Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Governo Monti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Governo Monti. Mostra tutti i post

02/04/2021

La modifica dell’art. 18 della “Fornero” è incostituzionale

“Disarmonico”, “lesivo del principio di eguaglianza”, “irragionevolezza del criterio”. La Corte Costituzionale non ha usato mezzi termini dichiarando incostituzionale la modifica operata dalla legge Fornero all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

L’Unione Sindacale di Base esulta perché le motivazioni della Consulta, che nella sentenza n.59 depositata oggi fa riferimento all’articolo 3 della Costituzione, sono le stesse che hanno guidato le lotte di USB contro la legge Fornero e l’attacco all’articolo 18, con scioperi e manifestazioni in tutto il Paese culminati nel “No Monti Day” del 27 ottobre 2012.

Grazie a questa sentenza i lavoratori e le lavoratrici tornano ad avere un reale elemento di tutela contro i licenziamenti illegittimi, oggi ancora più necessario a causa degli effetti che la pandemia sta avendo sui posti di lavoro.

Il testo integrale della sentenza.

Fonte

12/02/2021

Brancaccio - Draghi rischia di fare peggio di Monti

RAI Radio Uno – Eresie – 12 febbraio 2021 – Celebrato persino dai sovranisti e dagli ex urlatori anti-euro, Draghi viene oggi santificato un po’ da tutti. Seguirà la stessa parabola di Monti? I più ritengono che questa volta è tutto diverso perché il secondo fece austerity mentre il primo farà espansione keynesiana. Ma se si rapportano le due politiche alla diversa gravità delle crisi del 2011 e del 2020, si scopre che il tecnico keynesiano Mario Draghi rischia di ritrovarsi con risultati macroeconomici netti persino peggiori di quelli ottenuti dal tecnico dell’austerity Mario Monti. Come ogni venerdì su RAI Radio Uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio, questa volta ispirato da un articolo firmato con il collega Riccardo Realfonzo e pubblicato oggi sul Financial Times.


Fonte

05/02/2021

Tutti i governi sono politici, ma quelli tecnici sono più politici degli altri

Nei giorni scorsi, complice la crisi del governo Conte-bis, si è tornati a parlare dell’eventualità di un governo tecnico. L’ipotesi è circolata non solo nelle parole degli opinionisti e degli editorialisti, ma anche in quelle di vari esponenti politici. Per la guida dell’ipotetico governo tecnico, è stato spesso fatto il nome dell’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi come, ad esempio, da Salvini e da Renzi.

Ma cosa si intende quando si parla di governo tecnico? Si parla di un esecutivo composto esclusivamente o prevalentemente da personalità non appartenenti a partiti politici o, comunque, non presenti in Parlamento sotto il simbolo di partiti politici. Il governo tecnico, come ogni governo, deve avere la fiducia delle Camere, ma tale sostegno si configura come un semplice appoggio esterno: normalmente, nessuna delle forze politiche che sostiene il governo ha suoi rappresentanti tra i ministri, sebbene ci sia la possibilità di ibridi a prevalenza di tecnici, ma con qualche casella occupata da esponenti politici.

Di fronte ad una crisi di governo insanabile e all’impossibilità di trovare una nuova maggioranza, il governo tecnico rappresenterebbe una soluzione per evitare nuove elezioni. Proprio pochi giorni fa, all’esito (negativo) delle consultazioni del Presidente della Camera Fico, Mattarella ha elencato le ragioni per non andare a votare: la pandemia, la necessità di ottenere i fondi europei, i lunghi tempi per la formazione delle nuove Camere e di un nuovo Governo. Tra queste, però, si staglia una ragione particolarmente inquietante: la scadenza, a breve, del blocco dei licenziamenti. Una evidente minaccia, volta a spaventare i lavoratori (ahinoi, non senza credibilità e potenti sponsor) e a giustificare un possibile esecutivo tecnico, o prevalentemente tecnico.

Al momento sembrerebbe esclusa la possibilità di un Governo prettamente politico, tanto che il presidente della Repubblica ha invitato le forze politiche ad appoggiare un “governo di alto profilo”, espressione che fa rima con governo tecnico. Che dovrebbe essere presieduto, manco a dirlo, da Mario Draghi, convocato per l’appunto al Quirinale.

D’altronde, da più parti si auspicava una soluzione del genere, presentata come unica via d’uscita dal guado della crisi politica in grado di “ristabilire la fiducia” dei mercati e delle istituzioni europee nei confronti dell’Italia. Una soluzione che, sicuramente, ha la sua presa anche nell’opinione pubblica.

Ma è davvero così? Un “governo tecnico” offre davvero, in questa fase, più garanzie per il nostro benessere e per il nostro sistema economico? Sarebbe davvero una buona notizia se i componenti del prossimo governo fossero “tecnici” e non “politici”?

Come vedremo a breve, non è così. L’espressione “governo tecnico” si contrappone a quella di un “governo politico”, è vero, ma solo nella misura in cui si considera come “politica” l’asfittico recinto delle formazioni partitiche. Il governo tecnico è tutt’altro che “apolitico”, spesso rappresenta l’espressione più bassa della classe dominante. Infatti, vi è una posizione politica molto netta: occorre ridurre sempre di più il ruolo dello Stato nell’economia, praticando l’austerità e portando avanti le riforme del mercato del lavoro. A dimostrarlo è la storia recente del nostro Paese. Mala tempora currunt!

Ad oggi, in Italia ci sono stati due governi che si possono definire “tecnici” a tutti gli effetti: il governo Dini (17 gennaio 1995 – 18 maggio 1996) e il governo Monti (16 novembre 2011 – 28 aprile 2013). Entrambi, come vedremo, portatori di una ben precisa identità politica, quella che si riconosce nelle ragioni dell’austerità, della riduzione della spesa pubblica, dell’affievolimento dei diritti dei lavoratori e dei pensionati.

Il governo Dini nasce dopo la caduta di quello che fu il primo governo Berlusconi, nel quale lo stesso Dini aveva ricoperto l’incarico di ministro del Tesoro. Il “lascito” più importante di questo esecutivo è senz’altro la riforma delle pensioni che porta il nome del suo Presidente del Consiglio, la cosiddetta riforma Dini. Si trattò della più profonda riforma previdenziale degli ultimi decenni, che introdusse di fatto il sistema contributivo nell’ordinamento italiano.

Fino ad allora, infatti, il sistema di calcolo della pensione era essenzialmente retributivo. L’assegno pensionistico era calcolato sulla base delle ultime retribuzioni del soggetto che andava in pensione. Con il sistema contributivo, invece, la pensione si calcola sul cosiddetto montante contributivo dell’intera vita lavorativa del soggetto. La riforma Dini non cancellò totalmente il retributivo, ma mise in piedi un sistema ibrido. In estrema sintesi, chi aveva 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 avrebbe continuato a vedere la sua pensione calcolata con il sistema retributivo. Chi aveva meno di 18 anni di contributi alla stessa data, avrebbe visto la sua pensione calcolata in parte con il sistema contributivo e in parte con quello retributivo (il cosiddetto sistema misto). Per chi al 31 dicembre 1995 non aveva mai versato contributi, la pensione sarebbe stata totalmente contributiva. Un sistema destinato a penalizzare mediamente gli importi pensionistici, in particolare per chi, come abbiamo detto, al 31 dicembre 1995 non aveva ancora versato contributi ma anche per chi aveva meno di 18 anni di contributi. Una riforma che ebbe il palese obiettivo di ridurre la spesa pensionistica.

Tale riduzione non fu un accidente, ma una scelta deliberata atta a facilitare il raggiungimento degli stringenti vincoli alla spesa pubblica imposto dal trattato di Maastricht del 1992. Una giustificazione che, negli anni successivi, sarebbe stata chiamata più volte in causa per demolire, pezzo per pezzo, lo stato sociale e ammorbidire, a favore del capitale, le garanzie per i lavoratori. Garanzie che avrebbero costituito l’oggetto delle attenzioni del cosiddetto “pacchetto Treu”, una delle principali tappe del processo di precarizzazione delle condizioni di lavoro. Un pacchetto approvato dal primo governo Prodi, con Treu ministro del lavoro e della previdenza sociale, ma che era già nei progetti di Treu quando ricopriva la medesima carica nel governo immediatamente precedente: il governo Dini.

Come in un giallo di infimo ordine, a questo punto il lettore è già in grado di intuire quale governo si sia poi occupato di dare un altro colpo al sistema pensionistico italiano... Nel 2011, molti lo ricorderanno, il quarto governo Berlusconi finì, sotto i colpi della speculazione sul debito pubblico, dell’Unione europea a guida franco-tedesca e dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A succedergli fu il governo di Mario Monti, all’uopo nominato, pochi giorni prima, senatore a vita.

Il governo Monti è stato il governo dei tagli per eccellenza, la manifestazione plastica dell’austerità. E, ovviamente, il governo della riforma Fornero. E cosa prevedeva questa riforma? È presto detto: l’aumento dei requisiti per la pensione di anzianità (che diventava “anticipata”), l’aumento graduale dell’età pensionabile per le dipendenti private, l’aumento della frequenza dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita (da triennale, come introdotto dalla riforma Sacconi, a biennale), ma, soprattutto, l’estensione del sistema di calcolo contributivo, per i periodi contributivi a decorrere dal 1° gennaio 2012, per tutti, anche per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di contributi che, come abbiamo ricordato sopra, avrebbero avuto precedentemente diritto a una pensione totalmente retributiva.

Un nuovo, poderoso attacco alle pensioni e ai diritti dei lavoratori, giustificato dalla necessità di ingraziarsi i mercati e annacquato nelle lacrime dell’allora ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero.

Se la storia insegna qualcosa, dunque, si illude chi auspica che un eventuale governo tecnico possa costituire una svolta positiva. Il governo tecnico, come dicevamo, è un governo massimamente politico, con un’ideologia ben precisa. Un tipo di esecutivo che, grazie all’ampio consenso tra le forze parlamentari e all’appello alle ragioni dell’emergenza, può portare questa ideologia alle sue più estreme conseguenze.

Non c’è soltanto la storia a ricordarci quali pericoli si annidano dentro un governo tecnico. Possiamo guardare più semplicemente alla stringente attualità. La crisi di governo si è palesata, o semplicemente acuita, dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri dell’ultima versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che, sebbene presentasse una sostanziale continuità con l’austerità fiscale degli ultimi anni, ha scatenato reazioni piccate da parte delle istituzioni europee. Infatti, l’accesso al Recovery Fund è condizionato alle riforme in materia di fiscalità e lavoro che l’Unione Europea raccomanda (richiede) ai singoli paesi membri. L’occasione è ghiotta (e non può essere sprecata) e l’eventuale nomina di Mario Draghi sarebbe una garanzia in tal senso.

Assisteremo quindi a nuovi attacchi allo stato sociale (come abbiamo visto, la storia ci insegna che al centro del bersaglio rischiano di esserci soprattutto le pensioni), al settore pubblico, agli elementi della legislazione del lavoro sopravvissuti alle riforme degli ultimi decenni. Davanti a questa nuova minaccia, incarnata da uno dei più celebri rappresentanti delle Istituzioni europee, occorre tenere la guardia più che mai alta, con la consapevolezza che per i lavoratori e per i cittadini che più hanno bisogno del sostegno dello Stato, stanno per venire tempi durissimi.

Fonte

30/10/2020

Il loro piano contro il Covid-19: l’eugenetica soft

Il primario di rianimazione dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo ha detto che bisogna “isolare gli over 65 anni [...] uscire per una passeggiata si, andare al supermercato, no”.

Probabilmente vive sul pianeta Papalla e non sa che, grazie alla famigerata Legge Fornero (ancora in pieno e “brillantissimo” vigore), in Italia, molti continuano a lavorare – spesso in condizioni di salute e di sicurezza assai precarie – fino a 70 anni ed oltre.

Gli anziani, qui da noi, mica vanno solo al supermercato o ai giardini.

“Si è allungata la speranza di vita”, dicevano quelli che fortissimamente vollero la (contro)riforma Fornero. Fu il governo guidato da Mario Monti, nel 2011, durante la così detta “crisi dello spread”, ad approvare quella norma sciagurata che sancì il passaggio definitivo al sistema contributivo; codificò il meccanismo che lega l’aumento della speranza di vita alla pensione di vecchiaia; eliminò la pensione di anzianità (quella con 40 anni di contributi a qualsiasi età).

Dunque, a 65 anni sei vecchio per il Covid-19, ma sei ancora giovane ed in forma smagliante per il sistema pensionistico vigente. E poi, dato il sistema di calcolo contributivo, se non vuoi morire di fame, continui a lavorare, anche in nero, tutta la vita.

E per non farci mancare nulla, ancora il governo Monti, approvò un piano pluriennale di tagli alla sanità pubblica che, in 8 anni, ha sottratto al nostro Servizio Sanitario Nazionale circa 37 miliardi di euro finiti in tagli lineari, ovvero, posti letto, ambulatori, personale e medicina territoriale.

Pari pari, quel che ora vorrebbero ridarci (il MES) ma solo a condizione di applicare nuovi tagli al welfare. Un giropesca da perderci la testa.

D’altronde Christine Lagarde (ora a capo della BCE), nel 2012, da direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, nel lanciare il suo “allarme longevità”, lo aveva detto chiaro e tondo: “se la vita media nel 2050 si allungherà di 3 anni in più di quanto previsto oggi, il già ampio costo dell’invecchiamento della popolazione aumenterà del 50%“.

Un dirigente medico del San Raffaele alcuni giorni fa, ha dichiarato : “il coronavirus esige un suo tributo di decessi... falcidiando una fascia suscettibile e fragile e poi si acquieta con una coda di casi più lievi, via via che nella popolazione residuano soggetti meno suscettibili e più reattivi all’infezione, sostanzialmente l’immunità di gregge”.

L’immunità di gregge? Si, quella che verrebbe raggiunta quando all’incirca il 70-90% della popolazione si infetta, causando, dunque, la morte certa di milioni di persone... anziane, per lo più. Secondo i dati dell’Istat, “al 1° gennaio 2019 gli over 65enni sono 13,8 milioni (rappresentano il 22,8% della popolazione totale)“.

La Svezia ci ha provato, ma il tentativo è fallito e il Paese scandinavo, ad agosto, contava già oltre 5.000 vittime mentre solo il 15% della popolazione risultava avere acquisiti gli anticorpi. Nello stesso periodo paesi comparabili come la Norvegia e la Finlandia, hanno registrato un decimo dei decessi causati dal Covid-19 della Svezia.

E allora che si fa? L’esempio viene dalla vicinissima et civilissima Svizzera (confina a sud con la Lombardia) che già nega la rianimazione agli anziani malati di coronavirus applicando un super-protocollo per le cure in caso di sovraffollamento delle terapie intensive. Il presidente dei medici svizzeri ha ammesso che "si, è pesantissimo” ma, poi ha aggiunto fiero: “così le regole sono chiare" (!).

Vuoi mettere un essere umano ancora “produttivo” con uno vecchio, acciaccato, per di più, a carico dell’INPS? Vista da questo lato, la pandemia di Covid-19, è una manna per lorsignori: con quanti “vecchi” in meno si arriva a quel 50% di “risparmi sulla spesa sociale” auspicato, anni or sono, da Cristine Lagarde?

Insomma, tanto il primario di Bergamo quanto il dirigente del San Raffaele di Milano ci dicono, in altre parole, quelle stesse indicibili cose che Confindustria non dice – ma sotto intende – e che paralizzano il governo: non possiamo fermare l’economia (o i profitti?) soltanto per evitare che muoia di coronavirus qualche milione di vecchi poveri e per di più malati, dunque, già prossimi alla dipartita.

E poi, di mandare in pensione la gente ad un’età decente, non se ne parla proprio: parola di Unione Europea e della BCE.

Siamo, dunque ad un passo da una nuova eugenetica soft: mentre i nazisti i deboli, i malati ed i “vecchi” li gasavano, ora, invece, li si lascia morire di Covid-19. Oppure di lavoro ad oltranza, o di tutt’e due...

“Arbeit macht frei”, no?

Fonte

03/05/2020

Ci sarà un maxi-processo per chi ha moltiplicato la strage?


Se avete sintomi da Covid-19 e chiamate il 118, l’operatore vi risponderà: “Stia a casa, prenda la tachipirina e ci richiami solo quando avrà una crisi respiratoria grave”. Avete, pertanto, ottime possibilità di crepare prima che arrivi l’autoambulanza oppure più tardi attaccato ad un ventilatore.

Va bene che il virus era sconosciuto, molto contagioso ed, in taluni casi, letale etc. Ma la causa di questo enorme numero di morti (ad oggi 28.710 di cui quasi 7.000 anziani nelle RSA) che ci sono stati in Italia – Lombardia in primis – non si spiega solo con le caratteristiche del coronavirus.

È, anche e soprattutto, la conseguenza della devastante sottrazione di risorse e personale degli ultimi 10 anni al SSN, della privatizzazione selvaggia di ospedali e laboratori e della deterritorializzazione (drastica riduzione dei medici di base e della medicina preventiva) del servizio.

Sono numeri impressionanti quelli che spiegano perché l’Italia è arrivata impreparata da un punto di vista ospedaliero e sanitario ad affrontare l’epidemia da Covid-19.

Sono stati resi noti appena qualche settimana dalla Fondazione Gimbe che ha pubblicato un dettagliato rapporto sui tagli alla sanità nel decennio 2010-2019.

I responsabili della situazione drammatica in cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale sta affrontando la pandemia da Covid-19, quindi, hanno un nome e un cognome e sono coloro che hanno approvato, firmato e permesso un taglio complessivo di 0,4 punti percentuali del Pil nazionale in 10 anni alla sanità pubblica sia sotto forma di riduzione del budget sia per mancata erogazione di fondi promessi e mai stanziati.

Vale la pena di ricordarli.

Mario Monti tra il 2012 e il 2013 ha applicato tagli alla sanità per 8 miliardi di euro; il governo guidato da Enrico Letta, con la finanziaria del 2014 ha fatto sparire dal SSN 8,4 miliardi di euro; Matteo Renzi nel triennio successivo (2015-2017) è riuscito a tagliare al Ssn 16,6 miliardi di euro.

Con la finanziaria del 2018 Paolo Gentiloni ha proseguito nel solco tracciato dai suoi predecessori e a ospedali e strutture sanitarie nazionali sono stati tagliati 3,3 miliardi di euro. Giuseppe Conte ha chiuso il cerchio con un taglio di 0,6 miliardi.

Di ciò, dunque, sono responsabili tutti i partiti che hanno governato il paese e le regioni italiane negli ultimi 10 anni e sono davvero tanti, come i mafiosi messi dentro da Falcone e Borsellino tanto che ci vorrebbe per loro un nuovo maxi-processo per strage colposa e prolungata.

Ma non sottovalutiamo la grande spinta dei grandi gruppi assicurativi di cui ormai Cgil, Cisl e Uil sono solo degli sportelli sul territorio e nei posti di lavoro.

Certo, in Lombardia questa pratica criminosa di speculare sulla salute delle persone ha raggiunto livelli inimmaginabili accompagnata da una corruzione endemica e sistematica. E tuttavia anche il Lazio di Zingaretti e l’Emilia Romagna di Bonaccini non è che abbiano seguito strade molto diverse.

In attesa della prevedibile nuova ondata di contagi e decessi dato il recentissimo cedimento governativo ai desiderata del nuovo falco di Confindustria Bonomi, vedremo se i magistrati faranno quel che dovrebbero fare o ubbidiranno agli ordini dei loro capicorrente che – come ha certificato il caso Palamara & co. – li tengono appesi a favori, trasferimenti e progressioni di carriera in cambio di addomesticamenti, omissioni e manovre contro colleghi invisi alla camarilla di turno.

Ma il fatto che proprio quell’indagine della Procura di Perugia sia sparita dai radar, che si siano perse le tracce del procedimento disciplinare del Csm e che anche la decisione dei probiviri dell’Anm sulle toghe coinvolte nel caso “Palamara” sia finita nel cassetto, certo, non depone bene.

Come segnalato, infatti, dal Riformista del 20 gennaio scorso, dal Palazzaccio di piazza Cavour, sede dell’Anm, non si hanno da mesi più notizie sullo stato del fascicolo per violazione del codice etico aperto a carico dei magistrati coinvolti nelle cene dello scorso maggio con i deputati del Pd Cosimo Ferri, ora Italia viva, e Luca Lotti, dove si discuteva delle nomine di alcune Procure, iniziando da quella di Roma.

Fonte

10/08/2018

Corrado Passera: come creare un disastro e poi lucrarci sopra

Una notizia che non avrà colpito molti, tranne gli addetti ai lavori della finanza.

Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte...). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.

Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie aziende alle prese con problemi storici di liquidità, gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.

Non è proprio così... Uno dei primi obiettivi della nuova banca di Passera infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.

Per capire bene di che si tratta bisogna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.

Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.

Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroce stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).

Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziamenti di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare...

Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.

Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.

Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.

Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato... E invee no.

Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva generato come ministro!

Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.

Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?

Si può fare, si può fare... Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.

Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc. – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.

Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.

Fonte

23/07/2018

Quando siamo diventati cattivi

Siamo sempre stati un popolo di fetenti, un gregge coi denti aguzzi che trasforma ogni singola ragione in una fabbrica di torti: non c’è bisogno che leggiate dei libri, eh (Dio ve ne scampi). Perdete giusto quel paio d’orette a vedere La marcia su Roma, il capolavoro di Dino Risi con Gassman e Tognazzi. Se poi ancora non capite, fatti vostri. Però, ripensando a quello che, con un gruppo di amici, commentavamo ieri su Facebook, mi è venuta in mente una cosa meno datata. Che è forse il momento della nostra storia recente in cui abbiamo cominciato a diventare davvero della gente di merda a tutti i livelli. Quando, cioè, siamo diventati cattivi.

Ve lo ricordate, voi, il governo Monti? Di quel professore che, prima di accettare l’incarico a presidente del consiglio ritenne prudente farsi nominare senatore a vita? Vi ricordate come esordì, il sobrio senator-professor in loden?

Così, esordì.

Dicendo che il posto fisso era monotono, che insomma, bisognava cambiare, e se ci licenziavano era per il nostro bene, per mettere quel pizzico di pepe in vite altrimenti inutili. E non un cane gli rispose che a) uno va a faticare non per sfizio, ma per avere un tetto sulla testa e un piatto da mettere a tavola, b) che se potessimo, col cazzo che andremmo a faticare, ammesso di avere lo stipendio di un senatore a vita. E invece mi ricordo che partirono tutti con quel mantra disgustoso: avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità. E non è che lo dicevano ai ricchi, no. Lo dicevano a quelli che a mezzogiorno mangiano coi buoni pasto da 5 euro, a quelli che guardano con terrore la cassetta della posta, che si fanno marcire i denti in bocca perché curarsi costa.

Ecco, è quello il momento in cui abbiamo cominciato a diventare cattivi.

Si diventa cattivi, ci si comincia a trasformare in pezzi di merda, quando si decide di rinunciare ai diritti. Allora rinunciammo ai nostri, ed è ovvio che un popolo di piecori che butta i suoi diritti nel cesso poi non è disposto ad ammettere che gli altri possano averne. Crepi in mare? Crepa pure, mia madre è crepata in una corsia d’ospedale. Hai fame? Cazzi tuoi, ieri mi hanno licenziato e ho cinquant’anni e tra un po’ mi muoio di fame pure io.

I diritti, tutti i diritti, sono parte integrante della nostra umanità. Quando ci concediamo a quella che quelle bestie assetate di sangue chiamano libero mercato, concorrenza, flessibilità, quando accettiamo di farci trattare come animali, ci trasformiamo in belve pronte ad azzannare i più deboli.

Qua o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno.

Nessuno.

Fonte

30/01/2018

Le mancate promesse dei tecnici

RAI Radio Uno – 26 gennaio 2018 – A proposito di annunci inverosimili dei partiti, c’è da ricordare che anche i tecnocrati a volte fanno promesse che non riescono poi a mantenere. Il governo Monti, per esempio, promise che con i sacrifici dell’austerity avremmo ridotto i tassi d’interesse e avremmo visto diminuire il debito. In realtà le cose sono andate all’opposto. A ben guardare, questa non è un’anomalia italiana. Numerose ricerche, realizzate persino da esponenti di vertice del FMI, rivelano che nel corso della storia gli episodi prevalenti di riduzione del debito pubblico non sono associati alle politiche di austerity ma sono collegati piuttosto a politiche “eretiche”, fondate su tassi d’interesse reali negativi e vere e proprie ristrutturazioni del debito. Giorgio Zanchini intervista l’ex ricercatore del FMI ed ex commisario alla spending review Carlo Cottarelli e l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.

24/01/2018

Federalismo più austerity; e al sud si muore come 70 anni fa

Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di Sanità, appena due giorni fa, lo ha detto chiaramente: “Negli ultimi 15 anni il sistema sanitario del centro-sud sta andando alla deriva e l’aspettativa di vita in questa parte del paese si sta rapidamente abbassando. Il Meridione d’Italia rappresenta il fanalino di coda in Europa per gli indicatori di aspettativa di vita e, in particolare, la zona metropolitana di Napoli è la peggiore dovesi nasce con un gap di ben 8 anni in termini di aspettativa di vita rispetto ai paesi UE. Senza un intervento finanziario shock dello Stato centrale la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Purtroppo la Costituzione non lo permette\.

È certamente un’allarmante nonché autorevole denuncia contro la continua sottrazione di fondi a carico del Servizio Sanitario Nazionale e contro quel famigerato obbligo del pareggio di bilancio introdotto nella Costituzione nel 2012 che è stato usato non solo come pretesto per abbattere la scure di una lunga serie di tagli micidiali sul sistema sanitario pubblico italiano ma che impedisce anche qualsiasi intervento economico da parte dello Stato a sostegno ed in soccorso dei settori più critici di ciò che resta del nostro welfare.

14 miliardi di euro di tagli apportati dallo Stato al Servizio sanitario nazionale (SSN) nel periodo 2012-2017, inaugurati dal governo Monti e poi reiterati da tutti i governi successivi, come ho cercato di spiegare in un precedente articolo pubblicato da Contropiano il 12/05/2017[1]. A quei tagli vanno aggiunti 19 miliardi di euro di mancati trasferimenti da parte dello Stato ai bilanci delle Regioni che hanno colpito duramente e soprattutto quelle meridionali. Quei tagli sono stati accompagnati da sanguinosi “piani di rientro” a carico di regioni ed aziende sanitarie che si sono tradotti in chiusure di numerosi ospedali; drastiche diminuzioni di tutti i servizi ai cittadini ed in allungamenti biblici delle liste di attesa per ottenere una visita specialistica. Ciò ha determinato, in modo particolare nel centro-sud, una grave contrazione delle richieste di cure da parte dei cittadini ed un crollo verticale di tutta l’area della prevenzione e della profilassi in genere.

Quei tagli sono la diretta conseguenza delle politiche di austerity che ci vengono imposte/i dall’appartenenza all’#UnioneEuropea e dall’introduzione, appunto, del pareggio di bilancio in Costituzione[2] che uno zelante uomo di Goldman Sachs – al secolo Mario Monti – sull’onda della così detta “crisi dello spread”, ha preteso ed ottenuto che venisse inserito, nel 2012, addirittura in Costituzione. Unico caso in Europa.

Inoltre, la riforma del titolo V[3] che ha affidato alle regioni, in via esclusiva, l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, ha lasciato sole quelle del centro-sud che già avevano un divario consistente rispetto a quelle del nord e che, da allora, si sono sempre più allontanate dai livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè, da quella soglia minima di servizi che il Servizio sanitario nazionale (SSN) sarebbe tenuto a fornire a tutti i cittadini secondo la stessa riforma costituzionale del titolo V.

Pertanto, gli effetti combinati delle politiche di austerity, dell’obbligo del pareggio di bilancio e del fallimento del decentramento sanitario, stanno, in ultima analisi, producendo, nel meridione d’Italia, una gravissima emergenza sanitaria ed i livelli di mortalità, in quella parte del paese e dell’Europa, sono tornati ad essere assai simili a quelli del dopoguerra.

Perseverare in questa direzione sarebbe da criminali e, tuttavia, sappiamo che, entro il 2018, i paesi dell’Unione Europea dovranno decidere se inserire il Fiscal compact nei trattati UE. In Italia questo passaggio è stato quasi totalmente estromesso dal dibattito pubblico e viene scientemente schivato anche in campagna elettorale. L’applicazione di quanto previsto da quell’accordo (il cui fine dichiarato è “il contenimento del disavanzo pubblico, la riduzione del debito e il conseguimento del pareggio di bilancio”) comporterebbe tagli alla spesa pubblica fino a 60 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni [4] . Una prospettiva terrificante che proietterebbe senz’altro e molto velocemente non solo il meridione ma l’Italia intera verso uno scenario di tipo greco.

Note
[1] http://contropiano.org/…/diritto-alla-salute-vendesi-privat…

[2] Legge costituzionale n.1/2012 approvata dal Governo Monti (“Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”) è una legge di modifica della Costituzione italiana approvata dal Parlamento italiano e che ha modificato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, inserendo nella Carta il “principio del pareggio di bilancio”.

[3] artt. 117, 2° c. lett. m e 120 comma 2°) della Legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 recante “ Riforma del Titolo V della Costituzione” che ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere e ampliando il ruolo e le competenze delle autonomie locali.

[4] Il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria” (cd. Fiscal Compact) è stato firmato in occasione del Consiglio europeo dell’1-2 marzo 2012 da tutti gli Stati membri dell’UE ad eccezione di Regno Unito e Repubblica ceca

Fonte

28/12/2017

Stati e governi come dependances della finanza internazionale: il caso dei derivati di Morgan Stanley ed altre storie

Il 21 Dicembre 2017 la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, presso l’Aula del IV piano di Palazzo San Macuto, ha svolto l’audizione di Vittorio Grilli ex direttore generale del Ministero dell’Economia dal 2005 al 2011 e Ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Monti luglio 2012 ad aprile 2013*. In quella seduta a Grilli sono stati chiesti chiarimenti sulla stipula dei contratti dei derivati della banca d’affari Usa Morgan Stanley acquistati dal Ministero delle Finanze nel 2011, quando il medesimo vi svolgeva le funzioni di direttore generale. Quei contratti avevano delle clausole rescissorie capestro che sono state pagate cache(!) per 3,1 miliardi di euro dopo l’estinzione anticipata esercitata da parte della banca statunitense. “Non rispettare in quel momento un contratto avrebbe avuto conseguenze gravissime” ha detto Grilli davanti ai membri della commissione aggiungendo “Aprire un contenzioso voleva dire automaticamente per l’Italia metterla in condizione di pre-default o di default, non saremmo stati più capaci di ripagare un debito da 500 miliardi l’anno; portare una controparte in Tribunale avrebbe avuto una conseguenza devastante per il debito pubblico” **. Ma quella clausola rescissoria? Grilli ha scaricato tutta la responsabilità della vicenda dei derivati Morgan Stanley sull’alta dirigente ancora in carica, Maria Cannata, la quale avrebbe tenuto all’oscuro di tutto l’allora direttore generale del MEF. “Nessuno mi ha detto niente” ha affermato in proposito Grilli, incalzato dalle domande dei membri della commissione, soprattutto da quelle di Renato Brunetta. Secondo il racconto di Grilli, la struttura di staff del MEF diretta dalla Cannata agiva in modo autoreferenziale.

Ma chi è Vittorio Grilli? Ex Ragioniere di Stato dal 2002 al 2005, direttore generale del ministero dell’Economia dal 2005 al 2011. Il 28 novembre 2011 viene nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Monti, carica che manterrà fino all’11 luglio 2012 quando viene nominato Ministro del MEF in sostituzione di Mario Monti che fino a quel momento ne ricopriva la carica. Al ministero del Tesoro si è occupato per sette anni di privatizzazioni italiane, un torta su cui, non a caso, v’era un interesse feroce da parte dei principali gruppi finanziari internazionali. Nell’estate 2011 si era parlato di lui come di un possibile successore di Mario Draghi alla guida di Banca d’Italia. Nel 2013 ha dovuto giustificare cinque conti correnti in un paradiso fiscale, a Jersey, isole del Canale, risalenti a quando era direttore generale del Tesoro. Insomma, un tizio assai spregiudicato che è passato indenne per governi diversi e che addirittura ha fatto il salto da direttore generale a Ministro del MEF proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta che ha fatto cadere il governo Berlusconi e che ha consegnato le sorti del paese a Mario Monti. Uno che, a dispetto dei tanti ruoli importantissimi assegnatigli nella gestione delle finanze del paese, non ha mai smesso di coltivare intensi rapporti proprio con quegli ambienti finanziari internazionali che hanno condotto gigantesche manovre speculative intorno alla crisi del debito sovrano dell’Italia. Nel 2014 Grilli è stato nominato presidente della divisione Corporate e Investment per l’area Europa, Africa e Medio Oriente della banca d’affari americana JP Morgan.

Sulla incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley, nel luglio 2017 La Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d’affari USA e quattro alti dirigenti del Tesoro tra cui proprio l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata. I magistrati contabili hanno contestato loro un danno erariale di 3,9 miliardi di euro per “ la chiusura e ristrutturazione di derivati sul debito pubblico”. Alla banca americana sono stati richiesti 2,7 miliardi di danni, mentre Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli dovrebbero pagare circa 1,2 miliardi. La prima udienza è stata fissata per aprile 2018. Il processo dovrebbe concludersi entro il luglio del 2018.

L’audizione di Grilli sulla vicenda dei derivati di Morgan Stanley è stata liquidata in poche righe sui mezzi d’informazione e ben nascoste nella pagine economiche. Eppure si tratta di una vicenda gravissima che coinvolge non solo Grilli ma ben due governi che hanno attraversato forse la fase più difficile dal dopoguerra del nostro paese. E poi quei derivati non erano che una piccola parte dell’ammontare dei contratti di quel genere presenti nel portafoglio di via XX Settembre. Tutti quei contratti si sono trasformati in un incubo perché tra il 2011 ed il 2015 quei derivati hanno aumentato il debito pubblico di 23,6 miliardi cui va aggiunta una previsione di ulteriori perdite di più di 36 miliardi di euro.

L’incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley ci suggerisce alcune importanti domande. E’ credibile quanto affermato da Grilli in commissione riguardo il ruolo così decisivo in quella vicenda dello staff guidato dalla Cannata? E’ mai possibile che il destino del paese, nella fase più delicata e drammatica del dopoguerra, sia stato affidato ad una struttura povera di specialisti e di competenze del MEF mentre imperversavano la crisi mondiale dei subprimes e la crisi dello spread in Italia? Su questo punto la versione di Grilli appare evidentemente poco credibile. Ma la domanda più importante riguarda la responsabilità del governo di cui faceva parte lo stesso Grilli: come mai il governo Monti non si oppose al pagamento, per giunta in contanti, di una cifra così stratosferica e proprio mentre quello stesso governo si preparava a far la pelle ai pensionati e ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione in nome della fatidica “riduzione del debito”?

Di certo, alla luce di quei fatti, tutta la narrazione sulla funzione salvifica del governo Monti dalla “crisi dello spread” del 2011 che ancora continua ad imperversare sui media mainstream – con cui si continua a giustificare, ad esempio, la sanguinosa riforma Fornero – ci appare ogni giorno di più come una grandissima e raffinatissima montatura. Quella vicenda, peraltro, è tornata, proprio di recente, a far discutere con le indagini avviate dalla Procura di Milano a carico di Deutsche Bank che avrebbe ordito una mega speculazione in titoli di Stato italiani proprio nel primo semestre del 2011. Un’operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i BTP e i Bund tedeschi costringendo alle dimissioni Berlusconi cui subentrò Mario Monti con un nuovo esecutivo. Secondo l’Espresso, che ha rivelato di recente i contorni della vicenda, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato avvenuta attraverso operazioni finanziarie per un totale di circa 10 miliardi su cui si è concentrata l’attenzione dei PM. Tutti affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico venne usata come clava per minacciare Italia, Spagna e Portogallo***.

Il personaggio Grilli è certamente emblematico e ci racconta di una politica ridotta, ormai, ad un sistema di porte girevoli in cui scorrono personaggi che passano indifferentemente da ruoli di prim’ordine sul piano dell’interesse nazionale a quelli di vertice di grandi corporation finanziarie e/o viceversa. Oppure altri che provengono da quelle istituzioni che hanno imposto ai popoli la cosiddetta “economia del debito” in base alla quale sono gli stessi capitali privati a finanziare il debito pubblico pur essendo essi stessi ad averlo alimentato. Un trucco che serve per imporre ai governi l’adozione di quelle draconiane ricette di austerity a base di gigantesche privatizzazioni e di tagli alla spesa sociale che stanno strozzando i popoli dell’aera UE dopo essere state applicate nel resto del mondo. In questo senso Vittorio Grilli non è affatto solo. E’ il caso dell’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli e dell’attuale titolare del dicastero al MEF, Pier Carlo Padoan. Ambedue provengono direttamente dal Fondo Monetario Internazionale.

Last but not least, è anche e soprattutto, il caso del più fedele, efficiente e potente esecutore di quelle politiche, Mario Draghi, già direttore esecutivo per l’Italia della Word Bank, poi ai vertici della banca d’affari statunitense Goldman Sachs ed infine nominato presidente della #BCE. Già prima che il nome di Draghi incominciasse a circolare per quella carica, la sua candidatura venne messa in discussione a causa del suo rapporto con Goldman Sachs. In particolare, a Draghi venne rimproverato proprio il coinvolgimento nella vendita di derivati alla #Grecia per consentire a quel paese di entrare nell’area #Euro. L’attuale presidente della BCE è, infatti, ritenuto da più parti, uno dei principali responsabili del fallimento finanziario della Grecia. Nel 2009 Goldman Sachs usò, infatti, la sua posizione dominante per portare nei confronti della Grecia una serie di attacchi speculativi impedendo l’acquisto dei titoli di stato greci in borsa perché sapeva che i bilanci dello stato greco erano stati truccati proprio su consiglio di Draghi. In altre parole, la Grecia, non era in grado di ricomprare i titoli in scadenza pagando con quelli spazzatura che gli aveva rifilato Draghi per conto di Goldman Sachs. In seguito la banca d’affari USA ha imposto tutti i suoi uomini di fiducia nei governi dei paesi più in difficoltà: Mario Draghi alla presidenza della #BCE, Lucas Papademos, che ha lavorato per la FED di New York (partecipata dalla Goldman Sachs) al governo tecnico della Grecia e Mario Monti, advisor di Goldman Sachs ed ex primo ministro del “governo tecnico”. Quel governo che ha firmato il famigerato Trattato CE sul #fiscalcompact: una bomba che potrebbe arrivare a costarci fino a 50-60 miliardi di euro l’anno e già pronta ad esplodere a partire dal prossimo anno.

* Commissione Banche, Audizione Grilli http://webtv.camera.it/evento/12442

**Il Sole24ore del 21.12.2017

***L’Epresso del 10.12.2017

Fonte

22/12/2017

Il problema del debito pubblico in Italia? E’ la cupola nel Ministero dell’Economia

Nell’autunno del 2011 (era l’inizio del governo Monti), l’apertura di un contenzioso con la banca d’affari Morgan Stanley per la chiusura anticipata di un derivato finanziario, costò al governo un esborso di 3,1 miliardi di euro. L’ex ministro dell’economia e finanza, Vittorio Grilli, ha affermato ieri in Commissione parlamentare che il governo fece bene a pagare – invece che a riscuotere – perchè “avrebbe voluto dire che l’Italia non paga e che il paese era in default o pre-default”. Vittorio Grilli, ministro dell’Economia tra il novembre del 2011 e il luglio 2012, in precedenza direttore generale del Tesoro e Ragioniere generale dello stato, oggi è un manager della banca d’affari JP Morgan, insomma una classica volpe che il governo Monti mise a guardia del pollaio. E i risultati si vedono.

Grilli, ascoltato in commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario in crisi ha dovuto rispondere ad una domanda del vicepresidente Renato Brunetta sulla clausola di derivato che ha consentito a Morgan Stanley la chiusura anticipata del contratto definita dal politico “spaventosamente onerosa per Repubblica italiana”, ovvero ben 3,1 miliardi di euro pubblici finiti nelle casse della banca d’affari. Un contenzioso con Morgan Stanley “non era assolutamente nelle carte”, ha ribadito Grilli. “Aprire un contenzioso su un derivato voleva dire che l’Italia non paga” e che non sarebbe stata in grado di pagare il debito. Per questo, “ritengo che l’amministrazione abbia preso la decisione giusta in quell’anno” di pagare 3,1 mld per la chiusura anticipata del derivato stipulato dal Mef con Morgan Stanley perché qualsiasi altra decisione “in quel momento avrebbe avuto conseguenze devastanti”. Grilli ha poi riferito di aver saputo dell’esistenza della clausola “soltanto a fine 2011, a novembre”. Dopo aver lasciato il Ministero dell’Economia e delle Finanze, nel 2014 Grilli è entrato nella squadra della banca d’affari, Jp Morgan.

Non si sono ancora spenti i riflettori sulle talpe dei comitati d’affari dentro il Mef che un ex ministro – oggi manager di una banca d’affari – conferma come i soldi pubblici finiscano alle banche, anche straniere, sulla base di valutazioni del tutto opinabili.

Solo qualche settimana fa è stato scoperto che Susanna Masi, consigliera del Mef, per mesi avrebbe percepito un “doppio stipendio” per aver rivelato particolari riservati sulle normative fiscali allo studio del governo italiano e della Ue, in particolare sulla Robin Tax, alla società di consulenza internazionale Ernst & Young, per la quale aveva lavorato prima di iniziare la sua attività di consigliere del ministro dell’Economia. La donna, dopo aver assunto l’incarico al Mef nell’agosto del 2013, aveva dichiarato di non aver alcun conflitto d’interesse. Da quanto è emerso da un’inchiesta condotta dai pm di Milano Giovanni Polizzi e Paolo Filippini, in realtà, continuava a percepire bonifici dalla società di consulenza. Per gli inquirenti la Masi, grazie al suo ruolo negli staff dei ministri Fabrizio Saccomanni e Pier Carlo Padoan, avrebbe fornito informazioni riservate su leggi in materia fiscale ancora allo studio a livello europeo di cui veniva a conoscenza partecipando per conto del Mef a tavoli tecnici con colleghi degli altri Paesi europei.

Con un ministero strategico come il Mef in mano a personaggi come Grilli o la Masi con quale faccia vengono a chiederci tagli, sacrifici, austerità su pensioni, sanità, lavoro, scuole in nome della riduzione del debito pubblico? Il ricatto dello spread, l’insostenibilità del debito pubblico (passato dal 102% del 1992 al 134% del 2016 nonostante le terapie “lacrime e sangue”), i giudizi “dei mercati”, sono delle sanguinose menzogne dei governi, degli uomini e delle donne legati alle banche e messi ai posti di comando strategico, menzogne che vanno sbaraccate via. Prima lo si fa meglio è per il paese. Come si dice? Potere al popolo!!

Fonte

07/09/2017

"Gufi" e "Oche giulive"

Spezzoni di Omnibus (La7), 3 settembre 2017 – Nel dibattito politico torna di moda un certo entusiasmo verso la politica di austerità, nuovamente considerata un toccasana per il risanamento dei conti pubblici e un volano per la crescita. Come esempi virtuosi vengono citati il governo Monti e addirittura la Grecia, che oggi sarebbe in ripresa grazie ai sacrifici compiuti negli anni scorsi. In realtà questa narrazione è smentita dalle evidenze empiriche e dalla più autorevole ricerca scientifica internazionale. Passato un po’ troppo in fretta il tempo dei “gufi”, sembra ora il momento d’oro per un acritico ottimismo da “oche giulive”. Ne discutono l’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (Università LUISS) e l’economista Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).



Fonte

30/08/2017

Dibattito Brancaccio - Fornero

Spezzoni da “In Onda” (La7) del 28 agosto 2017. Di tanto in tanto affiora la tentazione dei media di riabilitare il governo dei “tecnici” Monti e Fornero. Ma i dati sull’occupazione, sul debito pubblico e sulle disuguaglianze mostrano che quella esperienza fu un fallimento, politico e scientifico: fecero ciò che non andava fatto e che non si dovrà ripetere in futuro. Ne discutono Elsa Fornero (ex ministra del Lavoro), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Sergio Rizzo (Repubblica). Conducono David Parenzo e Luca Telese.


Fonte

21/08/2017

Le domeniche dei commessi: altro che medici, infermieri, poliziotti...

Mentre i commessi dei centri commerciali, dei supermercati di prossimità e dei negozi del centro delle nostre città si ribellano al lavoro domenicale e festivo, i benpensanti rispondono in coro: “E i medici? Gli infermieri? I poliziotti? I vigili del fuoco? I ristoratori?

Beh, questo piccolo ma significativo episodio accadutomi in vacanza mi ha fatto riflettere, a lungo. E mi ha convinto a rispondere a Lorsignori:
Il supermercato è bello, di quelli un po’ chic. I commessi hanno divise eleganti e l’architettura è avveniristica. Fuori fa caldo, entro e prendo una bibita fresca. Alla cassa non c’è nessuno. Qualche secondo e una giovane ragazza corre verso di me, sorridente e con uno straccio in mano: “Mi scusi tanto, facevo le pulizie. Se non approfitto ora poi la gente sale dal mare ed è l’inferno”. Io di rimando sorrido, le chiedo qual è il suo turno mentre mi batte la spesa e lei, sempre con quel bel sorriso campano al centro di un viso paffuto e solare: “Ho appena attaccato e stacco a mezzanotte”. A mezzanotte? Dalle 14.00 a mezzanotte? Con quel sorriso di ordinanza dovrai resistere fino a mezzanotte? E domani? Domani si ricomincia, senza regole né pietà. Senza domeniche né festivi. Insomma, vite appese a contratti stagionali e precari. Vita senza orari ma guai a fare tardi. Ogni giorno, ogni turno, ogni pausa (quando c’è)...
Eccole le condizioni di chi si guadagna da vivere come addetto del commercio. Condizioni che non sono affatto paragonabili a chi svolge le professioni ripetute come un mantra da chi vorrebbe rendere normale ciò che normale non è. Da chi vorrebbe porre sullo stesso piano mestieri tanto diversi.

Il tentativo è quello di equiparare un servizio pubblico essenziale con la vendita di beni e servizi spesso superflui. Appare abbastanza scontato che un medico ed un infermiere salvano vite e lo debbono fare tutti i giorni della settimana. Anche le forze di polizia devono garantire la nostra sicurezza tutti i giorni della settimana e gli incendi di certo non vanno in vacanza.

Ma vediamo quali sono le differenze sostanziali che ci rendono chiaro il perché di un paragone che non regge, affatto. Intanto le retribuzioni: il medico ospedaliero, una volta che è stata conseguita la specializzazione, riceve un salario variabile tra i 1900 e i 2900 euro su base mensile. A fare la differenza all’interno di questa ampia forbice contribuiscono l’anzianità, gli straordinari, la reperibilità e i turni festivi. Il primario, che è il grado più alto che si può raggiungere all’interno di un reparto, può arrivare a guadagnare anche 4.500 euro netti al mese. Ma il medico di base (quello che riposa domeniche e festivi) è quello che guadagna di più: anche 5.000 euro al mese. Non parliamo poi degli specialisti privati e dei chirurghi, che guadagnano cifre da capogiro.

Un infermiere, invece, con turni e straordinari, che molto spesso sono obbligatori, guadagna intorno ai 1.600 euro mensili. E un poliziotto, aggiungendo straordinari, turni di notte o indennità per i servizi di ordine pubblico svolti fuori sede, raggiunge i 1600 euro circa. In ultimo, i vigili del fuoco sono quelli che guadagnano meno, intorno ai 1.300 euro mensili. Sia ben chiaro, a mio avviso gli stipendi di questi dipendenti pubblici sono bassi, soprattutto in relazione a quello che fanno e ai rischi che corrono, ma non sono paragonabili a quello della cassiera che ho menzionato prima.

Per non parlare degli orari: mentre per i commessi regna il far west e le pressioni e le illegalità sono all’ordine del giorno, le altre categorie hanno delle garanzie che consentono la pianificazione della vita sociale e familiare. Inoltre, troppo spesso, un lavoratore del commercio percepisce uno stipendio part time per un lavoro full time o addirittura lavora in nero.

E veniamo alla ristorazione, che incentra i propri guadagni proprio sulle domeniche e sui festivi. Appare evidente che chi approccia a quel mestiere ne è consapevole e compie una scelta chiara. I lavoratori del commercio no! Si sono ritrovati tra capo e collo il Decreto del Governo Monti che, dall’oggi al domani, ha violato il contratto stipulato in partenza, imponendo in corsa l’obbligo al lavoro domenicale, con buona pace finanche dei sindacati firmatari di quel contratto.

Insomma, la guerra tra poveri non serve a nessuno. Se un esercito di commessi protesta ha le sue buone ragioni, che non sono da contrapporre alle giuste ragioni di altre categorie di lavoratori. La realtà, quella vera, è che ci stanno impoverendo tutti. E per darci l’illusione del consumo, vorrebbero rinchiuderci tutti all’interno di un centro commerciale.

Fonte

15/08/2017

Il Ferragosto e le “catene” commerciali

Il “sorpasso” delle multinazionali del commercio ai danni di oltre duemila anni di storia. Si, potrei cominciare da qui. Da quel capolavoro di Dino Risi che ha immortalato una capitale quasi lunare dove non trovi un tabacchi aperto e neppure la possibilità di fare una telefonata. Altri tempi, immagini surreali che ritraggono il deserto di Ferragosto degli anni Sessanta e che probabilmente rimarranno uniche e irripetibili.

Quell’indimenticabile capolavoro, più di ogni altro, è in grado di raccontarci il gomito della storia d’Italia, il passaggio dal mondo paleoindustriale a quello consumistico. Non di poco conto, nel simbolismo di Risi, è la scelta non casuale della Via Aurelia, il percorso lungo il quale la vicenda si snoda, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige pigramente verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, perché è questa la strada che più di altre nel corso degli anni sessanta ha rappresentato un mito collettivo e generazionale: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere...

Credo di aver detto molto sulle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi e, più in generale, sull’impatto che generano gli shopping park sulle esistenze dei lavoratori e dei cittadini. Ma sono nato a Roma e si avvicina ferragosto... Implacabilmente i miei pensieri vanno all’origine di questa festa.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) e indica una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C., per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Finanche gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Finanche loro...

Ferragosto, nonostante nel corso del tempo sia stato trasformato da festa pagana in festa Cristiana dalla capitale Pontificia, non ha mai perso i suoi connotati popolari. Il Ferragosto nei secoli moderni è rafforzato dall’usanza della “scampagnata fori porta” molto spesso arricchita da “storie d’ amore e de cortello”. Insomma, il Ferragosto dei fuochi d’ artificio, del pollo coi peperoni, del cocomero e dei gavettoni.

Duemila anni di storia rinnegati per decreto, quel decreto del governo Monti noto come “salva Italia”, che sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni. Molti italiani trascorreranno anche quest’anno il Ferragosto in un centro commerciale, rinunceranno a duemila anni di storia e a un meritato giorno di festa, ormai preda del capitale.

Credo fermamente che sia giunta l’ora di riprendiamoci le nostre vite di lavoratori e di cittadini: trascorriamo le feste favorendo la socialità, il riposo, la riflessione, la cultura, lo sport, facciamolo creando le giuste alleanze tra “consumatore inconsapevole” e “lavoratore consumato”. Il modello sociale che ci vogliono imporre attraverso lo sfarzo e le luci dei Centri Commerciali è soltanto un inganno in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio ed un danno per i lavoratori, i consumatori e la società.

Personalmente utilizzerò le mie “feriae Augusti” per riposarmi e ricaricare le pile, nel rispetto dell’antica tradizione romana, così da poter essere pronto per una nuova stagione di lotte alla riconquista dei diritti e del salario; per cercare di spezzare, insieme a voi, quelle catene imposte dalle multinazionali del commercio a milioni di donne e di uomini. Magari sotto l’ombrellone leggerò “Scherzi di Ferragosto” di Alberto Moravia (Racconti romani), a voi l’incipit del testo:
Tutto mi andava male, quell’estate e, come venne Ferragosto, mi trovai a Roma senza amici, senza donne, senza parenti, solo. Il negozio dove ero commesso era chiuso per le ferie, altrimenti, dalla disperazione, pur di trovare compagnia, mi sarei perfino rassegnato a vendere i saldi estivi, mutande, calze, camicie, tutta roba andante. Così, quella mattina del quindici, quando Torello mi venne a strombettare sotto la finestra e poi mi invitò a andare con lui a Fregene, pensai: ‘E antipatico, anzi è odioso… ma meglio lui che nessuno’ e accettai di buon grado.”
Ora, provate a immaginare il seguito…

Felice Ferragosto!!

Fonte

09/05/2017

“White economy”. Come privatizzare la sanità in dieci mosse

In principio fu l'europasdaran Mario Monti ad abbattere la sua pesante scure sulla sanità pubblica italiana con il " Decreto Cresci Italia" ed il " Decreto Balduzzi": un salasso da 9,4 miliardi di euro ai danni del Fondo sanitario spalmati dal 2012 al 2015, non a caso, avviati contestualmente alla frettolosa approvazione della Legge 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il “principio del pareggio di bilancio”.

A decorrere dal 2013 il fabbisogno sanitario nazionale standard è, stato determinato, dunque “in coerenza con il quadro macroeconomico complessivo del Paese” e “nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e degli obblighi assunti dall’Italia in sede comunitaria” come recita testualmente il D.Lgs. 68/2011 (capo IV, artt. 25-32) che ha sancito il “federalismo fiscale regionale”.

Sulla scia di quella norma, negli anni 2014 e 2105, arriva un altro pesantissimo taglio di 2,3 miliardi a carico del Fondo Sanitario Nazionale accompagnato dalla criminale eliminazione di 180 prestazioni diagnostiche dalla lista dei servizi sanitari gratuiti. Pochi mesi dopo, con la Legge di Stabilità 2016, il Governo procede ad un ulteriore sanguinoso taglio di altri 2 miliardi del FSN cui vanno aggiunte le possenti riduzioni apportate ai bilanci delle Regioni per circa 19 miliardi di euro, previste per il triennio 2016 -2019, che inevitabilmente impatteranno sulla Sanità dal momento che l'80% di quei bilanci è destinato proprio al servizio sanitario pubblico.

A rendere il quadro ancora più drammatico è il fatto che questa continua deprivazione di risorse destinate al FSN è in assoluta controtendenza rispetto all'invecchiamento della popolazione italiana cui dovrebbe, invece, corrispondere, un adeguato e proporzionato aumento quantitativo e qualitativo del servizi erogati.

L’ultimo taglio annunciato (422 milioni di euro) è frutto dell’intesa raggiunto nel corso della conferenza programmatica del 10 febbraio 2017 tra il Governo Gentiloni e le Regioni a statuto ordinario sulla ripartizione delle sforbiciate previste dalle ultime leggi di Bilancio “...per far fronte al contributo alla finanza pubblica previsto dalla legge di bilancio 2017” e rischia di essere il definitivo colpo alla nuca del sistema sanitario ”...mandando, definitivamente, in soffitta i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), prima ancora che vengano registrati alla Corte dei Conti e pubblicati in Gazzetta Ufficiale”, ha giustamente avvertito Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i Diritti del Malato.

Insomma, ogni santo giorno vengono chiusi ospedali (medi e piccoli) e diversi servizi territoriali vengono disattivati senza dare alcuna spiegazione convincente; le liste d’attesa per visite e esami si allungano sempre più; le condizioni di lavoro dei medici e del personale paramedico peggiorano continuamente e l’accesso a servizi di qualità è sempre più costoso a causa del costante aumento dei ticket. La riduzione di personale, poi, è massiccia e costante: solo tra il 2009 al 2015 la sanità pubblica ha perso 40.364 dipendenti.

Insomma, l’attacco alla Sanità pubblica è senza precedenti e ne sta intaccando, ormai, le fondamenta. Il Sistema Sanitario Nazionale viene progressivamente svuotato ed impoverito in modo tale da indurre sempre più cittadini bisognosi di cure ed esami a rivolgersi alla sanità privata, anche a costo di investire i risparmi di una vita. Ma c’è una triste novità: sempre più gente rinuncia a curarsi. Il 50° rapporto del CENSIS sul Welfare ha messo nero su bianco questa dinamica: “le manovre di contenimento hanno portato la spesa sanitaria pubblica italiana su valori decisamente più bassi rispetto agli altri paesi europei producendo effetti socialmente regressivi segnalati dal crescente numero di italiani, 11 milioni circa, che hanno dichiarato nel 2016 di aver dovuto rinunciare o rinviare alcune prestazioni sanitarie, specialmente odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche.”.

Dove ci sta portando tutto questo? Appare sempre più evidente che l'obiettivo strategico del governo e della Troika è quello di destrutturare il sistema sanitario pubblico e introdurre quello integrativo privato seguendo il modello americano, con al centro le assicurazioni e le strutture private.

Già, un altro rapporto CENSIS – quello del 2014 – con toni molto diversi dall’ultimo, prendeva atto con soddisfazione che la sanità pubblica era stata ormai “frollata”(!) a sufficienza e che quindi era ormai “...maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori” tanto che, nel 2015, il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, dichiarava fiducioso: “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”.

Una “solida filiera economico-produttiva” composta da centinaia di cliniche, laboratori di analisi e diagnostica private/i che sono pronte/i a sostituire, quasi in tutto, la rete sanitaria pubblica. In questo disegno alla rete pubblica resterebbero affidate soltanto quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronti soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi.

E’ una piano di galoppante privatizzazione, cui, peraltro, hanno già dato un nome tanto accattivante quanto ingannevole, “White Economy” . Ma non è altro che il modello statunitense “pay to cure you” che ci viene presentato in una versione “italianizzata”, cioè, temperata da una fantomatica “regolamentazione” su cui dovrebbe vigilare l’ennesimo permeabilissimo “organismo indipendente”. Un modello che i suoi interessati fautori annunciano come incentrato sul “coinvolgimento degli Enti Locali” chiamati a stipulare “accordi che definiscano i processi di integrazione pubblico-privato”. E' in questa prospettiva che si inquadrano le proposte di alcuni operatori privati (soprattutto Unipol) di attivare i “fondi sanitari integrativi di tipo territoriale con una forte compartecipazione degli Enti locali”. Sappiamo bene, però, che gli Enti Locali non hanno nessun margine di trattativa proprio in virtù di quel “patto di stabilità” che li rende impotenti e li espone mortalmente alle pressioni dei gruppi di interesse privati. Ma sappiamo, soprattutto, che questi accordi hanno come unica vera finalità lo sfruttamento delle “favolose sinergie” tra gruppi privati, sindacati complici e politici con il fiuto per gli affari.

Di recente tutta questa operazione comincia ad uscire allo scoperto anche attraverso campagne di comunicazione ad hoc che sfruttano, con una buona dose di spudoratezza, proprio l’argomento della riduzione del peso e dell'offerta del SSN e delle difficoltà crescenti dei cittadini di essere curati presso le strutture sanitarie pubbliche. Ecco, dunque, che le compagnie assicuratrici presentano, senza più remora alcuna, la loro preziosissima ciambella di salvataggio: “una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”. Ma la pubblicità, si sa, quasi sempre mente. Chi già ha avuto a che fare con le delizie della sanità privata sa benissimo che il costo delle prestazioni che offre (visite specialistiche, operazioni chirurgiche, ricoveri, analisi) sono altissimi ed, in alcuni casi, insostenibili per chi non disponga di redditi annui a sei zeri.

Molti di voi, ad esempio, avranno notato uno spot pubblicitario di Reale Mutua Assicurazioni che viene trasmesso, proprio in questi giorni, su LA7 in cui un "consulente dedicato", senza tante perifrasi, ci racconta che (ormai) il servizio sanitario non garantisce più, come un tempo, le cure ai malati e di come, pertanto, occorra farsi, da sani, una bella polizza sanitaria privata. Colpisce, in questo caso, la schiettezza cristallina del messaggio: fai da te (e paga) perché "la festa è finita".

Intanto qualcun altro si è già portato avanti con il lavoro. Ad esempio, a dicembre 2016, i sindacati dei metalmeccanici FIM, FIOM e UILM hanno ottenuto l'inserimento, nella contrattazione integrativa di quella categoria, del fondo di sanità integrativa chiamato "Metasalute" legato (ma guarda un po) al gruppo Unipol. Dopo la soppressione delle pensioni di anzianità magicamente decretata in seguito all'accordo sui fondi previdenziali "chiusi" (CdA misti imprese/sindacati) del 1995 stipulato tra il Governo Dini e CGIL, CISL e UIL, siamo, ora all’assalto finale della speculazione finanziaria (cui viene offerta, ancora una volta, una provvidenziale sponda “sindacale”) ad un altro diritto che dovrebbe essere inalienabile ed universale e che secondo la nostra Costituzione è diritto fondamentale dell'individuo (art. 32): il diritto alla salute.

Prepariamoci, dunque ad assistere, anche in Italia, a scene come quelle che abbiamo visto in “Sicko“, il film- documentario del 2006, diretto da Michael Moore, in cui persone prive di copertura sanitaria sono costrette a lavorare ben oltre l'età pensionabile o a rinunciare a cure talvolta vitali abbandonate letteralmente sul bordo di una strada da taxi appositamente ingaggiati dagli ospedali. Oppure a persone che nonostante abbiano stipulato costose polizze sanitarie con le più importanti compagnie assicurative, si vedono negare il rimborso delle cure anche in presenza di diagnosi di malattie molto gravi in ragione di oscure ed imperscrutabili clausole. Insomma, prepariamoci a vedere rimpiazzato uno dei migliori sistemi sanitari del mondo con un sistema inumano basato unicamente sul primato del profitto delle compagnie assicuratrici. Si, perché proprio in quello straordinario film-documento, comparandolo con modelli sanitari nazionali diversi, Michael Moore descrisse il servizio sanitario italiano come uno dei migliori al mondo. Ma era più di dieci anni fa, cioè, qualche anno prima che iniziasse il massacro appena descritto.

In concomitanza con la “Giornata mondiale della Salute” indetta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 7 aprile scorso, diverse realtà associative, sindacali e politiche a livello europeo hanno indetto una mobilitazione per denunciare la commercializzazione della salute e l’ ttacco ai sistemi sanitari e di protezione sociale pubblici in tutto il continente europeo, contro il definanziamento e la loro progressiva privatizzazione.

Forse, per fermare questo attacco così violento a ciò che resta del nostro Servizio Sanitario dovremmo al più presto far si che ogni giorno diventi una giornata nazionale di lotta in difesa della Sanità Pubblica, prima che venga affossata definitivamente.

Fonte

02/10/2016

La vittoria dei 5 operai Fiat. Intervista all’avv. Marziale

Dopo la sacrosanta e legittima soddisfazione per il risultato della sentenza della Corte d'Appello di Napoli favorevole ai 5 licenziati della F.C.A. di Pomigliano d’Arco (Na) incontriamo l’Avvocato, Giuseppe Marziale, che, da sempre, segue questa vicenda politica, sindacale e giudiziaria e gli chiediamo alcune valutazioni all’indomani di questo pronunciamento.

Domanda: Prima di tutto una domanda che – crediamo – sia nella testa di tutti i compagni e di quanti, nel corso degli ultimi anni, hanno seguito questa lunga e complessa vicenda. Ti aspettavi questa sentenza? Avevi avuto qualche sentore circa un possibile pronunciamento dei giudici in tale direzione?

R: Sono sempre stato fermamente convinto della illegittimità dei licenziamenti che Fiat nel 2014 ha comminato ai cinque compagni. Ciò non solo per una pur fondatissima considerazione in ordine alla violazione realizzata dall’azienda della prescrizione costituzionale, sancita dall’art.21 della Carta Costituzionale, relativa al diritto di espressione e di manifestazione del pensiero ma altresì in applicazione di fondamentali norme che nel nostro Ordinamento delimitano il perimetro delle obbligazioni e dunque degli inadempimenti sanzionabili, nell’ambito del contratto di lavoro.

Che poi io fossi convinto delle nostre ragioni non solo sostanziali ma anche legali, non significa che non fossi ragionevolmente pessimista circa l’autonomia intellettuale attuale della magistratura del lavoro rispetto al pensiero liberista dominante.

Domanda: Che valutazione dai del corso giudiziario di questo iter processuale? La sentenza intervenuta è una anomalia rispetto ad un quadro del diritto del lavoro sostanzialmente bloccato nei confronti dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori oppure ci sono fattori peculiari di questo caso che hanno fatto la differenza nell’elaborazione della sentenza?

R: La sentenza della Corte d’Appello di Napoli è un importante segnale e un importante precedente che va oltre la specifica e pur importante vertenza. Il diritto del lavoro in Italia dal 2010 in poi è stato destinatario di riforme stravolgenti dell’assetto normativo in precedenza consolidato. Riforme che sono andate progressivamente a colpire, fino ad annullare in molti casi, tutele dei diritti dei lavoratori, innanzitutto democratiche nonché coerenti con il sistema civilistico italiano. Sono state abbattute conquiste sociali, sindacali e di civiltà giuridica che da decenni erano acquisite anche a seguito di vaste esperienze di lotte operaie e dei lavoratori succedutesi dagli anni sessanta del novecento in poi.

Ciò nonostante norme cardine dell’Ordinamento sopravvivono e resistono, alcune di diretta derivazione costituzionale, ma si assiste anche ad una tendenza che definirei culturale di rilevante parte della magistratura del lavoro che interpreta il mutato quadro normativo esclusivamente nella direzione di tutelare le ragioni dell’imprenditore e ciò assai spesso ben oltre le modifiche legislative intervenute, finendo per stravolgere il contesto legale esistente, anche nella sua parte, tutt’ora rilevante, in cui i diritti dei lavoratori non sono stati affievoliti (almeno non ancora) e la normativa è rimasta la medesima di prima del 2010.

In particolare e con riferimento al licenziamento disciplinare dei cinque militanti sindacali antagonisti della Fiat di Pomigliano d’Arco, l’operazione tentata da Fiat ed assecondata dal Tribunale di Nola che inizialmente aveva respinto il nostro ricorso contro i licenziamenti, è stata quella che va affermandosi tra le aziende datrici di lavoro e, cosa ancor più grave, che viene sovente assecondata nelle sentenze dei giudici del lavoro; operazione che io definisco di attuazione di una concezione neocorporativa dei rapporti di lavoro.

Concezione per la quale il dipendente finisce per “appartenere” all’imprenditore non solo nei limiti della sua prestazione lavorativa, ma altresì con tutta la sua persona e con tutte le sue convinzioni e condotte anche extralavorative e che nulla hanno a che vedere con l’attività di lavoro. Dipendente dunque che, in base a tale concezione, è vincolato all’azienda anche quando esprime le sue convinzioni politiche, sindacali e di critica alle politiche e pratiche industriali ed è destinatario così di sanzioni disciplinari che per lo più sono il licenziamento, allorquando esprima sue legittime critiche anche con forme e modalità dure e aspre ma comunque legittime, qual è stata la rappresentazione satirica e grottesca del suicidio per impiccagione dell’amministratore delegato di Fiat come nella vicenda dei cinque licenziati di Pomigliano.

Dunque la sentenza della Corte d’Appello, nel definire gli esatti termini dell’esercizio del diritto di critica e di espressione del pensiero e nel circoscrivere quell’obbligo di fedeltà all’impresa enormemente ed agiuridicamente amplificato dalla Fiat prima e dal Tribunale di Nola poi, ha specificato e dato applicazione semplicemente al principio di legalità relativo a quale è il perimetro entro il quale il lavoratore ha obblighi verso l’imprenditore in forza del contratto di lavoro e oltre il quale le condotte extralavorative del dipendente non sono passibili di sanzione disciplinare. Da ciò ritengo che la sentenza della Corte d’Appello rappresenti un forte segnale in controtendenza e come tale di rilevanza complessiva e nazionale.

Domanda: Sembra che uno dei motivi che abbia indirizzato la Corte d’Appello verso questo tipo di sentenza sia stato il dato che Mimmo Mignano e gli altri lavoratori licenziati sono stati reintegrati in virtù della loro condizione di essere stati assunti in un periodo di vigenza dell’articolo 18. Come è – drammaticamente – mutata la giurisdizione nel mondo del lavoro e che spazi di difesa legale è ancora possibile sostenere ed esercitare alla luce di queste trasformazioni autoritarie ed antidemocratiche?

R: Il licenziamento dei cinque operai è del 2014, dunque dopo la legge Fornero (legge n°92 del 2012) e prima del decreto legislativo n°23 del 2015 entrato in vigore il 7 marzo 2015, attuativo con altri decreti del cd. Jobs Act.

A tal proposito va detto che le tutele che erano previste dall’art.18 dello statuto dei lavoratori, sono state fortemente ridimensionate già con la legge Fornero, passata peraltro senza la benché minima reale opposizione dei sindacati confederali. Tale riforma prevede in estrema sintesi, per tutti i lavoratori dipendenti italiani, che per i licenziamenti che il giudice riconosca come illegittimi, intimati dal 18 luglio 2012 in poi, la tutela piena della reintegrazione nel posto di lavoro sia possibile solo in alcune e circoscritte ipotesi, mentre per una vasta tipologia di licenziamenti, pur dichiarati dal giudice illeciti, l’effetto è solo indennitario, cioè il pagamento di una somma senza però reintegrazione nel posto di lavoro.

E dunque le motivazioni alla base dei licenziamenti del 2014 di Mignano e dei suoi quattro compagni, sono state riconosciute dalla Corte d’Appello del tutto insussistenti e solo per tale ragione, anche sotto la vigenza della legge Fornero, è stato possibile ottenere la massima tutela della reintegrazione nel posto di lavoro.

Con il Jobs Act, che per i licenziamenti si applica solo agli assunti dal 7 marzo 2015 e non ai lavoratori che a tale data già avevano in corso il contratto di lavoro, la reintegrazione è stata del tutto esclusa ed inoltre l’indennità prevista è stata pure fortemente ridotta. Con tale ultima riforma il processo di cancellazione dell’art.18 dello Statuto, già avviato dal governo Monti nell’estate del 2012, è stato definitivamente portato a compimento.

Domanda: Questa sentenza – ben oltre gli effetti pratici che produrrà concretamente ai 5 lavoratori interessati – incoraggia, oggettivamente, quanti nelle fabbriche F.C.A. in Italia ed in generale nel settore privato si battono, in condizioni difficili, per far avanzare una processo di sindacalizzazione e di tutela dei diritti sindacali e sociali. Ritieni, a tuo parere, che questo compito politico/sindacale potrà giovarsi di questa sentenza e da compagno/avvocato, quale sei, che tipo di valutazioni puoi esprimere su tale interrogativo?

R: Come ho detto prima, la sentenza del 27 settembre della Corte d’Appello di Napoli riveste, a mio parere, un significato notevole che va ben oltre la specifica controversia e detta una linea giudiziaria in controtendenza che sarà della massima importanza in ogni ambito lavorativo. Resta ferma però la convinzione che ho da sempre e cioè che le vertenze giudiziarie sono o possono essere, un elemento delle iniziative di lotta e di opposizione. Elemento a volte anche importante, ma da solo del tutto insufficiente nel perseguimento dell’obiettivo della riorganizzazione e della affermazione di un forte movimento sui luoghi di lavoro di contrapposizione alle politiche liberticide, liberiste e neo corporative che avanzano.

La necessità della nascita e crescita dell’organizzatore collettivo dell’opposizione sociale e sindacale è ineludibile. Purtroppo la perdurante tendenza delle organizzazioni sindacali di base ed antagoniste a dividersi piuttosto che a confluire in processi unitari è sotto gli occhi di tutti e ciò, confesso il mio pensiero, non fa ben sperare per una ripresa efficace e di massa di esperienze di lotte antagoniste e vincitrici.

Fonte

26/08/2016

Terremoto, dopo l’emergenza l’abbandono. Lo vuole l’UE

Mentre scrivo queste note, ho negli occhi i volti dei sopravvissuti all’ennesima strage da terremoto, in un paese notoriamente sottoposto a tragedie simili e che, per indolenza ma più spesso per scelte politiche precise, non risolve alla radice problemi facilmente affrontabili.

A tutti loro va il primo pensiero, la vicinanza, la solidarietà concreta, che in queste ore vede impegnati molti di noi.

Tornando indietro con la memoria, ricordo i tanti volontari che accorsero a sostenere le popolazioni colpite dal sisma prima in Friuli nel 1976, poi in Irpinia nel 1980. In quelle terre devastate incontrammo la stessa disperazione, le stesse facce, le tante case distrutte.

Diversi furono i modi di affrontare il dramma delle migliaia di persone diseredate dal sisma.

La Protezione Civile vide la sua nascita proprio dopo il terremoto dell’80, per regolare / impedire quel vero e proprio moto di popolo che si determinò nel paese per sostenere le popolazioni friulane ed irpine. Tra i volontari moltissimi militanti politici e sindacali, studenti e lavoratori, impegnati nei soccorsi e contro i tanti speculatori locali, per difendere i quali volarono centinaia di allontanamenti forzati e fogli di via, inflitti da solerti e conniventi forze dell’ordine locali.

In quegli anni vigevano norme e leggi che imponevano allo Stato di intervenire con fondi pubblici, a garanzia della ricostruzione e della vita di chi era colpito da calamità naturali.

Norme e leggi che, messe nelle mani di personaggi come Giuseppe Zamberletti e Ciriaco De Mita, si trasformavano in fonti di speculazione, sciacallaggio dall’alto, guadagni miliardari. Il primo, Commissario straordinario per il terremoto friulano, implicato nello storno di risorse per i terremotati a favore di boss democristiani del Nord Italia. Il secondo, arricchitosi con i fondi per la ricostruzione versati nell’Istituto di credito di famiglia, la Banca Popolare dell’Irpinia.

Grazie ai recenti governi turbo – liberisti le vecchie leggi, sulle quali inciampavano troppo spesso i boss del pentapartito che governavano durante la prima Repubblica, sono state progressivamente cancellate.

Durante il breve e devastante esecutivo Monti sono state riscritte le regole della Protezione Civile. Il 16 maggio 2012 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il famigerato decreto legge n. 59, con il quale si formalizza la fine dell’intervento pubblico in caso di calamità naturali, in termini di risarcimenti, aprendo la strada alle assicurazioni private.

L’unica possibilità è quella demandata alle Regioni attraverso la cosiddetta “tassa sulle disgrazie”. Gli Enti regionali potranno trovare risorse dedicate solo attraverso l’aumento delle accise della benzina, sino a un massimo di 5 centesimi al litro (il comma 5-quater recita: A seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, la Regione può elevare la misura dell'imposta regionale di cui all'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 21 dicembre 1990, n. 398, fino a un massimo di cinque centesimi per litro, ulteriori rispetto alla misura massima consentita )

Contributi statali per la ricostruzione non sono più previsti.

La norma, specificamente all’art. 2 comma 2, prevede che in caso di calamità naturali (terremoti, alluvioni, frane etc.) lo Stato non debba più intervenire economicamente, neanche parzialmente, alla ricostruzione e riparazione dei fabbricati danneggiati.
Con regolamento emanato entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri... sono definiti modalità e termini per l'attuazione del comma 1 senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche sulla base dei seguenti criteri:
a) estensione della copertura assicurativa del rischio calamità naturali nelle polizze che garantiscono i fabbricati privati contro qualsiasi danno;
b) esclusione, anche parziale, dell'intervento statale per i danni subiti da fabbricati;
I cittadini che vorranno vedere ricostruita la propria abitazione o la propria industria dovranno perciò fare da sé, stipulando preventivamente una polizza assicurativa (con detrazioni fiscali...), come esplicitato nel primo comma dell’art.2, che recita:
Al fine di consentire l'avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati, a qualunque uso destinati, ed al fine di garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione di beni immobili privati destinati ad uso abitativo, danneggiati o distrutti da calamità naturali, possono essere estese ai rischi derivanti da calamità naturali le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di danno a fabbricati di proprietà di privati.
Oltre a queste disposizioni, il decreto contiene anche un altro micidiale comma (art .1 comma1, lettera c, numero 2) che riduce la durata dello stato d’emergenza a 60 giorni, prorogabili in altri 40.

Dopo il comma 1 è inserito il seguente:
1-bis. La durata della dichiarazione dello stato di emergenza non può, di regola, superare i sessanta giorni. Uno stato di emergenza già dichiarato, previa ulteriore deliberazione del Consiglio dei Ministri, può essere prorogato ovvero rinnovato, di regola, per non più di quaranta giorni.
Questo significa che lo Stato si accollerà le spese per l’emergenza per un massimo di cento giorni. Dopo i quali i cittadini saranno abbandonati a se stessi.

Il motivo addotto per far approvare questa legge infame è stato lo stesso che caratterizza la retorica e la pratica dei governi a guida UE: imposizione di politiche di austerità, obbligo del pareggio di bilancio, scarsità di fondi nelle casse del Tesoro, ripianamento del debito “pubblico”...

Oggi dobbiamo, ognuno con i propri strumenti e possibilità, stare al fianco dei superstiti al devastante terremoto che ha colpito l’aretino.

Ma se vogliamo evitare che il genuino e salutare moto di solidarietà si spenga con il passare del tempo, relegando queste come altre centinaia di migliaia di vittime di terremoti e calamità “naturali” nel cono di silenzio e ombra che rischia di lasciarli di nuovo da soli, occorre chiedere con forza l’abolizione del decreto legge n. 59, che i successivi governi Letta e Renzi hanno lasciato intatto, peggiorandolo ulteriormente, attraverso la privatizzazione della CRI e l’attacco sistematico alle condizioni di lavoro dei Vigili del Fuoco.

Lo Stato centrale deve tornare a intervenire in caso di calamità naturali di ogni genere, accollandosi tutti gli oneri di una ricostruzione completa delle zone devastate e del risarcimento per le vittime e i familiari. Le risorse ci sono, basta stornarle dai finanziamenti a pioggia per le banche e per le spese militari.

Questa è la migliore risposta alla retorica del contafrottole di Rignano, che in queste ore si batte ipocritamente il petto raccontando l’ennesima bugia: “I terremotati non saranno lasciati soli”.

Valter Lorenzi – Rete dei Comunisti

*****

Il testo integrale del DL 15 maggio 2012, n.59

Articolo di approfondimento de Il Sole 24 ORE sull’argomento

Fonte