La prossima fine del mercato tutelato dell’energia non avrà ripercussioni pesanti solo sulle bollette delle famiglie ma anche in termini di occupazione in alcuni settori di lavoratori. A rischio ci sarebbero quasi duemila posti di lavoro nel settore delle aziende elettriche e nei servizi correlati, a partire dagli addetti ai call center.
Il motivo è presto detto. Il governo infatti ha fatto sparire dal decreto legge Energia l’articolo 26 che prevedeva la “clausola di salvaguardia”. A Taranto ha sede la società, Covisian per la quale lavorano circa 4.300 dipendenti sparsi in undici sedi sul territorio nazionale.
Al momento ha messo in cassa integrazione a zero ore oltre 200 persone che lavorano proprio nei servizi alla clientela del mercato tutelato. E potrebbe essere solo il primo di un’ondata di esuberi. Sono lavoratrici e lavoratori molto spesso con salari tra gli 800 e i 1.000 euro e altrettanto spesso con contratti part-time.
Tra le conseguenze di queste scellerate decisioni politiche, ci sono 1500 lavoratrici e lavoratori di tutta Italia, di cui 100 nella sola città di Taranto, che rischiano di perdere il proprio posto di lavoro entro poche settimane, sacrificati sull’altare della riduzione del costo del lavoro, ad esclusivo vantaggio delle aziende che subentreranno nella gestione del servizio dopo il passaggio delle utenze al Mercato Libero.
Come se non bastasse, la situazione è aggravata dall’annuncio della società Covisian, fornitore del servizio nel territorio di Taranto, del possibile avvio di una procedura di licenziamento collettivo già in vista della scadenza.
Martedì scorso, a Bari si è riunito il comitato per il monitoraggio delle situazioni di crisi con la presenza delle aziende appaltatrici dei servizi per l’energia del mercato tutelato (oltre a Covisian, Network Contacts e System House) e delle organizzazioni sindacali, compresa l’USB.
La richiesta è che le istituzioni, le imprese appaltatrici, ma anche l’azienda committente (ENEL) assumano impegni concreti per la salvaguardia di tutti i posti di lavoro.
Su questo obiettivo ieri i lavoratori dei Call Center di Taranto hanno scioperato e manifestato sotto la sede della Prefettura.
Il mondo dei call center è già da tempo sotto pressione a causa del micidiale meccanismo delle gare al massimo ribasso ma anche per i ritardi nei pagamenti che hanno messo in difficoltà le aziende , le quali, a loro volta, tagliano i dipendenti.
Quello dei call center è un settore in cui lavorano oggi circa 70 mila persone, 50mila solo nel settore in bound, cioè quelli ai quali il cliente si rivolge per ricevere informazioni oppure assistenza telefonica.
Nel 2006 una circolare impose alle aziende di assumerli, ma quando i committenti hanno cominciato a fare bandi di gara a costi molto ridotti è iniziata la decimazione occupazionale. Molti lavoratori furono messi in cassa integrazione e molti altri licenziati.
Uno dei casi più noti è quello di Almaviva che solo a Roma, nel 2016, ha licenziato più di 1600 lavoratrici e lavoratori in una sola notte. E fu proprio sulla base dell’esperienza di Almaviva che venne introdotta la clausola sociale che prevede, nel caso in cui il committente decida di cambiare gestore di call center, che il nuovo gestore assuma gli operatori che lavoravano al precedente appalto.
Ma le aziende committenti hanno cercato di aggirare e depotenziare il rispetto della clausola di . E’ il caso di Ita Airways che non voleva di assumere gli oltre 500 dipendenti del call center Alitalia. E poi sta dilagando l’uso di software che sostituiscono il fattore umano nelle relazioni con i clienti.
Si tratta di quegli impersonali robot (digiti 1 se…- digiti 2 se… etc) contro i quali impazziscono gli utenti alla disperata ricerca di soluzioni ai problemi e che tanto vorrebbero invece parlare con qualcuno.
Proprio la Covisian nei giorni scorsi ha concluso l’acquisizione al 100% di Esosphera tra le prime aziende in Italia a sviluppare soluzioni proprietarie di voicebot e chatbot basate sull’Intelligenza Artificiale Conversazionale e funzionale alla cosiddetta Customer eXperience ossia l’assistenza clienti.
Ma i robot costano meno e il fattore umano sta diventando superfluo per molti servizi. Uno scenario da incubo su cui troppi stanno facendo finta di niente.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/12/2023
18/05/2021
Smart working e pervasività del lavoro. Un punto di vista di genere
Il Covid ha modificato radicalmente aspetti sociali ed economici del Paese e ha accelerato processi di trasformazione dei rapporti di lavoro, processi già in essere prima della crisi pandemica. Possiamo infatti affermare con certezza che tali dinamiche non sono assolutamente nuove, piuttosto il prosieguo di una trasformazione della produzione capitalistica la quale procede verso la progressiva destrutturazione delle forme di tutela del lavoro e di diritti nel lavoro.
Dietro lo snodo dell’emergenza sanitaria è passata l’eviscerazione di una modalità di lavoro che aveva gettato semi già negli anni addietro. La crisi pandemica l’ha normalizzata (ma non normata, almeno al momento) in tempi estremamente celeri.
In un campo aperto di sperimentazione, l’ambito dei Call Center è sempre stato il pioniere di grottesche attuazioni di pratiche sul crinale dell’accettabilità sociale e della norma. Il substrato composto da lavoratori in perenne turn over, di composizione sociale mista, l’assenza di coscienza di classe, con un sovrastrato composto da aziende ipertecnologizzate, in aggiunta a salari bassissimi da ascriverlo appieno nella definizione di lavoro povero.
Inoltre una composizione per lo più femminile già agli albori della sua nascita ha impedito rivendicazioni di qualunque natura sia soggettive sia collettive, livellando i conflitti e permettendo l’attuazione di qualunque legittimazione di perdita al ribasso dei diritti dei lavoratori connaturate alle metamorfosi capitalistiche dei rapporti di forza.
In questo contesto lavorativo, e nel generale contesto sanitario, si è andato fortemente consolidando il lavoro da remoto dietro il quale si nasconde la trappola dell’Impero Virtuale. Erroneamente considerato ritorno al cottimo, lo Smart Working nasconde già nella terminologia il tentativo di immettere un Cavallo di Troia nel sistema lavorativo; un neologismo inglese che non è assolutamente un calco nè semantico nè strutturale dall’inglese, una trovata linguistica tutta italiana come se il termine anglofono “smart” ci possa in qualche modo accattivare; una forma di lavoro, di fatto, decontrattualizzato e senza tutele.
Ovviamente, facendo riferimento al contesto lavorativo del privato e, nello specifico, dei call center, la modalità lavorativa in oggetto manifesta tutta la criticità che comporta nella vita e nell’avanzare di povertà e lavori poveri che inaspriscono situazioni contrattuali già precarie. I tempi di vita e i tempi di lavoro e lo spazio di vita e lo spazio di lavoro si sono accavallati al punto che non c’è più separazione tra loro.
Questa totale porosità di tempo e spazio rappresenta un ulteriore attacco alle tutele del lavoro, un elemento ulteriore di flessibilizzazione della vita lavorativa che impedisce la naturale separazione tra tempi di vita e tempi di lavoro; questa condizione di ulteriore precarizzazione attuata nella società del controllo, assume caratteri preoccupanti soprattutto in un ambito lavorativo a maggioranza femminile i cui risvolti futuri sono facilmente immaginabili.
La totale assenza di separazione tra le due sfere si presenta nella sua violenza attuativa proprio nei confronti delle donne, la cui sussunzione all’interno dei processi produttivi è tale da non lasciare dubbi sulle conseguenze nelle vite private. Allattare mentre si lavora, andare in bagno mentre si lavora, cucinare mentre si lavora, rifare i letti mentre si lavora, badare alla casa mentre si lavora, badare ai figli mentre si lavora, piegare i panni mentre si lavora...
Stiamo in sostanza parlando della messa a valore e del disciplinamento della sfera della produzione sociale; la sfera produttiva contabilizzata e la sfera riproduttiva invisibilizzata non sono più separate ma diventano un modello di produzione normalizzato, che aspetta solo di essere normato.
La femminilizzazione del lavoro in termini di qualità del lavoro ha la cura come modello di riferimento, questo quadro va problematizzato e va riportata la separazione tra aspetti relazionali e salariali delle lavoratrici e dei lavoratori
Una moderna forma sindacale, che vuole assolvere la sua funzione a tutto campo, deve assumere nuovi strumenti di analisi dei processi ma anche determinare/sperimentare forme di protagonismo e di lotta innovative per porre freno alle conseguenze, inevitabili, della capitalizzazione delle nostre esistenze.
Fonte
Dietro lo snodo dell’emergenza sanitaria è passata l’eviscerazione di una modalità di lavoro che aveva gettato semi già negli anni addietro. La crisi pandemica l’ha normalizzata (ma non normata, almeno al momento) in tempi estremamente celeri.
In un campo aperto di sperimentazione, l’ambito dei Call Center è sempre stato il pioniere di grottesche attuazioni di pratiche sul crinale dell’accettabilità sociale e della norma. Il substrato composto da lavoratori in perenne turn over, di composizione sociale mista, l’assenza di coscienza di classe, con un sovrastrato composto da aziende ipertecnologizzate, in aggiunta a salari bassissimi da ascriverlo appieno nella definizione di lavoro povero.
Inoltre una composizione per lo più femminile già agli albori della sua nascita ha impedito rivendicazioni di qualunque natura sia soggettive sia collettive, livellando i conflitti e permettendo l’attuazione di qualunque legittimazione di perdita al ribasso dei diritti dei lavoratori connaturate alle metamorfosi capitalistiche dei rapporti di forza.
In questo contesto lavorativo, e nel generale contesto sanitario, si è andato fortemente consolidando il lavoro da remoto dietro il quale si nasconde la trappola dell’Impero Virtuale. Erroneamente considerato ritorno al cottimo, lo Smart Working nasconde già nella terminologia il tentativo di immettere un Cavallo di Troia nel sistema lavorativo; un neologismo inglese che non è assolutamente un calco nè semantico nè strutturale dall’inglese, una trovata linguistica tutta italiana come se il termine anglofono “smart” ci possa in qualche modo accattivare; una forma di lavoro, di fatto, decontrattualizzato e senza tutele.
Ovviamente, facendo riferimento al contesto lavorativo del privato e, nello specifico, dei call center, la modalità lavorativa in oggetto manifesta tutta la criticità che comporta nella vita e nell’avanzare di povertà e lavori poveri che inaspriscono situazioni contrattuali già precarie. I tempi di vita e i tempi di lavoro e lo spazio di vita e lo spazio di lavoro si sono accavallati al punto che non c’è più separazione tra loro.
Questa totale porosità di tempo e spazio rappresenta un ulteriore attacco alle tutele del lavoro, un elemento ulteriore di flessibilizzazione della vita lavorativa che impedisce la naturale separazione tra tempi di vita e tempi di lavoro; questa condizione di ulteriore precarizzazione attuata nella società del controllo, assume caratteri preoccupanti soprattutto in un ambito lavorativo a maggioranza femminile i cui risvolti futuri sono facilmente immaginabili.
La totale assenza di separazione tra le due sfere si presenta nella sua violenza attuativa proprio nei confronti delle donne, la cui sussunzione all’interno dei processi produttivi è tale da non lasciare dubbi sulle conseguenze nelle vite private. Allattare mentre si lavora, andare in bagno mentre si lavora, cucinare mentre si lavora, rifare i letti mentre si lavora, badare alla casa mentre si lavora, badare ai figli mentre si lavora, piegare i panni mentre si lavora...
Stiamo in sostanza parlando della messa a valore e del disciplinamento della sfera della produzione sociale; la sfera produttiva contabilizzata e la sfera riproduttiva invisibilizzata non sono più separate ma diventano un modello di produzione normalizzato, che aspetta solo di essere normato.
La femminilizzazione del lavoro in termini di qualità del lavoro ha la cura come modello di riferimento, questo quadro va problematizzato e va riportata la separazione tra aspetti relazionali e salariali delle lavoratrici e dei lavoratori
Una moderna forma sindacale, che vuole assolvere la sua funzione a tutto campo, deve assumere nuovi strumenti di analisi dei processi ma anche determinare/sperimentare forme di protagonismo e di lotta innovative per porre freno alle conseguenze, inevitabili, della capitalizzazione delle nostre esistenze.
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17/08/2017
Il soccorso non sarà più così pronto. Esperienze dal vivo...
Il governo ha rivisto il servizio di pronto intervento. Ovviamente l’ha fatto in modo da risparmiare sui costi, ma con la retorica “modernizzatrice”.
Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.
Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.
Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.
Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.
Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.
Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.
L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.
Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.
Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.
Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.
Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.
Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.
Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!
Fonte
Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.
Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.
Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.
Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.
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Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.
Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.
L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.
Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.
Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.
Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.
Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.
Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.
Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!
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12/08/2017
Un call center al posto del 115: addio soccorsi tempestivi
Certo che in questo paese non ci si annoia mai. Neanche il tempo di fare un po’ di sano sciacallaggio sui pompieri volontari, piromani che appiccano incendi contro il logorio della vita moderna ed ecco che possiamo parlare del NUE, il Numero unico di emergenza europeo 112, nato nella Ue per gestire dal gattino sull’albero alla richiesta di difesa da un crimine efferato. Poi, come tradizione europea, ognuno va per la sua strada. In Italia, per esempio, ogni regione si organizza come crede per gestire il traffico telefonico indirizzato ai vecchi 112, 113, 115, 118 (chissà perché 117 no...).
Si può anche decidere di affidare tutto a un semplice call center cosiddetto “laico”. Sì, un semplice call center. Lo stesso che usiamo per fare le rimostranze per la bolletta salata o amenità simili. Praticamente si usa per il soccorso e la sicurezza un sistema che sappiamo già non funzionare nei normali servizi, figurarsi in caso di emergenza.
Questo nuovo modello, europeo naturalmente, è il riflesso della strategia politica nazionale della privatizzazione della macchina pubblica. E nel nostro caso del soccorso.
Il NUE 112 a Roma e nel Lazio è gia attivo. La Regione Lazio si è presa l’onere di gestire direttamente la centrale NUE 112, ed ha scelto di farlo tramite un call center cosiddetto laico, cioè senza vigili del fuoco, medici o forze dell’ordine.
Qui operatori senza una reale esperienza in fatto di gestione di eventi critici, entro un lasso di tempo limitatissimo (un minuto) dovrebbero in base alla domanda di soccorso scegliere l’ente che dovrebbe intervenire. Vista la sua laicità non possiamo neanche rivolgerci ai “santi” se le cose non dovessero andare per il verso giusto.
Ma dal 2015 sono molteplici i casi di ritardo nei soccorsi. Forse perché questi centralini dovrebbero essere composti da operatori degli enti interessati e non da “laici”? Forse perché non si vuole sviluppare dopo congruo rodaggio una centrale unica del soccorso VERA per sostituire il passaggio attraverso le molteplici sale operative esistenti (solo a Roma si parlerebbe di più di trenta...)?
A noi non è dato sapere se nello stesso intervento l’utente abbia bisogno di più enti insieme (ad esempio vigili del fuoco insieme a 118 o insieme alle forze dell’ordine). L’operatore laico può indirizzare simultaneamente a più soggetti la richiesta. E pare che così non funzioni. Chissà come mai?
Vi possiamo raccontare il caso di una donna che in un sottopasso di corso Italia, a Roma, si è trovata una vettura ferma in corsia di sorpasso con il conducente riverso sul volante. Scatta immediatamente la chiamata al 112, ma la risposta arriva dopo 20 minuti di attesa. Forse il call center era impegnato in qualche televendita?
La signora infuriata fa appena in tempo a segnalare la cosa. Dall’altra parte chiudono la comunicazione.
Dopo quasi due ore viene di nuovo contattata da un operatore 112 che le chiede di ribadire la posizione esatta dell’intervento, specificando che per una richiesta di intervento inventata sarebbe scattata la denuncia per procurato allarme! Era accaduto che l’ambulanza arrivata sul posto non aveva trovato nessuna vettura ferma ed era rientrata in sede. Morale della favola: aspetti venti minuti per parlare con qualcuno, ti chiudono la comunicazione in faccia, i soccorsi vengono inviati dopo due ore e invece di chiedere scusa per il ritardo minacciano denunce.
Qualcuno si chiederà che fine avesse fatto l’uomo colto da un malore. Semplice: era stato trasportato in ospedale dalla stessa persona che aveva chiamato il 112, visto che il tempo passava inutilmente. E tutto è finito bene. Certo, se l’uomo colto da malore fosse morto nel tragitto su un’auto privata sicuramente il call center avrebbe denunciato il richiedente per omicidio colposo. Almeno per coerenza. Sì, coerente follia.
Dalla Regione Lazio per adesso è tutto, ci risentiamo alla prossima chiamata.
Fonte
Si può anche decidere di affidare tutto a un semplice call center cosiddetto “laico”. Sì, un semplice call center. Lo stesso che usiamo per fare le rimostranze per la bolletta salata o amenità simili. Praticamente si usa per il soccorso e la sicurezza un sistema che sappiamo già non funzionare nei normali servizi, figurarsi in caso di emergenza.
Questo nuovo modello, europeo naturalmente, è il riflesso della strategia politica nazionale della privatizzazione della macchina pubblica. E nel nostro caso del soccorso.
Il NUE 112 a Roma e nel Lazio è gia attivo. La Regione Lazio si è presa l’onere di gestire direttamente la centrale NUE 112, ed ha scelto di farlo tramite un call center cosiddetto laico, cioè senza vigili del fuoco, medici o forze dell’ordine.
Qui operatori senza una reale esperienza in fatto di gestione di eventi critici, entro un lasso di tempo limitatissimo (un minuto) dovrebbero in base alla domanda di soccorso scegliere l’ente che dovrebbe intervenire. Vista la sua laicità non possiamo neanche rivolgerci ai “santi” se le cose non dovessero andare per il verso giusto.
Ma dal 2015 sono molteplici i casi di ritardo nei soccorsi. Forse perché questi centralini dovrebbero essere composti da operatori degli enti interessati e non da “laici”? Forse perché non si vuole sviluppare dopo congruo rodaggio una centrale unica del soccorso VERA per sostituire il passaggio attraverso le molteplici sale operative esistenti (solo a Roma si parlerebbe di più di trenta...)?
A noi non è dato sapere se nello stesso intervento l’utente abbia bisogno di più enti insieme (ad esempio vigili del fuoco insieme a 118 o insieme alle forze dell’ordine). L’operatore laico può indirizzare simultaneamente a più soggetti la richiesta. E pare che così non funzioni. Chissà come mai?
Vi possiamo raccontare il caso di una donna che in un sottopasso di corso Italia, a Roma, si è trovata una vettura ferma in corsia di sorpasso con il conducente riverso sul volante. Scatta immediatamente la chiamata al 112, ma la risposta arriva dopo 20 minuti di attesa. Forse il call center era impegnato in qualche televendita?
La signora infuriata fa appena in tempo a segnalare la cosa. Dall’altra parte chiudono la comunicazione.
Dopo quasi due ore viene di nuovo contattata da un operatore 112 che le chiede di ribadire la posizione esatta dell’intervento, specificando che per una richiesta di intervento inventata sarebbe scattata la denuncia per procurato allarme! Era accaduto che l’ambulanza arrivata sul posto non aveva trovato nessuna vettura ferma ed era rientrata in sede. Morale della favola: aspetti venti minuti per parlare con qualcuno, ti chiudono la comunicazione in faccia, i soccorsi vengono inviati dopo due ore e invece di chiedere scusa per il ritardo minacciano denunce.
Qualcuno si chiederà che fine avesse fatto l’uomo colto da un malore. Semplice: era stato trasportato in ospedale dalla stessa persona che aveva chiamato il 112, visto che il tempo passava inutilmente. E tutto è finito bene. Certo, se l’uomo colto da malore fosse morto nel tragitto su un’auto privata sicuramente il call center avrebbe denunciato il richiedente per omicidio colposo. Almeno per coerenza. Sì, coerente follia.
Dalla Regione Lazio per adesso è tutto, ci risentiamo alla prossima chiamata.
Fonte
31/12/2016
Almaviva Contact. La forma e la sostanza
L’incontro di ieri al Ministero dello Sviluppo economico, convocato dalla viceministro Teresa Bellanova, non ha avuto l’esito sperato: l’azienda ha confermato la chiusura del sito produttivo di Roma e il contestuale licenziamento dei 1.666 lavoratori Almaviva Contact di questa sede.
L’incontro era stato richiesto unitariamente dai sindacati dopo aver consultato – attraverso una raccolta di firme e un referendum – i lavoratori romani e avere verificato la volontà della maggioranza di accettare l’accordo del 21 dicembre. Alla luce di tale risultato i sindacati avevano chiesto che la “nuova” trattativa, che si dovrà concludere entro il 31 marzo 2017, coinvolgesse anche la sede di Roma. Da quanto si legge l’azienda avrebbe da un lato contestato il risultato della consultazione, dall’altro rifiutato di ritirare/sospendere i licenziamenti (operativi da oggi, 30 dicembre, secondo quanto comunicato con le lettere individuali inviate nei giorni scorsi), adducendo motivazioni di carattere giuridico-formale.
Vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà ai lavoratori, alle loro famiglie e ai delegati romani di Almaviva Contact che, se non verrà trovata una soluzione diversa da quella attuale, perderanno il posto di lavoro, pagando un conto amarissimo per situazioni su cui non hanno alcuna responsabilità, in primis la progressiva crisi del settore (gare, tariffe, delocalizzazioni) e l’insufficienza di regole e controlli.
Inoltre vogliamo dire all’azienda che, per quanto possano essere legittime le considerazioni formali a sostegno delle scelte fin qui fatte, oggi serve uno sforzo di natura diversa per tener conto della sostanza delle cose e affrontarle di conseguenza.
Nei prossimi tre mesi infatti si dovrà sviluppare una trattativa sui temi che la stessa azienda ha giudicato prioritari per recuperare il necessario equilibrio economico e produttivo (modalità di controllo a distanza secondo art. 4 legge 300/70; recupero efficienza e produttività; intervento temporaneo sul costo del lavoro). Questa trattativa è già di per sé molto complicata e la chiusura del sito di Roma non apre solo un dramma sociale ma equivale a minare il terreno del confronto che sta per essere avviato, pregiudicandone l’esito.Il prossimo futuro sarebbe segnato da una pioggia di ricorsi legali che determinerebbero una situazione di estrema incertezza proprio quando sia Almaviva Contact sia l’intero gruppo Almaviva hanno bisogno di maggiore stabilità per consolidare le opportunità di ripresa.
Al contrario, un gesto di responsabilità da parte dell’azienda sarebbe utile anche a restituire un po’ di credibilità e di rispetto al nome di Almaviva che – come ognuno di noi sta constatando quotidianamente – non era mai caduto così in basso.
Roma, 30 dicembre 2016
Fonte
L’incontro era stato richiesto unitariamente dai sindacati dopo aver consultato – attraverso una raccolta di firme e un referendum – i lavoratori romani e avere verificato la volontà della maggioranza di accettare l’accordo del 21 dicembre. Alla luce di tale risultato i sindacati avevano chiesto che la “nuova” trattativa, che si dovrà concludere entro il 31 marzo 2017, coinvolgesse anche la sede di Roma. Da quanto si legge l’azienda avrebbe da un lato contestato il risultato della consultazione, dall’altro rifiutato di ritirare/sospendere i licenziamenti (operativi da oggi, 30 dicembre, secondo quanto comunicato con le lettere individuali inviate nei giorni scorsi), adducendo motivazioni di carattere giuridico-formale.
Vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà ai lavoratori, alle loro famiglie e ai delegati romani di Almaviva Contact che, se non verrà trovata una soluzione diversa da quella attuale, perderanno il posto di lavoro, pagando un conto amarissimo per situazioni su cui non hanno alcuna responsabilità, in primis la progressiva crisi del settore (gare, tariffe, delocalizzazioni) e l’insufficienza di regole e controlli.
Inoltre vogliamo dire all’azienda che, per quanto possano essere legittime le considerazioni formali a sostegno delle scelte fin qui fatte, oggi serve uno sforzo di natura diversa per tener conto della sostanza delle cose e affrontarle di conseguenza.
Nei prossimi tre mesi infatti si dovrà sviluppare una trattativa sui temi che la stessa azienda ha giudicato prioritari per recuperare il necessario equilibrio economico e produttivo (modalità di controllo a distanza secondo art. 4 legge 300/70; recupero efficienza e produttività; intervento temporaneo sul costo del lavoro). Questa trattativa è già di per sé molto complicata e la chiusura del sito di Roma non apre solo un dramma sociale ma equivale a minare il terreno del confronto che sta per essere avviato, pregiudicandone l’esito.Il prossimo futuro sarebbe segnato da una pioggia di ricorsi legali che determinerebbero una situazione di estrema incertezza proprio quando sia Almaviva Contact sia l’intero gruppo Almaviva hanno bisogno di maggiore stabilità per consolidare le opportunità di ripresa.
Al contrario, un gesto di responsabilità da parte dell’azienda sarebbe utile anche a restituire un po’ di credibilità e di rispetto al nome di Almaviva che – come ognuno di noi sta constatando quotidianamente – non era mai caduto così in basso.
Roma, 30 dicembre 2016
Fonte
30/12/2016
Almaviva. La proprietà procede con i licenziamenti. Fuori 1600 lavoratori della sede di Roma
La proprietà non ha sentito ragioni. Ha chiuso la sede romana di Almaviva e fatto partire le lettere di licenziamento per 1.666 lavoratori del call center. Dopo il rifiuto delle Rsu della sede di Roma all'ipotesi di accordo, c’era stato un referendum che aveva visto i lavoratori praticamente divisi a metà ma con una risicata maggioranza favorevole ad accettare l’accordo-capestro (valido tra l’altro solo fino al 31 marzo 2017). Alla luce dell’esito del referendum, il governo aveva riconvocato le parti ad un tavolo di trattativa, ma anche l'ultimo tentativo di mediazione del ministero dello Sviluppo economico è fallito. Il viceministro Teresa Bellanova ha giustificato l'inerzia del governo affermando che "purtroppo l'azienda ha avanzato difficoltà anche dal punto di vista della tenuta della procedura e, quindi, ha ribadito il mantenimento dell'accordo dei lavoratori di Napoli e il mancato accordo con Roma".
La sede di Roma è stata resa inattiva dall’azienda già dallo scorso 22 dicembre. La prospettiva è quella di una delocalizzazione dei servizi di Almaviva in Romania (una realtà con salari più bassi e minori "ostacoli sindacali") che pare essere sin dall'inizio l'obiettivo perseguito dalla proprietà. L'accordo siglato dalla rsu della sede di Napoli è valido fino al 31 marzo 2017, e nulla lascia prevedere che l'azienda abbia usato solo strumentalmente l'accordo per indebolire i lavoratori per poi procedere comunque ai licenziamenti e alla delocalizzazione. Emergono in modo clamoroso le corresponsabilità di governo e Cgil Cisl Uil nella svendita dei lavoratori Almaviva e nella totale subalternità alle decisioni della proprietà. "È successo tutto ed il contrario di tutto, sono stati completamente calpestati ed ignorati i nostri diritti, governo ed azienda son stati davvero bravi a mettere noi ex colleghi uno contro l'altro" scrive Lucia, una lavoratrice di Almaviva, "La Bellanova oggi parlava di incapacità di comunicazione tra le parti in causa, ma il governo dov'è stato in questi 75 giorni? Fino all'ultimo presi in giro, nemmeno un cavolo di ammortizzatore sociale ci è stato offerto, 1666 persone (e famiglie) non si mandano via così. Si è perso tutto, la dignità, la coscienza di classe... Il governo è stato abile a scaricare tutta la responsabilità sugli altri, sulle rsu che da molti ex colleghi oggi sono state insultate. Scusatemi, sono arrabbiata, delusa e preoccupata perché siamo stati trattati come dei numeri".
Intanto alcuni mass media chiamano in causa – impropriamente in questo caso – l'Usb nella vertenza Almaviva e soprattutto nella decisione della Rsu aziendale di Roma di respingere l'accordo-capestro. In un comunicato la Usb fa sapere che: "Alcuni TG e organi di stampa questa mattina attribuiscono alla nostra organizzazione la responsabilità del mancato accordo nella vertenza Almaviva che apre la strada a 1660 licenziamenti nel sito di Roma. USB invece non è mai entrata nella trattativa. La responsabilità della gestione della vertenza è tutta di Cgil Cisl e Uil e del MISE che, come ormai accade in ogni importante vertenza, neanche prova a mettere sotto pressione le aziende affinché ritirino i licenziamenti. USB, come sempre in ogni vertenza, avrebbe gestito ben diversamente questo drammatico confronto senza alcun cedimento e senza introdurre alcuna pratica di contrapposizione tra lavoratori. Mentre il Governo decide un importante stanziamento per salvare le Banche, lo stesso governo, assieme ai sindacati complici, non vuole entrare seriamente in campo per imporre soluzioni occupazionali per i lavoratori. A questo governo e a questi sindacati vanno quindi attribuite le responsabilità della drammatica conclusione di questa vertenza".
Fonte
La sede di Roma è stata resa inattiva dall’azienda già dallo scorso 22 dicembre. La prospettiva è quella di una delocalizzazione dei servizi di Almaviva in Romania (una realtà con salari più bassi e minori "ostacoli sindacali") che pare essere sin dall'inizio l'obiettivo perseguito dalla proprietà. L'accordo siglato dalla rsu della sede di Napoli è valido fino al 31 marzo 2017, e nulla lascia prevedere che l'azienda abbia usato solo strumentalmente l'accordo per indebolire i lavoratori per poi procedere comunque ai licenziamenti e alla delocalizzazione. Emergono in modo clamoroso le corresponsabilità di governo e Cgil Cisl Uil nella svendita dei lavoratori Almaviva e nella totale subalternità alle decisioni della proprietà. "È successo tutto ed il contrario di tutto, sono stati completamente calpestati ed ignorati i nostri diritti, governo ed azienda son stati davvero bravi a mettere noi ex colleghi uno contro l'altro" scrive Lucia, una lavoratrice di Almaviva, "La Bellanova oggi parlava di incapacità di comunicazione tra le parti in causa, ma il governo dov'è stato in questi 75 giorni? Fino all'ultimo presi in giro, nemmeno un cavolo di ammortizzatore sociale ci è stato offerto, 1666 persone (e famiglie) non si mandano via così. Si è perso tutto, la dignità, la coscienza di classe... Il governo è stato abile a scaricare tutta la responsabilità sugli altri, sulle rsu che da molti ex colleghi oggi sono state insultate. Scusatemi, sono arrabbiata, delusa e preoccupata perché siamo stati trattati come dei numeri".
Intanto alcuni mass media chiamano in causa – impropriamente in questo caso – l'Usb nella vertenza Almaviva e soprattutto nella decisione della Rsu aziendale di Roma di respingere l'accordo-capestro. In un comunicato la Usb fa sapere che: "Alcuni TG e organi di stampa questa mattina attribuiscono alla nostra organizzazione la responsabilità del mancato accordo nella vertenza Almaviva che apre la strada a 1660 licenziamenti nel sito di Roma. USB invece non è mai entrata nella trattativa. La responsabilità della gestione della vertenza è tutta di Cgil Cisl e Uil e del MISE che, come ormai accade in ogni importante vertenza, neanche prova a mettere sotto pressione le aziende affinché ritirino i licenziamenti. USB, come sempre in ogni vertenza, avrebbe gestito ben diversamente questo drammatico confronto senza alcun cedimento e senza introdurre alcuna pratica di contrapposizione tra lavoratori. Mentre il Governo decide un importante stanziamento per salvare le Banche, lo stesso governo, assieme ai sindacati complici, non vuole entrare seriamente in campo per imporre soluzioni occupazionali per i lavoratori. A questo governo e a questi sindacati vanno quindi attribuite le responsabilità della drammatica conclusione di questa vertenza".
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28/12/2016
Almaviva. I lavoratori cedono al ricatto di azienda, governo e Cgil Cisl Uil
Con 590 voti favorevoli e 473 contrari (pochi gli astenuti) ha vinto il sì all'accordo-capestro su Almaviva anche per la sede di Roma che aveva visto le rsu aziendali respingerlo.
Alla fine è stato questo l’esito del referendum indetto dalla Cgil Roma e Lazio che si è svolto ieri (27 dicembre) dalle 10 alle 17. Il referendum ha visto la partecipazione di quasi 1.100 dipendenti del call center su 1.666. Dunque i lavoratori alla fine hanno dovuto votare come volevano azienda, governo e segreterie nazionali di Cgil Cisl Uil, sfiduciando le stesse rsu cgil cisl uil di Roma che non avevano firmato su mandato degli stessi lavoratori e sulla base del no plebiscitario di primavera contro l'accordo.
Per guadagnare solo tre mesi di ulteriore atroce sfruttamento dovrebbero annullare l'accordo di Roma, annullare lettere di licenziamento già ricevute, riunificare Napoli e Roma dopo avere separato inspiegabilmente le due sedi ai fini di un accordo che non poteva essere separato. Il tutto con la benedizione del governo.
"Non ci sono più regole etiche, giuridiche e morali. Questa è la barbarie che si temeva" è il commento di Daniela Cortese della Usb Telecomunicazioni, "Ora Cgil Cisl Uil spieghino come giustificherebbero la rottura delle trattative del contratto nazionale delle telecomunicazioni, dal momento che le sue regole peggiori sono già tutte dentro questo accordo".
Noi lavoratori delle aziende del gruppo Tim possiamo guardare i lavoratori Almaviva e vederci come ci vorrebbero tutti tra un po'.
Fonte
Alla fine è stato questo l’esito del referendum indetto dalla Cgil Roma e Lazio che si è svolto ieri (27 dicembre) dalle 10 alle 17. Il referendum ha visto la partecipazione di quasi 1.100 dipendenti del call center su 1.666. Dunque i lavoratori alla fine hanno dovuto votare come volevano azienda, governo e segreterie nazionali di Cgil Cisl Uil, sfiduciando le stesse rsu cgil cisl uil di Roma che non avevano firmato su mandato degli stessi lavoratori e sulla base del no plebiscitario di primavera contro l'accordo.
Per guadagnare solo tre mesi di ulteriore atroce sfruttamento dovrebbero annullare l'accordo di Roma, annullare lettere di licenziamento già ricevute, riunificare Napoli e Roma dopo avere separato inspiegabilmente le due sedi ai fini di un accordo che non poteva essere separato. Il tutto con la benedizione del governo.
"Non ci sono più regole etiche, giuridiche e morali. Questa è la barbarie che si temeva" è il commento di Daniela Cortese della Usb Telecomunicazioni, "Ora Cgil Cisl Uil spieghino come giustificherebbero la rottura delle trattative del contratto nazionale delle telecomunicazioni, dal momento che le sue regole peggiori sono già tutte dentro questo accordo".
Noi lavoratori delle aziende del gruppo Tim possiamo guardare i lavoratori Almaviva e vederci come ci vorrebbero tutti tra un po'.
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25/12/2016
Saldi costituzionali renziani. Licenziamenti Almaviva e 20 miliardi ai banchieri
Il ministro dello sviluppo economico Calenda, è un ossimoro vivente. Ha detto che sono inevitabili i licenziamenti in Almaviva. Questo perché i delegati sindacali di Roma non hanno accettato il patto capestro offerto dal governo e accettato da Cgil Cisl Uil.
Un patto che sospendeva – non annullava – per qualche mese i licenziamenti programmati dall'azienda in cambio di tagli drastici ai salari, già di fame. E in cambio di un nuovo giro di vite su condizioni di lavoro che già sono da stress continuo.
In questi mesi l'azienda avrebbe avuto il tempo per escogitare nuove misure ai danni del lavoro, a questo punto ci vuole una certa dose di fantasia, e se queste non fossero bastate alla fine avrebbe potuto comunque licenziare. I delegati di Roma, a differenza dei vertici di CgilCislUil vergognosamente complici, hanno detto di no al ricatto e hanno rifiutato di suicidarsi per non essere ammazzati.
L'ineffabile Calenda allora ha aperto la via ai licenziamenti, sostenendo che il governo avrebbe fatto tutto il possibile. In realtà il governo nulla ha fatto se non assecondare i piani aziendali.
Avrebbe potuto fare altro? Certamente, avrebbe potuto considerare la vertenza Almaviva l'occasione per mettere ordine nel settore dei call center. Avrebbe potuto colpire le delocalizzazioni, imporre alle grandi aziende e alle amministrazioni pubbliche di servirsi solo con aziende che fan lavorare qui, con i nostri contratti nazionali. Avrebbe potuto cioè usare la vicenda Almaviva come esempio per frenare il liberismo selvaggio contro il lavoro.
Ma bisogna ricordare che questo è il governa fotocopia di quello del jobs act e dei voucher e che il ministro Calenda è anche un fan del TTIP, uno dei pochi rimasti.
Quindi il governo ha semplicemente fatto tutto il possibile per continuare a favorire la distruzione del lavoro e dei suoi diritti e per permettere alle multinazionali di fare ciò che vogliono.
Con questa stessa impostazione Gentiloni e Padoan usano 20 miliardi di danaro pubblico per aiutare i banchieri. Non è vero infatti che l'aiuto a MPS sia una nazionalizzazione. È vero il contrario, i soldi pubblici vengono dati per impedire il fallimento e poi far ripartire la banca in mano a privati che così spenderanno poco o nulla. Si chiama socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti e non c'è nessuna multinazionale che si opponga per principio a questo tipo di intervento pubblico. Che in questo caso favorisce proprio quella Banca Jp Morgan che abbiamo ben conosciuto come ispiratrice della controriforma costituzionale. E che ora, come investitore in MPS, si vedrà garantiti i suoi soldi dai nostri.
Anche qui naturalmente si sarebbe potuto fare ben altro. Nazionalizzare davvero ad esempio, visto che si usano soldi dei cittadini, e usare la crisi MPS per cominciare a mettere ordine al sistema bancario, invece che regalare soldi ai banchieri. Ma è ovvio che questo governo cose di questo genere nemmeno le pensa. Solo pensarle infatti vorrebbe dire scontrarsi con il potere finanziario della UE, figuriamoci.
Così il governo prende in ostaggio il diritto al lavoro e quello alla sicurezza del risparmio, per garantire gli affari di multinazionali e banchieri. Sono saldi dei diritti costituzionali di fine stagione, alla faccia della vittoria del No.
Ai lavoratori di ALMAVIVA vittime del ricatto di azienda e governo, e a tutte gli incravattati dall'usura del regime dei banchieri, va piena solidarietà e il sostegno a resistere. Alla fine il popolo del No vincerà.
Fonte
Un patto che sospendeva – non annullava – per qualche mese i licenziamenti programmati dall'azienda in cambio di tagli drastici ai salari, già di fame. E in cambio di un nuovo giro di vite su condizioni di lavoro che già sono da stress continuo.
In questi mesi l'azienda avrebbe avuto il tempo per escogitare nuove misure ai danni del lavoro, a questo punto ci vuole una certa dose di fantasia, e se queste non fossero bastate alla fine avrebbe potuto comunque licenziare. I delegati di Roma, a differenza dei vertici di CgilCislUil vergognosamente complici, hanno detto di no al ricatto e hanno rifiutato di suicidarsi per non essere ammazzati.
L'ineffabile Calenda allora ha aperto la via ai licenziamenti, sostenendo che il governo avrebbe fatto tutto il possibile. In realtà il governo nulla ha fatto se non assecondare i piani aziendali.
Avrebbe potuto fare altro? Certamente, avrebbe potuto considerare la vertenza Almaviva l'occasione per mettere ordine nel settore dei call center. Avrebbe potuto colpire le delocalizzazioni, imporre alle grandi aziende e alle amministrazioni pubbliche di servirsi solo con aziende che fan lavorare qui, con i nostri contratti nazionali. Avrebbe potuto cioè usare la vicenda Almaviva come esempio per frenare il liberismo selvaggio contro il lavoro.
Ma bisogna ricordare che questo è il governa fotocopia di quello del jobs act e dei voucher e che il ministro Calenda è anche un fan del TTIP, uno dei pochi rimasti.
Quindi il governo ha semplicemente fatto tutto il possibile per continuare a favorire la distruzione del lavoro e dei suoi diritti e per permettere alle multinazionali di fare ciò che vogliono.
Con questa stessa impostazione Gentiloni e Padoan usano 20 miliardi di danaro pubblico per aiutare i banchieri. Non è vero infatti che l'aiuto a MPS sia una nazionalizzazione. È vero il contrario, i soldi pubblici vengono dati per impedire il fallimento e poi far ripartire la banca in mano a privati che così spenderanno poco o nulla. Si chiama socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti e non c'è nessuna multinazionale che si opponga per principio a questo tipo di intervento pubblico. Che in questo caso favorisce proprio quella Banca Jp Morgan che abbiamo ben conosciuto come ispiratrice della controriforma costituzionale. E che ora, come investitore in MPS, si vedrà garantiti i suoi soldi dai nostri.
Anche qui naturalmente si sarebbe potuto fare ben altro. Nazionalizzare davvero ad esempio, visto che si usano soldi dei cittadini, e usare la crisi MPS per cominciare a mettere ordine al sistema bancario, invece che regalare soldi ai banchieri. Ma è ovvio che questo governo cose di questo genere nemmeno le pensa. Solo pensarle infatti vorrebbe dire scontrarsi con il potere finanziario della UE, figuriamoci.
Così il governo prende in ostaggio il diritto al lavoro e quello alla sicurezza del risparmio, per garantire gli affari di multinazionali e banchieri. Sono saldi dei diritti costituzionali di fine stagione, alla faccia della vittoria del No.
Ai lavoratori di ALMAVIVA vittime del ricatto di azienda e governo, e a tutte gli incravattati dall'usura del regime dei banchieri, va piena solidarietà e il sostegno a resistere. Alla fine il popolo del No vincerà.
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24/12/2016
Comunque vada, schiavi mai!
Un gesto liberatorio, che marca il confine insuperabile. La decisione delle Rsu romane di Almaviva ha sorpreso soltanto i notai della “contrattazione a tutti i costi”, quelli che accetterebbero di vendere anche la madre pur di arrivare a un “accordo” con l'azienda.
A prima vista, dall'esterno e in astratto, sembrerebbe incomprensibile preferire il licenziamento a un – temporaneo – accordo che prevede riduzione del salario, telecontrollo dei dipendenti, rinvio in ogni caso delle procedure di “messa in libertà”. Cavolo, ma di questi tempi ti metti pure a fare lo schizzinoso (il choosy, avrebbe chiosato Elsa Fornero)? Hai un lavoro e preferisci perderlo piuttosto che piegare ancora un po' la testa?
E allora conviene leggere cosa hanno risposto i lavoratori Almaviva ai giornalisti spaesati che gli facevano questa e simili domande.
“Perché abbiamo detto no? Perché i nostri stipendi sono già ridotti all'osso; a Roma siamo tutti lavoratori part time a 600-700 euro al mese e per noi è impossibile sia accettare altri tagli sia cancellare tutte le conquiste di questi anni”.
“Meglio i licenziamenti piuttosto che dover sottostare alle richieste dell'azienda che ha sempre promesso tanto e non ha mai mantenuto nulla, e che ora voleva imporci pure un nuovo sistema di telecontrollo”.
Anche il governo, al tavolo, “non ci ha mai concesso nulla”.
In definitiva “Sono più sollevata. Le feste? Io voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e almeno dopo 15 anni non sarò costretta a dover scegliere se lavorare a Natale o il giorno della vigilia”.
Ci si può girare intorno a lungo, ma il punto essenziale è questo: sotto una certa soglia di salario non si può e non si deve accettare di lavorare.
E in Italia, negli ultimi venti anni, il salario è stato compresso fin oltre questa soglia. Qual'è? Dipende dal livello dei prezzi, dal territorio, dalle dimensioni dell'economia informale che affianca e integra quella “ufficiale”. Non a caso, la Rsu di Napoli si è spaccata. Lì i prezzi sono più bassi, è risaputo, e l'”economia del vicolo” resiste alla modernizzazione; quel limite inaccettabile a Roma è leggermente più flessibile sotto il Vesuvio.
Ma il limite c'è, è stato toccato.
Anche il settore in cui ciò avviene è importante. I call center sono stati una delle poche “innovazioni” dell'imprenditoria italica. In senso ironico, ovviamente. Sono nati da una necessità delle imprese più grandi e delle amministrazioni pubbliche: recidere il rapporto con la clientela e gli utenti. Una pratica che smentisce ogni retorica aziendalista sulla customer care, altro tormentone pubblicitario sbattuto in faccia a ogni presentazione di mercato.
Per le grandi aziende il cliente va munto, non “curato”. E' un potenziale rompiscatole che pretende di potersi lamentare e ottenere addirittura “giustizia” se l'automobile appena comprata ha qualche problema, se l'abbonamento non dà i servizi promessi, se il treno o l'aereo è in ritardo, se viene in testa una domanda più o mano importante, se la tariffa pretesa non è quella contrattata, se...
Dal lato del cliente-utente – come sa ognuno di noi – in questo modo le aziende diventano di fatto irraggiungibili, irresponsabili (puoi cambiare fornitore, certo, ma il trattamento sarà lo stesso), separate definitivamente dalla platea dei consumatori, inattaccabili dalle loro istanze (a meno di non ricorrere a cause legali, costose e incerte).
È il capitalismo contemporaneo, sempre meno “territorializzato”. I call center, unicamente per via della lingua, andavano a fornire questo servizio minimo indispensabile – soprattutto sul versante outbound, ovvero la tempesta di chiamate che ognuno di noi riceve per segnalare offerte commerciali – di collegamento tra venditore e compratore.
Anche questo è un costo da tagliare, ridurre al minimo; un legame da tranciare. Paesi europei fuori dall'euro, come Albania e Romania, sono per l'Italia una riserva simile – anche se ovviamente minore – a quella rappresentata dall'India e da tutto l'ex Commonwealth per la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Forza lavoro vocale a costo bassissimo, che entra direttamente in competizione – stracciandola – con quella autenticamente “nazionale”. Una delocalizzazione facile facile, talmente diffusa da costringere il moribondo governo Renzi a inserire nella legge di stabilità qualche norma di “sfavore” per i call center che operano da paesi extra-Ue.
Ma un salario decente in un paese arretrato è un concorrente terribile per un paese avanzato o quasi. Quel che da una parte consente di vivere è al di sotto della soglia della sopravvivenza da quest'altra parte. Finito il margine di comprimibilità scatta il rifiuto.
Un rifiuto razionale, non disperato. Un rifiuto che mette al primo posto la dignità, la valorizzazione delle persone, non del capitale.
Da qui, non paradossalmente si riparte con il conflitto sociale vero e proprio. Quello in cui abbiamo da perdere solo le catene. Non si lavora per un salario che non consente di vivere; questo è quanto.
La possiamo dire anche con altre parole: schiavi mai!
Fonte
A prima vista, dall'esterno e in astratto, sembrerebbe incomprensibile preferire il licenziamento a un – temporaneo – accordo che prevede riduzione del salario, telecontrollo dei dipendenti, rinvio in ogni caso delle procedure di “messa in libertà”. Cavolo, ma di questi tempi ti metti pure a fare lo schizzinoso (il choosy, avrebbe chiosato Elsa Fornero)? Hai un lavoro e preferisci perderlo piuttosto che piegare ancora un po' la testa?
E allora conviene leggere cosa hanno risposto i lavoratori Almaviva ai giornalisti spaesati che gli facevano questa e simili domande.
“Perché abbiamo detto no? Perché i nostri stipendi sono già ridotti all'osso; a Roma siamo tutti lavoratori part time a 600-700 euro al mese e per noi è impossibile sia accettare altri tagli sia cancellare tutte le conquiste di questi anni”.
“Meglio i licenziamenti piuttosto che dover sottostare alle richieste dell'azienda che ha sempre promesso tanto e non ha mai mantenuto nulla, e che ora voleva imporci pure un nuovo sistema di telecontrollo”.
Anche il governo, al tavolo, “non ci ha mai concesso nulla”.
In definitiva “Sono più sollevata. Le feste? Io voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e almeno dopo 15 anni non sarò costretta a dover scegliere se lavorare a Natale o il giorno della vigilia”.
Ci si può girare intorno a lungo, ma il punto essenziale è questo: sotto una certa soglia di salario non si può e non si deve accettare di lavorare.
E in Italia, negli ultimi venti anni, il salario è stato compresso fin oltre questa soglia. Qual'è? Dipende dal livello dei prezzi, dal territorio, dalle dimensioni dell'economia informale che affianca e integra quella “ufficiale”. Non a caso, la Rsu di Napoli si è spaccata. Lì i prezzi sono più bassi, è risaputo, e l'”economia del vicolo” resiste alla modernizzazione; quel limite inaccettabile a Roma è leggermente più flessibile sotto il Vesuvio.
Ma il limite c'è, è stato toccato.
Anche il settore in cui ciò avviene è importante. I call center sono stati una delle poche “innovazioni” dell'imprenditoria italica. In senso ironico, ovviamente. Sono nati da una necessità delle imprese più grandi e delle amministrazioni pubbliche: recidere il rapporto con la clientela e gli utenti. Una pratica che smentisce ogni retorica aziendalista sulla customer care, altro tormentone pubblicitario sbattuto in faccia a ogni presentazione di mercato.
Per le grandi aziende il cliente va munto, non “curato”. E' un potenziale rompiscatole che pretende di potersi lamentare e ottenere addirittura “giustizia” se l'automobile appena comprata ha qualche problema, se l'abbonamento non dà i servizi promessi, se il treno o l'aereo è in ritardo, se viene in testa una domanda più o mano importante, se la tariffa pretesa non è quella contrattata, se...
Dal lato del cliente-utente – come sa ognuno di noi – in questo modo le aziende diventano di fatto irraggiungibili, irresponsabili (puoi cambiare fornitore, certo, ma il trattamento sarà lo stesso), separate definitivamente dalla platea dei consumatori, inattaccabili dalle loro istanze (a meno di non ricorrere a cause legali, costose e incerte).
È il capitalismo contemporaneo, sempre meno “territorializzato”. I call center, unicamente per via della lingua, andavano a fornire questo servizio minimo indispensabile – soprattutto sul versante outbound, ovvero la tempesta di chiamate che ognuno di noi riceve per segnalare offerte commerciali – di collegamento tra venditore e compratore.
Anche questo è un costo da tagliare, ridurre al minimo; un legame da tranciare. Paesi europei fuori dall'euro, come Albania e Romania, sono per l'Italia una riserva simile – anche se ovviamente minore – a quella rappresentata dall'India e da tutto l'ex Commonwealth per la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Forza lavoro vocale a costo bassissimo, che entra direttamente in competizione – stracciandola – con quella autenticamente “nazionale”. Una delocalizzazione facile facile, talmente diffusa da costringere il moribondo governo Renzi a inserire nella legge di stabilità qualche norma di “sfavore” per i call center che operano da paesi extra-Ue.
Ma un salario decente in un paese arretrato è un concorrente terribile per un paese avanzato o quasi. Quel che da una parte consente di vivere è al di sotto della soglia della sopravvivenza da quest'altra parte. Finito il margine di comprimibilità scatta il rifiuto.
Un rifiuto razionale, non disperato. Un rifiuto che mette al primo posto la dignità, la valorizzazione delle persone, non del capitale.
Da qui, non paradossalmente si riparte con il conflitto sociale vero e proprio. Quello in cui abbiamo da perdere solo le catene. Non si lavora per un salario che non consente di vivere; questo è quanto.
La possiamo dire anche con altre parole: schiavi mai!
Fonte
24/03/2016
Almaviva licenzia 3.000 persone, il governo prende tempo
Non importa quanto tu sia precario e poco pagato: il licenziamento ti arriverà comunque. Almaviva, colosso italico dei call canter, ha annunciato 3.000 procedure di mobilità sui quasi 8.000 dipendenti nel nostro paese. Se fate caso a quante chiamate arrivano o fate, ai call center, con dall’altra parte del filo una voce dall’accento albanese, capirete facilmente anche perché ci sono oggi 3.000 centralinisti di troppo.
Il ministro Poletti, come gli tocca fare per statuto, ha scritto alla proprietà: “Invitiamo Almaviva a revocare la comunicazione di avvio della procedura di mobilità per tremila lavoratori ed a rendersi disponibile a riprendere e sviluppare il confronto con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni per verificare le possibili alternative ad una decisione che produrrebbe una situazione pesante dal punto di vista sociale, peraltro in territori che già scontano difficoltà occupazionali”.
Ma si tratta di un atto dovuto. È al tavolo di trattativa che si vede davvero se i rappresentanti del governo vogliono fare qualcosa oppure no per evitare che la mannaia cali sui lavoratori delle sedi di Roma, Palermo e Napoli.
Ma le premesse non sono affatto buone. Almaviva è una società ormai “antica”, in questo comparto. Prima si chiamava Atesia, e aveva preso ad operare dall’interno del gruppo Seat-Pagine Gialle quando era ancora pubblico, nel 1989. Teneva i suoi “collaboratori” in condizioni peggio che schiavistiche, costringendoli a pagare un affitto per l’uso della postazione di lavoro e pagandoli sostanzialmente a cottimo: tot telefonate “di successo”, tot spiccioli meno l’affitto della cuffia.
Il suo centro motore era allora a Roma, al Lamaro (dietro Cinecittà 2). Seguirono scioperi, cortei, proteste e interventi sindacali che puntavano a compatibilizzare le condizioni con quelle previste dal “pacchetto Treu”, varato dal governo Prodi. Ovvero legalizzando una condizione di precarietà che l’Italia conosceva solo nelle più sperdute campagne del Sud, dove si chiama comunque ancora caporalato.
Il suo inventore-padrone, Alberto Tripi, era del resto ben posizionato in campo politico, potendosi vantare d’essere tra i primi e principali sostenitori della “Margherita”, formazione allora diretta dal sindaco di Roma, Franceso Rutelli.
Il gruppo è poi cresciuto, sull’onda della smobilitazione – in tutte le aziende più grandi del paese – dei contact center aziendali. In pratica, Almaviva ha prodotto un format per cui ogni azienda recide definitivamente il suo filo diretto con la clientela, affidando la gestione di proteste, le campagne pubblicitarie, le prenotazioni, le lamentele e i ricorsi e a un gruppo esterno che forniva personale precarissimo con poche istruzioni sul come rispondere su problemi che ignorava.
Ora delocalizza e tocca con mano anche le difficoltà generate dalla crisi.
A Palermo salta tutto: 1.670 “esuberi”. In pratica si chiude. E l’altro ieri i lavoratori hanno fatto un sit-in davanti alla sede della presidenza della Regione, con striscioni e blocchi stradali a singhiozzo davanti palazzo D’Orleans. Ma l’incontro – a Roma, nella sede ministeriale – tra Tripi, il presidente della Regione Crocetta e il governo ci sarà soltanto il 31 marzo. Mentre i sindacati – altro schiaffo in faccia – verranno ricevuti separatamente, a Palermo.
La mobilitazione, nel capoluogo siciliano come a Roma e Napoli, naturalmente prosegue.
Stamattina, a Palermo, i lavoratori sono andati sotto le sedi di Telecom e di altri committenti per chiedere il rispetto delle regole e respingere la logica del massimo ribasso, bloccando le strade e l’area attorno alla sede della società di via Pacinotti. Nuove assemblee verranno effettuate oggi nelle sedi di via Marcellini e di via Cordova, dove c’era stato anche di un servizio tv delle Iene.
A Napoli, intanto, scende in campo anche il sindaco. «Pronti a ogni iniziativa per fermare i 400 licenziamenti di Almaviva e i 220 di Gepin. Il governo deve intervenire». De Magistris si schiera al fianco dei lavoratori dei call center. Ieri pomeriggio un lungo incontro con i rappresentanti sindacali e delle Rsu. «Chiederemo al ministro Poletti di far intervenire il governo su questa vicenda – ha detto il sindaco – Napoli deve essere una città anche industriale, perché abbiamo tanti giovani di qualità e tanta gente che lavora seriamente».
A Roma, invece, lavoratori e lavoratrici Almaviva stanno bloccando via di Casal Boccone per protestare contro i possibili licenziamenti annunciati dall’azienda.
Fonte
Il ministro Poletti, come gli tocca fare per statuto, ha scritto alla proprietà: “Invitiamo Almaviva a revocare la comunicazione di avvio della procedura di mobilità per tremila lavoratori ed a rendersi disponibile a riprendere e sviluppare il confronto con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni per verificare le possibili alternative ad una decisione che produrrebbe una situazione pesante dal punto di vista sociale, peraltro in territori che già scontano difficoltà occupazionali”.
Ma si tratta di un atto dovuto. È al tavolo di trattativa che si vede davvero se i rappresentanti del governo vogliono fare qualcosa oppure no per evitare che la mannaia cali sui lavoratori delle sedi di Roma, Palermo e Napoli.
Ma le premesse non sono affatto buone. Almaviva è una società ormai “antica”, in questo comparto. Prima si chiamava Atesia, e aveva preso ad operare dall’interno del gruppo Seat-Pagine Gialle quando era ancora pubblico, nel 1989. Teneva i suoi “collaboratori” in condizioni peggio che schiavistiche, costringendoli a pagare un affitto per l’uso della postazione di lavoro e pagandoli sostanzialmente a cottimo: tot telefonate “di successo”, tot spiccioli meno l’affitto della cuffia.
Il suo centro motore era allora a Roma, al Lamaro (dietro Cinecittà 2). Seguirono scioperi, cortei, proteste e interventi sindacali che puntavano a compatibilizzare le condizioni con quelle previste dal “pacchetto Treu”, varato dal governo Prodi. Ovvero legalizzando una condizione di precarietà che l’Italia conosceva solo nelle più sperdute campagne del Sud, dove si chiama comunque ancora caporalato.
Il suo inventore-padrone, Alberto Tripi, era del resto ben posizionato in campo politico, potendosi vantare d’essere tra i primi e principali sostenitori della “Margherita”, formazione allora diretta dal sindaco di Roma, Franceso Rutelli.
Il gruppo è poi cresciuto, sull’onda della smobilitazione – in tutte le aziende più grandi del paese – dei contact center aziendali. In pratica, Almaviva ha prodotto un format per cui ogni azienda recide definitivamente il suo filo diretto con la clientela, affidando la gestione di proteste, le campagne pubblicitarie, le prenotazioni, le lamentele e i ricorsi e a un gruppo esterno che forniva personale precarissimo con poche istruzioni sul come rispondere su problemi che ignorava.
Ora delocalizza e tocca con mano anche le difficoltà generate dalla crisi.
A Palermo salta tutto: 1.670 “esuberi”. In pratica si chiude. E l’altro ieri i lavoratori hanno fatto un sit-in davanti alla sede della presidenza della Regione, con striscioni e blocchi stradali a singhiozzo davanti palazzo D’Orleans. Ma l’incontro – a Roma, nella sede ministeriale – tra Tripi, il presidente della Regione Crocetta e il governo ci sarà soltanto il 31 marzo. Mentre i sindacati – altro schiaffo in faccia – verranno ricevuti separatamente, a Palermo.
La mobilitazione, nel capoluogo siciliano come a Roma e Napoli, naturalmente prosegue.
Stamattina, a Palermo, i lavoratori sono andati sotto le sedi di Telecom e di altri committenti per chiedere il rispetto delle regole e respingere la logica del massimo ribasso, bloccando le strade e l’area attorno alla sede della società di via Pacinotti. Nuove assemblee verranno effettuate oggi nelle sedi di via Marcellini e di via Cordova, dove c’era stato anche di un servizio tv delle Iene.
A Napoli, intanto, scende in campo anche il sindaco. «Pronti a ogni iniziativa per fermare i 400 licenziamenti di Almaviva e i 220 di Gepin. Il governo deve intervenire». De Magistris si schiera al fianco dei lavoratori dei call center. Ieri pomeriggio un lungo incontro con i rappresentanti sindacali e delle Rsu. «Chiederemo al ministro Poletti di far intervenire il governo su questa vicenda – ha detto il sindaco – Napoli deve essere una città anche industriale, perché abbiamo tanti giovani di qualità e tanta gente che lavora seriamente».
A Roma, invece, lavoratori e lavoratrici Almaviva stanno bloccando via di Casal Boccone per protestare contro i possibili licenziamenti annunciati dall’azienda.
Fonte
21/04/2015
Call center licenzia per riassumere. Grazie al Jobs Act
Il Jobs Act è un dispositivo criminale inventato all'unico scopo di far guadagnare di più le imprese. Punto.
La riprova arriva con la notizia di stamattina: la Call&Call Milano, un call center che si occupa dei servizi di tre grandi società finanziarie (Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia) licenzia 186 dipendenti di stanza a Cinisello Balsamo e apre, assumendo altre persone, a Roma e in Calabria.
Possibile? Certo, grazie al Jobs Act che garantisce circa 8.000 euro di decontribuzione annuale, per i primi tre anni, alle aziende che assumono con il nuovo contratto "a tutele crescenti" e precarietà perenne. Come si diceva nel convegno del Forum Diritti Lavoro la scorsa settimana, "il licenziamento illegittimo è diventato un diritto delle imprese finanziato dallo Stato". Non si trattava di un'esagerazione polemica, ma di una semplice constatazione derivante dalla lettura attenta della legge voluta da Renzi e Confindustria, benedetta come ottima dalla Troika.
In pratica, con le nuove regole, lo Stato finanzia il risarcimento che le imprese debbono pagare ai lavoratori ingiustamente licenziati, garantendo che dopo tre anni possono farlo di nuovo... Con i soldi delle nostre tasse, sia chiaro!
L'azienda Call&Call non sta vivendo nessuna crisi, è attiva dal 2002, è perfettamente in utile e guadagna anche bene (fattura 57 milioni l'anno, con 2.500 dipendenti). Ma i profitti non bastano mai, si sa, mentre del salario - si veda il lavoro gratuito istituzionalizzato per l'Expo, proprio a Milano - se ne può fare a meno. Per la crescita e lo sviluppo dell'occupazione, certo...
Anche a termini di legge, la Call&Call sta commettendo comunque un grave illecito, che dovrebbe far scattare denunce sia da parte sindacale sia da parte dei lavoratori. L'azienda, infatti, aveva fatto richiesta di utilizzo della legge 223 ("solidarietà difensiva", ovvero riduzione di lavoro e salario) e dal luglio scorso sta usufruendo di questo ennesimo vantaggio per compensare "l'eccessivo costo del lavoro" (tra i 1.000 e i 1.200 euro mensili). Potrebbe dunque licenziare per aggravamento di una crisi che non esiste, ma non assumere (proprio perché usufruisce di un ammortizzatore sociale).
Ma le vie delle scatole cinesi societarie sono infinite. E così la Call&Call si è moltiplicata per partenogenesi, dando vita alle Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Locri srl, e sta continuando così anche per le nuove sedi.
Grazie a Renzi e con i nostri soldi, ripetiamo.
Fonte
La riprova arriva con la notizia di stamattina: la Call&Call Milano, un call center che si occupa dei servizi di tre grandi società finanziarie (Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia) licenzia 186 dipendenti di stanza a Cinisello Balsamo e apre, assumendo altre persone, a Roma e in Calabria.
Possibile? Certo, grazie al Jobs Act che garantisce circa 8.000 euro di decontribuzione annuale, per i primi tre anni, alle aziende che assumono con il nuovo contratto "a tutele crescenti" e precarietà perenne. Come si diceva nel convegno del Forum Diritti Lavoro la scorsa settimana, "il licenziamento illegittimo è diventato un diritto delle imprese finanziato dallo Stato". Non si trattava di un'esagerazione polemica, ma di una semplice constatazione derivante dalla lettura attenta della legge voluta da Renzi e Confindustria, benedetta come ottima dalla Troika.
In pratica, con le nuove regole, lo Stato finanzia il risarcimento che le imprese debbono pagare ai lavoratori ingiustamente licenziati, garantendo che dopo tre anni possono farlo di nuovo... Con i soldi delle nostre tasse, sia chiaro!
L'azienda Call&Call non sta vivendo nessuna crisi, è attiva dal 2002, è perfettamente in utile e guadagna anche bene (fattura 57 milioni l'anno, con 2.500 dipendenti). Ma i profitti non bastano mai, si sa, mentre del salario - si veda il lavoro gratuito istituzionalizzato per l'Expo, proprio a Milano - se ne può fare a meno. Per la crescita e lo sviluppo dell'occupazione, certo...
Anche a termini di legge, la Call&Call sta commettendo comunque un grave illecito, che dovrebbe far scattare denunce sia da parte sindacale sia da parte dei lavoratori. L'azienda, infatti, aveva fatto richiesta di utilizzo della legge 223 ("solidarietà difensiva", ovvero riduzione di lavoro e salario) e dal luglio scorso sta usufruendo di questo ennesimo vantaggio per compensare "l'eccessivo costo del lavoro" (tra i 1.000 e i 1.200 euro mensili). Potrebbe dunque licenziare per aggravamento di una crisi che non esiste, ma non assumere (proprio perché usufruisce di un ammortizzatore sociale).
Ma le vie delle scatole cinesi societarie sono infinite. E così la Call&Call si è moltiplicata per partenogenesi, dando vita alle Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Locri srl, e sta continuando così anche per le nuove sedi.
Grazie a Renzi e con i nostri soldi, ripetiamo.
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30/03/2015
People Care e Ipercoop: esempi di come governo e sindacati propongono una spirale infinita verso il basso
Circa 10 anni fa a Livorno sbarcarono
per la prima volta due tipologie di aziende le quali indicavano
chiaramente che i vecchi sistemi produttivi e di consumo stavano
cambiando e con essi il mondo del lavoro. Stiamo parlando del call center Telegate (ora People Care) e dell'Ipercoop "Fonti del Corallo".
Migliaia di giovani inviarono curriculum e le istituzioni brindarono al
grande successo del territorio livornese, sia come innovazione sia come
attrattività per gli investimenti.
Il
primo si scaglia contro l'azienda People Care, che ha certo la sua
buona dose di colpe ma non tutte, rea di voler rinunciare all'appalto
Seat, dicendo che la cosa più vergognosa è che lui era disposto a
rincorrerli per trattare sul costo del lavoro, ovviamente abbassandolo.
Naturalmente nella sua sfuriata non dice che con l'accordo già
firmato due anni fa a People Care non c'è ormai più niente da "grattare"
dai 700 euro che guadagnano gli operatori, perché con la
flessibilità massima e assoluta firmata in quell'occasione non ci sono
ormai più ore "straordinarie" da fare e gli operatori possono essere
mandati via anche dopo due ore, per poi recuperarle quando l'azienda
ordina gli straordinari (non pagati, ma a recupero) nei momenti di
maggior traffico. Gli unici che hanno un piccolo superminimo sono un
centinaio di "vecchissimi" operatori della prima ora, conquistato nel
passaggio dal contratto poligrafici a quello telecomunicazioni. Voleva
forse riferirsi al fatto che dopo 10 anni di lavoro questi lavoratori
dovrebbero perdere contratti a tempo indeterminato e anzianità ed essere
riassunti con il Jobs Act ripartendo da zero, senza anzianità di
servizio e con la possibilità di essere licenziati senza giusta causa da
un giorno all'altro?
Se
qualcuno vuole parlare di proroghe e aziende tiri fuori i numeri e
faccia capire se con quei numeri si può lavorare dignitosamente. Sennò
sono solo discorsi a vanvera, fatti tra l'altro con l'atteggiamento di
uno che rincorre le aziende per calarsi le braghe prima che gli venga
chiesto. Ma forse, in Cgil, è un problema
parlare della cultura ormai turboliberista dell'amato Partito
Democratico, dell'assenza di tutela del settore da parte del governo e
del fatto che il Jobs Act complica maledettamente tutto negli appalti.
E allora è più facile scagliarsi addosso solo ad una parte,
salvaguardando governo e committente. Proprio quel governo che
attraverso il viceministro De Vincenti ha detto che questi
lavoratori non sono competitivi nel mercato del lavoro perché costano
troppo e sono troppo specializzati. Al di là che, come spiegato
nel paragrafo precedente (e come gli ha risposto giustamente un
delegato Cisl su Il Tirreno), queste affermazioni non sono vere, il
signor viceministro dovrebbe dire anche che se questi lavoratori e
lavoratrici sono fuori dal mercato è colpa del suo governo che con il
Jobs Act ha abbassato ulteriormente i livelli di tutela dei lavoratori
rendendo poco appetibili i lavoratori degli appalti in favore di qualche
nuovo schiavetto da assumere con tanto di sgravio contributivo. E
dovrebbe anche dire che il suo governo oltre che l'abbassamento dei
livelli salariali favorisce anche la concorrenza selvaggia. Ma non lo dirà mai. E quindi lo devono dire i sindacati.
Ma le dichiarazioni del sindacalista Filcams-Cgil, Franceschini, su La Nazione di venerdì sono allucinanti. In poche parole per
il provinciale Cgil queste sono battaglie inutili e dannose che
sottopongono l'azienda ad uno svantaggio nei confronti della concorrenza,
e che alla fine la Coop può anche concedere qualcosa solo perché agisce
in regime di monopolio, ma se ci fosse stata Esselunga probabilmente
no.
Come redazione di Senza Soste, insieme
ai sindacati di base e ad un collettivo di giovani del movimento che
lavorava sul tema della precarietà (Precari Autorganizzati) iniziammo ad
occuparci delle vicende di questi due nuovi templi della precarietà
dove non era tutto oro quello che luccicava: quasi tutti contratti part-time (20-24 ore settimanali e 700/800 euro al mese a dir tanto) e nel call center il 95% di contratti a progetto.
Se quello doveva essere il lavoro e il reddito per compensare i posti
persi in Cantiere navale o nell'industria, si era già capito che il
futuro non avrebbe potuto essere roseo.
In entrambi i luoghi di lavoro, però, la
grande infornata di giovani aveva portato con sé una visione diversa di
intendere il proprio lavoro e fare sindacato. Ed è proprio in questi
due luoghi di lavoro che il sindacalismo di base ha cercato di dare uno
sguardo e un approccio alternativo ai problemi, a volte riuscendoci
altre volte no, ma sempre cercando di dare una visione d'insieme. E in questi 10 anni le conquiste e l'avanzamento dei lavoratori sono stati costanti:
dai contratti a tempo indeterminato conquistati a Telegate (dopo una
vittoria in una causa intentata da una operatrice sostenuta dai Cobas)
alla capacità da parte dei lavoratori Ipercoop di resistere alla spirale
produttivistica e di consumo 7 giorni su 7 della grande distribuzione.
Infatti, a differenza che nella quasi totalità degli ipermercati e
supermercati delle zone limitrofe, a Livorno le aperture domenicali e
festive, le forme contrattuali dei dipendenti, gli obiettivi di
produttività ed altre scelte sui tempi di lavoro, vengono contrattate. Come è giusto che sia e grazie soprattutto ad una Rsu (Rappresentanza Sindacale Unitaria) a fortissima maggioranza Usb.
È storia di questi giorni però
che il call center rischi la chiusura il prossimo 31 maggio e che i
negozi Coop saranno aperti per la prima volta il 25 aprile. Due
problemi molto lontani tra loro come gravità, ma che sono accomunati da
un principio: quello del ricatto del lavoro e dell'ormai appiattimento
all'inevitabilità della dittatura del mercato e dei profitti.
Uno dei ruoli del sindacato dovrebbe
essere quello di tutelare i lavoratori e il lavoro, nel braccio di ferro
con il capitale; ma anche quello di spiegare, contestualizzare ed
emancipare i lavoratori in modo tale che prendano coscienza di una
situazione e la sappiano affrontare con una visione a 360 gradi.
Rimaniamo dunque di sasso quando
leggiamo le dichiarazioni di due dirigenti Cgil sulla situazione di
questi due posti di lavoro: Strazzullo, segretario generale provinciale
Cgil, su People Care e Franceschini, segretario Filcams-Cgil, su
Ipercoop.
Strazzullo nel suo rabbioso attacco non
accenna minimamente né al fatto che il mercato dei call center è ormai
in balìa di una vergognosa concorrenza al massimo ribasso, né che le
leggi italiane permettono ai grandi capitali le delocalizzazioni
nell'est europeo, né che Seat, quella che per lui è la parte
"buona" della vicenda, opera già in Albania per certi servizi e che
l'offerta che fino ad oggi ha fatto a People Care è roba proprio da
mercato albanese.
Alla fine della fiera la colpa morì
fanciulla, anzi quasi quasi è dei lavoratori perché con il loro
stipendio da ben 700 euro costano troppo.
Di fronte a questo dramma che riguarda
450 operatori e operatrici (350 a tempo indeterminato e circa 50-100
interinali), pare uno schiaffo alla miseria dover parlare di Ipercoop e
della polemica sull'apertura del 25 aprile, ma così non è.
Link: "Il 25 Aprile non si tocca": lavoratori Coop Livorno contro i negozi aperti per la Liberazione
Diciamo subito una cosa. Il problema è
emerso per due motivi: il primo perchè all'Ipercoop di Livorno il
maggior sindacato è Usb. E loro fanno sindacato. Secondo perché la Coop
ha sempre cercato di giocare (e di fare profitti) sull'immagine di
un'azienda ad alto contenuto etico e di sinistra, e qui i nodi vengono
al pettine (basti pensare che lo scorso anno fecero una campagna dal
titolo "Chiusi per scelta" in occasione della chiusura 25 aprile.)
Quindi? Quindi per Franceschini in sostanza la colpa è del sindacato Usb che (semplicemente) fa il sindacato: il mondo alla rovescia.
Un sindacalista come Franceschini, appartenente ad un sindacato
rappresentato in ogni catena di distribuzione, dovrebbe fare il suo
lavoro e adoperarsi affinché la sua organizzazione faccia ovunque
quello che ha fatto Usb alla Coop, così che non ci siano vantaggi di
concorrenza nel settore ma una situazione simile per tutti (e cioè il
rispetto delle festività). Ma loro non lo fanno, quindi è più facile dar
la colpa a chi lo fa.
Anche in questo caso secondo Franceschini, che (è bene ricordarlo) pare sia noto negli ambienti che apprezzi molto le politiche di Renzi,
la colpa è di chi reclama una giornata di chiusura per una festività
speciale, e dei sindacati che cercano di regolamentare un sistema sempre
più sottoposto alla deregolamentazione e all'apertura indiscriminata.
Benvenuti nel mondo alla
rovescia, dove De Vincenti, Strazzullo e Franceschini sono le punte di
diamante di un sistema che non è altro che una spirale verso il basso,
in cui ogni giorno è normale costare un centesimo meno del giorno
prima. Fino a quando poi arrivati a zero bisognerà pagare per lavorare.
Ah, scusate. In un call center romano è già successo nel 2000 e ora De Vincenti ci ha detto che torneremo 15 anni indietro. Grazie Renzi, grazie Cgil.
Redazione - 29 marzo 2015
09/03/2015
Il far west dei call center
A rischio migliaia di posti di lavoro ma il governo sta a guardare. In Italia non esiste nessuna clausola sociale per tutelare il lavoro, e le norme per evitare delocalizzazioni sono deboli.
Lo scorso 21 novembre i lavoratori e le lavoratrici dei call center sono nuovamente scesi in piazza dopo il “No delocalizzazioni day” di Roma di 5 mesi prima. All’ordine del giorno gli 80.000 posti di lavoro a rischio a causa delle famose delocalizzazioni, cioè il trasferimento delle attività nei paesi dell’est dove la manodopera costa meno. In Italia, infatti, in termini di deregolamentazione e mancanza di legislazione a tutela dei lavoratori non ci si fa mancare niente. Non esiste nessuna clausola sociale di salvaguardia del posto di lavoro in caso di cambio di appalto, ma soprattutto si permette alle aziende di ricevere contributi pubblici senza nessun vincolo o impegno. Così accade che ci troviamo di fronte ad aziende che aprono in Italia per sfruttare la decontribuzione triennale e poi chiudono facendo ricorso ad ammortizzatori sociali, per poi riaprire all’estero e partecipare alle gare nostrane, anche pubbliche. In questo mondo tali aziende possono permettersi il massimo ribasso, perché il costo del lavoro in Romania o Albania è un quinto di quello italiano. Inoltre in quei paesi non esistono norme che tutelino i dati sensibili, mettendoli a rischio di eventuali usi impropri. Sul problema dei dati sensibili una norma esisterebbe già dal 2012 (Decreto Sviluppo 2012, art. 24-bis del D.L. n. 83/2012, convertito dalla L. n. 134/2012) e prevede che il cittadino italiano che effettui o riceva una chiamata da un call center sia informato preliminarmente da dove parla l’operatore, potendo poi scegliere di parlare con un operatore che lavora in Italia. Chi delocalizza dovrebbe anche avvisare il ministero con 120 giorni di anticipo e comunicare eventuali esuberi ma questo non è dovuto se gli esuberi non ci sono. In questo modo molti iniziano a mettere un piedino all’estero per poi trasferirsi del tutto. Anche perché nel paese di Renzi, cultore del liberismo selvaggio, nessuno controlla e le leggi si possono aggirare.
I sindacati puntano il dito anche su un’altra questione. In Italia c’è una errata applicazione della direttiva europea n. 23 del 2001 che tutela i diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di un'impresa e che prevede che se cambia il “padrone” di un'azienda, i dipendenti devono conservare il trattamento che avevano prima. Succede, però, che i committenti, per risparmiare, cambiano con sempre maggiore frequenza il gestore del proprio call center, per affidarsi a chi fa offerte al “massimo ribasso”. Probabilmente per evitare questa spirale verso il basso basterebbe fare come la Gran Bretagna, dove una legge impone ai committenti di garantire continuità occupazionale, in caso di successione di appalti per le stesse attività. Ma qui c’è il mito della concorrenza...
A Livorno, dove è presente lo storico call center di Guasticce (ex Telegate, ora People Care) stiamo vivendo il rischio di perdere oltre 400 posti di lavoro il prossimo 31 maggio. Il committente del servizio 12.40 e 89.24.24, Seat Pagine Gialle è in grossi problemi finanziari. I vertici di People Care, che fanno riferimento alla azienda capofila Contacta di Torino, hanno annunciato che senza questi servizi il call center livornese farà la fine di Voice Care, il call center torinese sempre della “famiglia” Contacta che ha chiuso quasi un anno fa. Intanto Guasticce è stata svuotata anche di quelle commesse non di Seat che la casa madre ha pensato bene di riportare a Torino. Perché sta succedendo questo? Perché Seat dice che vuole reinternalizzare il servizio visti i problemi finanziari (oppure vuole risparmiare affidandolo a qualche call center delocalizzato o con offerta al massimo ribasso?) e People Care non ha intenzione di cercare altre commesse per Guasticce. Motivo? La colpa dei 400 lavoratori è quella di costare troppo: 20 ore settimanali e 700 euro al mese con contratto telecomunicazioni (i più “vecchi” hanno anche un piccolo superminimo legato al passaggio da poligrafici e telecomunicazione dopo la chiusura di Telegate). Senza contare che con il sistema della banca ore sono stati pressoché annullati gli straordinari che in passato permettevano di arrotondare. E senza contare che una parte sono interinali e sono i primi che pagheranno questa situazione.
Benvenuti nel far west del neoliberismo, dove l’Italia non riesce nemmeno a recepire le direttive europee favorevoli ai lavoratori. D’altra parte chi ci governa pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili.
Fonte
Lo scorso 21 novembre i lavoratori e le lavoratrici dei call center sono nuovamente scesi in piazza dopo il “No delocalizzazioni day” di Roma di 5 mesi prima. All’ordine del giorno gli 80.000 posti di lavoro a rischio a causa delle famose delocalizzazioni, cioè il trasferimento delle attività nei paesi dell’est dove la manodopera costa meno. In Italia, infatti, in termini di deregolamentazione e mancanza di legislazione a tutela dei lavoratori non ci si fa mancare niente. Non esiste nessuna clausola sociale di salvaguardia del posto di lavoro in caso di cambio di appalto, ma soprattutto si permette alle aziende di ricevere contributi pubblici senza nessun vincolo o impegno. Così accade che ci troviamo di fronte ad aziende che aprono in Italia per sfruttare la decontribuzione triennale e poi chiudono facendo ricorso ad ammortizzatori sociali, per poi riaprire all’estero e partecipare alle gare nostrane, anche pubbliche. In questo mondo tali aziende possono permettersi il massimo ribasso, perché il costo del lavoro in Romania o Albania è un quinto di quello italiano. Inoltre in quei paesi non esistono norme che tutelino i dati sensibili, mettendoli a rischio di eventuali usi impropri. Sul problema dei dati sensibili una norma esisterebbe già dal 2012 (Decreto Sviluppo 2012, art. 24-bis del D.L. n. 83/2012, convertito dalla L. n. 134/2012) e prevede che il cittadino italiano che effettui o riceva una chiamata da un call center sia informato preliminarmente da dove parla l’operatore, potendo poi scegliere di parlare con un operatore che lavora in Italia. Chi delocalizza dovrebbe anche avvisare il ministero con 120 giorni di anticipo e comunicare eventuali esuberi ma questo non è dovuto se gli esuberi non ci sono. In questo modo molti iniziano a mettere un piedino all’estero per poi trasferirsi del tutto. Anche perché nel paese di Renzi, cultore del liberismo selvaggio, nessuno controlla e le leggi si possono aggirare.
I sindacati puntano il dito anche su un’altra questione. In Italia c’è una errata applicazione della direttiva europea n. 23 del 2001 che tutela i diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di un'impresa e che prevede che se cambia il “padrone” di un'azienda, i dipendenti devono conservare il trattamento che avevano prima. Succede, però, che i committenti, per risparmiare, cambiano con sempre maggiore frequenza il gestore del proprio call center, per affidarsi a chi fa offerte al “massimo ribasso”. Probabilmente per evitare questa spirale verso il basso basterebbe fare come la Gran Bretagna, dove una legge impone ai committenti di garantire continuità occupazionale, in caso di successione di appalti per le stesse attività. Ma qui c’è il mito della concorrenza...
A Livorno, dove è presente lo storico call center di Guasticce (ex Telegate, ora People Care) stiamo vivendo il rischio di perdere oltre 400 posti di lavoro il prossimo 31 maggio. Il committente del servizio 12.40 e 89.24.24, Seat Pagine Gialle è in grossi problemi finanziari. I vertici di People Care, che fanno riferimento alla azienda capofila Contacta di Torino, hanno annunciato che senza questi servizi il call center livornese farà la fine di Voice Care, il call center torinese sempre della “famiglia” Contacta che ha chiuso quasi un anno fa. Intanto Guasticce è stata svuotata anche di quelle commesse non di Seat che la casa madre ha pensato bene di riportare a Torino. Perché sta succedendo questo? Perché Seat dice che vuole reinternalizzare il servizio visti i problemi finanziari (oppure vuole risparmiare affidandolo a qualche call center delocalizzato o con offerta al massimo ribasso?) e People Care non ha intenzione di cercare altre commesse per Guasticce. Motivo? La colpa dei 400 lavoratori è quella di costare troppo: 20 ore settimanali e 700 euro al mese con contratto telecomunicazioni (i più “vecchi” hanno anche un piccolo superminimo legato al passaggio da poligrafici e telecomunicazione dopo la chiusura di Telegate). Senza contare che con il sistema della banca ore sono stati pressoché annullati gli straordinari che in passato permettevano di arrotondare. E senza contare che una parte sono interinali e sono i primi che pagheranno questa situazione.
Benvenuti nel far west del neoliberismo, dove l’Italia non riesce nemmeno a recepire le direttive europee favorevoli ai lavoratori. D’altra parte chi ci governa pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili.
Fonte
20/03/2014
Voice Care chiude: scioperi a Chivasso, solidarietà da Livorno
La settimana della passione
per i call center in orbita Contacta (Voice Care a Chivasso - Torino e
People Care a Guasticce - Livorno) è iniziata con lo sciopero in Voice
Care dopo che nella settimana precedente c'era stato l'incontro shock a Torino dove
la proprietà aveva comunicato la messa in liquidazione della società
torinese. Martedì però è arrivata la seconda mazzata per Voice Care: il
call center di Chivasso che occupa 200 persone chiuderà
definitivamente sabato 22 marzo. Immediatamente i lavoratori e le
lavoratrici hanno abbandonato le postazioni organizzando un'assemblea
permanente. I sindacati, sia a Livorno che a Torino, hanno
subito avviato stamani varie procedure di consultazione sia aziendale
che istituzionale e lo "stato di agitazione", dando un ultimatum
all'azienda.
Intanto a Livorno sono state
fatte assemblee sindacali in cui è stato ribadita la solidarietà ai
colleghi di Chivasso e che non verranno fatte ore supplementari o
straordinarie per tappare il buco lasciato dal call center torinese. Se
l'azienda non darà risposte partiranno anche da Livorno mobilitazioni e
proteste.
La stessa situazione è infatti
probabile che investa i 360 addetti di Guasticce nei prossimi mesi,
dopo che la commissione Seat scadrà a maggio 2015.
Redazione - 20 marzo 2014
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