Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/02/2013

Nazionalizzazioni. Una questione di priorità

Monte dei Paschi di Siena, Alcoa, Ilva, San Raffaele, evocano o fanno aleggiare l'opzione delle nazionalizzazioni. Ma il problema è il presupposto... E' su questo – oltre che sulle ricadute concrete – che occorre marcare le distanze e le priorità.


Il ministro dell'Economia Vittorio Grilli, nel corso dell'audizione alle commissioni Finanze di Camera e Senato sulla vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha affermato: «L'intervento dello Stato, in questo caso, non si configura come intervento di salvataggio di una banca insolvente». Una linea confermata anche dal Comitato sulla stabilità che in mattinata ha parlato di «situazione patrimoniale complessiva solida». Grilli, durante una seduta parlamentare tesissima, ha rimandato al mittente tutte le accuse di scarsa vigilanza sugli impicci del Mps che aleggiano in queste ore. Ma tra le varie considerazioni è aleggiato che la nazionalizzazione è una strada possibile, come del resto ha confermato anche l'attuale presidente di Mps, Alessandro Profumo per il quale «potenzialmente può accadere. E sottolineo potenzialmente perché abbiamo fatto un piano industriale che dovrebbe consentirci di restituire il finanziamento». «Questa è una banca - ha detto Profumo - che ha comunque una sua solidità patrimoniale, che riceve un supporto pubblico e che ha trentamila persone che lavorano in modo intenso». In pratica funziona così: lo Stato presta tre miliardi di euro alla banca Mps – tramite i Monti-bond – ad un tasso tra il 5 e il 9%. Se la banca non sarà in grado di restituire i soldi nei tempi previsti dovrà cedere l'equivalente in proprie azioni al Ministero del Tesoro, il quale vedrà quindi crescere il proprio peso azionario nella banca (si calcola che possa arrivare al 68%).

Nulla di tutto questo è stato invece previsto finora per le crisi industriali. Il 1 dicembre scorso il ministro Clini, relativamente alla nazionalizzazione dell'Ilva, non l'aveva voluta chiamare con il suo nome e cognome davanti ai giornalisti alla fine del lungo consiglio dei ministri, ma potrebbe essere esattamente questa la conseguenza dell'applicazione degli articoli 42 e 43 della Costituzione citati per ben due volte dal ministro nel corso dei suoi interventi. «Se l'azienda non adempie» alle prescrizioni previste dal decreto legge sull'Ilva varato dal Consiglio dei Ministri" - ha detto Clini- «si potrà arrivare all'adozione di provvedimenti di amministrazione straordinari e atti sostitutivi in base agli articoli 42 e 43 della Costituzione, in considerazione dell'interesse strategico nazionale dell'impianto».

Due vicende diverse ma emblematiche del fatto che la ri-nazionalizzazione di banche e industrie strategiche, volendo, avrebbe tutti gli strumenti legali e costituzionali per essere messa in atto. «A fini di utilità generale», si legge infatti nell'art. 43 della Costituzione, «la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Anche il terzo comma dell'art.42 recita: «La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale». Volendo dunque si potrebbe fare. Però... C'è un però infatti nel doppio standard utilizzato dal governo nelle ipotesi di salvataggio di una grande banca nazionale o di una grande industria nazionale, ed è il presupposto.

Nel caso di una banca il presupposto è che la grande banca va salvata comunque per evitare che la sua crisi abbia un “effetto sistemico”, magari finanziandola con un prestito pubblico. La banca cercherà di ripianare i buchi, licenzierà migliaia di dipendenti per abbassare come di consueto il costo del lavoro e avrà tutto il tempo per restituire il prestito ricevuto restando nelle mani degli azionisti privati. Se non vi riuscirà, il Ministero del Tesoro, che nel frattempo ha accresciuto il suo peso nelle quote della banca, la affiderà ad un commissario che “risanerà” i conti e poi cercherà di rivendere la banca ad uno o più soggetti privati.

Nel caso di una crisi industriale – vedi l'Alcoa – fin dall'inizio si è invece lasciato tutto nelle mani del mercato e dell'individuazione di un possibile acquirente privato. In assenza di questo la fabbrica ha chiuso, la produzione è cessata e viene cannibalizzata dalle multinazionali straniere che si prendono la sua quota di mercato mentre i lavoratori vengono gettati in mezzo alla strada. L'alluminio che serve al sistema industriale verrà dunque importato dall'estero.

Nel caso dell'Ilva – a differenza dell'Alcoa – si è affacciata invece l'ipotesi della ri-nazionalizzazione come estrema ratio solo di fronte alla fuga dei capitali della proprietà (i Riva) e agli alti costi della bonifica di un grande impianto che si è dimostrato nocivo per la popolazione. In questo caso – e tardivamente – ci si accorge che anche uno stabilimento industriale delle dimensioni dell'Ilva può avere un effetto sistemico sull'economia reale.

Infine potremmo segnalare una terza vicenda che non riguarda una grande banca o una grande industria ma un servizio strategico come un grande ospedale. E' il caso del San Raffaele di Milano. In questo caso si tratta di una struttura in mano a privati che hanno fatto più impicci del Monte dei Paschi di Siena, creando buchi in bilancio fino a portare al collasso una struttura sanitaria “di eccellenza”, privata, ma con funzioni pubbliche. Dallo Stato non viene alcuna sollecitazione o soluzione. L'atteggiamento è più simile a quello dell'Alcoa. Un ospedale, insomma, può chiudere tranquillamente, la cosa non ha alcun effetto sistemico preoccupante per il capitale finanziario e la salute dei cittadini e la sorte dei lavoratori non viene ritenuta affatto una priorità.

Esiste dunque una scala di priorità nell'agenda dei governi delle banche, come quelli che abbiamo in Italia e nell'Unione Europea, e vede appunto la salvaguardia delle banche in cima a questa lista. Tutto il resto – fabbriche, servizi strategici, lavoro, salute – può essere lasciato perire. Solo in casi del tutto eccezionali – come l'Ilva – si può prendere in considerazione l'idea di un intervento pubblico, un intervento però “a tempo”, quello necessario a ristrutturare, ridurre i costi (quello del lavoro innanzitutto) e riconsegnarla ai privati.

Impugnare la battaglia per le nazionalizzazioni significa scardinare completamente questa logica e riaffermare la priorità dell'interesse collettivo rispetto a quello privato, una cifra questa del tutto assente dall'agenda del prossimo governo e dell'Unione Europea. Il presupposto, in questo caso, non può che essere quello di rovesciare il tavolo e l'ordine delle priorità.

Fonte

02/10/2012

Alcoa, il fallimento del privato assistito

Nel 1992, quando cedette le fonderie dell'Efim all'Alcoa, lo stato italiano garantì aiuti ed extraprofitti sia alla multinazionale Usa che all'Enel. Finita la festa, i banchettanti scappano. Una vicenda che, cifre alla mano, smentisce la retorica del "privato è meglio". Come ne usciamo, adesso?
Fino alla metà degli anni '90 le principali imprese della metallurgia di base dell’alluminio facevano parte dell’Efim, la finanziaria delle partecipazioni statali posta in liquidazione nel 1992 in seguito alle perdite accumulate; nel 1996 le aziende furono cedute a società internazionali specializzate e le fonderie - i cosiddetti smelter - furono acquistate dalla statunitense Alcoa.
Il prezzo di vendita degli smelter rappresentò una componente del tutto marginale del contratto; l’accordo riguardò infatti sia gli impianti sia la fornitura decennale di energia elettrica da parte dell’Enel, allora ente pubblico interamente posseduto dallo stato, a una tariffa di circa 18 euro per megawatt/ora, all’incirca pari alla metà di quella media di mercato. Dal punto di vista economico la cessione avvenne a un valore negativo, perché lo stato, tramite l’ente elettrico monopolista, si impegnò a sovvenzionare con tariffe agevolate la società acquirente per un decennio.

L'accordo Italia/Alcoa, 1992
L’importanza della disponibilità e del prezzo dell’elettricità deriva dal fatto che negli smelter il principale fattore produttivo è l’energia elettrica poiché, per estrarre il metallo dal semilavorato di base, l’allumina, è utilizzato un processo elettrochimico fortemente “energivoro”. Secondo i dati riportati nel sito dell’Alcoa, nel 2011 l’impianto di Portovesme, pur ammodernato nel biennio precedente, per produrre 150.000 tonnellate di alluminio, pari a meno del 10 percento della domanda italiana, ha impiegato 2,3 miliardi di kilowatt/ora, lo 0,7% dell’intero consumo di energia del nostro Paese. Esso corrisponde alla quantità di energia prodotta da un campo di pannelli solari esteso per 20 kilometri quadrati ed è sostanzialmente pari a quella consumata dai residenti della città di Roma per uso civile.
Il contratto con l’Enel assicurò all’Alcoa condizioni di profitto stabili per 10 anni, riducendo al contempo gli stimoli all’ammodernamento dell’apparato produttivo. Nel 1996 la Commissione europea autorizzò l’operazione non ravvisando l’esistenza di aiuti di stato anche se con la privatizzazione, non solo le vecchie perdite dell’Efim ma anche i nuovi profitti dell’acquirente furono posti a carico di un ente pubblico, l’Enel.
Prima dello scadere del contratto, l’Enel fu privatizzata e il governo emanò due decreti che, attraverso un complesso prelievo parafiscale, trasferirono l’onere della fornitura agevolata di energia elettrica direttamente sulle bollette degli italiani. Con le parole della Commissione Europea: “la tariffa è sovvenzionata mediante un pagamento in contanti da parte della Cassa Conguaglio, che è un ente pubblico, a riduzione del prezzo fissato contrattualmente tra Alcoa e il suo fornitore Enel. Le risorse necessarie sono raccolte mediante un prelievo parafiscale applicato alla generalità delle utenze elettriche mediante la componente A4 della tariffa elettrica”. Il meccanismo era tale che successivamente al 2005, gli italiani hanno pagato non solo gli aiuti all’Alcoa ma anche ulteriori profitti di Enel, ora privata, conseguenti a condizioni contrattuali che la controparte aveva scarso interesse a negoziare al ribasso.
Secondo i dati della Commissione Europea, nel solo triennio 2006/2008, l’ammontare delle sovvenzioni ricevute dall’Alcoa per i due smelter italiani è stato pari a 540 milioni di euro, dei quali 415 per lo stabilimento di Portovesme in Sardegna. Si tratta di valori di gran lunga superiori alle perdite di bilancio registrate quando lo smelter era gestito dall’ente delle partecipazioni statali più disastrato.

Lo stop europeo, 2009
Nel novembre del 2009 la commissione europea ha stabilito che i suddetti sussidi costituiscono un aiuto di stato e ha imposto all’Alcoa la restituzione di circa 300 milioni di euro.
In seguito al provvedimento della Commissione europea sono stati presi una serie di interventi:
  1. l’Alcoa ha presentato ricorsi alla Corte di Giustizia di Strasburgo avverso tale decisione;
  2. la società ha chiuso il piccolo stabilimento di Fusina nel Veneto e ha avviato un piano di ammodernamento dello smelter di Portovesme;
  3. all’inizio del 2010, il governo ha emanato il decreto legge 3/2010 riguardante il rafforzamento della sicurezza del sistema elettrico insulare che con fantasia legislativa ha consentito all’Alcoa di continuare a ricevere l’energia elettrica a 30 euro al megawatt rispetto ad un prezzo medio di mercato superiore a 70.
La Corte di Giustizia ha rigettato il ricorso dell'Alcoa contro l’immediata esecutività della decisione della Commissione europea; subito dopo, l’Alcoa ha deciso la cessione del sito di Portovesme o la sua chiusura in caso di assenza di acquirenti; il giudizio di merito della Corte di Giustizia è ancora pendente, ma il suo esito sembra scontato.

Cosa ne resta
La vicenda dell’Alcoa è per molti versi paradigmatica di come si svolga l’attività economica, quantomeno nel nostro paese:
  • Almeno nel caso delle fonderie di alluminio, la gestione privata è stata meno efficiente di quella pubblica tanto che gli oneri a carico della collettività sono progressivamente cresciuti secondo meccanismi sempre più opachi. Sotto la gestione pubblica, il costo per la collettività era pari alle perdite di bilancio, un valore univoco e noto, mentre in quella privata gli oneri sono pari alla somma di incentivi, sconti, sovvenzioni riconosciuti in forme più o meno esplicite e complicate, variabili nel tempo, di difficile quantificazione e non soggetti a una efficace rendicontazione pubblica.
  • Il mercato, inteso come luogo astratto dove avvengono gli scambi e le schede di domanda e offerta garantiscono la formazione di prezzi di equilibrio e l’ottimale allocazione delle risorse è una semplificazione che trova rarissima applicazione nella realtà. Il modello che attribuisce all’autorità pubblica soltanto la funzione di regolamentazione e controllo è disatteso quotidianamente; ne sono testimonianza i numerosi casi di questi ultimi anni (ad esempio l’onerosa vicenda Alitalia) e le stesse vicende degli ultimi giorni.
    Dalla vicenda Alcoa anche la Commissione europea non ne esce bene; aldilà delle motivazioni giuridiche che sottostanno a due opposte decisioni, appare indubitabile che, sul piano economico, già dal 1996 l’Alcoa beneficiò di aiuti da parte dello stato italiano che non furono sanzionati. E sorge il dubbio che tale decisione possa essere stata indirizzata da pregiudizi ideologici in favore dell’attività privata, aprioristicamente ritenuta migliore di quella pubblica.

In generale dal caso Alcoa emerge che la selva di incentivi versati dallo stato alle imprese, anche come risultato delle attività di lobby da parte di gruppi di interesse, sfugge ad una chiara rendicontazione pubblica. Perché la spending rewiew abbia un senso economico, occorre che la spesa pubblica sia spostata da improduttiva a produttiva e che l’effetto degli incentivi e dei disincentivi (imposte e tasse) sia monitorato, anche in termini di distribuzione del reddito. La crisi sollecita il governo a produrre tempestivamente nuove ed efficaci informazioni preventive e consuntive dei costi e dei benefici pubblici relativi agli aiuti all’attività economica.

Cosa servirebbe
Il caso Alcoa ha anche messo in evidenza la mancanza di una valida politica industriale da parte del Governo che si sta manifestando con l’assenza di una risposta alla domanda chiave “come risolvere la questione dello smelter di Portovesme?”.
E’ paradossale che l’impianto, dopo aver funzionato per molti decenni con livelli di produttività dell’energia molto bassi, venga chiuso immediatamente dopo i primi interventi di ammodernamento; peraltro, secondo i dati desumibili dal sito dell’Alcoa sussisterebbero ampi margini per accrescere l’efficienza della fonderia: i migliori smelter impiegherbbero circa 11,5 Mw/h per tonnellata di alluminio prodotto, mentre lo stabilimento sardo circa il 25 per cento in più.
Per trovare un compratore occorrono comunque soluzioni in grado di rendere paragonabile il costo del fattore produttivo energia elettrica a quello di altri paesi, anche extraeuropei. I nuovi siti dell’Alcoa sono stati aperti in Islanda insieme a un impianto idroelettrico e sono in corso di realizzazione grandi stabilimenti in Arabia Saudita, ossia in paesi dove il prezzo dell’energia è molto basso. L’eventualità di una cessione si presenta di non facile realizzazione - come dimostra la rapida uscita di scena della svizzera Glencore, che aveva manifestato un qualche interesse alla trattativa.
Dato il maggiore prezzo dell’energia nel nostro Paese, se si vuole mantenere la metallurgia di base in Sardegna è, come minimo, indispensabile che la produttività cresca al livello degli impianti più efficienti; il risparmio potenziale di energia elettrica corrisponderebbe ad almeno tre volte quella prodotta dal grande parco eolico da poco inaugurato a Portoscuso, vicino allo smelter, da parte dell’Enel Green Power.
Per avere più solide prospettive di conservazione dell’apparato produttivo sarebbe opportuno verificare se è possibile raggiungere una produttività superiore con le più recenti tecnologie. A tal fine il governo ha preso contatti con atenei e politecnici per avere attendibili risposte tecniche e formulare un business plan ragionevole?
Inoltre, nell’attuale situazione di crisi, l’autorità pubblica ha valutato le interdipendenze con la filiera produttiva a monte e a valle, per esempio con la centrale termoelettrica e con le miniere del Sulcis? Ha preso in considerazione l’ipotesi di un rinnovato intervento diretto dello stato, soluzione comunque preferibile rispetto a pasticciate soluzioni private sovvenzionate da nuovi mascherati incentivi? Si è domandato quale sarebbe la posizione dell’Europa nei confronti di tale politica, comunque più trasparente rispetto al passato?
In ogni caso, poiché ci dovranno essere importanti risparmi nell’utilizzo di energia, occorre decidere cosa fare dei maggiori prelievi parafiscali sulle bollette degli italiani. Ridurre le bollette? Oppure utilizzare il maggior prelievo come sostegno al reddito dei lavoratori sardi (l’ammontare complessivo è sufficiente per pagare sussidi a migliaia di lavoratori)? Ovvero utilizzarlo per altre iniziative industriali? Se il ministro dello sviluppo economico ha qualche idea, è il momento di rappresentarla. 

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30/09/2012

Alcoa. Anche Glencore si tira indietro

Bruxelles dice no alla riduzione del costo dell'energia. Salta l'accordo per l'acquisizione, Glencore abbandona il tavolo. Il governo Monti persegue la distruzione del tessuto industriale italiano.

Gli svizzeri mollano. È fallita la trattativa con il gruppo elvetico Glencore per l'acquisizione dello stabilimento Alcoa di Portovesme . La notizia è stata data nella tarda mattinata di ieri dai sindacati, che hanno ricevuto la lettera di rinuncia inviata dalla multinazionale al ministro dello sviluppo economico Corrado Passera e al governatore sardo Ugo Cappellacci.
La rinuncia all'acquisizione dello smelter di Portovesme è legata al costo dell'energia. Nei giorni scorsi Glencore aveva posto al governo una condizione imprescindibile per l'apertura di una trattativa per l'acquisizione dello stabilimento Alcoa: il costo dell'energia per i prossimi dieci anni non avrebbe dovuto superare i 25 euro a Mwh, contro i circa 100 euro che i mercati europei battono alla borsa dell'energia.
Passera e il governo Monti hanno provato a sondare l'Ue sulla proposta di Glencore. Ma da Bruxelles è arrivata una risposta negativa. Uno sconto come quello chiesto dal gruppo elvetico in base al credo ultraliberista che regola le scelte europee è considerato una inammissibile turbativa dei «normali» meccanismi di mercato. Passera, quindi, a Glencore ha risposto di no. Al massimo la Ue avrebbe potuto autorizzare un prezzo, di fatto concordato con Passera, di 35 euro. Ma per Glencore è troppo. Ed è così che, nella tarda serata dell'altro ieri, è arrivato il ritiro definitivo degli svizzeri, che in Sardegna controllano già, proprio nel Sulcis, un'altra fabbrica di alluminio, la Portvesme srl.
«Con una volontà meramente propositiva - afferma nella lettera il manager Glencore Daniel Goldberg - desideriamo sottolineare che, con l'applicazione dei meccanismi illustrati dal governo, arriviamo ad un costo finale dell'energia pari a 35 euro a MWh, prezzo che si è rivelato insufficiente a garantire anche la continuità produttiva di Alcoa. Non abbiamo mai chiesto al governo violazioni alla legislazione europea; abbiamo suggerito percorsi alternativi che avrebbero potuto portare a riequilibrare fattori produttivi non sostenibili economicamente. Prendiamo atto del fatto che anche queste altre strade non incontrerebbero i favori della comunità europea e, pertanto, confermiamo che, in questa situazione, non siamo interessati a proseguire il discorso, anche in ragione del dato che l'attuale gestore dell'impianto, Alcoa, alle stesse condizioni proposte dal governo accumula perdite rilevanti, che hanno portato alla decisione di chiudere».
«Ci sarebbe piaciuto - fanno sapere i funzionari del ministero di Passera - che Glencore avesse mostrato una disponibilità a fare l'investimento alle condizioni proposte e che valgono per tutti, perché il prezzo di 35 euro a Mwh da noi proposto si colloca sulla linea europea e il governo non vuole fare nulla oltre quel solco». Dure le prese di posizione dei sindacati territoriali che, invece, puntano il dito proprio contro il governo. «La vertenza - spiega Roberto Forresu, segretario della Fiom Cgil ora deve essere ora affrontata a palazzo Chigi. Sia Monti ad assumersi la responsabilità». Rino Barca, segretario della Fim Cisl, chiede al ministero dello sviluppo economico: «Il governo è in grado di garantire il prezzo dell'energia per un tempo determinato senza sottostare ai diktat di Bruxelles?».
Sul fronte politico, Paolo Ferrero chiede che il governo intervenga commissariando Alcoa: «La notizia del ritiro di Glencore impone un salto di qualità. Passera, che è in vena di commissariamenti, commissari l'Alcoa, e l'esecutivo ne garantisca l'attività produttiva. Monti deve intervenire senza aspettare che l'apparato industriale italiano vada tutto a rotoli». «Ora - dice invece Stefano Fassina - vanno verificate al più presto le altre offerte in campo per lo stabilimento Alcoa di Portovesme, per poter assicurare il ripristino dell'attività produttiva e dare prospettive di futuro ai lavoratori, alle loro famiglie e ai lavoratori dell'indotto. Il governo, oltre a coinvolgere la Regione, la Provincia e i Comuni, convochi al più presto i rappresentanti sindacali per informare sull'evoluzione del percorso con gli altri potenziali acquirenti. Non è l'ora della rassegnazione e della disperazione. È l'ora di raddoppiare l'impegno per una soluzione positiva».

da "il manifesto"
 

La vertenza Alcoa come al solito mette in luce che i sindacati e la sinistra politica, sono buoni (quando gli riesce) solo a fare opposizione a cazzo campana.
Il dato più vergognoso che dovrebbe risaltare nella situazione non è il fallimento di Passera o Monti nel piazzare l'ormai ex stabilimento Alcoa in mano agli svizzeri, ma il fatto che questi ultimi abbiano tirato il culo indietro perché il governo (di ultra liberisti ricordiamolo bene) non gli ha potuto garantire un prezzo degli approvvigionamenti elettrici da qui a 10 anni (Cristo 10 anni!!!) fissato a 25€ a MWh ovvero 1/4 del prezzo di mercato!
A fronte di queste richieste sarebbero dovuti essere direttamente i sindacati a mandare a cagare gli elvetici (è bene ricordare che qualsiasi potenziale acquirente di Alcoa non dovrebbe fare nulla oltre il subentrare alla precedente amministrazione, investendo, quindi, praticamente nulla di tasca propria) reclamando soluzioni di salvataggio dell'azienda completamente antitetiche a questo capitalismo di rapina.

23/09/2012

ALCOA: dopo aver spremuto l'Italia se ne va

Ne è passato di tempo da quando gli operai avevano di fronte il padrone delle ferriere. Lo ignorano però i politici e sindacalisti che trattano la vicenda Alcoa solo come vertenza di lavoro, tacendo sulla reale identità della controparte. Che cos’è l’Aluminum Company of America?
Nata nel 1888 a Pittsburgh, è oggi leader mondiale nell’estrazione e raffinazione della bauxite e nella fabbricazione di alluminio e prodotti derivati. Gli Stati uniti hanno però poca bauxite, i cui giacimenti si concentrano in Sudamerica, Africa, Russia, Cina, Sud-Est asiatico e Australia. L’Alcoa ha quindi sempre cercato di accaparrarsi la materia prima, ovunque e comunque. La sua storia è perciò intessuta con quella dell’imperialismo Usa.
Non a caso, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia in Indonesia nel 1965, con il massacro di oltre un milione di persone, fu l’Alcoa a ottenere dal dittatore Suharto la più grossa fetta della bauxite indonesiana. Fu ancora l’Alcoa che, dopo il colpo di stato organizzato dalla Cia in Cile nel 1973, riottenne da Pinochet il controllo della bauxite, nazionalizzata da Allende.  Non è neppure un caso che il presidente del Paraguay, l’ex vescovo Fernando Lugo, che voleva nazionalizzare le miniere di bauxite dell’Alcoa, sia stato destituito lo scorso giugno con un golpe bianco organizzato dalla Cia.
Il potere dell’Alcoa, che possiede oltre 200 impianti in 31 paesi di tutti i continenti, va ben oltre l’attività industriale. Come emerso da Wikileaks, dietro l’Alcoa ci sono le più forti oligarchie finanziarie Usa, dalla Citicorp alla Goldman Sachs (di cui Monti è stato consulente internazionale). C’è il complesso militare-industriale: l’Alcoa Defense, il cui fatturato è in forte crescita, fabbrica speciali leghe di alluminio per missili, droni, blindati, navi e aerei da guerra. Per i caccia F-35 produce elementi strutturali di primaria importanza (trasversali alla fusoliera in corrispondenza delle ali e interni alle ali).
In tale quadro di poteri forti è maturata la decisione strategica  dell’Alcoa, dovuta a ragioni non solo economiche ma politico-militari: quella di realizzare in Arabia Saudita il più grande ed economico impianto integrato per la produzione di alluminio. Nel maxi impianto, che entrerà in funzione l’anno prossimo con energia e manodopera (soprattutto immigrata) a basso costo, sarà trasferita anche la produzione Alcoa di Portovesme e forse di Fusina.
Si conclude così l’operazione varata e perfezionata dai governi Dini, Prodi e D’Alema. Nel 1996 l’Italia cedette all’Alcoa il gruppo Alumix a partecipazione statale, base dell’industria nazionale dell’alluminio, quindi le fornì tramite l’Enel energia elettrica a prezzi fortemente scontati. Tale agevolazione, concessa tramite rimborsi anche dai successivi governi (Amato, Prodi e Berlusconi), è stata pagata dagli utenti italiani con un aggravio delle bollette per miliardi di euro, finiti nelle casse dell’Alcoa.
Spremuto il limone, l’Alcoa se ne va. Lasciandosi alle spalle non solo lavoratori sul lastrico, ma danni ambientali e sanitari provocati da emissioni chimiche e rifiuti di lavorazione, che richiedono altri esborsi di denaro pubblico. Non tutto è perduto però: l’alluminio Alcoa tornerà in Italia. Dentro gli F-35, che ci costeranno  altri miliardi di euro.

Manlio Dinucci
tratto da Il Manifesto del 18 settembre 2012

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