Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2026

Una bambina di quattro anni è morta di difterite

In Italia non succedeva dal 1991. Non ce l’ho con quei genitori. Ce l’ho con chi li ha convinti.

Scrivo questo articolo con le mani che tremano un po’, e vi chiedo scusa in anticipo se non sarò freddo come dovrebbe essere un medico.
Alcuni giorni fa, all’ospedale dei Bambini di Palermo, è morta una bambina di quattro anni.
I primi sintomi erano comparsi la settimana scorsa. Febbre, vomito, inappetenza. Sembrava una tonsillite – perché così sembra, all’inizio. Poi le condizioni sono precipitate. È stata intubata, portata in terapia intensiva, e i medici hanno tentato anche la circolazione extracorporea: l’ultima cosa che si può fare quando il cuore e i polmoni non reggono più.
Non è bastato. La tossina aveva già colpito il cuore, il fegato, l’intestino.
I tamponi sono positivi al batterio della difterite. La conferma definitiva dell’Istituto Superiore di Sanità arriverà nei prossimi giorni – finché non arriva parliamo di sospetto – ma il direttore sanitario ha detto che per loro dubbi non ce ne sono.
La bambina non era vaccinata.
L’ultima morte per difterite in Italia risale al 1991. Trentacinque anni fa.

Ai genitori, prima di tutto il resto

Da stamattina leggo commenti feroci contro quel padre e quella madre. Capisco la rabbia. Non ci partecipo, e vi chiedo di non parteciparci.
C’è una famiglia che ha perso una figlia di quattro anni. Ci sono quattro fratelli che hanno perso una sorella. E ci sono due genitori che dovranno convivere, ogni singolo giorno per il resto della loro vita, con una domanda che nessuno di noi vorrebbe nemmeno sfiorare.
Non esiste punizione che il mondo possa aggiungere a questa. Nessuna.
Non li conosco e non li giudico. So soltanto una cosa, dopo quarant’anni passati in un ambulatorio pediatrico: nessun genitore rinuncia a un vaccino perché non ama suo figlio.
Mai. Nemmeno una volta, in quarant’anni.
Ci rinuncia perché ha paura. E la paura, nei genitori, nasce esattamente nello stesso posto in cui nasce l’amore. Chi non capisce questo non ha mai fatto il mio mestiere.
Quei due, oggi, sono le vittime più devastate di questa storia dopo la loro bambina.

Adesso passo alla parte in cui non sono più gentile

Perché se la mia rabbia non va verso di loro, da qualche parte va.
Va verso chi li ha convinti.
In questi anni si è costruita un’industria del dubbio. Non uso la parola a caso. C’è chi ci ha costruito sopra un pubblico, una notorietà, una carriera, in qualche caso un reddito. Ci sono libri, conferenze, video, canali. C’è tutto un ecosistema che vive del terrore dei genitori, e che quel terrore lo coltiva perché è la sua materia prima.
E poi – e questa è la parte che mi fa più male – ci sono migliaia di persone perbene che condividono.
Persone che non hanno alcuna cattiva intenzione. Che inoltrano un video nel gruppo WhatsApp della scuola. Che ripubblicano un post perché “fa riflettere”, “male non fa”, “sentiamo tutte le campane”. Che non hanno letto lo studio, non hanno controllato la fonte, non hanno verificato se quel medico esercita ancora.
A voi voglio dire una cosa, con tutto il rispetto: quel gesto non è neutro.
Condividere non è un’opinione. È un atto che ha conseguenze. Quel contenuto arriva a un genitore che sta decidendo, e quel genitore lo legge nel gruppo della scuola – cioè nel posto dove si fida – e ci trova la faccia di qualcuno che conosce.
E quel messaggio, in quel momento, pesa più di me. Pesa più di quarant’anni di dati.
Vorrei che chi ha condiviso quei contenuti negli ultimi anni oggi ci pensasse. Non per sentirsi in colpa: non è quello che chiedo, e la colpa non serve a niente. Ma per pensarci la prossima volta, prima di premere “inoltra”.
Perché una catena di condivisioni non ha un colpevole. Ha mille persone che hanno fatto un gesto piccolissimo. E in fondo alla catena, qualche volta, c’è un bambino.

Qualche spiegazione: cosa è la difterite, per chi non l’ha mai vista

Nessuno l’ha mai vista. Io compreso, e ho quarant’anni di mestiere alle spalle.
Comincia come un mal di gola qualunque. Poi nella gola si forma una membrana grigiastra, spessa, aderente, che ostruisce progressivamente il respiro. Un tempo la chiamavano “il male che strangola i bambini”.
Ma ciò che uccide più spesso non è il soffocamento: è una tossina che il batterio produce e che entra nel sangue, raggiungendo il cuore, i nervi, i reni. Nei non vaccinati, senza trattamento adeguato, la difterite è letale in circa tre casi su dieci.
E c’è un dettaglio che dovrebbe restare a tutti: il vaccino non protegge dal batterio, protegge dalla tossina. Non impedisce di incontrare l’infezione – impedisce che l’infezione uccida.
È esattamente ciò che qui è mancato.
Negli ultimi trent’anni in Italia si sono accertati otto casi di difterite, tutti non letali, tutti causati da ceppi che la tossina non la producevano.
Poi stanotte.

Il paradosso che dobbiamo capire

Ecco il punto che vorrei restasse più di ogni altro.
I vaccini sono vittime del proprio successo.
Funzionano così bene da far sparire le malattie dalla nostra vista. E quando una malattia sparisce dalla vista, sparisce anche dalla mente: diventa una cosa dei libri di storia, dei racconti dei nonni, delle fotografie in bianco e nero.
A quel punto succede l’inevitabile. Resta visibile solo il rischio del vaccino, mentre il rischio della malattia diventa invisibile.
Da una parte una puntura, la febbriciattola, la possibilità rarissima di una reazione. Dall’altra parte, apparentemente, niente. Un fantasma.
Ma il fantasma non se n’era andato. Si era soltanto tolto dai piedi finché eravamo in tanti a difenderci.
Nel mondo, nel 2025, l’OMS ha registrato oltre 30.000 casi di difterite. Nei Paesi dell’Unione Europea, nel solo 2024, ne sono stati segnalati 151. Il batterio non è stato eradicato da nessuna parte, e viaggia esattamente come viaggiamo noi.
E non riguarda solo la difterite.
Il morbillo in Italia sta risalendo: nei primi cinque mesi del 2026 le segnalazioni sono state 609 contro le 342 dello stesso periodo dell’anno prima. Quasi il doppio. La copertura della seconda dose di MPR è ferma all’84%, e nessuna Regione italiana raggiunge il 95% necessario a fermare la circolazione del virus.
Negli Stati Uniti va molto peggio, ed è il risultato diretto di scelte politiche che hanno sistematicamente alimentato il dubbio: nel 2026 hanno superato i 2.300 casi di morbillo, il massimo dal 1991, con il 93% dei malati non vaccinato. Rischiano di perdere lo status di Paese in cui il morbillo era stato eliminato.
Non è sfortuna. È una conseguenza.

Il dettaglio che mi toglie il sonno

Nelle cronache di oggi si legge che quei genitori avrebbero rinunciato ai vaccini perché convinti che l’autismo di un cugino fosse stato causato dal vaccino trivalente.
Non so se sia vero. Sono notizie giornalistiche, e le riporto con tutte le cautele.
Ma se lo fosse, guardiamo insieme cosa significa.
Il vaccino contro la difterite non è il trivalente. Sono due vaccini diversi, componenti diverse, momenti diversi della vita. La difterite si previene con l’esavalente, nei primi mesi.
La paura riguardava una cosa. La bambina è morta di un’altra.
Ed è così che funziona la disinformazione. Non convince di un fatto preciso: semina una diffidenza generale, indistinta. Poi quella diffidenza si allarga da sola, copre tutto, e alla fine lascia scoperto proprio il punto da cui arriverà il colpo.
Chi diffonde quei contenuti non ha detto a quella famiglia “non vaccinate contro la difterite”. Ha detto qualcosa di più vago e di più efficace: “non fidatevi”.
Sul legame tra vaccini e autismo ripeto quello che ripeto da anni. È stato cercato sul serio, da persone che avrebbero avuto tutto da guadagnare a trovarlo. Su 657.000 bambini in Danimarca. Su 95.000 negli Stati Uniti, compresi quelli che avevano già un fratello autistico, quindi con un rischio più alto in partenza. Su oltre un milione nelle analisi complessive.
Nessun aumento del rischio. Mai.
E l’autismo – che esiste, che è reale, e con cui migliaia di famiglie italiane convivono ogni giorno con enorme fatica – comincia a manifestarsi tra i dodici e i ventiquattro mesi. Cioè esattamente nell’età in cui si fanno i vaccini. Qualunque cosa si facesse a quell’età sembrerebbe la causa.
Non è colpa di quei genitori se hanno creduto a questo. È colpa di chi glielo ha raccontato.

Quello che chiedo alle famiglie

Non a tutte. So bene che chi ha già deciso di non ascoltare non cambierà idea per un articolo, e ho smesso da tempo di illudermi.
Parlo a chi ha dei dubbi e li tiene aperti. A chi è incerto. A chi ha letto qualcosa che l’ha spaventato e non sa più a chi credere.
Controllate il libretto vaccinale dei vostri figli. Stasera. Guardate i richiami, guardate le date.
Se avete saltato qualcosa, non è tardi. Non si ricomincia da capo: si riprende da dove ci si era interrotti, a qualunque età. Chiedete al vostro pediatra o al centro vaccinale.
E se avete paura, ditela. A voce alta, nel mio ambulatorio o in quello del vostro pediatra. Non esistono domande sciocche e non esistono domande imbarazzanti – e se qualcuno vi fa sentire stupidi perché fate una domanda su vostro figlio, quel qualcuno sta sbagliando mestiere.
Io preferisco mille volte un genitore che dubita, chiede, discute e alla fine sceglie capendo, a uno che firma senza guardare. L’ho scritto tante volte: preferisco famiglie convinte a famiglie adempienti.
Ma per convincersi bisogna parlare. E per parlare serve qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.
Io ci sono. E i miei colleghi anche.

Un’ultima cosa, ai colleghi

Una malattia che non vediamo da trentacinque anni è tornata a uccidere.
Rimettiamola tra le diagnosi possibili davanti a un mal di gola che peggiora in fretta in un bambino non vaccinato. Perché la difterite, all’inizio, sembra una tonsillite. Sembra esattamente una tonsillite.
E se non ci pensiamo, non la vediamo.

Rischi e limiti

La causa del decesso non è ancora ufficialmente confermata: i tamponi sono positivi al batterio, ma si attende l’accertamento dell’Istituto Superiore di Sanità.
È in corso un’indagine della Procura, che riguarda anche la ricostruzione del percorso assistenziale. Non entro nel merito e invito a non farlo: un’inchiesta serve esattamente a stabilire ciò che oggi nessuno sa.
Le informazioni sulle motivazioni della famiglia provengono da fonti giornalistiche e non sono verificate.

Cosa cambia da ora in poi?

Per i genitori. Controllate il libretto vaccinale. Se mancano richiami, chiedete: si recupera sempre, a qualunque età.
Per chi condivide contenuti sui social. Prima di premere “inoltra”, chiedetevi due cose: chi lo ha scritto, e cosa succede se qualcuno ci crede.
Per tutti noi. Questa storia ha una lezione sola, e non riguarda una famiglia di Palermo.
Riguarda il fatto che ci eravamo dimenticati di avere paura.
E che la difterite, invece, non si era dimenticata di noi.

Fonti: ANSA, Il Post, Giornale di Sicilia, Euronews (20 agosto 2026) · OMS, dati difterite 2025 · ECDC, sorveglianza difterite UE/SEE 2024 · ISS-EpiCentro, morbillo e coperture vaccinali in Italia · Hviid A et al., Ann Intern Med 2019 · Jain A et al., JAMA 2015 · Taylor LE et al., Vaccine 2014.

Fonte

31/12/2025

Centro senza centro. La periferia illimitata dello Zen di Palermo

di Gioacchino Toni

Paola Nicita (testi), Emanuele Lo Cascio (fotografie), Centro senza centro. Le periferie di Marc Augé con un’intervista inedita sullo Zen di Palermo, Mimesis, Milano-Udine, 2025, pp. 152, € 15,00

«Cambiare il punto di vista teorico, e di conseguenza reale, è davvero una priorità necessaria per considerare il mondo nella prospettiva di una giustizia sociale [...] Quindi la città contemporanea dovrà compiere una scelta: se essere costruita con le parole della democrazia o, al contrario, dell’aristocrazia del sapere» Marc Augé

Centro senza centro (Mimesis, 2025) è un volume dedicato allo Zen di Palermo che si compone di testi di Paola Nicita, fotografie di Emanuele Lo Cascio e un’intervista a Marc Augé, studioso che ha dedicato attenzione a quelle periferie delle città di cui, normalmente, politici, amministratori e media sembrano accorgersi soltanto in occasione di episodi di cronaca, unici momenti in cui riaffiorano dall’oblio a cui altrimenti sembrano destinate.

Lo Zen – acronimo di Zona Espansione Nord – è una realtà edificata attraverso stratificazioni di cemento e disgregazioni sociali, segnata da sovra-costruzioni che abitano spazi e architetture per giungere alle vite – sempre quelle degli altri – plasmate in strettoie, disagi, connessioni mancate, che fanno dell’assenza il cuore pulsante del suo stare al mondo. Come del resto accade in tutte le periferie del mondo, l’eco sbiadita e distante di ciò che avviene ai margini, rispetto a un centro che è tale per consacrazione sociale e strutturazione economica, diviene parola chiara solo in occasione di fatti che trovano spazio e narrazioni per lo più connotati da un segno negativo, dove riecheggiano termini come colpa, condanna, delitto (p. 6).

Guardando alle modalità attraverso le quali ha preso forma lo Zen palermitano, Nicita sostiene che il motivo per cui il tentativo progettuale di fornire uno spazio confortevole agli abitanti si è perso per strada «generando caos e incompletezza, mancanza e alienazione», derivi principalmente dal fatto che non è stato «immaginato nel suo contesto reale» (p. 20). La storia dello Zen si può dire prendere il via con le devastazioni della seconda guerra mondiale che crearono necessità abitative a cui occorreva dare risposta che avrebbero poi dato luogo a una lunga serie di mobilitazioni popolari, a interventi politici ufficiali e di base, a occupazioni, a cambiamenti urbanistici che si sono succeduti sino agli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prolungandosi nei progetti del nuovo millennio, incapaci di connettere efficacemente spazio, cittadini e opere urbane.

Lo Zen, puntualizza Augé nel corso dell’intervista, si pone agli antipodi dei non-luoghi, essendo al contrario un luogo dotato di un’identità forte e definita, incentrata sulle relazioni; non ha nulla a che fare con il vuoto e l’incomunicabilità che caratterizza i non-luoghi come le stazioni e gli aeroporti che si ripetono uguali ovunque. Lo studioso francese sottolinea anche la diversa percezione della periferia che hanno coloro che la abitano rispetto a quanti le guardano da fuori. Per quanto modeste possano essere, le abitazioni delle periferie sono pur sempre per chi le abita l’ambiente di vita quotidiana a cui non possono che guardare con orgoglio; è lo sguardo esterno, dalla città, ad osservare negativamente le periferie e chi le abita.

Quando le periferie iniziarono ad essere costruite nel corso degli anni Sessanta, queste erano state pensate come luoghi confortevoli e autosufficienti, destinati a rispondere a tutte le necessità della classe media che avrebbe dovuto abitarle. A riscriverne radicalmente funzioni e destinazione, ricorda Augé, furono i grandi mutamenti sociali che, proprio nel momento in cui prese il via la loro edificazione, cambiarono radicalmente il tessuto sociale, economico e urbano.

«La periferia oggi è una circonferenza senza alcun centro. È un’espressione che definisce un luogo che ha a che fare con il desiderio e la mancanza. Oggi le periferie sono una realtà molto complessa e quella che una volta era la periferia si infiltra nella città, e chiaramente l’opposizione a cui guardiamo adesso non è più geografica, ma essenzialmente sociale» (p. 12). Per quanto siano percepite come del tutto estranee alla città, è in realtà all’interno di queste che si trovano le nuove periferie; la distanza che separa queste ultime dal centro è più di tipo sociale che non fisico.

La meta-città globale, dove apparentemente tutto sembra funzionare alla perfezione, lascia il posto alla città-monumento: una visione contemporanea dettata dalla visibilità, che pone l’urgenza di inventare altri luoghi, immediatamente riconoscibili, costruiti probabilmente da celebri architetti che fanno a gara per realizzare l’edificio più alto. La meta-città è l’ideologia di un sistema, mentre la città-mondo è la verità del sistema: al suo interno, nascosti, ci possono essere rifugiati, clandestini, campi profughi. Il processo di globalizzazione è andato avanti ed è avvenuto un processo di omogeneizzazione, ma anche di esclusione, che vede da una parte la concentrazione del potere nelle mani di pochi, e dall’altra la creazione di una massa di consumatori passivi che sono legati a una crescente povertà. Per questo motivo, occorre tenere sempre presenti i concetti di uguaglianza e disuguaglianza (p. 15).

Nel volume Nicita tratteggia alcune riflessioni che sono state svolte sulle metropoli riguardanti: il concetto di civiltà urbana di cui si sono occupati, sin dagli anni Quaranta del secolo scorso, da Gregory Bateson e Margaret Mead; le distinzioni tra mappa e territorio; il ruolo del capitalismo nella produzione e nella gestione dello spazio urbano indagato da Henri Lefebvre già nel corso degli anni Sessanta; lo spazio come elemento fondante per la riflessione sui luoghi e le relazioni tra essi di cui si è occupato Michel Foucault sempre sul finire dei Sessanta; la distinzione fra spazio percepito e spazio vissuto proposta da Edward Soja negli anni Ottanta; l’inscindibilità tra luoghi e chi li abita che ha condotto Arjun Appadurai a introdurre il concetto di ethnoscapes; l’urgenza di decolonizzare le periferie a cui fa riferimento Sonia Dayan-Herzbrun; il territorio come luogo del simbolico, oltre che del politico al centro delle analisi di Andrés Rodríguez-Pose; lo spazio come elemento non di costruzione, ma di ricostruzione del senso e del riconoscimento sociale, politico e dunque personale e soggettivo su cui insiste Marc Augé.

Nicita ripercorre anche le modalità con cui il cinema italiano ha storicamente narrato le periferie ricordando: le «periferie della città fredda e concettuale» de L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni; le «periferie calde di vite errabonde di umanità» di film come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini; le opere «sospese sul crinale tra realtà e sogno» come La dolce vita (1960) e La città delle donne (1980) di Federico Fellini; le narrazioni televisive capaci di spiazzare gli immaginari stereotipati dei palinsesti televisivi di Cinico TV (1987) di Daniele Ciprì e Franco Maresco; gli universi periferici di Gomorra (2008) e L’imbalsamatore (2002) di Matteo Garrone, di Suburra (2015) di Stefano Sollima e de La terra dell’abbastanza (2018) dei fratelli D’Innocenzo.

Restando all’abito audiovisivo, il quartiere Zen lo si ritrova nei documentari CityZen (2015) di Ruggero Gabbai, Un giorno allo Zen di Luca Capponi, nei film di finzione Un destino migliore (2023) di Gaetano Di Lorenzo, Scianèl (2024) di Luciano Accomando, Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990) di Marco Risi, L’ora legale (2017) di Ficarra e Picone, Io sono tempesta (2018) di Daniele Luchetti (2018), oltre che nel cortometraggio Comandare (2005) di Costanza Quatriglio. Tra i limiti di questi sguardi sullo Zen, non si può non notare che, tranne l’ultimo caso, si tratta esclusivamente di sguardi maschili.

Come accade in altre periferie, anche lo Zen di Palermo ha i suoi musicisti: dal collettivo Villa Muerte fondato da Dante LSD e Y.Zeezy, attivi anche individualmente, a Picciotto.

Periferie sonore che fanno riecheggiare una volontà di trovarsi in luoghi da conquistare attraverso musiche invisibili, come questi centri mancati, onde sonore che reclamano spazi e visibilità attraverso voci di protesta, gioco e affermazione, frammentando e sincopando parole e legandole alle immagini di un quartiere che ha urgenza di normalizzarsi anche attraverso forme artistiche nate per sottolineare la protesta. Rap, crew e dialetto palermitano mischiati insieme per dar vita a un gergo internazionale, locale eppure universale, nuovo possibile storytelling per raccontare un quartiere che vuole essere narrato, cantato, vissuto, abbandonando i panni di uno scomodo fantasma (p. 39).

Circa le fotografie di Emanuele Lo Cascio, sempre concordate con i soggetti ritratti, scrive Nicita che «nella loro configurazione, e nel loro essere narratrici-portatrici di storie, costituiscono una sorta di ideale configurazione iconografica degli abitanti di un quartiere, descritto nello svolgersi di una quotidianità che non sembra accusare il peso dei pregiudizi, perché uomini e cose sono osservati senza alcuna modalità a priori: lo sguardo non segue una direzione già tracciata, ma intraprende la strada da percorrere per la prima volta, da scoprire, svelare passo dopo passo» (p. 40).

Lo Cascio evita di sottrarsi dall’universo che fotografa, tenta di eliminare ogni distanza dai soggetti ritratti, siano essi esseri umani, animali, architetture od oggetti. Si può affermare che alle immagini rubate dai media al quartiere in occasione di qualche fatto di cronaca, Lo Cascio contrappone, attraverso la sua fotografia, momenti di incontro.

Nel parlare di una periferia che Emanuele Lo Cascio definisce attraverso le sue fotografie come illimitata, si affrontano i temi del dominio dello sguardo come elemento caratterizzante il giudizio sociale, capace di creare confini e limiti attraverso il suo stesso posizionamento. Immagini che raccontano di una rifondazione possibile degli spazi e delle architetture, che può accadere solo grazie alla necessaria re-visione dei corpi che le abitano, e che viene posta in essere solamente nel momento in cui avviene la rifunzionalizzazione del punto di vista dell’osservatore. È proprio qui che è urgente la zona di espansione, quella della nostra significazione, della sua rielaborazione. Un passaggio necessario, dove lo stare dentro lo spazio assume il significato di stare con i suoi abitanti, recuperando la giusta distanza, quella necessaria per essere umani (p. 9).

01/12/2024

Caduta l’accusa di “terrorismo”, Luigi Spera torna al tribunale della libertà

Lunedì 2 dicembre Luigi Spera tornerà davanti al tribunale della libertà. I giudici dovranno pronunciarsi sull’istanza di revoca delle misure cautelari dopo che il 13 settembre scorso la Cassazione ha fatto cadere le ipotesi di attentato terroristico e fine terroristico per l’azione dimostrativa alla sede palermitana della Leonardo del novembre 2022 di cui il vigile del fuoco siciliano è accusato con altre cinque persone. Ieri sono state rese note le motivazioni della decisione.

I magistrati di terzo grado, accogliendo il ricorso dell’avvocato difensore Giorgio Bisagna e riprendendo analoghe considerazioni dai processi ai No Tav, hanno escluso l’aggravante del terrorismo perché dalla condotta incriminata manca «un reale impatto intimidatorio sulla popolazione, tale da ripercuotersi sulle condizioni di vita e sulla sicurezza dell’intera collettività, posto che, solo in presenza di tali condizioni, lo Stato potrebbe sentirsi effettivamente coartato nelle sue decisioni».

Il pompiere si trova nella prigione di massima sicurezza di Alessandria da aprile scorso. I fatti sotto inchiesta riguardano il lancio di fumogeni e forse di una molotov alla Leonardo. La protesta era stata messa in campo in solidarietà con il popolo curdo, vittima in quei giorni di due anni fa dei bombardamenti dell’esercito turco che l’industria bellica tricolore rifornisce di armi.

Con l’ipotesi di terrorismo scatta la custodia in carcere per i tre motivi previsti dall’ordinamento: reiterazione, pericolo di fuga, inquinamento delle prove. Caduta quella, però, si rientra nel regime dei reati ordinari. Per Spera il gip aveva stabilito che l’unico rischio era che tornasse a compiere reati, perché recidivo. Ormai ha trascorso otto mesi dietro le sbarre: il tribunale potrebbe disporre misure alternative.

Nonostante siano passati quasi novanta giorni dalla decisione della Cassazione l’uomo si trova ancora recluso in massima sicurezza. Pare che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) continui a valutare il regime carcerario in base alle ipotesi di reato per cui è a processo. Con la sentenza di massimo grado, infatti, si è creata una divaricazione tra il percorso relativo alle misure cautelari e quello processuale. Nel secondo l’ipotesi di terrorismo resta in piedi, insieme a quella di incendio.

«La decisione della Cassazione è significativa per i principi giuridici che sancisce in ordine all’aggravante di terrorismo e all’attentato terroristico. Auspichiamo che abbia il giusto peso anche nel processo in corso», afferma Bisagna. La prima udienza si è tenuta a novembre e il giudice ha rinviato per integrare nel contraddittorio la Leonardo. Evidentemente ritiene sia quella la parte lesa, non lo Stato. Il prossimo appuntamento sarà il 20 dicembre.

Fonte

27/08/2024

Lo strano caso del naufragio del Bayesian

Non risulta che fosse un lupo di mare, il reverendo inglese Thomas Bayes, noto agli statistici per il suo teorema sulla probabilità condizionata, che in sostanza permette una ricerca a posteriori delle cause di un evento che si è verificato. Ma calcolare le probabilità di una causa nel provocare un evento è esattamente quello che in sostanza stanno facendo gli inquirenti della procura di Termini Imerese, per cercare di diradare la nebbia e i misteri calati sul tragico affondamento del Bayesian, il veliero inglese colato a picco nei giorni scorsi davanti a Palermo e che proprio del matematico e filosofo del ‘700 portava il nome, la prima delle tante strane coincidenze, o brutti presagi, di questa storia che ha colorato di nero il mare blu di Porticello.

Le vittime

Sette vittime, a cominciare dal proprietario e uomo d’affari Mike Lynch e dai suoi importanti e potenti ospiti, e per finire con sua figlia Hannah, 18 anni, l’ultima dei dispersi e l’ultimo corpo restituito dal relitto, studentessa modello e prossima a frequentare la Oxford University. 15 superstiti che sono arrivati a terra terrorizzati col tender messo a disposizione dal capitano Karsten Borner, nostromo del “Sir Robert Baden Powell”, la nave olandese che ha prestato soccorso ai naufraghi nei momenti immediatamente successivi al disastro. Curiosamente, la furiosa tempesta e relativa tromba marina che avrebbero causato l’affondamento del Bayesian, hanno lasciato intatto e pienamente funzionante lo scafo governato dal tedesco Borner, nonostante sia più o meno la metà del veliero inglese finito a oltre 50 metri di profondità sul fondale palermitano: 32 metri di lunghezza, sei di larghezza, e pesante meno di un quarto, 111 tonnellate.

Una delle tante circostanze incongruenti, per non dire bizzarre, non si trattasse di una tragedia sulle quali la procura di Termini Imerese, con le indagini affidate alla Guardia Costiera, sta lavorando per i reati ipotizzati di naufragio, disastro, omicidio plurimo e lesioni colpose. Sotto la guida del procuratore Ambrogio Cartosio, nel riserbo che è molto più stretto del solito tanto che i giornalisti si sono lamentati per le informazioni ricevute col contagocce: i superstiti sono stati blindati in un hotel palermitano, con le bocche cucite e la sensazione che siamo solo all’inizio di un romanzo legale e giudiziario che si annuncia piuttosto lungo.

Il Bayesian issava la bandiera inglese, ed era gestito dai charter Campbell e Nicholson ma intestato alla Revtom, società con sede nell’Isola di Man e intestata ad Angela Bacares, 57 anni, moglie di Lynch, con lui a bordo del veliero e tra i sopravvissuti al naufragio. Dal Regno Unito è stato annunciato l’arrivo di una task force della Marine Accident Investigation Branch, una sorta di FBI marittima che nel mondo accerta e indaga ogni incidente o naufragio in cui siano coinvolti scafi UK. La sensazione di un commissariamento investigativo è palpabile.

Il Bayesian, orgoglio della marineria italiana

Dopo quasi 150 immersioni e oltre 4000 ore sott’acqua, nel braccio di mare di fronte a Palermo, tra sub e robot che scandagliano il fondale sabbioso scattando foto, cominciano a delinearsi i tratti di un naufragio che pare tratto dal manuale dell’imperfetto marinaio. Sedici minuti e 140 metri per buttare giù un orgoglio della marineria italiana, un pezzo da novanta dell’artigianato velico che è riservato a miliardari e tycoon come Lynch. Il Bayesian è uscito dai cantieri di Perini Navi, a Viareggio, nel 2008 come uno dei più grandi e belli velieri di lusso al mondo. Al varo, ironia della sorte, è stato licenziato col nome di Salute. È stato anche il primo sloop, ossia uno scafo con un albero unico e una sartia a collegarlo alla prua, per aprire poi 2900 metri quadrati di velatura. Interni curati da Remi Tessier Design, una firma francese del design nautico, premi internazionali per la qualità della fattura e del lusso. E poi l’orgoglio, la ciliegina sulla torta. Un albero di 76 metri, il più alto al mondo all’epoca. Uno degli operai, un caposquadra, ne ricorda ancora la costruzione come il parto di un capolavoro. Lamiera doppiata e saldata a cinque metri per pezzo, tre operai a tempo pieno per quattro mesi e un capannone dedicato e su misura. Issato e montato sullo scafo pareggiava trequarti del campanile di San Marco a Venezia, per rendere l’idea della dimensione: per tirarlo su ci vollero delle gru speciali e il piazzale del cantiere rimase bloccato alcuni giorni. Non si è spezzato, non ha ceduto, come qualcuno aveva raccontato sulle prime, forse tradito dall’emozione, un obelisco di fatica e di tecnologia del genere non si piega e non si spezza, ma adesso giace come un albero denudato delle sue foglie nel profondo del basso Tirreno: dovranno probabilmente segarlo quando sarà il momento di tirare su il relitto, per riportare a galla lo scafo con i suoi segreti, per ricostruire e riannodare i fili di un quarto d’ora di terrore e morte in una placida notte d’agosto.

La lunga sequenza di errori

Il Bayesian, definito inaffondabile per la meraviglia dei suoi 56 metri di lunghezza e delle 473 tonnellate di alluminio, teak e tecnologia quasi spaziale, aveva 9,7 metri di deriva, ossia quella specie di pinna che serve per equilibrare il peso e l’altezza dello scafo, specie quando le condizioni del mare si fanno difficili. Al momento dell’affondamento, il veliero aveva la deriva ritirata, non arrivava alla metà della sua estensione: può darsi che fosse stata ritirata in avvicinamento al basso fondale, ma non è stata riportata in profondità nonostante le condizioni lo permettessero e nonostante un vento accertato di 80 nodi, 150 km/h. E questo è uno dei clamorosi sbagli che fanno parte della catena di errori umani su cui si sta focalizzando l’attenzione degli inquirenti. Ne fanno parte, anche, i boccaporti e i portelloni aperti, specie quello dei tender, così come i motori spenti, l’ancora abbassata, i passeggeri chiusi in cabina e non radunati nell’area di sicurezza come previsto e il sistema di chiusura automatica di tutti gli accessi. Anche la posizione del veliero era il contrario di quello che prevedono le più elementari regole marittime, con la nave che prendeva le onde e la tempesta di pancia, invece di mettersi di prua, coi motori accesi, l’ancora sollevata e tutto sigillato.

Il capitano del veliero, James Cutfield, 51 anni, neozelandese e quindi un passaporto a cinque stelle quando si parla di cose di mare, avrà il suo bel daffare a spiegare come sia potuto accadere tutto questo sulla sua nave, a cominciare dal fatto che pare abbia dichiarato agli inquirenti di non essersi reso conto del cattivo tempo in arrivo: eppure, nella notte tra domenica e lunedì, nel braccio di mare dove è affondato il veliero raccontano non ci fosse pescatori in giro, nemmeno una bettolina. Loro sapevano e a bordo del Bayesian, con tutta quell’apparato tecnologico, nulla? I pezzi di verità risaliranno a galla a colpi di immersioni dei sub che si sono fatti strada attraverso una vetrata della nave e hanno avuto bisogno dei martinetti fatti su misura da un fabbro di Porticello per spaccare la lastra spessa tre centimetri.

L’affondamento

Resta il fatto alle ore 3:50 il veliero, sferzato dalla tempesta e in balia di se stesso, ha cominciato a scarrocciare, ossia a spostarsi lateralmente spinto dal vento che soffiava sulle murate, con l’ancora già stracciata e girando quasi su stesso come una trottola, imbarcando centinaia di migliaia di litri di acqua che hanno raggiunto la sala macchine e ha causato un black out generale, e inclinandosi inesorabilmente di prua fino a inabissarsi, appoggiandosi sul fondale alla fine a dritta, cioè sul fianco destro. Sedici minuti in tutto, pare, col May-day lanciato in automatico solo alla fine alla capitaneria di porto di Bari. 

Nel frattempo, a bordo, scene di terrore e panico. Chi ha potuto, tra le 22 persone imbarcate, ha raggiunto l’esterno della nave e da lì, buttandosi in mare o trovandosi in mezzo alle onde, ha trovato il tender della salvezza. Gli altri, nei racconti dei sopravvissuti e nelle ricostruzioni dei soccorritori, hanno fatto la fine dei topi, affogati nel disperato tentativo di trovare un varco e dell’ossigeno tra la marea che ha invaso cabine e scafo. I corpi delle vittime, tolto il cuoco, sono stati trovati dalla parte opposta rispetto alle indicazioni date dai naufraghi sulla distribuzione delle cabine, evidentemente hanno cercato disperatamente di fuggire alla morte.

La spoon river dell’alta finanza

L’incredibile e triste storia del Bayesian, però, non è solo la cronaca di un naufragio annunciato per una serie di corbellerie, come praticamente le definisce Giovanni Costantino, fondatore e CEO di The Italian Sea Group, detentore degli asset di Perini Navi che è fallita nel 2021 e che ora valuta eventuali azioni legali a tutela del buon nome dell’azienda. Il proprietario del veliero e i suoi illustri ospiti deceduti insieme a lui raccontano una Spoon River dove alta finanza, informatica, sicurezza nazionale e servizi segreti sono aggrovigliati in una matassa difficilmente districabile. Mike Lynch, 59 anni, originario di Ilford, Essex, Ordine dell’Impero Britannico e membro della Royal Society, era considerato il Bill Gates inglese. Nel 1996 ha fondato Autonomy Corporation, azienda di informatica per la gestione software di dati sensibili che è stata venduta nel 2011 a Hewlett Packard per oltre 11 miliardi di dollari. Un anno dopo la cessione, il tycoon inglese è stato accusato da HP di frode e falso in bilancio per una svalutazione di 8,8 miliardi di dollari della corporate, tra errati dati economici e patrimoniali, ed è iniziata per Lynch un’odissea giudiziaria durata 13 anni, fino a pochi mesi fa, quando un tribunale americano lo ha assolto e prosciolto dalle accuse.

«Ho vinto la causa non solo perché sono innocente, ma anche perché sono ricco e mi sono potuto permettere i migliori avvocati», aveva dichiarato Lynch alla BBC. Si riferiva a Christopher Morvillo, avvocato dello studio Clifford Chance che ha brillantemente difeso il suo assistito di fronte alla corte statunitense, ottenendo una rara, rarissima assoluzione nella giurisprudenza nordamericana per procedimenti di quel tipo. Morvillo, brillante legale newyorchese, si era fatto notare già nel 2001 nell’ambito delle indagini sugli attentati terroristici alle Torri Gemelle dell’11 settembre. Da quel procedimento per cui è stato anche estradato negli USA, con arresti domiciliari a San Francisco, Lynch ha dovuto ringraziare anche Jonathan Bloomer, presidente di Morgan Stanley International e suo amico di lunga data, oltre che testimone a discarico nel processo per la presunta frode.

Macabre coincidenze

Nella pancia del Bayesian – per una macabra coincidenza – hanno trovato la morte tutti e tre: oltre a Lynch, Morvillo e Bloomer con le rispettive mogli. Erano stati invitati come compagni di un lungo e difficile viaggio, a questa che era stata organizzata come una crociera per festeggiare l’uscita dal lungo tunnel giudiziario di Lynch insieme a chi lo ha aiutato a venirne fuori. Si può dire che il destino ha colpito con chirurgica precisione. Considerando che solo due giorni prima dell’affondamento, a svariate migliaia di chilometri di distanza, a Streetham, nel Cambridgeshire, Inghilterra Orientale, una Opel condotta da una donna di 49 anni aveva travolto e ucciso un uomo intento a fare jogging. Si trattava di Stephen Chamberlain che era il socio e amico di Lynch da una vita.

Con lui aveva fondato Autonomy e poi dato vita a Darktrace, azienda di cybersicurezza creata nel 2013 e che fa leva sull’intelligenza artificiale per creare pacchetti di sicurezza informatica su misura per i propri clienti. Quotata alla Borsa di Londra con un valore di 2,5 miliardi di sterline nel 2021 (2,9 miliardi di euro), è stata rilevata nello scorso aprile dal fondo Thoma Bravo per 5,3 miliardi di dollari, e dallo scorso luglio è partecipata al 5% dal fondo d’investimenti BlackRock.

Fin dalla sua fondazione, Darkface, è stata legata a doppio filo i dipartimenti di sicurezza di Inghilterra, Stati Uniti e Israele. Darktrace è stata partner del Dipartimento di Difesa USA, anche durante il processo celebrato a Lynch in USA, e si è arricchita col contributo di esperti informatici e cybersecurity di CIA, NSA e Pentagono, ma soprattutto è nata a braccetto col servizio di controspionaggio inglese. Steve Huxter, ex membro di MI5, è stato un suo cofondatore e Sir Jonathan Evans, consulente di Lynch e Chamberlain, addirittura un ex direttore che è passato alle cronache per discutibili dichiarazioni sull’uso della tortura sui prigionieri durante le vicende delle “rendition” statunitensi seguite agli attentati alle Torri Gemelle. Il mondo sommerso che sta alle spalle delle vittime del naufragio del Bayesian, legate tutte insieme con uno solidissimo file rouge, non è certamente meno profondo del mare che ha inghiottito uno dei velieri più belli e più sicuri al mondo.

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13/07/2024

Strage di Montagna Longa: perché non vogliono riaprire le indagini?

Il 5 maggio 1972 il volo Alitalia 112, con un DC-8 di linea partito dall’aeroporto di Roma-Fiumicino e diretto all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi, si concludeva in prossimità dell’atterraggio schiantandosi contro la Montagna Longa, tra il territorio di Cinisi ed il territorio di Carini, alle porte di Palermo. A bordo 108 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio, tutti morti.

“Errore del pilota”?

Le successive indagini si conclusero con la sentenza del tribunale di Catania che incolpava i piloti di non aver seguito le linee guida dei controllori di volo durante le fasi dell’atterraggio. Insomma, un incidente causato da un “errore del pilota”? L’Associazione Nazionale Piloti Aviazione Commerciale (ANPAC) si schierò dalla parte dei piloti, rifiutando la possibilità di un loro errore per la lunga esperienza che avevano.

“Il DC-8 fu colpito da proiettili esplosi a terra da fascisti e mafiosi”

Maria Eleonora Fais, sorella di Angela, morta nella strage, dopo molti anni, è riuscita a recuperare il rapporto dell’allora vicecapo della polizia Giuseppe Peri secondo il quale l’aereo fu colpito da proiettili esplosi da terra. Peri nel rapporto attribuiva la responsabilità a dei neofascisti che agivano in collaborazione con alcuni mafiosi. Questo “attentato terroristico” si è verificato tre giorni prima delle elezioni politiche e avrebbe avuto lo scopo di spostare a destra l’asse politico nazionale.

La pista NATO

A marzo 2012 un altro parente delle vittime, un generale dei Carabinieri che nella strage perse il fratello, chiese alla Procura di Catania di riaprire l’inchiesta sul 5 maggio 1972.
Il generale sosteneva l’esistenza di un nesso tra un’esercitazione NATO, con consistente traffico aereo, e una foto scattata all’indomani dell’incidente, con tre presunti fori d’entrata di proiettile sull’ala dell’aereo.

“La presenza di esplosivo a bordo DC-8”

Un anno fa i familiari della strage di Montagna Longa hanno richiesto la riapertura delle indagini e hanno lanciato un appello al presidente Mattarella. In una nota firmata da Ernesto Valvo, presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Montagna Longa, si legge, tra l’altro: “La magistratura ha recentemente respinto la richiesta di riapertura delle indagini da noi presentata, scaturita dalla meticolosa relazione del professor Rosario Marretta, che ipotizza la presenza di esplosivo a bordo del DC-8 schiantatosi misteriosamente il 5 maggio 1972. Senza contare che mai si è fatta luce sul mancato funzionamento della scatola nera e sulla scomparsa del tracciato radar”.

Da Montagna Longa a Ustica

Montagna Longa come Ustica, due aerei inghiottiti dalla morte con tutto il loro carico umano. Due aerei civili che hanno subito la stessa sorte sorvolando lo stesso tratto di mare colmo di segreti orrendi. Due stragi che hanno in comune anche il silenzio dei radar e la scomparsa dei tracciati precedenti “l’incidente”. Ma la strage di Montagna Longa ha un contesto storico e politico assai diverso dalla strage di Ustica: la strategia della tensione, le stragi fasciste, Gladio...

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07/05/2024

Cinque operai uccisi sul lavoro a Casteldaccia

Un’altra strage di operai. È la terza in quattro mesi. Cinque operai sono rimasti uccisi per intossicazione nel palermitano durante alcune manutenzioni fognarie a Casteldaccia, vicino Palermo.

Un altro operaio è stato soccorso dai vigili del fuoco, tirato fuori dalla cisterna intubato e trasportato nel reparto di Rianimazione all’ospedale Policlinico di Palermo con l’elisoccorso. Altre ambulanze si sono recate sul posto.

I sei sono operai di una ditta privata che stavano effettuando alcuni lavori fognari, per conto dell’Amap, la società che gestisce le condotte idriche e fognarie a Palermo.

L’incidente è avvenuto nell’impianto Amap di sollevamento delle acque reflue sul lungomare di Casteldaccia,

Alcuni di loro hanno cominciato ad accusare malori, verosimilmente a causa di una intossicazione da idrogeno solforato che provoca irritazioni alle vie respiratorie e soffocamento. Uno di loro è riuscito a uscire dai cunicoli e a dare l’allarme; gli altri sei sono rimasti intrappolati e sono svenuti a causa delle esalazioni.

A febbraio altri cinque operai erano morti nel cantiere della Esselunga a Firenze (dove il 1 Maggio si è svolta la manifestazione dei sindacati di base proprio contro gli omicidi sul lavoro). Ad aprile sette tra tecnici e operai sono morti nella centrale idroelettrica di Suviana vicino Bologna.

La legge sull’omicidio sul lavoro va approvata al più presto.

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Il commento di Giorgio Cremaschi

Dopo meno di un mese da quella di Bologna e dopo quella di Firenze, ecco un nuova STRAGE DI OPERAI, stavolta a Palermo.

Maledetti siano gli imprenditori assassini e maledetti anche tutti i loro complici nello Stato e nella politica.

Dobbiamo considerare e trattare come criminale chi si oppone alla legge sugli OMICIDI SUL LAVORO. Dobbiamo combattere la criminalità imprenditoriale sempre più diffusa come una piaga mafiosa che distrugge civiltà e vita.

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A Palermo è di nuovo strage di lavoratori: basta con i giochetti. Subito in discussione la petizione a firma Emma Marrazzo per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro

Sono almeno cinque i lavoratori uccisi per intossicazione dopo essere rimasti intrappolati nelle fognature di un’azienda vinicola, un sesto si trova in gravi condizioni. Erano dipendenti di una ditta esterna ad Amap.

L’ennesima strage, dopo quella di Brandizzo, dell’Esselunga e del lago di Suviana ed ancora una volta a rimanere vittime lavoratori in appalto. USB e Rete Iside, lo scorso 30 aprile, hanno consegnato al Presidente del Senato della Repubblica una petizione con la proposta di introdurre il reato di omicidio sul lavoro nel codice penale, la prima firmataria è Emma Marrazzo (mamma di Luana D’Orazio). Non possiamo più aspettare, chiediamo che la proposta venga immediatamente discussa e approvata dal parlamento.

Basta appalti, basta omicidi sul lavoro.

Unione Sindacale di Base

Rete Iside

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19/01/2023

Palermo, Genova, Livorno: si moltiplicano gli incidenti nei porti italiani

USB: ecco il frutto della privatizzazione delle banchine

In questi giorni, purtroppo, dobbiamo segnalare una serie d’incidenti avvenuti sulle banchine del porto di Genova e di Palermo. Tutto ciò senza dimenticare i fatti avvenuti nel porto di Livorno poco meno di un mese fa. Questi avvenimenti hanno in comune il fatto di aver coinvolto navi attraccate nei porti sopra menzionati.

A Palermo la nave traghetto la Superba, ha preso fuoco per via di un probabile cortocircuito in un container frigo. A bordo vi erano 184 passeggeri e se l’incendio fosse divampato in alto mare oltre che a rendere più complicato il salvataggio dei passeggeri e dei marittimi si sarebbe corso il rischio di conseguenze ben più gravi come, peraltro già successo anni fa.

Al terminal Messina di Genova una nave ormeggiata contenente al proprio interno ecoballe (rifiuti) si è posta su di un fianco per un errore di galleggiamento rischiando di colpire la Paceco (GRU) e di farla cadere. Incidente simile ad un altro verificatosi sempre nello stesso terminal anni prima. In quel caso la gru venne effettivamente colpita crollando.

Pochi giorni fa un traghetto della Tirrenia ormeggiato presso la banchina delle riparazioni navali, sempre a Genova, ha rotto gli ormeggi andando ad urtare il traghetto vicino.

Ricordiamo che incidenti di questo tipo sono già accaduti in passato come nel caso di Livorno qualche settimana fa, dove per il forte vento la nave Eco Valencia ruppe gli ormeggi andando ad urtare la banchina adiacente e anche in questo caso fortunatamente non vi furono grosse conseguenze.

Questa serie di gravi incidenti ci portano a fare una riflessione che riguarda la continua privatizzazione delle banchine, soprattutto da parte dei vari armatori di turno, che si vantano di investire milioni di euro mentre ci si trova davanti navi con seri problemi di sicurezza.

Continuiamo e continueremo a denunciare che la privatizzazione è il problema e non è di certo la soluzione. Lasciare nelle mani di un vero monopolio di privati il patrimonio storico, economico e sociale dei nostri porti non sta portando i risultati a lungo promessi ma sta permettendo solo di riempire le tasche di imprenditori a discapito di lavoratori e cittadini che dal porto hanno tratto ricchezza per la propria comunità creando posti lavoro e tenendo vive le proprie città.

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22/03/2020

Epidemie di ieri e di oggi. Palermo 1575, Milano 2020

di Carlo Trombino

Non è la prima volta che durante un’epidemia a Palermo si isolano i malati ai primi sintomi, si trova il paziente zero, si crea un cordone sanitario con misure di controllo e quarantena per soggetti a rischio. Si varano misure politiche eccezionali, messe in campo da una task force composta da medici nominati dal potere politico, che impongono la chiusura delle normali attività pubbliche, il divieto di assembramento e la chiusura degli esercizi commerciali, causando una crisi del settore produttivo. Le merci e le persone in arrivo in città vengono analizzate e messe in quarantena.

Nel 1575 uno scienziato di fama mondiale, Gian Filippo Ingrassia, era a capo di tutto il meccanismo di controllo dell’epidemia. Un medico che combatteva le fake news dell’epoca e che pubblicava testi polemici contro chi si affidava a teorie ormai superate. Un fautore del metodo scientifico e della diffusione di una medicina sociale in grado di rinnovare il tessuto urbano, un filosofo della scienza la cui idea di comunicazione fra medico e paziente era che bisognava evitare di disperarsi per l’ignoranza del popolo, perché si può curare con la scienza.

Siamo nel 1575, la Sicilia in quegli anni è assediata dai corsari nordafricani che dopo la battaglia di Lepanto portavano avanti una guerra che continuerà per secoli, con centinaia di migliaia di persone rese schiave su entrambe le sponde del Mediterraneo. Ma la guerra e le sanzioni commerciali, ieri come oggi, non intralciavano i commerci, e come scrive Evangelista di Blasi,

un flagello peggiore dell’invasione dei Turchi afflisse in questo anno la nostra isola.

Una galeotta dall’Egitto venne in Siracusa, dove avendo recate molte merci, che erano infette, queste essendosi sparse per tutta l’isola, vi apportarono la peste che recò una grande strage agli abitanti. La città di Messina più che qualunque altro paese, giacchè vuolsi che la morte abbia mietuto sopra a quaranta mila persone. Ivi trovavasi il presidente del regno principe di Castelvetrano, il quale, e per salvare la vita, come per trovarsi in luogo che non fosse infetto, al fine di poter dare le provvidenze necessarie per fare estinguere questo male, credendo la capitale immune, si venne a Palermo, ma accortosi che anche ivi la peste vi era introdotta, fuggissene, ed andò a risiedere a Termini, dove non era penetrata.

Al contrario deli presidenti di Sicilia e Lombardia, Musumeci e Fontana, che si isolano per non contagiare gli altri, il presidente del regno di Sicilia principe di Castelvetrano cercava riparo, scappando da Messina verso Palermo e poi Termini.

È impossibile non pensare alla Codogno di oggi leggendo la descrizione di una Messina zombificata fatta da Ingrassia nei suoi report epidemiologici, tradotti in latino e ristampati in Germania pochi anni dopo, qui riassunti da Arcangelo Spedalieri:

Era in vero cosa miserabilissima a veder quella popolosa e bella città diventata puzzolente e brutto sepolcro di miserabili che ad alta voce lagnavansi dei loro mali. Le arti languivano o perché prive di artigiani, o perché questi vinti dal morbo erano alle loro opere ed esercizj inabili e del tutto spossati, e abbattute e neglette le leggi, ridondavano le strade di persone d’aspetto squallido e spaventoso, talché sembravano fatte tristissimo ricettacolo di ribaldi ed assassini.

A Milano, esclusa Corso Como, non si vedono “persone di aspetto squallido e spaventoso” come nella Messina del 1575. La gente ha rispettato gli ordini imposti, mentre negli stessi giorni i loro vicini bergamaschi si trasformavano loro malgrado negli untori globali, portando il morbo in Sicilia, e poche ore dopo a Tenerife, Barcellona e Valencia, in Algeria e a San Paolo del Brasile, fino in Nigeria, tenendo alta la fama degli untori lombardi che Manzoni raccontò nella Storia della Colonna Infame.

E se nel 2020 la prontezza e la cautela della turista bergamasca a Palermo ha portato a identificare immediatamente il primo focolaio, al contrario nel 1575 a Palermo il mancato rispetto delle disposizioni sanitarie causò un nuovo diffondersi dell’epidemia, visto che

lo stesso padrone della galeotta che recato avea questo male, partitosi da quella città fosse venuto in Palermo, dove essendosi giaciuto con una meretrice, le fe’ dei doni di merci appestate, le quali sparsesi per la capitale, apportarono la stessa infezione. 

Anche oggi gira la battuta sulle “sale massaggi” cinesi come causa del nuovo focolaio al nord Italia, solo che allora c’era qualche ragione.

Ma a buona sorte dei palermitani, Gian Filippo Ingrassia era in città. Eliminò una prima volta il morbo, togliendo ogni commercio fra i sani e gli infetti, con misure come l’invito a lavarsi le mani e a mantenere la distanza di sicurezza, oltre ad altre più invasive come la sepoltura dei cadaveri fuori città e il barreggiamento, cioé chiudere a forza i sospetti in autoisolamento, misura simile a quella adottata dal governo cinese a Wuhan.

Con queste misure a Palermo, che era una città assai più popolata delle altre del regno, i morti non passarono i mille.

Sembrava che, per tutto l’anno 1575 questo male si fosse estinto; pur nondimeno, malgrado le misure adottate dal governo e dal pool di scienziati diretto da Ingrassia, nel 1576 la peste si ripresentò. Stavolta, “Ne fu cagione l’avarizia di certuni, che non vollero disfarsi delle robe infette né bruciarle, come ne era stato dato l’ordine.

Le pene riservate per chi non rispettava l’ordine dell’autorità erano molto dure. Allo stesso modo,   secondo il decreto legge del 23 febbraio 2020 varato dal governo Conte, chi viola i divieti viene punito ai sensi del articolo 650 del codice penale, cioè per Inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, che prevede fino a tre mesi di carcere. Una lezione sulla validità di queste misure di deterrenza ce la dà l’atteggiamento dell’Ingrassia e del governo siciliano di fronte al mancato rispetto dello stato di emergenza:

Questi ladronecci e queste trasgressioni degli ordini dati dal principe di Castelvetrano, per cui l’estinto male ritornò a risorgere, fecero armare della più rigorosa, ed esemplare giustizia il governo, per cui tutti i delinquenti furono esemplarmente castigati, giacche alcuni furono trascinati alla coda dei cavalli e poi strozzati, altri tenagliati e buttati dalla torre del palazzo dello Steri nel piano della Marina, ed altri impalati e poi uccisi. Questo necessario ed utile rigore atterrì gli abitanti, in modo che niuno più ardì di conservare le robe infette, né di venderle, ed a 22 di luglio del detto anno 1575 svanì interamente la peste dalla nostra isola.

Le merci infette rubate vennero trovate a casa del famoso poeta Antonio Veneziano che le aveva comprate e inconsapevolmente aveva contribuito al contagio. Raccontato da Leonardo Sciascia nel libro La Corda Pazza, Veneziano fu un personaggio straordinario, poeta, giurista, autore satirico e  mentore di Miguel Cervantes durante la comune prigionia ad Algeri. Veneziano, che morì mentre si trovava in carcere a causa di un cartello satirico contro un viceré, aveva fatto satira anche sulle misure di salute pubblica volute dall’Ingrassia, sostenendo che la bonifica del fiume Papireto, voluta dal grande medico per migliorare le condizioni sanitarie degli strati sociali più poveri della città, fosse stata fatta in realtà solo per le preoccupazioni del Viceré riguardanti la propria salute.

Il fatto che il contagio si fosse verificato a casa di un Vip, membro del ceto politico intellettuale cittadino, venne registrato dall’Ingrassia, e non possiamo che paragonarlo all’attualità, quando sono i businessmen e i viaggiatori di alto bordo ad essere i soggetti più adatti diffondere globalmente i virus, ben più che i migranti provenienti dalla Libia. Ingrassia già nel sedicesimo secolo era consapevole delle differenze sociali nella diffusione dell’epidemia e della necessità di dare a tutta la popolazione, non solo alle classi dominanti, gli strumenti intellettuali e igienico-sociali per evitare la diffusione della malattia. Non perdeva il suo tempo a blastare il popolo, semmai se la prendeva coi medici che non erano in grado di comunicare correttamente, come fece nel suo primo libro polemico, la Iatrapologia.

Possiamo infine notare che la questione biopolitica e lo stato di emergenza anti-epidemia di cui parla oggi con preoccupazione il filosofo Giorgio Agamben si manifestò nella Palermo dell’epoca come in ogni città dell’Europa moderna toccata dalla peste. L’analisi di Foucault sull’universo concentrazionario è stata già accostata all’opera di Ingrassia dal filosofo Corrado Lollo nel suo libro Modelli scientifici e filosofici nella Sicilia Spagnola.  Le somiglianze tra le misure emergenziali di oggi e di ieri sono tantissime, basti pensare che a Palermo Ingrassia vietò le processioni religiose per evitare i contagi, misura parallela a quella presa in Lombardia con lo svuotamento delle acquasantiere, o in Arabia Saudita, dove viene bloccato il pellegrinaggio alla Mecca.

Nulla di nuovo insomma, nulla di inedito e soprattutto nulla di cui spaventarsi eccessivamente.

Sciascia, nello stesso libro in cui parla del Veneziano, ci ricorda che solo quando ci salvò dalla peste Santa Rosalia riuscì a diventare patrona, scalzando altri santi precedentemente eletti protettori della felicissima città di Palermo. Anche San Carlo che operò in tutta la Lombardia, legò il suo nome alla peste che colpì Milano nel 1576, conquistando un ruolo centrale nel culto e nel cuore dei Milanesi, come recentemente ricordato dal cardinale Angelo Scola.

In assenza di miracoli e di santi che ci salvino dal castigo divino dell’epidemia, possiamo solo sperare che ci siano anche oggi degli scienziati capaci come l’Ingrassia, in grado di usare la scienza medica per contrastare tanto l’epidemia quanto le ondate di panico e intolleranza che si possono generare.

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19/05/2019

Palermo si è stretta a difesa di Rosa Maria

A Palermo, l’11 maggio, Rosa Maria Dell’Aria, 40 anni di insegnamento, da 30 anni professoressa di italiano presso l’Istituto Tecnico Industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è stata sospesa per due settimane dall’Ufficio Scolastico Provinciale, con l’accusa di non avrer “vigilato” sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni della classe II E che, durante la scorsa Giornata della Memoria, avevano presentato un video nel quale accostavano le leggi razziali fasciste emanate nel 1938 al “decreto sicurezza” del leghista ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Insomma, la docente è colpevole per aver svolto il suo ruolo di insegnante e non aver limitato la libertà di espressione dei propri studenti.

Ma, appena il grave fatto è diventato di dominio pubblico è scattata a Palermo una grande mobilitazione che non ha riguardato solo il mondo della scuola. La prima iniziativa di respiro nazionale è stata la petizione on line lanciata dall’USB Scuola che ha già raggiunto quasi 100 MILA firme, firme che saranno consegnate il prossimo mercoledì allo stesso Ufficio Scolastico che ha sospeso la professoressa Dell’Aria. E sui social, da molte parti, iniziative per denunciare l’accaduto. Invece, ieri pomeriggio, davanti alla prefettura di Palermo, si è svolto un presidio indetto dagli studenti, sostenuto dall’USB, che ha registrato, fra gli altri, la presenza di centinaia di studentesse e di studenti e di docenti di ogni ordine e grado.

Un altro presidio si è svolto quasi in contemporanea. Infatti, CGIL CISL UIL Gilda e Snals, a cui si sono accordati i Cobas, hanno indetto un presidio davanti all’Istituto V.Emanuele III dopo che gli studenti avevano già indetto e reso pubblico quello davanti alla prefettura.

Commenti dal presidio indetto dagli studenti:

I militari di Antudo: “Centinaia di persone hanno affollano il presidio di solidarietà alla professoressa Palermitana sospesa e multata con riduzione dello stipendio dal provveditorato su segnalazione delle alte sfere del ministero.

La professoressa ha come unica responsabilità quella di aver educato i suoi studenti a saper produrre degli elaborati che guardano con occhio critico la realtà contemporanea.

Grande e immediata solidarietà della città e delle sue istituzioni!

Salvini la Sicilia è un’altra cosa!”.

– Luigi Del Prete, dell’Esecutivo Nazionale USB Scuola, “La celerità dell’intervento da parte del Ministero e del provveditore di Palermo evidenziano ormai un clima irrespirabile all’interno del paese e nelle scuole italiane, dove la libertà d’insegnamento è sempre più vilipesa e in cui l’antifascismo ormai è sotto attacco come disvalore.

Crediamo nella forza dirompente della libertà di pensiero nell’educazione dei nostri studenti, che il ruolo dell’insegnante debba essere quello di formare coscienze critiche capaci di capire che il fascismo, il razzismo e la xenofobia non sono ‘idee’ ma espressioni dell’odio e anticamera dei regimi totalitari, che operare confronti storici tra periodi diversi, mostrando similitudini e differenze, sia un elemento essenziale dell’insegnamento della Storia che voglia far comprendere lo sviluppo del pensiero dell’umanità.

Sanzionare un docente per aver semplicemente fatto l’insegnante e aver stimolato i propri studenti alla riflessione critica, senza voler limitare il loro libero esercizio del pensiero attraverso un lavoro sulle fonti, significa creare una scuola di regime, asservita al potere e al pensiero unico dominante, anticamera di una società sempre più indirizzata alla barbarie”.

– Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: “La scuola, con i suoi docenti, il suo personale e i suoi studenti è una parte essenziale della nostra città e della nostra comunità. La scuola è il luogo non soltanto fisico nel quale costruire il futuro. L’Amministrazione comunale e tutta la città sono grate agli studenti e a chi li accompagna nel percorso di crescita; un percorso di consapevolezza e cittadinanza“.

Sandro Cardinale, responsabile Federazione del Sociale USB Palermo: “Grande risposta della piazza al provvedimento illegittimo inflitto alla professoressa Dell’Aria, colpevole di aver esercitato la sua professione di docente.

Non permetteremo che tale atto repressivo passi inosservato. Alla petizione di solidarietà lanciata dalla USB Scuola in meno di 24 ore hanno risposto oltre 90 mila persone, e prevediamo un’adesione di oltre 100 mila firme fino a mercoledì prossimo, il giorno in cui consegneremo le firme al provveditore per il ritiro immediato della sanzione. Insomma, ‘Non ci avrete mai come volete voi’ “.

– Stamattina da Catania un comunicato studentesco: “Oggi 18 maggio 2019 noi ragazzi del Collettivo Galilei, in linea con altre scuole catanesi e non, abbiamo deciso di organizzare presso la nostra scuola una striscionata a sostegno della professoressa palermitana Rosa Maria Dell’Aria, ormai da giorni sospesa dal suo servizio di docente perché ‘non ha vigilato correttamente sul lavoro dei suoi alunni’. In particolare le viene contestato un video, dove vi è un paragone tra il Decreto “Sicurezza” Salviniano e le leggi razziali promulgate nel 1938 dal regime fascista. Noi reputiamo che tutto ciò, al di là delle idee politiche, sia assolutamente inaccettabile: la nostra stessa costituzione garantisce ad ogni cittadino la libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero (articolo 21).

Ma allora, perché un Paese democratico come il nostro è in totale regressione, quasi come a voler tornare indietro nel tempo? Perché oggi chi governa teme così tanto l’esistenza di pensiero divergente? Provano sempre più a tapparci la bocca ma non sarà così semplice. Noi, le nostre idee e i nostri ideali sono ben più forti di chi, forse, ci teme soltanto. Chi semina vento raccoglie solo tempesta. Adelante!
È vergognoso che in un paese in cui vige la libertà di parola, di pensiero e di insegnamento venga sospeso un docente per non aver messo a tacere i propri studenti“.

Vedi anche: http://contropiano.org/news/politica-news/2019/05/18/il-caso-di-palermo-ecco-il-video-incriminato-0115577

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15/11/2018

Libia - Il vertice di Palermo non modifica significativamente la situazione

di Roberto Prinzi

Si è concluso con tante promesse e pochi risultati concreti il vertice sulla Libia tenutosi per due giorni a Palermo. Nella conferenza stampa finale con l’inviato dell’Onu Ghassan Salamè, il premier italiano Conte ha chiarito che Roma “non intende intromettersi, ma solo contribuire e creare opportunità di dialogo tra le parti [libiche]” perché la soluzione alla crisi in Libia “non può essere imposta dall’esterno”. Salamé, invece, ha ritenuto fruttuosa la due giorni palermitana in cui “abbiamo verificato un buon clima sia tra gli attori libici sia nella comunità internazionale”. E se il prossimo obiettivo delle Nazioni Unite è la convocazione di una conferenza nazionale tra i vari attori libici, il ministro degli esteri italiano Moavero Milanesi ha fatto sapere oggi che nello stato nordafricano, devastato dalla guerra Nato del 2011 e dilaniato dalle successive divisioni politiche dopo la caduta del rais Gheddafi, potrebbero avere luogo le elezioni politiche la prossima primavera. Il condizionale è d’obbligo trattandosi di Libia: già un piano Onu che avrebbe dovuto portare il Paese al voto il prossimo mese è infatti saltato.

Per alcuni commentatori il successo del summit sarebbe stato rappresentato dall’incontro tra i due principali rivali libici, il premier riconosciuto internazionalmente al-Sarraj (sostenuto in particolar modo da Roma) e il capo dell’esercito nazionale libico, il generale Haftar (appoggiato da Francia, Egitto, Emirati e nemico giurato dei Fratelli musulmani sponsorizzati da Turchia e Qatar). Le due parti, che rappresentano rispettivamente i due governi rivali della Tripolitania e della Cirenaica, in effetti non si incontravano da cinque mesi e la concessione di Haftar al rivale di rimanere al suo posto durante la fase di transizione che dovrà portare il Paese al voto non è di poco conto. La dichiarazione del leader della Cirenaica secondo cui “non è utile cambiare il cavallo finché non si è attraversato il fiume” potrebbe almeno alleggerire nel breve termine le tensioni che si registrano nel Paese. Non solo: dopo ripetuti tentativi di entrare a Tripoli per mano militare, il comandante dell’esercito nazionale libico ha lasciato la conferenza di Palermo ieri mattina dopo aver ricevuto un invito a visitare la capitale libica controllata dai rivali del Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da al-Sarraj.

L’ottimismo dell’Onu sul processo di pace (“dopo 77 incontri preparatori si farà a gennaio” ha promesso ieri Salamé) appare però fuori luogo.
La due giorni palermitana
– definita un “successo” e un “passo nella giusta direzione” dal premier Conte – non ha rappresentato in realtà alcun cambiamento nello status quo attuale. Significativo il fatto che il comunicato finale ricorda nei fatti quello dell’Accordo politico libico del 2015 che ha formato una road map per porre fine alla guerra civile e ha prodotto un governo unificato.

Le perplessità dei risultati del vertice sono tante: al di là dei sorrisi, strette di mano e fotografie di rito, non è stato preso alcun impegno concreto. Una situazione già vista in passato per esempio a maggio dopo il vertice Haftar-Sarraj tenutosi a Parigi. Anche allora si parlò di elezioni e si profuse ottimismo per il futuro del Paese. La realtà si è rivelata però subito diversa: le elezioni programmate per questo dicembre sono saltate e sono continuati gli scontri tra le varie milizie armate, 7 anni fa forze “liberatrici” per gli occidentali perché impegnate contro il rais libico. Emblematico quanto accaduto recentemente nella stessa Tripoli dove sono state uccise più di 100 persone nel solo settembre. Inoltre, secondo alcuni commentatori, il rifiuto di Haftar di partecipare ai lavori politici ieri mattina potrebbe essere un segnale che, qualunque cosa concordata al vertice, lui potrebbe non rispettarla.

Dubbi sui risultati positivi del vertice derivano anche dal ritiro della delegazione turca. Ha fatto infuriare Ankara il mancato invito al meeting informale avvenuto nella mattina di ieri in cui al-Sarraj, Salamé, Conte, il vice presidente egiziano Ismail, il ministro francese Le Drian, la delegazione russa, il presidente del Consiglio d’Europa Donald Tusk, il premier algerino Ahmed Ouyahia, il presidente tunisino Essebsi, e Haftar hanno discusso della road map stabilita dall’Onu per arrivare alle elezioni libiche entro la primavera del 2019. Un’assenza ingiustificata quella della Turchia se si pensa che era presente a Palermo con il vice presidente turco Fuat Oktay. La marginalizzazione di Ankara (sembrerebbe su preciso diktat dello stesso Haftar) manda un messaggio politico chiaro: fare fuori l’asse turco-qatariota pro-Fratelli musulmani così tanto disprezzati dal generale Haftar. Non a caso nel motivare la sua partenza anticipata Otkay, citato dall’agenzia turca filo-governativa Anadolu, ha affermato che alcuni parti “hanno un approccio dannoso e ingannevole”.

Il vertice palermitano è stato fallimentare in quanto ha escluso il tema dei diritti umani, non volendo affrontare la situazione dei centri di detenzione dei migranti gestiti dalle milizie armate che sono legate al premier libico Sarraj. Questa grave omissione è stata confermata dallo stesso premier che, quasi con motivo di vanto, ha detto che “sembrerà strano ma non si è parlato di flussi migratori, ma solo di come aiutare a stabilizzare il Paese e ciò indirettamente sarebbe utile anche ai migranti che hanno sempre lavorato in Libia e ora da illegali potrebbero essere regolarizzati”. Anzi, capovolgendo la realtà denunciata da tempo dalle organizzazioni dei diritti umani, il primo ministro italiano ha ribadito come la Libia si sia dimostrata “un valido partner per combattere le reti di trafficanti di esseri umani”. Insomma complimenti a Serraj e alla guardia costiera libica che non li fanno arrivare in Italia. Poco importa se questa umanità di lingue e culture diverse viene picchiata, stuprata, affamata, detenuta in luoghi putridi quando non addirittura venduta all’asta al mercato come dimostrò una inchiesta della Cnn lo scorso anno.

Si è chiusa la due giorni palermitana dominata dai capricci e dai diktat di Haftar, “l’uomo forte della Cirenaica” che l’Italia sta provando a strappare alla Francia così da poter rivendicare un ruolo di assoluto protagonismo nella battaglia tutta coloniale con Parigi. In attesa di assistere alle future mosse di Tripoli e Bengasi, una fonte diplomatica ha già fatto sapere al portale egiziano Mada Masr che sono in corso trattative per una nuova conferenza in Italia in cui l’inviato Onu Salamé proverà a pianificare le (presunte) elezioni di primavera dell’anno prossimo.

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14/08/2018

Napoli e Palermo: “La nave Aquarius venga da noi”

Napoli e Palermo sono disponibili ad accogliere la nave Aquarius. A renderlo noto sono i sindaci delle due città. “Mentre in queste ore il ministro dell’Interno mostra i muscoli da bullo istituzionale, coperto da un Governo che denota cinismo istituzionale sulla pelle dei più deboli, forse senza precedenti nella storia repubblicana, e mentre la magistratura ancora cerca i circa 50 milioni che la Lega avrebbe sottratto agli italiani – dichiara il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris – 141 migranti, tra cui molte donne e molti bambini, da giorni vagano in mezzo al mare perché i porti italiani per decisione del Governo sono ancora chiusi. Noi ribadiamo con forza la nostra disponibilità ad accoglierli, in questa settimana di Ferragosto, proprio quando molti governanti sono in vacanza, noi siamo pronti sempre e sarò in prima fila ad abbracciarli nel porto di Napoli”.

De Magistris invita l’Aquarius “ad avvicinarsi verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare, come è giusto che sia dinanzi a persone che stanno rischiando di morire perché c’è chi vuole mostrarsi forte coi deboli, solamente per puro calcolo di opportunismo politico”.

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21/06/2018

La “buona dittatura” delle immagini. “Restano quando le parole vanno via”

Intervista a Igor Scalisi Palminteri.

Il maestro Igor Scalisi Palminteri è un’artista eclettico e innovativo. Nato a Palermo nel ‘73, città in cui attualmente vive e lavora, nel 2005 ha conseguito il diploma di laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Attualmente è impegnato in diverse attività legate al sociale e all’arteterapia.

Di recente hanno fatto molto discutere due delle sue ultime opere realizzate nel capoluogo Siciliano: la raffigurazione di San Benedetto il Moro, co-patrono di Palermo nel cuore del quartiere Ballarò e il murales dedicato a Sacko Soumaila, bracciante agricolo e sindacalista ucciso in Calabria, dipinto su un dissuasore stradale nei pressi dei Quattro Canti.

Maestro, parliamo prima di San Benedetto il Moro, che lei ha voluto immortalare nel cuore del centro storico della città, in una zona ormai multiculturale e da sempre in bilico tra rinnovamento e degrado: perché fare un murales proprio lì e perché raffigurare proprio questa figura religiosa, che tra l’altro anche i Palermitani conoscevano poco?

Il quartiere prescelto per dipingere quest’opera era in realtà attenzionato già da un po’ da diverse associazioni e da liberi cittadini che si sono interessate alle persone e alle cose del territorio. Io ero in contatto con alcuni di loro che hanno preso a cuore questa vicenda con Sos Ballarò e Mediterraneo Antirazzista: l’obiettivo in questa occasione era quello di recuperare una zona, quella adiacente al campo di bocce, dove sorge anche un campo di calcetto che sempre i cittadini hanno realizzato. Il murales va pensato e inquadrato in questo contesto, non ha solo una valenza meramente artistica ma da collegare al recupero di una zona, di un pezzo di quartiere. Perché farlo qui e perché disegnare San Benedetto il Moro? Beh perché ci troviamo in uno dei quartieri forse più multiculturali d’Italia e volevo far conoscere ai Palermitani questa, che più di altre, incarna la figura del migrante contemporaneo: potremmo anzi definirlo un “migrante” di seconda generazione. Benedetto nasce a San Fratello, nel messinese, da una famiglia discendente da schiavi neri, viene accolto dalla città di Palermo dove lavorava come cuoco, come tanti altri migranti che approdano oggi in Italia: mi sembrava una figura perfetta da far conoscere ai palermitani e ricordare loro che è Patrono della città così come lo è Santa Rosalia.

Vicino ai Quattro Canti, ammirato dalle migliaia di turisti che in questo periodo affollano le vie di Palermo, spicca invece il ritratto commovente dell’uccisione di Sacko Soumaila. Lei ha parlato di una vicenda che l’ha turbata molto: che cosa ci dice in merito a questa sua opera?

Ci sono episodi che spesso passano in sordina perché sono scomodi e lo sono in primo luogo ai politici, perché hanno colpevolmente ignorato i fenomeni dello sfruttamento e della schiavitù che esistono nei campi in Calabria, in Sicilia, così come in tante altre parti d’Italia. Quella in questione è sicuramente una vicenda dolorosa, prima ancora che per l’uccisione di questo giovane, per il fenomeno dello sfruttamento che non è una semplice questione di salario basso; anzi più che di sfruttamento dovremmo parlare di “schiavitù contemporanea”, perché di questo si tratta se sei costretto a lavorare nei campi sotto il sole cocente per dodici ore consecutive a due euro l’ora. Inoltre una responsabilità non di poco conto è da attribuire ai media che non hanno attenzionato, come seriamente andava fatta, questo brutale e assurda uccisione tra le altre cose di un ragazzo, un sindacalista che si occupava dei suoi “fratelli”, sfruttati anch’essi. Quest’episodio mi ha molto segnato: se fosse successo l’inverso e cioè se fosse stato un nero a uccidere un bianco si sarebbe gridato allo scandalo e si sarebbe alzato un coro di voci contro gli sporchi e cattivi “negri” che rubano il lavoro e uccidono le nostre donne e i nostri uomini. Siccome è accaduto il contrario non c’è stato lo stesso clamore. Queste motivazioni mi hanno spinto ad omaggiare la vicenda di Sacko, raffigurandola nel centro della mia città che credo sia una città accogliente e lo ha dimostrato con l’imponente manifestazione dei giorni scorsi per accogliere la nave Acquarius nel porto di Palermo.

Lei che parere ha sulla questione migratoria?

Io come cittadino, prima ancora che come artista sono per l’abbattimento di ogni barriera e di ogni confine e per la libera circolazione delle persone: non solo per coloro che scappano dalle guerre piuttosto che da carestie o povertà ma da chiunque voglia fare un’esperienza o andare in un continente diverso. Noi italiani, in particolare noi siciliani, siamo stati e siamo tutt’ora un popolo di migranti. Io in primis ho tanti parenti emigrati in America: noi siamo emigrati e siamo stati accolti all’estero, questo non dobbiamo dimenticarlo. E’ un nostro dovere accogliere chi vuole fare una nuova esperienza, chi necessita di essere accolto in un posto sicuro. Io sono favorevole all’eliminazione di ogni barriera e di ogni confine.

Un’ultima domanda: che può fare l’arte in un periodo in cui l’odio del diverso sta tornando a imporsi nella società?

L’arte ha un ruolo determinante, l’ha sempre avuto, in quanto fatta da uomini e da donne che si esprimono e quando sei libero di esprimerti puoi assumere un ruolo fondamentale nella società. Qualcuno parlava di “dittatura delle immagini”: le immagini per certi versi hanno una forza maggiore delle parole. Dipingi un episodio, dipingi una cosa e rimane lì, fissa e visibile a tutti nel tempo. Le parole invece scorrono, vanno via. Io chiaramente quando parlo di arte, ne parlo dal mio punto di vista, quello dell’arte visiva, perché è quello di cui mi occupo. In generale, invece posso dire che l’artista, qualunque sia il suo percorso, qualunque sia la sua arte, deve comprendere che egli è come un filtro che accoglie gli avvenimenti che accadono nel mondo e li “rivomita” secondo la sua prospettiva. Chi guarda un’opera d’arte viene invaso da questo messaggio e in questo senso l’artista ha una grande responsabilità.

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24/02/2018

Milano e Palermo: le piazze antifasciste. La diretta


Milano ultima ora: Dopo che gli antifascisti erano stati praticamente circondati su tutti i lati dalla polizia che li teneva bloccati in largo La Foppa, un corteo è riuscito a partire intorno alle 17.30 raggiungendo la Stazione Centrale, luogo simbolo dei pattuglioni contro gli immigrati.

Dalle 14.00 gli antifascisti milanesi si sono concentrati in Largo La Foppa dopo che la Questura aveva negato una piazza più vicina al comizio dei fascisti di CasaPound che si sono dovuti rinchiudere in un hotel. In piazza ci sono duemila persone. Bloccato dalla polizia il tentativo di partire in corteo. Sono stati lanciati dalla polizia alcuni lacrimogeni, esplosi anche un paio di petardi.

Questa mattina gli studenti medi hanno pacificamente occupato la piazza concessa a CasaPound. Alcuni si sono arrampicati sul monumento di Garibaldi. La Polizia li ha sgomberati.

Segui la DIRETTA da Milano

Sempre a Milano oggi si segnalano le contestazioni al provocatorio blitz della Meloni e Fratelli d’Italia in via Padova, zona dove moltissimi abitanti sono immigrati. Alcuni residenti del quartiere hanno intonato Bella Ciao al passaggio del corteo della destra in via Padova, dove insieme alla Meloni c’era anche il fascistissimo Ignazio La Russa (“siamo qui con un Tricolore di 300 metri e porteremo altri tricolori e le nostre bandiere in tutti i quartieri abbandonati dalla sinistra”, ha detto Meloni). I fascisti hanno risposto con l’inno nazionale. “Quella bandiera è un simbolo di unione, non di divisione”, ha urlato dalla finestra un abitante italiano, che per alcuni minuti ha contestato l’iniziativa. “Nel 2018 bisogna parlare di inclusione, non si possono creare divisioni tra le persone”, ha gridato invece una passante che ha intonato assieme a un gruppo di residenti la canzone antifascista, mentre dalle finestre del palazzo di fronte alcuni ragazzi la diffondevano con uno impianto stereo. “Fuori i seminatori di odio”, ha detto un uomo a bordo strada al passaggio del lungo tricolore. La situazione è stata monitorata dalle forze dell’ordine. Momenti di tensione si sono verificati anche al termine della manifestazione quando alcuni militanti di Fdi, irritati da un ragazzo che stava scattando fotografie, si sono diretti verso i contestatori per allontanarli e c’è stato un breve contatto e momenti di tensione. La polizia è subito intervenuta per separare i due gruppi e nessuno è rimasto ferito.

Nella foto gli studenti sgomberati dal monumento


Segui la DIRETTA dalla manifestazione di Palermo

Il corteo antifascista è partito intorno alle 17.00. Uno degli slogan più gridati sfotte il dirigente palermitano di Forza Nuova Massimo Ursino definito “salame”, alcuni manifestanti espongono dei nastri si scotch.

A Palermo intanto ci sono buone notizie. E’ caduta l’assurda accusa di tentato omicidio e sono stati scarcerati i compagni accusati per le botte al fascista Ursino (che è stato annunciato parteciperà al comizio del caporione di Forza Nuova Fiore). Una buona notizia prima dell’inizio della manifestazione, anche se gli è stato affibbiato il divieto di dimora a Palermo. Gli antifascisti si concentreranno in piazza Verdi alle 16:00. Alle 16:30 è previsto un corteo lungo via Maqueda fino a Corso Vittorio Emanuele da lì proseguirà in via Roma per risalire da Via Cavour e tornare in piazza Verdi di fronte al teatro Massimo. Il comizio dei fascisti di Forza Nuova è invece previsto per le 17:30 in Piazza Croci.

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21/02/2018

Forza Nuova, il braccio violento e vittimista dell’establishment

Forza Nuova ha deciso di obbedire ai desideri del Pd e in generale dell’establishment, che fin dall’inizio hanno presentato la campagna elettorale divisa in due settori nettamente distinti: da un lato le liste “interne” ai giochi di potere (Pd, Forza Italia, Lega e e satelliti vari delle due coalizioni, più i Cinque Stelle, anche se sempre con filo di diffidenza), dall’altra “gli opposti estremismi”.

La prova? Tutte le (poche) volte che la “capa politica” di Potere al Popolo è stata chiamata in tv si è sempre vista proporre un confronto con Casapound o Forza Nuova. Di fronte ai ripetuti rifiuti i gestori delle varie trasmissioni hanno ripiegato chiamando anche esponenti di altre liste in corsa. Una di queste trasmissioni – Kronos, su RaiDue – è arrivata all’oscenità deontologica di registrare un’intervista a Viola in solitario e poi montarla come “intervista doppia” in abbinamento a un esponente di Casapound. Naturalmente senza avvertire la compagna del “pacchetto” che le sarebbe stato confezionato.

Nonostante tutti – ma proprio tutti – i media mainstream abbiano seguito la stessa linea, il gioco non è andato mai completamente a punto. Nonostante persino l’operato di Minniti, che ha dato ordine di proteggere militarmente i fascisti in tutte le piazze d’Italia, disponendo cariche indiscriminate sulle poteste degli antifascisti veri.

E’ qui che entra in gioco Forza Nuova – l’erede diretta di “Terza Posizione”, culla dei Nar negli anni ‘70 – che decide di “passare all’azione”.

Ed entra in campo col suo solito “stile”: vittimismo e violenza vigliacca.

Il vittimismo parte con un oscuro episodio avvenuto ieri sera a Palermo. Massimiliano Ursino, dirigente locale di Forza Nuova, è stato legato con del nastro isolante e picchiato ieri sera da un gruppo di almeno sei persone. In linea teorica il fatto è incontrovertibile, visto che viene addirittura fatto girare in rete un video.



Però... Nel video non si vede assolutamente nulla. Tutto avviene al buio e si sente addirittura una ragazza dire chiaramente “ma dai, lo conosciamo, non è successo niente, è uno scherzo...”. Si sente anche una voce maschile urlare, come se lo stessero picchiando. Gli “aggressori” lo legano, perdendo altro tempo, mentre tutt’intorno il via vai di gente continua senza problemi.

Ma... La scena avviene ufficialmente alle 19, in via Dante, pieno centro, con i negozi ancora aperti, gente che cammina, telecamere a bizzeffe, pattuglie di polizia in servizio, ecc. Alla fine ad Ursino viene diagnosticato in ospedale: frattura al naso, sospetta lesione a una spalla, qualche ematoma.

Il dirigente di Forza Nuova non è un bambino alieno alle tecniche di combattimento. Nel 2006 aveva pestato e rapinato, insieme ad altri due militanti di Forza Nuova, due venditori ambulanti del Bangladesh. In pratica avevano tolto loro una borsa e un sacchetto di plastica contenente articoli di bigiotteria. La reazione degli immigrati al furto era bastata a scatenare la reazione dei tre, che li avevano colpiti con calci e pugni. Arrestato e poi rilasciato, aveva proseguito con l’organizzare “ronde” contro i pericolosissimi venditori di bigiotteria.

Due anni dopo altra “brillante operazione mediatica”: assieme a un altro esponente di Forza Nuova fu denunciato per per aver inviato alla sede palermitana dell’Adnkronos e ad altri media un pacco contenente una bambola insanguinata. Ai carabinieri, i due spiegarono di aver mandato i pacchi come “gesto dimostrativo contro l’aborto”.

In numerose foto e video, che ora stanno “finalmente” avendo circolazione in rete, lo stesso Ursino appare mentre si addestra nella boxe con fiero cipiglio.

Insomma, un tipo da trattare con le molle, che non si fa sbattere per terra dal primo venuto, e nemmeno da due o tre. A suo dire, almeno...

Non siamo particolarmente esperti di “azioni violente”, quindi abbiamo chiesto un parere a compagni che qualcosa ne masticano, e abbiamo ricevuto questa risposta.
Un atleta in media forma possiede una vitalità fisica che gli permette di affrontare senza problemi più persone ‘normali’, se disarmate, come in questo caso. Può darsi che gli aggressori fossero altrettanto ‘fisici’ e allenati, ma questo restringerebbe di parecchio il raggio dei ‘sospetti’.

Ma le cose che non tornano sono parecchie. Intanto, per condurre un’azione organizzata di questo tipo si presuppone esista un’organizzazione di un certo numero di persone, addestrate nel tempo per condurre le varie fasi di qualsiasi azione: studiare orari e abitudini dell’obiettivo scelto (senza farsi notare...), predisporre un minimo di ‘piano d’azione’, vie di fuga, assicurarsi che il luogo scelto non sia nel mirino di telecamere di negozi o altro e, infine, un ‘nucleo operativo’ con doti fisiche non secondarie.

Faccio notare che un ferimento a colpi d’arma da fuoco è militarmente più semplice, perché non serve un grande numero di partecipanti, né è indispensabile un fisico bestiale.

Inoltre, legare l’obiettivo è un’operazione che richiede molto tempo – si immagina senza sforzo che l’obiettivo non se ne stia buono e fermo – e che appare assolutamente illogica per quello che, in definitiva, sarebbe un banale pestaggio.

L’orario e il luogo scelto, oltretutto, sono da suicidio in diretta. In via Dante ci dovrebbero essere decine di telecamere attive e non credo davvero che gli ‘aggressori’ si siano mascherati in un luogo nascosto, magari a centinaia di metri di distanza dal punto dell’azione, girando poi incappucciati per il centro di Palermo.

Infine, per sottolineare la particolarità siciliana, ricordo che neanche negli anni ‘70 – quando la disponibilità allo scontro era enormemente diffusa – si riuscì ad organizzare dei gruppi armati da quelle parti.
Fin qui l’analisi tecnica della dinamica. Ma “l’aggressione” di Palermo ha anche altre curiosità singolari. A quell’ora Roberto Fiore era negli studi Rai di Roma per registrare l’intervista poi trasmessa in tarda serata a Porta a Porta. E infatti ha potuto impegnarsi a fondo quasi soltanto su questo tema.

La campagna elettorale di Forza Nuova ha finalmente trovato quel boost che la porta fuori dal cono d’ombra determinato da una presenza socialmente irrilevante (basta riguardare la foto del patetico comizietto per difendere il quale Minniti ha fatto mettere a ferro e fuoco Bologna, sabato scorso).

Nelle stesse ore un folto gruppo di miliziani di Forza Nuova tentava di entrare negli studi de La7 dove si stava registrando la puntata di Dimartedì, diretta da Giovanni Floris. In studio c’erano, o erano attesi, personaggi del calibro di Matteo Renzi, Massimo D’Alema e Alessandro Di Battista. E’ logico supporre che ci fosse una proporzionale presenza di scorte di polizia e anche qualche osservatore dei “servizi”. Eppure sono arrivati fin quasi dentro gli studi, obbligando lo stesso Floris a un “confronto” fuori programma.

Passa qualche ora e un compagno viene accoltellato a Perugia...

D’un colpo, la campagna elettorale viene piegata allo schema che i media mainstream aveva preparato fin dall’inizio: esiste solo la politica dell’establishment, fuori da quel perimetro ci scanna tra fascisti a antifascisti, ma in fondo non è importante...

Avete capito male, ma noi abbiamo capito voi. Saremo il vostro incubo, ben oltre il 4 marzo...

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21/07/2016

Palermo. Inventano sparatoria, arrestati due poliziotti

Un giovane rom di Palermo, schedato per qualche furto d’auto, si è fatto cinquanta giorni di carcere perché a primavera avrebbe sparato contro due poliziotti che lo inseguivano. Il sedici marzo dello scorso anno i due poliziotti, Francesco Elia di 56 anni e Alessandra Salamone di 49, avevano segnalato alla centrale che alcuni colpi di arma da fuoco erano stati esplosi contro di loro da una Hyundai Atos intercettata nel quartiere Zen del capoluogo siciliano. Ovviamente era scattata una caccia all’uomo con profusione di mezzi e uomini delle varie forze di polizia e alla fine il sospettato era stato arrestato e messo in cella.

Ma ieri mattina l’ispettore e l’assistente capo che all’epoca erano in servizio all’armeria della caserma Lungaro di Palermo, protagonisti dell’eroico inseguimento, sono stati raggiunti da un provvedimento di arresto domiciliare, accusati di calunnia, simulazione di reato, falso, procurato allarme e danneggiamento. Si sarebbero sostanzialmente inventati la sparatoria, che non è mai avvenuta, anche se all’epoca sembrava proprio di sì. L’ispettore Elia vantava una ferita di striscio su un braccio e un proiettile era stato conficcato nel cofano della loro volante. Ma la dinamica dell’episodio non ha convinto il questore Guido Longo che ha ordinato di aprire una indagine e dall’analisi delle telecamere piazzate nel parcheggio di un centro commerciale si vede che i due non stavano affatto inseguendo la Hyundai che a sua volte procedeva a velocità normale.

Secondo i rilievi effettuati dalla polizia scientifica il colpo sparato nel cofano della volante sarebbe stato sparato da distanza ravvicinata, e non da quaranta metri come raccontato dall’ispettore che nei mesi scorsi aveva chiesto con un’istanza al Ministero dell’Interno di essere riconosciuto, vista la ferita riportata, come ‘vittima del dovere’ e quindi meritevole di un ‘equo indennizzo’ per “causa di servizio”. Insomma si sarebbe trattato di una messinscena organizzata per ottenere un riconoscimento di servizio e un premio in denaro...

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24/03/2016

Almaviva licenzia 3.000 persone, il governo prende tempo

Non importa quanto tu sia precario e poco pagato: il licenziamento ti arriverà comunque. Almaviva, colosso italico dei call canter, ha annunciato 3.000 procedure di mobilità sui quasi 8.000 dipendenti nel nostro paese. Se fate caso a quante chiamate arrivano o fate, ai call center, con dall’altra parte del filo una voce dall’accento albanese, capirete facilmente anche perché ci sono oggi 3.000 centralinisti di troppo.

Il ministro Poletti, come gli tocca fare per statuto, ha scritto alla proprietà: “Invitiamo Almaviva a revocare la comunicazione di avvio della procedura di mobilità per tremila lavoratori ed a rendersi disponibile a riprendere e sviluppare il confronto con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni per verificare le possibili alternative ad una decisione che produrrebbe una situazione pesante dal punto di vista sociale, peraltro in territori che già scontano difficoltà occupazionali”.
Ma si tratta di un atto dovuto. È al tavolo di trattativa che si vede davvero se i rappresentanti del governo vogliono fare qualcosa oppure no per evitare che la mannaia cali sui lavoratori delle sedi di Roma, Palermo e Napoli.

Ma le premesse non sono affatto buone. Almaviva è una società ormai “antica”, in questo comparto. Prima si chiamava Atesia, e aveva preso ad operare dall’interno del gruppo Seat-Pagine Gialle quando era ancora pubblico, nel 1989. Teneva i suoi “collaboratori” in condizioni peggio che schiavistiche, costringendoli a pagare un affitto per l’uso della postazione di lavoro e pagandoli sostanzialmente a cottimo: tot telefonate “di successo”, tot spiccioli meno l’affitto della cuffia.

Il suo centro motore era allora a Roma, al Lamaro (dietro Cinecittà 2). Seguirono scioperi, cortei, proteste e interventi sindacali che puntavano a compatibilizzare le condizioni con quelle previste dal “pacchetto Treu”, varato dal governo Prodi. Ovvero legalizzando una condizione di precarietà che l’Italia conosceva solo nelle più sperdute campagne del Sud, dove si chiama comunque ancora caporalato.

Il suo inventore-padrone, Alberto Tripi, era del resto ben posizionato in campo politico, potendosi vantare d’essere tra i primi e principali sostenitori della “Margherita”, formazione allora diretta dal sindaco di Roma, Franceso Rutelli.

Il gruppo è poi cresciuto, sull’onda della smobilitazione – in tutte le aziende più grandi del paese – dei contact center aziendali. In pratica, Almaviva ha prodotto un format per cui ogni azienda recide definitivamente il suo filo diretto con la clientela, affidando la gestione di proteste, le campagne pubblicitarie, le prenotazioni, le lamentele e i ricorsi e a un gruppo esterno che forniva personale precarissimo con poche istruzioni sul come rispondere su problemi che ignorava.

Ora delocalizza e tocca con mano anche le difficoltà generate dalla crisi.


A Palermo salta tutto: 1.670 “esuberi”. In pratica si chiude. E l’altro ieri i lavoratori hanno fatto un sit-in davanti alla sede della presidenza della Regione, con striscioni e blocchi stradali a singhiozzo davanti palazzo D’Orleans. Ma l’incontro – a Roma, nella sede ministeriale –  tra Tripi, il presidente della Regione Crocetta e il governo ci sarà soltanto il 31 marzo. Mentre i sindacati – altro schiaffo in faccia – verranno ricevuti separatamente, a Palermo.

La mobilitazione, nel capoluogo siciliano come a Roma e Napoli, naturalmente prosegue.

Stamattina, a Palermo, i lavoratori sono andati sotto le sedi di Telecom e di altri committenti per chiedere il rispetto delle regole e respingere la logica del massimo ribasso, bloccando le strade e l’area attorno alla sede della società di via Pacinotti. Nuove assemblee verranno effettuate oggi nelle sedi di via Marcellini e di via Cordova, dove c’era stato anche di un servizio tv delle Iene.

A Napoli, intanto, scende in campo anche il sindaco. «Pronti a ogni iniziativa per fermare i 400 licenziamenti di Almaviva e i 220 di Gepin. Il governo deve intervenire». De Magistris si schiera al fianco dei lavoratori dei call center. Ieri pomeriggio un lungo incontro con i rappresentanti sindacali e delle Rsu. «Chiederemo al ministro Poletti di far intervenire il governo su questa vicenda – ha detto il sindaco – Napoli deve essere una città anche industriale, perché abbiamo tanti giovani di qualità e tanta gente che lavora seriamente».

A Roma, invece, lavoratori e lavoratrici Almaviva stanno bloccando via di Casal Boccone per protestare contro i possibili licenziamenti annunciati dall’azienda.

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