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21/03/2026

La “tigre di carta” e gli artigli sul mondo

C’è giusto un po’ di confusione nel delirio che sta caratterizzando le scelte strategiche e le decisioni tattiche di quello che, solo qualche mese fa, era “l’Occidente euro-atlantico”.

Nel breve volgere di poche ore abbiamo avuto sei-paesi-sei (Francia, Germania, Olanda, Italia, Giappone e Gran Bretagna) che si sono offerti di dare una mano per riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran come misura di “guerra asimmetrica”, ma preferibilmente dopo un cessate il fuoco stabile.

I cinque europei di questa lista fanno anche parte – e importante – della Nato, che però nella giornata di ieri ha deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq (dopo 23 anni) a causa dei molteplici attacchi cui sono sottoposte a seguito della guerra nel Golfo Persico. Un segnale, diciamo, decisamente di segno opposto.

“Si tratta di un ritiro temporaneo. Sono preoccupati per la situazione”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza Alisson Hart. “Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione Nato in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza”. E la migliore sicurezza possibile si trova nel togliersi dai piedi...

Contemporaneamente il presidente Donald Trump si è scagliato proprio contro gli alleati nella Nato – di cui gli USA sono l’elemento-guida sin dalla nascita – per il fatto che nessuno dei paesi da lui citati si sia mostrato entusiasta di contribuire a sbloccare subito lo Stretto di Hormuz, definendoli letteralmente “codardi” e minacciando “ce ne ricorderemo”.

“Senza gli Stati Uniti, la NATO è una tigre di carta!”, ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio”. Diciamo che Trump ha scomodato Mao Zedong un po’ inconsapevolmente, confessando però, senza volerlo, un’impotenza storica che in qualche modo il Grande Timoniere aveva compreso...

Fermamente convinto – forse – di essere comunque un “vincente” che può imporre la propria volontà a tutti, Trump è però costretto a scoprire che qualsiasi cosa faccia o dica produce risultati che gli si ritorcono immediatamente contro. Perché agire unilateralmente in un mondo complesso significa mettere in moto ad ogni passo una catena di effetti in gran parte incontrollabile persino quando sono – ognuno singolarmente – prevedibili.

Ad esempio, il prezzo del petrolio e del gas. Scatenando una guerra nell’area più ricca di idrocarburi si doveva sapere che la prima conseguenza sarebbe stata il rialzo drastico dei prezzi. Ma poiché anche gli Usa sono un paese produttore, per quanto ormai solo con giacimenti di scisto molto costosi da sfruttare (costo di produzione intorno ai 50-60 dollari al barile), il problema è stato visto come una mezza soluzione: “ci faremo un sacco di soldi!”

In teoria sì, ma solo come produttore. Siccome però sei il presidente di un paese con quasi 350 milioni di abitanti, con un territorio estesissimo e grandi distanze da coprire anche solo per andare al lavoro, quell’“extraprofitto” di quasi il 30% come produttore significa immediatamente anche una corrispondente spesa supplementare per i cittadini-consumatori. Che dovrebbero votarti tra pochi mesi nelle elezioni di midterm.

È finita? No, naturalmente. Si potrebbe pensare che comunque saranno rimaste contente almeno le compagnie petrolifere statunitensi, premiate da un insperato aumento dei prezzi. E invece no, neanche loro.

Proprio la necessità di tranquillizzare i cittadini-consumatori statunitensi e i mercati di tutto il mondo, ha spinto Trump ad assicurare che la guerra finirà comunque presto, e “quando tutto questo sarà finito, i prezzi del petrolio crolleranno molto, molto rapidamente.

Ma questo messaggio contrasta frontalmente con l’altro che lo stesso Trump aveva ripetuto all’inizio del nuovo mandato: “Drill, drill, drill”. Ossia “Trivellate! Aprire nuovi pozzi di estrazione”. Ma trivellare significa fare investimenti, ossia perdere soldi nell’immediato. E oggi i petrolieri gli fanno notare che «Il Segretario del Tesoro Scott Bessent afferma che i prezzi del petrolio caleranno tra qualche mese. Ci vogliono diversi mesi per allestire una piattaforma di perforazione e iniziare a trivellare da zero. Perché dovrei espandere la mia campagna di trivellazione ora, se i prezzi crolleranno?».

It’s the economy, stupid!

La frustrazione dell’impero è palpabile e rischia di scaricarsi in una nuova tappa dell’escalation, invece che – come auspicato ormai anche dalla maggioranza straripante del Mondo e della stessa America – nella ricerca di una via d’uscita possibilmente rapida.

Si sommano le notizie circa l’invio di qualche migliaio di marines, probabilmente per assaltare l’isola di Kharg, terminale petrolifero del 90% della produzione iraniana. Non sarebbe un’impresa impossibile, militarmente, ma sarebbe una bomba atomica in un mercato del greggio già disastrato (persino Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, ha definito questa guerra come «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia»).

Non ci sarebbe neanche il dubbio su come reagirebbe l’Iran, che appare tutt’altro che svuotato di energie, droni e missili.

Ma non basta ancora. Rompendo forse definitivamente gli equilibrismi obbligati tra l’adesione alla Nato e le nostalgie dell’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha schierato la Turchia e il suo esercito – il secondo per dimensioni nell’Alleanza atlantica, ed anche il secondo più abituato a combattere – in una nuova e imprevista configurazione strategica, di cui nessuno aveva avuto pienamente sentore.

Parlando nella sua città natale, Rize, sulla costa del Mar Nero, nel venerdì di chiusura del Ramadan, ha detto quel che sembrava indicibile al di fuori delle formazioni islamiste più radicali: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia e migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.

Gli unici musulmani sunniti fin qui apertamente schierati contro Israele erano i palestinesi, ma più per la politica genocida dell’occupazione che non per scelta “religiosa” (erano il popolo arabo più laico e tollerante, prima della Nakba). L’“asse della Resistenza” unisce da anni soltanto gli sciiti (maggioritari in Iran, in gran parte dell’Iraq, nello Yemen, ma con forti comunità anche nei paesi del Golfo, oltre che in Siria e Libano).

Ma qui abbiamo ora un paese della Nato, piazzato in Medio Oriente, che invoca il fulmine divino sul pilastro sionista dell’Occidente nella regione. Se vi sembra un particolare irrilevante... 

A quanto pare la politica terroristica di Israele sta facendo maturare l’ostilità radicale anche tra i sunniti che governano (nei popoli era già straripante, come ha potuto verificare ogni turista), ponendo le basi per una prima impensabile sintonia tra i musulmani. Sono due miliardi, il 25% della popolazione mondiale. Qualcuno – ad esempio il Pakistan – persino con l’atomica.

Le contraddizioni dell’imperialismo brillano negli sfrondoni di Trump, ma non c’è nulla da ridere. Al bivio tra escalation e via d’uscita si gioca la storia del mondo. E della sopravvivenza dell’umanità.

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