Secondo funzionari dell’intelligence citati da Fox News, Rahmanullah Lakanwal, 29 anni, il cittadino afghano accusato di aver sparato a due membri della Guardia Nazionale vicino alla Casa Bianca mercoledì 26 novembre, aveva lavorato con diverse agenzie governative statunitensi, tra cui la CIA, come membro di una forza partner a Kandahar, Afghanistan.
Lakanwal aveva prestato servizio nel Commando Corps dell’Esercito Nazionale Afghano, un’unità d’élite che combatteva fianco a fianco con le Forze Speciali statunitensi.
Faceva inoltre parte della Kandahar Strike Force (NDS-03), un’unità di operazioni segrete operante al di fuori dei canali militari ufficiali che rispondeva direttamente alla CIA.
Durante il ritiro americano dall’Afghanistan nel 2021, a Lakanwal fu concesso un visto speciale per immigrati (SIV).
Arrivò negli Stati Uniti nel settembre 2021 nell’ambito dell’“Operazione Allies Welcome”.
Successivamente presentò domanda di asilo nel 2024, ottenendone l’approvazione nell’aprile 2025, sotto l’attuale amministrazione Trump.
Il direttore della CIA John Ratcliffe, parlando a Fox News Digital, ha dichiarato: “In seguito al disastroso ritiro di Biden dall’Afghanistan, l’amministrazione Biden ha giustificato l’arrivo del presunto tiratore negli Stati Uniti nel settembre 2021, basandosi sul suo precedente lavoro con il governo statunitense, inclusa la CIA, come membro di una forza partner a Kandahar, terminato poco dopo la caotica evacuazione”.
“A quell’individuo – e a tanti altri – non sarebbe mai dovuto essere permesso di venire qui. I nostri cittadini e i nostri militari meritano molto di più che sopportare le continue conseguenze dei catastrofici fallimenti dell’amministrazione Biden”, ha aggiunto Ratcliffe.
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28/11/2025
12/10/2025
Afghanistan e Pakistan, combattimenti alla frontiera con decine di morti
Lungo il confine settentrionale tra Afghanistan e Pakistan si è registrata un’escalation significativa nelle ultime ore, con scontri armati che hanno coinvolto artiglieria pesante e aviazione. L’episodio ha aggravato le tensioni già esistenti tra i due Paesi, lungo una frontiera che si estende per circa 2.600 chilometri.
Secondo quanto dichiarato dal portavoce del governo talebano, Zabihullah Mujahid, le forze afghane hanno ucciso 58 soldati pakistani e ne hanno feriti 30 durante operazioni notturne, condotte in risposta a quella che Kabul definisce “ripetute violazioni” dello spazio aereo e territoriale da parte di Islamabad. Mujahid ha inoltre riferito che le forze afghane hanno catturato 25 postazioni dell’esercito pakistano.
Il ministero della Difesa talebano ha definito le azioni lungo la frontiera “operazioni di ritorsione riuscite” e ha avvertito che qualsiasi nuova violazione dei confini sarà affrontata con una “forte risposta”. “La situazione su tutte le linee di confine ufficiali e di fatto dell’Afghanistan è sotto pieno controllo”, ha dichiarato Mujahid in conferenza stampa.
Da parte sua, Islamabad ha affermato di aver reagito con armi da fuoco e artiglieria, e i media statali riferiscono che 19 postazioni di frontiera afghane sarebbero state catturate dalle forze pakistane. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha condannato quelle che ha definito “provocazioni dell’Afghanistan” durante la notte, affermando che “non ci sarà alcun compromesso sulla difesa del Pakistan, e ogni provocazione sarà affrontata con una risposta forte ed efficace”.
Le autorità pakistane hanno inoltre annunciato il dispiegamento di rinforzi paramilitari al valico di Torkham, uno dei principali punti di attraversamento tra i due Paesi, che è stato completamente chiuso al traffico pedonale e commerciale. Anche il valico di Chaman, che collega la provincia pakistana del Balochistan con Kandahar, è stato “sigillato” per motivi di sicurezza. Tutto il personale civile è stato ritirato dalle aree di frontiera per evitare vittime in caso di ulteriori scontri.
Fonti afghane, citate dall’emittente Tolo News, riferiscono che nove soldati afghani sono stati uccisi e 16 feriti nei combattimenti notturni.
La situazione rimane in evoluzione e non è ancora chiaro l’esatto bilancio degli scontri. L’escalation è avvenuta mentre il ministro degli Esteri talebano si trova in India per partecipare a una conferenza, aggiungendo un ulteriore elemento di complessità al contesto diplomatico.
Fonte
Secondo quanto dichiarato dal portavoce del governo talebano, Zabihullah Mujahid, le forze afghane hanno ucciso 58 soldati pakistani e ne hanno feriti 30 durante operazioni notturne, condotte in risposta a quella che Kabul definisce “ripetute violazioni” dello spazio aereo e territoriale da parte di Islamabad. Mujahid ha inoltre riferito che le forze afghane hanno catturato 25 postazioni dell’esercito pakistano.
Il ministero della Difesa talebano ha definito le azioni lungo la frontiera “operazioni di ritorsione riuscite” e ha avvertito che qualsiasi nuova violazione dei confini sarà affrontata con una “forte risposta”. “La situazione su tutte le linee di confine ufficiali e di fatto dell’Afghanistan è sotto pieno controllo”, ha dichiarato Mujahid in conferenza stampa.
Da parte sua, Islamabad ha affermato di aver reagito con armi da fuoco e artiglieria, e i media statali riferiscono che 19 postazioni di frontiera afghane sarebbero state catturate dalle forze pakistane. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha condannato quelle che ha definito “provocazioni dell’Afghanistan” durante la notte, affermando che “non ci sarà alcun compromesso sulla difesa del Pakistan, e ogni provocazione sarà affrontata con una risposta forte ed efficace”.
Le autorità pakistane hanno inoltre annunciato il dispiegamento di rinforzi paramilitari al valico di Torkham, uno dei principali punti di attraversamento tra i due Paesi, che è stato completamente chiuso al traffico pedonale e commerciale. Anche il valico di Chaman, che collega la provincia pakistana del Balochistan con Kandahar, è stato “sigillato” per motivi di sicurezza. Tutto il personale civile è stato ritirato dalle aree di frontiera per evitare vittime in caso di ulteriori scontri.
Fonti afghane, citate dall’emittente Tolo News, riferiscono che nove soldati afghani sono stati uccisi e 16 feriti nei combattimenti notturni.
La situazione rimane in evoluzione e non è ancora chiaro l’esatto bilancio degli scontri. L’escalation è avvenuta mentre il ministro degli Esteri talebano si trova in India per partecipare a una conferenza, aggiungendo un ulteriore elemento di complessità al contesto diplomatico.
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05/06/2023
Tre militari israeliani perdono la vita in uno scontro a fuoco nel deserto del Negev
Le azioni di un ufficiale di polizia egiziano che ieri ha ucciso tre militari israeliani non sono in alcun modo rappresentative della forte cooperazione in materia di sicurezza tra Israele ed Egitto. Lo hanno affermato fonti vicine all’ufficio del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, citate dal quotidiano I24 News.
Ieri un agente della polizia egiziana ha ucciso tre membri delle forze di difesa israeliane (Idf) nel deserto del Negev, nel sud di Israele, vicino al confine con l’Egitto, durante uno scontro a fuoco, secondo quanto hanno confermato le Idf, le quali sostengono che l’agente egiziano si è infiltrato in Israele in precedenza, uccidendo due militari, un uomo e una donna, che si trovavano in una postazione di osservazione.
Successivamente, il poliziotto egiziano e i militari israeliani hanno ingaggiato uno scontro a fuoco, conclusosi con l’uccisione dell’agente e di un altro componente delle Idf. Da parte sua, il ministero della Difesa egiziano ha confermato l’uccisione di un membro delle proprie forze di sicurezza in uno scontro a fuoco al confine tra Egitto e Israele.
Il portavoce del ministero della Difesa egiziano, Gharib Abdel Hafez, ha scritto su Facebook: “Un membro delle forze di sicurezza che inseguiva i narcotrafficanti ha attraversato un posto di blocco, a cui ha fatto seguito uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza israeliane che ha provocato tre morti da parte israeliana e la morte del membro delle forze di sicurezza egiziane”.
Il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è detto “profondamente addolorato per la morte di tre militari a seguito dell’incidente di sicurezza al confine egiziano. Le truppe delle Idf hanno condotto le loro missioni con grande diligenza, ma il risultato è stato disastroso”.
Gallant ha aggiunto di aver condotto una valutazione della situazione con i vertici militari. Intanto le autorità israeliane hanno rivelato l’identità di due dei tre militari uccisi. Si tratta del sergente Ohad Dahan, 20 anni, e della sergente Lia Ben-Nun, 19 anni.
Lo scontro a fuoco che ha provocato la morte dei tre militari israeliani è iniziato poche ore dopo che le forze di sicurezza hanno sventato un tentativo di traffico di droga del valore di 1,5 milioni di shekel (circa 370 mila euro) e le Idf stanno indagando per verificare una connessione tra i fatti.
Il confine tra Israele ed Egitto è in gran parte pacifico, tuttavia, ci sono frequenti tentativi di contrabbando di droga oltre l’alta recinzione israeliana. Negli ultimi anni ci sono stati diversi episodi di sparatorie tra contrabbandieri e militari delle Idf.
L’esercito egiziano spara spesso anche ai trafficanti di droga, così come ai gruppi jihadisti nel deserto del Sinai settentrionale, a volte provocando incendi accidentali oltre confine.
Fonte
Ieri un agente della polizia egiziana ha ucciso tre membri delle forze di difesa israeliane (Idf) nel deserto del Negev, nel sud di Israele, vicino al confine con l’Egitto, durante uno scontro a fuoco, secondo quanto hanno confermato le Idf, le quali sostengono che l’agente egiziano si è infiltrato in Israele in precedenza, uccidendo due militari, un uomo e una donna, che si trovavano in una postazione di osservazione.
Successivamente, il poliziotto egiziano e i militari israeliani hanno ingaggiato uno scontro a fuoco, conclusosi con l’uccisione dell’agente e di un altro componente delle Idf. Da parte sua, il ministero della Difesa egiziano ha confermato l’uccisione di un membro delle proprie forze di sicurezza in uno scontro a fuoco al confine tra Egitto e Israele.
Il portavoce del ministero della Difesa egiziano, Gharib Abdel Hafez, ha scritto su Facebook: “Un membro delle forze di sicurezza che inseguiva i narcotrafficanti ha attraversato un posto di blocco, a cui ha fatto seguito uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza israeliane che ha provocato tre morti da parte israeliana e la morte del membro delle forze di sicurezza egiziane”.
Il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è detto “profondamente addolorato per la morte di tre militari a seguito dell’incidente di sicurezza al confine egiziano. Le truppe delle Idf hanno condotto le loro missioni con grande diligenza, ma il risultato è stato disastroso”.
Gallant ha aggiunto di aver condotto una valutazione della situazione con i vertici militari. Intanto le autorità israeliane hanno rivelato l’identità di due dei tre militari uccisi. Si tratta del sergente Ohad Dahan, 20 anni, e della sergente Lia Ben-Nun, 19 anni.
Lo scontro a fuoco che ha provocato la morte dei tre militari israeliani è iniziato poche ore dopo che le forze di sicurezza hanno sventato un tentativo di traffico di droga del valore di 1,5 milioni di shekel (circa 370 mila euro) e le Idf stanno indagando per verificare una connessione tra i fatti.
Il confine tra Israele ed Egitto è in gran parte pacifico, tuttavia, ci sono frequenti tentativi di contrabbando di droga oltre l’alta recinzione israeliana. Negli ultimi anni ci sono stati diversi episodi di sparatorie tra contrabbandieri e militari delle Idf.
L’esercito egiziano spara spesso anche ai trafficanti di droga, così come ai gruppi jihadisti nel deserto del Sinai settentrionale, a volte provocando incendi accidentali oltre confine.
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30/09/2022
Belgio - Blitz con morto contro neonazisti e tentato sequestro di un ministro
Due eventi traumatici a distanza di pochi giorni si sono abbattuti sul Belgio, uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea. Una persona risulta uccisa durante un’operazione anti-terrorismo contro ambienti di estrema destra ad Anversa. L’indagine riguardava “un gruppo sospettato di appartenere all’estrema destra” e fatti di “violazione della normativa sulle armi”, e prevedeva una decina di perquisizioni nelle zone di Gand e Anversa.
Durante una di queste si è verificato lo scontro a fuoco tra la polizia e una delle persone presenti in un edificio, nel quartiere di Merksem ad Anversa, rimasto ucciso nel blitz.
Le perquisizioni, evidenzia la procura federale, “hanno consentito il sequestro di un ingente numero di armi e munizioni, il cui conteggio e analisi dovranno essere effettuati nei prossimi giorni. Alcuni armi erano legalmente registrate”.
Il Ministro della Giustizia del Belgio ha dichiarato che i principali sospettati nell’ambito dell’indagine sui preparativi per un attacco terroristico e sui reati legati alle armi nell’ambiente dell’estremismo di destra erano nella lista dei terroristi dell’OCAM. Secondo la Procura federale, a Merksem sono state trovate più di 100 armi, oltre a una grande quantità di munizioni, gilet tattici, visori notturni e termici.
La sorveglianza in Belgio sui gruppi di estrema destra da parte dei servizi segreti e della magistratura è stata intensificata dopo il recente caso di Jürgen Conings, un soldato con legami con l’estrema destra fuggito dalla sua caserma con armi e munizioni nella primavera del 2021. Il soldato 46enne, inserito nell’elenco dell’agenzia belga di analisi della minaccia terroristica, era sospettato di voler attaccare i rappresentanti dello Stato belga e un noto virologo. È stato trovato morto in un’area boschiva nella provincia di lingua olandese del Limburgo, nel nord-est del Paese, dopo essere stato braccato per più di un mese. Le indagini hanno concluso che si è suicidato con un’arma da fuoco.
La Sicurezza di Stato e l’OCAM sono da tempo convinti che l’estremismo di destra sia in crescita nel Paese. Lo dimostra il fatto che ci sono più di 60 estremisti di destra nella lista dei terroristi. Ciò significa che sono considerati potenzialmente estremisti violenti.
Il giornale belga Le Soir rivela che queste persone sono state seguite per mesi in totale segretezza. “In linea di principio, una persona inserita nella lista dei terroristi non può avere il permesso di portare un’arma. È possibile derogare a questo principio nel contesto dell’indagine per non allarmare il sospetto e quindi non far deragliare l’indagine”, ha spiegato il ministro della giustizia belga Van Quickenborne.
Ma lo stesso ministro della Giustizia Van Quickenborne, solo una settimana fa, era stato al centro di un fatto clamoroso: un tentato sequestro da parte di non meglio identificato “narcotrafficanti”.
Il piano è stato sventato quasi per caso dalla polizia, grazie a un casuale controllo di un veicolo e alla collaborazione con i colleghi olandesi. Tutti e quattro i presunti autori del rapimento sono stati arrestati nei Paesi Bassi. E secondo i media belgi si tratta di narcotrafficanti. Lo stesso ministro della Giustizia, in un videomessaggio diffuso dalla televisione belga, parla di “mafia della droga”.
Nel video Van Quickenborne ha raccontato di essere stato avvertito dal procuratore federale dell’esistenza di un piano per il suo rapimento. “Per il momento sarò posto sotto stretta sorveglianza e non potrò partecipare ad alcune attività programmate nei prossimi giorni. Non è piacevole, ma è comprensibile”, ha spiegato il ministro.
Giovedì della scorsa settimana, una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo con targa olandese nelle vicinanze della villa occupata dal ministro e dalla sua famiglia nel sobborgo residenziale di Kortrijk, dove Van Quickenborne è sindaco. Secondo i media locali al suo interno sono stati rinvenuti “almeno” un fucile d’assalto, nastro adesivo e bottiglie di benzina in un’altra auto, anch’essa immatricolata nei Paesi Bassi. Il veicolo ha condotto gli inquirenti sulle tracce di quattro sospetti.
Si tratta di tre uomini, di 20, 29 e 48 anni, che sono stati arrestati nei Paesi Bassi sulla base della descrizione del loro veicolo, ritenuti però non gli organizzatori ma gli esecutori di un piano di rapimento ideato da trafficanti di droga. Il Belgio ha chiesto immediatamente la loro estradizione. Domenica, intorno alle 15, il quarto ricercato è stato arrestato in una strada della stessa città. Un olandese di 21 anni, secondo le autorità locali.
Da circa un decennio, il Belgio viene ritenuto uno degli hub europei di ingresso principale della cocaina. Lo scalo di Anversa, secondo i dati di un report dell’Europol, si è guadagnato il record del porto con il maggior traffico di cocaina in Europa: lo scorso anno, sono state sequestrate 66 tonnellate di cocaina, contro le cinque del 2013.
Subito dopo risulta esserci il vicino porto olandese di Rotterdam. La crescita dei flussi di droga è stata accompagnata da un progressivo aumento della presenza delle mafie sul territorio, dalla ‘Ndrangheta calabrese a quella albanese, passando per l’emergente Moccro Maffia, un gruppo composto da immigrati marocchini. A testimoniare la loro presenza sul territorio, c’è stato l’aumento di omicidi e sparatorie, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.
Ma il tranquillo Belgio non è nuovo a fenomeni di criminalità politica. Tra il 1982 e il 1985 impazzarono i brutali omicidi de “La Banda del Brabante” (28 morti) che risultarono possedere coperture tra le forze di polizia e che ha portato all’arresto di un poliziotto per depistaggio nelle indagini. Nel 1989 venne sequestrato l’ex Primo Ministro Paul Vanden Boeynants, precedentemente condannato per frode fiscale.
Nel 1991 venne addirittura ucciso il segretario del Partito Socialista Andrè Cools per una vicenda legata ad appalti nelle forniture militari (c’entrò anche l’italiana Agusta e i suoi elicotteri) e finì indagato un ministro come mandante.
Insomma, l’immagine di una Europa culla della civiltà e del benessere deve sempre fare più spesso con i “mostri” che prosperano al suo interno. Anche nel tranquillo Belgio.
Fonte
Durante una di queste si è verificato lo scontro a fuoco tra la polizia e una delle persone presenti in un edificio, nel quartiere di Merksem ad Anversa, rimasto ucciso nel blitz.
Le perquisizioni, evidenzia la procura federale, “hanno consentito il sequestro di un ingente numero di armi e munizioni, il cui conteggio e analisi dovranno essere effettuati nei prossimi giorni. Alcuni armi erano legalmente registrate”.
Il Ministro della Giustizia del Belgio ha dichiarato che i principali sospettati nell’ambito dell’indagine sui preparativi per un attacco terroristico e sui reati legati alle armi nell’ambiente dell’estremismo di destra erano nella lista dei terroristi dell’OCAM. Secondo la Procura federale, a Merksem sono state trovate più di 100 armi, oltre a una grande quantità di munizioni, gilet tattici, visori notturni e termici.
La sorveglianza in Belgio sui gruppi di estrema destra da parte dei servizi segreti e della magistratura è stata intensificata dopo il recente caso di Jürgen Conings, un soldato con legami con l’estrema destra fuggito dalla sua caserma con armi e munizioni nella primavera del 2021. Il soldato 46enne, inserito nell’elenco dell’agenzia belga di analisi della minaccia terroristica, era sospettato di voler attaccare i rappresentanti dello Stato belga e un noto virologo. È stato trovato morto in un’area boschiva nella provincia di lingua olandese del Limburgo, nel nord-est del Paese, dopo essere stato braccato per più di un mese. Le indagini hanno concluso che si è suicidato con un’arma da fuoco.
La Sicurezza di Stato e l’OCAM sono da tempo convinti che l’estremismo di destra sia in crescita nel Paese. Lo dimostra il fatto che ci sono più di 60 estremisti di destra nella lista dei terroristi. Ciò significa che sono considerati potenzialmente estremisti violenti.
Il giornale belga Le Soir rivela che queste persone sono state seguite per mesi in totale segretezza. “In linea di principio, una persona inserita nella lista dei terroristi non può avere il permesso di portare un’arma. È possibile derogare a questo principio nel contesto dell’indagine per non allarmare il sospetto e quindi non far deragliare l’indagine”, ha spiegato il ministro della giustizia belga Van Quickenborne.
Ma lo stesso ministro della Giustizia Van Quickenborne, solo una settimana fa, era stato al centro di un fatto clamoroso: un tentato sequestro da parte di non meglio identificato “narcotrafficanti”.
Il piano è stato sventato quasi per caso dalla polizia, grazie a un casuale controllo di un veicolo e alla collaborazione con i colleghi olandesi. Tutti e quattro i presunti autori del rapimento sono stati arrestati nei Paesi Bassi. E secondo i media belgi si tratta di narcotrafficanti. Lo stesso ministro della Giustizia, in un videomessaggio diffuso dalla televisione belga, parla di “mafia della droga”.
Nel video Van Quickenborne ha raccontato di essere stato avvertito dal procuratore federale dell’esistenza di un piano per il suo rapimento. “Per il momento sarò posto sotto stretta sorveglianza e non potrò partecipare ad alcune attività programmate nei prossimi giorni. Non è piacevole, ma è comprensibile”, ha spiegato il ministro.
Giovedì della scorsa settimana, una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo con targa olandese nelle vicinanze della villa occupata dal ministro e dalla sua famiglia nel sobborgo residenziale di Kortrijk, dove Van Quickenborne è sindaco. Secondo i media locali al suo interno sono stati rinvenuti “almeno” un fucile d’assalto, nastro adesivo e bottiglie di benzina in un’altra auto, anch’essa immatricolata nei Paesi Bassi. Il veicolo ha condotto gli inquirenti sulle tracce di quattro sospetti.
Si tratta di tre uomini, di 20, 29 e 48 anni, che sono stati arrestati nei Paesi Bassi sulla base della descrizione del loro veicolo, ritenuti però non gli organizzatori ma gli esecutori di un piano di rapimento ideato da trafficanti di droga. Il Belgio ha chiesto immediatamente la loro estradizione. Domenica, intorno alle 15, il quarto ricercato è stato arrestato in una strada della stessa città. Un olandese di 21 anni, secondo le autorità locali.
Da circa un decennio, il Belgio viene ritenuto uno degli hub europei di ingresso principale della cocaina. Lo scalo di Anversa, secondo i dati di un report dell’Europol, si è guadagnato il record del porto con il maggior traffico di cocaina in Europa: lo scorso anno, sono state sequestrate 66 tonnellate di cocaina, contro le cinque del 2013.
Subito dopo risulta esserci il vicino porto olandese di Rotterdam. La crescita dei flussi di droga è stata accompagnata da un progressivo aumento della presenza delle mafie sul territorio, dalla ‘Ndrangheta calabrese a quella albanese, passando per l’emergente Moccro Maffia, un gruppo composto da immigrati marocchini. A testimoniare la loro presenza sul territorio, c’è stato l’aumento di omicidi e sparatorie, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.
Ma il tranquillo Belgio non è nuovo a fenomeni di criminalità politica. Tra il 1982 e il 1985 impazzarono i brutali omicidi de “La Banda del Brabante” (28 morti) che risultarono possedere coperture tra le forze di polizia e che ha portato all’arresto di un poliziotto per depistaggio nelle indagini. Nel 1989 venne sequestrato l’ex Primo Ministro Paul Vanden Boeynants, precedentemente condannato per frode fiscale.
Nel 1991 venne addirittura ucciso il segretario del Partito Socialista Andrè Cools per una vicenda legata ad appalti nelle forniture militari (c’entrò anche l’italiana Agusta e i suoi elicotteri) e finì indagato un ministro come mandante.
Insomma, l’immagine di una Europa culla della civiltà e del benessere deve sempre fare più spesso con i “mostri” che prosperano al suo interno. Anche nel tranquillo Belgio.
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04/10/2020
Una strana sparatoria, a Padova
La sera del 30 settembre scorso, a Padova, Piero Longo, avvocato di Berlusconi e ex senatore di Forza Italia, è stato protagonista di un episodio che sembra tratto dalle sceneggiature di Gomorra. O dalla baruffe goldoniane...
La ricostruzione è difficoltosa perché né l’avvocato, né le altre tre persone coinvolte sembrano interessati a chiarire quanto successo. Anzi negano persino di conoscersi tra di loro.
Sembra comunque che, verso le 23, tre persone si siano recate sotto casa dell’avvocato, nella centralissima riviera Tiso da Camposampiero: una coppia di fidanzati e una loro amica, tutti incensurati e senza precedenti politici.
Sembra – tocca ripetere, nell’incertezza – che i tre abbiano citofonato minacciando l’avvocato e chiedendogli di scendere in strada.
L’avvocato di Berlusconi, invece che chiamare la polizia, ha deciso di sbrigare la cosa da solo ed è sceso impugnando la sua Luger, con cui ha pure sparato due colpi, senza però ferire nessuno. Fortunatamente...
A quel punto i due fidanzati sono riusciti a sottrargli la pistola, riempiendolo di botte fino a fargli “guadagnare” 20 giorni di prognosi.
Dopo la sparatoria e la rissa, sia l’avvocato che gli altri tre hanno chiamato la questura, denunciando – il primo – l’aggressione a mani nude, mentre gli altri hanno ovviamente citato l’aggressione a mano armata (il “corpo del reato” era rimasto nelle loro mani, anche se di proprietà dell’avvocato).
La Questura ha deciso di prendere per buone le dichiarazione dell’avvocato di Berlusconi e ha arrestato la coppia con le accuse di lesioni aggravate, rapina (della pistola) e porto illegale di arma in luogo pubblico mentre ha denunciato a piede libero la loro amica.
Singolare, no?
Fonte
La ricostruzione è difficoltosa perché né l’avvocato, né le altre tre persone coinvolte sembrano interessati a chiarire quanto successo. Anzi negano persino di conoscersi tra di loro.
Sembra comunque che, verso le 23, tre persone si siano recate sotto casa dell’avvocato, nella centralissima riviera Tiso da Camposampiero: una coppia di fidanzati e una loro amica, tutti incensurati e senza precedenti politici.
Sembra – tocca ripetere, nell’incertezza – che i tre abbiano citofonato minacciando l’avvocato e chiedendogli di scendere in strada.
L’avvocato di Berlusconi, invece che chiamare la polizia, ha deciso di sbrigare la cosa da solo ed è sceso impugnando la sua Luger, con cui ha pure sparato due colpi, senza però ferire nessuno. Fortunatamente...
A quel punto i due fidanzati sono riusciti a sottrargli la pistola, riempiendolo di botte fino a fargli “guadagnare” 20 giorni di prognosi.
Dopo la sparatoria e la rissa, sia l’avvocato che gli altri tre hanno chiamato la questura, denunciando – il primo – l’aggressione a mani nude, mentre gli altri hanno ovviamente citato l’aggressione a mano armata (il “corpo del reato” era rimasto nelle loro mani, anche se di proprietà dell’avvocato).
La Questura ha deciso di prendere per buone le dichiarazione dell’avvocato di Berlusconi e ha arrestato la coppia con le accuse di lesioni aggravate, rapina (della pistola) e porto illegale di arma in luogo pubblico mentre ha denunciato a piede libero la loro amica.
Singolare, no?
Fonte
15/06/2017
Trump indagato. Colpi di armi da fuoco contro due senatori repubblicani
Il clima politico negli Stati Uniti appare decisamente “movimentato”. Il presidente americano Donald Trump è finito sotto indagine per tentato ostacolo alla giustizia nella vicenda Russiagate. In Virginia due senatori del partito repubblicano sono stati oggetto di colpi di arma da fuoco in un campo di baseball. Uno dei due è in gravi condizioni.
La notizia della messa sotto accusa di Trump è stata rivelata dal “Washington Post” che cita funzionari Usa anonimi. Secondo il quotidiano il Consigliere speciale Robert Mueller, ex direttore dell’Fbi diventato il responsabile dell’inchiesta sulla interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre e sulla possibile collusione tra la campagna Trump e funzionari russi, sta valutando la condotta del presidente a proposito delle conversazioni con l’ex capo della Fbi James Comey in cui si parlava della situazione di Mike Flynn e in cui il numero uno della Casa Bianca potrebbe aver fatto pressioni per bloccare l’indagine Fbi.
Il Washington Post parla di cinque persone che hanno acconsentito ad essere ascoltate da Mueller: tra queste risultano esserci il direttore dell’intelligence Daniel Coats, l’ammiraglio Mike Rogers, capo della Nsa e il suo ex vice Richard Ledgett. La svolta nel Russiagate arriva a circa un mese dal licenziamento di Comey e poco dopo la sua audizione alla commissione del Senato sugli incontri con Trump.
Il Consigliere Mueller sarebbe particolarmente interessato, secondo il Wahington Post, a un fatto avvenuto il 22 marzo scorso, quando Coats riferì ai suoi colleghi che Trump gli aveva chiesto di intervenire con Comey per far calare l’attenzione su Flynn nel quadro dell’indagine Fbi sui legami tra la campagna di Trump e Mosca.
In Virginia invece un uomo ha esploso colpi di armi da fuoco contro due senatori repubblicani in un campo sportivo. L’autore è James T. Hodgkinson, 66 anni, di Belleville, Illinois ed è conosciuto come un sostenitore di Bernie Sanders, l’esponente della sinistra che ha conteso a Hillary Clinton la candidatura alla campagna per le presidenziali per il Partito Democratico. L’uomo è stato ferito dalla polizia. Uno dei due senatori, Steve Scalise, è in gravi condizioni.
Fonte
La notizia della messa sotto accusa di Trump è stata rivelata dal “Washington Post” che cita funzionari Usa anonimi. Secondo il quotidiano il Consigliere speciale Robert Mueller, ex direttore dell’Fbi diventato il responsabile dell’inchiesta sulla interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre e sulla possibile collusione tra la campagna Trump e funzionari russi, sta valutando la condotta del presidente a proposito delle conversazioni con l’ex capo della Fbi James Comey in cui si parlava della situazione di Mike Flynn e in cui il numero uno della Casa Bianca potrebbe aver fatto pressioni per bloccare l’indagine Fbi.
Il Washington Post parla di cinque persone che hanno acconsentito ad essere ascoltate da Mueller: tra queste risultano esserci il direttore dell’intelligence Daniel Coats, l’ammiraglio Mike Rogers, capo della Nsa e il suo ex vice Richard Ledgett. La svolta nel Russiagate arriva a circa un mese dal licenziamento di Comey e poco dopo la sua audizione alla commissione del Senato sugli incontri con Trump.
Il Consigliere Mueller sarebbe particolarmente interessato, secondo il Wahington Post, a un fatto avvenuto il 22 marzo scorso, quando Coats riferì ai suoi colleghi che Trump gli aveva chiesto di intervenire con Comey per far calare l’attenzione su Flynn nel quadro dell’indagine Fbi sui legami tra la campagna di Trump e Mosca.
In Virginia invece un uomo ha esploso colpi di armi da fuoco contro due senatori repubblicani in un campo sportivo. L’autore è James T. Hodgkinson, 66 anni, di Belleville, Illinois ed è conosciuto come un sostenitore di Bernie Sanders, l’esponente della sinistra che ha conteso a Hillary Clinton la candidatura alla campagna per le presidenziali per il Partito Democratico. L’uomo è stato ferito dalla polizia. Uno dei due senatori, Steve Scalise, è in gravi condizioni.
Fonte
21/07/2016
Palermo. Inventano sparatoria, arrestati due poliziotti
Un giovane rom di Palermo, schedato per qualche furto d’auto, si è fatto cinquanta giorni di carcere perché a primavera avrebbe sparato contro due poliziotti che lo inseguivano. Il sedici marzo dello scorso anno i due poliziotti, Francesco Elia di 56 anni e Alessandra Salamone di 49, avevano segnalato alla centrale che alcuni colpi di arma da fuoco erano stati esplosi contro di loro da una Hyundai Atos intercettata nel quartiere Zen del capoluogo siciliano. Ovviamente era scattata una caccia all’uomo con profusione di mezzi e uomini delle varie forze di polizia e alla fine il sospettato era stato arrestato e messo in cella.
Ma ieri mattina l’ispettore e l’assistente capo che all’epoca erano in servizio all’armeria della caserma Lungaro di Palermo, protagonisti dell’eroico inseguimento, sono stati raggiunti da un provvedimento di arresto domiciliare, accusati di calunnia, simulazione di reato, falso, procurato allarme e danneggiamento. Si sarebbero sostanzialmente inventati la sparatoria, che non è mai avvenuta, anche se all’epoca sembrava proprio di sì. L’ispettore Elia vantava una ferita di striscio su un braccio e un proiettile era stato conficcato nel cofano della loro volante. Ma la dinamica dell’episodio non ha convinto il questore Guido Longo che ha ordinato di aprire una indagine e dall’analisi delle telecamere piazzate nel parcheggio di un centro commerciale si vede che i due non stavano affatto inseguendo la Hyundai che a sua volte procedeva a velocità normale.
Secondo i rilievi effettuati dalla polizia scientifica il colpo sparato nel cofano della volante sarebbe stato sparato da distanza ravvicinata, e non da quaranta metri come raccontato dall’ispettore che nei mesi scorsi aveva chiesto con un’istanza al Ministero dell’Interno di essere riconosciuto, vista la ferita riportata, come ‘vittima del dovere’ e quindi meritevole di un ‘equo indennizzo’ per “causa di servizio”. Insomma si sarebbe trattato di una messinscena organizzata per ottenere un riconoscimento di servizio e un premio in denaro...
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Ma ieri mattina l’ispettore e l’assistente capo che all’epoca erano in servizio all’armeria della caserma Lungaro di Palermo, protagonisti dell’eroico inseguimento, sono stati raggiunti da un provvedimento di arresto domiciliare, accusati di calunnia, simulazione di reato, falso, procurato allarme e danneggiamento. Si sarebbero sostanzialmente inventati la sparatoria, che non è mai avvenuta, anche se all’epoca sembrava proprio di sì. L’ispettore Elia vantava una ferita di striscio su un braccio e un proiettile era stato conficcato nel cofano della loro volante. Ma la dinamica dell’episodio non ha convinto il questore Guido Longo che ha ordinato di aprire una indagine e dall’analisi delle telecamere piazzate nel parcheggio di un centro commerciale si vede che i due non stavano affatto inseguendo la Hyundai che a sua volte procedeva a velocità normale.
Secondo i rilievi effettuati dalla polizia scientifica il colpo sparato nel cofano della volante sarebbe stato sparato da distanza ravvicinata, e non da quaranta metri come raccontato dall’ispettore che nei mesi scorsi aveva chiesto con un’istanza al Ministero dell’Interno di essere riconosciuto, vista la ferita riportata, come ‘vittima del dovere’ e quindi meritevole di un ‘equo indennizzo’ per “causa di servizio”. Insomma si sarebbe trattato di una messinscena organizzata per ottenere un riconoscimento di servizio e un premio in denaro...
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08/07/2016
Fuoco contro la polizia a Dallas, uccisi 5 agenti
Quarantotto ore dopo l’uccisione di Alton Sterling a Baton Rouge, ventiquattro ore dopo quella di Philando Castile a St.Paul, entrambi freddati da poliziotti bianchi nonostante fossero disarmati e inermi, negli Stati Uniti il livello dello scontro si avvicina ormai a una vera e propria guerra tra comunità afroamericane discriminate e oggetto del razzismo e della brutalità dei corpi di sicurezza e gli agenti di polizia in ogni angolo degli States.
Le uccisioni a freddo di due americani di pelle nera in Louisiana e Minnesota, documentate da video diventati in poche ore virali in rete, hanno riaperto una ferita mai chiusa. Ed a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di novembre la questione razziale rischia di diventare il testamento finale sul doppio mandato alla Casa Bianca del primo presidente nero degli Stati Uniti.
Cinque poliziotti morti, sei feriti. E’ questo per ora il bilancio di sangue della veglia notturna organizzata a Dallas, in Texas, contro l’uccisione dei due afroamericani in Louisiana e Minnesota.
Circa un centinaio di poliziotti era stato dispiegato nel centro della città di Dallas dove si stava svolgendo una marcia contro gli abusi delle forze dell’ordine. Altre manifestazioni erano in corso in contemporanea altre città del Paese. Diverse centinaia di persone si erano radunate e stavano marciando verso la City Hall, la sede del Comune, attorno al quale erano schierati molti poliziotti, nonostante la marcia fosse pacifica.
All’improvviso si sono sentiti colpi d’arma da fuoco (pistole o forse fucili d’assalto) e mentre la folla si disperdeva nel tentativo di trovare rifugio, una dozzina di agenti è rimasta a terra. Almeno tre cecchini hanno sparato a ripetizione con armi automatiche colpendo alle spalle gli agenti. Per quattro di loro non c’è stato nulla da fare, sono morti sul colpo, altri sette sono stati trasportati d’urgenza nel più vicino ospedale. Uno degli agenti feriti è morto in ospedale dopo il ricovero.
Uno degli uomini arrestati dopo essersi barricato in un garage ha affermato “che ci sono bombe, nel garage e nel centro della città”, riferisce il capo della polizia di Dallas, David Brown. L’Fbi e reparti di genieri avrebbero rinvenuto un pacco sospetto.
Gli Swat, le squadre speciali di polizia anti-terrorismo, hanno ingaggiato una sparatoria con uno dei cecchini, che alla fine si è consegnato. Anche altri due sono stati arrestati.
Non è chiara la matrice dell’imboscata organizzata contro la polizia di Dallas, se si tratti di un gruppo unito da un collante politico o meno. L’unica cosa certa è che la recrudescenza della ‘caccia al nero’ da parte delle forze dell’ordine, protette da una sostanziale immunità e impunità, ha generato una ‘caccia al poliziotto’.
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Le uccisioni a freddo di due americani di pelle nera in Louisiana e Minnesota, documentate da video diventati in poche ore virali in rete, hanno riaperto una ferita mai chiusa. Ed a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di novembre la questione razziale rischia di diventare il testamento finale sul doppio mandato alla Casa Bianca del primo presidente nero degli Stati Uniti.
Cinque poliziotti morti, sei feriti. E’ questo per ora il bilancio di sangue della veglia notturna organizzata a Dallas, in Texas, contro l’uccisione dei due afroamericani in Louisiana e Minnesota.
Circa un centinaio di poliziotti era stato dispiegato nel centro della città di Dallas dove si stava svolgendo una marcia contro gli abusi delle forze dell’ordine. Altre manifestazioni erano in corso in contemporanea altre città del Paese. Diverse centinaia di persone si erano radunate e stavano marciando verso la City Hall, la sede del Comune, attorno al quale erano schierati molti poliziotti, nonostante la marcia fosse pacifica.
All’improvviso si sono sentiti colpi d’arma da fuoco (pistole o forse fucili d’assalto) e mentre la folla si disperdeva nel tentativo di trovare rifugio, una dozzina di agenti è rimasta a terra. Almeno tre cecchini hanno sparato a ripetizione con armi automatiche colpendo alle spalle gli agenti. Per quattro di loro non c’è stato nulla da fare, sono morti sul colpo, altri sette sono stati trasportati d’urgenza nel più vicino ospedale. Uno degli agenti feriti è morto in ospedale dopo il ricovero.
Uno degli uomini arrestati dopo essersi barricato in un garage ha affermato “che ci sono bombe, nel garage e nel centro della città”, riferisce il capo della polizia di Dallas, David Brown. L’Fbi e reparti di genieri avrebbero rinvenuto un pacco sospetto.
Gli Swat, le squadre speciali di polizia anti-terrorismo, hanno ingaggiato una sparatoria con uno dei cecchini, che alla fine si è consegnato. Anche altri due sono stati arrestati.
Non è chiara la matrice dell’imboscata organizzata contro la polizia di Dallas, se si tratti di un gruppo unito da un collante politico o meno. L’unica cosa certa è che la recrudescenza della ‘caccia al nero’ da parte delle forze dell’ordine, protette da una sostanziale immunità e impunità, ha generato una ‘caccia al poliziotto’.
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08/09/2015
Self-destruction. Fermare le violenze a Napoli
Da qualche mese al centro di Napoli si spara. Nella maggior parte dei casi sparano i giovanissimi e muoiono i giovanissimi.
La scorsa notte è successa, tra tutte, la vicenda forse più inquietante. Gennaro, 17 anni, freddato da uno dei numerosi colpi di arma da fuoco esplosi a caso nel mezzo del Rione Sanità. Gennaro è una vittima assolutamente innocente. Eppure ai giornali è bastata nient’altro che la sua provenienza per parlare immediatamente di lui come di un pregiudicato, lasciando intendere tutt’altra dinamica e infangando la sua giovane biografia già a poche ore dalla morte. Ancora stamattina, nonostante l’acclarata ricostruzione della dinamica, Studio Aperto si è inserito in questa narrazione menzognera, fomentandola.
Gennaro, nonostante la sua età, per il main stream è già solo un numero, l’ultimo morto che serve a convocare in prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza e a motivare probabilmente l’ennesima inutile calata dell’esercito sulla città.
Per noi però Gennaro non può essere un numero. Per questo a suo padre, storico attivista del movimento dei disoccupati organizzati che ha speso una vita in prima linea per l’emancipazione e la dignità dei subalterni di questa città, dobbiamo innanzitutto una ricostruzione di verità pubblica perché Gennaro non finisca dove aveva scelto di non stare.
Non è la prima volta che succede che la morte di un innocente venga fatta passare per altra cosa. E’ il quartiere di provenienza e la condizione sociale a determinare il grado di sospetto da volgere ai corpi senza vita e quando il quartiere è popolare quasi sempre non c’è appello. L’innocenza assoluta non esiste. Così Gennaro sta pagando per essere un giovanissimo abitante della Sanità, figlio sicuramente di un Dio minore di quello degli stessi pennivendoli che con superficialità lo hanno descritto come vittima di un agguato.
Che in questa città esistono due pesi, due misure, due registri e due modalità di allarme assai differenti è cosa nota. L’agenda della Napoli “per bene”, preoccupata della sicurezza, stabilisce le priorità in base a un ordine assolutamente arbitrario. Basti pensare a quanto rumore ha generato il raid di Piazza Bellini di qualche notte fa a fronte dell’uccisione del piccolo Gennaro, per il quale ancora nessuno ha speso una parola. Per alcuni politici che già si sfregano le mani in attesa della campagna elettorale, la questione più rilevante pare essere semplicemente salvare il marciapiede buono dall’incursione dei “violenti”, come ci ha tenuto a definirli l’ex governatore Bassolino. Proprio lui, che tra città e regione ha governato questo territorio per vent’anni e che ha una quantità infinita di responsabilità nel peggioramento delle nostre condizioni di vita che dovrebbe indurlo a modificare il linguaggio o meglio a stare sapientemente in silenzio.
A noi, alla parte di città a cui non interessano condizioni e provenienze delle vittime di questa mattanza, spetta il compito di prendere parola e costruire la mobilitazione. Non ci sfugge che la vicenda di Gennaro merita la massima attenzione e che provando a contestualizzarla non bisogna correre noi stessi il rischio di confonderla con le altre storie, legate comunque a dinamiche di faida e micro-faida. Gennaro è comunque la vittima di una guerra. Una guerra strana perché per la prima volta non si combatte tra due grandi clan ma si esprime in una serie di conflitti molto più pulviscolari. Ogni guerra per, qualunque sia la sua forma, lascia sul terreno gli innocenti. Nessuna guerra purtroppo risparmia chi non c’entra.
E allora forse bisogna provare a fare un passo indietro, utile a connettere la morte di Gennaro, gli agguati continui tra ragazzini e l’inadeguatezza della propaganda securitaria promossa dalla società civile.
Tanto per cominciare le guerre di camorra non sono mai un fenomeno inedito. Possono certamente cambiare le forme, le modalità con cui si danno i processi di accumulazione di profitto dell’economia illegale sui territori ma le guerre prima o poi arrivano.
La guerra è l’espressione della concorrenza nel libero mercato dell’informale e si combatte quasi esclusivamente nei luoghi controllati dall’imprenditoria armata.
Dunque se succedono sempre, ovunque ci sia un territorio sottoposto al ricatto del crimine organizzato, allora dovremmo interrogarci su che cosa sono in effetti queste fantomatiche faide se non un periodico riassestamento delle spartizioni del controllo territoriale, della governance che di volta in volta producono i cartelli criminali nella gestione del profitto. E soprattutto quanto sono funzionali anche alle clientele politiche del formale questi riassestamenti di cui la città “indignata” e “legale” nota solo l’estetica della brutalità. Da questa prospettiva la storia dei tanti e troppi giovanissimi che vengono reclutati sistematicamente dai clan e senza batter ciglio rischiano tutto, va affrontata seriamente, innanzitutto come questione sociale e non come espressione di un’anomalia metropolitana, segnata da una precisa stigmatizzazione antropologica. Nominarli Baby-padrini, boss-bambini o con altre stupide formulette come queste, non fa altro che allargare la distanza tra il fenomeno e la causa, non costruendo, in questo senso, alcuno spazio per la risposta. Piuttosto dopo anni di inutile militarizzazione, dopo la sperimentazione delle operazioni “alto impatto” fiancheggiate da indignazione a singhiozzo, possiamo tranquillamente ammettere che l’informale continua ad essere, in tutte le sue articolazioni, la prima voce dell’economia di alcuni quartieri. Soprattutto perché le richieste del mercato riguardano la città tutta, come racconta bene il caso della droga. L’economia illegale è parte della medesima fabbrica sociale di quella legale. Entrambe nella metropoli e per la metropoli producono merci, sfruttano forza lavoro, controllano e appagano il desiderio. L’illegale detiene l’egemonia sull’appagamento del proibito.
E se questo è il nodo, allora è evidente che non può esistere forma di risposta collettiva incisiva, mobilitazione delle coscienze efficace che parta già con la pretesa di costruzione di un noi e di un loro, di una Napoli “per bene” e di una “per male”. A questa idea di città divisa, che non si preoccupa di tutta se stessa ma di sottrarre alla barbarie la sua parte migliore, andrebbe sostituito piuttosto un accorato appello da noi a noi, un grido che viene da dentro e che a chi è dentro chieda di interrompere questa follia fratricida funzionale sempre agli interessi degli oppressori.
Abbiamo bisogno di un appello largo e rapido, che contagi tutti e che coinvolga artisti, studenti ma soprattutto i guaglioni che abitano i quartieri coinvolti. Un appello che richiami allo spirito di quella canzone che nell’89 a New York una parte della scena rap scrisse per fermare le faide tra i neri e l’affermazione dell’etica gangsta. Self-destruction si chiamava il brano. Auto-distruzione, appunto. La stessa a cui ci sottoponiamo da sempre nelle strade di questa metropoli e che oggi ci porta a registrare giorno dopo giorno la scomparsa o il ferimento di ragazzi sempre più giovani a cui la magistratura adduce cinicamente curriculum criminali da boss sanguinari e che invece, senza quella fame di forca e galera, ci sembra più una immensa tragedia sociale. Per questo, sarebbe il caso che chi ha avuto rilevanti ruoli di governo di questi territori, invece che fare opinione sui fatti di cronaca, si assumesse la responsabilità di aver usato troppo spesso anche la marginalità sociale come terreno su cui lucrare e costruire clientele, lasciando di fatti i tantissimi quartieri popolari di questa complessa città in balia della solitudine e del ricatto del modello di sfruttamento criminale.
Per Gennaro, per suo padre e per la città, dobbiamo lavorare seriamente per costruire una mobilitazione contro i virus che generano i sintomi non una reazione ottusa alla sintomatologia punto e basta. Una mobilitazione per fermare l’auto-distruzione non per rigettarla nei vicoli poco lontani dal marciapiede buono. E’ necessario scendere in strada per arginare questa forma di oppressione e per pretendere la rottura dell’isolamento e della marginalizzazione economica di Napoli, perché solo l’arrivo di ingenti risorse destinate allo sviluppo dei territori e solo un’implementazione vera del welfare e delle possibilità di lavoro può interrompere per sempre la mattanza.
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La scorsa notte è successa, tra tutte, la vicenda forse più inquietante. Gennaro, 17 anni, freddato da uno dei numerosi colpi di arma da fuoco esplosi a caso nel mezzo del Rione Sanità. Gennaro è una vittima assolutamente innocente. Eppure ai giornali è bastata nient’altro che la sua provenienza per parlare immediatamente di lui come di un pregiudicato, lasciando intendere tutt’altra dinamica e infangando la sua giovane biografia già a poche ore dalla morte. Ancora stamattina, nonostante l’acclarata ricostruzione della dinamica, Studio Aperto si è inserito in questa narrazione menzognera, fomentandola.
Gennaro, nonostante la sua età, per il main stream è già solo un numero, l’ultimo morto che serve a convocare in prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza e a motivare probabilmente l’ennesima inutile calata dell’esercito sulla città.
Per noi però Gennaro non può essere un numero. Per questo a suo padre, storico attivista del movimento dei disoccupati organizzati che ha speso una vita in prima linea per l’emancipazione e la dignità dei subalterni di questa città, dobbiamo innanzitutto una ricostruzione di verità pubblica perché Gennaro non finisca dove aveva scelto di non stare.
Non è la prima volta che succede che la morte di un innocente venga fatta passare per altra cosa. E’ il quartiere di provenienza e la condizione sociale a determinare il grado di sospetto da volgere ai corpi senza vita e quando il quartiere è popolare quasi sempre non c’è appello. L’innocenza assoluta non esiste. Così Gennaro sta pagando per essere un giovanissimo abitante della Sanità, figlio sicuramente di un Dio minore di quello degli stessi pennivendoli che con superficialità lo hanno descritto come vittima di un agguato.
Che in questa città esistono due pesi, due misure, due registri e due modalità di allarme assai differenti è cosa nota. L’agenda della Napoli “per bene”, preoccupata della sicurezza, stabilisce le priorità in base a un ordine assolutamente arbitrario. Basti pensare a quanto rumore ha generato il raid di Piazza Bellini di qualche notte fa a fronte dell’uccisione del piccolo Gennaro, per il quale ancora nessuno ha speso una parola. Per alcuni politici che già si sfregano le mani in attesa della campagna elettorale, la questione più rilevante pare essere semplicemente salvare il marciapiede buono dall’incursione dei “violenti”, come ci ha tenuto a definirli l’ex governatore Bassolino. Proprio lui, che tra città e regione ha governato questo territorio per vent’anni e che ha una quantità infinita di responsabilità nel peggioramento delle nostre condizioni di vita che dovrebbe indurlo a modificare il linguaggio o meglio a stare sapientemente in silenzio.
A noi, alla parte di città a cui non interessano condizioni e provenienze delle vittime di questa mattanza, spetta il compito di prendere parola e costruire la mobilitazione. Non ci sfugge che la vicenda di Gennaro merita la massima attenzione e che provando a contestualizzarla non bisogna correre noi stessi il rischio di confonderla con le altre storie, legate comunque a dinamiche di faida e micro-faida. Gennaro è comunque la vittima di una guerra. Una guerra strana perché per la prima volta non si combatte tra due grandi clan ma si esprime in una serie di conflitti molto più pulviscolari. Ogni guerra per, qualunque sia la sua forma, lascia sul terreno gli innocenti. Nessuna guerra purtroppo risparmia chi non c’entra.
E allora forse bisogna provare a fare un passo indietro, utile a connettere la morte di Gennaro, gli agguati continui tra ragazzini e l’inadeguatezza della propaganda securitaria promossa dalla società civile.
Tanto per cominciare le guerre di camorra non sono mai un fenomeno inedito. Possono certamente cambiare le forme, le modalità con cui si danno i processi di accumulazione di profitto dell’economia illegale sui territori ma le guerre prima o poi arrivano.
La guerra è l’espressione della concorrenza nel libero mercato dell’informale e si combatte quasi esclusivamente nei luoghi controllati dall’imprenditoria armata.
Dunque se succedono sempre, ovunque ci sia un territorio sottoposto al ricatto del crimine organizzato, allora dovremmo interrogarci su che cosa sono in effetti queste fantomatiche faide se non un periodico riassestamento delle spartizioni del controllo territoriale, della governance che di volta in volta producono i cartelli criminali nella gestione del profitto. E soprattutto quanto sono funzionali anche alle clientele politiche del formale questi riassestamenti di cui la città “indignata” e “legale” nota solo l’estetica della brutalità. Da questa prospettiva la storia dei tanti e troppi giovanissimi che vengono reclutati sistematicamente dai clan e senza batter ciglio rischiano tutto, va affrontata seriamente, innanzitutto come questione sociale e non come espressione di un’anomalia metropolitana, segnata da una precisa stigmatizzazione antropologica. Nominarli Baby-padrini, boss-bambini o con altre stupide formulette come queste, non fa altro che allargare la distanza tra il fenomeno e la causa, non costruendo, in questo senso, alcuno spazio per la risposta. Piuttosto dopo anni di inutile militarizzazione, dopo la sperimentazione delle operazioni “alto impatto” fiancheggiate da indignazione a singhiozzo, possiamo tranquillamente ammettere che l’informale continua ad essere, in tutte le sue articolazioni, la prima voce dell’economia di alcuni quartieri. Soprattutto perché le richieste del mercato riguardano la città tutta, come racconta bene il caso della droga. L’economia illegale è parte della medesima fabbrica sociale di quella legale. Entrambe nella metropoli e per la metropoli producono merci, sfruttano forza lavoro, controllano e appagano il desiderio. L’illegale detiene l’egemonia sull’appagamento del proibito.
E se questo è il nodo, allora è evidente che non può esistere forma di risposta collettiva incisiva, mobilitazione delle coscienze efficace che parta già con la pretesa di costruzione di un noi e di un loro, di una Napoli “per bene” e di una “per male”. A questa idea di città divisa, che non si preoccupa di tutta se stessa ma di sottrarre alla barbarie la sua parte migliore, andrebbe sostituito piuttosto un accorato appello da noi a noi, un grido che viene da dentro e che a chi è dentro chieda di interrompere questa follia fratricida funzionale sempre agli interessi degli oppressori.
Abbiamo bisogno di un appello largo e rapido, che contagi tutti e che coinvolga artisti, studenti ma soprattutto i guaglioni che abitano i quartieri coinvolti. Un appello che richiami allo spirito di quella canzone che nell’89 a New York una parte della scena rap scrisse per fermare le faide tra i neri e l’affermazione dell’etica gangsta. Self-destruction si chiamava il brano. Auto-distruzione, appunto. La stessa a cui ci sottoponiamo da sempre nelle strade di questa metropoli e che oggi ci porta a registrare giorno dopo giorno la scomparsa o il ferimento di ragazzi sempre più giovani a cui la magistratura adduce cinicamente curriculum criminali da boss sanguinari e che invece, senza quella fame di forca e galera, ci sembra più una immensa tragedia sociale. Per questo, sarebbe il caso che chi ha avuto rilevanti ruoli di governo di questi territori, invece che fare opinione sui fatti di cronaca, si assumesse la responsabilità di aver usato troppo spesso anche la marginalità sociale come terreno su cui lucrare e costruire clientele, lasciando di fatti i tantissimi quartieri popolari di questa complessa città in balia della solitudine e del ricatto del modello di sfruttamento criminale.
Per Gennaro, per suo padre e per la città, dobbiamo lavorare seriamente per costruire una mobilitazione contro i virus che generano i sintomi non una reazione ottusa alla sintomatologia punto e basta. Una mobilitazione per fermare l’auto-distruzione non per rigettarla nei vicoli poco lontani dal marciapiede buono. E’ necessario scendere in strada per arginare questa forma di oppressione e per pretendere la rottura dell’isolamento e della marginalizzazione economica di Napoli, perché solo l’arrivo di ingenti risorse destinate allo sviluppo dei territori e solo un’implementazione vera del welfare e delle possibilità di lavoro può interrompere per sempre la mattanza.
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08/01/2015
Parigi nel caos. Sparatorie, una vigilessa uccisa e granate contro moschea
La Francia sta andando fuori controllo. Il giorno dopo il sanguinoso attentato alla redazione di Charlie Hebdo, manifestazioni di lutto in molte città, a partire da Tolosa (teatro di un attentato nel 2012, il cui autore sarebbe stato collegato ai due fratelli ricercati per l'attentato di ieri). I parigini si riuniranno invece stasera alle 18 in Place de la Republique.
Una sparatoria per ora di incerta origine è avvenuta nuovamente a Parigi. Nel conflitto a fuoco è rimasta uccisa una poliziotta ed un altro agente è in gravi condizioni. Tutto sarebbe però cominciato con un banale incidente stradale, che aveva richiamato alcuni agenti della polizia municipale sul posto. Da una Clio bianca, a poca distanza, un uomo con la testa rasata ha estratto dalla macchina un mitra ed ha aperto il fuoco contro gli uomini e la donna in divisa. L'aggressore sarebbe stato protetto da un giubbetto antiproiettile ed è poi fuggito in direzione di una banlieue vicina.
A Montrouge, nella zona di quest'ultima sparatoria, è stato eretto un impressionante dispositivo di sicurezza, con i blindati e le teste di cuoio della polizia.
A Le Mans, invece, secondo il giornale Ouest-France, diverse granate sono state lanciate questa mattina nel cortile della Mosquée des Sablons, sulla rue de la Bertinière. Una sarebbe esplosa, senza però provocare feriti. Probabilmente gli autori sono esponenti dell'estrema destra xenofoba, che hanno voluto simbolicamente vendicare i morti di ieri.
Fonte
Oggi non si parla d'altro ma il problema non sta qui. Piuttosto, stupisce il livello d'isteria con cui è stato metabolizzato il fatto di ieri e, come da copione, i fascisti hanno già preso a sguazzarci.
Una sparatoria per ora di incerta origine è avvenuta nuovamente a Parigi. Nel conflitto a fuoco è rimasta uccisa una poliziotta ed un altro agente è in gravi condizioni. Tutto sarebbe però cominciato con un banale incidente stradale, che aveva richiamato alcuni agenti della polizia municipale sul posto. Da una Clio bianca, a poca distanza, un uomo con la testa rasata ha estratto dalla macchina un mitra ed ha aperto il fuoco contro gli uomini e la donna in divisa. L'aggressore sarebbe stato protetto da un giubbetto antiproiettile ed è poi fuggito in direzione di una banlieue vicina.
A Montrouge, nella zona di quest'ultima sparatoria, è stato eretto un impressionante dispositivo di sicurezza, con i blindati e le teste di cuoio della polizia.
A Le Mans, invece, secondo il giornale Ouest-France, diverse granate sono state lanciate questa mattina nel cortile della Mosquée des Sablons, sulla rue de la Bertinière. Una sarebbe esplosa, senza però provocare feriti. Probabilmente gli autori sono esponenti dell'estrema destra xenofoba, che hanno voluto simbolicamente vendicare i morti di ieri.
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Oggi non si parla d'altro ma il problema non sta qui. Piuttosto, stupisce il livello d'isteria con cui è stato metabolizzato il fatto di ieri e, come da copione, i fascisti hanno già preso a sguazzarci.
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