrimoniale o colpendo quei capitali/profitti che si sono arricchiti dalla crisi del 2008 ad oggi oppure congelando alcuni debiti definendoli non esigibili. Si tratta di miliardi quasi tutti a debito che quindi dovranno essere chiesti ai mercati, quelli che Salvini dice “dovranno farsene una ragione” come se poi i soldi avessimo da averli e non da darli. E quindi sono soldi su cui dovremo pagare altri interessi. Niente di rivoluzionario ma in linea con ciò che è sempre stato, con la differenza che quando andremo a chiedere soldi rischiamo di pagare interessi ancora più alti.

Tuttavia in sé, i 30 miliardi non sono certo una notizia brutta per tutte quelle persone che si trovano in difficoltà economica e sociale e quindi il contesto merita una attenta riflessione ed una analisi seria sull’impatto di questa bozza di manovra. Ma guardiamo gli elementi positivi e i possibili risvolti negativi di questa manovra in cui il governo ha deciso di rischiare tutto.

1. Per vedere la reale incidenza della manovra bisognerà attendere i dettagli delle misure. Il Reddito di Cittadinanza (chiamato così anche se non lo è) dovrebbe prendere una platea inferiore a quella annunciata e bisognerà vedere quali misure verranno abolite per fargli posto, oltre che l’importo. In poche parole viene ampliato il REI (reddito di inclusione) di Gentiloni e ci saranno tanti paletti (come la casa di proprietà) per restringere la platea dei percettori. Ingenti risorse invece andranno ad aumentare le pensioni minime fino a 780 euro su cui non c’è niente da eccepire e che sarà la prima misura messa in campo (d’altronde gli anziani votano in massa i giovani molto meno e comunque gli interessi graveranno sulle loro teste in futuro). Caposaldo della manovra è poi la quota 100 per le pensioni. Una misura attesa da quasi mezzo milione di persone. Vedremo anche qui nel dettaglio quali paletti verranno messi e quindi quanti potranno essere i beneficiari della misura in comparazione con quelli andati in pensione con 2-3 anni di anticipo sulla riforma Fornero grazie all’Ape social di Gentiloni.

2. Bene quindi mettere soldi nelle tasche dei cittadini (poi ci sarà da vedere quanto e a quante persone) ma come tutte le SCELTE portano con sé delle conseguenze.

I “mercati” sono nostri nemici, ma contano. Il governo non ha SCELTO di far pagare più tasse a chi ha soldi e risorse, non ha SCELTO di fermare l’aspirazione di soldi dai territori verso mondo finanziario e paradisi fiscali, non ha SCELTO di trovare soldi combattendo chi li ha fatti a palate in questi anni di crisi per darli a chi non li ha. Ha scelto di fare debito e quindi per un Paese che ogni giorno deve andare sui mercati a chiedere soldi in prestito non è un fatto neutro. Quindi i cosiddetti mercati potrebbero portare un conto salato al Paese. A quel punto la scelta di forzare i conti ed il debito potrebbe poi portare con sé la necessità di tagli a spesa pubblica e servizi. Per ora i mercati hanno reagito male e ci sarà da contare i miliardi bruciati. Potenziali problemi? Tassi di interesse alti e mancanza di liquidità (vedi difficoltà dei titoli bancari ieri in borsa)

3. Questa politica di spesa è fatta in contemporanea alla flat tax (che flat tax non è e che riguarderà solo le piccole imprese), e quindi ad un progressivo abbassamento delle tasse ma anche delle entrate. Si capisce bene che si va incontro ad un sistema che se non genera un aumento di produzione, investimenti e PIL nel breve periodo, rischia di fare la botta. Poi c’è il condono fiscale sotto i 100.000 euro da cui si pensa di prendere parecchi miliardi. Al di là dell’incoerenza politica della scelta, le stime paiono parecchio ottimistiche. Infine secondo il governo tutto questo porterà ad un aumento della domanda interna e quindi del PIL facendo scendere (invece di far salire) il rapporto col deficit. È vero in teoria, ma l’economia oggi è più complessa dei tempi di Keynes. E con le politiche BCE di calmierazione dei tassi di interesse che sono finite, i tassi saranno salati.

4. Il vero obiettivo del governo sono le elezioni europee che sono alle porte ed un governo che punta tutto su comunicazione e marketing ha ritenuto che avrebbe dovuto fare ALL IN subito. Vedremo già dalle prossime settimane i dettagli della manovra e le conseguenze. È una situazione fuori dall’ordinario in cui il governo si gioca molto, per sé e per il Paese. Non servono battute o tifosi della politica ma analisi serie.

5. Se dovesse andare male si tornerà a parlare di immigrazione h24.

6. Le reazioni come quella del Pd e dell’opposizione istituzionale che continua a fare politica con la cieca fede nel sistema europeo vigente e nei mercati sono la migliore assicurazione sulla vita di questo governo.

Segnaliamo anche questo interessante post di Potere Al Popolo Livorno che pone l’accento su un paio di aspetti tralasciati da altre analisi.
https://www.facebook.com/PotereAlPopoloLivorno/posts/757649317910463?__tn__=K-R

vedi anche

http://contropiano.org/news/politica-news/2018/09/28/mercati-in-fiamme-di-maio-e-salvini-vincono-come-pirro-0108010

Redazione, 29 settembre 2018

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28/09/2018

Mercati in fiamme. Di Maio e Salvini “vincono” come Pirro

Sempre più nei panni di due Tsipras di destra... Di Maio e Salvini che si concedono al bagnetto di folla, sotto Palazzo Chigi, dopo aver fissato nel Def lo “sforamento” del deficit al 2,4%, ricordano ormai da vicino l’ex speranza della “sinistra” che sfidava la Troika con un referendum popolare (per poi vincerlo e tradirlo, nel giro di 24 ore).

Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% (o 1,9, secondo l’ultima linea del Piave del ministro dell’economia) che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8).

In miliardi di euro, la differenza è seria: quasi 30.

I problemi sono ora di due tipi, molto diversi:
a) cosa prevedono di fare con questi soldi,
b) come reagiranno i mercati da oggi in poi.

Vediamoli separatamente, per non aumentare la confusione.

Nelle intenzioni scritte il menu è ricco, ma ben sotto quanto era stato promesso. Il famoso reddito di cittadinanza, per dirne una, non c’è; o per lo meno ce n’è una versione assai ridotta. Al suo posto c’è l’aumento delle pensioni minime, per avvicinarle ai mitici 780 euro considerati il minimo necessario per sopravvivere (ognuno può naturalmente farsi due conti con le proprie spese...) e una cifra indeterminata per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà.

Di Maio l’ha messa giù in modo trionfalistico: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». Una semplice divisione aritmetica, però, restituisce un quadro un po’ più limitato: 1538,46 euro annui, ossia 100 euro al mese. Naturalmente non tutti quei 6,5 milioni di persone sono pensionati che stanno a 500 euro al mese – come la signora di Villa Gordiani sfrattata ieri con la forza dai vigili urbani – e bisognerà vedere se la platea sarà toccata integralmente oppure solo in parte. Comunque, meglio qualche soldo in più che in meno (ma intanto volano le tariffe di luce e gas, che si mangeranno un bella fetta di questo aumento).

Ma sta di fatto che il famoso “reddito di cittadinanza”, per ora, non c’è. Intanto perché la struttura amministrativa necessaria non è pronta a farlo; e quindi si prevede di rafforzare preliminarmente i centri per l’impiego. Probabilmente, invece, c’è un recupero dei fondi attribuiti al “reddito di inclusione” (Rei), creatura del governo Gentiloni, con qualche estensione per ora imprecisabile.

C’è invece la flat tax per le sole imprese. Inizialmente per le piccole aziende (si calcola che ne beneficeranno un milione di titolari), poi si vedrà. Niente per le persone fisiche, e tanto meno per i lavoratori dipendenti. Il governo prevede infatti di fissare due sole aliquote fiscali entro la fine della legislatura. Ma sono quelle già attive (23%), cui sono interessati tutti i percettori di salario tra gli 8.000 e i 15.000 euro annui, mentre per quelli fino a 28.000 c’è l’aliquota al 38%. Si può dunque agevolmente dire che – se ci sarà – sarà una manna per ricchissimi, niente per i salari bassissimi e un caffè per quelli medio-bassi.

Molto popolare dovrebbe essere la revisione della legge Fornero, con l’autorizzazione ad andare in pensione con “quota 100” tra età anagrafica e anzianità contributiva. Ma non si conosce al momento il meccanismo preciso (si era parlato nei giorni scorsi di ipotesi molto diverse tra loro), anche se il governo prevede che potrebbe riguardare 400.000 lavoratori, che libererebbero – ottimisticamente – altrettanti posti per i giovani.

E’ passata anche un altro condono, preteso dalla Lega. La “pace fiscale” riguarderà però le evasioni fino a 100.000 euro, anziché fino ad 1 milione, come avrebbero voluto gli industrialotti del Nord vicini al Carroccio.

Un po’ di respiro, infine, per i truffati dalle banche (che avevano venduto loro “obbligazioni subordinate” di nessun valore), con l’aumento del fondo di dotazione fino a 1,5 miliardi.

Fin qui potremmo sintetizzare così: poca roba, soprattutto per le imprese e gli evasori più piccoli, futuri regali ai ricchissimi, un’elemosina micragnosa per quelli molto poveri.

Il problema vero è che l’atteggiamento dei “mercati” è stato subito molto feroce. Nella mattinata di oggi la borsa di Milano è stata la peggiore del mondo. L‘indice Ftse Mib ha toccato anche il -4%, con le banche (detentrici principali del debito pubblico italiano) praticamente a picco. Stesso discorso, ovviamente, per lo spread, salito anche sopra i 280 punti.

Un comportamento decisamente opposto a quello tenuto ieri – mentre si addensavano i fulmini su Palazzo Chigi – in occasione delle due aste di titoli di Stato per i Btp decennali e quinquennali. Il rendimento di questi titoli era passato dal 3,25 dall’ultima asta a 2,90 (il decennale), e dal 2,44% a 2,04% (il quinquennale). Gli operatori avevano parlato di richiesta fortissima, “come non si vedeva da tempo”, con “grossi acquisti” esteri.

Senza cadere in dietrologie finanziarie, qualcuno aveva ricordato il recente viaggio in Cina del ministro Tria (dove aveva giurato che non si era parlato di acquisti sui titoli di Stato), mentre proprio ieri il “premier” Conte era rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato tra l’altro Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock (il più grande e influente gestore di fondi comuni d’investimento al mondo).

Si poteva insomma pensare, in chiave geostrategica, a una “copertura statunitense”, magari in combinazione temporale con i cinesi, contrattata per resistere meglio ai prevedibili contraccolpi sul mercato europeo.

Se calcolo in questo senso c’è stato, era sbagliato.

Ora i “tre governi in uno” dovranno pedalare in salita sotto il fuoco dei “mercati”. In compagnia di Tria, che avrebbe deciso di non scendere dalla bicicletta, pare, solo per l’insistenza di Sergio Mattarella. Inutile sprecare parole, invece, per la cosiddetta “opposizione democratica” (compresa Repubblica e tutto l’establishment politico-mediatico), speranzosa di rialzare la testa sposando le peggiori intenzioni antipopolari degli stessi “mercati”.

La situazione, insomma, si sta facendo decisamente interessante... Urge un soggetto politico socialmente radicato che pensi a questo, lasciandosi alle spalle antiche perversioni immobilizzanti.

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Sulla Flat Tax contrapposizioni del tutto formali

Difficile orientarsi nel labirinto di annunci e repentine smentite che caratterizzano l’azione di governo in prossimità della legge di bilancio.

Ciò che però risulta evidente è che qualsiasi misura annunciata in campagna elettorale si scontra con quei vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea che di fatto precludono qualsiasi tipo di intervento che comporti impiego di risorse: la rottura di quei vincoli è quindi la condizione necessaria per mettere in campo politiche espansive, ma al di là dei proclami questo governo non appare intenzionato a sfidare davvero la governance europeista.

E così la tanto annunciata abrogazione della legge Fornero si tramuta in una ben più misera quota 100 che dovrebbe riguardare soltanto i lavoratori delle aziende in crisi del settore privato (300/400 mila lavoratori); il reddito di cittadinanza, oltre all’assurda e incostituzionale destinazione “autoctona”, rischia di tramutarsi in un reddito di inclusione con una platea leggermente più allargata; la flat tax, tanto cara alla Lega, presumibilmente si configurerà, in una prima fase, con un innalzamento della soglia dei ricavi utili per poter usufruire dell’aliquota agevolata del 15 percento. Ad oggi tale aliquota agevolata si applica già nei confronti di tutti quei professionisti che percepiscono ricavi fino a 30mila euro e per altre categorie con ricavi fino a 50 mila euro. L’obiettivo è estendere la platea ad autonomi e società di persone (Snc, Sas e Srl) che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65mila ai 100mila euro si pagherebbe poi un 5 percento addizionale.

A completare il quadro, anche un abbassamento dello sgravio Ires dal 24 al 15 percento sugli utili investiti dalle società di capitali in beni strumentali e nuova occupazione.

A finanziare la misura dovrebbe intervenire il solito condono di turno che, nella versione del governo del cambiamento, assume la denominazione di “pace fiscale”.

Al di là della platea alla quale si rivolgerà il testo definitivo, non vi è dubbio che la flat tax indirizzi il vantaggio fiscale alle fasce di reddito più alte e non riguarderà minimamente quel variegato mondo dei lavoratori precari (falsi autonomi o professionisti a reddito basso e discontinuo) ai quali tutti strizzano l’occhio giusto il tempo della campagna elettorale.

Fatta questa doverosa premessa è però opportuno chiarire che sul tema delle tasse si gioca una finta contrapposizione politica tra l’attuale governo e la presunta opposizione: ambedue gli schieramenti, pur riferendosi ad un elettorato differente, convergono sul fatto che le tasse occorre ridurle ai più ricchi in base a quella strampalata teoria secondo la quale se costoro pagano meno tasse investiranno di più e creeranno posti di lavoro. Il fatto che tale teoria non abbia alcun riscontro nella realtà ed anzi contribuisca ad acuire le diseguaglianze sociali, viene considerato un dettaglio irrilevante.

In realtà quelle forze politiche che oggi si scandalizzano dinanzi alla flat tax ed invocano il principio della progressività delle imposte tacciono sul fatto che non solo le società di capitali (tra cui le imprese più grandi) di fatto non sono mai state assoggettate ad imposta progressiva, ma l’aliquota unica per tali società è stata progressivamente abbassata, passando nel corso degli anni dal 37 all’attuale 24 percento, grazie all’ennesima riduzione di ben 3,5 punti percentuali operata dal governo Renzi nella legge di stabilità del 2017.

In sintesi l’ aliquota unica del 24 percento per le società di capitali (indipendentemente dal fatturato) corrisponde più o meno all’aliquota IRPEF più bassa (23 percento) riguardante chi percepisce redditi fino a 15.000 euro...

La logica sottesa a questo incredibile trattamento di favore nei confronti delle grandi imprese è stata quella di attrarre nel nostro paese gli investimenti esteri attraverso una tassazione irrisoria.

Sul versante IRPEF (che dovrebbe essere interessato dalla flat tax a partire dal 2020) è sufficiente ricordare che di quel sistema progressivo che contemplava fino ai primi anni 80’ ben 32 scaglioni con l’aliquota più alta che arrivava al 72 percento per i redditi sopra i 500 milioni delle vecchie lire e l’aliquota più bassa al 10 percento per i redditi sotto i 2 milioni delle vecchie lire, non è rimasto più nulla.

Tutti gli interventi fiscali messi in campo dai vari governi che si sono succeduti hanno avuto un minimo comune denominatore: alzare le aliquote fiscali dei redditi più bassi ed abbassare quelle dei redditi più alti. Risultato: gli scaglioni sono ora ridotti a 5 con l’aliquota più bassa salita dal 10 al 23 percento e quella più alta scesa dal 72 percento al 43 percento per i redditi oltre i 75.000 euro.

E’ in questo quadro di continua erosione del principio costituzionale di progressività dell’imposta che si inserisce la proposta delle 2 aliquote Irpef tanto cara alla Lega.

Ma non è sufficiente limitarsi a contrastare tale proposta, se non si rimette in discussione tutto un sistema fiscale che si fonda sulla iniquità e sulla diseguaglianza sociale.

Per questo lavoratori dipendenti, pensionati, precari e in generale i ceti meno abbienti devono diffidare quando sentono ripetere che in Italia le tasse sono troppo alte.

La genericità di questa affermazione prelude sempre a interventi fiscali volti ad avvantaggiare i più ricchi. Ce lo insegna la storia

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26/09/2018

Governo in manovra, a rischio frattura

Durissimo con i poveri e i migranti, il governo striscia come una biscia davanti alle imprese e all’Unione Europea. Ma i problemi da risolvere si moltiplicano e comincia a farsi strada anche a palazzo Chigi la consapevolezza che il consenso non può essere mantenuto soltanto con i decreti a costo zero, come quello su sicurezza e immigrazione, perché alla fin fine la popolazione si fa i conti in tasca.

Intorno alla “correzione al Def”, momento fondamentale della prossima legge di stabilità da inviare all’esame della Commissione europea, si va consumando uno scontro niente affatto nascondibile tra i “tre governi in uno”. Scontro durissimo, se addirittura un neo-democristiano come Luigi Di Maio si sente in dovere di minacciare un voto negativo dei Cinque Stelle nel caso non ci sia nulla da poter spacciare come “reddito di cittadinanza”. Come in tutte le commedie che si rispettino, subito dopo ha cercato di sminuire la portata della dichiarazione: “La mia non è una minaccia, ma va da sé che il Movimento vota una manovra che sia coraggiosa”.

La legge di stabilità, però, non è una legge qualsiasi, su cui un governo può dividersi senza grandi conseguenze. E’ la principale legge dello Stato, quella che stabilisce per il prossimo anno quali spese vanno ridotte, quali aumentate, da dove si prendono i soldi e come si tiene il tutto in un quadro che “tranquillizzi i mercati” e dunque anche la Commissione europea. Una maggioranza di governo che si divide su questo, insomma, manda il governo a casa...

Il “coraggio” che si chiede al ministro dell’economia – garante nei confronti della Ue – è quello di alzare le percentuali del deficit rispetto al Pil. Ma identica richiesta arriva dalla Lega, con obiettivo del tutto diversi (flat tax e “quota 100” per le pensioni degli operai del Nord, gli unici ad avere – in piccola parte – una possibilità di utilizzarla davvero).

Anche su questo secondo fronte, però, tenere i conti in ordine rischia di deludere le attese. In questi giorni sono circolate diverse ipotesi di ritocco della legge Fornero, ma tutte molto riduttive e penalizzanti per i lavoratori. Si va dal ricalcolo col metodo contributivo anche dei periodi di lavoro fino al 1995 (quando era in vigore il metodo retributivo), fino a una riduzione dell’assegno pensionistico dell’1,5% per ogni anno di anticipo sui 67 anni “forneriani”.

Gli unici a godere certamente delle attenzioni del ministro Tria sono le imprese. Stamattina, nella consueta cornice della Confcommercio, il ministro ha garantito che “Si parte ora dalle imprese, negli anni successivi affronteremo il problema Irpef”. Come Macron in Francia, come olandese Mark Rutte (via le tasse sui dividendi!), proprio negli stessi giorni. Un classico sempreverde, quello della “politica dei due tempi” (prima le imprese, poi i lavoratori). Va avanti dal 1976 – dalla “politica dei sacrifici” del governo Andreotti-Pci – e non si è mai interrotta. Con i risultati che ogni lavoratore dipendente può vedere dalle sue tasche...

Tutte le garanzie vere, però, sono per i soliti e mitici “mercati”. “Sarà una manovra di crescita, non di austerity, ma che non crea dubbi sulla sostenibilità del nostro debito, bisogna continuare nel percorso di riduzione del rapporto debito PIL”. Perché “dobbiamo dare un segno ai mercati finanziari, a coloro che ci prestano i soldi. Stiamo attenti, perché a volte se uno chiede troppo poi deve pagare interessi maggiori e quello che si guadagna si perde in interessi”.

Fino al definitivo: “Ho giurato nell’esclusivo interesse della Nazione e non di altri e non ho giurato solo io. Ovviamente ognuno può avere la sua visione, ma in scienza e coscienza, come si dice, bisogna cercare di interpretare bene questo mandato”, che mette gli interessi elettorali di partito nel sottoscala.

La traduzione è semplice: “mi dispiace per chi ha promesso l’impossibile, ma qui non c’è trippa per gatti”.

La scommessa diventa quindi: Di Maio, cosa farai quando dovrai votare una manovra che non è quella che prometti? Farai cascare il “tuo” governo o racconterai qualche altra storia?

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