Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/06/2017

Fetö: lo ‘Stato profondo’ turco e i misteri del tentato golpe

Fra arresti, epurazioni, ritorsioni trasversali che superano la cerchia diretta dei familiari l’apparato giudiziario turco è da mesi al lavoro per il repulisti dell’ennesimo ‘Stato profondo’, quello con cui il presidente Erdoğan accusa l’ex sodale Fethullah Gülen e il gruppo indicato con l’acronimo Feto che ha assunto la valenza di terrorista. Il capo d’accusa ovviamente peggiora la posizione dei membri che per il piano di aggressione alla sicurezza della nazione (che non si limita al tentato golpe del 15 luglio scorso) rischiano la condanna a morte o pene detentive pesantissime. Negli ultimi tempi sul caso lavora anche una Commissione d’inchiesta parlamentare, dove il peso del partito di maggioranza (Akp) è massivo e dove, ad esempio, non c’è presenza dell’opposizione democratica dell’Hdp, visto che tanti suoi esponenti sono finiti anche loro in prigione con accuse simili, pur rivolte a una presunta appartenenza a un’altra organizzazione accusata di terrorismo: il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il ruolo di capo della citata Commissione è ricoperto da un uomo di fiducia del partito di governo, Reşat Petek, i cui interventi scritti e orali hanno destato curiosità alla stampa rimasta libera. Ne parla il quotidiano progressista turco Cumhuriyet ancora in grado di seguire quelle e altre vicende con la penna di cronisti rimasti a piede libero. La ‘rivelazione bomba’ che fa la Commissione è la presenza all’interno della struttura illegale Feto di un’unità speciale che controllava quei fethullaçi inseriti come poliziotti, militari, agenti speciali, giudici, evidentemente non fidandosi della loro fedeltà. Insomma, secondo la Commissione, nell’organizzazione gülenista esisteva un meccanismo separato di controllo, ipotesi che rappresenta una vera leccornìa per i fan del complottismo. Poi il documento specifica che questa specie di nucleo d’acciaio a fine 2013 interruppe il lavoro di verifica semplicemente perché venne scoperto, perciò smobilitò dandosi alla fuga all’estero nei primi mesi dell’anno seguente.

Mancano, però le coordinate per comprendere chi avesse smascherato i controllori, se gli spiati interni oppure lo Stato turco (di quale orientamento politico?) che veniva infiltrato da Fetö. Forse il mistero verrà svelato, per quanto il sospetto che non sia stato certo il Mıt a stanare il cosiddetto Special Ones, viene da altri passi della relazione della Commissione. Questa, contabilizzando le rendite del gruppo gülenista che in nord America conta 155 scuole disseminate in 27 Stati dell’Unione, a un certo punto afferma che l’Intelligence turca, tenendo sotto osservazione le Forze Armate, non escludeva un possibile golpe, ma non sapeva molto di più. E poiché il Paese nell’ultimo cinquantennio di colpi di mano ne ha subìti tre, cui s’aggiungono ulteriori tentativi di cospirazione, vuol dire quasi occuparsi dell’ordinario. Comunque a un certo punto il report parlamentare rivela che gli agenti segreti non potevano parlare con Erdoğan (sic), cosicché il responsabile si domandava se ci fossero anomalie e se fosse scattato un piano di difesa presidenziale contro potenziali minacce (probabilmente sì, visto che il reparto dell’aeronautica preposto a intervenire e colpire il presidente non riuscì a farlo, ndr). Però resta vaga l’informazione se chi doveva colpire non riuscì a farlo o non volle farlo... E non si tratta dell’unica indefinitezza della relazione. Petek nel corso della conferenza stampa che ha seguìto la divulgazione della documentazione ha ribadito le infiltrazioni compiute da Fetö anche nel sistema amministrativo e giudiziario, e quando si afferma che il gruppo gülenista coi suoi membri assunse la direzione del Collegio Supremo dei giudici si fa riferimento a fatti relativamente recenti, datati 2010. Un periodo in cui l’imam Fethullah era prossimo al partito di Erdoğan e interagiva con lui, a conferma d’un segreto che brilla alla luce del sole: l’infiltrazione negli apparati dello Stato kemalista era un progetto che univa i due politici islamisti.

Quanto a certe dichiarazioni presenti nel report, secondo cui il partito repubblicano nel lontano 1967 avesse ricevuto finanziamenti da Gülen (5.000 lire turche equivalenti a 560.000 dollari dell’epoca) si è sollevato il deputato del Chp Erdoğdu accusando di falso questo passaggio del documento. Il dito è puntato apertamente: Petek mette insieme pseudo notizie e insinuazioni raggranellate sul web senza alcuna verifica, cosa del tutto immorale per una struttura così importante che indaga su una fase altrettanto delicata della vita nazionale. La risposta del presidente si è basata su un generico “non ricordo” che non pone in buona luce questa figura di spicco della Commissione parlamentare. Ciò che appare, comunque, lineare nelle pagine della relazione è una sorta di propaganda sui temi del secolarismo e dell’educazione religiosa. Il repulisti anti gülenista deve servire per ridefinire il primo e per impostare verso nuova morale la seconda. Per il futuro occorre ribadire che il secolarismo è una condizione dello Stato e non riveste un ruolo politico socio-identitario. Il secolarismo deve difendere la fede e la pluralità del pensiero, anzi porsi come baluardo di sostegno delle differenti interpretazioni religiose. Queste ultime devono essere controllate dal Centro di Ricerche e dall’Accademia degli Affari Religiosi per evitare fenomeni di predicatori indipendenti che lanciano sermoni con interpretazioni soggettive, anch’esse pericolose per l’ordine pubblico. C’è bisogno di creare unità di controllo dentro e fuori le caserme e si propone un percorso investigativo dell’Intelligence dentro il palazzo presidenziale con rapporti frequenti e dettagliatissimi. La quadratura del cerchio diventa l'investigazione costante su tutto il personale, civile e militare, impegnato nell’attività di sicurezza. Già. E qui, in base a quanto visto, scoperto e ipotizzato il ‘gioco dell’oca’ della sicurezza torna al punto di partenza: chi controllerà questi controllori?

Fonte

06/03/2017

Nell’America della paranoia security 16 agenzie di spionaggio

‘Intelligence’, parola che indica ormai universalmente lo spionaggio, è una delle tante rapine linguistiche anglosassoni a danno del nostro mondo latino. L’italianissima parola ‘intelligenza’, che ha indicato per secoli, non solo le capacità mentali, ma le prime strutture organizzate di spionaggio, dalla Firenze dei Medici alle Repubbliche marinare di Genova e Venezia, minuscole grandi potenze.

Intelligenze per intendere il comprendere assieme al conoscere, dalla ‘Intelligo’ latina.

La ‘Intelligence’ come spionaggio, non sempre si mostra adeguatamente intelligente. Ma andiamo a spiare le spie.

La comunità dell’intelligence statunitense è tra le più complesse e frazionate del mondo. Secondo gli elenchi ufficiali, vi fanno parte a pieno titolo ben sedici agenzie. Nel 2017, il budget Usa all’intero sistema di intelligence degli Stati Uniti sarà, secondo le richieste già ufficializzate, di 53 miliardi di dollari. Cifre da brivido.

17,7 miliardi sono per l’intelligence militare, bilancio difesa che dal prossimo anno ingrasserà dei 54 miliardi in più promessi da Trump.

Tra i settori che beneficeranno di nuovi investimenti, settori ritenuti strategici quindi, il controterrorismo, la sicurezza delle reti informative umane e tecnologiche, e la contro-proliferazione ABC, nucleare, batteriologica e chimica. Insomma, le armi di distruzione di massa.

Ecco l’elenco delle 16 agenzie di spionaggio, con le loro principali caratteristiche che distinguono le sedici agenzie d’intelligence del Paese.

Da notare subito, che ogni corpo armato o legato alla sicurezza nazionale ha una sua agenzia di spionaggio.

Noi modifichiamo l’ordine dell’elenco per proporvi in testa le tre strutture chiave dell’intelligence Usa, le più simili al nostro meccanismo di sicurezza nazionale e alla struttura spionistica più consueta: spionaggio, controspiogaggio e coordinamento tra i due.

Negli Stati Uniti, Cia, Fbi e Intelligence Community. In Italia, Aise, Aisi e Dis.

SPIONAGGIO, CONTROSPIONAGGIO, COORDINAMENTO

1) Central Intelligence Agency
La CIA (Central Intelligence Agency) produce dati e analisi per il governo raccogliendo informazioni ed elaborandone altre provenienti da altre agenzie per favorire il processo decisionale dell’Amministrazione. Il suo direttore (dal 23 gennaio 2017 è Mike Pompeo, nominato dal presidente Donald Trump) è il responsabile di tutta la rete di ‘human intelligence’.
La CIA è composta da direttorati: Analisi, Operazioni, Scienza e Tecnologia, Supporto, Innovazione Informatica, Centro Missioni all’estero (comprese quelle sotto copertura coordinate dal National Clandestine Service).
Dei 53 miliardi di budget destinati nel 2017 all’intera rete delle agenzie di intelligence statunitensi, 15 sono destinati alla CIA.

2) Federal Bureau of Investigation
L’FBI (Federal Bureau of Investigation) è l’agenzia primaria di controspionaggio. Come la CIA, è una struttura sia di intelligence sia di tutela e applicazione della legge. Detta in altra maniera, un po’ spie, un po’ sbirri. Una caratteristica quasi esclusiva della comunità d’intelligence americana. In gran parte dei Paesi d’Europa, Italia tra questi, i servizi di intelligence non sono uffici di polizia giudiziaria, ma strutture di raccolta dati e analisi.

3) Director of National Intelligence
DNI. Negli Stati Uniti, la struttura di collegamento tra le varie agenzie di intelligence nazionali – un organismo sostanzialmente burocratico con minore peso nei Paesi europei – risponde direttamente al presidente e all’ufficio di coordinamento tra tutti i Direttori delle agenzie, la ‘Intelligence Community’ che, con Obama, aveva a capo il generale James R. Clapper. Trump vorrebbe cancellare il DNI. Una idea che ha il sostegno scontato di tutti gli ‘operativi’, conflittualità trasversale nel mondo.

LA FRAMMENTAZIONE CON DIVERSE RILEVANZE

4) Air Force Intelligence
La US Air Force Intelligence si occupa di sorveglianza, analisi-elaborazione dei dati su tutto ciò che vola, aerei e mezzi spaziali e cyberspazio. I dettagli li prendiamo da LookOut: 50.000 unità, sia civili che militari, operative all’occorrenza in uno dei 63 Paesi in cui gli USA dispongono di una delle loro 763 basi militari all’estero.
Ripetiamo: 763 basi aeree Usa nel mondo dove prestano servizio circa 255mila persone. L’Air Force Intelligence serve soprattutto per controllare le reti di comunicazione, le aree di produzione di energie convenzionali e rinnovabili e le principali riserve idriche del pianeta.

5) Office of Naval Intelligence
L’Office of Naval Intelligence, il servizio interno della Marina, si occupa di informazioni geopolitiche, strategiche e militari. Ha un servizio tecnico e informatico di notevole rilievo. Anche i Marines dispongono di una struttura di intelligence autonoma denominata ‘Marine Corps Intelligence Activity‘. Si tratta di un servizio altamente operativo che fornisce supporto diretto alle missioni militari.

6) Coast Guard Intelligence
La Coast Guard Intelligence è responsabile della sicurezza delle popolazioni che risiedono nelle zone costiere e della protezione delle infrastrutture pubbliche lungo le coste.

7) Defense Intelligence Agency
La Defense Intelligence Agency, la Dia, risponde al ministero della Difesa e ha il compito di dare informazioni ai vertici militari. 16.500 elementi, tra civili e militari, operativi in tutto il mondo. La struttura è la maggior produttrice di dati riservati raccolti all’estero. Il suo direttore presiede il Military Intelligence Board, che coordina tutta la raccolta d’informazioni nel solo settore militare.

8) Army Intelligence
INSCOM (United States Army Intelligence e Security Command) opera con propri dipartimenti all’interno dell’esercito e dell’NSA, la National Security Agency. Raccoglie e fornisce informazioni di intelligence destinate ai comandi militari che coordinano operazioni sul campo (anche nel caso di operazioni congiunte con altri eserciti ONU e NATO), effettua operazioni di SIGINT (SIGnals INTelligence, spionaggio di segnali elettromagnetici) e di guerra cibernetica.

9) Department of Energy
La struttura d’intelligence del Dipartimento dell’Energia opera con 30 uffici autonomi su tutto il territorio degli Stati Uniti e si occupa di raccogliere informazioni su infrastrutture energetiche, tecnologie, dati finanziari sul sistema energetico nazionale e su quello dei suoi alleati o avversari.

10) Department of Homeland Security
Il Department of Homeland Security ha il compito di contrastare le minacce alla popolazione e alle infrastrutture del Paese. Il suo direttore risponde direttamente al presidente e al capo della CIA.

11) Bureau of Intelligence and Research
La rete di intelligence del Dipartimento di Stato, il loro ministero Esteri, è il Bureau of Intelligence and Research. Raccoglie dati soprattutto da fonti aperte, da reti confidenziali, dai report dei diplomatici, dal mondo accademico e da quello giornalistico. Si occupa di previsione strategica e di programmazione della sicurezza nazionale.

12) Office for Intelligence and Analysis
Dal 2004 il Dipartimento del Tesoro opera con una struttura di intelligence interna, l’Office for Intelligence and Analysis. Questa struttura si occupa di intelligence finanziaria, analisi delle operazioni di riciclaggio nell’economia terroristica, prevenzione di possibili minacce alla stabilità della moneta e agli investimenti interni ed esteri del Paese.

13) National Security Intelligence Office
La Drug Enforcement Administration, la DEA, dispone di una rete informativa specifica, il National Security Intelligence Office. Obiettivo della struttura è fornire informazioni per il contrastato dei traffici di droga all’interno del territorio nazionale e quelli che arrivano da Paesi esteri.

14) National Security Agency
L’NSA (National Security Agency/Central Security Service) si occupa dei sistemi informativi e delle reti informatiche, proteggendo quelli nazionali e cercando di penetrare quelli dei Paesi esteri. Con la Cia, è la più importante agenzia di spionaggio.

15) National Reconnaissance Office
L’NRO (National Reconnaissance Office) raccoglie e analizza i dati provenienti dalle rilevazioni satellitari. Segnala movimenti di truppe, infrastrutture militari attive o in costruzione, emergenze ambientali. Utilizza in gran parte personale della CIA e del Dipartimento di Stato.

16) National Geospatial-Intelligence Agency
La NGA, National Geospatial-Intelligence Agency, è struttura di supporto di intelligence sia per le missioni militari, rispondendo al Dipartimento della Difesa, sia all’Intelligence Community per cui si occupa di GEOINT (Geospatial Intelligence), vale a dire monitoraggio, raccolta e analisi di immagini e informazioni geospaziali. L’NGA fornisce anche assistenza per far fronte a calamità naturali o catastrofi provocate dall’uomo, o per per la pianificazione e la messa in sicurezza di grandi eventi come le Olimpiadi del 1996 ad Atlanta.

Fonte 

15/04/2016

Immigrati, terrorismo e paranoia

Come si sa, uno dei meccanismi base della paranoia è la percezione fortemente sovradimensionata di un pericolo e la conseguente risposta irrazionale ad esso. Teniamo fermo questo assunto di base ed applichiamolo all’atteggiamento diffuso nei confronti del fenomeno migratorio e di quello terroristico visto come inevitabilmente interrelato. Non credo ci sia bisogno di particolari citazioni di fonti per affermare che una parte significativa dell’opinione pubblica europea (lasciamo perdere se maggioritaria o meno, comunque rilevante) è convinta:

a. che sia in atto una “invasione” da parte dei popoli del sud del mondo ed in particolare islamici, principalmente a causa della debolezza delle classi dirigenti europee e solo in parte a causa delle guerre in corso in Siria, Iraq e Libia;

b. che l’atteggiamento delle classi dirigenti europee nasconda, dietro pretesti falsamente umanitari, precisi interessi (il timore di perdere il petrolio del medio oriente, assicurarsi una sacca di forza lavoro di riserva per tenere bassi i salari dei lavoratori indigeni, addirittura il disegno di promuovere una mescolanza interrazziale che assicuri la docilità di un popolo senza radici ed identità, di fronte ad una élite globalizzata ed a carattere prevalentemente finanziario);

c. che l’immigrazione islamica (nel suo complesso, senza distinzioni fra islamisti e moderati, che in questo discorso, sono solo l’invenzione di qualcosa che non esiste) celi disegni di conquista dell’Europa e distruzione della civiltà occidentale e che questo si esprima attraverso l’attacco terroristico che è percepito come uno delle principali emergenze del tempo presente;

d. che occorra difendersi da questa invasione rafforzando la difesa dei confini marittimi in modo da scoraggiare le migrazioni e moltiplicare i respingimenti;

e. più in particolare, che occorra rivedere (e se possibile, eliminare) gli accordi di Schengen sulla libera circolazione per battere il terrorismo.

Come sempre, ci sono elementi di verità in questo discorso (ad esempio, che la politica di “accoglienza” della Merkel abbia a che fare con la politica di bassi salari o che l’attuale ondata terroristica abbia una prevalente, se non esclusiva, connotazione islamica) ma il problema è la dimensione attribuita ai fenomeni in questione e la presenza di elementi del tutto infondati nel discorso.

Partiamo da un dato secco: recentemente, un’ inchiesta ha comparato l’effettivo peso percentuale dell’immigrazione sul totale della popolazione europea con la percezione del fenomeno da parte dei cittadini indigeni. La percentuale reale oscilla fra il 3 ed il 4% medio, con una punta massima dell’8%. Nello stesso tempo, la “percezione” dei cittadini europei è che l’immigrazione costituisca fra il 20 ed il 31% sul totale, cioè una percezione da 5 a 10 volte superiore alla realtà. In Italia, gli immigrati si aggirano fra i 2 milioni e mezzo ed i tre, cioè il 5% circa, ma la percezione è 5 volte maggiore. Già questo mi sembra un indice interessante. Questo forte divario fra sensazione soggettiva e realtà oggettiva è prodotta da una serie di fattori: in primo luogo, gli immigrati sono immediatamente “visibili” per le loro caratteristiche somatiche, in secondo luogo, sono molto concentrati (soprattutto nelle città ed in alcune loro zone particolari), per cui si ha la sensazione di una loro maggiore presenza. Ma, soprattutto, la sensazione è amplificata dalla presenza del tema sui mass media. Dunque, l’invasione sta più nella testa della gente che nella realtà.

In secondo luogo. Non è affatto vero che la maggioranza degli immigrati siano arabi o, comunque, di religione islamica (non tutti gli islamici sono arabi, e non tutti i cittadini arabi sono di religione islamica). Gli islamici si aggirano intorno al 30% sul totale, quindi sono fra l’1,5% ed il 2% della popolazione del continente, che non sembrano i dati di una invasione. Ma, soprattutto, (sorpresa!), la maggioranza assoluta degli immigrati è di religione cristiana (latino americani, etiopici, eritrei, filippini, est europei, minoranze cristiane di paesi a prevalenza animista, induista o islamica). Immagino alcune reazioni dei lettori: “Sono dati falsi” che è una classica reazione paranoica. Consiglio a chi abbia di questi dubbi, di fare un piccolo test assolutamente empirico e privo di valore scientifico: prendere un tram e contate i passeggeri, poi quelli che, già dalle apparenze, denunciano una provenienza extra comunitaria (capiterà di prendere siciliani o pugliesi per arabi e rumeni per friulani e vice versa, ma con molta approssimazione la cosa dovrebbe riuscire). Avrete una percentuale notevole, ma, in genere, al di sotto della metà), dopo, tenete presente i dati ambientali (è ovvio che a Milano ed in zone come via Sarpi o a Torino a Porta Palazzo, la percentuale sarà sensibilmente più alta che a Barletta o Sacrofano) e sociali (è molto più probabile che sia un immigrato a non avere l’auto e prendere il tram che non un italiano) ed, anche a dividere per tre o per quattro la percentuale prima calcolata, vi renderete conto di aver ottenuto un dato non molto distante da quelli che vi ho fornito. Non vi convince? Ripetete l’operazione su un treno, facendo caso alle differenze fra una carrozza di prima ed una di seconda classe. Ripeto che è una semplicissima verifica empirica che, però, dovrebbe per lo meno farvi dubitare dei vostri dubbi.

Pertanto, sono da rivedere anche certe convinzioni sulle cause dell’immigrazione: le guerre mediorientali hanno il loro peso, ma, contrariamente a quanto si pensa, la maggioranza degli arrivi, anche oggi, non sono affatto di siriani o irakeni, ma dall’Africa sub Sahariana o dall’est europeo, spinti da altre ragioni. E fra poco vedrete un’altra ondata di rifugiati molto più consistente, ma da provenienze ben diverse: le previsioni parlano di una ondata particolarmente pericolosa del “nino” (pronuncia “nigno”, scusatemi, ma non trovo l’accento circonflesso sulla tastiera), la devastante perturbazione del Pacifico meridionale, che, questa volta potrebbe mettere a rischio la vita di 60 milioni di persone fra le coste sudamericane a il Sud Africa orientale. Immaginate a quali flussi migrativi andiamo incontro? Anche se una parte si dirigerà verso gli Usa ed un’altra verso l’Australia, una bella fetta toccherà anche all’Europa. Come si vede, il fenomeno ha una complessità molto maggiore di quella che semplicisticamente si suole considerare.

Dunque, anche le considerazioni sui complotti delle classi dirigenti europee non sembrano molto fondati, anche perché i respingimenti sono tutt’altro che pochi, inoltre, occorre tener presente che la maggior parte dei flussi clandestini, non proviene affatto via mare, ma via terra, dalle frontiere orientali e, nonostante i chilometri di filo spinato degli ungheresi, una parte non piccola riesce comunque a passare, spesso grazie all'aiuto interessato della malavita.
 
E veniamo al tema dell’immigrazione islamica e del rapporto con il terrorismo. Che ci sia un problema particolare di convivenza fra noi e gli islamici sarebbe sciocco negarlo, ma è per lo meno avventato ridurre questo al solo fattore religioso (peraltro vissuto in modo diverso da persona a persona), senza tener conto dei fattori sociali (ad esempio le condizioni di vita nella banlieu parigina) e intersoggettive (l’ostilità non va solo dagli immigrati islamici a noi, ma anche in senso inverso e finisce per determinare un ciclo che si auto riproduce). Quanto al terrorismo, le stime degli organi di polizia sono molto varie perché adottano criteri molto diversi per cui c’è una banda di oscillazione che va dalle 4.000 alle 20.000 unità su circa 30 milioni di persone (tenendo conto solo dei paesi Ue ed escludendo, dunque Albania, Macedonia ecc.), cioè parliamo di 1 persona su 150 nella ipotesi superiore e di 1 su 700 circa in quella inferiore. Se consideriamo anche gli islamisti di opinione ma non collegati ad alcuna organizzazione e non dediti a pratiche jhiadiste, la proporzione sale considerevolmente, ma resta comunque decisamente al di sotto del 5% sul totale di questi migranti.

Vero è che esiste una “fascia grigia” che, pur non aderendo a nessun orientamento islamista, ha un atteggiamento anche solo passivamente non sfavorevole verso gli jhiadisti, ma, anche in questo caso abbiamo una fascia decisamente minoritaria – pur se consistente. Vice versa non possono tacersi la partecipazione massiccia degli islamici alla manifestazione parigina seguita alla strage di Charlie Hebdo, così come le continue dichiarazioni di condanna delle comunità islamiche e della maggioranza degli imam o ulama presenti in Europa.

D’altro canto, questa percezione del conflitto in corso, che lo immagina essenzialmente come fra Europa cristiana e Islam o fra civiltà e barbarie (secondo il modello del conflitto di civiltà) perde di vista il suo aspetto principale che è quello di una guerra civile interislamica. Pochissimi ricordano che il 95% delle vittime del terrorismo jhiadista sino islamiche e non europee o cristiane. Questo porta ad assumere l’Isis come avversario religioso e non politico, quel che invece è, e ad assumere per autentiche le finalità vantate nella sua propaganda (la distruzione del cristianesimo, l’invasione di Europa) quando, invece il suo obiettivo è di natura politico - statale e riguarda essenzialmente il progetto di un grande stato islamista ad est di Suez.

Quanto al rifiuto di distinguere fra islamisti ed islamici, assumendo l’intero Islam come avversario, è esattamente quello che gli islamisti cercano di ottenere presentandosi come unici veri rappresentanti dell’Islam e l’Europa come nemica di tutti gli islamici indistintamente. Un ragguardevole favore fatto all’avversario.

Le vittime del terrorismo jhiadista in Europa, in un quindicennio sono state meno di 500, in un solo anno, in Europa, ci sono circa 120.000 vittime per incidenti stradali e circa 3.000 per incidenti sul lavoro. Tuttavia, nonostante le morti sul lavoro siano mediamente 90 volte superiori a quelle per terrorismo islamico, non sembra che l’allarme sociale per le prime sia lontanamente paragonabile a quello per le seconde, nonostante molte di esse siano attribuibili a gravi negligenze delle imprese e potrebbero essere evitate.
 
Questo non significa assolutamente che si debba sottovalutare la gravità politica del fenomeno o non lo si debba contrastare con la massima decisione (se lo pensassi non avrei scritto un libro sull’argomento, il cui scopo è proprio quello di sollecitare un contrasto più efficace contro lo jihadismo), ma che esso va, per così dire, “ritarato”, riportato alle sue proporzioni ed alla sua natura essenzialmente politica e non di conflitto di religione.

Riassumendo, abbiamo una percezione del fenomeno che presenta queste caratteristiche:

a. è fortemente sbilanciata nella percezione quantitativa tanto in riferimento all’immigrazione nel suo complesso, quanto a quella islamica in particolare;

b. è fortemente sopravvalutato dal punto di vista militare;

c. è valutato in modo errato sotto il profilo politico, in particolare nei reali obiettivi dell’avversario.

Tutti sintomi, direi abbastanza chiari di una percezione paranoica del fenomeno. Sulle cause di questa ondata di paranoia ragioneremo in un prossimo pezzo.

05/02/2016

Dal jolie temps alla crisi: paranoia e narcisismo nel presente

Sabato 30 ho partecipato ad un seminario della Società di Psicanalisi Critica dedicato al tema della paranoia, introdotti da Franco Romanò e da Claudio Widmann e proprio le due relazioni mi hanno suggerito una serie di riflessioni che condivido con voi. Ovviamente parliamo del contesto occidentale ed in particolare europeo.

La paranoia, come si sa, è una psicosi connotata da manie ossessive di persecuzione, dalla percezione di pericoli inesistenti o esagerati, da un perdurante senso di insicurezza, di non sentirsi adeguato al pericolo incombente, che è la manifestazione di una mancanza di autostima. Il paranoico è un “delirante razionale” che conserva perfettamente le capacità logico-deduttive, applicandole all’oggetto delle sue ossessioni.

Dunque, è poco attaccabile nel merito delle sue convinzioni che hanno il loro punto focale nelle paure dell’altro, un irriducibile “altro da sé” minaccioso, sleale, nascosto, ma soprattutto fatto di una materia diversa e perciò stesso invulnerabile alle proprie difese.

La paranoia ebbe un suo predominio sulle altre psicosi nel periodo compreso fra il 1914 ed il 1989: dall’inizio della prima, alla fine della terza guerra mondiale, sanato dall’incombente spettro della guerra e dai connessi incubi del bombardamento aereo, della distruttività totale dell’atomica, dalle insidie della “quinta colonna e dello spionaggio, dall’universo concentrazionario, dell’annullamento individuale nel totalitarismo. Non è un caso che in questa stagione abbiano la loro massima fioritura generi letterari e cinematografici come i racconti di spionaggio (di cui il “complottismo” in politica fu un pendant) e quelli di fantascienza. Se nei primi si celebra l’insidia nascosta del nemico, nei secondi si vive l’incubo di un nemico contro cui non ci sono difese che tengano. Non è l’”alter” latino, che presuppone un rapporto duale con il protagonista, ma l’”aliud” che è totalmente e catastroficamente diverso, appunto l’”alieno” che viene da un altro pianeta.

Questa stagione terminò con la fine dell’ordine bipolare: con esso si credevano sepolti i pericoli di guerra e, dunque finita la corsa agli armamenti, le insidie dello spionaggio, la medicina conosceva uno sviluppo senza precedenti, mentre la finanza prometteva di aver trovato l’algoritmo che scongiurava ogni grande crisi. Un grande e benefico impero vegliava sulle sorti di un mondo avviato ad un’epoca di pace e di crescente benessere sempre più diffuso. C’era chi si spingeva a parlare di un secondo Rinascimento più grande e magnifico del primo. Anche sul piano individuale non c’era più materia ad alimentare le psicosi paranoiche: la medicina prometteva traguardi impensabili, il denaro bancario prometteva facile ricchezza per tutti attraverso il “credito facile” del mutui sub prime, ma anche delle carte di credito, e lo spettro della miseria era respinto forse definitivamente. Gli individui sarebbero stati liberati dalla invasività del lavoro, ridotto a frange minoritarie di tempo fra occupazioni occasionali, part time, impieghi flessibili e dove non arrivava il salario suppliva il generoso credito, l’ideologia iper individualista assicurava sempre maggiori libertà personali e la cura di sé diventava l’occupazione principale, fu il “tempo del fitness”. Fu una seconda “Bella Epoque”, “le jolie temps” della prima globalizzazione e la paranoia lasciò il passo al narcisismo.

Ovviamente parliamo di un narcisismo secondario cioè dell’età adulta. E’ interessante notare che nello stesso tempo, il concetto stesso di “nevrosi narcisistica” è andato via via regredendo nell’uso psichiatrico e psicanalitico, sino ad essere espunto dall’elenco delle patologie riconosciute dall’Oms. Forse in questo ha inciso la forte diffusione del fenomeno che sconsigliava un riconoscimento troppo oneroso per la sanità pubblica, ma è probabile che abbia influito la convinzione della limitata dannosità di essa. In fondo, se qualcuno è affetto da forme larvate di autoerotismo o ha l’ossessione della cura del proprio corpo, della palestra, del fitness ecc. non produce danni sociali e neppure a sé stesso (per lo meno sino a quando non si annega nella vasca da bagno).

Poi è giunto il tempo della crisi ed abbiamo scoperto che nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta: una grande guerra generalizzata non è in vista (anche se il rischio è un po’ più concreto oggi di quanto non lo fosse trenta anni fa), ma nuove forme di conflitto strisciante ed anomalo vanno diffondendosi, primo fra tutti il terrorismo e con esso è cresciuta l’invasività dello spionaggio e, parallelamente, sono declinate le libertà individuali; mai si sono spesi tanti soldi per gli armamenti; la medicina ha fatto molto, ma le aspettative erano assai maggiori e l’aumento della durata media di vita rallenta sin quasi ad arrestarsi, l’algoritmo che avrebbe dovuto scongiurare ogni grande crisi probabilmente era sbagliato, l’ascensore sociale sembra irreparabilmente rotto ed il futuro promette sempre meno alle giovani generazioni. E torna il tempo della paranoia.

Per la verità essa era serpeggiata furtivamente già nel decennio che è alle nostre spalle, ma si è conclamata nel 2015 con gli attentati terroristici di Parigi e l’ondata di profughi ed immigrati. L’attuale xenofobia (presente da anni, ma ora esplosa a livello di massa) ripropone tutti i clichet della più classica paranoia: i musulmani sono tutti terroristi, si  preparano a sottometterci, non sono integrabili, anzi, forse, ci invadono approfittando dello stato di narcosi delle nostre società che non stanno riconoscendo il pericolo. Sono i nuovi alieni, forse non sono neppure fatti di chimica del carbonio e sbarcano da chissà quale pianeta. Si producono gli stessi stereotipi della de-specificazione tipici delle grandi ondate razziste: la tranquilla, pacifica Danimarca sequestra i beni dei rifugiati e segna all’esterno con un simbolo le case in cui essi abitano (vi ricorda niente?), l’Ungheria si barrica dietro siepi di filo spinato, forze politiche di notevole consistenza (il Fn, la Lega, i Veri Finlandesi ecc.) chiedono l’espulsione di gran parte degli attuali immigrati e il blocco di nuovi arrivi, la Francia socialista pensa a nuovi campi di concentramento modello Guantanamo, tornano le frontiere blindate dentro l’Europa.

Siamo di fronte alla seconda età della paranoia, ma il trentennio narcisista non è passato invano ed oggi forse riusciamo ad apprezzare meglio il pericolo di questa patologia misconosciuta: essa ha abolito il senso tragico della vita e, con ciò stesso ha reso più fragili individui e società. La rimozione del dramma e della stessa idea di morte, ha neutralizzato il principale elaboratore di lutto dell’uomo: la coscienza che il dramma è una parte costitutiva ed ineliminabile della vita. Il narcisismo ha segnato una regressione infantile dell’intera società: l’uomo della prima globalizzazione si immagina in un regno anomico della libertà intesa come assenza del limite, in cui non esiste la necessità del lavoro (quanti danni hanno fatto gli ideologi dell’Autonomia!!!). In questa regressione, è abolita l’idea stessa di tempo: si vive in un eterno presente uguale a sé stesso, che non ha passato e non ha futuro e, perciò stesso, non ha senso di responsabilità verso le generazioni future e non è in grado di accettare l’idea di una crisi di sistema che metta in causa la persistenza dell’esistente.

Ottimista ed onirico, l’uomo del jolie temps abita in un tempo illusorio, non ha spessore storico, è privo di senso della realtà e, perciò, enormemente più fragile. L’impatto con una nuova epoca della paranoia potrebbe rivelarsi ancor più devastante dell’epoca precedente.

Fonte