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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/10/2026

Israele, per la Cia, rischia la guerra civile e il collasso

I servizi segreti statunitensi esprimono timori di disordini civili e di un collasso dello Stato in Israele in vista delle elezioni del 27 ottobre.

Israele rischia una guerra civile o il collasso dello Stato, avverte una valutazione classificata della CIA, poiché anni di Genocidio a Gaza e guerre in Libano e Iran acuiscono le fratture politiche, economiche e sociali all’interno del Paese.

Il rapporto di agosto, intitolato “Fracture From Within” (Frattura dall’Interno), è stato redatto da esperti della Red Cell della CIA, secondo quanto riferito da due fonti statunitensi. La Red Cell, l’unità responsabile delle “analisi alternative” all’interno dell’Agenzia, ha prodotto la valutazione combinando informazioni di pubblico dominio con dati dei servizi segreti statunitensi.

La valutazione sembra riferirsi solo ai cittadini ebrei di Israele e non prende in considerazione i cittadini palestinesi, che rappresentano circa il 20% della popolazione israeliana e che vivono sotto varie forme di discriminazione che Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno definito parte di un più ampio Sistema di Apartheid. La CIA non ha risposto a una richiesta di commento.

Gli esperti della CIA hanno evidenziato una combinazione esplosiva di pressioni convergenti in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre: ​​crisi economica e spese militari alle stelle; veterani pesantemente armati di ritorno da lunghi periodi di combattimento, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici; crescente rabbia per gli uomini ultraortodossi esentati dal servizio militare; intensificazione della violenza dei coloni nella Cisgiordania Occupata; e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che lottando per rimanere al potere innesca una crisi costituzionale.

Le “Unità Red” della CIA hanno il compito di sviluppare analisi e idee che mettano in discussione le ipotesi prevalenti e smascherino il pensiero di gruppo o i punti ciechi che possono radicarsi all’interno dell’apparato di spionaggio.

“Gli autori di questo documento sono esperti di Israele”, ha osservato una fonte della comunità dei servizi, “non si tratta di un’ipotesi fantasiosa: con le imminenti elezioni e le fratture in Israele, dovremmo prendere sul serio la loro conclusione che Israele è a un passo da un vero e proprio conflitto interno”.

Una delle fratture più profonde nella politica israeliana non è emersa a causa dell’opposizione ai Crimini di Guerra del Paese, bensì a causa della questione di chi è tenuto a combattere e chi ne è esentato.

Gli uomini ultraortodossi hanno storicamente beneficiato di ampie esenzioni dal servizio militare, pur continuando a ricevere sussidi statali, un accordo che è diventato sempre più controverso a seguito delle ripetute mobilitazioni delle riserve. Il loro rifiuto collettivo di prestare servizio militare non è radicato nell’opposizione alle guerre di Israele, poiché i leader ultraortodossi sostengono che il servizio militare minaccia la vita religiosa e il loro obbligo di studio della Torah.

Ma dopo anni in cui i riservisti sono stati ripetutamente richiamati dai loro lavori e dalle loro famiglie, l’esenzione è diventata una potente fonte di risentimento nella società israeliana. Le famiglie hanno anche dovuto sopportare il costo delle politiche bellicose di Israele. I prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto livelli record, con un aumento del 9,5% del costo della vita, compresi frutta e verdura fresca, negli ultimi due anni, aggravando una crisi del costo della vita già grave dopo anni di guerra.

Eppure gran parte dell’opposizione a Netanyahu non è rivolta alla brutalità di Israele contro i palestinesi, ma alla rabbia per il modo in cui l’ha gestita. I principali partiti sionisti anti-Netanyahu sono a loro volta divisi sulla dirigenza e sulla strategia di coalizione, mentre una delle principali critiche mosse a Netanyahu riguarda la sua responsabilità nel fallimento della sicurezza il 7 ottobre 2023.

Sondaggi recenti hanno mostrato che sia il blocco Netanyahu che quello anti-Netanyahu faticano a raggiungere i 61 seggi necessari per governare.

Le fonti hanno avvertito che la combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti storici. “È noto che i Freikorps tedeschi erano composti da veterani affetti da disturbo da stress post-traumatico, armati e assetati di sangue”, ha affermato. “Non sto dicendo che Israele dopo Gaza sia la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, ma ci sono certamente degli aspetti che mi sembrano simili”.

Israele si trova inoltre ad affrontare un crescente isolamento all’estero, compresa un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani hanno privatamente considerato una minaccia a lungo termine. Il rapporto di agosto indicava la progressiva trasformazione di Israele in uno “Stato emarginato” come un fattore che potrebbe portare al collasso dello Stato.

Secondo un’altra valutazione della CIA, riportata da Capital & Empire a luglio, i funzionari israeliani ritengono che le basi politiche americane su cui si fonda il consenso dell’alleanza si stiano sgretolando e che la continua dipendenza da miliardi di dollari di aiuti militari diretti statunitensi potrebbe alla fine diventare politicamente insostenibile.

La loro risposta è stata quella di cercare una maggiore integrazione nell’apparato militare, di spionaggio e di difesa americano, legami che sarebbero difficili da sciogliere per i governi futuri. Entro la primavera di quest’anno, il 60% degli americani aveva un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% dell’anno precedente, secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Pew.

Questo deterioramento del sostegno è sempre più visibile anche all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. “La comunità delle agenzie di sicurezza, come gli Stati Uniti, come le forze armate, come ovunque, è sempre più frustrata dal capitale reale e politico speso per sostenere Israele”, ha affermato la fonte.

“Mentre procediamo con un’ulteriore integrazione delle nostre capacità militari e industriali con quelle israeliane, c’è una profonda frustrazione nel constatare che lo stiamo facendo per un Paese che ci ha trascinato in una guerra che stiamo perdendo, un Paese che ci spia”.

Il rapporto della CIA ha anche cercato di delineare come queste pressioni potrebbero interagire se la crisi interna di Israele si aggravasse: come una singola scintilla potrebbe trasformare una frattura politica in un conflitto civile aperto e cosa ne conseguirebbe.

Tra gli scenari ipotizzati figurano il ritiro di investimenti o personale da parte di aziende straniere del settore tecnologico e dell’Intelligenza Artificiale, con conseguente ulteriore erosione di un’economia già in difficoltà, la riconsiderazione da parte dei governi regionali del valore politico e strategico di una maggiore normalizzazione delle relazioni con Israele e lo sfruttamento da parte di Hamas o Hezbollah di un periodo di debolezza interna. Secondo le fonti, il rapporto ha utilizzato specificamente il termine “conflitto civile”.

Per decenni, il potere di Israele non si è basato solo sulle armi e sul sostegno americano, ma anche sulla proiezione di una superiorità militare, di un vantaggio in termini tattici e di coesione interna che rendevano lo Stato di fatto indistruttibile.

Tuttavia, come avvertiva la valutazione, al di sotto di questa proiezione di forza schiacciante, Israele sta accumulando contraddizioni economiche, politiche e sociali che la sola potenza militare potrebbe non essere in grado di contenere.

Fonte

28/08/2026

Se la Cia è l’ultima spiaggia

Nel mondo delle spie nulla è come appare. Anzi, quel che “deve” apparire è un risultato voluto, cercato con ostinazione e determinazione. Deve coprire altro, ma nessuno può dire con certezza che cosa. E qui cascano sempre dal pero i “dietrologi” che, disponendo dei pochi e slegati indizi messi a disposizione o comunque trovati per caso, si inventano letteralmente un “film” su come potrebbero essere andate le cose, secondo le proprie preferenze politiche.

Per dire: se i “dietrologi di sinistra” hanno campato per anni (ed anche bene, economicamente parlando) inventandosi una lotta armata italiana che sarebbe stata al servizio della Cia, quelli di destra (senza virgolette) hanno fatto lo stesso avendo nel mirino il Kgb sovietico. I più cretini hanno messo insieme tutto, shakerato e portato il cervello al cortocircuito finale, nel mondo dove tutto è possibile e quindi non c’è niente di sicuro.

La Cia, dunque. Se il suo capo va a Mosca a bordo di un C-17 Globemaster III, dopo una sosta in Lettonia, e incontra il suo omologo alla testa dei servizi segreti russi, è ovvio che non esca nulla di certo. E che le “indiscrezioni” fatte attentamente filtrare alle fonti giornalistiche da anonimi funzionari – tutti occidentali, “protetti dall’anonimato” – siano esattamente ciò che deve “apparire”. Con buona certezza che perciò sia in buona parte falso.

Ed è comunque soltanto una “narrativa”, come si può verificare dai media occidentali, che presentano la vista di John Ratcliffe alla stregua di un semi-ultimatum affinché la Russia smetta – contemporaneamente – di aiutare l’Iran condividendo armi e tecnologie della difesa, nonché per consigliare di “non reagire in modo eccessivo” se dovesse essere colpita dalle sanzioni. In pratica un “fatevi i fatti vostri e non vi lamentate, se no è peggio”.

Una “coattata alla texana”, insomma, che dovrebbe evocare l’immagine di stivali appoggiati sul tavolo davanti a interlocutori intimiditi.

Poi la mente va all’analoga visita del suo predecessore, William Burns, alla fine del 2021, presentata allora come un “duro ultimatum” a Putin affinché non attaccasse l’Ucraina. Cosa avvenuta tre mesi dopo...

La credibilità di questa narrazione è dunque bassina, diciamo ma intanto ha oscurato la ben più lunga e ben accolta visita del “ministro degli esteri” vaticano, Gallagher, che proseguirà ancora per giorni.

Oltre all’ovvia perorazione della pace fermando tutte le guerre, l’emissario del Papa si sarebbe soffermato più a lungo sulla vicenda ucraina, che tutte le fonti ormai danno ai titoli di coda o pressappoco, ma le modalità di chiusura possono essere estremamente differenti.

L’inverno alle porte – paradossale scriverne con le temperature odierne – è considerato l’ultimo prima del crollo verticale del paese, già stremato da quattro anni e mezzo di guerra, fuga dei giovani, debiti non ripagabili neanche in un secolo, economia inesistente, esportazioni semi-bloccate, divisioni interne, inchieste per corruzione che al momento si fermano sulla porta di Zelenskij in attesa di capire chi dovrà sostituirlo.

Militarmente la situazione è stata sintetizzata dall’ex ministro della difesa, l’osannato “giovane” Fedorov: “stiamo lentamente perdendo la guerra”. Dovrebbe sapere bene di cosa parla, ma anche lui viene messo in discussione – dai media guerrafondai europei – perché vorrebbe nuove elezioni, anche mentre si combatte. Ovviamente per candidarsi.

Così – nel tentativo di prendere ancora tempo – Zelenskij prepara l’arruolamento delle donne e si affida direttamente ai nazisti acclarati dei battaglioni Azov affidando loro il comando di ciò che resta sotto suo controllo del Donetsk: il solito Andriy Biletsky e Denys Prokopenko, comandante del reparto che si era arreso a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal (il quale, secondo gli accordi di scambio dei prigionieri, non avrebbe potuto tornare a combattere...).

Un quadro pieno di crepe, che ovviamente il capo della Cia conosce nei dettagli  meglio di tutti. E senza neanche accennare all’Iran, dove l’opzione militare è stata accantonata per manifesta incapacità statunitense di raggiungere gli obbiettivi, finendo sostituita dall’ultimo esercito che gli Usa possono schierare: il sistema finanziario.

Non proprio la retrovia che consente di recitare la parte del “coatto” sulle rive della Moscova. Quasi una conferma dello stallo in cui è infilata l’amministrazione Usa, tra guerre che non riesce né a vincere né a chiudere.

Ma vedremo presto, crediamo, qualcosa di più concreto...

Fonte

26/08/2026

Cia e Vaticano in missione a Mosca

Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese...), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.

Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.

I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).

La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Teheran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.

Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc..

Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.

In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.

Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.

Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:

  • una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;
  • le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;
  • i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.

Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.

Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.

A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.

Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allarghi all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.

Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).

E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.

Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 200 a testa di Parigi e Londra).

Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma non soldati.

Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.

I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).

I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Teheran, ecc..

Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.

Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti...

Fonte

07/06/2026

Come la CIA ha creato Marco Rubio

Per decenni, una storia ombra è stata cancellata dai libri di testo americani: la verità che la forza d’invasione della Baia dei Porci della CIA non si è sciolta dopo il fallimento del 1961, è mutata. I 1.500 commando anticastristi, addestrati e attrezzati dall’Agenzia, sono tornati a Miami non come soldati ma come nucleo di una classe criminale protetta.

Nel 1970, i file dell’FBI mostravano che quasi il 70% dei principali trafficanti di droga arrestati nel sud della Florida erano veterani della Baia dei Porci. Avevano mantenuto i “nulla osta di sicurezza” della CIA, le vie di contrabbando di armi e, soprattutto, la loro immunità politica.

Sono diventati l'“Elite Narco-Terrorista”, una creatura ibrida di risorse dell’intelligence e boss del cartello. E in questo mondo, il giovane Marco Rubio non è stato un visitatore accidentale, ma una recluta per ragioni familiari.

I registri pubblici mostrano che da adolescente Rubio lavorava in un negozio di animali esotici a West Miami. Quello che la stampa ha minimizzato è che il proprietario del negozio era suo cognato, Orlando Cicilia. Nel 1987, Cicilia è stata incriminato nell'“Operazione Giraffa”, un caso di denaro sporco che ha riguardato 79 milioni di dollari in proventi di cocaina direttamente riciclati attraverso quel negozio di animali.

Rubio ha affermato di aver semplicemente pulito le gabbie degli animali e non sapere nulla. Ma nella logica dell’élite Narco-terrorista, l’ignoranza è l’alibi del complice. Non si condivide un’azienda di famiglia con un importante riciclatore di denaro, uno le cui operazioni si sono intersecate direttamente con le stesse reti in esilio della CIA che gestivano il canale della Baia dei Porci alla cocaina, ed emergono incontaminati.
La casa d’infanzia di Rubio non era alla periferia di questo mondo; era al suo interno.

Dal negozio di animali al Dipartimento di Stato

L’accusa qui non è che Rubio portasse personalmente pacchi di cocaina, ma che abbia assorbito la lezione politica fondamentale della narco-rete in esilio: ossia che la “Guerra alla droga” è una copertura per il cambio di regime.

Questo è il manuale del caso Iran-Contra, e Rubio ha passato tutta la sua carriera cercando di rimetterlo in funzione. Come senatore, ha sostenuto l'honduregno Juan Orlando Hernández, anche se gli agenti della DEA hanno confermato sotto giuramento che Hernández gestiva uno “narco-stato” dove le spedizioni di cocaina erano protette dalla famiglia del presidente.

Dopo che Hernández è stato condannato in un tribunale degli Stati Uniti, gli alleati di Rubio, tra cui Donald Trump, si sono mossi per graziarlo. Allo stesso modo, Rubio ha difeso l’ecuadoregno Daniel Noboa nonostante le prove documentate della spedizione di cocaina in contenitori di banane della stessa famiglia Noboa.

La linea è chiara. Rubio protegge costantemente i leader latinoamericani che servono gli interessi anticomunisti statunitensi, indipendentemente dai loro legami con la droga. È lo stesso accordo che la CIA ha fatto con i veterani della Baia dei Porci, immunità in cambio di lealtà.

Quando Rubio chiede attacchi militari in Venezuela sotto la bandiera della “guerra al narcoterrorismo”, non sta rompendo il vecchio modello, lo sta perfezionando. Il bersaglio è sempre un governo di sinistra. Il metodo è sempre paramilitari con precedenti di droga conosciuti. E il risultato è sempre una nuova generazione di trafficanti legati alla CIA che, come il cognato di Rubio, possono riciclare milioni mantenendo la brillantezza della rispettabilità anticomunista.

Una corruzione non con sacchi di contanti, ma di parentela

La corruzione di Rubio non è del tipo grezzo, con una valigia piena di contanti. È il tipo di corruzione più profondo, più americano. È la corruzione di una classe politica che da sessant’anni normalizza l’unione delle agenzie di intelligence e dei cartelli della droga.

Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione tra mafia, Sindacato, circoli di ricatto sessuale, narcotrafficanti e servizi segreti. Ma nessuno va così in profondità come quell’equipaggio originale della Baia dei Porci. La loro associazione con l’assassinio del Presidente Kennedy è notoria, così come il loro legame con l’insabbiamento delle indagini.

La biografia di Rubio non è un’anomalia; è il curriculum dell’Elite Narco-Terrorista

Nato in esilio a Miami, legato dal sangue a un condannato per riciclaggio di denaro sporco, educato nella convinzione che qualsiasi crimine sia giustificato per rovesciare Cuba o il Venezuela, è ora insediato come Segretario di Stato.
Lui è quello che poi succede quando uno come Jack Ruby (Rubenstein) diventa il braccio destro del presidente. Quando invoca lo “stato di diritto”, parla una lingua che la storia della sua famiglia ha già tradito.
Il negozio di animali è chiuso. Ma la rete che serviva non si è mai chiusa, ha semplicemente promosso uno dei suoi ai più alti incarichi del potere americano.

Fonte

15/03/2026

Guerra all'Iran - Perché Trump ha ignorato gli avvertimenti della Cia?

Rapporti inascoltati

L’esclusivo rapporto della Reuters lascia pochi dubbi, confermando di fatto quanto già anticipato dal New York Times e dal Washington Post. L’Agenzia sottolinea due aspetti della pianificazione operativa americana assolutamente deboli. Con presupposti sbagliati, smentiti poi dalla situazione sviluppatasi sul campo. L’iniziativa strategica della Casa Bianca e del Premier israeliano Netanyahu, insomma, è stata portata avanti ugualmente, nonostante i chiari avvertimenti della Cia. E non solo. Perché, a tutti i documenti elaborati sul format dei National Intelligence Estimate, concorre ognuno dei 16 Servizi segreti Usa, coordinati dal Direttorato per l’Intelligence.

Il rilancio della Reuters

Dunque, secondo la Reuters, il succo del rapporto è che «l’Intelligence statunitense non prevede un imminente crollo del governo di Teheran, mentre le milizie curde iraniane (che dovrebbero sollevarsi contro il regime n.d.r.) sono a corto di combattenti e armi». Inoltre, aggiunge l’Agenzia (facendo capire che qualcuno deve avere ignorato gli avvertimenti), bisogna constatare che «i recenti rapporti di intelligence sono coerenti». Nel senso che seguono la stessa traccia e sostengono le stesse cose, già dette nei documenti precedenti, periodicamente sottoposti all’Amministrazione Trump. «Secondo tre fonti a conoscenza della questione – scrive Reuters – l’Intelligence statunitense indica che la leadership iraniana è ancora in gran parte intatta e non rischia di crollare nell’immediato, dopo quasi due settimane di incessanti bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele. Una ‘moltitudine’ di rapporti di intelligence – prosegue l’Agenzia – fornisce ‘un’analisi coerente secondo cui il regime non è in pericolo’ di collasso e ‘mantiene il controllo del popolo iraniano’. L’ultimo rapporto è stato completato negli ultimi giorni, ha affermato la fonte».

«Intransigenti» al potere

«Con la crescente pressione politica dovuta all’impennata dei costi del petrolio – prosegue l’analisi di Reuters – il Presidente Trump ha lasciato intendere che porrà fine ‘presto’ alla più grande operazione militare statunitense dopo il 2003. Ma trovare una conclusione accettabile alla guerra potrebbe essere difficile se i leader ‘intransigenti’ dell’Iran rimarranno saldamente trincerati». Il punto è proprio questo. I resoconti dell’Intelligence sottolineano la coesione della leadership clericale iraniana nonostante l’uccisione della Guida suprema, l’ayatollah Áli Khamenei». Ma c’è di più. La Reuters sostiene che nel corso di discussioni con fonti riservate, anche gli israeliani hanno riconosciuto che non vi è alcuna certezza che la guerra porterà al crollo del governo clericale. Sul caso specifico, ieri è stato il britannico Guardian a dare ampio spazio nella sua prima pagina.

Scettici anche gli israeliani

Ecco cosa dice il Guardian citando alti funzionari della Sicurezza israeliana: «Alcuni di loro sostengono che non è mai stato realistico aspettarsi che una guerra aerea potesse far crollare immediatamente il governo iraniano o replicare la svolta politica imposta a Caracas. ‘È un pio desiderio’, ha detto una delle fonti di intelligence. ‘Avevamo un piano su come eliminare i missili balistici, come gestire i siti nucleari, come gestire l’industria militare in Iran. Ma non ho mai sentito dire che sapessimo come condurre una campagna di cambio di regime dall’alto. Non abbiamo mai saputo come entrare nella testa di 90 milioni di persone. Quindi come potremmo sapere se scenderanno in piazza o no? Speriamo che ci vadano».

L’allarme del Washington Post

E veniamo alla ‘madre’ di tutti i rapporti sul tema molto delicato che stiamo trattando. Il primo articolo è quello del Washington Post che, in un certo senso, finisce per sbugiardare molti dei ‘teoremi geopolitici’, fabbricati in questi giorni nello Studio ovale di Pennsylvania Avenue. «Un rapporto classificato del National Intelligence Council – dice il giornale – ha rilevato che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti, difficilmente riuscirebbe a spodestare il consolidato establishment militare e clericale della Repubblica islamica, una valutazione che fa riflettere, mentre l’Amministrazione Trump solleva lo spettro di una campagna militare estesa che, secondo i funzionari, è ‘appena iniziata’. I risultati – confermati al Washington Post da tre persone a conoscenza del contenuto del rapporto – sollevano dubbi sul piano dichiarato del Presidente Donald Trump di ‘ripulire’ la struttura di leadership dell’Iran e insediare un governante di sua scelta. Il rapporto, completato circa una settimana prima che Stati Uniti e Israele iniziassero la guerra il 28 febbraio, delineava scenari di successione derivanti da una campagna mirata contro i leader iraniani o da un attacco più ampio contro la sua leadership e le istituzioni governative, hanno affermato le fonti a conoscenza dei risultati».

Le conclusioni

«In entrambi i casi, l’Intelligence ha concluso che l’establishment clericale e militare iraniano avrebbe risposto all’uccisione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, seguendo protocolli volti a preservare la continuità del potere, hanno affermato queste fonti». La prospettiva che l’opposizione frammentata dell’Iran prenda il controllo del Paese è stata definita improbabile. 

Fonte

20/01/2026

Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.

Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale.

Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.

Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere.

Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.

Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).

È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense.

Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari.

Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio.

Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati Uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale.

Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servito a giustificare l’intervento di Washington.

In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale... E poi, la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.

Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.

Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.

Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della Cia non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili – incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore – per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.

In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.

Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela – considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS+ – non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero.

Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.

Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.

Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.

Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione – o dall’estorsione – con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.

La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.

Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!). Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange –, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.

“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”.

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02/01/2026

L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile

C’è qualcosa di noiosamente ripetitivo nel modo in cui il sistema mediatico europeo tratta le vicende guerra/trattative sull’Ucraina. Ma proprio questa ripetitività rivela un “metodo”, una logica, un intento. E molta cecità.

La vera notizia-bomba degli ultimi giorni è certamente il tentativo di Kiev di colpire una delle residenze ufficiali ed abituali del presidente russo con droni a lungo raggio.

La prima reazione simultanea ed “istintiva” dei media mainstream è stata quella di negare il fatto, in coda alle dichiarazioni di Zelenskij. Veniva assunta come “prova” l’assenza di una esibizione immediata di resti dei droni ucraini, sulla falsariga di quanto fatto tempo fa – coprendosi di ridicolo – dai servizi polacchi che avevano mostrato foto di uno pseudo-drone tenuto insieme con nastro adesivo placidamente parcheggiato sulla tettoria di una conigliera.

Inutile ricordare, agli “scienziati” dell’informazione padronale, che nella guerra contemporanea ogni oggetto volante – specie nelle zone di guerra – è visibile ai satelliti dal momento del lancio a quello dell’impatto (sul bersaglio o per l’intercettazione da parte della contraerea). Dunque la “prova regina” stava nei tracciati registrati dai satelliti russi, statunitensi, cinesi, inglesi, ecc.

Poi i russi hanno presentato comunque la foto di un drone abbattuto. La “narrativa” è cambiata – simultaneamente, per tutte le testate –: “non conta come prova, perché viene da Mosca” ( da dove altro sarebbe dovuta arrivare?).

A conferma, veniva qualche ora dopo presentata una ricostruzione della Cia – non proprio un “osservatore imparziale”, neanche sotto l’amministrazione Trump – secondo cui molti droni erano effettivamente partiti dall’Ucraina “in una direzione che comprendeva anche la residenza di Putin”, ma non si poteva dire con certezza se aveva come obiettivo la casa oppure un insediamento militare a 50 km di distanza. Un’ammissione di “compromesso”, per non dispiacere a nessuno o costringere la Casa Bianca a cambiare la sua impostazione diplomatica.

Fa niente. Basta titolare “la Cia smentisce Putin” e si può continuare come prima.

Siccome però il tentativo di “decapitare” una potenza nucleare con 6.000 testate non è un evento come gli altri, neanche in una guerra, i servizi russi hanno presentato alla controparte statunitense i chip contenenti i file con i piani di volo di uno dei droni abbattuti. Russia Today ha mandato in onda il video dell’incontro in cui il capo del GRU, Igor Kostyukov, consegna il controllore di volo del drone agli addetti militari dell’ambasciata statunitense a Mosca.

Niente dichiarazioni o chiacchiere da girare a piacimento, insomma, solo fatti e atti ufficiali. Sapendo perfettamente che la controparte dispone delle competenze e dei mezzi per verificare se i chip e i file sono stati “manipolati” oppure sono originali.

Naturalmente in una guerra come questa non ci sono “buoni” con cui identificarsi, però dobbiamo registrare che da questo lato della barricata – nel complesso euro-atlantico – c’è una evidente schizofrenia che riflette interessi e strategie diverse.

E se la divergenza di strategia tra “volenterosi europei” e amministrazione Trump è alla luce del sole, all’interno degli Stati Uniti sembra ancora viva una lotta tra parti di apparato ancora legati alla logica della “cordata Biden” (l’establishment democratico-repubblicano poi battuto alle elezioni) e i doveri d’obbedienza comunque dovuti al neo-presidente (right or wrong, my country).

Non perché il tycoon sia credibile come “pacifista” – basta vedere cosa sta combinando al largo del Venezuela, in Nigeria e soprattutto a Gaza – ma per una ragione strategica decisamente più importante: una volta che il contributo economico-militare statunitense all’Ucraina inizia a essere ridotto in modo significativo la prosecuzione “controllata” della guerra a spese dell’Europa può tornare ancora utile a Washington. In fondo può vendere armi, gas e petrolio ai paesi UE e contemporaneamente erodere ulteriormente la potenza di Mosca, obbligata comunque a dirottare una parte rilevante delle proprie risorse umane ed economiche nella guerra anziché su altri obiettivi.

Questa viscosità di interessi su più livelli spiega forse meglio di tanti “complottismi” perché non si prosegua più speditamente nelle trattative di pace. In fondo, il calcolo per gli ucraini – se avessero una leadership credibile – sarebbe presto fatto: meglio fermare la guerra cedendo quel che comunque verrebbe ceduto tra qualche mese, ad un prezzo più alto soprattutto sul piano umano, piuttosto che andare avanti senza più prospettive di “recupero”.

L’idea di provocare Mosca con attacchi “terroristici” tali da scatenare una risposta abnorme, che costringerebbe poi la Nato ad intervenire direttamente, ha un senso – folle – solo per menti non proprio equilibrate.

In pratica gli Stati Uniti ci guadagnano sia che la guerra si fermi, sia che vada avanti senza però arrivare al rischio di conflitto nucleare. I “volenterosi” europei (sempre meno, bisogna notare) spingono stolidamente per la prosecuzione perché non riescono a immaginare un “piano B” che consenta poi di tenere insieme 27 paesi in una quadro mondiale decisamente in trasformazione (gli Usa che privilegiano se stessi e il mondo “emergente” che ormai pesa quanto o più della vecchia Europa).

Sbagliare un titolo o un articolo, in questo guazzabuglio di interessi contrapposti ma contorti, è facilissimo. Chiaro però che, in una qualsiasi redazione, la cosa più semplice sia andare avanti a raccontar cazzate come si è sempre fatto, senza farsi venire il mal di testa per pensare... 

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28/11/2025

USA - L’afgano che ha sparato a Washington era della CIA...

Secondo funzionari dell’intelligence citati da Fox News, Rahmanullah Lakanwal, 29 anni, il cittadino afghano accusato di aver sparato a due membri della Guardia Nazionale vicino alla Casa Bianca mercoledì 26 novembre, aveva lavorato con diverse agenzie governative statunitensi, tra cui la CIA, come membro di una forza partner a Kandahar, Afghanistan.

Lakanwal aveva prestato servizio nel Commando Corps dell’Esercito Nazionale Afghano, un’unità d’élite che combatteva fianco a fianco con le Forze Speciali statunitensi.

Faceva inoltre parte della Kandahar Strike Force (NDS-03), un’unità di operazioni segrete operante al di fuori dei canali militari ufficiali che rispondeva direttamente alla CIA.

Durante il ritiro americano dall’Afghanistan nel 2021, a Lakanwal fu concesso un visto speciale per immigrati (SIV).

Arrivò negli Stati Uniti nel settembre 2021 nell’ambito dell’“Operazione Allies Welcome”.

Successivamente presentò domanda di asilo nel 2024, ottenendone l’approvazione nell’aprile 2025, sotto l’attuale amministrazione Trump.

Il direttore della CIA John Ratcliffe, parlando a Fox News Digital, ha dichiarato: “In seguito al disastroso ritiro di Biden dall’Afghanistan, l’amministrazione Biden ha giustificato l’arrivo del presunto tiratore negli Stati Uniti nel settembre 2021, basandosi sul suo precedente lavoro con il governo statunitense, inclusa la CIA, come membro di una forza partner a Kandahar, terminato poco dopo la caotica evacuazione”.

“A quell’individuo – e a tanti altri – non sarebbe mai dovuto essere permesso di venire qui. I nostri cittadini e i nostri militari meritano molto di più che sopportare le continue conseguenze dei catastrofici fallimenti dell’amministrazione Biden”, ha aggiunto Ratcliffe.

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23/10/2025

Stop alle minacce statunitensi contro il Venezuela. La denuncia di tre relatori delle Nazioni Unite

Tre relatori speciali delle Nazioni Unite – George Katrougalos, Ben Saul e Morris Tidbal Binz – in un comunicato congiunto hanno denunciato nero su bianco che “Le azioni militari e le minacce di usare la forza armata contro il Venezuela da parte degli Stati Uniti violano la sovranità del Venezuela e la carta delle Nazioni Unite”.

I tre relatori delle Nazioni Unite sottolineano come “Queste azioni violano anche l’obbligo internazionale fondamentale a non intervenire in questioni interne e a non minacciare l’uso della forza contro un altro Paese” aggiungendo che “Queste azioni rappresentano un’escalation estremamente pericolosa con gravi implicazioni per la pace e la sicurezza nella regione dei Caraibi”.

Il riferimento è al “significativo” rafforzamento militare statunitense già in corso nei Caraibi, con le forze statunitensi che hanno preso di mira imbarcazioni al largo delle coste venezuelane ritenute coinvolte nel traffico di stupefacenti, e all’annuncio del leader americano Donald Trump di aver autorizzato azioni “segrete” della Cia in territorio venezuelano.

“Anche se tali accuse fossero comprovate, l’uso della forza letale in acque internazionali senza un’adeguata base giuridica viola il diritto internazionale del mare ed equivale a esecuzioni extragiudiziali”, hanno affermato i relatori delle Nazioni Unite.

“I preparativi per un’azione militare segreta o diretta contro un altro Stato sovrano costituiscono una violazione ancora più grave della Carta delle Nazioni Unite”, affermano i tre relatori. “La lunga storia di interventi esteri in America latina non deve essere ripetuta”.

Per questo, i tre relatori Onu hanno rivolto un appello alla comunità internazionale affinché “difenda lo Stato di diritto, il dialogo e la risoluzione pacifica delle dispute” e hanno chiesto di terminare le azioni “illegali” e le minacce.

Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico Guardian, che ha consultato tre fonti ben informate, la Cia sta fornendo la maggior parte delle informazioni di intelligence utilizzate per condurre gli attacchi aerei degli Stati Uniti contro piccole imbarcazioni nel Mar dei Caraibi, sospettate – secondo la versione statunitense – di trasportare droga dal Venezuela.

Il Guardian rileva come il ruolo centrale dell’agenzia implica che gran parte delle prove utilizzate per selezionare i presunti trafficanti da uccidere in mare aperto rimarranno quasi certamente segrete. Le fonti hanno spiegato che la Cia fornisce informazioni in tempo reale raccolte dai satelliti per individuare quali imbarcazioni, a suo avviso, siano cariche di droga, tracciandone le rotte e fornendo indicazioni precise per attaccarle con i missili. Una settimana fa, Trump ha confermato di aver autorizzato operazioni della Cia in Venezuela, senza fornire altri dettagli.

Secondo gli analisti internazionali, l’obiettivo di Washington è arrivare alla rimozione dal governo di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela. Il via libera alle operazioni della Cia rappresenterebbe quindi una soluzione più aggressiva della strada diplomatica ma allo stesso tempo più discreta di una possibile invasione militare del Paese, denunciata pubblicamente non solo dal Venezuela ma anche dalla Colombia, finita anch’essa nel mirino di Washington.

Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha dichiarato alcuni giorni fa che il presidente Donald Trump lo accusa falsamente di essere legato al traffico di droga perché durante il suo mandato l’esercito colombiano non ha voluto partecipare a un’invasione del Venezuela, descrivendola come un atto insensato per attaccare un popolo fraterno.

Dal canto suo il presidente venezuelano Nicolàs Maduro ha espresso il suo sostegno alla Colombia affermando che entrambe le nazioni sono una sola e che un conflitto contro il paese vicino sarebbe considerato una minaccia anche contro il Venezuela.

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17/10/2025

Il Venezuela chiede all’Onu di dichiarare illegali i raid statunitensi

Il Venezuela ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che gli attacchi aerei statunitensi contro imbarcazioni al largo delle sue coste siano dichiarati illegali. In una lettera ufficiale, l’ambasciatore venezuelano all’ONU, Samuel Moncada, ha sollecitato un’inchiesta indipendente e una dichiarazione che riaffermi la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. Secondo Caracas, gli attacchi hanno causato la morte di almeno 27 persone e sono stati condotti senza fornire prove di qualsiasi attività illecita, in acque internazionali. La denuncia arriva in un contesto di tensione crescente, in cui gli Stati Uniti hanno intensificato operazioni militari nel Mar dei Caraibi meridionale, giustificando l’intervento con accuse di traffico di droga e attività terroristiche legate al governo di Nicolás Maduro, senza però presentare evidenze concrete a sostegno di tali affermazioni.

Il presidente Donald Trump ha autorizzato l’uso della CIA per operazioni segrete in Venezuela, definendo il governo di Caracas un sostenitore di reti criminali transnazionali. Il Venezuela denuncia una violazione diretta della sua sovranità e sottolinea che le operazioni statunitensi non rispettano il diritto internazionale. La lettera di Moncada, indirizzata ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, chiede un pronunciamento formale e un’inchiesta che accerti la natura illegale degli attacchi. La comunità internazionale è chiamata a intervenire per evitare ulteriori escalation e per chiarire la legittimità delle azioni militari unilaterali condotte da Washington.

Nonostante la gravità della richiesta, l’emissione di una dichiarazione ufficiale da parte del Consiglio appare improbabile, principalmente a causa del diritto di veto degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni membri hanno espresso preoccupazione per l’escalation. Russia e Cina hanno ribadito la necessità di rispettare la sovranità degli Stati, mentre Paesi europei come Francia, Grecia e Danimarca hanno invitato a una de-escalation immediata, richiamando l’attenzione sul rispetto del diritto internazionale e sull’urgenza di evitare un conflitto più ampio nella regione caraibica. La questione non è bilaterale ma ha ripercussioni significative sulla stabilità regionale e sulle dinamiche diplomatiche tra Stati Uniti e altri attori globali.

Caracas accusa direttamente la CIA di avere mandato libero per operazioni destinate a destabilizzare il Paese, mentre il governo insiste sulla necessità di difendere il proprio popolo e le istituzioni. Il Venezuela pone l’accento sul carattere unilaterale e illegittimo degli attacchi, evidenziando la differenza tra operazioni condotte in acque internazionali e la legittima difesa nazionale, e sottolinea l’impatto umano delle azioni militari, con la perdita di vite civili e danni alle infrastrutture marittime. La richiesta al Consiglio di Sicurezza rappresenta un tentativo di mobilitare la comunità internazionale, di ottenere una condanna formale e di chiedere garanzie sul rispetto del diritto internazionale.

Le operazioni statunitensi hanno scatenato una forte reazione diplomatica, con Caracas che ribadisce la propria disponibilità a collaborare con osservatori internazionali purché siano indipendenti e neutrali, e insiste affinché qualsiasi verifica includa un accertamento dettagliato delle responsabilità. Il governo venezuelano evidenzia come gli attacchi compromettano la sicurezza dei suoi cittadini, creando tensioni in mare e alimentando il rischio di incidenti che potrebbero travalicare le acque territoriali e avere ripercussioni politiche e umanitarie significative.

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08/08/2025

“Per mezzo dell’inganno”: la doppiezza del Mossad e la complicità di Washington

Nonostante miliardi di aiuti militari, un supporto tecnologico all’avanguardia e un’incrollabile protezione diplomatica, gli Stati Uniti sono regolarmente sorvegliati dallo stesso alleato che sostengono. Attraverso il Mossad, Israele ricambia non con lealtà, ma con uno spionaggio stratificato, descritto dall’ex agente della CIA Andrew Bustamante come doni intrisi di programmi spia e una collaborazione intrisa di sfiducia. Per molti americani, questa imparità morale contrasta il legame intuitivo tra generosità e fedeltà.

In un segmento del programma radio podcast #224 di Julian Dorey, ormai virale, Bustamante racconta come il Mossad offrisse alla CIA dei “regali”, solitamente strumenti tecnologici o di rilevamento, sistematicamente dotati di programmi spia. L’aneddoto non è eccezionale; è emblematico. L’etica del Mossad, plasmata da una politica Sionista che privilegia il dominio sulla responsabilità, è impenitente: l’inganno sulla trasparenza, la sopravvivenza sulla solidarietà, gli interessi sulle alleanze. Il suo credo guida, “Con l’inganno, farai la guerra”, non è un vezzo retorico. È una dottrina tattica in cui la manipolazione è sacra, i confini etici sacrificabili e il tradimento strategico, persino dei benefattori, pienamente normalizzato.

Mentre la CIA si destreggia tra vincoli diplomatici e supervisione esecutiva, il Mossad opera con autonomia dottrinale. L’imparità è sia operativa che filosofica, e si ripercuote negativamente sui palestinesi attraverso l’elaborazione delle politiche, le regole di spionaggio e il linguaggio morale dell’alleanza.

L’imparità al centro dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele, dove l’aiuto incondizionato incontra il tradimento strategico. Non è un caso diplomatico, è strutturale. L’etica dell’inganno del Mossad, radicato nella Dottrina Sionista, offre un modello per un potere irresponsabile: la sorveglianza riformulata come partenariato, l’aggressione mascherata da prevenzione. E la politica statunitense non si limita a tollerare questo calcolo, ma lo amplifica.

Prendiamo il dibattito sul finanziamento dell’Iron Dome del 2021. Nonostante le prove che il sistema abbia protetto dal lancio di razzi da Gaza, i legislatori di entrambi gli schieramenti lo hanno inquadrato come un imperativo umanitario, slegato dalla realtà sul campo. La collaborazione tra spionaggio USA e Israele, che include strumenti di sorveglianza congiunti e banche dati biometriche, ha potenziato la polizia predittiva dello Shin Bet, segnalando i giovani palestinesi come minacce preventive basate sul sospetto algoritmico.

Le operazioni del Mossad che prendono di mira diplomatici statunitensi o violano le norme del controspionaggio vengono accolte con il silenzio, non per mancanza di prove, ma perché l’alleanza è sacrosanta. In questo schema, l’inganno viene valorizzato come brillantezza strategica. Il risultato: quadri politici che privilegiano l’impunità sui principi, l’alleanza sulla responsabilità e la cancellazione sulle prove.

L’arte di governare Sionista non limita l’inganno allo spionaggio. Lo codifica nell’architettura stessa della governance. A Gaza, la dottrina israeliana del “Falciare l’erba”, un eufemismo per i continui bombardamenti di massa, riformula l’annientamento dei civili come antiterrorismo. La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2024, che ha stabilito l’illegalità dell’Occupazione israeliana di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, ha incontrato un’intensificazione dell’espansione degli insediamenti e della violenza delle milizie dei coloni, soprattutto nell’Area C. Queste milizie, spesso armate e protette, sfrattano pastori palestinesi e comunità beduine con il pretesto di “zone di sicurezza”. La copertura diplomatica occidentale trasforma la Pulizia Etnica in un imperativo strategico.

Tale logica ha dei precedenti. La Dichiarazione Balfour del 1917 e l’Accordo di Ha’avara con la Germania Nazista esemplificano come le istituzioni Sioniste abbiano storicamente sfruttato il potere imperiale per consolidare il Dominio Coloniale. Oggi, questo schema persiste, questa volta attraverso gli Stati Uniti, consentendo l’impunità di Israele attraverso l’Apartheid normalizzato. L’esproprio di terreni, le restrizioni di movimento e la negazione della cittadinanza sono bollati come manovre difensive contro una popolazione resa sospetta intenzionalmente. In questa matrice, la sicurezza non è più protezione, è pretesto. La Realpolitik non è pragmatismo, è il lubrificante ideologico per un Progetto di Cancellazione.

L’impunità di Israele è protetta non solo dalla superiorità militare o dalla forza diplomatica, ma anche da una corazza narrativa. Ricodifica la trasgressione come necessità, il dominio come difesa. Questa impalcatura ideologica si basa pesantemente sulla memoria dell’Olocausto, sull’ansia esistenziale e sul linguaggio della minaccia perpetua. Israele, come professa al Mondo, non si limita a difendersi, ma difende la “civiltà” dalla barbarie. In questo schema, attacchi preventivi, detenzioni a tempo indeterminato e guerra d’assedio vengono ribattezzati imperativi morali.

Si considerino gli omicidi extragiudiziali del Mossad, in Stati sovrani dal Libano alla Malesia. Raramente condannati, vengono inquadrati come genio tattico, immortalati a Hollywood e riconfezionati come innovazione eroica. La logica: la violenza israeliana è di una leggibilità unica, radicata nel trauma storico e nel peso della sopravvivenza ebraica. Nel frattempo, la Resistenza Palestinese, a prescindere dal suo allineamento con le norme anticoloniali internazionali, viene trattata come strutturalmente illegittima.

Ancora più insidiosamente, l’eccezionalismo Sionista strumentalizza il linguaggio della democrazia liberale per oscurare l’Apartheid. Israele si autoproclama “l’unica democrazia in Medio Oriente” imponendo al contempo un doppio regime giuridico: uno per i coloni ebrei, un altro per i palestinesi sotto Occupazione. Il discorso antisemita viene strumentalizzato per trasformare la critica alla politica israeliana in odio per il popolo ebraico. Non è casuale, è tattico. Riformula il Colonialismo di Insediamento come una crociata di civiltà, in cui la cancellazione dei nativi diventa una necessità sacra.

Nello spionaggio, questa logica rispecchia la strategia del Mossad: ingannare, distorcere, dominare, non in violazione dei codici morali, ma in loro nome. I “doni” dotati di programmi spia, l’infiltrazione istituzionale e la normalizzazione della doppia agenzia sono affermazioni strategiche di una missione sacra. La sovversione è santificata, l’inganno, un diritto di nascita.

La risposta degli Stati Uniti alle tattiche del Mossad non è plasmata dall’ignoranza, ma riflette un allineamento ideologico. La politica estera americana è guidata da convinzioni che inquadrano il potere come virtù. Attraverso l’eccezionalismo, gli Stati Uniti si considerano moralmente superiori e applicano selettivamente standard di responsabilità. L’egemonia liberale guida gli sforzi per rifare il Mondo a sua immagine, promuovendo la democrazia e i mercati attraverso il predominio militare e diplomatico. Insieme all’impegno per il primato militare, queste ideologie filtrano quali azioni sono condannate e quali giustificate. Questo quadro rende politicamente proibita la critica ad alleati come Israele.

Questi paraocchi ideologici statunitensi trovano un parallelo nell’eccezionalismo Sionista, un sistema di credenze che inquadra Israele come l’unico avente diritto a legittimità morale e politica a prescindere dalle sue azioni. L’eccezionalismo Sionista presenta l’identità israeliana come singolarmente virtuosa o storicamente gravata, permettendo che la sua violenza venga razionalizzata mentre la Resistenza Palestinese viene patologizzata. Attraverso questa lente, le istituzioni, dai media al mondo accademico, interiorizzano e riproducono una gerarchia di legittimità che protegge la condotta israeliana da ogni controllo e presenta la sopravvivenza palestinese come sospetta. 

Inquadramento mediatico

I notiziari occidentali sterilizzano sistematicamente la violenza israeliana. I bombardamenti aerei su Gaza diventano “scontri”, i Pogrom dei coloni si trasformano in “tensioni” e le infrastrutture dell’Apartheid vengono rietichettate come “misure di sicurezza”. Il bilancio delle vittime palestinesi viene inquadrato come collaterale, non strutturale. Quando il programma spia Pegasus si infiltra nei dispositivi dei giornalisti, la storia diventa un’anomalia tecnologica, non uno scandalo politico. Questa riformulazione immunizza Israele dalla condanna riservata ad altri regimi.

Controllo accademico

Nelle istituzioni d’élite, la Palestina è isolata in moduli di studi sui conflitti o di sicurezza, dove la strategia è in primo piano e l’etica oscurata. I finanziamenti filo-israeliani influenzano assunzioni, borse di studio e simposi, frenando la ricerca. Gli studiosi palestinesi affrontano barriere per i visti, censura e isolamento accademico. La stessa sovranità epistemica diventa sospetta. La regola tacita: solo alcune voci possono parlare di Occupazione.

Scudo diplomatico

Nonostante la crescente documentazione: rapporti ONU, indagini della Corte Penale Internazionale, testimonianze sui diritti umani, Israele si sottrae all’obbligo di rendere conto delle proprie azioni. I veti statunitensi fungono da barriera. Gli accordi di spionaggio congiunto elevano il Mossad ad alleato strategico, anche in mezzo a un inganno palese. L’ironia è brutale: gli stessi strumenti del Diritto Internazionale e della diplomazia vengono trasformati in armi per preservare l’impunità Sionista.

La rete di complicità globale sopra descritta non si limita a giustificare l’imparità, ma la rende operativa. Lo spionaggio del Mossad diventa astuzia; l’Apartheid israeliano viene presentato come pragmatismo; la sopravvivenza palestinese viene trattata come una minaccia.

Mettere in discussione l’indulgenza statunitense non è una scelta editoriale, ma un imperativo geopolitico. Per contrastare l’impunità Sionista, dobbiamo smantellare le narrazioni che la sostengono. Ciò significa costruire sistemi in cui la testimonianza, la memoria e la Resistenza palestinesi siano trattate non come eccezionali, ma come autorevoli. Significa slegare la legittimità dalle alleanze militarizzate e ridefinire la sicurezza non come Dominio, ma come Dignità.

Questa è una resa dei conti morale. Richiede di spogliare lo spionaggio del suo fascino, di denunciare la complicità della diplomazia e di affrontare la macchina ideologica che favorisce il tradimento. Nel farlo, non ci limitiamo a nominare l’imparità, ma la rifiutiamo. Le contrapponiamo quadri di responsabilità, trasparenza e liberazione, riscrivendo il copione che per troppo tempo ha rappresentato il dominio come destino della Palestina. Quel copione è finito.

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10/05/2025

Come gli Stati Uniti studiarono i partigiani sovietici

Oggi presentiamo un rapporto declassificato della CIA del 1° marzo 1949. Si tratta di un rapporto, classificato come “Segreto”, dedicato alla guerra partigiana nei territori occupati dell’URSS.

In contrasto con la diffusa visione occidentale della spontaneità della resistenza, l’analista della CIA ammette che il movimento partigiano sovietico fu concepito fin dall’inizio come uno strumento militare a tutti gli effetti.

I preparativi iniziarono molto prima dell’attacco tedesco: diverse settimane prima della guerra, sotto la guida di Vasilij Kossolapov, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di tutta l’Unione Sovietica (bolscevico), si tennero a Kholm corsi in cui si insegnava ai giovani, comprese le ragazze, a maneggiare armi ed esplosivi.

La guerriglia fu condotta secondo piani precedentemente elaborati e coordinati da un unico centro a Mosca.

Gli statunitensi furono sorpresi dall’entità del sostegno aereo ai partigiani. Il documento fornisce cifre concrete: sul Fronte Centrale, nei periodi di punta, fino a un quarto di tutte le sortite aeree sovietiche erano destinate a rifornire i partigiani! Nel febbraio 1943 ci furono 600 sortite (una media di 20 al giorno) e nella prima metà del maggio 1943 più di 2.900 sortite (circa 150 al giorno).

“Si tratta di risorse colossali”, ammette un ex funzionario della CIA. Tutto ciò che serviva veniva consegnato per via aerea: armi, munizioni, medicinali, comandanti esperti e persino... dentisti.

Questa arteria aerea non solo ha fornito la base materiale per la resistenza, ma ha anche fornito un enorme sostegno morale: le persone dietro le linee nemiche sapevano di non essere state dimenticate o abbandonate.

L’intelligence statunitense studiò attentamente chi costituiva esattamente la spina dorsale del movimento partigiano. Il rapporto evidenzia la composizione eterogenea dei distaccamenti: militari di carriera, lavoratori del partito, membri del Komsomol e contadini collettivi.

Particolare attenzione è rivolta alla partecipazione di adolescenti di 14 e 15 anni, comprese le ragazze, che svolgevano ruoli di intelligence e di collegamento. Un ruolo importante fu svolto anche dai veterani della guerra civile, come Kovpak o Makarusov in Crimea, la cui esperienza nella guerriglia si rivelò preziosa.

Secondo le stime tedesche, nel maggio 1943 il numero di partigiani ammontava a 129 grandi distaccamenti per un totale di 125.000 persone. Allo stesso tempo, il 1° maggio 1943, il 61% di tutti i partigiani si trovava in grandi distaccamenti in Bielorussia e nelle regioni adiacenti. Fonti sovietiche indicano che solo in Bielorussia operavano 340.000 partigiani.

Dagli Stati Uniti ammettono che i tedeschi non sono mai stati in grado di trovare un antidoto efficace ai partigiani sovietici. Il documento della CIA cita un memorandum dello Stato Maggiore tedesco del maggio 1943, che riconosce la totale impotenza di fronte al movimento partigiano.

L’intelligence statunitense riconosce la complessa influenza del movimento partigiano sul corso della guerra. Non si tratta solo di perdite dirette per i tedeschi in termini di manodopera, ma anche di:

– interruzione delle comunicazioni, in particolare delle ferrovie;

– l’interruzione dei piani economici per l’esportazione di cibo e materie prime (in Bielorussia, il raccolto di grano rappresentava solo il 40% dei piani ridotti);

– la deviazione di forze significative dal fronte per proteggere le retrovie.

Secondo le stime tedesche, solo per la “sicurezza minima” delle ferrovie e delle strade nell’area del Gruppo d’armate centrale erano necessari 210 battaglioni!

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06/05/2025

Un ex-CIA conferma: armi all’Ucraina per dissanguarsi reciprocamente con Mosca

Un ex dirigente CIA ora scaricato dalla Casa Bianca ha rilasciato un’intervista al quotidiano britannico The Times, criticando la strategia stelle-e-strisce sull’Ucraina. Le sue parole smascherano definitivamente una delle ultime narrazioni propagandistiche ancora ripetute a pappagallo dai media nostrani: le armi inviate a Kiev servono a dissanguare i contendenti, non a spostare gli equilibri della guerra.

Dopo la chiusura dell’accordo sui minerali tra Stati Uniti e Ucraina, e dopo che l’amministrazione Trump ha riaperto all’invio di armi alle forze ucraine, il governo statunitense dice di volersi tirare indietro dalla mediazione tra Mosca e Kiev. Il tycoon era alla ricerca di buoni affari commerciali, e quelli che ha portato a casa sembrano soddisfarlo, per ora.

Gli USA hanno ottenuto il controllo di riserve sostanziose di materie prime e che le armi si paghino, hanno ottenuto che la UE continui a pagare a caro prezzo il gas naturale statunitense, e probabilmente freneranno sul togliere le sanzioni ai russi a meno che non chiudano un accordo favorevole al capitale statunitense anche sulla riattivazione dei gasdotti Nord Stream.

L’attività di “paciere” non si addice agli Stati Uniti, e anche questa volta hanno mostrato che gli obiettivi erano quelli di mantenere una leva e una posizione di vantaggio su tutti gli altri attori globali. Anche per questo la figura di Ralph Goff, fermo sostenitore di un maggiore impegno per l’Ucraina (in linea con la gestione Biden), non era quella adatta al ruolo di vicedirettore operativo della CIA.

Si tratta di un ruolo fondamentale e tra i più importanti, in quanto gestisce le attività clandestine dell’agenzia, e il posto sembrava dovesse andare a Goff, il quale ha oltre 30 anni di esperienza nell’intelligence statunitense: ha servito più volte con ruoli dirigenziali in Europa, nel Medio Oriente e in Asia, ed è stato anche a capo delle operazioni per l’Europa e l’Eurasia.

A inizio aprile il giornale Politico aveva riportato fonti interne alla CIA secondo cui Goff avrebbe dovuto essere nominato a breve, ma alla fine l’amministrazione Trump aveva bloccato il tutto. Goff era in pensione da ottobre 2023 e da allora aveva moltiplicato le dichiarazioni a favore di Kiev, recandosi anche personalmente in Ucraina, in qualità di “consulente indipendente”.

Non sorprende quindi che abbia deciso di esporsi con un’intervista, così come non sorprende che ad accogliere le sue parole sia stato un quotidiano britannico, ovvero di un paese appartenente allo schieramento europeo della guerra a tutti i costi. Ad ogni modo, l’ex CIA ha rivelato al Times qualcosa che non può che mettere in imbarazzo anche l’amministrazione Biden e le stesse cancellerie europee.

Innanzitutto, già nel 2014 Goff afferma di aver messo in guardia sul fatto che “si stavano piantando i semi della Terza guerra mondiale nel Donbass”, e che doveva essere fatto qualcosa al riguardo. Ma anche che le priorità della Casa Bianca erano altre, rivelando poi che nel 2022 la strategia adottata dall’Occidente sull’invio di armi ha tenuto fortemente in considerazione gli equilibri nucleari.

Nulla di nuovo e che nessuno con un po’ di onestà e lucidità non avesse già detto: nelle relazioni internazionali a tenere banco non sono le questioni morali, né la millantata “difesa della democrazia”, ma gli equilibri concreti a livello geopolitico. Se il confronto poi è tra potenze con armi atomiche, è il pericolo di un’escalation nucleare a dettare la linea.

Il timore che, di fronte a una sconfitta strategica con la NATO, Mosca rispondesse con l’opzione nucleare ha spinto sin da subito Biden a scegliere la fornitura di armi che permettessero agli ucraini di combattere, ma non di ottenere alcun concreto vantaggio sul campo. Goff ha così sintetizzato: “abbiamo dato all’Ucraina abbastanza armi per sanguinare, non per vincere”.

Insomma, lo scopo era logorare la Russia, anche senza mai davvero creare le condizioni necessarie affinché perdesse (e magari decidesse l’uso dell’arma atomica). L’Ucraina era l’agnello sacrificale da mettere in mezzo a una guerra che era tra l’alleanza atlantica e il Cremlino, la carne da cannone da usare per incancrenire un conflitto per il quale la finestra di tempo utile per agire in modo dirimente a favore di Kiev si è chiusa.

“Se avessimo equipaggiato l’Ucraina con le armi giuste fin dall’inizio forse avrebbero potuto cacciare i russi dal paese. Ma abbiamo scelto di non rischiare” che la guerra precipitasse verso scenari “non convenzionali”. Goff, insomma, non è un pacifista; anzi la sua intervista ribadisce che, a suo avviso, l’Occidente si è mosso in modo troppo prudente, spaventato da una guerra nucleare che lui (e Biden) avrebbe rischiato senza preoccuparsi troppo.

Un ‘apprendista stregone’ in piena regole, che però rivela in maniera incontrovertibile un fatto: USA e UE hanno sostanzialmente puntato a usare gli ucraini contro la Russia, rendendo il loro paese un tritacarne. Per questo non hanno mai neanche davvero fatto in modo che Kiev potesse “vincere” (si sapeva che non era materialmente possibile), limitandosi a farla dissanguare il più a lungo e lentamente possibile.

Bella prova “democratica”, no?

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12/02/2025

USA - Lettera di 200 ex CIA, preoccupati della ristrutturazione di Trump

Abbiamo seguito le vicende della USAID perché, come abbiamo scritto, attraverso un caso specifico si può osservare meglio la portata – e i rischi – della ristrutturazione dell’infrastruttura imperialistica USA che sta portando avanti la nuova amministrazione Trump. E intanto arriva anche una lettera pesante, perché parla dello stesso processo, ma riguarda addirittura i servizi segreti.

Infatti, circa 200 ex dirigenti della “sicurezza nazionale”, che hanno lavoro nella o a stretto contatto con la CIA, hanno inviato una lettera alle Commissioni intelligence della Camera e Senato. Il motivo è la preoccupazione suscitata dal piano di incentivi a favore dell’uscita volontaria dell’agenzia statunitense.

Parliamo di una sorta di indennità di buonuscita, che dovrebbe sostanziarsi in otto mesi di stipendio e altri benefici, come un qualsiasi impiegato comunale, insomma...

Questa possibilità è parte del più ampio piano di snellimento del governo federale, e soprattutto di rimodellamento del suo personale e del suo funzionamento secondo gli indirizzi della nuova amministrazione.

Il nuovo direttore della CIA scelto da Trump, John Ratcliffe, che come vice avrà Michael Ellis, uomo della Heritage Foundation, ha detto che l’agenzia deve tornare a essere più “aggressiva”. Un nuovo approccio per il quale è necessario “garantire che la forza lavoro della CIA risponda alle priorità di sicurezza nazionale dell’Amministrazione”.

Ratcliffe ha parlato di una “strategia olistica per infondere all’Agenzia rinnovata energia”, e questo è stato additato dai 200 estensori della lettera inviata ai due rami del Parlamento come un “ambiguo linguaggio orwelliano” che nasconde grandi “pericoli”. A loro avviso, si rischia di avere un “vuoto di intelligence”, del quale potrebbero approfittare Mosca e Pechino.

Il primo nodo evidenziato è quello della “eliminazione sistematica di competenze ed esperienze istituzionali all’interno della CIA”. Degli 007 capaci non si formano nell’arco di qualche settimana, ma diventano tali solo dopo un imponente investimento – anche di tempo – nell’apprendimento del funzionamento e dei meccanismi tipici dei servizi segreti.

Perdere personale rodato significa perdere anche la loro esperienza e i loro contatti: “le relazioni di collegamento si basano sulla fiducia e i nostri partner stranieri si affidano a ufficiali esperti che hanno coltivato questi legami per molti anni. Un esodo di massa di personale esperto eroderà queste relazioni, indebolirà la condivisione di intelligence e ridurrà la capacità della CIA di operare efficacemente all’estero”.

Infine, in questo modo ci rimetteranno dunque dipendenti “dotati di memoria istituzionale, profondità analitica ed esperienza operativa per fornire ai decisori politici informazioni solide e imparziali”. Insomma, agenti che hanno esperienza sul campo, che hanno imparato a muoversi nel mondo complesso e quasi sempre “informale” dell’intelligence, fatto di depistaggi, trappole, doppio gioco e controspionaggio.

Alcune fonti della CNN hanno parlato del fatto che, per alcuni ruoli e competenze, la possibilità di uscita volontaria non sarà prevista. E tuttavia nella lettera si mettono in guardia deputati e senatori dalla tentazione di “modellare la forza lavoro in modo da dare priorità alla lealtà politica rispetto all’integrità professionale”.

E forse ancora più interessante è che questi 200 ex esponenti della sicurezza nazionale si sono firmati come membri dello “steady state”, cioè quella parte dell’apparato statale che è sempre rimasto stabile nel tempo, al di là delle diverse linee politiche perseguite di volta in volta dalla Casa Bianca.

Alcuni lo potrebbero identificare, almeno dal lato istituzionale, come il deep state. E col titolo che si sono dati hanno dunque mostrato, loro malgrado, come c’è un blocco di ‘potere amministrativo’ che governa il sistema-paese secondo interessi consolidati, al di là dell’altalena di governanti determinata dalle elezioni democratiche.

Ma soprattutto va sottolineato che identificarsi come steady state, ed esprimere preoccupazione per ciò che sta facendo Trump, è un modo di gridare ai quattro venti la profondità dei cambiamenti in atto nell’establishment stelle-e-strisce. Un percorso complesso e rischioso, ma su cui si procede spediti.

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26/01/2025

La storia dell’Operazione “X” e le oscure origini della CIA

Durante la Guerra Fredda, la CIA aveva bisogno di finanziamenti non tracciabili per le sue campagne anticomuniste. Fu così che entrò in gioco il traffico di droga: una fonte di finanziamento segreta ottenuta mediante operazioni che si svolsero in America Latina e nel Sud-Est asiatico. L’Operazione “X” era uno di questi programmi oscuri.

Durante la guerra del Vietnam, la CIA strinse alleanze con tribù del Laos coinvolte nel commercio dell’oppio. Nel frattempo, la French Connection [1] contrabbandava eroina dalla Turchia agli Stati Uniti, presumibilmente grazie a legami con i servizi segreti. Queste operazioni istituzionalizzarono il traffico di droga, alimentando i cartelli globali.

La CIA estese i suoi tentacoli a livello globale: nel Triangolo d’Oro dell’Asia sud-orientale, si alleò con le tribù dedite al commercio di oppio. In Sud America proteggeva le rotte della cocaina. In Europa, organizzò le reti dell’eroina. Ogni pezzo posizionato con cura. Ogni connessione negabile. Tutto ciò padroneggiando l’arte del controllo invisibile.

La French Connection non era solo una rete di narcotrafficanti: è stata una lezione magistrale di proiezione di potenza. Mentre l’opinione pubblica vedeva in essa un’impresa criminale, la CIA vi vedeva un’arma per autofinanziarsi contro il comunismo.

Ma tutte le trame hanno dei buchi e non riescono mai a nascondere completamente le loro ombre. Come un buco nero, più grande è il segreto, più forte è la sua attrazione gravitazionale, che attrae chiunque osi osservarlo troppo da vicino. Vi entrarono tre uomini che scrutarono il vuoto: un agente della D.E.A. [2] che si rifiutò di essere accecato; un pilota che portava con sé troppi segreti; un investigatore che tirò i fili delle operazioni oscure fino a sbrogliarli.

Cosa succede a coloro che assistono alla vera natura della macchina?

Kiki Camarena era l’agente più efficace della DEA in Messico. Il suo crimine? Essersi avvicinato troppo al legame tra la CIA e il cartello di Guadalajara. Fu sistematicamente torturato per 30 ore. La sua morte venne coreografata. Il suo cadavere era destinato a essere ritrovato. Perché a volte un omicidio non è solo un omicidio, è un messaggio scritto col sangue.

“The Last Narc” sarebbe dovuto uscire il 15 maggio 2020 su Amazon prime, ma un ex agente della DEA accusò la CIA di aver fatto pressioni per cancellarlo per “motivi di sicurezza nazionale”. Nella sintesi del documentario si diceva che sarebbe stato dimostrato il ruolo della CIA dietro la morte di Camarena.

Secondo gli ex agenti della DEA, ciò sarebbe dovuto alla “scoperta” del suo intervento nel traffico di cocaina attraverso il Messico utilizzando l’organizzazione dei boss di Sinaloa a Guadalajara guidato da Miguel Ángel Félix Gallardo, Ernesto Fonseca Carrillo e Rafael Caro Quintero.

E la cosa più grave è che, attraverso questa strada, trafficavano armi verso il Messico per inviarle ai guerriglieri Contras in territorio nicaraguense. Queste informazioni furono nascoste nel processo contro il colonnello Oliver North per il caso Iran-Contra, ma da allora sono diventate un elemento chiave per districare il groviglio di interessi dietro l’ascesa e la caduta della prima grande rete di narcotrafficanti con sede nella capitale Jalisco ed il gioco geopolitico delle agenzie nordamericane nel paese.

Queste operazioni sono state rese pubbliche per la prima volta nel libro “Los Señores del Narco”, della giornalista Anabel Hernández; ed è stato meglio documentato dal giornalista J. Jesús Esquivel nel suo libro “La CIA, Camarena y Caro Quintero: La historia secreta”.

Barry Seal non era un pilota qualunque. Era l’uomo che volò sia per Pablo Escobar che per la CIA. L’unica persona che sapeva come funzionavano entrambi i lati della macchina. Un pericoloso testimone che avrebbe potuto svelare tutto. La sua ricompensa? Un assassinio in pieno giorno. Un’esecuzione pubblica mascherata da attentato al cartello.

Sante Bario era il principale investigatore della DEA: trovò i documenti, rintracciò il denaro e riuscì a dimostrare che l’impero ombra della CIA era reale. Poi arrivò la sua assurda morte in custodia. Causa ufficiale: “strangolamento con un panino al burro di arachidi”. All’interno della DEA, divenne un avvertimento: fermati, o sarai il prossimo.

Quando le agenzie di intelligence collaborano con i cartelli, le conseguenze sono catastrofiche: le nazioni vengono destabilizzate, i governi corrotti e le comunità distrutte. Svelare queste verità è fondamentale per chiedere conto al potere. Per ulteriori approfondimenti guarda questo video in cui trovi la storia completa dell’Operazione “X”.

Note

[1] French Connection è un termine per descrivere l’insieme di tutti i gangster corso-marsigliesi che hanno preso parte alle esportazioni di eroina da Marsiglia fino al Nordamerica a partire dagli anni quaranta e deve il suo nome ad una famosa indagine della Squadra Narcotici della Polizia di New York portata a termine nel 1962 che sfociò nel sequestro record di 52 kg di eroina.

[2] La Drug Enforcement Administration (DEA), traducibile liberamente come Organo per l’applicazione delle politiche sulle droghe, ufficialmente, è un’agenzia federale antidroga statunitense facente capo al Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America creata durante la presidenza di Richard Nixon che, con la scusa della “guerra alle droghe”, aumentò il budget e creò leggi che consentono l’attività di questa agenzia al di fuori dei limiti del proprio stato. L’esempio più noto di questa manovra fu l’intervento attuato in Colombia a metà degli anni Ottanta con l'obiettivo ufficiale di combattere i grandi cartelli del narcotraffico, ma che, come si è potuto constatare anni più tardi, servì solo per militarizzare pesantemente la regione, con le inevitabili implicazioni che ciò produsse, creando una situazione di guerra civile permanente. Migliaia di omicidi, regioni in rivolta, culture devastate, disfacimento sociale.

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16/09/2024

Grazie Occidente! Grazie Rampini!

Come quella volta che in Afganistan il legittimo governo socialista – esistito dal 1978 al 1992 e guidato dal Partito Democratico Popolare – chiamò i sovietici in aiuto perché gli USA avevano armato i mujaheddin di Osama Bin Laden fino ai denti.

In quel periodo, nella Repubblica Democratica dell’Afghanistan, le donne erano veramente libere, potevano andare a scuola e portavano pure la minigonna. Non solo. Nell’Afghanistan socialista, la rivoluzionaria femminista Anahita Ratebzad divenne vicepresidente del Consiglio rivoluzionario (seconda carica dello Stato) nel 1980, 40 anni prima di Kamala Harris.

Poi la CIA armò i mujaheddin, e per le donne afghane fu l’inizio della fine.

In 20 anni di occupazione militare, iniziata il 7 ottobre 2001, gli USA hanno speso 1 trilione di dollari, il Regno Unito ha speso 30 miliardi, la Germania 19 e l’Italia 8,7 miliardi di euro.

Bilancio dell’invasione? Tantissimi morti (numero ufficiale delle vittime dei bombardamenti: 241.000) distruzione e macerie.

Quella in Afghanistan – secondo le rilevazioni dell’UNICEF – è diventata una delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con oltre 28 milioni di persone – due terzi della popolazione – che necessitano urgentemente di assistenza umanitaria (fame, epidemie, povertà assoluta, mortalità infantile altissima etc.).

E poi la precipitosa fuga delle forze militari della missione occidentale, ad agosto di tre anni fa, che è coincisa con la trionfale presa del potere assoluto da parte dei talebani ed una regressione economica, sociale e culturale di almeno un secolo.

La guerra in Afganistan è stata la più costosa di sempre se si considera la spesa totale per la “War on Terror”.


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