Sta cambiando l’egemonia economica nel mondo. Ma da queste parti si continua a ragionare come se il baricentro del pianeta fosse ancora qui, o al massimo intorno Washington.
La giornata di ieri sui mercati finanziari, invece, dà un quadro più fedele, se la si osserva da vicino. Per normali motivi geografici, le prime borse a mettersi in moto sono quelle asiatiche. Le quali festeggiano alla grande la maxi-iniezione di liquidità decisa dalla Banca centrale cinese: 84 miliardi di dollari, così, sull’unghia.
Quando il testimone passa alle piazze europee – qualche ora dopo – l’euforia frena e si raffredda perchè nelle stesse ore la Bce ha reso vincolante la nuova normativa sugli Npl (non perferming loans, prestiti che non verranno restituiti o “incagliati”) in mano alle banche: copertura al 100%, con relativi accantonamenti, e quindi restrizione assoluta nella disponibilità degli istituti di credito a concedere nuovi prestiti a famiglie e imprese. Conseguenza logica: ulteriore freno a una dinamica economica già di nuovo sulle soglie della recessione.
Ma c’è qualcosa di più, su questo tema, che riprenderemo tra un attimo, dopo aver terminato la cronaca della giornata.
Le borse europee rischiano addirittura di trasformare in tristissima una giornata iniziata molto bene, e si guarda al rapporto annuale del presidente della Bce al Parlamento europeo. Mario Draghi si dilunga sui segnali di debolezza che stanno durando “più a lungo di quanto avessimo previsto alla Bce”, al punto da attendersi un “rallentamento” che “non diventerà recessione”.
Entrando nei dettagli, come Draghi ama fare, “parte di questo indebolimento era dovuto a fattori temporanei in alcuni settori, ad esempio nell’auto, ma poi abbiamo detto che ci sono cause più permanenti e queste, fondamentalmente, persistono”. Tra l’altro “il 2017 è stato un anno piuttosto eccezionale e siamo tornati a tassi di crescita più bassi. Ma la domanda da porsi è se si sia trattato di una derapata o se ci stiamo dirigendo verso una recessione. E la risposta è che è un rallentamento e non una recessione, e che sul quanto durerà bisognerà vedere quali siano i fattori alla sua base”.
Ciò nonostante, oggi “sotto molti aspetti abbiamo una Unione monetaria più forte di quanto lo fosse nel 2008”.
Se voleva essere rassicurante, non lo è stato affatto. I mercati stavolta non hanno mostrato alcuna reazione alle sue parole. Come se quello che fa la Bce, ormai, contasse molto meno di qualche anno fa (il “whatever it takes” è rimasto proverbiale). Invece quando si muove la Cina è un segnale per tutti. In questo, pare evidente, c’è uno spostamento di attenzione che corrisponde al cambiamento di “peso” tra le economie, conseguenti anche alla diversità di “modello”.
Da un lato, infatti, c’è una superpotenza economica che sta reagendo alla crisi costruendo e consolidando il mercato interno, con un taglio radicale delle tasse sui salari e le piccole imprese, liberando investimenti per le amministrazioni locali, progettando infrastrutture ultramoderne in grande quantità, iniettando liquidità nel sistema. Dall’altra una eurozona stanca, satura, senza idee e scarsa innovazione, orientata strategicamente dalla Germania, immobile nel difendere un modello mercantilista – bassi salari per favorire le esportazioni – che in tempi di crisi non può funzionare.
In questa differenza di prospettive e aspettative, la Bce agisce come detto: fine delle iniezioni di liquidità e vincoli di copertura sugli Npl. Il meccanismo è così semplice – e negativo – che quasi non ci si può credere. In pratica, se tutte le banche sono obbligate a “coprirsi”, saranno costrette a svendere (“cartolarizzare) questi crediti ad altre società.
Come spiega Giuseppe Masala, “il sistema bancario italiano ha venduto in pochissimi anni al 20% del valore facciale del debito, il che significa che un debito in sofferenza di 100mila euro viene venduto ad una società terza a 20mila euro. Il prezzo appare troppo basso, perché non sono debiti all’americana privi di garanzia. Ma in genere si tratta di debiti coperti da ipoteche immobiliari su capannoni o immobili residenziali. Allora, queste società terze grazie all’escussione dei valori immobiliari posti a ipoteca se in cinque anni riuscissero a recuperare il 40% del valore facciale del debito farebbero un guadagno stellare del 100%, il 20% all’anno. Un’enormità.”
Sarebbe interessante sapere di chi sono queste società che comprano crediti deteriorati, ma sono ben “coperte”, in un altro senso. Un nome italiano si conosce, però: Corrado Passera. Titolare di una lunga serie di “ex” (direttore generale della Cir di De Benedetti, a.d. del gruppo Repubblica-L’Espresso, a.d. dell’Olivetti, del Banco Ambroveneto, Banca Intesa, Poste Italiane – che trasforma in banca – advisor nella privatizzazione di Alitalia, ministro nel governo Monti), recentemente ha fondato Illimity e Spaxs. Di fatto, una banca “specializzata nell’acquisto di crediti deteriorati”.
Una carriera che spiega come funziona il capitale finanziario europeo, in cui si creano i problemi, si fa un “salto in politica” per ridisegnare le nuove regole, e si ritorna nella finanza per beneficiare delle regole modificate.
Ma torniamo alle banche che svendono Npl. Visto che il loro capitale – svendendo i crediti – risulta diminuito, dovrebbero in teoria ricapitalizzare. Ma, spiega ancora Masala, “chi ricapitalizza? Nessuno sarebbe così pazzo da ricapitalizzare le banche italiane. E allora? Bail-in o ricapitalizzazione precauzionale statale. Ovvero paghiamo noi, o come contribuenti dello Stato o come risparmiatori che magari hanno acquistato obbligazioni subordinate.
In sostanza, questa svendita degli NPL a prezzi stracciati è il saccheggio del risparmio degli italiani. Oltre che delle casse dello Stato. A vantaggio di queste persone occulte che si nascondono dietro queste società estere. Che noi non sappiamo chi sono. Chiaro cosa ha fatto la BCE di Draghi?”
Se questo è l’andazzo europeo – e lo è – non si fa fatica a capire perché persino “i mercati” ormai guardino ad Oriente per vedere un po’ di futuro.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Corrado Passera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corrado Passera. Mostra tutti i post
16/01/2019
10/08/2018
Corrado Passera: come creare un disastro e poi lucrarci sopra
Una notizia che non avrà colpito molti, tranne gli addetti ai lavori della finanza.
Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte...). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.
Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie aziende alle prese con problemi storici di liquidità, gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.
Non è proprio così... Uno dei primi obiettivi della nuova banca di Passera infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.
Per capire bene di che si tratta bisogna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.
Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.
Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroce stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).
Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziamenti di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare...
Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.
Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.
Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.
Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato... E invee no.
Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva generato come ministro!
Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.
Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?
Si può fare, si può fare... Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.
Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc. – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.
Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.
Fonte
Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte...). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.
Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie aziende alle prese con problemi storici di liquidità, gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.
Non è proprio così... Uno dei primi obiettivi della nuova banca di Passera infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.
Per capire bene di che si tratta bisogna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.
Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.
Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroce stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).
Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziamenti di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare...
Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.
Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.
Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.
Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato... E invee no.
Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva generato come ministro!
Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.
Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?
Si può fare, si può fare... Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.
Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc. – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.
Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.
Fonte
18/07/2016
Amianto alla Olivetti, condannati i De Benedetti e Passera
Cinque anni e due mesi di reclusione per Carlo e Franco De Benedetti, un anno e 11 mesi per Corrado Passera (ex ministro del Governo Monti), ma con sospensione della pena. E’ stato invece assolto un altro vip, Roberto Colaninno, che era accusato di lesioni colpose nei confronti di un solo caso. In totale gli imputati erano 17, accusati a vario titolo di omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Le condanne in totale sono state 13. E’ questo il verdetto dettato dal Tribunale di Ivrea questa mattina al termine nel processo, iniziato a gennaio, intentato per la morte tra il 2008 e il 2013 di dieci operai, che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta lavorarono negli stabilimenti Olivetti, inalando le fibre tossiche di amianto e ammalandosi di mesotelioma pleurico.
La sentenza contro gli ex proprietari e dirigenti dell’azienda informatica di Ivrea è stata letta dal giudice Elena Stoppini dopo appena mezz’ora di camera di consiglio. Sia per i condannati che per Telecom Italia spa, considerata responsabile civile per le morti di amianto, la corte ha deciso anche che dovranno risarcire le vittime per centinaia di migliaia di euro. Fra le parti civili, oltre ai familiari delle vittime, figuravano Inail, Fiom-Cgil, il Comune di Ivrea e la Città metropolitana di Torino.
L’accusa aveva chiesto rispettivamente 6 anni e 8 mesi e 6 anni e 4 mesi per i De Benedetti e 3 anni e 6 mesi per Corrado Passera, chiamato in causa come consigliere amministratore delegato dal 1992 al 1996. Ma la pm Laura Longo – affiancata da Francesca Traverso – ha comunque espresso soddisfazione per la sentenza: «Siamo soddisfatti della sentenza, perché il tribunale ha di fatto accolto l’impostazione dell’accusa: è stata data giustizia alle vittime e ai loro familiari». Ha aggiunto: «Parliamo di morti che si potevano e dovevano evitare». Rispetto ad altri due fascicoli aperti su ulteriori casi di persone ammalatesi a causa dell’esposizione alle fibre di amianto la pm ha commentato: «Purtroppo non sappiamo quando questa ondata finirà: la sentenza del tribunale dimostra che l’Olivetti ha usato amianto fino agli anni Novanta».
Non l’ha invece presa per niente bene Carlo De Benedetti: «Sono stupito e molto amareggiato per la decisione del Tribunale di Ivrea di accogliere le richieste manifestamente infondate dell’accusa – ha detto – Sono stato condannato per reati che non ho commesso, come ha dimostrato l’ampia documentazione prodotta in dibattimento sull’articolato sistema di deleghe vigente in Olivetti e sul completo e complesso sistema di tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, da me voluto e implementato fin dall’inizio della mia gestione». E poi ha aggiunto, in una tardiva quanto poco convincente autodifesa: «I servizi interni preposti alla sicurezza e alla salute dei lavoratori e alla manutenzione degli stabili non mi hanno mai segnalato situazioni allarmanti o anche solamente anomale in quanto, come emerso in dibattimento, i ripetuti e costanti monitoraggi ambientali eseguiti in azienda hanno sempre riscontrato valori al di sotto delle soglie previste dalle normative all’epoca vigenti e in linea anche con quelle entrate in vigore successivamente». Insomma De Benedetti non sapeva nulla, nessuno lo aveva avvertito, e quindi non avrebbe alcuna responsabilità. «E’ stato inoltre ampiamente dimostrato in dibattimento che la società non ha sicuramente acquistato talco contaminato da fibre di amianto fin dalla metà degli anni ’70. Per tali ragioni, attendo di leggere le motivazioni di questa sentenza ingiusta, ma presenterò certamente impugnazione in Appello, fiducioso della mia totale estraneità rispetto ad accuse tanto infamanti quanto del tutto inconsistenti. Sono vicino alle famiglie dei lavoratori coinvolti, ma ribadisco ancora una volta che durante la mia gestione l’Olivetti ha sempre tenuto nella massima considerazione la salute e la sicurezza in ogni luogo di lavoro» ha avvisato il magnate.
Fonte
La sentenza contro gli ex proprietari e dirigenti dell’azienda informatica di Ivrea è stata letta dal giudice Elena Stoppini dopo appena mezz’ora di camera di consiglio. Sia per i condannati che per Telecom Italia spa, considerata responsabile civile per le morti di amianto, la corte ha deciso anche che dovranno risarcire le vittime per centinaia di migliaia di euro. Fra le parti civili, oltre ai familiari delle vittime, figuravano Inail, Fiom-Cgil, il Comune di Ivrea e la Città metropolitana di Torino.
L’accusa aveva chiesto rispettivamente 6 anni e 8 mesi e 6 anni e 4 mesi per i De Benedetti e 3 anni e 6 mesi per Corrado Passera, chiamato in causa come consigliere amministratore delegato dal 1992 al 1996. Ma la pm Laura Longo – affiancata da Francesca Traverso – ha comunque espresso soddisfazione per la sentenza: «Siamo soddisfatti della sentenza, perché il tribunale ha di fatto accolto l’impostazione dell’accusa: è stata data giustizia alle vittime e ai loro familiari». Ha aggiunto: «Parliamo di morti che si potevano e dovevano evitare». Rispetto ad altri due fascicoli aperti su ulteriori casi di persone ammalatesi a causa dell’esposizione alle fibre di amianto la pm ha commentato: «Purtroppo non sappiamo quando questa ondata finirà: la sentenza del tribunale dimostra che l’Olivetti ha usato amianto fino agli anni Novanta».
Non l’ha invece presa per niente bene Carlo De Benedetti: «Sono stupito e molto amareggiato per la decisione del Tribunale di Ivrea di accogliere le richieste manifestamente infondate dell’accusa – ha detto – Sono stato condannato per reati che non ho commesso, come ha dimostrato l’ampia documentazione prodotta in dibattimento sull’articolato sistema di deleghe vigente in Olivetti e sul completo e complesso sistema di tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, da me voluto e implementato fin dall’inizio della mia gestione». E poi ha aggiunto, in una tardiva quanto poco convincente autodifesa: «I servizi interni preposti alla sicurezza e alla salute dei lavoratori e alla manutenzione degli stabili non mi hanno mai segnalato situazioni allarmanti o anche solamente anomale in quanto, come emerso in dibattimento, i ripetuti e costanti monitoraggi ambientali eseguiti in azienda hanno sempre riscontrato valori al di sotto delle soglie previste dalle normative all’epoca vigenti e in linea anche con quelle entrate in vigore successivamente». Insomma De Benedetti non sapeva nulla, nessuno lo aveva avvertito, e quindi non avrebbe alcuna responsabilità. «E’ stato inoltre ampiamente dimostrato in dibattimento che la società non ha sicuramente acquistato talco contaminato da fibre di amianto fin dalla metà degli anni ’70. Per tali ragioni, attendo di leggere le motivazioni di questa sentenza ingiusta, ma presenterò certamente impugnazione in Appello, fiducioso della mia totale estraneità rispetto ad accuse tanto infamanti quanto del tutto inconsistenti. Sono vicino alle famiglie dei lavoratori coinvolti, ma ribadisco ancora una volta che durante la mia gestione l’Olivetti ha sempre tenuto nella massima considerazione la salute e la sicurezza in ogni luogo di lavoro» ha avvisato il magnate.
Fonte
13/06/2016
Amianto all’Olivetti. Chiesta la condanna di De Benedetti e Passera
I vertici dell’Olivetti in dismissione sono diventati nel tempo “la tessera numero 1 del Pd” e ministro nel governo Monti, dopo aver raccolto emolumenti, società, quasi privatizzato le Poste e buona parte della sanità.
Per Carlo De Benedetti, padrone di Repubblica, e Corrado Passera (desaparecido dopo aver provato il tuffo in politica), più altri dirigenti della società che aveva raggiunto (prima del loro arrivo) le vette dell’informatica globale, è stata chiesta la condanna a sei anni e sette mesi, tre invece per Corrado Passera (entro i limiti della sospensione condizionale della pena, dunque; insomma, non dovrebbe vedere il carcere in ogni caso). Sei anni e quattro mesi per Franco De Benedetti, mentre Roberto Colaninno se l’è cavata, vista la richiesta di assoluzione formulata dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, al termine del processo in corso a Ivrea.
I fatti risalgono agli anni ’80 e ’90, quando negli stabilimenti del gruppo si usava talco all’amianto anche dopo che ne era stata stabilita scientificamente la responsabilità nel causare mesotelioma e altre tipologie di tumore.
La sentenza dovrebbe arrivare tra circa un mese.
Ma non c’è bisogno di sapere molto altro per capire di che stoffa siano fatti i “nostri” capitani d’industria e manager che “tutto il mondo ci invidia”...
Fonte
Per Carlo De Benedetti, padrone di Repubblica, e Corrado Passera (desaparecido dopo aver provato il tuffo in politica), più altri dirigenti della società che aveva raggiunto (prima del loro arrivo) le vette dell’informatica globale, è stata chiesta la condanna a sei anni e sette mesi, tre invece per Corrado Passera (entro i limiti della sospensione condizionale della pena, dunque; insomma, non dovrebbe vedere il carcere in ogni caso). Sei anni e quattro mesi per Franco De Benedetti, mentre Roberto Colaninno se l’è cavata, vista la richiesta di assoluzione formulata dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, al termine del processo in corso a Ivrea.
I fatti risalgono agli anni ’80 e ’90, quando negli stabilimenti del gruppo si usava talco all’amianto anche dopo che ne era stata stabilita scientificamente la responsabilità nel causare mesotelioma e altre tipologie di tumore.
La sentenza dovrebbe arrivare tra circa un mese.
Ma non c’è bisogno di sapere molto altro per capire di che stoffa siano fatti i “nostri” capitani d’industria e manager che “tutto il mondo ci invidia”...
Fonte
05/10/2015
Amianto alla Olivetti. A giudizio Debenedetti, Passera e Colaninno
C'è il gotha dei "capitani coraggiosi", in questo rinvio a giudizio per la morte di (almeno) tredici operai a causa dell'amianto presente negli impianti della Olivetti. Gente che possiede il secondo gruppo editoriale italiano (Repubblica - l'Espresso), che ha ricoperto ruoli di assoluto rilievo economico (la presidenza di IntesaSanPaolo) oltre a poltrone da ministro, oppure è stata scelta per privatizzare le principali aziende pubbliche (Telecom e Alitalia, per dirne solo due). Gente che ogni giorno, ancora oggi, non si trattiene dal dire come dovremmo vivere (in povertà, naturalmente) nonostante si sia permessa di stabilire in che modo quelli che lavoravano per loro avrebbero dovuto morire.
Il proceso inizierà il 23 novembre prossimo, perché il gup di Ivrea - Cecilia Marino - ha rinviato a giudizio 17 persone per accuse che vanno dall’omicidio colposo alle lesioni colpose. Gli imputati sono tutti ex presidenti, amministratori o dirigenti dell’azienda dal 1963 al 1996. E lì dentro sono passati, con non "grandi risultati", visto che l'azienda è di fatto scomparsa dopo essere stata a lungo tra i primi quattro colossi dell'informatica mondiale (insieme a Ibm, Honeywell e Bull), gente come Carlo De Benedetti, Franco De Benedetti, Corrado Passera e Roberto Colaninno (quest'ultimo imputato solo per le lesioni colpose).
Silvio Preve era stato rinviato a giudizio in precedenza, mentre il giudice ha deciso di non procedere verso altre 11 persone, tra cui Rodolfo e Marco De Benedetti.
L'amanto in Olivetti era stato a lungo usato per la fabbricazione della macchine da scrivere e dei primi calcolatori, in forma di talco per assemblare le parti di gomma e di metallo. Chissà perché, visto che il talco all'amianto costava molto meno di quello senza asbesto... Ma non era assente nemmeno in molte costruzioni interne agli stabilimenti, nei tetti dei capannoni, nelle condutture dell'acqua, ecc.
Per Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom a Torino, “la decisione di oggi, che pure assolve i semplici membri del Cda, consente di andare a processo e stabilire finalmente le responsabilità anche individuali, a partire delle figure più autorevoli”. Per il sindacalista “si evita così lo scaricabarile verso le figure più in basso nella scala gerarchica”.
In passato c'era stato un altro processo per lo stesso motivo, contro Ottorino Beltrami, ex amministratore delegato. Ma la condanna, ridotta in appello, a Torino, a soli sei mesi di reclusione, non venne mai scontata per la morte dell'imputato prima della sentenza definitiva.
Ma altri processi sono previsti nei prossimi anni, visto che la gente contnua a morire e il picco dei morti è atteso nel 2017.
Fonte
Il proceso inizierà il 23 novembre prossimo, perché il gup di Ivrea - Cecilia Marino - ha rinviato a giudizio 17 persone per accuse che vanno dall’omicidio colposo alle lesioni colpose. Gli imputati sono tutti ex presidenti, amministratori o dirigenti dell’azienda dal 1963 al 1996. E lì dentro sono passati, con non "grandi risultati", visto che l'azienda è di fatto scomparsa dopo essere stata a lungo tra i primi quattro colossi dell'informatica mondiale (insieme a Ibm, Honeywell e Bull), gente come Carlo De Benedetti, Franco De Benedetti, Corrado Passera e Roberto Colaninno (quest'ultimo imputato solo per le lesioni colpose).
Silvio Preve era stato rinviato a giudizio in precedenza, mentre il giudice ha deciso di non procedere verso altre 11 persone, tra cui Rodolfo e Marco De Benedetti.
L'amanto in Olivetti era stato a lungo usato per la fabbricazione della macchine da scrivere e dei primi calcolatori, in forma di talco per assemblare le parti di gomma e di metallo. Chissà perché, visto che il talco all'amianto costava molto meno di quello senza asbesto... Ma non era assente nemmeno in molte costruzioni interne agli stabilimenti, nei tetti dei capannoni, nelle condutture dell'acqua, ecc.
Per Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom a Torino, “la decisione di oggi, che pure assolve i semplici membri del Cda, consente di andare a processo e stabilire finalmente le responsabilità anche individuali, a partire delle figure più autorevoli”. Per il sindacalista “si evita così lo scaricabarile verso le figure più in basso nella scala gerarchica”.
In passato c'era stato un altro processo per lo stesso motivo, contro Ottorino Beltrami, ex amministratore delegato. Ma la condanna, ridotta in appello, a Torino, a soli sei mesi di reclusione, non venne mai scontata per la morte dell'imputato prima della sentenza definitiva.
Ma altri processi sono previsti nei prossimi anni, visto che la gente contnua a morire e il picco dei morti è atteso nel 2017.
Fonte
25/09/2014
Amianto all'Olivetti. Indagati i De Benedetti, Passera e Colaninno
Anche all'Olivetti c'era una marea di amianto. E anche i manager che l'hanno gestita – portandola infine al fallimento – lo sapevano benissimo.
La procura di Ivrea – sede storica del gruppo fondato dal mitico Adriano – sta notificando oggi i provvedimenti contenenti l'avviso di chiusura indagini per i 39 indagati dell'inchiesta sulle morti avvenute proprio a causa dell'amianto alla Olivetti.
Fra gli indagati – tutti nomi di spicco della ”imprenditoria italiana” c'è l'intera famiglia De Benedetti, oggi proprietaria del gruppo Repubblica-L'Espresso, con il capostipite Carlo detentore anche della tessera numero uno del Partito Democratico.
Le accuse della procura sono decisamente pesanti: i dirigenti sapevano che nella fabbrica negli anni '70 e '80 si utilizzava un talco tossico con un'altissima concentrazione di tremolite (un minerale del gruppo degli anfiboli monoclini; inosilicato di calcio e magnesio), ma non hanno adottato nessuna “misura di sicurezza” che consentisse agli operai che l'usavano di proteggersi e limitare così i danni. Troppo costose, avranno pensato, mica vorrete limitare la “libertà di impresa”, salassandola soltanto per salvare qualche vita umana...
I morti accertati a causa di questo componente sono 18. Solo nel 1981 l'azienda si decise a cambiare il tipo di talco impiegato, ma ormai era tardi.
Fra i destinatari del provvedimento compaiono anche i nomi di Camillo Olivetti e Roberto Colaninno (poi protagonista delle avventurose “privatizzazioni” di Telecom e Alitalia; non se n'è persa una questo “coraggioso” capitano d'industria; la definizione è naturalmente di Massimo D'Alema, che gli regalò Telecom, non certo nostra).
Carlo De Benedetti è stato amministratore delegato e presidente dell'Olivetti dal 1978 al 1996 (poi seguito dal fratello Franco, che è stato a.d. per 11 anni, fino al 1989), e dal figlio Rodolfo (consigliere di amministrazione dal 1990 al 1997).
L'ex ministro Corrado Passera – quello che come a.d. di IntesaSanPaolo aveva curato la vendita di Alitalia alla “cordata italiana” voluta da Berlusconi – è invece stato consigliere di amministrazione dell'Olivetti dal 1990 al 1992, diventandone poi amministratore delegato fino al 1996. Oggi vorrebbe fondare un movimento politico per riunificare il centrodestra. Non ha ancora finito di intossicare il paese, non soltanto Ivrea...
Il prode Colaninno ha ricoperto la stessa carica a partire dal 1996.
Una bella “compagnia di giro”, non c'è che dire. Certamente le “facce più presentabili” dell'imprenditoria italiana... il che getta una luce alquanto sinistra sulle altre.
Fonte
La procura di Ivrea – sede storica del gruppo fondato dal mitico Adriano – sta notificando oggi i provvedimenti contenenti l'avviso di chiusura indagini per i 39 indagati dell'inchiesta sulle morti avvenute proprio a causa dell'amianto alla Olivetti.
Fra gli indagati – tutti nomi di spicco della ”imprenditoria italiana” c'è l'intera famiglia De Benedetti, oggi proprietaria del gruppo Repubblica-L'Espresso, con il capostipite Carlo detentore anche della tessera numero uno del Partito Democratico.
Le accuse della procura sono decisamente pesanti: i dirigenti sapevano che nella fabbrica negli anni '70 e '80 si utilizzava un talco tossico con un'altissima concentrazione di tremolite (un minerale del gruppo degli anfiboli monoclini; inosilicato di calcio e magnesio), ma non hanno adottato nessuna “misura di sicurezza” che consentisse agli operai che l'usavano di proteggersi e limitare così i danni. Troppo costose, avranno pensato, mica vorrete limitare la “libertà di impresa”, salassandola soltanto per salvare qualche vita umana...
I morti accertati a causa di questo componente sono 18. Solo nel 1981 l'azienda si decise a cambiare il tipo di talco impiegato, ma ormai era tardi.
Fra i destinatari del provvedimento compaiono anche i nomi di Camillo Olivetti e Roberto Colaninno (poi protagonista delle avventurose “privatizzazioni” di Telecom e Alitalia; non se n'è persa una questo “coraggioso” capitano d'industria; la definizione è naturalmente di Massimo D'Alema, che gli regalò Telecom, non certo nostra).
Carlo De Benedetti è stato amministratore delegato e presidente dell'Olivetti dal 1978 al 1996 (poi seguito dal fratello Franco, che è stato a.d. per 11 anni, fino al 1989), e dal figlio Rodolfo (consigliere di amministrazione dal 1990 al 1997).
L'ex ministro Corrado Passera – quello che come a.d. di IntesaSanPaolo aveva curato la vendita di Alitalia alla “cordata italiana” voluta da Berlusconi – è invece stato consigliere di amministrazione dell'Olivetti dal 1990 al 1992, diventandone poi amministratore delegato fino al 1996. Oggi vorrebbe fondare un movimento politico per riunificare il centrodestra. Non ha ancora finito di intossicare il paese, non soltanto Ivrea...
Il prode Colaninno ha ricoperto la stessa carica a partire dal 1996.
Una bella “compagnia di giro”, non c'è che dire. Certamente le “facce più presentabili” dell'imprenditoria italiana... il che getta una luce alquanto sinistra sulle altre.
Fonte
27/02/2013
Alitalia al capolinea: nel 2012 perdite quadruplicate a 280 milioni di euro
L'anno scorso la compagnia ha bruciato quasi 800mila euro al giorno. Il conto dell'operazione Fenice elaborata da Passera e Berlusconi nel 2008 evidenzia 843 milioni di perdite accumulate, debiti per oltre 1 miliardo e liquidità agli sgoccioli
Tempismo perfetto per Alitalia che ha pubblicato i conti del 2012 proprio mentre il Paese è concentrato sui risultati elettorali. Come non comprendere? La compagnia di bandiera ha chiuso il 2012 con un rosso di 280 milioni di euro, che significa una perdita quotidiana vicina agli 800mila euro. Quattro volte tanto l’andamento del 2011, quando la società aveva chiuso il bilancio con un rosso di 69 milioni di euro.
A poco è valsa, quindi, la crescita dei ricavi a 3,594 miliardi (+3,3%): il risultato operativo, infatti, è negativo per 119 milioni e si confronta con i -6 milioni del 2011. A pesare sul risultato netto sono stati anche accantonamenti ed oneri straordinari, tra i quali vanno segnalati circa 91 milioni euro dovuti a svalutazioni, manutenzioni e vendite di aerei, nell’ambito del rinnovamento della flotta conclusosi a dicembre 2012.
Ma il dato più allarmante è quello del debito che al 31 dicembre 2012 ammontava a 1,028 miliardi di euro, in aumento di 175 milioni rispetto al 2011, con una quota per l’indebitamento sulla flotta di aerei di proprietà pari a 612 milioni (675 milioni). Al termine del 2012, la disponibilità liquida totale, comprendente le linee di credito non utilizzate , ammontava a circa 75 milioni (326 milioni nel 2011).
Tirando le somme sul piano Fenice elaborato da Banca Intesa, gestione Corrado Passera, nel 2008, Alitalia-Cai in quattro anni ha totalizzato perdite per 843 milioni di euro: 326 milioni nel 2009, 168 milioni nel 2010, 69 milioni nel 2011. E ora i 280 milioni del 2012. Ma oltre ai conti, c’è un altro aspetto che sembra accomunare vecchia e nuova Alitalia, è cioè il record degli avvicendamenti al vertice.
Oggi, infatti, sono state confermate le dimissioni di Andrea Ragnetti che ha retto il timone di Alitalia per meno di un anno. Nei giorni scorsi le indiscrezioni avevano parlato di una trattativa in corso su una buonuscita vicina ai 2 milioni. Fino alla nomina di un nuovo ad, il consiglio di amministrazione ha attribuito ad interim le deleghe al presidente Roberto Colaninno. Il quale, coadiuvato dai due vice presidenti Elio Catania e Salvatore Mancuso, curerà il processo di ricerca del nuovo amministratore delegato.
Prima di Ragnetti, Rocco Sabelli, primo amministratore delegato dell’Alitalia privata, ha lasciato dopo un solo mandato triennale. Negli ultimi due decenni, il mandato più lungo è stato quello di Domenico Cempella, alla guida della compagnia per cinque anni dal 1996 al 2001; il suo successore, Francesco Mengozzi, ha ricoperto l’incarico per tre anni. Una parentesi di soli tre mesi è stata quella di Marco Zanichelli (febbraio-maggio 2004).
Anche il regno di Giancarlo Cimoli, presidente e anche ad, non è andato oltre un triennio (maggio 2004- febbraio 2007). Per pochi mesi è stato presidente Berardino Libonati che si dimise dopo il fallimento della procedura di privatizzazione di Alitalia. Al suo posto venne chiamato, nel luglio 2007, Maurizio Prato, che ha guidato la compagnia nella burrascosa trattativa, fallita, con Air France. E dopo il nulla di fatto con i francesi, anche Prato gettò la spugna, nell’aprile del 2008. Brevissima anche la stagione di Aristide Police, ultimo presidente e ad, prima dell’amministrazione straordinaria.
Per Alitalia, si apre, dunque, un nuovo capitolo. Dal board di oggi non sono emerse indicazioni sull’evoluzione della gestione dell’esercizio in corso. Nel cda di fine gennaio, erano state confermate le previsioni di budget con l’obiettivo di un pareggio operativo nel 2013. Intanto i soci della compagnia, i “21 patrioti” di Silvio Berlusconi, non hanno trovato un accordo neanche sul prestito ponte da 150 milioni deliberato venerdì 22 febbraio. ”E’ stata raggiunta la soglia minima, 95 milioni di euro, di sottoscrizione”, ha infatti comunicato Alitalia a proposito del del prestito convertibile-convertendo in azioni Alitalia.
Fonte
La triste cronistoria di uno sfascio perfetto. Mi domando quando durerà ancora questo calvario. Quasi certo mi pare, invece, l'epilogo, che accomunerà Alitalia a Parmalat.
Tempismo perfetto per Alitalia che ha pubblicato i conti del 2012 proprio mentre il Paese è concentrato sui risultati elettorali. Come non comprendere? La compagnia di bandiera ha chiuso il 2012 con un rosso di 280 milioni di euro, che significa una perdita quotidiana vicina agli 800mila euro. Quattro volte tanto l’andamento del 2011, quando la società aveva chiuso il bilancio con un rosso di 69 milioni di euro.
A poco è valsa, quindi, la crescita dei ricavi a 3,594 miliardi (+3,3%): il risultato operativo, infatti, è negativo per 119 milioni e si confronta con i -6 milioni del 2011. A pesare sul risultato netto sono stati anche accantonamenti ed oneri straordinari, tra i quali vanno segnalati circa 91 milioni euro dovuti a svalutazioni, manutenzioni e vendite di aerei, nell’ambito del rinnovamento della flotta conclusosi a dicembre 2012.
Ma il dato più allarmante è quello del debito che al 31 dicembre 2012 ammontava a 1,028 miliardi di euro, in aumento di 175 milioni rispetto al 2011, con una quota per l’indebitamento sulla flotta di aerei di proprietà pari a 612 milioni (675 milioni). Al termine del 2012, la disponibilità liquida totale, comprendente le linee di credito non utilizzate , ammontava a circa 75 milioni (326 milioni nel 2011).
Tirando le somme sul piano Fenice elaborato da Banca Intesa, gestione Corrado Passera, nel 2008, Alitalia-Cai in quattro anni ha totalizzato perdite per 843 milioni di euro: 326 milioni nel 2009, 168 milioni nel 2010, 69 milioni nel 2011. E ora i 280 milioni del 2012. Ma oltre ai conti, c’è un altro aspetto che sembra accomunare vecchia e nuova Alitalia, è cioè il record degli avvicendamenti al vertice.
Oggi, infatti, sono state confermate le dimissioni di Andrea Ragnetti che ha retto il timone di Alitalia per meno di un anno. Nei giorni scorsi le indiscrezioni avevano parlato di una trattativa in corso su una buonuscita vicina ai 2 milioni. Fino alla nomina di un nuovo ad, il consiglio di amministrazione ha attribuito ad interim le deleghe al presidente Roberto Colaninno. Il quale, coadiuvato dai due vice presidenti Elio Catania e Salvatore Mancuso, curerà il processo di ricerca del nuovo amministratore delegato.
Prima di Ragnetti, Rocco Sabelli, primo amministratore delegato dell’Alitalia privata, ha lasciato dopo un solo mandato triennale. Negli ultimi due decenni, il mandato più lungo è stato quello di Domenico Cempella, alla guida della compagnia per cinque anni dal 1996 al 2001; il suo successore, Francesco Mengozzi, ha ricoperto l’incarico per tre anni. Una parentesi di soli tre mesi è stata quella di Marco Zanichelli (febbraio-maggio 2004).
Anche il regno di Giancarlo Cimoli, presidente e anche ad, non è andato oltre un triennio (maggio 2004- febbraio 2007). Per pochi mesi è stato presidente Berardino Libonati che si dimise dopo il fallimento della procedura di privatizzazione di Alitalia. Al suo posto venne chiamato, nel luglio 2007, Maurizio Prato, che ha guidato la compagnia nella burrascosa trattativa, fallita, con Air France. E dopo il nulla di fatto con i francesi, anche Prato gettò la spugna, nell’aprile del 2008. Brevissima anche la stagione di Aristide Police, ultimo presidente e ad, prima dell’amministrazione straordinaria.
Per Alitalia, si apre, dunque, un nuovo capitolo. Dal board di oggi non sono emerse indicazioni sull’evoluzione della gestione dell’esercizio in corso. Nel cda di fine gennaio, erano state confermate le previsioni di budget con l’obiettivo di un pareggio operativo nel 2013. Intanto i soci della compagnia, i “21 patrioti” di Silvio Berlusconi, non hanno trovato un accordo neanche sul prestito ponte da 150 milioni deliberato venerdì 22 febbraio. ”E’ stata raggiunta la soglia minima, 95 milioni di euro, di sottoscrizione”, ha infatti comunicato Alitalia a proposito del del prestito convertibile-convertendo in azioni Alitalia.
Fonte
La triste cronistoria di uno sfascio perfetto. Mi domando quando durerà ancora questo calvario. Quasi certo mi pare, invece, l'epilogo, che accomunerà Alitalia a Parmalat.
02/12/2012
Ecoballe
Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”.
Breve riassunto delle puntate precedenti. I giudici di Taranto
accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide;
quindi gli impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo
per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il
delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la
magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti
fuorilegge – l’arma del delitto – saranno finalmente a norma, cioè
smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre.
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Rivacon qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio. Perché nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile. Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto. Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”. Me’ cojoni, dicono a Roma. E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro). Ecco, non è credibile neppure il governo. Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione. Non a Palazzo Chigi e al Quirinale. Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione.
Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene. Corriere: “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide). Repubblica: “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip). Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”. Avvenire: “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero: “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”. La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”. Il Foglio: “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero: “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità: “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis. Perepè perepè perepè.
Fonte
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Rivacon qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio. Perché nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile. Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto. Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”. Me’ cojoni, dicono a Roma. E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro). Ecco, non è credibile neppure il governo. Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione. Non a Palazzo Chigi e al Quirinale. Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione.
Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene. Corriere: “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide). Repubblica: “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip). Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”. Avvenire: “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero: “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”. La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”. Il Foglio: “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero: “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità: “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis. Perepè perepè perepè.
Fonte
22/11/2012
Accordo sulla produttività, modello Marchionne per tutti. Cgil isolata
Non è scritta ancora la parola fine sull’accordo “per la crescita della produttività” firmato dalle parti sociali tranne la Cgil.
Il governo ha convocato le parti sociali per domani sera a Palazzo
Chigi, in un confronto in cui si cercherà di ottenere ancora il consenso
di Camusso anche se il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, delegato da Monti a questo incarico, ha espresso ieri soddisfazione per “l’ampio consenso finora ricevuto”. In ballo ci sono circa due miliardi di euro per la detassazione del salario di produttività che il governo stanzierà solo di fronte a un accordo tra le parti sociali.
Il testo siglato finora da Confindustria, Rete Imprese, Cisl e, con una specifica clausola, dalla Uil, punta a modificare il quadro di riferimento per la stipula dei contratti nazionali. Il contratto collettivo nazionale, si legge nel testo, “deve prevedere una chiara delega al secondo livello di contrattazione” per materie quali “la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Si interviene, però, anche sulle mansioni, il livello degli aumenti contrattuali, la flessibilità, la “solidarietà intergenerazionale” che prevede una transizione regolata dal lavoro alla pensione. É quella che il segretario della Fiom, Landini, definisce come “il modello Marchionne applicato a tutti”. La contropartita è la detassazione degli aumenti salariali legati alla produttività con un’ imposizione del 10% – per i redditi fino ai 40 mila euro – che sostituisce le aliquote fiscali vigenti.
La Cgil al momento dice no e ieri ha redatto una dettagliata lettera in cui spiega i suoi distinguo. Al ministero dello Sviluppo questa posizione è stata letta come “un’apertura” ed è con questo approccio che il ministro Passera si sta preparando all’incontro di domani sera: puntare a ottenere il sì di Camusso sapendo però di poter contare su un sostanziale via libera da tutti gli altri. I punti di disaccordo con la Cgil sono tre. Il primo riguarda gli aumenti salariali che, secondo il testo, devono essere fissati in modo “coerente con le tendenze generali dell’economia” e, una volta fissati, vanno scomposti in una quota legata agli incrementi di produttività e redditività”. Per la Cgil, invece, gli aumenti di secondo livello “vanno aggiunti” a quelli previsti nel primo per evitare la differenziazione dei minimi salariali e la riduzione del potere di acquisto delle retribuzioni.
Secondo punto è quello della rappresentanza. Il testo prevede di disciplinare l’accordo siglato anche dalla Cgil, il 28 giugno 2011, entro il 31 dicembre di quest’anno prevedendo con la revisione dell’Accordo del 1993, istitutivo delle attuali Rsu fino a ottenere la “esigibilità delle intese sotto-scritte”, “non escludendo meccanismi sanzionatori in capo alle organizzazioni inadempienti”. Se un sindacato viola eventuali tregue sindacali, insomma, può incorrere in una sanzione. La Cgil non contesta questo principio ma chiede di definire “la cornice di regole democratiche” in grado di garantire, ad esempio, alla Fiom di partecipare al tavolo del rinnovo del contratto metalmeccanico.
Terzo punto in questione è l’articolo 7 che affida all’autonomia negoziale tematiche delicate come “l’equivalenza delle mansioni” e la “ridefinizione dei sistemi di orari”. Se le parti sono d’accordo, quindi, un contratto nazionale o di secondo livello può prevedere demansionamenti per i lavoratori, oggi vietati, oppure orari diversi a seconda delle aziende, del territorio o della filiera. Ma il testo prevede anche di intervenire sul delicato capitolo del controllo a distanza dei lavoratori con impianti audiovisivi (regolato dall’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori). Quello di domani è probabilmente l’ultimo giro. La Cisl, infatti, sostiene che “l’accordo è stato fatto” e imputa alla Cgil una subordinazione totale alla Fiom. La Uil subordina l’intesa a una legge ad hoc sulla de-tassazione ma ha comunque firmato. Resta da capire se alla fine il merito prevarrà o meno sul contenuto politico della trattativa che vede da un lato i sindacati impegnati per il “Monti bis” – come dimostra la presenza di Bonanni alla convention di Montezemolo – e dall’altra la Cgil, legata al Pd e alle prospettive per le primarie di Pier Luigi Bersani.
Fonte
I diritti dei lavoratori tornano indietro di 40 anni, l'importante è stimolare la "produttività", ovviamente senza avere la benché minima idea di cosa produrre e soprattutto per chi.
Considerando che siamo nel bel mezzo di una crisi che non è determinata da un eccesso di domanda rispetto all'offerta (anzi!) l'accordo trasuda spessore politico da ogni riga.
Il testo siglato finora da Confindustria, Rete Imprese, Cisl e, con una specifica clausola, dalla Uil, punta a modificare il quadro di riferimento per la stipula dei contratti nazionali. Il contratto collettivo nazionale, si legge nel testo, “deve prevedere una chiara delega al secondo livello di contrattazione” per materie quali “la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Si interviene, però, anche sulle mansioni, il livello degli aumenti contrattuali, la flessibilità, la “solidarietà intergenerazionale” che prevede una transizione regolata dal lavoro alla pensione. É quella che il segretario della Fiom, Landini, definisce come “il modello Marchionne applicato a tutti”. La contropartita è la detassazione degli aumenti salariali legati alla produttività con un’ imposizione del 10% – per i redditi fino ai 40 mila euro – che sostituisce le aliquote fiscali vigenti.
La Cgil al momento dice no e ieri ha redatto una dettagliata lettera in cui spiega i suoi distinguo. Al ministero dello Sviluppo questa posizione è stata letta come “un’apertura” ed è con questo approccio che il ministro Passera si sta preparando all’incontro di domani sera: puntare a ottenere il sì di Camusso sapendo però di poter contare su un sostanziale via libera da tutti gli altri. I punti di disaccordo con la Cgil sono tre. Il primo riguarda gli aumenti salariali che, secondo il testo, devono essere fissati in modo “coerente con le tendenze generali dell’economia” e, una volta fissati, vanno scomposti in una quota legata agli incrementi di produttività e redditività”. Per la Cgil, invece, gli aumenti di secondo livello “vanno aggiunti” a quelli previsti nel primo per evitare la differenziazione dei minimi salariali e la riduzione del potere di acquisto delle retribuzioni.
Secondo punto è quello della rappresentanza. Il testo prevede di disciplinare l’accordo siglato anche dalla Cgil, il 28 giugno 2011, entro il 31 dicembre di quest’anno prevedendo con la revisione dell’Accordo del 1993, istitutivo delle attuali Rsu fino a ottenere la “esigibilità delle intese sotto-scritte”, “non escludendo meccanismi sanzionatori in capo alle organizzazioni inadempienti”. Se un sindacato viola eventuali tregue sindacali, insomma, può incorrere in una sanzione. La Cgil non contesta questo principio ma chiede di definire “la cornice di regole democratiche” in grado di garantire, ad esempio, alla Fiom di partecipare al tavolo del rinnovo del contratto metalmeccanico.
Terzo punto in questione è l’articolo 7 che affida all’autonomia negoziale tematiche delicate come “l’equivalenza delle mansioni” e la “ridefinizione dei sistemi di orari”. Se le parti sono d’accordo, quindi, un contratto nazionale o di secondo livello può prevedere demansionamenti per i lavoratori, oggi vietati, oppure orari diversi a seconda delle aziende, del territorio o della filiera. Ma il testo prevede anche di intervenire sul delicato capitolo del controllo a distanza dei lavoratori con impianti audiovisivi (regolato dall’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori). Quello di domani è probabilmente l’ultimo giro. La Cisl, infatti, sostiene che “l’accordo è stato fatto” e imputa alla Cgil una subordinazione totale alla Fiom. La Uil subordina l’intesa a una legge ad hoc sulla de-tassazione ma ha comunque firmato. Resta da capire se alla fine il merito prevarrà o meno sul contenuto politico della trattativa che vede da un lato i sindacati impegnati per il “Monti bis” – come dimostra la presenza di Bonanni alla convention di Montezemolo – e dall’altra la Cgil, legata al Pd e alle prospettive per le primarie di Pier Luigi Bersani.
Fonte
I diritti dei lavoratori tornano indietro di 40 anni, l'importante è stimolare la "produttività", ovviamente senza avere la benché minima idea di cosa produrre e soprattutto per chi.
Considerando che siamo nel bel mezzo di una crisi che non è determinata da un eccesso di domanda rispetto all'offerta (anzi!) l'accordo trasuda spessore politico da ogni riga.
15/11/2012
Ore di guerriglia a Carbonia, i ministri scappano in elicottero
Sardegna: i ministri di
Monti assediati da operai e minatori. Ore di cariche e duri scontri,
finchè Passera e Barca non sono costretti a lasciare Carbonia in
elicottero.
La giornata era iniziata alle nove di questa mattina con un nutrito presidio di operai, studenti, agricoltori e commercianti sul piazzale della grande miniera di Serbariu a Carbonia dove erano previsti gli incontri dei ministri Passera e Barca e del sottosegretario De Vincenti con le istituzioni locali.
I rappresentanti del governo Monti sono arrivati nel Sulcis per affrontare lo spinoso nodo di una grave situazione di crisi economica determinata dallo smantellamento industriale, dalla delocalizzazione e dal taglieggiamento di Equitalia nei confronti di famiglie e imprese.
Nel piazzale davanti al luogo scelto per gli incontri però le autorità hanno trovato i lavoratori delle varie aziende del Sulcis Iglesiente e del polo industriale di Portovesme. Un minatore della Carbosulcis e rappresentante di Sinistra Critica Sarda, Antonello Tiddia, questa mattina presto si era anche incatenato ad una transenna per manifestare il suo dissenso nei confronti delle politiche del governo Monti.
Nella galleria mineraria Villamarina di Monteponi invece, occupata ieri sera, hanno trascorso la prima notte i lavoratori ex Rockwool in mobilità che chiedono garanzie per il loro futuro. Davanti all'ingresso c'é il presidio formato dagli altri operai per dare manforte ai colleghi rinchiusi in galleria. ''La situazione e' preoccupante - ha spiegato Gianni Medda, uno degli ex lavoratori dell'azienda - il presidio prosegue a oltranza. Noi chiediamo solo una cosa, che venga rispettato l'accordo firmato lo scorso dicembre che prevedeva il reinserimento delle maestranze della ex fabbrica all'interno delle aziende partecipate dalla Regione''. Nelle parole degli operai c'è determinazione e la volontà di andare avanti. 'Vorremmo risposte concrete, atti - hanno urlato - da gennaio la mobilità con cui le nostre famiglie campano sarà ulteriormente ridotta e non sappiamo come fare ad andare avanti''. I lavoratori sollecitano la ripresa immediata del confronto: ''Tutte le parti politiche e le istituzioni devono attivarsi per trovare una soluzione per il nostro futuro''.
Poco
prima dell'arrivo dei ministri Passera e Barca e del sottosegretario De
Vincenti, un gruppo di operai dell'Alcoa e altri manifestanti hanno
sfondato una prima fila di recinzioni per cercare di avvicinarsi al
luogo dove avrebbero dovuti svolgersi le riunioni con i sindaci, e
immediatamente contro di loro sono partite le cariche di Polizia e
Carabinieri in assetto antisommossa. Contro i celerini i lavoratori
hanno lanciato oggetti vari e petardi, urlando al contempo slogan contro
l'Alcoa, la multinazionale Usa che ha chiuso la fabbrica di
Portovesme. Alcuni poliziotti sono stati colpiti da palloncini colorati
che hanno imbrattato di vernice rossa le loro tute e gli scudi.
Dopo gli scontri i ministri hanno deciso di posticipare il loro arrivo a Carbonia "fino a quando la situazione non tornerà alla normalità". Sul posto sono stati fatti affluire altri uomini delle forze dell'ordine e varie camionette sono state parcheggiate di traverso per impedire un ulteriore blitz degli operai.
Poco prima delle cariche e degli scontri Antonello Tiddia aveva deciso di interrompere la protesta intrapresa questa mattina presto, quando si era incatenato proprio alle transenne.
Nel pomeriggio la tensione è rimasta molto alta, man mano che diventava ancora più evidente che dall'incontro tra ministri e autorità locali non sarebbero venute risposte concrete alle richieste dei lavoratori e delle comunità locali, ma solo tentativo di placare gli animi con promesse vaghe e generiche puntualmente da non rispettare.
Poi la tensione è di nuovo sfociata in cariche e scontri, più volte.
Secondo i cronisti presenti i manifestanti prima hanno iniziato un fitto lancio di sassi contro i celerini che hanno risposto col lancio di lacrimogeni e dure cariche nel tentativo di disperderli. E poi i blindati di Polizia e Carabinieri hanno inseguito operai e minatori alcuni agenti cercavano di rimuovere dalla strada una Fiat Panda data alle fiamme, pneumatici, scaldabagni e letti.
Secondo un bilancio ufficiale alcuni poliziotti sarebbero rimasti contusi e due manifestanti sarebbero stati denunciati. Dopo l'ultima carica, intorno alle 18, degli agenti del Reparto Mobile della Polizia e dei Carabinieri in tenuta antisommossa, forze dell'ordine e operai sono rimasti a fronteggiarsi per circa mezz'ora. Finché alcuni dirigenti di Cgil, Cisl e Uil non hanno convinto i lavoratori a cessare l'assedio. Così un lancio dell'agenzia Ansa descriveva la scena: "La situazione all'esterno dell'area della miniera ricorda la guerriglia urbana: sull'asfalto sassi e pietre di ogni dimensione, resti di petardi e fumogeni, mentre la strada di accesso e' bloccata da una montagna di materiali: un divano, una porta, ruote di camion e auto, uno scaldabagno e persino una vettura incendiata. E ancora: transenne divelte e pezzi di mobilio".
Poco dopo i ministri Passera e Barca sono stati scortati dai militari allo scalo di Elmas, nella zona presidiata dall'Aeronautica militare. A causa delle barricate incendiate piazzate dai minatori agli ingressi della miniera di Serbariu e lungo varie strade intorno a Carbonia i rappresentanti del governo hanno dovuto raggiungere lo scalo aereo in elicottero.
Fonte
Mi fa piacere constatare che la società si sta ricaricando di forza distruttiva dopo almeno 2 decenni d'ignavia totale. M'inquieta il fatto che ad essa non segua alcuna progettualità da parte di chi s'incazza.
La giornata era iniziata alle nove di questa mattina con un nutrito presidio di operai, studenti, agricoltori e commercianti sul piazzale della grande miniera di Serbariu a Carbonia dove erano previsti gli incontri dei ministri Passera e Barca e del sottosegretario De Vincenti con le istituzioni locali.
I rappresentanti del governo Monti sono arrivati nel Sulcis per affrontare lo spinoso nodo di una grave situazione di crisi economica determinata dallo smantellamento industriale, dalla delocalizzazione e dal taglieggiamento di Equitalia nei confronti di famiglie e imprese.
Nel piazzale davanti al luogo scelto per gli incontri però le autorità hanno trovato i lavoratori delle varie aziende del Sulcis Iglesiente e del polo industriale di Portovesme. Un minatore della Carbosulcis e rappresentante di Sinistra Critica Sarda, Antonello Tiddia, questa mattina presto si era anche incatenato ad una transenna per manifestare il suo dissenso nei confronti delle politiche del governo Monti.
Nella galleria mineraria Villamarina di Monteponi invece, occupata ieri sera, hanno trascorso la prima notte i lavoratori ex Rockwool in mobilità che chiedono garanzie per il loro futuro. Davanti all'ingresso c'é il presidio formato dagli altri operai per dare manforte ai colleghi rinchiusi in galleria. ''La situazione e' preoccupante - ha spiegato Gianni Medda, uno degli ex lavoratori dell'azienda - il presidio prosegue a oltranza. Noi chiediamo solo una cosa, che venga rispettato l'accordo firmato lo scorso dicembre che prevedeva il reinserimento delle maestranze della ex fabbrica all'interno delle aziende partecipate dalla Regione''. Nelle parole degli operai c'è determinazione e la volontà di andare avanti. 'Vorremmo risposte concrete, atti - hanno urlato - da gennaio la mobilità con cui le nostre famiglie campano sarà ulteriormente ridotta e non sappiamo come fare ad andare avanti''. I lavoratori sollecitano la ripresa immediata del confronto: ''Tutte le parti politiche e le istituzioni devono attivarsi per trovare una soluzione per il nostro futuro''.
Poco
prima dell'arrivo dei ministri Passera e Barca e del sottosegretario De
Vincenti, un gruppo di operai dell'Alcoa e altri manifestanti hanno
sfondato una prima fila di recinzioni per cercare di avvicinarsi al
luogo dove avrebbero dovuti svolgersi le riunioni con i sindaci, e
immediatamente contro di loro sono partite le cariche di Polizia e
Carabinieri in assetto antisommossa. Contro i celerini i lavoratori
hanno lanciato oggetti vari e petardi, urlando al contempo slogan contro
l'Alcoa, la multinazionale Usa che ha chiuso la fabbrica di
Portovesme. Alcuni poliziotti sono stati colpiti da palloncini colorati
che hanno imbrattato di vernice rossa le loro tute e gli scudi.Dopo gli scontri i ministri hanno deciso di posticipare il loro arrivo a Carbonia "fino a quando la situazione non tornerà alla normalità". Sul posto sono stati fatti affluire altri uomini delle forze dell'ordine e varie camionette sono state parcheggiate di traverso per impedire un ulteriore blitz degli operai.
Poco prima delle cariche e degli scontri Antonello Tiddia aveva deciso di interrompere la protesta intrapresa questa mattina presto, quando si era incatenato proprio alle transenne.
Nel pomeriggio la tensione è rimasta molto alta, man mano che diventava ancora più evidente che dall'incontro tra ministri e autorità locali non sarebbero venute risposte concrete alle richieste dei lavoratori e delle comunità locali, ma solo tentativo di placare gli animi con promesse vaghe e generiche puntualmente da non rispettare.
Poi la tensione è di nuovo sfociata in cariche e scontri, più volte.
Secondo i cronisti presenti i manifestanti prima hanno iniziato un fitto lancio di sassi contro i celerini che hanno risposto col lancio di lacrimogeni e dure cariche nel tentativo di disperderli. E poi i blindati di Polizia e Carabinieri hanno inseguito operai e minatori alcuni agenti cercavano di rimuovere dalla strada una Fiat Panda data alle fiamme, pneumatici, scaldabagni e letti.
Secondo un bilancio ufficiale alcuni poliziotti sarebbero rimasti contusi e due manifestanti sarebbero stati denunciati. Dopo l'ultima carica, intorno alle 18, degli agenti del Reparto Mobile della Polizia e dei Carabinieri in tenuta antisommossa, forze dell'ordine e operai sono rimasti a fronteggiarsi per circa mezz'ora. Finché alcuni dirigenti di Cgil, Cisl e Uil non hanno convinto i lavoratori a cessare l'assedio. Così un lancio dell'agenzia Ansa descriveva la scena: "La situazione all'esterno dell'area della miniera ricorda la guerriglia urbana: sull'asfalto sassi e pietre di ogni dimensione, resti di petardi e fumogeni, mentre la strada di accesso e' bloccata da una montagna di materiali: un divano, una porta, ruote di camion e auto, uno scaldabagno e persino una vettura incendiata. E ancora: transenne divelte e pezzi di mobilio".
Poco dopo i ministri Passera e Barca sono stati scortati dai militari allo scalo di Elmas, nella zona presidiata dall'Aeronautica militare. A causa delle barricate incendiate piazzate dai minatori agli ingressi della miniera di Serbariu e lungo varie strade intorno a Carbonia i rappresentanti del governo hanno dovuto raggiungere lo scalo aereo in elicottero.
Fonte
Mi fa piacere constatare che la società si sta ricaricando di forza distruttiva dopo almeno 2 decenni d'ignavia totale. M'inquieta il fatto che ad essa non segua alcuna progettualità da parte di chi s'incazza.
18/10/2012
Il costo della politica e i privilegi della casta NON sono il problema dell’Italia
Suppongo
che vi sarete già accorti che in queste ultime settimane l’attenzione mediatica e giudiziaria è tutta puntata sulla famelica casta della politica italiana,
che nonostante il clima ostile nei suoi confronti continua
sfacciatamente le ruberie, infilandosi in uno scandalo dopo l’altro. Le
regioni, dalla
Sicilia al Lazio, alla Lombardia, per adesso sono nel mirino della
Magistratura
e della Guardia di Finanza, ma non è escluso che fra qualche giorno si
passerà
alle province, ai comuni, alle aree metropolitane, fino a rientrare di
nuovo
nel parlamento per scovare altri Lusi, Belsito, Scilipoti, Razzi. Lavoro da fare ce n’è tanto, perché non ci vuole molto a
capire che il migliore della nostra
attuale classe politica e dirigente ha la rogna. Basta guardarli in faccia
e sentirli parlare per capire quale sia il loro spessore politico, etico o culturale e gli
studi di Lombroso e Freud potrebbero aiutare non poco in questa analisi
psico-fisiognomica. Ma lasciarsi trascinare dal clima di caccia alle streghe e credere che tutti i problemi
dell’Italia derivino soltanto dai soldi pubblici sottratti dai politici alle
casse dello stato è un errore di
leggerezza e superficialità colossale, che serve a sviare l’attenzione
degli italiani dalle faccende realmente importanti e cruciali per il destino
del nostro paese.
Per
carità, un po’ di pulizia ci voleva e ci vuole sempre sia in tempo di crisi che di abbondanza, perché
dei vari Fiorito, Zambetti, Lombardo,
Maruccio non sentiremo mai la mancanza ed è giusto che paghino per le loro colpe, ma le questioni in ballo in
questo momento per l’Italia non sono nell’ordine dei milioni di euro rubati a
destra e a manca dai faccendieri d’accatto infiltrati nella politica, ma dei miliardi
di euro, che giorno dopo giorno vengono sottratti alla gestione ordinaria della spesa pubblica
e convogliati sotto silenzio verso altre destinazioni, i cui maggiori
beneficiari sono quasi sempre le grandi lobbies finanziarie europee e
internazionali. La sproporzione informativa fra i fiumi di parole spesi per
denunciare i crimini indegni ma contabilmente irrilevanti dei vari politicanti corrotti e il silenzio che regna intorno alle grandi
manovre finanziarie di proporzioni ciclopiche, dal salvataggio pubblico di Banca Monte Paschi di Siena alla chiusura
dei contratti derivati con Morgan Stanley, dalle quote di partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità al Fiscal Compact, è la prova più convincente del fatto che in Italia
ormai si è instaurato un possente regime
totalitario autoreferenziale, che vive e prospera sul legame stretto fra i centri privati
di potere nazionali e internazionali e gli organi di informazione asserviti. Snoccioliamo subito alcuni numeri
per capire di quali dimensioni stiamo parlando.
Data
|
Debito pubblico
|
Prestiti all'EFSF/MES
|
31/12/2011
|
1.897,88
|
3,11
|
31/01/2012
|
1.934,82
|
3,97
|
31/07/2012
|
1.967,48
|
20,19
|
Fonte: Banca d’Italia, “Finanza pubblica,
fabbisogno e debito” n. 47 del 13 settembre 2012.
Alla
fine, dopo che tutto questo flusso ininterrotto di miliardi di euro ha sfamato
e saziato la voracissima Idra della
finanza, abbiamo dulcis in fundo,
come ciliegina sulla torta di questo quadro agghiacciante, le ruberie, le truffe, i raggiri dei faccendieri prestati alla politica
e i costi eccessivi, gli sprechi, i
privilegi della casta. Risvolto quest’ultimo sicuramente disdicevole e
ripugnante che crea legittima indignazione e rabbia nell’opinione pubblica, perché
alla luce del sole e amplificato oltremisura dalla stampa, ma pur sempre una briciola di qualche milione
di euro se confrontato con le vagonate
stracolme di miliardi di euro che nel silenzio più assoluto vengono
sottratti alla gestione del bene comune e riservati alla soddisfazione di una
ristretta cerchia di interessi privati. Per avere un termine di paragone siamo nell'ordine di grandezza di 1:1000:
per ogni milione di euro rubato da Fiorito, ci sono 1000 milioni di euro
portati via senza colpo ferire e fare rumore alcuno da Unicredit, Monte Paschi
e compagnia bella. Un abisso di differenza in termini strettamente contabili e se Fiorito
viene giustamente accusato di essere un criminale, come dovremmo chiamare sciacalli professionisti come Profumo,
Mussari, Passera e i dirigenti delle lobbies
finanziarie internazionali?
Con
questo non voglio giustificare la
corruzione o il malaffare politico, per carità, me ne guarderei bene, ma
solo ribadire con assoluta chiarezza e schiettezza che esiste una precisa scala gerarchica del ladrocinio nazionale,
e in questa piramide il Fiorito di turno rappresenta soltanto l’ultima ruota
del carro, mentre ben altri godono dei maggiori
frutti del furto che si perpetua senza sosta, la quale a sua volta deriva
dalla scelta scellerata di
subordinare la capacità di azione
politica e lo stato sociale di una
democrazia ai finanziamenti delle
banche e dei mercati privati dei capitali. Per capire meglio il dramma
facciamo un ragionamento per assurdo: dalla relazione della Corte dei Conti sul bilancio dello
stato risulta che i “redditi da lavoro dipendente”
ammontano per il 2012 a circa €170
miliardi. Immaginiamo di tagliare questi costi con la scure di €85 miliardi, dimezzando il numero dei
parlamentari, riducendo gli stipendi di politici e funzionari pubblici,
licenziando impiegati, chiudendo uffici ed ospedali: una vera e propria mattanza di proporzioni bibliche, che i curatori
fallimentari del governo Monti al soldo della grande finanza riuscirebbero a
stento a vagheggiare nei loro sogni più belli. Considerando che lo stato italiano
paga ogni anno €90 miliardi circa di
interessi sul debito pubblico,
questi soldi andrebbero quindi a rimborsare soltanto le cedole e gli interessi
sul debito senza ridurre di un centesimo la quota capitale, che dovrebbe essere
intaccata imponendo altri tagli draconiani alla spesa dello stato, fino a
raggiungere l’agognato pareggio di bilancio. Se guardiamo sotto la distribuzione del debito pubblico tra i
vari creditori nazionali e internazionali, possiamo notare chi intascherebbe i
soldi ricavati da questo ipotetico taglio massiccio della spesa corrente.
Secondo
i dati aggiornati a luglio 2011 della Banca d’Italia solo il 14% del
debito pubblico italiano è posseduto da privati residenti in Italia, il
26,8% è nelle mani di “istituzioni
finanziarie monetarie” (banche, fondi comuni), il 13,5% da assicurazioni e
fondi pensione, il 3,65% direttamente dalla Banca d’Italia e il 43% è nelle
mani di soggetti non residenti, cioè all’estero, presumibilmente grandi
istituzioni finanziarie.
Dalle analisi ricognitive più recenti di Banca d’Italia sappiamo che la quota di debito pubblico detenuta all’estero è crollata drasticamente al 31,7%,
perché grazie agli aiuti LTRO della BCE
le banche italiane sono state costrette a ricomprarsi i titoli di stato
posseduti dalle società finanziarie straniere, in particolare tedesche e francesi.
Tuttavia, a parte questo passaggio di consegne tra banche, la quota di debito
in mano ai residenti privati, famiglie e aziende non finanziarie, è rimasta
pressoché costante. Questo è il punto.
Solo una quota minima di tutti i
soldi che vengono rastrellati dal governo per rimborsare il debito pubblico
rimangono in Italia, nelle mani di soggetti
che poi quei soldi "potrebbero" spenderli e investirli nell’economia reale,
mentre tutto il resto va ad ingrossare le riserve
delle banche nazionali ed estere, che sappiamo benissimo come vengono utilizzate:
rimborsare i debiti contratti, acquistare titoli finanziari, rinforzare il deposito
precauzionale presso la banca centrale, limitare al massimo i prestiti ad
aziende e famiglie, soprattutto in questo periodo di recessione e di incertezza
diffusa.
E’
evidente che una tale redistribuzione
viziosa dei redditi dal basso verso l'alto
sia la causa principale del calo
generalizzato della domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) che ha automaticamente fatto diminuire il prodotto
interno lordo PIL di circa -2,5% nel 2012, aggravando non poco gli effetti
recessivi in corso e fornendo poche prospettive di ripresa per i prossimi anni.
Un salto nel buio, che prima o dopo,
quando i risparmi degli italiani saranno stati prosciugati, ci condurrà all’instabilità sociale, alle rivolte di
piazza, all’ingovernabilità, come sempre è accaduto nella storia quando si
è venuta a creare una simile disparità cronica di ricchezze e diritti. Questo
è il percorso a cui andiamo incontro perseguendo a testa bassa la lotta cieca
ai costi della politica e ai privilegi della casta, senza avere chiaro il quadro generale d’insieme. Il vero
problema dell’Italia non sono affatto gli sperperi e gli sprechi della
politica, ma come questi soldi eventualmente risparmiati o chiesti ai soliti contribuenti vengono poi utilizzati ad esclusivo
vantaggio dei gruppi finanziari internazionali.
Paradossalmente, come ha già fatto
notare qualcuno, quando diamo un alto
stipendio ad un politico, almeno siamo certi che in una qualche misura
l’arraffone in questione spenderà questi soldi in vestiti, ristoranti, case,
viaggi, auto di lusso, gioielli, feste, teatri, facendo girare bene o male l’economia, mentre trasferendo questi soldi dagli emolumenti dei parlamentari
per darli alla finanza sappiamo già per certo che andranno definitivamente
persi nei circuiti interbancari e
finanziari, senza mettere in moto praticamente nulla, a parte i
finanziamenti diretti forniti alle grandi aziende e multinazionali (società spesso imparentate
in qualche modo con le stesse banche creditrici). Non dobbiamo quindi stupirci se, come si
evince dal grafico riportato sotto, tutti gli ultimi sforzi richiesti ai
cittadini e le manovre di bilancio
adottate dal governo per ridurre
a monte il deficit pubblico, con
continui aumenti di tasse e tagli alla spesa, si riflettano poi a valle in un
ulteriore peggioramento del rapporto
debito pubblico/PIL, che è passato in un solo anno di governo Monti dal
123% al 127%. Trattandosi di un rapporto,
se il denominatore tende a diminuire più
rapidamente del numeratore, il risultato finale nel complesso non può che aumentare:
questa è algebra da scuole elementari
e non serve una laurea alla Bocconi per afferrare i semplici meccanismi
descritti (per questo motivo possiamo dire con certezza che gli esimi professori del governo tecnico sono
in malafede, mentono pur sapendo di mentire, e il loro scopo ultimo è solo quello di arraffare più soldi possibile agli
italiani per rimborsare i grandi creditori nazionali e internazionali,
prima che tutto crolli).
Ripeto,
con questo non voglio dire che sia corretto lasciare gli stipendi alti a
politici e funzionari pubblici, per consentire loro di continuare a vivere una
vita da nababbi mentre i cittadini sono costretti a stringere la cinghia e fare
sacrifici, ma ponderare bene come e dove verranno veicolati i soldi eventualmente
risparmiati: meglio i vitalizi dei
politici o i bonus dei dirigenti di banca? O ancora peggio, togliere
soldi alla spesa pubblica per depositarli sui conti di riserve delle
banche, privando cittadini e imprese dei mezzi di pagamento necessari. Il vero problema dell’Italia quindi, e lo si
capirà meglio vedendo le dimensioni finanziarie in gioco (dell’ordine di miliardi
di euro e non di milioni di euro), non sono gli
sprechi, gli sperperi, gli abusi, la corruzione della politica (fenomeni questi
distorsivi e devianti dell’illegalità diffusa che vanno comunque aspramente
combattuti), ma il fatto che la politica
non ha più gli indispensabili strumenti fiscali e monetari per agire attivamente
nell’economia e invertire il declino in corso, avendo delegato tutte le proprie sovranità ad istituzioni sovranazionali
come la BCE e l’Unione Europea che hanno le idee molto chiare su come
utilizzare i poteri acquisiti: salvaguardare i privilegi della finanza privata,
le rendite di investitori e speculatori, gli interessi di grandi gruppi
industriali e multinazionali a costo di affamare i cittadini e distruggere lo
stato sociale.
Il
vero problema dell’Italia è la costrizione imposta a tutta l’economia di rimanere agganciata ad una moneta unica forte
come l’euro che sta annientando la competitività del tessuto produttivo
nazionale, salassando i salari dei lavoratori, amplificando gli squilibri
interni ed esterni del paese con il resto degli stati europei. Il vero problema
dell’Italia è che continuando su questa strada apriremo le porte ad una
progressiva ma inesorabile colonizzazione dei grandi gruppi industriali e finanziari stranieri, rinunciando all’autonomia produttiva e peggiorando anno dopo anno la dipendenza
dagli investimenti esteri e il tasso
di indebitamento con il resto del mondo. Il vero problema dell’Italia è la selezione della classe dirigente,
che viene scelta con cura in base alla scarsa competenza e capacità decisionale
o alla facilità con cui si lascia manipolare o corrompere da agenti esterni
alla politica. Il vero problema dell'Italia è il continuo attacco della propaganda che tende ad assottigliare e ridimensionare le istituzioni democratiche
dello stato in favore di interessi e controlli privatistici della
politica. In confronto a questi problemi cruciali, i vitalizi dei
parlamentari sono il classico fumo negli
occhi che serve ad annebbiare la vista, perché a quel punto, quando la
nazione sarà priva di qualsiasi capacità di reazione, non ci sarà più bisogno della politica, del parlamento,
della democrazia, in quanto vivremo in una sorta di dittatura finanziaria e industriale eterodiretta in cui le
decisioni verranno prese altrove e i residenti non avranno più alcuna voce in
capitolo non solo per far valere le proprie legittime istanze di giustizia ed
equità sociale, ma anche per rivendicare gli essenziali diritti democratici che stanno alla base della pacifica
convivenza civile (non ultimo il diritto di voto). Inutile ricordare che da trenta anni a questa parte, con
l’adesione totale e convinta ai programmi oligarchici e totalitari dell’Unione Europea, il processo di espropriazione di potere, di ricchezza, di democrazia è già abbondantemente in corso e sotto gli occhi
di tutti.
Fatta
questa doverosa premessa, ricevo e pubblico volentieri un dossier scritto da Gaspare Serra,
in cui vengono analizzati con notevole precisione e dovizia di particolari
tutti i famigerati costi della politica
e i privilegi della casta, perché qualunque movimento culturale e politico che avrà il compito nel prossimo
futuro di estromettere democraticamente l’indegna classe dirigente attuale e
guidare il paese, non potrà esimersi dalla necessità
di affrontare seriamente questi argomenti. Non solo per un fatto di opportunità e strategia politica,
visto che questi temi sono il cavallo di battaglia su cui si fonda la frangia
più agguerrita e numerosa della protesta, ma perché per ragioni di equità e giustizia sociale, dovrebbe rientrare nei punti
programmatici di qualsiasi nuovo movimento politico lo studio di meccanismi per
adeguare ed equiparare meglio gli stipendi dei parlamentari, dei dirigenti, dei
funzionari pubblici alla media europea, al tenore di vita generale, al reddito
nazionale, piegando tutte le forti resistenze che esistono ancora in tal senso
(vedi recente sentenza della Consulta
che impedisce il taglio degli
stipendi di alti dirigenti pubblici e magistrati). Questi soldi
risparmiati, invece di sparire nel vortice senza fondo del debito
pubblico irredimibile, andrebbero poi investiti subito
dopo in progetti di sostegno
all’economia, incentivi alle piccole
e medie imprese, sussidi ai
disoccupati, progetti di formazione
e inserimento, rafforzamento dello
stato sociale, in un’ottica di continuo miglioramento della redistribuzione dei redditi dall’alto verso il
basso e non viceversa. Pensare invece di avere risolto i problemi dell’Italia
dimezzando gli stipendi dei politici e dei parlamentari senza curarsi affatto
di sapere dove andranno a finire questi soldi è la solita Vittoria di Pirro, che
non porta a nulla e continuerà a sprofondare sempre di più il nostro paese nel
baratro della recessione. Meditate gente, meditate.
Fonte
Fonte
16/10/2012
Alitalia e Finmeccanica. Tra privatizzazioni e mazzette
Ciò che resta della grande
impresa pubblica italiana, una volta privatizzata oppure in balia della
corruttela del sistema di partiti più parassitario d'Europa.
La devastazione del patrimonio industriale del paese - in corso negli ultimi 20 anni - sta arrivando a conclusione. La parola d'ordine "privatizzare" è diventata prassi frenetica soltanto in questo paese, mentre Francia, Germania e Gran Bretagna se ne guardavano bene. Là dove sono state realizzate, come per Alitalia, Ilva, Telecom, ecc, assistiamo alla precipitazione di crisi industriali dovute soprattutto all'incapacità manageriale del ceto di "prenditori" italiani. Gente che ha preso aziende in regime di monopolio e ha pensato di poter continuare sullo stesso binario anche dopo l'apertura dei mercati europei alla concorrenza globale. Il "modello" era e resta De Benedetti, il padrone di Repubblica che appena presa in mano Olivetti (allora uno dei quattro grandi dell'informatica hardware) mise fine alla ricerca per concentrarsi sulla vendita di pc datati all'amministrazione pubblica. E quando i conti in passivo arrivano al pettine, ecco che s'alza il grido "licenziamenti!", "troppi diritti", "salari eccessivi", ecc.
Ora vediamo l'ex compagnia di bandiera, abbattuta per scelta politica bipartisan dopo lunga contrattazione con i partner europei e regalata alla "cordata italiana" improvvisata da Berlusconi e finanziata da Corrado Passera, ovvero IntesaSanPaolo.
Per finire Finmeccanica, troppo strategica (armamenti, sistemi di puntamento, aeronautica, nucleare, ecc) per essere privatizzata davvero e squartata da un management attento solo a rispondere alla filiera politica che l'aveva sollevato a quel ruolo. Nel caso dell'attuale a.d., Orsi, la Lega Nord.
Complimenti!
Privati in caduta libera
A quattro anni di distanza Alitalia sta punto e a capo. E oggi si
presenta davanti ai sindacati "affidabili" (Cgil, Cisl, Uil, gli altri
no) con in mano un piano industriale che gronda ancora di lacrime e
sangue. Motivazione ufficiale: c'è la crisi, la gente vola meno, le
compagnie low cost si mangiano quote rilevanti del traffico passeggeri.
Peccato che sia esattamente lo stesso quadro di quando la famigerata Cai
ha avuto in grazioso regalo dal governo Berlusconi la compagnia di
bandiera, Alitalia appunto. Che significa? Semplicemente che quattro
anni fa era stato disegnato un altro "piano industriale" sulla base di
un quadro molto simile; insomma, che imponeva sacrifici feroci per tener
conto di una situazione pesante. La «garanzia» di successo, si diceva,
stava nella privatizzazione; affidata ai «capitani coraggiosi», un
gruppo di imprenditori privati selezionati sulla base dell'amicizia
verso il governo allora in carica (Colaninno, Toto, Riva dell'Ilva,
Marcegaglia, Benetton ed altri) e inquadrati nell'ambizioso «piano
Fenice» ideato dall'amministratore delegato di IntesaSanPaolo. Ovvero
Corrado Passera, attuale ministro dello Sviluppo che si ritrova in mano
la stessa patata bollente con un altro vestito addosso.
Ma qual è la situazione dei conti Alitalia oggi? Diciamo che perde quasi la stessa cifra che allora giustificò la liquidazione della compagnia pubblica. Solo che «i privati» sono riusciti a raggiungere questo straordinario risultato in soli 48 mesi (invece dei 20 anni che ci avevano messo i manager «pubblici»), nonostante abbiano potuto contare su appena 14.000 dipendenti invece dei 20.000 originari. Peraltro pagati molto meno, con orari di lavoro più lunghi, con contratti «derogabili» a piacere e grandi agevolazioni fiscali.
Come hanno fatto? Si può pensare che il business del trasporto aereo sia troppo complicato per gente che non se ne era mai occupata. È vero, c'era tra loro Carlo Toto, patron di AirOne, capace di trasformare una compagnia fallita in «acquirente» di Alitalia grazie alla banca cui doveva cifre mostruose. IntesaSanPaolo, naturalmente. Ma proprio per questo la fine era certa fin dall'inizio. Nemmeno Air France, che pure detiene il 25% del pacchetto azionario, aveva interesse a evitare che la nuova compagnia scivolasse velocemente verso il baratro. Alla fine dei giochi si prenderà ciò che le interessa pagando quasi nulla. Mentre se avesse dovuto acquistare quando voleva farlo, quattro anni e mezzo fa, avrebbe dovuto sborsare diversi miliardi allo stato italiano accollandosi anche i debiti della società poi liquidata. Un'idea geniale, quella di Tremonti & co, che misero invece a carico del bilancio pubblico 3 miliardi pur di poter dire che «si garantiva l'italianità», sottacendo che «l'azionista di riferimento» diventava Parigi.
Non si può dimenticare che la chiusura di Alitalia «pubblica» è stato il laboratorio di un esperimento contro il lavoro, i suoi diritti e la sua organizzazione. Sergio Marchionne, due anni dopo, ha semplicemente riproposto uno schema «vincente», inventandosi una newco senza nemmeno passare per il fallimento della vecchia impresa.
Per l'ex compagnia di bandiera le con conseguenze sono molto pesanti. Sabato scorso, per 4.300 dipendenti, è terminata la cassa integrazione ed è partita la mobilità «lunga». Sembrava un percorso povero, ma sicuro, verso la pensione. Poi però è arrivata Elsa Fornero, che ha spostato questo traguardo di sette anni. E adesso soltanto per 1.000-1.500 di loro potrebbe esserci una copertura da «esodati» riconosciuti come tali dal ministro del non-lavoro. Gli altri, come si dicono da soli, sono «candidati all'obitorio».
Nessuno di loro è stato richiamato dalla cig. Cai ha sempre preferito assumere nuovi precari per coprire i vuoti di organico; per di più facendosi pagare 2.000 euro a testa per il «corso di formazione». Nel 2011 la compagnia ha aperto una procedura di cassa integrazione a zero ore per altri 750 addetti, giurando che non erano «in uscita» perché la società «andava benissimo». Chiaro soltanto ora che anche questi non rientreranno più.
Anzi, oggi sul piatto dovrebbero venir messi - secondo centinaia di indiscrezioni concordanti - altri 1.000 lavoratori a tempo indeterminato. Mentre per i precari nessuno sa fare previsioni certe...
Intorno al tavolo si ritroverà una compagnia che i lavoratori trovano inquietante. Oltre al presidente di Cai, Roberto Colaninno, ci sarà Corrado Passera, l'ideatore del «piano» che ha portato a questo strabiliante risultato. Al fianco avrà il suo sottosegretario, Guido Improta, che ha ricoperto la carica di responsabile delle relazioni esterne dell'Alitalia fino al giorno prima di entrare nel governo. E poi i sindacati «affidabili», che ora minacciano la mobilitazione ma per quattro anni hanno garantito una sofferta pace sociale. Come ci dice Paolo Maras, ex assistente di volo e storico sindacalista del Sult (che poi ha dato vita con altre sigle all'Usb), «ci potrebbe essere una speranza solo se tutte queste persone non si occupassero più di trasporto aereo».
da "il manifesto"
Un deposito di carte che suona come un regalo inatteso a Giuseppe Orsi,
presidente e amministratore delegato di Finmeccanica e ai suoi legali,
quello dei pm napoletani Vincenzo Piscitelli e John Henry Woodcock che
indagano su Valter Lavitola.
Sì, perché nella vasta mole di documenti depositati al processo istruito nei confronti dell'ex direttore dell'Avanti, ve ne sono moltissimi che riguardano proprio l'inchiesta aperta a Napoli su Finmeccanica e Agusta Westland per le presunte tangenti pagate in India per l'aggiudicazione di una commessa da 560 milioni di dollari e la vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Tra queste le molte dichiarazioni fatte ai magistrati da Lorenzo Borgogni, ex capo delle relazioni esterne di Finmeccanica che, con le sue rivelazioni, ha di fatto aperto la strada ai magistrati. L'accusa a carico di Orsi, del suo successore in Agusta Westland Bruno Spagnolini, è corruzione internazionale e l'inchiesta, nata a Napoli, è stata poi trasferita a Busto Arsizio per decisione della Corte di cassazione. Tra le carte, secondo Ennio Amodio, che difende Orsi, ve n'è in particolare una, la cui importanza è stata giudicata tale da convincerlo a indire ieri, in tutta fretta, una conferenza stampa. Si tratta di un documento di fonte indiana, datato 18 gennaio 2010, sequestrato in Svizzera durante una perquisizione autorizzata per rogatoria in cui si fa riferimento a un'offerta di assistenza per «sostenere» gli italiani in una fornitura di elicotteri di tipo AW 119.
Ecco il problema. Per Amodio si trattava di una gara precedente, persa dagli italiani, e si riferiva a un'ulteriore commessa, questa volta destinata alla polizia indiana. Ma, è il punto sollevato da Amodio, è che l'inchiesta di Busto Arsizio si incardina su un altro episodio e su un altro bando di gara che si riferisce all'acquisto di un altro modello di elicottero: l'AW 101. Il fatto che a supporto delle tesi dell'accusa vi sia un documento che si riferisce a un'altra gara sarebbe, a giudizio della difesa di Orsi, da considerarsi un autogol dell'accusa.
Nella conferenza stampa Amodio ha chiarito che «Giuseppe Orsi non ha intenzione di rassegnare le dimissioni da presidente e ad del gruppo Finmeccanica. Anzi. Il moltiplicarsi delle accuse nei suoi confronti non fa che rafforzare la sua determinazione nel difendersi in tutte le sedi». Amodio ha affermato che le tesi di Borgogni, si sarebbero basate su semplici «sentito dire» che non avrebbero trovato adeguati riscontri. E ha annunciato l'intenzione di procedere nei suoi confronti in sede penale e civile. Amodio, inoltre, ha chiarito che la decisione di indire una conferenza stampa proprio ieri non ha avuto alcun collegamento con il mancato incontro che avrebbe dovuto tenersi oggi tra i vertici del gruppo Finmeccanica e quelli del Governo. Oggi infatti a palazzo Chigi era in programma un incontro tra Orsi e il direttore generale dell'azienda Alessandro Pansa e i massimi esponenti del governo italiano: il presidente del Consiglio Mario Monti, il ministro dell'economia Vittorio Grilli, quello per lo Sviluppo Corrado Passera e della Difesa Giampaolo di Paola. Un incontro in cui si sarebbe dovuta riconsiderare l'intera arena competitiva del settore aerospaziale alla luce della progettata fusione tra la franco-tedesca Eads e gli inglesi della Bae Systems. L'incontro è saltato e il motivo ufficiale è stato l'annuncio del dietro-front dei protagonisti.
da Il Sole 24 Ore
Fonte
La devastazione del patrimonio industriale del paese - in corso negli ultimi 20 anni - sta arrivando a conclusione. La parola d'ordine "privatizzare" è diventata prassi frenetica soltanto in questo paese, mentre Francia, Germania e Gran Bretagna se ne guardavano bene. Là dove sono state realizzate, come per Alitalia, Ilva, Telecom, ecc, assistiamo alla precipitazione di crisi industriali dovute soprattutto all'incapacità manageriale del ceto di "prenditori" italiani. Gente che ha preso aziende in regime di monopolio e ha pensato di poter continuare sullo stesso binario anche dopo l'apertura dei mercati europei alla concorrenza globale. Il "modello" era e resta De Benedetti, il padrone di Repubblica che appena presa in mano Olivetti (allora uno dei quattro grandi dell'informatica hardware) mise fine alla ricerca per concentrarsi sulla vendita di pc datati all'amministrazione pubblica. E quando i conti in passivo arrivano al pettine, ecco che s'alza il grido "licenziamenti!", "troppi diritti", "salari eccessivi", ecc.
Ora vediamo l'ex compagnia di bandiera, abbattuta per scelta politica bipartisan dopo lunga contrattazione con i partner europei e regalata alla "cordata italiana" improvvisata da Berlusconi e finanziata da Corrado Passera, ovvero IntesaSanPaolo.
Per finire Finmeccanica, troppo strategica (armamenti, sistemi di puntamento, aeronautica, nucleare, ecc) per essere privatizzata davvero e squartata da un management attento solo a rispondere alla filiera politica che l'aveva sollevato a quel ruolo. Nel caso dell'attuale a.d., Orsi, la Lega Nord.
Complimenti!
Privati in caduta libera
Francesco Piccioni
Oggi il nuovo piano industriale. Dopo i 4mila esodati del «piano Fenice» (costati 3 miliardi) sul tavolo di Passera arrivano altri mille licenziamenti Quattro anni dopo la privatizzazione a Cai sotto la regia di BancaIntesa la linea aerea è di nuovo a terra. Una perfetta «metafora» italiana
Oggi il nuovo piano industriale. Dopo i 4mila esodati del «piano Fenice» (costati 3 miliardi) sul tavolo di Passera arrivano altri mille licenziamenti Quattro anni dopo la privatizzazione a Cai sotto la regia di BancaIntesa la linea aerea è di nuovo a terra. Una perfetta «metafora» italiana
Ma qual è la situazione dei conti Alitalia oggi? Diciamo che perde quasi la stessa cifra che allora giustificò la liquidazione della compagnia pubblica. Solo che «i privati» sono riusciti a raggiungere questo straordinario risultato in soli 48 mesi (invece dei 20 anni che ci avevano messo i manager «pubblici»), nonostante abbiano potuto contare su appena 14.000 dipendenti invece dei 20.000 originari. Peraltro pagati molto meno, con orari di lavoro più lunghi, con contratti «derogabili» a piacere e grandi agevolazioni fiscali.
Come hanno fatto? Si può pensare che il business del trasporto aereo sia troppo complicato per gente che non se ne era mai occupata. È vero, c'era tra loro Carlo Toto, patron di AirOne, capace di trasformare una compagnia fallita in «acquirente» di Alitalia grazie alla banca cui doveva cifre mostruose. IntesaSanPaolo, naturalmente. Ma proprio per questo la fine era certa fin dall'inizio. Nemmeno Air France, che pure detiene il 25% del pacchetto azionario, aveva interesse a evitare che la nuova compagnia scivolasse velocemente verso il baratro. Alla fine dei giochi si prenderà ciò che le interessa pagando quasi nulla. Mentre se avesse dovuto acquistare quando voleva farlo, quattro anni e mezzo fa, avrebbe dovuto sborsare diversi miliardi allo stato italiano accollandosi anche i debiti della società poi liquidata. Un'idea geniale, quella di Tremonti & co, che misero invece a carico del bilancio pubblico 3 miliardi pur di poter dire che «si garantiva l'italianità», sottacendo che «l'azionista di riferimento» diventava Parigi.
Non si può dimenticare che la chiusura di Alitalia «pubblica» è stato il laboratorio di un esperimento contro il lavoro, i suoi diritti e la sua organizzazione. Sergio Marchionne, due anni dopo, ha semplicemente riproposto uno schema «vincente», inventandosi una newco senza nemmeno passare per il fallimento della vecchia impresa.
Per l'ex compagnia di bandiera le con conseguenze sono molto pesanti. Sabato scorso, per 4.300 dipendenti, è terminata la cassa integrazione ed è partita la mobilità «lunga». Sembrava un percorso povero, ma sicuro, verso la pensione. Poi però è arrivata Elsa Fornero, che ha spostato questo traguardo di sette anni. E adesso soltanto per 1.000-1.500 di loro potrebbe esserci una copertura da «esodati» riconosciuti come tali dal ministro del non-lavoro. Gli altri, come si dicono da soli, sono «candidati all'obitorio».
Nessuno di loro è stato richiamato dalla cig. Cai ha sempre preferito assumere nuovi precari per coprire i vuoti di organico; per di più facendosi pagare 2.000 euro a testa per il «corso di formazione». Nel 2011 la compagnia ha aperto una procedura di cassa integrazione a zero ore per altri 750 addetti, giurando che non erano «in uscita» perché la società «andava benissimo». Chiaro soltanto ora che anche questi non rientreranno più.
Anzi, oggi sul piatto dovrebbero venir messi - secondo centinaia di indiscrezioni concordanti - altri 1.000 lavoratori a tempo indeterminato. Mentre per i precari nessuno sa fare previsioni certe...
Intorno al tavolo si ritroverà una compagnia che i lavoratori trovano inquietante. Oltre al presidente di Cai, Roberto Colaninno, ci sarà Corrado Passera, l'ideatore del «piano» che ha portato a questo strabiliante risultato. Al fianco avrà il suo sottosegretario, Guido Improta, che ha ricoperto la carica di responsabile delle relazioni esterne dell'Alitalia fino al giorno prima di entrare nel governo. E poi i sindacati «affidabili», che ora minacciano la mobilitazione ma per quattro anni hanno garantito una sofferta pace sociale. Come ci dice Paolo Maras, ex assistente di volo e storico sindacalista del Sult (che poi ha dato vita con altre sigle all'Usb), «ci potrebbe essere una speranza solo se tutte queste persone non si occupassero più di trasporto aereo».
da "il manifesto"
«Orsi non si dimette, nessun riscontro da parte dell'accusa»
Stefano ElliSì, perché nella vasta mole di documenti depositati al processo istruito nei confronti dell'ex direttore dell'Avanti, ve ne sono moltissimi che riguardano proprio l'inchiesta aperta a Napoli su Finmeccanica e Agusta Westland per le presunte tangenti pagate in India per l'aggiudicazione di una commessa da 560 milioni di dollari e la vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Tra queste le molte dichiarazioni fatte ai magistrati da Lorenzo Borgogni, ex capo delle relazioni esterne di Finmeccanica che, con le sue rivelazioni, ha di fatto aperto la strada ai magistrati. L'accusa a carico di Orsi, del suo successore in Agusta Westland Bruno Spagnolini, è corruzione internazionale e l'inchiesta, nata a Napoli, è stata poi trasferita a Busto Arsizio per decisione della Corte di cassazione. Tra le carte, secondo Ennio Amodio, che difende Orsi, ve n'è in particolare una, la cui importanza è stata giudicata tale da convincerlo a indire ieri, in tutta fretta, una conferenza stampa. Si tratta di un documento di fonte indiana, datato 18 gennaio 2010, sequestrato in Svizzera durante una perquisizione autorizzata per rogatoria in cui si fa riferimento a un'offerta di assistenza per «sostenere» gli italiani in una fornitura di elicotteri di tipo AW 119.
Ecco il problema. Per Amodio si trattava di una gara precedente, persa dagli italiani, e si riferiva a un'ulteriore commessa, questa volta destinata alla polizia indiana. Ma, è il punto sollevato da Amodio, è che l'inchiesta di Busto Arsizio si incardina su un altro episodio e su un altro bando di gara che si riferisce all'acquisto di un altro modello di elicottero: l'AW 101. Il fatto che a supporto delle tesi dell'accusa vi sia un documento che si riferisce a un'altra gara sarebbe, a giudizio della difesa di Orsi, da considerarsi un autogol dell'accusa.
Nella conferenza stampa Amodio ha chiarito che «Giuseppe Orsi non ha intenzione di rassegnare le dimissioni da presidente e ad del gruppo Finmeccanica. Anzi. Il moltiplicarsi delle accuse nei suoi confronti non fa che rafforzare la sua determinazione nel difendersi in tutte le sedi». Amodio ha affermato che le tesi di Borgogni, si sarebbero basate su semplici «sentito dire» che non avrebbero trovato adeguati riscontri. E ha annunciato l'intenzione di procedere nei suoi confronti in sede penale e civile. Amodio, inoltre, ha chiarito che la decisione di indire una conferenza stampa proprio ieri non ha avuto alcun collegamento con il mancato incontro che avrebbe dovuto tenersi oggi tra i vertici del gruppo Finmeccanica e quelli del Governo. Oggi infatti a palazzo Chigi era in programma un incontro tra Orsi e il direttore generale dell'azienda Alessandro Pansa e i massimi esponenti del governo italiano: il presidente del Consiglio Mario Monti, il ministro dell'economia Vittorio Grilli, quello per lo Sviluppo Corrado Passera e della Difesa Giampaolo di Paola. Un incontro in cui si sarebbe dovuta riconsiderare l'intera arena competitiva del settore aerospaziale alla luce della progettata fusione tra la franco-tedesca Eads e gli inglesi della Bae Systems. L'incontro è saltato e il motivo ufficiale è stato l'annuncio del dietro-front dei protagonisti.
da Il Sole 24 Ore
Fonte
30/09/2012
Alcoa. Anche Glencore si tira indietro
Bruxelles dice no alla
riduzione del costo dell'energia. Salta l'accordo per l'acquisizione,
Glencore abbandona il tavolo. Il governo Monti persegue la distruzione
del tessuto industriale italiano.
Gli svizzeri mollano. È fallita la trattativa con
il gruppo elvetico Glencore per l'acquisizione dello stabilimento Alcoa
di Portovesme . La notizia è stata data nella tarda mattinata di ieri
dai sindacati, che hanno ricevuto la lettera di rinuncia inviata dalla
multinazionale al ministro dello sviluppo economico Corrado Passera e al
governatore sardo Ugo Cappellacci.
La rinuncia all'acquisizione dello smelter di Portovesme è legata al costo dell'energia. Nei giorni scorsi Glencore aveva posto al governo una condizione imprescindibile per l'apertura di una trattativa per l'acquisizione dello stabilimento Alcoa: il costo dell'energia per i prossimi dieci anni non avrebbe dovuto superare i 25 euro a Mwh, contro i circa 100 euro che i mercati europei battono alla borsa dell'energia.
Passera e il governo Monti hanno provato a sondare l'Ue sulla proposta di Glencore. Ma da Bruxelles è arrivata una risposta negativa. Uno sconto come quello chiesto dal gruppo elvetico in base al credo ultraliberista che regola le scelte europee è considerato una inammissibile turbativa dei «normali» meccanismi di mercato. Passera, quindi, a Glencore ha risposto di no. Al massimo la Ue avrebbe potuto autorizzare un prezzo, di fatto concordato con Passera, di 35 euro. Ma per Glencore è troppo. Ed è così che, nella tarda serata dell'altro ieri, è arrivato il ritiro definitivo degli svizzeri, che in Sardegna controllano già, proprio nel Sulcis, un'altra fabbrica di alluminio, la Portvesme srl.
«Con una volontà meramente propositiva - afferma nella lettera il manager Glencore Daniel Goldberg - desideriamo sottolineare che, con l'applicazione dei meccanismi illustrati dal governo, arriviamo ad un costo finale dell'energia pari a 35 euro a MWh, prezzo che si è rivelato insufficiente a garantire anche la continuità produttiva di Alcoa. Non abbiamo mai chiesto al governo violazioni alla legislazione europea; abbiamo suggerito percorsi alternativi che avrebbero potuto portare a riequilibrare fattori produttivi non sostenibili economicamente. Prendiamo atto del fatto che anche queste altre strade non incontrerebbero i favori della comunità europea e, pertanto, confermiamo che, in questa situazione, non siamo interessati a proseguire il discorso, anche in ragione del dato che l'attuale gestore dell'impianto, Alcoa, alle stesse condizioni proposte dal governo accumula perdite rilevanti, che hanno portato alla decisione di chiudere».
«Ci sarebbe piaciuto - fanno sapere i funzionari del ministero di Passera - che Glencore avesse mostrato una disponibilità a fare l'investimento alle condizioni proposte e che valgono per tutti, perché il prezzo di 35 euro a Mwh da noi proposto si colloca sulla linea europea e il governo non vuole fare nulla oltre quel solco». Dure le prese di posizione dei sindacati territoriali che, invece, puntano il dito proprio contro il governo. «La vertenza - spiega Roberto Forresu, segretario della Fiom Cgil ora deve essere ora affrontata a palazzo Chigi. Sia Monti ad assumersi la responsabilità». Rino Barca, segretario della Fim Cisl, chiede al ministero dello sviluppo economico: «Il governo è in grado di garantire il prezzo dell'energia per un tempo determinato senza sottostare ai diktat di Bruxelles?».
Sul fronte politico, Paolo Ferrero chiede che il governo intervenga commissariando Alcoa: «La notizia del ritiro di Glencore impone un salto di qualità. Passera, che è in vena di commissariamenti, commissari l'Alcoa, e l'esecutivo ne garantisca l'attività produttiva. Monti deve intervenire senza aspettare che l'apparato industriale italiano vada tutto a rotoli». «Ora - dice invece Stefano Fassina - vanno verificate al più presto le altre offerte in campo per lo stabilimento Alcoa di Portovesme, per poter assicurare il ripristino dell'attività produttiva e dare prospettive di futuro ai lavoratori, alle loro famiglie e ai lavoratori dell'indotto. Il governo, oltre a coinvolgere la Regione, la Provincia e i Comuni, convochi al più presto i rappresentanti sindacali per informare sull'evoluzione del percorso con gli altri potenziali acquirenti. Non è l'ora della rassegnazione e della disperazione. È l'ora di raddoppiare l'impegno per una soluzione positiva».
da "il manifesto"
La rinuncia all'acquisizione dello smelter di Portovesme è legata al costo dell'energia. Nei giorni scorsi Glencore aveva posto al governo una condizione imprescindibile per l'apertura di una trattativa per l'acquisizione dello stabilimento Alcoa: il costo dell'energia per i prossimi dieci anni non avrebbe dovuto superare i 25 euro a Mwh, contro i circa 100 euro che i mercati europei battono alla borsa dell'energia.
Passera e il governo Monti hanno provato a sondare l'Ue sulla proposta di Glencore. Ma da Bruxelles è arrivata una risposta negativa. Uno sconto come quello chiesto dal gruppo elvetico in base al credo ultraliberista che regola le scelte europee è considerato una inammissibile turbativa dei «normali» meccanismi di mercato. Passera, quindi, a Glencore ha risposto di no. Al massimo la Ue avrebbe potuto autorizzare un prezzo, di fatto concordato con Passera, di 35 euro. Ma per Glencore è troppo. Ed è così che, nella tarda serata dell'altro ieri, è arrivato il ritiro definitivo degli svizzeri, che in Sardegna controllano già, proprio nel Sulcis, un'altra fabbrica di alluminio, la Portvesme srl.
«Con una volontà meramente propositiva - afferma nella lettera il manager Glencore Daniel Goldberg - desideriamo sottolineare che, con l'applicazione dei meccanismi illustrati dal governo, arriviamo ad un costo finale dell'energia pari a 35 euro a MWh, prezzo che si è rivelato insufficiente a garantire anche la continuità produttiva di Alcoa. Non abbiamo mai chiesto al governo violazioni alla legislazione europea; abbiamo suggerito percorsi alternativi che avrebbero potuto portare a riequilibrare fattori produttivi non sostenibili economicamente. Prendiamo atto del fatto che anche queste altre strade non incontrerebbero i favori della comunità europea e, pertanto, confermiamo che, in questa situazione, non siamo interessati a proseguire il discorso, anche in ragione del dato che l'attuale gestore dell'impianto, Alcoa, alle stesse condizioni proposte dal governo accumula perdite rilevanti, che hanno portato alla decisione di chiudere».
«Ci sarebbe piaciuto - fanno sapere i funzionari del ministero di Passera - che Glencore avesse mostrato una disponibilità a fare l'investimento alle condizioni proposte e che valgono per tutti, perché il prezzo di 35 euro a Mwh da noi proposto si colloca sulla linea europea e il governo non vuole fare nulla oltre quel solco». Dure le prese di posizione dei sindacati territoriali che, invece, puntano il dito proprio contro il governo. «La vertenza - spiega Roberto Forresu, segretario della Fiom Cgil ora deve essere ora affrontata a palazzo Chigi. Sia Monti ad assumersi la responsabilità». Rino Barca, segretario della Fim Cisl, chiede al ministero dello sviluppo economico: «Il governo è in grado di garantire il prezzo dell'energia per un tempo determinato senza sottostare ai diktat di Bruxelles?».
Sul fronte politico, Paolo Ferrero chiede che il governo intervenga commissariando Alcoa: «La notizia del ritiro di Glencore impone un salto di qualità. Passera, che è in vena di commissariamenti, commissari l'Alcoa, e l'esecutivo ne garantisca l'attività produttiva. Monti deve intervenire senza aspettare che l'apparato industriale italiano vada tutto a rotoli». «Ora - dice invece Stefano Fassina - vanno verificate al più presto le altre offerte in campo per lo stabilimento Alcoa di Portovesme, per poter assicurare il ripristino dell'attività produttiva e dare prospettive di futuro ai lavoratori, alle loro famiglie e ai lavoratori dell'indotto. Il governo, oltre a coinvolgere la Regione, la Provincia e i Comuni, convochi al più presto i rappresentanti sindacali per informare sull'evoluzione del percorso con gli altri potenziali acquirenti. Non è l'ora della rassegnazione e della disperazione. È l'ora di raddoppiare l'impegno per una soluzione positiva».
da "il manifesto"
La vertenza Alcoa come al solito mette in luce che i sindacati e la sinistra politica, sono buoni (quando gli riesce) solo a fare opposizione a cazzo campana.
Il dato più vergognoso che dovrebbe risaltare nella situazione non è il fallimento di Passera o Monti nel piazzare l'ormai ex stabilimento Alcoa in mano agli svizzeri, ma il fatto che questi ultimi abbiano tirato il culo indietro perché il governo (di ultra liberisti ricordiamolo bene) non gli ha potuto garantire un prezzo degli approvvigionamenti elettrici da qui a 10 anni (Cristo 10 anni!!!) fissato a 25€ a MWh ovvero 1/4 del prezzo di mercato!
A fronte di queste richieste sarebbero dovuti essere direttamente i sindacati a mandare a cagare gli elvetici (è bene ricordare che qualsiasi potenziale acquirente di Alcoa non dovrebbe fare nulla oltre il subentrare alla precedente amministrazione, investendo, quindi, praticamente nulla di tasca propria) reclamando soluzioni di salvataggio dell'azienda completamente antitetiche a questo capitalismo di rapina.
23/08/2012
Passera, l'ovetto kinder senza sorprese
Il banchiere Passera, l'ovetto kinder della terza repubblica, si sta
candidando alla successione di Rigor Montis. È l'uomo adatto! Do you
remember la privatizzazione di Alitalia con Berlusconi (tessera 1816
della P2) e la fine della Olivetti, dove era il braccio destro di De
Benedetti (lo svizzero tessera numero uno del Pdmenoelle)? Beppe Grillo
Lettera della dott.ssa Maria Rita D'Orsogna, dalla California
"Caro signor Passera,
stavo per andare a dormire quando ho letto dei suoi folli deliri per l'Italia petrolizzata. Ci sarebbe veramente da ridere al suo modo malato di pensare, ai suoi progetti stile anni '60 per aggiustare l'Italia, alla sua visione piccola piccola per il futuro. Invece qui sono pianti amari, perché non si tratta di un gioco o di un esperimento o di una scommessa. Qui si tratta della vita delle persone, e del futuro di una nazione, o dovrei dire del suo regresso.
Lei non è stato eletto da nessuno e non può pensare di "risanare" l'Italia trivellando il Bel Paese in lungo ed in largo. Lei parla di questo paese come se qui non ci vivesse nessuno:
metanodotti dall'Algeria, corridoio Sud dell'Adriatico, 4 rigassificatori, raddoppio delle estrazioni di idrocarburi.
E la gente dove deve andare a vivere di grazia? Ci dica. Dove e cosa vuole bucare? Ci dica.
I campi di riso di Carpignano Sesia? I sassi di Matera? I vigneti del Montepulciano d'Abruzzo? Le riserve marine di Pantelleria? I frutteti di Arborea? La laguna di Venezia? Il parco del delta del Po? Gli ospedali? I parchi? La Majella? Le zone terremotate dell'Emilia?
Il lago di Bomba? La riviera del Salento? Otranto? Le Tremiti? Ci dica.
Oppure dobbiamo aspettare un terremoto come in Emilia, o l'esplosione di tumori come all'Ilva per non farle fare certe cose, tentando la sorte e dopo che decine e decine di persone sono morte?
Vorrei tanto sapere dove vive lei. Vorrei tanto che fosse lei ad avere mercurio in corpo, vorrei tanto che fosse lei a respirare idrogeno solforato dalla mattina alla sera, vorrei tanto che fosse lei ad avere perso la casa nel terremoto, vorrei tanto che fosse lei a dover emigrare perché la sua regione - quella che ci darà questo 20% della produzione nazionale - è la più povera d'Italia.
Ma io lo so che dove vive lei tutto questo non c'è. Dove vive lei ci sono giardini fioriti, piscine, ville eleganti soldi e chissà, amici banchieri, petrolieri e lobbisti di ogni genere.
Lo so che è facile far cassa sull'ambiente. I delfini e i fenicotteri non votano. Il cancro verrà domani, non oggi. I petrolieri sbavano per bucare, hanno soldi e l'Italia è corrotta.
È facile, lo so.
Ma qui non parliamo di soldi, tasse e dei tartassamenti iniqui di questo governo, parliamo della vita della gente. Non è etico, non è morale pensare di sistemare le cose avvelenando acqua, aria e pace mentale della gente, dopo averli lasciati in mutande perché non si aveva il coraggio di attaccare il vero marciume dell'Italia.
E no, non è possibile trivellare in rispetto dell'ambiente. Non è successo mai. Da nessuna parte del mondo. Mai.
Ma non vede cosa succede a Taranto? Che dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia - all'italiana, senza protezione ambientale, senza controlli, senza multe, senza amore, senza l'idea di lasciare qualcosa di buono alla comunità - la gente muore, i tumori sono alle stelle, la gente tira fuori piombo nelle urine? E adesso noialtri dobbiamo pure pagare il ripristino ambientale? E lei pensa che questo è il futuro?
Dalla mia adorata California vorrei ridere, invece mi si aggrovigliano le budella.
Qui il limite trivelle è di 160 km da riva, come ripetuto ad infinitum caro "giornalista" Luca Iezzi. Ed è dal 1969 che non ce le mettiamo più le trivelle in mare perché non è questo il futuro. Qui il futuro si chiama high tech, biotech, nanotech, si chiamano Google, Facebook, Intel, Tesla, e una miriade di startup che tappezzano tutta la California.
Il futuro si chiama uno stato di 37 milioni di persone che produce il 20% della sua energia da fonti rinnovabili adesso, ogni giorno, e che gli incentivi non li taglia a beneficio delle lobby dei petrolieri.
Il futuro si chiama programmi universitari per formare chi lavorerà nell'industria verde, si chiama 220,000 posti di lavoro verde, si chiama programmi per rendere facile l'uso degli incentivi.
Ma non hanno figli questi? E Clini, che razza di ministro dell'ambiente è?
E gli italiani cosa faranno? Non lo so.
So solo che occorre protestare, senza fine, ed esigere, esigere, ma esigere veramente e non su facebook che chiunque seguirà questo scandaloso personaggio e tutta la cricca che pensa che l'Italia sia una landa desolata si renda conto che queste sono le nostre vite e che le nostre vite sono sacre."
Maria Rita D'Orsogna
Fonte
Nemmeno Scajola avrebbe proposto delle puttanate più colossali di quelle spinte da Passera per "sviluppare" il Paese.
Con questi "tecnici" e le loro "professionalità" bisognerebbe soltanto pulircisi il culo.
Lettera della dott.ssa Maria Rita D'Orsogna, dalla California
"Caro signor Passera,
stavo per andare a dormire quando ho letto dei suoi folli deliri per l'Italia petrolizzata. Ci sarebbe veramente da ridere al suo modo malato di pensare, ai suoi progetti stile anni '60 per aggiustare l'Italia, alla sua visione piccola piccola per il futuro. Invece qui sono pianti amari, perché non si tratta di un gioco o di un esperimento o di una scommessa. Qui si tratta della vita delle persone, e del futuro di una nazione, o dovrei dire del suo regresso.
Lei non è stato eletto da nessuno e non può pensare di "risanare" l'Italia trivellando il Bel Paese in lungo ed in largo. Lei parla di questo paese come se qui non ci vivesse nessuno:
metanodotti dall'Algeria, corridoio Sud dell'Adriatico, 4 rigassificatori, raddoppio delle estrazioni di idrocarburi.
E la gente dove deve andare a vivere di grazia? Ci dica. Dove e cosa vuole bucare? Ci dica.
I campi di riso di Carpignano Sesia? I sassi di Matera? I vigneti del Montepulciano d'Abruzzo? Le riserve marine di Pantelleria? I frutteti di Arborea? La laguna di Venezia? Il parco del delta del Po? Gli ospedali? I parchi? La Majella? Le zone terremotate dell'Emilia?
Il lago di Bomba? La riviera del Salento? Otranto? Le Tremiti? Ci dica.
Oppure dobbiamo aspettare un terremoto come in Emilia, o l'esplosione di tumori come all'Ilva per non farle fare certe cose, tentando la sorte e dopo che decine e decine di persone sono morte?
Vorrei tanto sapere dove vive lei. Vorrei tanto che fosse lei ad avere mercurio in corpo, vorrei tanto che fosse lei a respirare idrogeno solforato dalla mattina alla sera, vorrei tanto che fosse lei ad avere perso la casa nel terremoto, vorrei tanto che fosse lei a dover emigrare perché la sua regione - quella che ci darà questo 20% della produzione nazionale - è la più povera d'Italia.
Ma io lo so che dove vive lei tutto questo non c'è. Dove vive lei ci sono giardini fioriti, piscine, ville eleganti soldi e chissà, amici banchieri, petrolieri e lobbisti di ogni genere.
Lo so che è facile far cassa sull'ambiente. I delfini e i fenicotteri non votano. Il cancro verrà domani, non oggi. I petrolieri sbavano per bucare, hanno soldi e l'Italia è corrotta.
È facile, lo so.
Ma qui non parliamo di soldi, tasse e dei tartassamenti iniqui di questo governo, parliamo della vita della gente. Non è etico, non è morale pensare di sistemare le cose avvelenando acqua, aria e pace mentale della gente, dopo averli lasciati in mutande perché non si aveva il coraggio di attaccare il vero marciume dell'Italia.
E no, non è possibile trivellare in rispetto dell'ambiente. Non è successo mai. Da nessuna parte del mondo. Mai.
Ma non vede cosa succede a Taranto? Che dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia - all'italiana, senza protezione ambientale, senza controlli, senza multe, senza amore, senza l'idea di lasciare qualcosa di buono alla comunità - la gente muore, i tumori sono alle stelle, la gente tira fuori piombo nelle urine? E adesso noialtri dobbiamo pure pagare il ripristino ambientale? E lei pensa che questo è il futuro?
Dalla mia adorata California vorrei ridere, invece mi si aggrovigliano le budella.
Qui il limite trivelle è di 160 km da riva, come ripetuto ad infinitum caro "giornalista" Luca Iezzi. Ed è dal 1969 che non ce le mettiamo più le trivelle in mare perché non è questo il futuro. Qui il futuro si chiama high tech, biotech, nanotech, si chiamano Google, Facebook, Intel, Tesla, e una miriade di startup che tappezzano tutta la California.
Il futuro si chiama uno stato di 37 milioni di persone che produce il 20% della sua energia da fonti rinnovabili adesso, ogni giorno, e che gli incentivi non li taglia a beneficio delle lobby dei petrolieri.
Il futuro si chiama programmi universitari per formare chi lavorerà nell'industria verde, si chiama 220,000 posti di lavoro verde, si chiama programmi per rendere facile l'uso degli incentivi.
Ma non hanno figli questi? E Clini, che razza di ministro dell'ambiente è?
E gli italiani cosa faranno? Non lo so.
So solo che occorre protestare, senza fine, ed esigere, esigere, ma esigere veramente e non su facebook che chiunque seguirà questo scandaloso personaggio e tutta la cricca che pensa che l'Italia sia una landa desolata si renda conto che queste sono le nostre vite e che le nostre vite sono sacre."
Maria Rita D'Orsogna
Fonte
Nemmeno Scajola avrebbe proposto delle puttanate più colossali di quelle spinte da Passera per "sviluppare" il Paese.
Con questi "tecnici" e le loro "professionalità" bisognerebbe soltanto pulircisi il culo.
Iscriviti a:
Post (Atom)

