Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Schizofrenia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Schizofrenia. Mostra tutti i post

07/09/2026

Fantascienza e schizofrenia

di Fabio Malagnini

David Lapoujade, Mondi che cadono a pezzi: Versioni di Philip K. Dick, trad. Claudio D’Aurizio, Einaudi, pp. 176, euro 19,00

Nei romanzi di  Philip K. Dick, come in quelli di  William Burroughs jr. , non esistono droghe leggere. È prerogativa degli spacciatori, come di Dio, presidiare le porte della percezione che immettono direttamente in un’altra realtà. Droga e religione, condividono entrambe il potere di creare da zero nuovi mondi, che si terranno in piedi per lo più grazie al massiccio ricorso a tecniche psicologiche come telepatia, pubblicità subliminale, poteri paranormali, implementazione di falsi ricordi, attacchi mentali, manipolazioni psichiche, mediatiche, politiche.

Per Lapoujade se la fantascienza parla attraverso i mondi narrativi che immagina e costruisce, e non attraverso i suoi personaggi, che in genere funzionano come sonde, la specialità di Dick è quella di creare mondi che cadono letteralmente a pezzi, universi intrinsecamente instabili, privi di una base abbastanza solida per reggersi da soli. Se è diventato un luogo comune piuttosto trito sottolineare il carattere “ontologico” dei suoi romanzi, osserviamo invece che la questione – “Cos’è la realtà?” – non si presenta per Dick come dilemma metafisico, ma nel contesto clinico della follia e del delirio. I suoi mondi non sono mondi paralleli, alternativi e chiusi, ma universi che si intersecano e che interferiscono tra loro, in cui la psiche dei protagonisti lotta per imporre o preservare la propria realtà: “La guerra dei mondi è allo stesso tempo una lotta contro la follia”. Per il teorico francese la visione di Dick anticiperebbe anzi quella che Deleuze e Guattari descrivono ne L’Anti-Edipo e in Mille piani, i due volumi di Capitalismo e schizofrenia, di un mondo attraversato da flussi di desiderio e abitato da molteplicità rizomatiche, dove non è mai esistita un’unica realtà normativa.

Il saggio di David Lapoujade, che non intende essere l’ennesimo omaggio allo scrittore, può forse essere letto come un’estensione della schizoanalisi deleuziana a un autore che avrebbe espresso concetti molto simili attraverso la letteratura di genere. La tesi non è nuova ma se, stando alla nota definizione di Erik Davis, Dick sarebbe un “filosofo da garage”, per Lapoujade emerge invece, senza mezzi termini, come il pensatore che, in largo anticipo sulla filosofia continentale, ha diagnosticato in un colpo solo le società di controllo, la falsificazione della realtà prodotta dal capitalismo cibernetico e la patologizzazione della vita politica (esemplificata nella figura di Nixon).

Se i mondi di Dick si sovrappongono e collassano, è quindi perché le categorie classiche del pensiero razionale a loro volta si disintegrano. Ne La svastica sul sole (The Man in the High Castle), per fare un esempio tra i più noti, Dick sostituisce la causalità con la nozione junghiana di “sincronicità”, veicolata dall’oracolo dell’I Ching. Gli eventi non risultano collegati da cause ed effetti fisici, ma da coincidenze significative e configurazioni momentanee del mondo che sfuggono alla razionalità. Con il concetto di causalità viene meno anche il principio di identità, l’io si rivela frammentato, infestato da entità aliene, droghe, falsi ricordi o dissociato tra i due emisferi cerebrali (come in Un oscuro scrutare, traduzione di A Scanner Darkly). Questo sbriciolamento dell’identità troverà anni dopo il suo corrispettivo nella decostruzione deleuziana del soggetto. Il personaggio dickiano che non sa più se è umano o androide coincide con il soggetto schizoide descritto nell’Anti-Edipo, deterritorializzato e privo di un identità fissa.

Ma torniamo ai mondi dickiani, condannati a un’instabilità strutturale appaiono segnati da un deterioramento inesorabile. Il tempo stesso può invecchiare, e vediamo macchine regredire a stadi tecnologici precedenti, mentre tutto si trasforma in polvere, detriti (“gubbish”, “kipple”). Il richiamo allo stato inorganico, qui descritto come il “mondo-tomba” entropico della psicosi, in cui ogni futuro scompare riassorbito da un presente  indifferenziato, si ricollega al concetto freudiano di “Istinto di morte” (Thanatos) che Deleuze e Guattari hanno in seguito reinterpretato nel “Corpo Senza Organi” (CsO), una massa che rifiuta l’organizzazione e le articolazioni dell’organismo. Nella narrazione dickiana si tratta di una condizione aperta nei suoi esiti, se da un lato può condurre alla paranoia autoritaria e alla smania d’ordine, protofascista, dall’altro lato, la sua disorganizzazione può fare leva su nuove intensità improduttive e rappresentare una forza liberatrice.

I “falsi” mondi di Dick sono notoriamente lo specchio dell’America degli anni ’50 e ’60:  televisione, pubblicità, Disneyland, urbanizzazione della California, sono ologrammi sociali elevati da poteri politici e mega corporation. Per Lapoujade questi “falsi” universi in cui “devi pagare per essere ridotto in schiavitù”, non solo costituiscono un punto di contatto tra  narrativa dickiana e l’estetica della Pop Art (Warhol, Lichtenstein), dove la falsità e l’artificio diventano la realtà stessa, riproducendosi all’infinito, ma anticiperebbero anche la diagnosi de L’Anti-Edipo e Millepiani: il capitalismo deterritorializza mentre intercetta flussi e desideri, attraverso il controllo cibernetico e il consumo mediatico.

In un mondo fasullo, anche l’androide dickiano non è altri che l’essere umano ridotto ad automa obbediente e iper-razionale, dominato dall’emisfero sinistro del cervello, che controlla competenza linguistica, calcolo, pensiero algoritmico e “digitale”, ma completamente privo di empatia. Alla programmazione dell’umano si oppone nel contesto clinico l’ascesa della malattia mentale che Dick riconduce a due patologie emergenti e chiaramente divergenti, paranoia e schizofrenia. Infatti, mentre il paranoico soccombe al desiderio nostalgico di riterritorializzare il proprio mondo, per mantenerlo sotto un principio d’ordine, lo schizofrenico per Dick risulta al contrario una presenza  caotica, con risvolti spesso tragicomici, a indicare la possibile “linea di fuga” dai “falsi” mondi e dai codici oppressivi.

Nei romanzi di Dick, questa “linea di fuga” coincide in genere con la figura del bricoleur, del riparatore, dell’artigiano o del venditore di dischi, contrapposta a quella, rigida e tecnocratica, dell’ingegnere che pianifica sulla base di astrazioni e modelli di conoscenza gerarchica. Il bricoleur si distanzia anche antropologicamente dalla mentalità “tecnica” e, soprattutto, dal controllo logico formale della cibernetica, usa invece “ciò che ha a portata di mano” per rattoppare, riciclare e deviare gli oggetti dalla loro destinazione prevista. È un essere ordinario che, spinto da una conoscenza materiale e da una consapevolezza prevalentemente intuitiva, si trova a dover rimettere insieme i frammenti di un universo crollato. In termini deleuziani, il pensatore nomade, lo schizzo che si aggira assemblando “macchine desideranti”.

In conclusione, come Deleuze ha creato nuove connessioni con il pensiero di Hume, Nietzsche, Kant, Dick stesso è a sua volta un bricoleur che utilizza i mitemi della fantascienza (alieni, astronavi, androidi, ecc.) dentro a contesti come I Ching o la psicanalisi junghiana, non per connotare in senso postmoderno un genere già iper codificato, ma per armare una prospettiva che intende al tempo stesso come clinica e critica.

Fonte 

21/03/2026

La “tigre di carta” e gli artigli sul mondo

C’è giusto un po’ di confusione nel delirio che sta caratterizzando le scelte strategiche e le decisioni tattiche di quello che, solo qualche mese fa, era “l’Occidente euro-atlantico”.

Nel breve volgere di poche ore abbiamo avuto sei-paesi-sei (Francia, Germania, Olanda, Italia, Giappone e Gran Bretagna) che si sono offerti di dare una mano per riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran come misura di “guerra asimmetrica”, ma preferibilmente dopo un cessate il fuoco stabile.

I cinque europei di questa lista fanno anche parte – e importante – della Nato, che però nella giornata di ieri ha deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq (dopo 23 anni) a causa dei molteplici attacchi cui sono sottoposte a seguito della guerra nel Golfo Persico. Un segnale, diciamo, decisamente di segno opposto.

“Si tratta di un ritiro temporaneo. Sono preoccupati per la situazione”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza Alisson Hart. “Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione Nato in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza”. E la migliore sicurezza possibile si trova nel togliersi dai piedi...

Contemporaneamente il presidente Donald Trump si è scagliato proprio contro gli alleati nella Nato – di cui gli USA sono l’elemento-guida sin dalla nascita – per il fatto che nessuno dei paesi da lui citati si sia mostrato entusiasta di contribuire a sbloccare subito lo Stretto di Hormuz, definendoli letteralmente “codardi” e minacciando “ce ne ricorderemo”.

“Senza gli Stati Uniti, la NATO è una tigre di carta!”, ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio”. Diciamo che Trump ha scomodato Mao Zedong un po’ inconsapevolmente, confessando però, senza volerlo, un’impotenza storica che in qualche modo il Grande Timoniere aveva compreso...

Fermamente convinto – forse – di essere comunque un “vincente” che può imporre la propria volontà a tutti, Trump è però costretto a scoprire che qualsiasi cosa faccia o dica produce risultati che gli si ritorcono immediatamente contro. Perché agire unilateralmente in un mondo complesso significa mettere in moto ad ogni passo una catena di effetti in gran parte incontrollabile persino quando sono – ognuno singolarmente – prevedibili.

Ad esempio, il prezzo del petrolio e del gas. Scatenando una guerra nell’area più ricca di idrocarburi si doveva sapere che la prima conseguenza sarebbe stata il rialzo drastico dei prezzi. Ma poiché anche gli Usa sono un paese produttore, per quanto ormai solo con giacimenti di scisto molto costosi da sfruttare (costo di produzione intorno ai 50-60 dollari al barile), il problema è stato visto come una mezza soluzione: “ci faremo un sacco di soldi!”

In teoria sì, ma solo come produttore. Siccome però sei il presidente di un paese con quasi 350 milioni di abitanti, con un territorio estesissimo e grandi distanze da coprire anche solo per andare al lavoro, quell’“extraprofitto” di quasi il 30% come produttore significa immediatamente anche una corrispondente spesa supplementare per i cittadini-consumatori. Che dovrebbero votarti tra pochi mesi nelle elezioni di midterm.

È finita? No, naturalmente. Si potrebbe pensare che comunque saranno rimaste contente almeno le compagnie petrolifere statunitensi, premiate da un insperato aumento dei prezzi. E invece no, neanche loro.

Proprio la necessità di tranquillizzare i cittadini-consumatori statunitensi e i mercati di tutto il mondo, ha spinto Trump ad assicurare che la guerra finirà comunque presto, e “quando tutto questo sarà finito, i prezzi del petrolio crolleranno molto, molto rapidamente”.

Ma questo messaggio contrasta frontalmente con l’altro che lo stesso Trump aveva ripetuto all’inizio del nuovo mandato: “Drill, drill, drill”. Ossia “Trivellate! Aprire nuovi pozzi di estrazione”. Ma trivellare significa fare investimenti, ossia perdere soldi nell’immediato. E oggi i petrolieri gli fanno notare che «Il Segretario del Tesoro Scott Bessent afferma che i prezzi del petrolio caleranno tra qualche mese. Ci vogliono diversi mesi per allestire una piattaforma di perforazione e iniziare a trivellare da zero. Perché dovrei espandere la mia campagna di trivellazione ora, se i prezzi crolleranno?».

It’s the economy, stupid!

La frustrazione dell’impero è palpabile e rischia di scaricarsi in una nuova tappa dell’escalation, invece che – come auspicato ormai anche dalla maggioranza straripante del Mondo e della stessa America – nella ricerca di una via d’uscita possibilmente rapida.

Si sommano le notizie circa l’invio di qualche migliaio di marines, probabilmente per assaltare l’isola di Kharg, terminale petrolifero del 90% della produzione iraniana. Non sarebbe un’impresa impossibile, militarmente, ma sarebbe una bomba atomica in un mercato del greggio già disastrato (persino Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, ha definito questa guerra come «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia»).

Non ci sarebbe neanche il dubbio su come reagirebbe l’Iran, che appare tutt’altro che svuotato di energie, droni e missili.

Ma non basta ancora. Rompendo forse definitivamente gli equilibrismi obbligati tra l’adesione alla Nato e le nostalgie dell’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha schierato la Turchia e il suo esercito – il secondo per dimensioni nell’Alleanza atlantica, ed anche il secondo più abituato a combattere – in una nuova e imprevista configurazione strategica, di cui nessuno aveva avuto pienamente sentore.

Parlando nella sua città natale, Rize, sulla costa del Mar Nero, nel venerdì di chiusura del Ramadan, ha detto quel che sembrava indicibile al di fuori delle formazioni islamiste più radicali: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia e migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.

Gli unici musulmani sunniti fin qui apertamente schierati contro Israele erano i palestinesi, ma più per la politica genocida dell’occupazione che non per scelta “religiosa” (erano il popolo arabo più laico e tollerante, prima della Nakba). L’“asse della Resistenza” unisce da anni soltanto gli sciiti (maggioritari in Iran, in gran parte dell’Iraq, nello Yemen, ma con forti comunità anche nei paesi del Golfo, oltre che in Siria e Libano).

Ma qui abbiamo ora un paese della Nato, piazzato in Medio Oriente, che invoca il fulmine divino sul pilastro sionista dell’Occidente nella regione. Se vi sembra un particolare irrilevante... 

A quanto pare la politica terroristica di Israele sta facendo maturare l’ostilità radicale anche tra i sunniti che governano (nei popoli era già straripante, come ha potuto verificare ogni turista), ponendo le basi per una prima impensabile sintonia tra i musulmani. Sono due miliardi, il 25% della popolazione mondiale. Qualcuno – ad esempio il Pakistan – persino con l’atomica.

Le contraddizioni dell’imperialismo brillano negli sfrondoni di Trump, ma non c’è nulla da ridere. Al bivio tra escalation e via d’uscita si gioca la storia del mondo. E della sopravvivenza dell’umanità.

Fonte

12/01/2026

“Volenterosi” in Groenlandia, ma “contro russi e cinesi”

Se non ci fossero in ballo questioni molto serie ci sarebbe solo da ridere. Un continente «vecchio» ormai non solo di nome, ma tuttora intriso di colonialismo suprematista fuori tempo, prova a districarsi nella tenaglia che ha costruito con le proprie mani: guerra con la Russia, in Ucraina, crisi industriale ed economica (l’austerità è stata un suicidio collettivo, ma continua a dominare), abbandono da parte del padrone statunitense che ora minaccia di trattarlo quasi come il Venezuela o la Nigeria. Ma lo fa in forma così comica da costringere ad interrogarsi sulla stabilità mentale dei suoi dirigenti politici.

Sapete tutti che Trump, un giorno sì e l’altro pure, ripete che «la Groenlandia ci serve». Un giorno perché potenzialmente piena di materie prime interessanti, l’altro perché “Se non la prendiamo noi lo faranno la Russia o la Cina, e non permetterò che accada”.

Il motivo vero è ovviamente il primo – risorse che portano soldi facili e relativamente presto, al contrario della ri-localizzazione degli stabilimenti industriali – ma tutto fa brodo nella sua propaganda.

Sapete anche che la Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con una grande autonomia, e dunque è parte integrante dell’Unione Europea, ha come moneta la corona danese (l’euro non ha convinto quella stramba “monarchia democratica”), sta già dentro la Nato e ospita basi Usa.

Risolvere la questione «militare» tra alleati veri sarebbe facile, ma se il motivo è economico-minerario il problema diventa irrisolvibile. Tant’è vero che lo stesso Trump emana il suo ordine: “Certo, mi piacerebbe molto stringere un accordo con loro [gli europei, ndr]. Sarebbe più semplice. Ma in un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia”. Minaccia l’uso della forza per averla ad un prezzo minore, certo (ultima offerta nota è dare tra 10.000 e centomila dollari ad ogni abitante, in pratica 3 o 4 miliardi di dollari), ma la pressione cresce.

E cosa fanno a quel punto gli «europei», che sarebbero in teoria i membri della UE? Si fanno dirigere dalla Gran Bretagna – che dalla UE è uscita con la Brexit – per metter su un contingente militare da inviare appunto in Groenlandia.

Sarebbe un “notizione”, se lo facessero per impedire a Trump di appropriarsi dell’isola di ghiaccio o soltanto per mostrarsi risoluti in tal senso. Invece no, dicono di volerlo fare per contrastare meglio le navi militari… russe e cinesi intorno alla Groenlandia. Ovvio che non vogliono esplicitamente contrapporsi alle mire Usa, ma prendono per buona la «minaccia esterna» facendo mostra di essere pronti a battersi senza che l’America debba insediarsi sull’isola.

Peccato che gli interessi divergenti tra i vari paesi membri facciano uscire fuori subito problemi e contraddizioni da comica finale.

Intanto perché le navi cinesi e russe non le ha viste nessuno, da quelle parti. Il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha spiegato che “C’è attività russa nei nostri dintorni, ma pochissima lì”, lasciando intendere che, se c’è un Paese con reali motivi di preoccupazione, quello è la Norvegia. Del resto confina con la Russia e per arrivare nel porto di Murmansk le navi russe – civili o militari – devono per forza passare davanti alle sue coste. Non proprio vicine alla Groenlandia

Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha a sua volta dichiarato che “l’ordine mondiale basato sulle regole è minacciato come non lo era da decenni”, aggiungendo di non condividere affatto l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela e della Groenlandia.

Il pacchetto di truppe dei «volenterosi» – i soliti: Gran Bretagna Francia, Germania – dovrebbe dunque essere inviato sull’isola per dimostrare a Trump di esser capaci di difenderla da soli. E quello, giustamente, ride... 

Prigionieri della propria impotenza e costretti ad attenersi alla vecchia «narrazione» – “il nemico” è a est o a sud, è russo o islamico – pensano a schierarsi mostrando la terga al «nuovo nemico» che arriva da ovest... 

L’esito di questa commedia è l’unica cosa certa. Per i popoli e i lavoratori d’Europa alla tragedia si aggiunge la farsa...

Fonte

31/10/2025

Mala tempora currunt

di Sandro Moiso

Don’t let this shakes go on,
It’s time we have a break from it
It’s time we had some leave
We’ve been livin’ in the flames,
We’ve been eatin’ out our brains
Oh, please, don’t let these shakes go on

(Veteran of the Psychic Wars, 1981 –
Testo: Michael Moorcock. Musica: Blue Oyster Cult)

Che per l’Occidente e gli Stati Uniti, in particolare, siano tempi grevi lo dimostrano non soltanto i fallimentari piani di pace di Trump e le sue sbiadite minacce oppure la passività dei governi europei nei confronti dello stesso o, ancora, i paranoici timori per una possibile aggressione russa ai paesi della Nato e per le interminabile a trionfalistiche parate militari cinesi.

No, il male oscuro che lo agita è ancora più profondo e non è riassumibile assegnando colpe a governi di destra, centro o sinistra, populisti o meno, come a molti giornalisti e osservatori superficiali piace fare, illudendosi così di avere ancora a disposizione spiegazioni e risposte che, in realtà, non hanno e non possono più avere. E anche se la crisi di accumulazione del capitale, già più vicina a spiegare l’attuale tendenza alla guerra e al suicidio politico collettivo della land of freedom occidentale e liberale, permette di fare qualche passo verso una più concreta analisi del problema, anch’essa non è sufficiente a risolvere l’enigma di un Occidente lanciato, come un treno senza conduttori e frenatori, verso la catastrofe.

Ma se è vero, come afferma Chuck Palahniuk, nel suo romanzo Soffocare, che «l’irreale è più potente del reale, perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione», allora il più recente lavoro cinematografico di Paul Thomas Anderson (classe 1970), Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) uscito il 25 settembre nelle sale, può costituire un eccellente punto di partenza per iniziare ad affrontare il problema.

Un punto di vista grottesco, cinico, spietato ed esilarante allo stesso tempo, che non fa sconti a nessuno: né ai suprematisti bianchi e ai loro rappresentanti politici istituzionali, né ai governi ombra che sembrano muoversi alle spalle di una già di per sé intricatissima realtà, ma nemmeno alle pretese rivoluzionarie di chi ha fatto strame, letteralmente, della lotta armata contro il “sistema”, attraverso tradimenti e complicazioni burocratiche dettate dalla stessa clandestinità e da parole d’ordine che servono soltanto a rendere drammaticamente ridicola e inutilmente complessa l’azione che si vorrebbe portare a termine, così come la causa “rivoluzionaria” che dovrebbe giustificarla con le sue, spesso, altrettanto ridicole proposizioni teoriche.

Non a caso, la trama del film si basa su una sceneggiatura che rielabora, aggiornandole, le vicende contenute nel quarto romanzo, Vineland (1990), dello scrittore americano Thomas Pynchon1, sicuramente uno dei maestri e più illustri esponenti della letteratura statunitense degli ultimi decenni. Lo stesso scrittore di cui, già in passato, Anderson aveva utilizzato un romanzo, cronologicamente più recente rispetto a Vineland, per una sua opera cinematografica del 2014: Vizio di forma2.

Anche per quello il substrato era rappresentato dalla California degli anni Settanta, con affiliati alla Fatellanza ariana, militanti delle Pantere nere, Richard Nixon e Charles Manson, insieme ad una banda di hippie e surfisti dediti all’uso di svariate droghe, psichedeliche e non. Due Americhe, quella di allora e quella di un presente straordinariamente ambivalente dal punto di vista temporale, che, nella cinematografia di Anderson e nell’opera di Thomas Pynchon continuano e riflettersi una nell’altra, attraverso un gioco di specchi deformanti, come in una casa dei fantasmi di un allucinato luna park.

Pur non essendo possibile approfondire maggiormente il discorso sull’opera di Pynchon (classe 1937), per ragioni spazio, occorre però almeno ricordare che, pur essendo considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, Pynchon è rimasto sempre volontariamente lontano da qualsiasi forma di mondanità e celebrità mediatica, celando ostinatamente il proprio volto alla fame di immagini che la società dello spettacolo impone. Tanto da far sì che, nel suo classico stile pop e irridente del business mediatico, il grande pubblico ha potuto ascoltare la sua vera voce soltanto in un episodio della serie animata I Simpson, mentre veniva raffigurato con nome e cognome, ma con il volto coperto da un sacchetto di carta.

Lo scrittore, in comune con Anderson, esibisce certamente un non dissimulato fastidio per la rappresentazione realistica della società e della storia americana recente. Opponendo alle verità “certificate” dall’ideologia, dalla “storia” o dalla propaganda, mediatica e politica, uno sguardo disincantato, la cui lucidità trova lo spazio più adatto per manifestarsi nel paradosso e nella fantasia scatenata piuttosto che nell’analisi di stampo sociologico.

Nel caso del film Il petroliere, con cui nel 2007 aveva vinto l’Orso d’argento al festival di Berlino come miglior regista, però, Anderson aveva preso spunto da un romanzo di Upton Sinclair, Oil! (Petrolio!), pubblicato negli Stati Uniti nel 1927 e mai tradotto in Italia, che si ispirava alla vita e alle imprese dei baroni del petrolio Edward Doheny e Harry Sinclair, ma soltanto per modificarlo radicalmente per una buona parte delle vicende narrate. Lavoro cinematografico per il quale aveva proposto e ottenuto come titolo: There will be blood, poiché sentiva che non c’era abbastanza del libro per trattarlo come se fosse un adattamento adeguato del romanzo.

Prima di scegliere quel titolo e quella trama, ampiamente modificata nel corso della realizzazione del film, Anderson aveva letto tutte, o quasi, le opere di Sinclair Lewis, la più famosa delle quali rimane La giungla (The Jungle, 1906), tradotta e pubblicata in Italia da Mondadori. Tutte opere in cui sia le vicende che la loro ambientazione erano funzionali alla denuncia delle malefatte sociali, politiche ed economiche del capitalismo americano.

Tanto da far sì che l’opera di Sinclair, insieme a quella di Frank Norris, sia stata sempre associata alle migliori espressioni della letteratura, della saggistica e delle inchieste giornalistiche dei cosiddetti muckrakers, giornalisti, scrittori e fotografi riformisti degli Stati Uniti che, tra il 1890 e il 1920, denunciavano con veemenza la corruzione e le malefatte nelle istituzioni economiche e politiche, spesso per mezzo di pubblicazioni di carattere sensazionalistico.

Le riviste di muckraking si scontrarono così con i monopoli aziendali e i loro rappresentanti politici, mentre cercavano di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della povertà urbana, delle condizioni di lavoro insicure, della prostituzione e del lavoro minorile. Cosicché, ancora oggi, nel linguaggio comune, il termine può riferirsi a giornalisti che “scavano in profondità nei fatti” o, se usato in senso peggiorativo, a coloro che cercano di causare scandalo e che, come un personaggio del classico Pilgrim’s Progress di John Bunyan, di fatto “rastrellano il letame”3.

Ma il “muckracking” che sembra indirizzare l’opera di Anderson, e anche di Pynchon, è più di carattere psichico che non economico e sociale o, almeno, se lo è dal punto di vista sociale lo è comunque dal punto di vista della psiche, non di un individuo ma collettiva. Un affare che, a ben pensarci, sembra pervadere la letteratura americana almeno fin dai tempi di Herman Melville, Edgar Allan Poe e Ambrose Bierce che, da punti di vista diversi e con differenti modalità stilistiche, esaminarono tutti il rapporto di una società, quella del Nuovo Mondo, con la morte, le sue paure, i suoi incubi, le sue mancate promesse e le sue fallimentari illusioni.

Un’attenzione ai più remoti meandri della mente collettiva di una intera nazione che difficilmente è altrettanto diffusa nelle altre espressioni della letteratura occidentale moderna, ma che caratterizza anche l’opera di tanti altri autori come Philip K. Dick, Mark Twain, fino a Bret Easton Ellis. Tutti al lavoro, insieme a numerosi altri autori, sulle infinite e possibili varianti di una psiche estremamente divisa e contraddittoria, sostanzialmente affetta da schizofrenia.

Di cui la diffusione dei serial killer e delle loro gesta efferate e sanguinarie non è che una delle possibili manifestazioni epifenomeniche. Insieme alle sparatorie nelle campagne, nelle chiese, nelle scuole, nei night, nei supermercati, negli stadi, nelle caserme o, più semplicemente, nelle strade delle città americane. Tutti comportamenti riconducibili a una nazione nata “schizofrenica”.

Partorita dalla prima rivoluzione coloniale contro gli imperi europei e trasformatasi via via nella maggior potenza imperiale. Basata su principi democratici che hanno informato le successive rivoluzioni europee ed extra europee di cui però è stata spesso la prima affossatrice. Ancorata a severi principi di eguaglianza giuridica, ma affetta dal razzismo più bieco. Abitata da immigrati di ogni parte del mondo e di diversa fede religiosa o politica fin dalla sua fondazione ma, oggi, avversa a qualsiasi forma di migrazione verso i suoi confini.

Divisa in una miriade di nazionalità che si è sforzata inutilmente di mescolare in un’unica Nazione. Una nazione in cui la libertà religiosa e di parola dovrebbe essere garantita dalla costituzione e dai suoi successivi emendamenti, ma che ancora oggi, e sempre di più, vede le chiese battiste e metodiste opporsi con virulenza a qualsiasi libertà di discorso che sia altro da quello bianco e cristiano. Una nazione che della wilderness e dei suoi magnifici panorami ha fatto una sorta di religione naturale, ma in cui i popoli aborigeni sono stati massacrati e imprigionati in nome del progresso. Progresso e attività estrattive per le quali la stessa Natura è stata devastata, violentata, ridotta a “parchi” in cui immaginare e rivivere un tempo che non esiste più.

Un paese dove le libertà individuali sono portate costantemente in palmo di mano, salvo poi proibire e vietare qualsiasi libertà di scelta delle donne e di genere più in generale. In cui esiste una classe operaia con una delle storie più battagliere dell’età contemporanea, ma che allo stesso tempo difende valori legati sostanzialmente al lavoro e alla valorizzazione del capitale.

Un groviglio di contraddizioni il cui sbocco sempre più probabile sembra essere quello di una guerra civile, causata più dalla follia collettiva che dalle contraddizioni di classe che, in fin dei conti, non sono altro che la manifestazione più evidente della schizofrenia della società che ancora si fonda sulle leggi del capitale. Un groviglio che permette così, ad autori come Anderson e Pynchon, di rilevare come non sia necessario «delineare appieno il colpevole o i colpevoli perché, in fondo, lo sono tutti. Per avere operato, per aver tentato o per aver anche solo semplicemente creduto» (qui). Motivo per cui anche il soprannome, Perfidia, scelto per la leader del gruppo French 75 che opera clandestinamente all’inizio del film, appare decisamente adatto.

Una nazione, ma forse un intero mondo, in cui tutti vivono illusoriamente un sogno di libertà che ognuno interpreta a proprio modo. Come presunto rivoluzionario oppure appartenente alla Fratellanza ariana; come membro di una comunità di Santi purificati discesa direttamente dall’immaginario razzista e religioso dei Padri Pellegrini o della umma dei Black Muslims; come parte di una comunità sempre e comunque offesa perché vede lesi diritti che, in realtà, sono solo e sempre stati promessi sulla carta, dalla celluloide delle pellicole hollywoodiane oppure nei dischi microsolco, ieri, o in rete, oggi.

Tutte schegge di un sogno infranto di libertà, uguaglianza, felicità e unicità, che non si ricompongono se non nell’immagine impazzita di un caleidoscopio pronto ad offrirne altre e di nuove ad ogni nuovo giro delle lenti contenute nello strumento, in cui le figure geometriche, simmetriche, colorate, generatesi dall’unione dell’immagine diretta dei frammenti e di quelle create dal loro riflesso negli specchi, mutano e cambiano colore e forma, senza mai ripetersi.

Ecco, il film, comunque bello e dagli interpreti spesso bravissimi (Sean Penn, Leonardo DiCaprio, Benicio del Toro e Chase Payne “Infiniti” soprattutto), caratterizzato da un anti-eroe sempre in vestaglia da camera, ritagliato sulla figura del Grande Lebowski dei fratelli Cohen, e da scelte narrative e stilistiche innovative4, di Anderson può essere riassunto così. Come l’immagine prodotta in un caleidoscopio dai frammenti di una società caduta, sia in alto che in basso, negli stessi tranelli che pensava di poter maneggiare con disinvolta destrezza.

E in cui a potersi salvare sembrano esser soltanto gli ultimi, i marginali: gli immigrati e i migranti obbligati ad organizzarsi per sopravvivere, anche per mezzo di una “ferrovia sotterranea” che ricorda quella dei tempi di una schiavitù mai davvero finita, e le giovani generazioni, obbligate a sperare e a lottare collettivamente, almeno per sopravvivere a ciò che un vecchio e bastardissimo sogno infranto ha lasciato loro in eredità. Come le recenti e meravigliose piazze Pro-Pal, ma non solo, sembrano confermare.

Note

1) T. Pynchon, Vineland, traduzione di Pier Francesco Paolini, Rizzoli, Milano, 1991 (prima edizione italiana) e con la medesima traduzione, ma aggiornata da Andrea Mattacheo, per la seconda edizione, uscita nella Collana ET Scrittori, Einaudi, Torino, 2021.  

2) Inherent Vice (2009), uscito in Italia nel 2011 per Giulio Einaudi editore, Torino.

3) Per maggiori delucidazioni sull’argomento si veda M. Maffi, Da che parte state. Narrazioni, conflitti sociali e “sogno americano” 1865-1920, Shake Edizioni, Milano 2024  

4) Si pensi soltanto all’autentica reinvenzione della più abusata trovata della cinematografia americana degli ultimi cinquant’anni, da Bullit in poi: l’inseguimento in auto lungo strade urbane oppure sprofondate in anonimi e vastissimi deserti.

Fonte

18/01/2024

Biodiversità come mito, biotecnologie come business

di Guido Salerno Aletta

La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all'avanguardia.

La prospettiva è di trasformare l'Europa in una sorta di Zoo.

Accanto all'obiettivo della "rinaturalizzazione" del territorio, creando delle vere e proprie isole in cui la Natura tornerà ad essere incontaminata, con le specie naturali libere di riprodursi e la biodiversità ad essere la regola, si pongono limiti sempre più stringenti all'agricoltura, giustificati dalla necessità di combattere l'abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall'altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell'allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l'abbattimento dei capi.

Il problema, in fondo, è uno solo: il passaggio che si è avuto dall'agricoltura tradizionale, quella condotta dai piccoli proprietari terrieri, a quella intensiva su base industriale in cui gli ettari ed i capi allevati si contano a migliaia. La maggiore produttività di quest'ultimo sistema ha spinto i piccoli agricoltori ed allevatori ad entrare in concorrenza spietata con le imprese di grandi dimensioni, adottando metodi di sfruttamento ancora più feroci nella coltivazione della terra e di alimentazione degli animali: solo così possono cercare di sopravvivere.

Le conseguenze in campo agricolo sono state devastanti: le tantissime varietà tradizionali sono state abbandonate a favore delle poche sementi sempre più produttive, messe a disposizione dalle multinazionali insieme ai necessari concimi chimici ed ai diserbanti. La Grande Distribuzione Organizzata, che domina il mercato alimentare, ha fatto anch'essa la sua parte: ha bisogno di standard qualitativi elevati, e soprattutto di varietà di frutta e di verdura che non marciscano velocemente tra il momento della raccolta e quello della vendita nei supermercati. A ritroso, questo ha reso necessario abbandonare le tante varietà agricole tradizionali, meno produttive e meno resistenti.

Questi sono i fattori che hanno ridotto la biodiversità in campo agricolo e nell'allevamento, creando un sistema ecologicamente non sostenibile ed economicamente penalizzante per i piccoli operatori. I margini di profitto si sono spostati a favore delle Multinazionali e della Grande Distribuzione.

Qui sta il paradosso di Bruxelles: per contrastare l'innegabile degrado dei terreni dal punto pedologico, l'inquinamento delle acque sotterranee e la riduzione delle varietà coltivate ed allevate, propone di ridurre le aree destinate ad uso agricolo. In pratica, si passa dai Parchi e dalle Riserve naturali alle Aree di Rinaturalizzazione.

La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all'agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all'agricoltura sostenibile e all'allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate.

Ed è paradossale il capovolgimento della logica secondo cui "Chi inquina, paga!": al consumatore, le carni o le uova da allevamento e da agricoltura biologica devono costare di meno, e non di più, rispetto a quelle che provengono da una filiera produttiva che abusa di mangimi industriali, di concimi chimici, di diserbanti e di pesticidi di ogni sorta.

Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l'allevamento tradizionale con la carne sintetica. Gli ecologisti sarebbero pure d'accordo: non ci sono solo le deiezioni degli animali che inquinano, ma c'è pure la CO2 che emettono a danneggiare l'ambiente!

In fondo, perché mai le Multinazionali delle biotecnologie si dovrebbero opporre alla strategia di "Rinaturalizzazione" del territorio? È questa scelta, solo apparentemente ecologica, che renderà invece necessarie tecniche produttive sempre più industrializzate ed artificiali mentre danneggia quelle agricole e di allevamento a basso impatto ambientale e che salvaguardano la vera biodiversità in campo alimentare.

Fonte

14/09/2020

L’ordoliberismo triste paralizza la BCE

Vivere nel terremoto non è esattamente la condizione normale per chi di mestiere fa il banchiere centrale. Ovvero per chi – per statuto mentale e compito istituzionale – è alla ricerca della “stabilità”. Dei prezzi, ossia di tutto (non vedono altro, in linea di principio).

Ma questi sono tempi di terremoti frequenti, lunghi, di magnitudine mai vista. E solo i ciechi non si sono accorti che da anni questi presunti “onniscienti” stanno camminando in territorio sconosciuto, prendendo di fatto decisioni che sconsiglierebbero ad altri.

E naturalmente questo modo di procedere facilita l’emersione di contrasti anche radicali, proprio nel gruppo di decisori che dovrebbe essere monolitico per definizione.

Non si era mai visto – neanche nei momenti di più acuto contrasto tra il governatore della Bundesbak, Jens Weidmann, e il presidente della Bce, Mario Draghi – che arrivassero “soffiate” a una delle principali agenzie specializzate del mondo (Bloomberg) pochi minuti prima della conferenza stampa ufficiale del presidente in carica.

La cosa ha sorpreso anche i più coriacei “europeisti” – come Federico Fubini, vicedirettore del Corriere – rivelando visioni differenti e ambizioni egemoniche teoricamente incompatibili con la retorica comunitaria. Al punto da dover confessare che “i falchi” (Germania, Olanda e gli alti “frugali con i soldi degli altri”) con questa mossa inusuale hanno inteso lanciare un chiaro segnale ai mercati, oltre che ai supposti partner: la Bce non si azzardi a seguire la linea adottata dalla Federal Reserve.

Una linea che in molti dell’establishment continuano a minimizzare come una “modesta novità”, a che rappresenta invece una rottura netta con 40 anni di monetarismo neoliberista: il tasso di inflazione al 2% annuo non è più l’obbiettivo fisso su cui manovrare la politica monetaria.

In pratica, la Fed ha dichiarato esplicitamente che per diversi anni lascerà i tassi di interesse a zero, anche se il tasso di inflazione dovesse salire sopra il vecchio limite, perché quel 2% sarà calcolato su una media mobile di diversi anni (senza neanche dire quanti).

Insomma: denaro a costo zero, a lungo, perché l’obbiettivo principale è far cresce l’occupazione statunitense e quindi prima di tutto l’economia reale di quel paese.

Le conseguenze sono state immediate: il dollaro ha ripreso a svalutarsi, e quindi a rendere più costose le importazioni di merci provenienti da altri paesi. Una mazzata sui denti per quelle macroaree – come l’Unione Europea – che negli ultimi 30 anni hanno fatto carte false e sforzi inauditi di “austerità” per trasformare il “modello sociale europeo” in una macchina votata alle esportazioni basate su bassi salari e diminuzione della spesa pubblica.

Una mazzata sui denti, per la precisione, a chi più di tutti ha voluto questa trasformazione – la Germania – per ridisegnare la divisione europea del lavoro in funzione delle proprie filiere produttive.

In astratto, un’area mercantilista come la Ue dovrebbe rispondere alla mossa della Fed con una mossa identica, fotocopiata. Dall’inizio dell’anno, infatti, il dollaro si è svalutato di quasi il 10%, con una forte accelerazione dopo la svolta della Fed.

Come si fa infatti ad esportare negli Usa (e altrove), specie nel bel mezzo di una crisi spaventosa, con prezzi crescenti a causa di una moneta che si rivaluta?

Peggio ancora: come si fa a inseguire un tasso di inflazione al 2% (obbiettivo anche della Bce) se le importazioni di merci a costo più basso (denominate in dollari) comprimono la dinamica dei prezzi (deflazione)?

Tutto, insomma, congiurerebbe a spingere la Germania a pretendere dalla Bce una politica monetaria ancora più espansiva, non meno.

Ma dio acceca coloro che vuol perdere... così Weidmann e gli altri “frugali” premono sulla debolissima Christine Lagarde perché non faccia proprio questo. Di fatto, preferiscono completare l’opera di distruzione/sussunzione di altre economie continentali, anche a rischio di prolungare all’infinito la crisi attuale. Che riguarda anche la Germania, come dicono tutti i dati...

È la stessa logia imposta/suggerita alla Commissione europea. Il “patto di stabilità”, e le relative misure di “austerità”, dovrebbe secondo i tedeschi essere immediatamente ripristinato non appena l’epidemia di Covid-19 sarà sconfitta. Anche se l’economia europea, a quel punto, sarà ben lontana dai livelli di Pil raggiunti in precedenza.

Con una “direzione politica” siffatta non si va lontano. E, per i paesi euromediterranei (Francia compresa) non c’è speranza.

La follia finale di questo “ordoliberismo triste” è che tanta ferocia nel tentativo di controllare le politiche monetarie e quelle di spesa dei singoli Stati viene esibita nel momento in cui le stesse banche centrali devono fare i conti con una minaccia mai vista al loro potere: le criptomonete di Stato, oltre a quelle “private”.

Tutti i poteri che sentono franare il terreno sotto i piedi reagiscono allo stesso modo...

Fonte

08/09/2020

Crollano i consumi, ma che strano...

La schizofrenia sta diventando una malattia pericolosa. Perché ha colpito la classe dirigente di questo paese, la parte politica ma ancor più quella “imprenditoriale”. Dunque è pericolosa perché porta a prendere decisioni di politica economica che provocano disastri, invece che risolvere i problemi.

Prendiamo una notizia di stamattina: l’Istat ha comunicato che nel mese di luglio 2020 le vendite al dettaglio sono calate rispetto a giugno del 2,2% in valore e del 3,1% in volume.

Un disastro, specie se ci si ricorda che in luglio le misure del lockdown erano ormai un ricordo, con la gente che doveva sforzarsi di mettere la mascherina prima di entrare nei negozi. Mentre a giugno la “fase 3” era ancora agli inizi, densa di cautele più che giustificate.

Su “base tendenziale” (la tendenza annuale) la diminuzione delle vendite è naturalmente molto più grave: 7,2% in valore e 10,2% in volume.

Ma quali consumi crollano? I beni non alimentari, soprattutto (-11,6% in valore e -15,8% in volume). Ma sono in calo anche le vendite dei beni alimentari (-1,1% in valore e -2,4% in volume).

Tutto molto logico: se si gira meno e si sta più in casa, rinunciando a gran parte delle abitudini sociali precedenti la pandemia (teatro, cinema, cene al ristorante o con amici, ecc.), calano anche gli acquisti relativi (abbigliamento, articoli da regalo, ecc.).

Disaggregando i dati diventa tutto ancora più chiaro.

A luglio – commenta l’Istat – rispetto allo scorso anno, il calo delle vendite al dettaglio è determinato soprattutto dal comparto non alimentare, in notevole diminuzione sia nella grande distribuzione sia nelle imprese operanti su piccole superfici.

Nella grande distribuzione la dinamica tendenziale negativa riguarda in particolar modo gli esercizi specializzati, mentre gli esercizi non specializzati mostrano una diminuzione molto più modesta. Tra questi ultimi, solo nei discount si evidenzia un segno positivo.

In calo, rispetto a un anno prima, anche le vendite al di fuori dei negozi, mentre solamente il commercio elettronico registra un aumento, seppure in rallentamento rispetto ai mesi passati (con il lockdown è cresciuto il “bisogno” di computer, telefoni, accessori, apparati di rete, ecc.).

Eppure c’è stata un certa “ripresa”, ma a partire dalla situazione tremenda dei mesi in cui eravamo chiusi in casa (tranne qualche milione di lavoratori costretti ad andare in fabbrica o altrove, anche per produzioni non “essenziali”).

Nel trimestre maggio-luglio 2020, infatti, le vendite al dettaglio registrano un aumento del 12,1% in valore e dell’11,5% in volume rispetto al trimestre precedente. Dove però le perdite erano state abissali.

Bene. Dov’è la schizofrenia? Nel fatto che Confindustria e persino le associazioni del commercio chiedono di cancellare i contratti di lavoro (“il nesso orario-salario”, dice espressamente il neopresidente Carlo Bonomi), licenziare senza alcun limite e – di fatto – abbassare i salari, spesso già al di sotto del livello di sopravvivenza.

Evidentemente questi geni dell’economia pensano che i consumi li faccia qualcun altro, al posto dei loro dipendenti che – con questi salari e le minacce di licenziamento a breve – sono obbligati a tagliare le spese. Tutte. Persino, in qualche misura, quelle alimentari.

Data una popolazione impoverita, insomma, le aziende certamente possono risparmiare assumendo meno persone pagandole un niente. Poi, però, quando cercano di vendere il prodotto sul mercato, “scoprono” che sono spariti un bel po’ di “consumatori”.

Ma che strano... ci dev’essere un “pregiudizio anti-industriale”, oppure un complotto...

Fonte

28/02/2020

Davvero passiamo dal panico alla minimizzazione?

Ancora non conosciamo la portata reale né gli effetti della diffusione del #coronavirus. E rischiamo di saperne collettivamente sempre meno, visto il comportamento dei politici e dei mass media. Che dopo aver contribuito a diffondere il panico ora cambiano radicalmente atteggiamento. Così anche il senso dei dati reali cambia.

Ieri la Protezione Civile registrava circa 450 contagi. Stasera ne registra 650, 200 in più, l’aumento in numero assoluto più alto da quando è iniziata l’emergenza.

Eppure i mass media sdrammatizzano, affermando che il contagio è in calo e molte autorità politiche già fan capire che lunedì riapre tutto.

Io, come tanti, non sono in grado di giudicare, mi affido agli scienziati, peraltro a volte in disaccordo tra loro. Ho presente la Cina, che dopo incertezze ed errori iniziali ha fatto un’opera enorme, le cui dimensioni non sono minimamente paragonabili a ciò che capita a noi, e che è stata riconosciuta come decisiva per tutto il pianeta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ma in Italia il corto circuito tra informazione e un ceto politico indecente ha prodotto una completa schizofrenia dei messaggi. Nella prima metà della settimana abbiamo vissuto l’ avvio di una pestilenza; ora, senza che nessun dato reale sia cambiato, stiamo per uscire da una influenza sopravvalutata, che uccide solo vecchi già ammalati.

Esagero? Siamo stati i soli a chiudere i voli dalla Cina e ora ci lamentiamo perché fanno lo stesso con noi. Ci sono i leghisti che vogliono riaprire le scuole, ma chiedono ancora di chiudere le frontiere, dove sull’Appennino? E se le misure del governo sono giuste, perché gli stessi politici di governo ora mandano messaggi opposti su di esse?

Scusate la semplificazione, ma la Cina ha isolato in casa 60 milioni di persone per settimane e continua, noi dopo 4 giorni già vogliamo mettere tutto in discussione? Certo nelle misure italiane ci sono contraddizioni, assurdità e torsioni autoritarie, come la richiesta di non scioperare e di non manifestare, come se la mobilitazione civile diffondesse i virus, mentre fabbriche e uffici aperti no.

Certo la UE come al solito si è rivelata inutile o dannosa proprio quando avrebbe potuto servire davvero.

Però la questione di fondo sulla quale abbiamo il diritto di pretendere chiarezza è semplice e brutale: o le misure erano sbagliate dall’inizio, o è sbagliato toglierle ora che non è cambiato sostanzialmente nulla, visto che nessuno scienziato dice che siamo usciti dall’emergenza.

Siamo il paese dove governo, imprese e sindacati confederali concordano di far funzionare l’Ilva nonostante faccia ammalare come e peggio di un virus. Ora nel nome del PIL dichiareremo il Coronavirus sconfitto o innocuo?

Ripeto: io non conosco la portata reale della malattia e del suo contagio, ma non voglio che il giudizio su di essa sia determinato dalle supreme leggi della produzione e del mercato. Non voglio che si usi il lavoro favoloso degli addetti alla sanità pubblica per giustificare ancora tagli e privatizzazioni. Non voglio che si dimentichi che le Regioni hanno dato pessima prova e che se c’è un diritto che non può essere frantumato è quello alla salute. Ci vuole la sanità pubblica di stato, altro che autonomia differenziata!

Non possiamo permettere che la crisi epidemica e sociale che abbiamo vissuto sia cancellata dal ritorno del teatrino della solita politica, dove tutti si accusano di non fare le stesse identiche inutili cose. Non possiamo accettare che si passi dal panico alla minimizzazione, senza fatti, senza reale conoscenza, passando da una percezione a quella opposta, mentre tutto riprende ad andare come se nulla fosse successo.

Faremo di tutto per ricordare e ricordarci cosa è successo.

Fonte

08/12/2019

NATO - Si scrive Alleanza, si legge Caos

Daniele Ganser, gli eserciti “stay behind” ed il vertice di Watford fra vecchia e “nuova” Nato

Si è chiuso a Watford, nei pressi di Londra, il vertice Nato del 3 e 4 dicembre. L’Alleanza compie settant’anni e li dimostra tutti: si dibatte in un comportamento schizoide fra necessità di egemonia e dinamiche da mercatino natalizio delle armi.

Una domanda, in premessa, che secondo noi potrebbe essere di aiuto per ricordare un altro ruolo dell’Alleanza prima di affrontare una valutazione dell’incontro londinese dei leader Nato: qual è il confine fra oculata precauzione ed illegalità, in un atteggiamento di difesa della propria nazione da attacchi esterni e soprattutto, fino a quali livelli di segretezza il ramo esecutivo di una democrazia si può spingere?

Questi sono solo un paio degli interrogativi a cui vuole dare risposta lo storico svizzero Daniele Ganser, del quale Fazi editore, circa un anno fa, ha ristampato un pregevole ed interessante volume del 2005 il cui titolo, tradotto, forse non gli rende il giusto merito: “La Storia come mai vi è stata raccontata: gli eserciti segreti della NATO”.

In prima battuta infatti, sembra uno di quei titoli destinati ad un pubblico che si ciba di complottismi o, peggio ancora, risuona di una strana eco, quasi da rotocalco “scandalistico” degli anni ‘60; ma è sufficiente che l’occhio cada sul nome dell’editore (Fazi appunto) e l’autorevolezza che lo contraddistingue da sempre, ci fa rendere conto di come si possa cadere facilmente in errore.

Il libro infatti affronta molto seriamente e con dovizia di particolari importanti, il processo che portò nel secolo scorso i governi di mezza Europa, alla “scoperta” dei cosiddetti eserciti “stay behind”, formazioni paramilitari parallele a quelle regolari di stanza nei paesi dell’Alleanza atlantica, in alcuni casi anche neutrali, addestrate, equipaggiate ma soprattutto controllate da NATO e CIA e volte ad ostacolare le forze politiche comuniste o anche solo di sinistra e a contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale.

Il panorama che viene indagato da Ganser, con l’aiuto di documenti desecretati alcuni anni orsono è comunque di respiro europeo anche se il libro è, come dicevamo, una ristampa sfrondata delle parti dedicate a Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Turchia, Svezia, Finlandia, Svizzera ed Austria.

Gli interrogativi che si è imposto lo storico sono però quanto mai attuali ed è proprio su questo che troviamo necessario fare una riflessione; per farla breve, la struttura di cui accennavamo, nel nostro paese assunse un nome tristemente noto: Gladio, un vero e proprio esercito clandestino addestrato da CIA ed MI6 (sigla del meno noto intelligence britannico) con la collaborazione dei nostri servizi segreti che, durante il periodo della Guerra Fredda e fino al 1990, ha nascosto fatti ed avvenimenti, depistato e di conseguenza mal indirizzato l’opinione pubblica.

Fra i “gladiatori” addestrati alla bisogna la peggior feccia neofascista che non si fece scrupolo alcuno ad uccidere e compiere stragi solo per far ricadere la colpa sulla sinistra, più o meno parlamentare. Il tutto con il benestare dei nostri governi e governanti.

La struttura si sviluppava in un conflitto nel conflitto, che si dipanò lungo tutti gli anni settanta fino alla caduta del Muro di Berlino (che avrebbe dovuto decretare la fine della guerra fredda, almeno nella forma che noi tutti conoscevamo), e che molti storici hanno concentrato nella definizione: guerra civile a bassa intensità.

Lo stesso fenomeno, in una forma leggermente diversa, si è ripetuto in Ucraina nel 2014; qui si è riprodotto un meccanismo molto simile a quello che ricostruisce Ganser nel suo volume: sotto regia USA/NATO ed attraverso la Cia o altri servizi di intelligence, sono stati reclutati, finanziati, addestrati ed armati i militanti neonazisti di Kiev, che hanno assalito il Palazzo del governo per poi autoproclamarsi “ribelli indipendentisti”.

In Ucraina serviva un nuovo governo che avrebbe portato il Paese nella NATO. Quindi gli USA hanno propagandato l’annessione della Crimea come atto unilaterale del governo russo di Putin. Prontamente, poco dopo, l’ex Presidente del Consiglio Europeo e neo Presidente del PPE Donald Tusk, chiede all’ Ucraina di partecipare alla prossima riunione del Consiglio. Si percepisce un certo avvicinamento, anche politico.

Fino a qui, nulla, o quasi, da eccepire; tutto è nell’ abituale “stile stelle e strisce” ma se indaghiamo meglio, ci accorgiamo che una “nuova Gladio”, una struttura sul modello della precedente non sarà possibile anzi, ad un attento esame delle condizioni in cui si trova l’Alleanza atlantica, questo ci appare veramente molto improbabile, ma la “Cosa” ha necessità di esistere e si trova costretta a cambiare sembianze.

E veniamo al vertice di Watford

Cosa dobbiamo aspettarci in un prossimo futuro? In casa NATO sembra regnare un preoccupante caos!

Quest’ anno la NATO compie settant’anni ed il vertice che si è svolto in settimana nei pressi di Londra non lascia ben sperare: siamo di fronte ad un’ Alleanza atlantica schizofrenica, ad una sorta di “Nato a due teste” che, al mondo dovrà presentarsi sì aggressiva, ma non potrà mordere più di tanto; basta solo interpretare i segnali che negli ultimi tempi sono arrivati; sono tutti nella stessa direzione: la richiesta dell’Amministrazione Trump di “rivedere” al ribasso il ruolo “ormai obsoleto” della NATO ed il suo peso in Europa; o le dichiarazioni del mese scorso del presidente francese Macron che al “The Economist”, ha riferito dell’imminente “morte cerebrale” dell’Alleanza, dichiarazioni che hanno scatenato le aspre critiche della Cancelliera tedesca Merkel e del suo omologo turco Erdogan, subito pronti ad una strenua difesa della coalizione.

E proprio la Turchia sembra essere l’ago della bilancia: dopo l’avvicinamento, la scorsa estate alla Russia, dalla quale ha ricevuto un gran numero di batterie anti-missile S400 da “posizionare (all’orizzonte ci sono gli accordi con Putin per il gasdotto Turkish Stream e per la costruzione di una centrale nucleare, entrambi osteggiati da Washington), il paese che la Dottrina Truman aveva decretato dal lontano 1952 essere l’avamposto sud orientale contro l’URSS, in caso di non utilizzo, potrebbe anche accedere all’acquisto degli F35 USA.

Queste le dichiarazioni di The Donald, forse dimentico che il futuro Califfo potrebbe porre il proprio veto alla difesa, in caso di attacco russo, alla coalizione dei paesi baltici e alla Polonia; il Presidente turco potrebbe volere in cambio la condanna dei curdi siriani come terroristi.

Il comunicato finale con cui il segretario generale Stoltenberg ha chiuso il vertice comunque, parla di approvazione del piano di difesa dei paesi baltici e della Polonia senza chiarire come si supererà la minaccia di veto della Turchia; subito dopo, per la prima volta, si cita la Cina come la potenza che più di ogni altra avrà bisogno di essere “attenzionata”, in particolare nel campo delle tecnologie, e soprattutto nella produzione della rete 5G; più di tutto però, rinnovandosi l’impegno reciproco ad intervenire nello stile “uno per tutti, tutti per uno”, quello che sembra più premere ai paesi alleati è l’ impegno imprescindibile ad aumentare le risorse economiche. Alla fine della fiera (è proprio il caso di dirlo!) quello che più importa sono gli stanziamenti che vengono previsti per gli armamenti, più o meno “difensivi”

Il presidente Trump a margine ha tenuto a precisare che i paesi con cui aveva discusso del 5G, Italia compresa, erano decisi a non andare avanti in una collaborazione; salvo essere contraddetto subito dopo dal premier Conte.

Al netto dei fatti e delle dichiarazioni ufficiali al vertice londinese, non è comunque peregrino ricordare il progetto che già, dal 2018, il presidente francese Macron sta perseguendo: la costruzione di un esercito europeo fuori dall’ombrello NATO. In suo aiuto alcuni giorni fa è arrivato addirittura l’attuale rappresentante spagnolo del PSOE, Josep Borrell, dichiarando che l’UE deve ora “imparare a usare il linguaggio della forza” nel mondo.

Quindi è necessario rafforzare le capacità militari, in particolare rendendo operativi i “gruppi di battaglia”, quei battaglioni multinazionali che sono stati creati nel 2004 ma che non sono mai stati utilizzati. Mancano i fondi? Borrell non ha mancato di sottolineare che si potrebbe benissimo finanziare tutto questo con il Fondo chiamato “European Peace Facility” (Orwell, decisamente), dotato di 10,5 miliardi di euro.

Riflessioni più ampie su obiettivi e ripercussioni di un tale progetto le riserviamo però ad un prossimo intervento. Qui ribadiamo l’uscita dalla NATO non più solo una possibilità ma un dovere di classe. La realtà di nuovi eserciti “stay behind” su modello di quelli del secolo scorso appare in effetti un poco anacronistica ma i colpi di coda di una potenza in declino come sono al momento gli USA non sono mai da sottovalutare.

Il conflitto inter-imperialistico interesserà necessariamente anche l’UE e sarà allora che il volume di Daniel Ganser si potrebbe rivelare un ottimo strumento per rileggere a posteriori la Storia e per meglio decifrare azioni e reazioni da mettere in campo.

Fonte

14/09/2019

Il “Grande Nord” cala la maschera: qui comandiamo noi

“Cambiare l’Unione Europea” è impossibile, parola di Jens Weidmann e di tutti i paesi del Grande Nord...

Di solito, i contrasti di vedute tra i vari governatori delle banche centrali sono sapientemente occultati sotto una melassa di considerazioni prudenziali svolte in linguaggio “tecnico”. Di modo che gli addetti ai lavori capiscano l’antifona, ma non abbiano appigli per trasformare una “considerazione tecnica” in un “attacco politico”.

Questa consuetudine è morta ieri, all’indomani della scontata decisione di Mario Draghi, presidente della Bce in uscita, di riaprire i rubinetti del denaro, nel disperato tentativo di usare ancora una volta la politica monetaria in sostituzione di quelle fiscali, economiche ed industriali (bloccate dalle “regole europee”, ovvero dagli interessi dei gruppi industriali multinazionali di matrice tedesca, olandese e in parte anche francese).

Si sapeva ad esempio che Jens Weidmann, governatore di Bundesbank, non avesse mai apprezzato l’azzeramento dei tassi di interesse, gli acquisti di titoli di Stato e i tassi negativi sui depositi, in atto da anni per volere della Bce “draghiana”. Ma le parole usate stavolta sono veramente off topic per un consumato diplomatico del denaro: “Draghi ha oltrepassato il limite, un pacchetto di tale portata non era necessario”. Di più, ha ritenuto indispensabile “scomunicare” tutta la lunga gestione “accomodante” dell’italiano ex vicepresidente di Goldman Sachs ed ex Governatore della Banca d’Italia: “la decisione di acquistare ancora più titoli di Stato renderà sempre più difficile per la Bce uscire da questa politica. E più a lungo dura, più aumentano gli effetti collaterali e i rischi per la stabilità finanziaria“.

Abbiamo parlato di “Europa schizofrenica”, che da un lato persegue l’austerità (con le decisioni della Commissione e dei vari organismi politici comunitari) e dall’altro “regala denaro a costo zero” (con quelle della Bce). Ed anche la sortita di Weidmann – subito spalleggiato dal suo collega-cagnolino olandese, Klaas Knot, e dalla “stampa popolare" di Berlino – apparentemente è da bipolarismo psichiatrico. I tassi zero della Bce, oltre che il quantitative easing (acquisto di titoli di Stato, soprattutto di quelli “sicuri” come i Bund tedeschi e olandesi) permettono ormai da anni ad alcuni paesi – Berlino e Amsterdam in prima fila – di rifinanziare a costo zero il proprio debito pubblico. Anzi, visto che i tassi sono diventati negativi, addirittura guadagnandoci qualcosina.

Di che si lamenta, insomma, mister Weidmann?

Quello che va bene agli Stati, però, non va bene per le banche private (tutte con solida base nazionale, o addirittura regionale come il sistema delle Landesbanken tedesche). Se il rifinanziamento del debito pubblico avviene con vantaggio del debitore (lo Stato), ci rimette il creditore (le banche private, che sono i primi acquirenti dei titoli di Stato). Ed è di queste che Weidmann si preoccupa. A partire da quella Deutsche Bank che ormai è un cadavere che cammina e di cui nessuno osa dichiarare la morte perché “troppo grande per fallire”.

Eppure anche Weidmann sa, certamente meglio di noi, che banche come DB sono in quelle condizioni per aver speculato troppo sui “prodotti derivati” e altri “titoli tossici”, ritrovandosi con la cassaforte piena di carta straccia invendibile, i bilanci in profondo rosso e il valore azionario sceso da 100 a 1.

Lo sa, ma vorrebbe aiutarle a risollevare quei bilanci (privati tedeschi) a scapito degli altri Stati (tenendo alto lo spread, che invece ora è precipitato), ma anche risucchiando il risparmio privato depositato presso altre banche di altri paesi, magari allungando le mani anche su un vasto patrimonio immobiliare opportunamente svalorizzato e reso perciò appetibile a prezzi bassi, se non proprio stracciati.

Non che Weidmann e Knot abbiano del tutto torto, però (sul piano delle teorie macroeconomiche neoliberiste, almeno). Quando il secondo critica le scelte di Draghi (“Questo ampio pacchetto di misure, e in particolare il riavvio del programma di acquisti è sproporzionato in relazione alla situazione economica attuale e ci sono buone ragioni per dubitare della sua efficacia“) mette il dito nella piaga di un fatto reale: anni di politiche monetarie accomodanti non hanno comunque fatto ripartire l’economia reale del Vecchio Continente. Dunque insistere su questa strada è inutile, nel migliore dei casi; dannoso, se – come avviene da tempo – i tassi negativi rendono il denaro “qualcosa che non rende” e che anzi si svaluta nel tempo.

Schizofrenia, o meglio contraddizione tra affermazioni egualmente vere (le politiche accomodanti hanno evitato l’esplosione del sistema finanziario, dunque anche dell’economia reale; ma non servono a far ripartire l’accumulazione e creano problemi altrettanto gravi sul lungo periodo).

Il punto di possibile “soluzione” viene indicato ovviamente fuori dalle politiche monetarie, e precisamente negli investimenti, da tempo fermi a livelli da depressione. Ma chi è che può fare investimenti se il principale soggetto – le imprese private – non sono disposte a farli?

Non è una situazione nuova, anzi sfiora il secolo: se “il cavallo non beve” (se le imprese non investono, pur avendo a disposizione liquidità in eccesso e ampia offerta di denaro a costo zero) è inutile offrirgli ancora acqua. Deve intervenire qualcun altro, ossia la spesa pubblica (è lo schema classicamente keynesiano, non marxista!).

Ma è proprio questo intervento che viene da almeno tre decenni vietato dalle “regole europee”. O meglio: che viene vietato ai paesi con debito e deficit pubblico “eccessivo”, secondo i parametri di Maastricht che persino Prodi definì “stupidi” (perché stabiliti senza alcuna base seria scientifica o almeno empirica).

Ci sono paesi, nell’Unione Europea, che invece hanno basso debito e deficit pubblico e quindi potrebbe investire? Certamente: ce ne sono che hanno stabilmente da oltre venti anni un surplus, anziché un deficit. Come è ovvio che sia in un mercato comune: se qualcuno perde, qualcun altro guadagna.

Sono proprio Germania e Olanda, oltre a Finlandia e qualche micro-area baltica (come la Lituania del super-falco nonché vicepresidente della Commissione con delega all’economia, Valdis Dombrovskis).

Il cerchio si chiude e la “schizofrenia” si rivela per quel che è: conflitto di interessi tra paesi e aree economiche differenti, alcune depresse dai trattati europei ed altre invece avvantaggiate. Le sparate contro Draghi preparano l'”ambiente” in cui agirà la successora, Christine Lagarde, di cui è ampiamente nota la “sensibilità” se non addirittura il servilismo verso chi è più forte (celebre una sua lettera in cui si dichiarava “a disposizione” di Nocolas Sarkozy), e quindi la fine delle “politiche monetarie non convenzionali”, ristabilendo l’ordine teutonico e l’austerità integralista. In cui, ma solo per contrastare la propria recessione, soltanto “chi ha margini di bilancio” potrà “fare investimenti pubblici”.

Si possono “cambiare le regole” con reciproco vantaggio, stando così le cose?

Fatevi una domanda e datevi una risposta. Ma prima, se proprio non vi va di fare ragionamenti economici e ravvisare gli interessi di classe nascosti sotto quelli “nazionali” o “razionali”, almeno guardate in faccia mr. Jens Weidmann…

Fonte

11/09/2019

L’Unione Europea degli schizofrenici

Una malattia grave si vede dai sintomi contraddittori, che rendono aleatoria qualsiasi terapia. L’Unione Europea, in questi primi giorni della nuova Commissione (il “governo”) presieduta da Ursula Von der Leyen, presenta il solito volto “rigorista” e “austero”. Mentre tutti i soggetti che contano (“i mercati”) sperano che domani la Banca centrale europea – agli ultimi giorni di Mario Draghi – tiri un colpo di bazooka “ultra-accomodante”, varando una nuova stagione di quantitative easing, taglio ulteriore dei tassi sui depositi, ecc.

Se il paziente fosse furbo, si farebbe qualche domanda perché, se un medico consiglia il digiuno e un altro un po’ di bulimia, vuol dire che stai messo proprio male e ti danno ricette a vanvera.

Partiamo dalle cose certe. Agli affari economici europei, com’è noto, è stato messo l’ultimo presidente del consiglio piddino, Paolo Gentiloni, in sostituzione del francese Pierre Moscovici, che tante volte ci ha bacchettato per non aver rispettato questo o quel parametro. Ma siccome quel ruolo permette di valutare le manovre di aggiustamento dei vari paesi, i “rigoristi” del nord Europa hanno preteso ed ottenuto che questo Commissario fosse a sua volta commissariato. In particolare dal fisico lituano Valdis Dombrovskis, dalle competenze economiche sconosciute, noto per la assoluta indisponibilità a concedere “flessibilità” sulle leggi di stabilità nazionali, nominato vice-presidente con competenza sull’economia.

L’intento politico è insomma chiaro, ed esplicitato anche dalla neo presidente Von de Leyen: “Abbiamo un Patto di stabilità e crescita che è stato sviluppato con un largo consenso. Vogliamo un’economia forte e un’Unione europea forte: le regole sono chiare, i limiti sono chiari e la flessibilità è chiara. All’interno di queste regole affronteremo le diverse opzioni e i diversi problemi“. Insomma, a Gentiloni non sarà concesso di fare sconti particolari, in specifico riguardo all’Italia, visto che “dovrà collaborare moltissimo con Valdis Dombrovskis e tutte le decisioni saranno prese dal collegio dei commissari“. Ancora un passo e quella carica sarebbe da considerarsi puramente onorifica...

Anzi la stessa Von der Leyen ha voluto precisare che al ministero dell’economia italiano è stato messo non per caso Roberto Gualtieri (del Pd, ma con una carriera a Bruxelles): “viene dal Parlamento europeo, conosce perfettamente il patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità“. Insomma, siamo stati “commissariati” a tutti i livelli, con un “europeo” al ministero nazionale più importante e un “ostaggio” in quello continentale.

Una blindatura che non lascia molto spazio ai sogni e ai bisogni urgenti, come quello di “modificare i trattati” sul patto di stabilità, come ribadito dal premier Conte e dal presidente Mattarella. Il bisogno è ormai avvertito anche dalla Germania, che si ritrova con un modello in crisi, quello export oriented, fondato sui bassi salari e la precarietà contrattuale. Ma cambiare i trattati è più difficile che firmarne di nuovi, non solo perché occorre l’unanimità, ma soprattutto perché quelli in essere sono fortemente asimmetrici rispetto ai singoli paesi. C’è chi ci perde e vorrebbe perciò riscriverli, e chi guadagna, e non ci pensa proprio.

Il massimo cui puntano gli osservatori è non considerare più il deficit strutturale come l’unico o principale parametro per valutare eventuali procedure di infrazione. Un modo insomma per allargare le maglie della “flessibilità” concedibile ai vari governi, senza però toccare la struttura dei trattati. Un modo democristiano, se volete, che distingue tra intangibilità delle regole di austerità e gestione “aumma aumma”, sulla base delle opportunità politiche.

Tutto l’opposto si pretende dalla Bce, teoricamente istituzione tecnica sganciata dalla politica. Le attese per domani sono sono così elevate che in molti, a partire dal vicepresidente De Guindos, appaiono preoccupati per una possibile “delusione dei mercati” davanti a misure meno audaci di quelle immaginate.

E di immaginazione ne gira parecchia, se persino l’austero Sole24Ore è obbligato a citare investitori che si attendono “il denaro dagli elicotteri”, addirittura nella forma di “soldi della Bce direttamente nei conti correnti dei cittadini europei”, per almeno 200 euro a testa. Una sorta di “reddito di cittadinanza” fondato sulla possibilità di “stampare soldi”, ma di difficile realizzazione pratica (e paradossalmente non vietato dalle regole statutarie!) e immense difficoltà politiche (a quale titolo i governi dovrebbero invece tagliare la spesa sociale per stare dentro i trattati?).

La schizofrenia è ancora più evidente se si tiene conto che tutti sono consapevoli del fatto che “la politica monetaria ha dei limiti”, che sono stati anche abbondantemente raggiunti. Anche Gentiloni, nel suo discorso di accettazione della carica di Commissario, lo ha ricordato.

Del resto, dopo anni di tassi di interesse a zero e di quantitative easing illimitato, l’unico effetto positivo è che la situazione non è precipitata. Ma di “ripresa” neanche l’ombra. Oltretutto, una simile politica monetaria ha creato “paradossi” assurdi per una economia capitalistica (e non), come i tassi negativi su titoli di Stato e addirittura mutui immobiliari, e quindi una situazione in cui “il denaro non rende”.

L’uscente Draghi, e ancora peggio l’impresentabile Christine Lagarde, designata sua successore, non può dunque fare molto di più che prolungare l’agonia di un “cavallo che non beve” (quando i soldi per gli investimenti produttivi ci sarebbero, ma nessuno si prende il rischio di usarli).

E, paradosso per paradosso, gli stessi che chiedono “soldi dagli elicotteri” per far crescere una domanda interna che compensi il crollo delle esportazioni, si guardano bene dall’indicare la via maestra: aumentare i salari.

È un problema di interessi di classe, non di “scienza economica”.

Fonte

19/08/2019

Salvini Gollum

“Questo governo durerà quattro anni, questo è il governo dei no, ho presentato mozione di sfiducia, se si vota la riduzione dei parlamentari non si vota più, votiamo subito la riduzione dei parlamentari, ritirerò la delegazione dal governo, io resto al governo, volete che resti o che mi dimetta, i cinquestelle si son messi d’accordo con Renzi, il mio telefono è sempre acceso, proviamo a discutere, la mozione di sfiducia non c’è più, viva l’indipendenza della Padania, i napoletani puzzano, viva l’Italia, viva Napoli, basta con l’euro, macché uscita dall’euro con la UE troveremo un accordo, andremo da soli, faremo alleanze, viva Putin, no viva Trump, no TAV, sì TAV...”

Matteo Salvini prima smentiva le sue precedenti affermazioni con il loro esatto contrario a distanza di tempo, poi i tempi si sono progressivamente accorciati, ora può dire nello stesso discorso una cosa ed il suo opposto…

No, ma certo che sì, forse, certamente... In pochi secondi tutto assieme. Io non so come parlerà in Senato, ma so che nessuno capirà cosa davvero voglia fare, lui per primo...

Questo succede coi leader inventati dalla tv e sostenuti a pagamento sui social. Tanto si gonfiano che poi esplodono, ed allora la loro arroganza diventa stato confusionale...

Al Papeete Beach è cominciata la caduta di Salvini, come il suo maestro Berlusconi andò in crisi con il bunga bunga...

La domanda vera però è un’altra: quali sono le ragioni del consenso popolare, magari non duraturo ma grande, verso simili buffoni, dai quali gli stessi che li votano si guarderebbero bene dal comprare un’auto usata?

Ridiamo pure di Salvini che vuole i pieni poteri come Gollum il suo tessoro... E che come quel personaggio de Il signore degli anelli fa due discorsi opposti contemporaneamente...

Ridiamo pure di lui, ora che emerge per quello che è, ma non dimentichiamo che tanti lo hanno esaltato e tanti ne hanno persino avuto paura.

Se non affrontiamo la macchina che produce questi mostriciattoli, se non combattiamo la finta democrazia dei sondaggi e dei mass media, se non ricostruiamo vera democrazia e vera partecipazione, caduto un Salvini ne verrà un altro, magari meno bipolare.

Fonte

16/08/2019

Recessione alle porte, si pesca nelle vecchie ricette perdenti

L’economia capitalistica occidentale è da decenni in piena crisi involutiva. Ogni volta che la situazione esplode diventano indispensabili massicci interventi degli Stati – cui in tempi “normali” la dottrina neoliberista vieta qualsiasi intromissione nelle faccende economiche – sia sotto forma di aiuti alle imprese (soprattutto di natura fiscale), sia sotto forma di “politiche monetarie ultra-accomodanti” (denaro a costo zero, o addirittura “regalato”), per impedire il crollo del sistema finanziario.

Siamo di nuovo ad un punto di caduta, visto che tutti quegli interventi passati non hanno affatto toccato la “matrice” strutturale delle ragioni della crisi, ma sono stati architettati solo per attutirne gli effetti.

I segnali, anche sui media mainstream, non vengono più ignorati, anche se – ovviamente – ci si guarda bene dal prendere in considerazione la domanda regina: e se tutto questo fosse inevitabile? Ossia: connaturato al sistema?

Tutti gli occhi sono come sempre rivolti agli Usa, vecchio cuore stanco del capitalismo wasp, dove ancora una volta l’analisi empirica assume toni da aruspici che scrutano le viscere degli animali.

L’elemento che ha turbato “i mercati” è stato infatti “l’inversione dei tassi di interesse” sui titoli di stato Usa. In pratica: i titoli a breve termine “rendono” (ossia pagano interessi) più di quelli decennali. Il che o è un assurdo (i “rischi” valutabili dai mercati sono ovviamente quasi immediati, visto che il lontano futuro economico è imprevedibile), oppure è indice di problemi gravissimi già in atto.

Così, gli aruspici sottolineano che la “curva dei rendimenti” si è verificata ben nove volte e ogni volta c’è stata subito dopo una recessione. Non c’è spiegazione scientifica (anche perché gli stessi che fanno le analisi in questo modo orientano poi le scelte degli investitori, alimentando una “profezia che si autoavvera”), ma tutti la prendono per buona.

Così parte la caccia ai “cigni neri”, ossia agli elementi di incertezza che possono provocare una caduta improvvisa della situazione.

Particolarmente monitorata è in primo luogo la “guerra dei dazi”, aperta da Trump contro la Cina ma anche contro buona parte delle merci europee, in particolare tedesche (dal dieselgate in poi, non mancano le buone ragioni...). Seguono la Brexit (il cui esito finale è al momento nelle mani di un personaggio abbastanza folkloristico come Boris Johnson), l’Argentina (ripiombata in una crisi senza via d’uscita, grazie al ritorno al potere degli Usa attraverso il pagliaccio Macrì), la situazione di Hong Kong (“spinta” da Usa e Gran Bretagna), la recessione in Germania e persino la ridicola crisi politica italiana (che preoccupa poco, visto che chiunque comandi, qui, obbedisce a Bruxelles, sceneggiate a parte).

Ma gli strumenti per affrontare tutto questo sono ben pochi. Anzi, quasi soltanto la politica monetaria messa in campo dalle principali banche centrali.

Così Trump pretenderebbe dalla sua banca centrale, la Federal Reserve, un taglio drastico dei tassi di interesse. La Bce – avendo i tassi a zero da anni – pensa a stimoli monetari davvero poco “ortodossi” (il 12 settembre Francoforte intende sfoderare un pacchetto di stimoli che va ben oltre le attese, e il membro tedesco, Jens Weidmann, stavolta dice che va bene, visto che è la sua Germania a star messa peggio). La Banca d’Inghilterra attende, perché il governo di Johnson non ha ancora espresso una qualche idea dotata di senso. Quella del Giappone ha finito la fantasia “espansiva” e più che continuare a “stampare denaro” non può fare.

Resta la Cina, che da un lato risponde per le rime ai dazi statunitensi, imponendone di altrettanto duri che vanno a colpire proprio il pilastro della base sociale di Trump (gli agricoltori del Midwest) ed evita ancora di trasformare le proteste di Hong Kong in una seconda Tien An Men (se avessero copiato la logica dei “decreti sicurezza” di Salvini avremmo visto il sangue scorrere a fiumi...). Dall’altro va espandendo il mercato interno a ritmi mai visti prima nella storia: dopo i maxi tagli alle tasse in busta paga dello scorso Natale, accompagnato da aumenti salariali e sgravi fiscali, oggi ha annunciato ulteriori misura di stimolo, senza ancora precisarle, in occasione del 70° anniversario della Rivoluzione, il 1 settembre.

Sono solo apparentemente mosse simili. Quelle di Usa e Unione Europea puntano infatti a rendere “più competitive” le proprie produzioni, abbassando il costo del denaro dopo aver ridotto a quasi zero quello del lavoro. Insomma: puntano ad esportare di più, bloccando con dazi o sanzioni le merci dei possibili concorrenti. La strategia cinese, invece, punta a compensare le minori esportazioni con più larghi consumi interni.

Con quasi un miliardo e mezzo di persone, è peraltro il “mercato nazionale” più grande del mondo. A occhio, hanno fiato da vendere...

Fonte

05/04/2019

Brexit - Tra Beckett e mercato dei derivati

Neanche il genio di Samuel Beckett sarebbe riuscito a immaginare la vicenda della Brexit. Una vera e propria commedia dell’assurdo dove non accade nulla ma dove si concatenano colpi di scena mai risolutivi e anzi totalmente privi di significato reale. Tutto oscilla tra senso e non senso per precipitare in una inerzia dove anche il non senso perde il suo (non) significato.

Un giorno il Parlamento boccia l’accordo del Governo con la UE, il giorno dopo boccia l’ipotesi di un nuovo referendum, il giorno successivo viene bocciata anche l’ipotesi dell’uscita senza accordo. E così a ripetizione tra finti colpi di scena, richieste di rinvio, viaggi della May a Bruxelles dove però anche lì la cacofonia regna sovrana: dichiara Tusk, per essere smentito da Junker, a sua volta corretto da Barnier che però viene zittito dal commissario tal dei tali.

Non fosse morto, il vecchio Samuel, guarderebbe stupefatto e ammirato a questo incredibile capolavoro letterario scritto dalla realtà.

Eppure se concentriamo la nostra attenzione sul retroscena del teatro tutto acquista un senso: dietro la narrazione assurda e insignificante si muovono interessi molto concreti.

Senza dubbio tra questi, quelli della London Clearing House appaiono i più sostanziosi. Infatti la camera di compensazione londinese gestisce e intermedia contratti derivati per l’iperbolica cifra di 3000 miliardi di sterline al giorno. Precisamente la metà denominati in dollari e un altro quarto in euro.

Qui sta il tema fondamentale: la Esma (Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati) di stanza a Parigi ha dichiarato che consentirà alle autorità britanniche di esercitare il controllo su questo enorme mercato fino a quando queste accetteranno le regole europee della stessa Esma.

Qui nasce il problema: gli americani della Cftc (Commodities Futures Trading Commission) hanno chiarito che non sono disposti ad accettare le regole europee che di fatto imporrebbero regole europee alle banche americane. Non si tratta di una questione di orgoglio nazionale, ma di una questione che investe interessi enormi. Infatti le regole europee sui derivati sono più stringenti di quelle americane e britanniche improntate ad un lassez faire tipicamente anglosassone.

In buona sostanza il nodo della Brexit è tutto qui: se i britannici accettano le regole europee per il loro mercato dei derivati, perderanno probabilmente l’enorme flusso di capitali proveniente dagli USA. Se non le accettano, perderanno i flussi di capitali provenienti dall’Europa continentale e probabilmente vedranno nascere un mercato dei derivati concorrente a Parigi.

Come uscirne? I britannici vorrebbero trasformare la City in una Singapore atlantica – in un vero e proprio paradiso fiscale e legale – che accontenti e incentivi i due convitati di pietra della Brexit a rimanere a Londra. Ma ancora siamo in alto mare.

La morale della favola è facile: quando sei di fronte ad una assurda ed incomprensibile commedia guarda nel retroscena, troverai interessi molto concreti.

Fonte

Lo scenario si è fatto più chiaro. La situazione appena descritta, unità al mostruoso squilibrio della bilancia dei pagamenti Britannica, sproporzionata sull'estero, da la misura dello stallo politico – trasversale tra May e Corbyn – che attanaglia l'uscita della Gran Bretagna dall'UE.

03/04/2019

Turchia - AKP schizofrenico dopo il voto amministrativo

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

La reazione dell’Akp di fronte alla perdita di Istanbul è surreale. Ekrem Imamoglu, candidato sindaco del Chp, il partito repubblicano vincitore per un soffio delle amministrative nella capitale culturale turca, ieri denunciava la sparizione di documenti ufficiali dagli uffici del comune.

L’Akp, dice, li ha portati via: «Stiamo ricevendo notizie dalla sede del comune di Istanbul di stanze svuotate, dossier rimossi. Chiederò indietro ogni singolo kurus (un centesimo di lira)». La prima reazione: Erdogan brucia i pozzi del luogo che lo ha lanciato sulla scena nazionale nel 1994.

Seconda reazione: negare la sconfitta. In giro per la città l’Akp ha tappezzato i muri di cartelloni con il faccione del presidente e quello del suo candidato sindaco, l’ex premier Yildirim, in cui i due ringraziano Istanbul per la vittoria. Li hanno tirati su di notte, sulle facciate degli edifici più alti e nelle piazze principali.

Terza reazione, che sconfessa la seconda e segue alla prima: il partito di governo – con fare piuttosto insolito visto che è l’esecutivo che controlla la Ysk, la commissione elettorale – ha denunciato brogli e annunciato ieri la presentazione di un ricorso per il riconteggio dei voti sia nella capitale Ankara sia a Istanbul.

Nel mirino dell’Akp (secondo cui Yildirim avrebbe vinto con tremila voti di scarto) ci sono tutti e 39 i distretti di Istanbul, dove – dice – si sono registrate «irregolarità» e voti «eccessivi». Lo scarto tra Yildirim e Imamoglu è minimo, 20mila voti e il Chp li rivendica tutti.

La Ysk è chiamata a dare i risultati finali entro tre giorni: oggi, dunque, dovrebbe sapersene di più. Poi avrà tempo fino al 12 aprile per emettere la sua sentenza sul ricorso dell’Akp che, a sentire la conferenza stampa di ieri, riguarderebbe i 319mila voti annullati durante lo spoglio. Il Chp risponde per le rime: «Chiedere di ricontare voti non validi non può essere legale – commenta Canan Kaftancoglu, segretario del partito repubblicano a Istanbul – Le obiezioni per ogni urna vanno depositate subito dopo la fine dello spoglio».

Per Erdogan (quello del motto «Chi vince Istanbul, vince la Turchia») il colpo è duro: le tre principali città del paese, Ankara, Istanbul e Smirne, sono in mano all’opposizione. Tre città fondamentali sul piano politico-simbolico, ma anche su quello economico. Da cui l’idea (circolata già domenica) di bruciare altri pozzi, quelli del budget statale destinato alle amministrazioni locali: taglio selvaggio, così vediamo come governano senza soldi.

La tensione politica non cala, lo si vede a occhio nudo: polizia ed esercito presidiano ancora il quartier generale della Ysk, mentre sui media fin troppo filo-governativi appaiono storie inventate di sana pianta su presunti arresti di presidenti di seggio che lo stesso governo ha poi smentito.

Un governo che si mette in difficoltà da solo, verrebbe da dire: ha perso le grandi città, ma nel resto del paese ha tenuto attestandosi sul 44%, dato in linea con le precedenti consultazioni. E, grazie alla riforma costituzionale, Erdogan resta il sovrano semi-assoluto della Turchia.

Fonte

01/12/2017

Renzi contro Bankitalia, scene da un paese moribondo

Tra Matteo Renzi e Licio Gelli (tappa intermedia, Silvio Berlusconi) c’è stata una costante lunga settant’anni: il bombardamento sistematico delle (poche) istituzioni repubblicane funzionanti con un briciolo di autonomia dal potere politico e/o partitico. Un processo lunghissimo, che sta ora arrivando al risultato finale.

La Banca d’Italia era stata fin qui una delle istituzioni più rispettate, tanto da esser considerata negli ultimi 30 anni una vera e propria “riserva della Repubblica”. Ovvero una fucina di funzionari di altissimo livello che potevano – in caso di difficoltà serissime nella gestione dello Stato (e di casi ce ne sono stati molti) – essere promossi a cariche governative di altissima responsabilità. Un elenco non lunghissimo, ma decisamente pesante, con nomi come Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Domenico Siniscalco; senza ovviamente dimenticare quel Mario Draghi che in molti – ma non in Italia – vorrebbero seduto a Palazzo Chigi.

Solo un idiota, un massone o un criminale – in uno Stato liberale preoccupato di sopravvivere – può dedicare tempo ed energie a smontare la credibilità dei vertici della Banca d’Italia. Il Pd renziano lo fa da almeno tre anni con una pervicacia al limite della persecuzione.

Sia chiaro. Dal nostro punto di vista Bankitalia è oggi una filiale della Bce, un garante dei vincoli monetari e finanziari fissati dai trattati che tengono in vita l’Unione Europea. Dunque un’istituzione che svolge una funzione pesante del determinare le politiche neoliberiste decise a Bruxelles e Francoforte, ma applicate qui come in altri paesi.

Sembra dunque incomprensibile che “il” partito di governo che fa dell’“europeismo” l’unico straccio sventolabile sia impegnato a minare proprio l’istituzione italiana più efficiente del dispositivo Ue.

Stiamo alla cronaca. Ieri il Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, è stato “audito” dalla Commissione parlamentare di indagine sulle banche presieduta da Pierferdy Casini e voluta fermamente da Renzi. Il procuratore ha portato botti di benzina sotto la pira su cui il duo Renzi-Boschi sogna ancora di bruciare Ignazio Visco, appena riconfermato come Governatore della Banca d’Italia dal presidente del consiglio piddino Paolo Gentiloni.

Si parlava di Banca Etruria e l’accusa a via XX Settembre è stata quella di “omessa o scarsa vigilanza”. Non è stato mai difficile, per gli uomini di Visco, dimostrare il contrario, visto che già nel 2013 (prima che Renzi entrasse a Palazzo Chigi trascinandosi dietro Maria Elena) scriveva: “si ritiene che la Popolare (Banca Etruria aveva quello status, ndr) non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Insomma: che o porta i libri in tribunale o si fa assorbire da un altro istituto di “elevato standing”.

Sulla porta, pronta a ingoiare Etruria, c’era un solo pretendente: la Popolare di Vicenza, guidata da Gianni Zonin, che non era affatto in condizioni migliori.

Tanto è bastato al procuratore Rossi per giudicare “strana” la posizione di Bankitalia, dipingendola come un suggerimento implicito all’allora cda di Etruria (in cui sedeva il padre della Boschi come vicepresidente) di “consegnarsi” ai vicentini.

E tanto è bastato ai renziani di stretta osservanza per scattare come un sol uomo in difesa del capo, della Boschi e di suo padre: “l’avevamo detto, noi!”.

Per la cronaca, bisogna anche sapere che un anno dopo Bankitalia rimproverava al cda di Etruria non di non essersi venduta ai veneti, ma di “non aver portato all’attenzione dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante”. Tradotto: i vertici di Etruria sapevano benissimo di essere tecnicamente falliti o quasi, che nessuno li voleva assorbire, e ciò nonostante nemmeno avvertivano i soci che un’offerta – per puzzolente che potesse essere – c’era. Quindi dritti verso il baratro, senza cercare neanche un’alternativa. Questo sì che è davvero “strano”...

Che si tratti di un “attacco politico” a Bankitalia è chiaro. Tutti fanno notare che il procuratore Rossi è stato consulente della Presidenza del consiglio fino a due anni fa. Insomma, l’accusatore subliminale di Visco era collaboratore di Renzi. Più che una coincidenza, un incidente...

Non ci addentreremo oltre nei contorti meandri della cronaca, anche per manifesta impossibilità di verificare le reciproche contestazioni. Ma ci appare chiaro che sulla vicenda delle banche fallite – che hanno tra l’altro truffato i propri correntisti rifilandogli obbligazioni non garantite spacciandole come “super-sicure” – si stia consumando uno scontro tra poteri piuttosto diversi e con riferimenti praticamente opposti.

Da un lato c’è l’istituzione tecnicamente più autorevole, coerente con la struttura “europea” che noi (nella nostra modestia) combattiamo. Dall’altra un grumo di interessi personali, familiari, massonici, locali, che per un miracolo di equilibri stranissimi è stato per tre anni ai vertici politici dello Stato e lì vorrebbe tornare presto, anche in coabitazione con Berlusconi e naturalmente senza dimenticare Verdini. E che pur di riuscirci è disponibilissima a distruggere quel poco che resta di “istituzioni credibili” in questo paese (dopo l’Iri, l’Istat, l’università, la scuola, la sanità, Alitalia, il trasporto pubblico, il sistema previdenziale e chi più ne ha più ne metta). Una disposizione distruttiva condivisa spesso, fin qui, proprio con quell’Unione Europea ordoliberista impegnata a distruggere il “modello sociale europeo”. Ma che gli si contrappone quando quella “livella” arriva a toccare “la robba mia”, quei piccoli anfratti oscuri entro cui un certo ceto politico-affaristico si riproduce e arricchisce.

E’ la storia della fogna italica, immutata nella struttura mentale, ma con qualche spin doctor più aggiornato.

Fonte