Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/06/2025

USB - Cosa ci insegna la sconfitta dei referendum

Senza troppi giri di parole, occorre prendere atto della sconfitta. Con poco meno del 30% di affluenza alle urne è stata affossata la speranza di vedere neutralizzate alcune parti del Jobs Act e di invertire la rotta alle leggi che hanno fatto dilagare la precarietà e abbassato il livello dei diritti.

Lo strumento del referendum non ha mai funzionato sui temi del lavoro e ancor meno funziona oggi, in un contesto dove una gran parte dei settori popolari ha perso la speranza di poter cambiare le cose a causa delle tante delusioni subite.

La Cgil, che ha promosso i 4 referendum sul lavoro, si è preoccupata di portare avanti una campagna identitaria, ha provato a rifarsi il maquillage, e non ha tenuto conto della enorme difficoltà di portare a votare più di 26 milioni di italiani. Con l’evidente conseguenza di trascinarci tutti a raccogliere l’ennesima sconfitta e di regalare al governo delle destre una boccata di ossigeno e un’occasione di rinsaldamento interno.

Le componenti politiche del campo largo hanno sostenuto i 5 quesiti referendari in un’ottica elettorale e con l’obiettivo di regolare i conti dentro il centrosinistra. Ora fanno il confronto tra chi ha votato ai referendum e l’elettorato di centrodestra e puntano a gestire i 14 milioni di persone che sono andate a votare, attribuendosele come loro elettorato.

A questo gioco l’USB ha provato a sottrarsi dando vita ad un Comitato referendario indipendente, sostenendo le ragioni dei 5 SI, ma tenendosi a debita distanza dalle logiche strumentali dei promotori. Questa scelta è stata giusta sia perché sarebbe un grave errore confondersi con chi porta sulle proprie spalle tante responsabilità dell’abbassamento delle tutele e dei diritti che soffriamo in questo paese, e sia perché sarebbe ancora più grave confidare nella Cgil e nei suoi alleati politici per una svolta nelle politiche del lavoro e contro lo sfruttamento.

Del resto, basta guardare alla stagione contrattuale appena conclusa o ancora aperta in diverse categorie per accorgersi che niente è cambiato nella logica delle grandi organizzazioni confederali, né in tema di salario, né in tema di diritti e di precarietà, né in tema di democrazia. Quella che è stata condotta sui referendum è stata solo una operazione di immagine che non trova alcun riscontro nelle piattaforme sindacali e nell’azione sui posti di lavoro.

E questo è probabilmente il vero motivo per cui milioni di lavoratori e lavoratrici non hanno creduto alla possibilità del cambiamento attraverso i referendum promossi dalla Cgil. La Cgil non ha più la credibilità per proporsi alla guida di un processo di trasformazione se le chiacchiere di Landini in tv vengono quotidianamente smentite dall’agire concreto di un sindacato abituato alla concertazione più che al conflitto. Stanchi di essere presi in giro, in tanti sono rimasti indifferenti alla proposta dei referendum.

Anche se questa sconfitta, volenti e nolenti coinvolge anche noi, per il clima certamente non positivo che produce tra i lavoratori, dobbiamo saperne raccogliere gli insegnamenti. Innanzitutto la necessità di rafforzare il percorso di organizzazione indipendente: se vogliamo ricostruire un movimento dei lavoratori che possa invertire la rotta dobbiamo sapere riconoscere e smascherare ogni tentativo di rifarsi l’immagine da parte dei sindacati concertativi e dei loro alleati politici. In secondo luogo, dobbiamo sapere che la partita si gioca sul campo, sui posti di lavoro, nelle piazze, sul territorio, ricostruendo tra le persone in carne ed ossa la speranza del cambiamento collettivo, senza affidarsi a scorciatoie che oggi sono impraticabili e controproducenti. Infine, che la lotta è oggi e non è procrastinabile perché stanno trascinando il paese dentro un’economia di guerra gravida di rischi e conseguenze imprevedibili e drammatiche.

Per questo già il 12 occorre sostenere l’iniziativa dei migranti in tante piazze d’Italia e poi il 20 lo sciopero generale e il 21 la manifestazione nazionale a Roma da piazza Vittorio. Per non dare tregua al governo Meloni. Per il salario e contro il riarmo.

Fonte

07/06/2025

Referendum 8-9 giugno: 5 SÌ contro lo sfruttamento. Ma solo la lotta cambia i rapporti di forza

Nel silenzio dei media e nell’indifferenza generale della politica, l’8 e 9 giugno si vota su cinque quesiti referendari che toccano il cuore dei diritti del lavoro e della dignità umana: reintegro per i licenziamenti illegittimi, fine dell’impunità nei subappalti, responsabilità per la sicurezza, contrasto alla precarietà e all’esclusione dei migranti.

USB sostiene il voto per 5 SÌ. Lo facciamo senza ipocrisie né deleghe.

Non dimentichiamo chi ha lasciato approvare il Jobs Act in silenzio, chi ha accettato in cambio di pochi spicci le leggi sulla precarietà, chi ha gestito con il cappello in mano le stagioni delle delocalizzazioni e dello sfruttamento.

Oggi molti di quegli stessi attori si ripresentano come promotori di una riscossa referendaria.

Ma la riscossa vera si costruisce nel conflitto sociale organizzato, non nelle cabine elettorali.

La verità è che questi quesiti non sono neutri né interclassisti: parlano il linguaggio del lavoro sfruttato, dei giovani costretti alla partita IVA, delle famiglie che vivono nel ricatto continuo degli appalti, dei migranti a cui si nega perfino il diritto a esistere.

Per questo non possiamo permettere che l’astensione consegni ai padroni e alla destra la narrazione che “va tutto bene così”.

Votare SÌ non basta, ma è necessario.

Per questo USB invita lavoratrici e lavoratori, giovani, migranti, disoccupati, a partecipare e a votare 5 volte SÌ.

Ma non ci illudiamo: il referendum non è il punto di arrivo, è solo un passaggio.

La vera sfida si gioca nei luoghi di lavoro, nelle vertenze, nella costruzione di un’alternativa politica e sindacale all’altezza del tempo che viviamo. Ecco perché USB ha proclamato lo sciopero generale di tutte le categorie per il 20 giugno.

Ecco perché il 21 giugno saremo a Roma con una manifestazione nazionale che vuole rimettere al centro il conflitto, i bisogni popolari, la difesa del lavoro, dei salari, dei servizi pubblici, della pace e dei diritti sociali.

Sì al referendum. Ma soprattutto sì alla lotta.

20 giugno: sciopero generale.

21 giugno: tutti e tutte a Roma, ore 14:00 Piazza Vittorio Emanuele.

Solo il conflitto può cambiare i rapporti di forza.

Fonte

06/06/2025

“Italia capolista mondiale del precariato, ai referendum 5 sì per cancellare anni di bugie”

In vista dei referendum su lavoro e cittadinanza dell’8 e 9 giugno, la maggioranza di governo invita a disertare le urne. Per Meloni e i suoi alleati, infatti, il successo dei referendum pregiudicherebbe il boom dell’occupazione ottenuto in questi anni. Ma è proprio così? Ne parliamo con l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università Federico II di Napoli, che sui legami tra precarietà e occupazione ha pubblicato ricerche d’avanguardia e ha tenuto importanti dibattiti presso la Scuola Superiore della Magistratura, con Tiziano Treu e altri fautori della flessibilità.

Professor Brancaccio, lei ha sostenuto che la deregulation del lavoro è stato “lo spirito del tempo” che ha dominato l’ultimo trentennio. Può spiegarci?

Nei Paesi Ocse, dal 1990 abbiamo assistito a un crollo medio degli indici di protezione dei lavoratori di circa il 20 per cento e a una riduzione della loro variabilità internazionale di quasi il 60 per cento. In sostanza, c’è stata convergenza internazionale al ribasso, nella direzione del precariato. In questa tendenza generale, l’Italia ha precarizzato più della media. Nel nostro paese, le politiche di flessibilità del lavoro hanno abbattuto le tutele di oltre il 35% per i contratti temporanei e oltre il 20% per i contratti a tempo indeterminato. Siamo stati ai vertici della corsa mondiale a precarizzare.

Il governo sostiene che se al referendum vincono i Sì, ci sarà un aumento della disoccupazione. È così?

È un vecchio slogan totalmente smentito dall’evidenza scientifica. L’88% delle ricerche pubblicate nell’ultimo decennio su riviste accademiche internazionali, mostra che la precarizzazione non stimola affatto le assunzioni e che le tutele non aumentano i disoccupati. Questo risultato è sempre valido, quali che siano le citazioni degli articoli, gli impact factors delle riviste scientifiche esaminate o le tecniche di indagine utilizzate.

Un risultato sorprendente...

Non più di tanto. Già la Banca mondiale nel 2013 riconosceva che “l’impatto della flessibilità del lavoro è insignificante o modesto”. Anche il Fondo monetario internazionale, nel 2016, è giunto alla conclusione che le deregolamentazioni del lavoro “non hanno effetti statisticamente significativi sull’occupazione”. E l’Ocse, nello stesso anno, ha ammesso che “la maggior parte degli studi empirici che analizzano gli effetti delle riforme per la flessibilità, suggeriscono che queste hanno un impatto nullo o limitato sui livelli di occupazione”. Insomma, le stesse istituzioni che per anni hanno propugnato la deregulation, oggi ammettono che questa politica non crea posti di lavoro.

Se la flessibilità non stimola l’occupazione, quali sono i suoi effetti?

L’evidenza scientifica mostra che i contratti flessibili rendono i lavoratori più “docili”, e quindi provocano un calo della quota salari e più in generale un aumento delle disuguaglianze. Anche questo risultato trova conferme in studi pubblicati dalle principali istituzioni, tra cui il National bureau of economic research. Anche da questo punto di vista l’Italia è caso emblematico: da noi la precarizzazione ha contribuito fortemente ad abbattere i salari.

C’è poi il quesito contro gli appalti selvaggi, che mira a contrastare la tragedia delle morti sul lavoro. Che ne pensa?

In Italia, più che altrove, la tendenza storica al declino dei morti sul lavoro si è arrestata. E si intravede una pericolosa inversione della curva. Gli appalti senza regole sono sicuramente parte del problema.

C’è chi dice che la vittoria dei Sì comporterebbe un insostenibile aumento dei costi. Licenziamenti più gravosi e appalti più difficili metterebbero in crisi molte imprese che già faticano a restare sul mercato.

L’idea secondo cui bisogna aiutare in tutti i modi le imprese che non riescono a restare sul mercato è la ragione per cui, nel nostro paese, ancora prosperano enormi sacche di capitalismo inefficiente. Se abitui l’imprenditore a vivacchiare di prebende statali, bassi salari, evasione fiscale e assenza di controlli sulla sicurezza, togli qualsiasi stimolo all’innovazione produttiva. Al contrario, aumentare i costi per il lavoro e la sicurezza è una “frusta competitiva” che forza le imprese a migliorarsi.

Altri avanzano contestazioni politiche: i referendum sono appoggiati anche dal PD, che è lo stesso partito che in passato ha portato avanti le politiche di precarizzazione...

Questa obiezione mi sembra autolesionista. Da Treu a Renzi, ho sempre messo in evidenza le falsificazioni ideologiche dei propugnatori della precarietà che venivano dal PD. Ma se capita l’occasione di intervenire sul quadro legislativo, direttamente e nella direzione giusta, penso che si debba cercare di coglierla.

Anche perché il quorum è a rischio...

È a rischio non per beghe infantili tra fautori dei “piccoli passi” e apologeti del “tanto peggio, tanto meglio”. La verità è che manca la capacità di sviluppare tra masse totalmente depoliticizzate una critica del capitalismo all’altezza di questi tempi tremendi. Molti parlano di carenze organizzative che impedirebbero di creare il movimento. In realtà, opportunamente aggiornato, oggi vale più che mai il vecchio detto: senza moderna teoria “rivoluzionaria” non c’è movimento “rivoluzionario”.

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29/05/2025

5 Sì contro lo sfruttamento

Nel silenzio assordante dei principali mezzi di comunicazione e al margine del dibattito politico nostrano, l’8 e il 9 giugno si voterà per un referendum di straordinaria importanza. Si tratta di esprimere il proprio parere su 5 quesiti. Quattro di essi, quelli di cui tratteremo in questo contributo, riguardano direttamente il tema del lavoro. Il quinto quesito, invece, verte sul tema dei requisiti necessari per ottenere la cittadinanza italiana e propone di dimezzare – da 10 a 5 anni – il periodo di residenza in Italia necessario a un cittadino straniero per richiederla. Si tratta, con ogni evidenza, di una misura di civiltà e decenza, che non si può che accogliere con favore e che ha senza dubbio a che fare con gli altri, in quanto qualsiasi persona con più diritti sarà anche meno ricattabile anche sui luoghi di lavoro. 

La ricattabilità sul posto di lavoro è, di fatto, il tema al centro di questo referendum.

Per capire perché è necessario e doveroso non solo votare sì ai referendum, ma anche mobilitarsi attivamente per una loro riuscita, si possono prendere due strade, complementari e non alternative. 

La prima guarda al contenuto stesso dei quesiti, e mostra come una vittoria del sì contribuirebbe a migliorare, in maniera diretta, le condizioni materiali di vita e professionali di milioni di lavoratrici e lavoratori:

  • Il primo referendum mira ad abrogare una disposizione introdotta dal famigerato Jobs Act del Governo Renzi nel 2015, in virtù della quale la lavoratrice o il lavoratore di un’azienda con almeno 15 dipendenti licenziati dal padrone in maniera illegittima (definizione di ‘illegittimo’ secondo il Dizionario Treccani: che non ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge per essere riconosciuto giuridicamente valido) non vanno reintegrati sul posto di lavoro. Chi vota sì al referendum impedisce al padrone di cavarsela con il pagamento di un semplice balzello quando licenzia al di fuori dei casi e delle procedure stabiliti dalla legge, e lo obbliga a reintegrare la lavoratrice oi l lavoratore al suo legittimo posto
  • Il secondo referendum si occupa delle aziende con meno di 16 dipendenti. Anche nel caso in cui il primo referendum riuscisse a superare il quorum, la tutela che esso prevede si applicherebbe solo alle aziende con più di 15 dipendenti. Per le piccole imprese rimarrebbe la possibilità in capo al padrone di licenziare una dipendente in maniera illegittima, pagando un semplice indennizzo. Il secondo referendum vuole abrogare la disposizione di legge in virtù della quale l’ammontare massimo dell’indennizzo è limitato a sei mensilità. Chi vota sì al secondo referendum vuole rendere più gravoso, per il padrone di una piccola azienda, commettere un abuso.
  • Anche il terzo referendum ha nel mirino una disposizione del Jobs Act. Il Governo Renzi, e la coalizione di centro-sinistra che lo supportava, nella sua offensiva contro il mondo del lavoro rese possibile l’attivazione di contratti a tempo determinato (fino a 12 mesi) senza che il padrone si dovesse neanche dare pena di spiegare quali fossero le ragioni oggettive per la natura precaria e temporanea del contratto. Chi vota sì al referendum vuole reintrodurre un criterio di buon senso minimo, che si applicava fino al Jobs Act, che il Decreto Dignità aveva parzialmente reintrodotto e il Governo Meloni ha di fatto disapplicato: se un lavoro ha natura stabile e continuativa nel tempo, anche il contratto alla base deve essere stabile. La natura temporanea di un contratto deve trovare ragion d’essere non nel desiderio del padrone di mantenere un potere di ricatto nei confronti della lavoratrice o del lavoratore, ma in esigenze produttive specifiche previste dalla legge.
  • Il quarto referendum cerca di limitare uno degli aspetti più deteriori delle pratiche dell’appalto e del sub-appalto (una delle passioni del governo Draghi, ai tempi in cui governavano i "migliori"). Chi vota sì al quarto referendum vuole estendere anche all’imprenditore committente, o all’impresa che ha vinto un appalto e vuole sub-appaltare i lavori a un’impresa terza, le responsabilità in caso di infortunio sul lavoro. Chi vota sì vuole mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio tramite il quale il padrone aumenta i suoi profitti risparmiando sulla sicurezza di lavoratrici e lavoratori

La seconda strada guarda oltre il contenuto specifico di ciascun referendum, e si concentra invece sul significato complessivo dell’appuntamento dell’8 e del 9 giugno, e sul valore politico di ciò che è in ballo. Ciascuna delle norme che i referendum vogliono abrogare è evidentemente deprecabile e ha senza dubbio contribuito a peggiorare la vita di lavoratrici e lavoratori. Al di là dell’impatto specifico che esse hanno, tuttavia, queste norme esercitano un ruolo come ingredienti di una strategia complessiva del padronato italiano per indebolire, vessare e rendere più ricattabile la popolazione lavoratrice. Da ormai diversi decenni, la legislazione sul lavoro nel nostro Paese ha avuto come obiettivo quello di rendere più vulnerabili e più deboli lavoratrici e lavoratori. Ogni singolo provvedimento, ogni goccia di precarietà istillata nel sistema, ogni nuova forma di contratto con garanzie minori di quella precedente, ogni grado ulteriore di libertà nel licenziare garantito al padrone, è servito a diminuire il potere contrattuale della classe lavoratrice, e a rendere possibile ogni successiva accelerazione sulla strada della precarietà. Ogni tutela per il lavoro sacrificata sull’altare della competitività, ogni espressione di retorica che ci vuole far credere che padronato e classe lavoratrice sono sulla stessa barca e hanno gli stessi interessi, ogni scemenza secondo la quale non ci sono i padroni, ma solo imprenditori che garantiscono ed elargiscono lavoro, tutto questo è servito a comprimere i salari e a rendere l’esistenza di chi lavora per vivere più impervia, difficile e spesso miserabile.

È per questo che votare sì ai referendum, oltre a cercare di migliorare su aspetti specifici le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, serve ad affermare un principio e a lanciare un segnale, serve a mettere un intoppo nell’ingranaggio che ci schiaccia e rende i nostri salari non sufficienti per un’esistenza dignitosa, serve a mettere un argine alla ricattabilità e all’indebolimento del nostro potere contrattuale, serve a garantirci la forza per lottare per salari migliori e maggiori diritti. Serve ad invertire la rotta.

E no, il fatto che i referendum siano stati promossi dalla CGIL – un sindacato spesso complice e alfiere della compatibilità – siano sostenuti dal Partito Democratico – un soggetto politico che ha fatto dell’attacco alle tutele del mondo del lavoro la sua ragion d’essere, del resto il Jobs Act porta la firma del PD – e siano trattati da un pezzo di apparato come una maniera per guadagnare peso e influenza all’interno del centro-sinistra, ecco, tutto questo non è una scusa per non andare a votare sì e per non dedicare tutte le nostre energie, da qui all’8 e 9 giugno, al raggiungimento del quorum. A loro resti l’infamia della lunga stagione di politiche reazionarie e contro il mondo del lavoro che ha caratterizzato la nostra storia recente, a noi l’onere di continuare la nostra battaglia per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dai 5 Sì che esprimeremo l’8 e il 9 giugno.

Fonte 

13/05/2025

La posta in gioco sui referendum

La premessa è bene che sia chiara: ai referendum dell’8 e 9 giugno su lavoro e diritti si va a votare per cinque SI.

La materia in discussione attiene alle condizioni di precarietà e schiavitù in cui è stato trascinato il mondo del lavoro da anni di leggi e misure che l’hanno devastato, restituendo una realtà fatta di bassi salari, stragi sul lavoro, precarizzazione e massimizzazione dello sfruttamento.

Per anni governi, padroni e sindacati ne hanno negato gli effetti e legittimato le conseguenze, contribuendo così alla regressione sociale e civile del paese.

La partita dei referendum sta rivelando anche tutto questo e chi ne porta le responsabilità.

È decisamente indecente – ma emblematica – la fronda dentro il cosiddetto campo largo che sta ad esempio sabotando il referendum per l’abolizione del Jobs Act, ovvero l’ultimo dei provvedimenti dopo il Pacchetto Treu e la Legge Biagi, che hanno reso un inferno la condizione di milioni di lavoratrici e lavoratori. Il fatto che sia stato approvato da un governo a guida PD – quello di Renzi – non sarà mai un dettaglio.

Ma anche tra i sindacati complici c’è chi si dimostra più complice di altri come nel caso della Cisl, che non a caso non scioperò contro il Jobs Act nel 2014 né in anni più recenti. La Cisl da tempo sembra voler assumere la fisiologia del sindacato unico fascista e corporativo del tutto allineato ai governi di turno.

Ma non c’è da sorprendersi. Nel 2012, contro la infame Legge Fornero sulle pensioni, Cgil Cisl Uil fecero uno sciopero di “tre ore”. Un chiaro indicatore che il manovratore europeo – in quel caso Monti – non andava disturbato.

La stessa Cgil che ha promosso i referendum, in questi anni non ha certo brillato nel contrastare la regressione complessiva delle condizioni dei lavoratori. La doppiezza tra la roboanza delle dichiarazioni e la capitolazione nei contratti, ha accompagnato e materializzato l’arretramento subìto nel tempo, soprattutto quando a Palazzo Chigi si sono alternati i governi “amici”. I recenti ripensamenti sulla inaccettabilità di alcuni contratti sono benvenuti ma decisamente tardivi, soprattutto se rimarranno episodi e non un ripensamento strategico.

Si arriva dunque alle urne referendarie non con una stagione di lotte sindacali alle spalle – se non in alcune categorie come i trasporti e la logistica – ma come sostitutivo delle stesse.

La posta in gioco sulle conseguenze del Jobs Act in materia di licenziamenti e contratti a termine da tempo meritava una offensiva conflittuale assai più ampia e frontale. Questi provvedimenti hanno inciso profondamente nella carne di lavoratrici e lavoratori, diffondendo una precarizzazione e una insicurezza crescente che nel mondo degli appalti è diventata un verminaio, spesso insanguinato da centinaia di morti sul lavoro.

Sappiamo tutti che la partita dei referendum dipenderà molto dal raggiungimento o meno del quorum. La destra, la Confindustria e il “fuoco amico” nel campo largo giocano molto sulla diserzione alle urne per invalidare la consultazione. Il lavoro sporco in tal senso viene facilitato dalla scarsa comunicazione sui referendum e dal crescente astensionismo.

Vincere i referendum dell’8 e 9 giugno sarà una partita in salita ma giocarla è un dovere per tutti.

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26/03/2024

Storia di classe. La svendita dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Il 24 marzo 2002 la Cgil di Sergio Cofferati riempiva il Circo Massimo “contro l’attacco del governo Berlusconi e di Confindustria all’articolo 18“.

Dal 13 giugno 2004 Sergio Cofferati andrà a fare il “sindaco-sceriffo” del PD a Bologna, carica che manterrà fino al 21 giugno 2009. Dal 2009 al 2019 verrà poi eletto membro del Parlamento europeo sempre nelle liste del Partito Democratico.

Intanto, il governo guidato dal Partito Democratico di Matteo Renzi approva il Decreto Legislativo 4 marzo 2015 n.23 entrato poi in vigore in data 8 ottobre 2016 e, tristemente, noto come “Jobs Act”.

Quella norma sciagurata cancella l’articolo 18 dallo statuto dei lavoratori, ovvero, il divieto di licenziamento senza giusta causa e la possibilità di rivolgersi ad un giudice terzo per chiedere il reintegro sul posto di lavoro.

Ora unite i puntini.

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11/01/2023

Il Governo cambia, la precarietà resta (anzi, cresce)

Tra gli amori che non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, va annoverato senza dubbio quello tra la classe politica italiana e la precarizzazione del mercato del lavoro. Da ormai un trentennio, come abbiamo più volte ripetuto, i governi di tutti i colori, in piena ottemperanza delle direttive europee, si sono prodigati nell’introduzione di varie forme di precarietà, che si cristallizzano nel facilitare la sottoscrizione di contratti a tempo determinato, nella progressiva eliminazione delle tutele contro i licenziamenti ingiustificati e nella legalizzazione dell’intermediazione privata tra domanda e offerta di lavoro (leggasi, agenzie interinali). Questa infausta storia, iniziata con il pacchetto Treu nel 1997, vede senza dubbio una pietra miliare nel Jobs Act, parzialmente modificato dal Decreto Dignità. Ora, in maniera non sorprendente, il nuovo Governo sembra intenzionato ad agire di nuovo nel senso di un ulteriore inasprimento della più sfacciata ed estrema precarietà.

Ripercorriamo brevemente i recenti sviluppi di questa sventurata vicenda.

Il Jobs Act, la famigerata riforma del mercato del lavoro del Governo Renzi, tra il 2014 e il 2015 si è adoperata nella più grande trasformazione delle regole del mercato del lavoro italiane dai tempi dello Statuto dei Lavoratori. Si tratta, naturalmente, di trasformazioni di segno chiaramente opposto, essendo il Jobs Act il manifesto della precarizzazione.

Sul fronte dei contratti a tempo indeterminato, accanto ad una serie di regali sotto forma di sgravi contributivi per le imprese che assumono giovani, si compie un primo capolavoro. Il vecchio contratto viene sostituito dal cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, che in poche parole vuol dire che in caso di licenziamento senza giustificato motivo il lavoratore non verrà reintegrato (come era previsto dall’abrogato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) ma indennizzato per un ammontare di denaro commisurato alla durata del rapporto di lavoro stesso (e fino ad un massimo di 24 mensilità). Si tratta di fatto della precarizzazione anche del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in quanto diventa estremamente conveniente, per il datore di lavoro, sbarazzarsi del proprio dipendente qualora non dovesse più fargli comodo. Al di là della logica economica, questo provvedimento rappresenta un altro tassello fondamentale del progressivo indebolimento della capacità conflittuale della classe lavoratrice. Di fatto, con un semplice indennizzo, il datore ha la possibilità di liberarsi dei lavoratori e delle lavoratrici più conflittuali, più sindacalizzati e meno allineati.

Interventi estensivi vengono effettuati, però, anche nel campo dei contratti a tempo determinato: i precari per eccellenza. Mentre prima del Jobs Act un contratto a termine poteva essere stipulato soltanto in presenza di una comprovata motivazione – legata ad esempio a particolari esigenze produttive del datore di lavoro – i Decreti Poletti eliminano qualsiasi forma di causale. In parole povere, si legalizza la possibilità di offrire un contratto precario indipendentemente da tutto. Inoltre, veniva prevista la possibilità di stipulare questo tipo di contratti fino ad un massimo di 36 mesi, e fino a cinque rinnovi. In linea teorica, quindi, un datore di lavoro avrebbe potuto offrire – senza l’obbligo di addurre motivazioni plausibili – un contratto di sette mesi e poi rinnovarlo per ben cinque volte.

Il Decreto Dignità, approvato dal Governo giallo-verde nel 2018, aveva molto parzialmente e marginalmente messo mano a questo scempio, senza tuttavia alterarne la logica, riducendo la durata massima di un contratto precario da 36 a 24 mesi e reintroducendo l’obbligo di motivazione per tutti i contratti con durata superiore ai 12 mesi.

Arrivando ai giorni nostri, pare che il Governo Meloni voglia ambire allo scettro di Governo più liberista del secolo e restaurare i fasti del Jobs Act. Secondo quanto riportato da alcuni recenti articoli, infatti, il Governo sarebbe intenzionato ad agire sulla causale. In sostanza, si vorrebbe allungare da 12 a 24 mesi la durata di un contratto a tempo determinato sottoscrivibile senza causale, lasciando inoltre alla contrattazione la possibilità di prevedere un’ulteriore estensione di 12 mesi, per un totale, dunque, di 36. La regola generale, tuttavia, dovrebbe essere l’assenza di vincoli per le assunzioni fino a due anni.

E c’è di più: tre le tante ‘cortesie’ fatte a padroni e padroncini, il Governo Meloni, per mezzo della legge di Bilancio 2023, ha reintrodotto la possibilità di ricorrere ai famigerati voucher per alcune tipologie di lavori occasionali. Si tratta di particolari strumenti di retribuzione che, pur comprendendo dei (minimi) contributi pensionistici, non danno diritto a nessuna forma di sostegno al reddito, quali i sussidi di disoccupazione, la malattia, gli assegni familiari, e rappresentano una forma contrattuale iper-precaria.

Ma perché tanta attenzione alle forme contrattuali, in un paese che è capofila nella precarizzazione dei rapporti di lavoro? E perché tanta dedizione nel liberalizzare i contratti precari, in un Paese che ha segnato, nell’estate del 2022, il massimo storico di lavoratori con contratto a termine, e in cui il 35% dei nuovi contratti stipulati nel 2021 era precario? La ricerca scientifica ha ormai smentito qualsiasi efficacia della flessibilizzazione del mercato del lavoro nel favorire un aumento dell’occupazione. Il nostro paese, tra l’altro, ne è un esempio lampante. Se si considera l’indicatore OCSE che descrive il grado di flessibilità del mercato del lavoro, si noterà che nessun altro paese ha visto ridursi così tanto le tutele per i lavoratori e le lavoratrici quanto l’Italia. Ciononostante, l’Italia è fanalino di coda per i bassi livelli del tasso di occupazione e gli alti livelli di disoccupazione. Ciò è dovuto alla cronica carenza di domanda di lavoro, affossata dall’austerità imposta dalle regole europee e a cui i nostri governanti hanno pedissequamente ottemperato.

Mettere mano però alle tutele dei lavoratori ha certamente un’alta efficacia nell’indebolirne la conflittualità e le rivendicazioni salariali in primo luogo. In un periodo in cui l’inflazione morde come non mai il potere d’acquisto degli stipendi di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici, una nuova ondata di precarietà non ne migliorerà le occasioni occupazionali ma sicuramente ne peggiorerà la possibilità di richiedere contratti migliori e meglio pagati. È questa, dunque, la posta in gioco: dotare i padroni di ulteriori armi per difendere i propri profitti e assicurarsi che a pagare il prezzo del carovita siano sempre i soliti.

Fonte

12/10/2022

Non “giornate dei morti su lavoro” ma mai più giorni in cui si muoia di lavoro

Quanta vuota retorica nella “Giornata nazionale morti sul lavoro”: in 9 mesi 800 vittime, 3 al giorno. Lasciando perdere le parole assolutamente inutili e fumose di Mattarella, prendo ad esempio il discorso tutta aria fritta dell’ancora in carica ministro del lavoro, Andrea Orlando (PD) fresco di sfilata in prima fila alla manifestazione nazionale della CGIL di sabato scorso:

“Quello che ho imparato in questa esperienza, è che per quanto si agisca sul piano normativo, repressivo, dei controlli, questo è solo un fronte della battaglia. Un secondo piano, altrettanto importante, è quello culturale, della consapevolezza sia delle imprese che dei lavoratori. Proprio per questo ripeto che serve un grande patto sociale e culturale per riconoscere ai lavoratori la giusta dignità, i giusti trattamenti economici e di welfare, i diritti e standard adeguati di sicurezza”.

“Piano normativo“? “piano repressivo“? “piano culturale“, “nuovo patto sociale“? Ancora un altro “patto”(ne hanno collezionati a decine, uno più inutile dell’altro)?

Ma la perla che supera tutte è “la consapevolezza della imprese“. Povere imprese che, al vaglio dei (pochi) controlli dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2021, sono risultare irregolari al 62%.

Insomma, al solito, nemmeno mezza parola sul famigerato “jobs act”. Una legge criminale che hanno votato tutti, Orlando compreso, e che, avendo abrogato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (1970), ha fatto scivolare ogni lavoratore in una condizione di ricattabilità e subordinazione estrema nei confronti del padrone al punto che la stragrande maggioranza di loro preferisce tacere sui fattori di rischio per la propria sicurezza e salute pur di non di perdere il posto di lavoro.

Questo è. Tutto il resto è fuffa buttata lì per evitare di parlare di questa porcata fatta si da Renzi ma che tutti quelli venuti dopo di lui si sono tenuti ben stretta con l’avallo dei soliti sindacati complici.

Sappiamo che quasi mai si tratta di “tragici e sfortunati incidenti”. Queste morti sono il frutto di un sistema infernale tutto orientato al massimo profitto e all’aumento esponenziale dei tassi di sfruttamento dei lavoratori reso ancora più feroce proprio dall’introduzione e dall’uso massiccio delle nuove tecnologie digitali e dei dispositivi per il controllo a distanza dei lavoratori che impone ritmi di lavoro massacranti e, per ciò stesso, li espone ad un aumentato rischio di errori ed incidenti anche mortali oltre che ad una serie infinita di patologie più o meno gravi.

Un sistema che uccide anche durante i percorsi di formazione scolastica, come dimostrano le morti degli studenti in alternanza scuola-lavoro. E non dimentichiamo nemmeno i tanti morti in itinere, ovvero, quei lavoratori deceduti nel tragitto da o verso il luogo di lavoro.

Sono decessi che avvengono a causa di ritmi ed orari di lavoro insostenibili, come quelli dei riders che, pagati a cottimo, sono costretti a fare più consegne nel minor tempo per guadagnare somme che rimangono irrisorie.

La verità è che i padroni continuano a vedere le norme e le misure a tutela della sicurezza di chi lavora come un costo inutile, da evitare perché intacca i profitti. E allora, sic stantibus rebus, soltanto l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro può essere un deterrente reale contro gli omicidi – perché di questo si tratta – sul lavoro.

Non c’è alternativa: per fermare questa orrenda carneficina quotidiana di lavoratori ci vuole una legge seria che introduca il reato di omicidio e lesioni gravi sul lavoro.

Insomma, il tempo delle chiacchiere vuote ed inutili è finito perché nonostante tutte le buone intenzioni di cui sono generalmente lastricate le strade del paradiso, di lavoro si continua a morire, ogni giorno, grazie a lorsignori.

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18/09/2020

L'infinita lotta di classe di Confindustria

La lettera che il neopresidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha inviato ai presidenti delle associazioni confederate ha fatto capolino sulle pagine dei giornali, attirando l’attenzione anche dei sindacati, per il provocatorio riferimento ai “nuovi contratti rivoluzionari” che gli industriali vorrebbero firmare. L’espressione ha fatto giustamente scalpore, ma una lettura complessiva della lettera fa emergere, in maniera ancora più limpida, la visione di Confindustria nella sua interezza, e ci suggerisce quali saranno i temi su cui lottare nel prossimo futuro e quali i fortini da difendere. L’armamentario retorico padronale, infatti, emerge in tutta la sua limpidezza – condito dalle parole d’ordine dell’antistatalismo e del parassitismo che da sempre contraddistinguono il capitalismo italiano – ma è sulle relazioni sociali e sulla struttura istituzionale del mercato del lavoro che Bonomi indugia con particolare interesse.

Cogliendo l’occasione di criticare il blocco dei licenziamenti e l’estensione della Cassa Integrazione, strumenti di tutela dei lavoratori invisi ai capitalisti e ai loro portavoce politici, Bonomi richiede un’accelerazione della riforma degli ammortizzatori sociali. Richiede dunque, il completo passaggio – in buona parte, a dire il vero, già compiuto dal governo Renzi – da un sistema di ammortizzatori sociali cosiddetto in costanza di rapporto di lavoro ad un sistema basato interamente sulle politiche attive e sulla ricerca di un nuovo lavoro da parte del disoccupato. Fare un po’ di ordine ci servirà non solo a scopo esplicativo, ma anche al fine di segnalare quali sono gli interessi che si vogliono intaccare dietro la retorica edulcorata del riformismo del mercato del lavoro.

Prima del Jobs Act, infatti, il sistema di assicurazione sociale contro la disoccupazione in Italia era sostanzialmente basato su forme di trasferimento – cassa integrazione guadagni (CIG) e indennità di mobilità – non condizionate alla ricerca del lavoro, e che mantenevano comunque il lavoratore in prossimità del proprio posto di lavoro. Questa logica è stata superata quasi definitivamente dal Jobs Act che con la NASPI ha introdotto clausole stringenti per cui si perde il diritto al sussidio e ha spezzato il legame tra lavoratore e posto di lavoro. Prima del Jobs Act, infatti, il sistema di assicurazione sociale contro la disoccupazione in Italia era sostanzialmente basato, oltre che sulla cassa integrazione guadagni, sull’indennità di mobilità per i lavoratori licenziati. L’indennità di mobilità non era condizionata alla ricerca di un’occupazione e manteneva comunque in vita la possibilità del reintegro nel rapporto di lavoro, in quanto per i primi sei mesi dalla cessazione i lavoratori avevano una sorta di “diritto di prelazione”, avendo l’azienda l’obbligo, in caso di nuove assunzioni, di assumere prima i lavoratori in mobilità. Questa logica è stata superata quasi definitivamente dal Jobs Act, che con la NASPI, oltre ad aver eliminato il diritto di prelazione, ha introdotto clausole stringenti, in base alle quali se il lavoratore non accetta determinate offerte di lavoro, perde il diritto al sussidio. In tal modo, la riforma ha contribuito a rendere più labile il legame tra lavoratore e posto di lavoro. Inoltre, sono state introdotte condizionalità anche per i beneficiari di CIG con una sospensione o riduzione dell’orario di lavoro superiore al 50%.

Ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione così come le tutele contro il licenziamento e i contratti a tempo indeterminato sono da anni sotto costante attacco da parte delle Istituzioni internazionali ed europee e dunque dei governi nazionali. In particolare, sussidi e ammortizzatori hanno subìto uno drastico ridimensionamento (nelle eligibilità e nelle prestazioni) poiché si ritiene, in accordo con la teoria economica dominante, che sussidi troppo generosi possano indurre il lavoratore a permanere nello stato di disoccupazione. Emerge quell’odioso approccio al problema della disoccupazione la cui colpa ricadrebbe interamente sul lavoratore. Secondo questa logica, dunque, ridurre la durata del sussidio, accompagnarlo a clausole di condizionalità e alla ricerca ‘attiva’ di una nuova occupazione ridurrebbe l’azzardo morale del lavoratore e lo incentiverebbe a trovare un nuovo lavoro – indipendentemente dal fatto che tale lavoro ci sia o meno. Proprio le clausole di condizionalità, vale a dire l’obbligo di partecipare alla formazione professionale e di non rifiutare un’offerta di lavoro definita ‘congrua’, rappresentano un potente strumento di indebolimento del potere contrattuale del lavoratore. Il rischio di perdere il sussidio, infatti, impedirà di continuare la ricerca di un impiego meglio retribuito costringendolo ad accettare un lavoro indipendentemente dalle proprie aspirazioni. Il corollario di tali misure – e qui entriamo nel campo dell’inganno semantico – sono le famigerate politiche attive del lavoro a gran voce richieste da Bonomi. Esse, lungi dall’essere la panacea per i mercati del lavoro saturi di disoccupati, rappresentano il modo in cui la fiscalità generale si fa carico della formazione professionale dei lavoratori secondo l’interesse delle imprese, nella vana speranza che ciò serva a creare posti di lavoro quando invece non si fa altro che fornire manodopera formata con soldi pubblici al servizio dei profitti privati. Su di esse fa particolare affidamento proprio chi dà una spiegazione della disoccupazione dal lato dell’offerta, vale a dire chi ritiene che la disoccupazione dipenda dalle caratteristiche proprie del disoccupato, e che basterebbe dunque avere caratteristiche in linea con la domanda di lavoro per essere occupati. Ma quando la domanda di lavoro stagna a causa di una domanda aggregata azzoppata dalle rigide regole di bilancio e dal contenimento dei salari, non vi è speranza di aumentare l’occupazione.

Il mondo padronale naturalmente stravede per queste misure e, per voce di Bonomi, richiede che ci si muova ulteriormente su questo solco affinché, si legge, vengano nettamente distinte la parte dell’importo del sussidio di natura assicurativa e la parte strettamente condizionata all’attività formativa. Non solo superare completamente quel “retaggio novecentesco” rappresentato dalla CIG, ma incrementare le condizionalità che gravano sulle spalle dei lavoratori.

Come gran parte della letteratura accademica di stampo liberista e del suo corollario politico, Bonomi chiede esplicitamente di rifarsi alle riforme Hartz, che tra il 2002 e il 2005 misero prepotentemente mano al mercato del lavoro tedesco. Oltre a favorire la diffusione dei mini-job (lavori ultra precari, mal pagati e privi di qualsiasi tutela previdenziale), l’obiettivo di tali riforme è stato quello di ridurre il costo del lavoro tedesco per favorire la competitività delle merci: uno dei metodi attraverso cui ciò è stato perseguito è stato la riduzione delle prestazioni dei sussidi e l’aggravamento delle clausole di condizionalità, logica pedissequamente seguita nel 2014 dal governo Renzi.

Mentre l’evidenza ha ormai smentito l’utilità di tali riforme nel determinare un miglioramento delle dinamiche occupazionali, è ben chiaro cosa esse abbiano prodotto in termini di distribuzione del reddito e di dinamica salariale. La quota salari tedesca, vale a dire la parte del prodotto nazionale che va al lavoro, è diminuita nei primi anni successivi alla riforma, tra il 2002 e il 2008, di ben 4 punti percentuali e ha recuperato il livello del 2001 solo nel 2018, segnando da allora un nuovo trend di decrescita. Una dinamica speculare è stata seguita dal costo del lavoro per unità di prodotto (il rapporto tra il costo e la produttività del lavoro) diminuito di 6 punti percentuali fino al 2008 e tornato ai livelli precedenti soltanto nel 2018. È la logica della deflazione salariale che le politiche europee vogliono estendere a tutta Europa, che il Jobs Act ha decisamente implementato in Italia e che Bonomi invoca prepotentemente. Invocazione che viene condita dalle lagnanze di chi si strappa le vesti per un Paese bloccato poiché i padroni non sono liberi di implementare la “riorganizzazione industriale” (tradotto, licenziare) né di effettuare investimenti. È il ben noto scambio tra riduzione delle tutele e aumento degli investimenti, da sempre promesso, ma, come è logico aspettarsi, verificatosi solo in una direzione: quella della precarizzazione del lavoro.

Al contrario, il volano della crescita economica e occupazionale del Paese risiede in una vigorosa ripresa della spesa pubblica, al di fuori della logica dei vincoli europei, e la ripresa di una grande stagione di contrattazione salariale che restituisca ai lavoratori il potere di acquisto e i diritti perduti e rimetta in discussione la distribuzione del reddito tra salari e profitti. Del resto, a ricordarci quanto ciò sia cruciale è proprio Bonomi. Quella sua roboante, ma in fondo laconica richiesta di contratti rivoluzionari slegati dalla logica novecentesca salario-orario di lavoro, suona come un avvertimento ai lavoratori e ai sindacati: dopo più di un decennio di blocco sostanziale della contrattazione, per cui tra il 2005 e il 2018 le retribuzioni reali sono cresciute di circa il 2%, non illudetevi di vedere aumenti significativi nei vostri salari. Confindustria è pronta e decisa a non consentirlo, e anzi, continua a chiedere al Governo sgravi e sussidi, oltreché il famigerato taglio del cuneo fiscale.

Una posizione emersa con ancora più chiarezza nell’incontro con i sindacati confederali della settimana scorsa in cui il presidente di Confindustria ha chiuso a qualsiasi ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro e ha rilanciato una vecchia battaglia: coniugare aumenti salariali e produttività. Come se quest’ultima dipendesse dai lavoratori e non dalla dinamica economica del Paese e dunque dagli investimenti delle imprese.

La lettera di Bonomi, dunque, ci indica a suo modo la via, ricordandoci che i padroni non hanno mai deposto le armi della lotta di classe e indicandoci quali siano i nostri interessi da difendere: tutela contro i licenziamenti, contrattazione salariale e tutela del reddito dei disoccupati. Allo stesso modo ci chiarisce anche il quadro economico istituzionale in cui queste battaglie troveranno terreno più fertile: un quadro in cui lo Stato riprenda in mano le fila dell’azione economica e si impegni in politiche pubbliche per la piena occupazione. Un quadro senza dubbio inconciliabile con quello attuale.

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28/06/2020

Quando lo sfruttamento si fa smart

L’emergenza COVID-19 ha portato alla ribalta un concetto, quello di “smart working” o “lavoro agile”, che fino a poco prima dell’emergenza interessava una parte minoritaria dei lavoratori.

Come noto, molte attività sono state svolte dai lavoratori – anche su input del Governo – fuori dall’usuale luogo di lavoro (generalmente in casa, data la pressoché totale impossibilità di uscire durante il lockdown). Ciò ha alimentato inevitabilmente un dibattito su questa modalità di lavoro. Se, da un lato, lo smart working può effettivamente mettere il lavoratore nella posizione di avere più tempo libero (si evitano gli spostamenti, si possono utilizzare i tempi morti della giornata lavorativa per svolgere attività utili al lavoratore stesso o al suo nucleo familiare), dall’altro può facilmente condurre ad abusi, soprattutto laddove il passaggio al modello organizzativo basato sul lavoro a distanza avvenga, come è accaduto durante l’emergenza, senza il tempo sufficiente per definire la cornice in cui la prestazione lavorativa deve svolgersi.

Divisi anche gli osservatori. Da un lato, gli ottimisti come Domenico De Masi (sociologo vicino al M5S e, quindi, animato da visioni futuristiche e senza classi sociali, nello stile dei Casaleggio) sostengono che lo smart working sia una specie di pietra filosofale o di macchina del moto perpetuo, grazie alla quale “ci guadagnano tutti”. Dall’altro, il sempreverde Pietro Ichino, che si lamenta della “vacanza pagata al 100%” di cui, secondo lui, avrebbero usufruito i lavoratori pubblici (ma di lui ci siamo già occupati). E, ancora, dal punto di vista dei sindacati, c’è chi sostiene che lo smart working può costituire un nuovo strumento di sfruttamento.

Insomma, lo smart working è una benedizione o una iattura per i lavoratori? Come sempre, dipende dai rapporti di classe e dal contesto istituzionale, ovvero dall’insieme delle norme che regolano i rapporti di lavoro.

Alcune definizioni

Prima di affrontare questo discorso, però, occorre fare chiarezza su alcuni termini. Bisogna tenere ben distinte due diverse categorie di “lavoro a distanza”, ovvero lo smart working e il telelavoro.

Per quanto riguarda il primo, la Legge 81/2017, che ha introdotto il lavoro agile nell’ordinamento italiano, lo definisce così: “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva” (art. 18).

Le parti in grassetto ci aiutano a distinguere questa categoria di lavoro a distanza dal cosiddetto telelavoro. Per quest’ultimo, infatti, è più complicato dare una definizione tratta da disposizioni di legge. In un recente documento prodotto dall’Inail, sul quale torneremo in seguito, si legge: “nel telelavoro si mantiene il requisito più qualificante della subordinazione, l’eterodirezione del datore di lavoro: osservanza cadenzata dei tempi di lavoro, esecuzione della prestazione sotto le regolari direttive del datore di lavoro e compenso. Il telelavoratore è vincolato ad una postazione fissa e prestabilita, nel rispetto degli stessi limiti orari che avrebbe rispettato in ufficio.”

Le principali differenze sono, dunque, le seguenti:

– nello smart working non vi è un luogo di lavoro predefinito. La prestazione può svolgersi sostanzialmente ovunque, fatti salvi i requisiti tecnici eventualmente previsti nell’accordo tra le parti citato dalla legge. Nel telelavoro, la postazione di lavoro è fissa ed è comunicata dal lavoratore al datore di lavoro;

– lo smart working è incentrato sul risultato. In altri termini, non conta il rispetto di un orario di lavoro, ma conta esclusivamente il raggiungimento di determinati obiettivi. Il lavoratore non “timbra”, neanche virtualmente, “il cartellino”. Nel telelavoro viene sostanzialmente rispettato, fatte salve eccezioni, l’orario di lavoro normalmente osservato in ufficio.

È chiaro che l’assenza di un orario di lavoro predefinito, nel lavoro agile, rischia di mettere il lavoratore nella condizione di essere bombardato di richieste dalla mattina alla sera. Per evitare fenomeni di sovraccarico di lavoro, l’illuminato legislatore, con l’articolo 19 della stessa legge, ha previsto che «i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro» debbano essere specificati nell’accordo di lavoro agile. Si parla, in gergo, di “diritto alla disconnessione”.

La legge, ancora, formalmente accorda tutta una serie di garanzie al lavoratore. Diritto all’apprendimento continuo, parità di trattamento rispetto ai lavoratori “in sede”, salute e sicurezza sul lavoro, tutela antinfortunistica. Sembrerebbe una legislazione che fornisce una serie di garanzie al lavoratore. Ma quali sono, allora i possibili rischi dello smart working? Perché si parla dell’emergere di nuove forme di sfruttamento?

L’importanza delle regole del gioco

Più volte, su queste pagine, abbiamo scritto che il contesto legale in cui gli interessi di classi contrapposte si scontrano ha un peso fondamentale nella determinazione degli esiti del conflitto. Ogni scelta volta a influenzare le tutele legali del lavoratore, i suoi diritti, i suoi doveri, la sua capacità di agire, in forma individuale e associata, per difendere o migliorare la propria condizione socioeconomica, ha una connotazione politica. Una modifica alla legge vigente può andare, tendenzialmente, in due direzioni: rafforzare la posizione dei lavoratori o rafforzare quella dei padroni. Allo stesso modo, l’interpretazione della legge, da parte di organi della pubblica amministrazione o da parte del potere giudiziario, dati determinati margini di discrezionalità, può andare nell’una o nell’altra direzione.

La regolamentazione del telelavoro e dello smart working non fa eccezione. In questo periodo di crisi dovuta all’epidemia da Covid-19, lo smart working è entrato prepotentemente nella quotidianità di molti lavoratori. Ciò sia perché tante attività, eseguibili da remoto, sono state effettivamente svolte con questa modalità, ma anche perché, a causa del regime emergenziale, in alcuni casi il passaggio allo smart working si è svolto senza le tutele previste per questa modalità di esecuzione dell’attività lavorativa. Nella pubblica amministrazione, ad esempio, il passaggio allo smart working è stato effettuato prescindendo dagli accordi individuali e dagli obblighi informativi previsti dalla legge. Ciò ha condotto a un modello di lavoro da remoto “ibrido”, che, come denunciato dall’Inail nel rapporto sopra citato, è stato applicato anche nei rapporti di lavoro privati. Un modello, scrive l’Istituto, “non esente da criticità con inevitabili impatti sulla salute e sicurezza“.

Ma il rischio dello sfruttamento non nasce soltanto in assenza dell’accordo tra le parti di cui parla la legge sullo smart working. L’accordo in questione, infatti, dovrebbe definire gli obiettivi che il lavoratore deve raggiungere durante il periodo di lavoro agile. In altri termini, si stabilisce che non conta per quanto tempo si debba svolgere un determinato lavoro. Ciò che conta è che gli obiettivi elencati nell’accordo siano raggiunti con le modalità previste dal medesimo. La legge prevede, infatti, che “L’accordo relativo alla modalità di lavoro agile disciplina l’esecuzione della prestazione lavorativa svolta all’esterno dei locali aziendali, anche con riguardo alle forme di esercizio del potere direttivo del datore di lavoro”.

Cosa ci garantisce, a questo punto, che gli obiettivi richiesti dal datore di lavoro non siano troppo onerosi per il lavoratore? Il lavoratore è in grado, da solo (l’accordo è tra le parti e, dunque, individuale), di firmare un accordo “equo”, ovvero in cui le mansioni svolte possano svolgersi effettivamente, come prescrive la legge, “entro i [soli] limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”?

La risposta, in molti casi, non può che essere negativa. In primo luogo, il lavoratore può non avere le conoscenze manageriali e organizzative per conoscere quante ore di lavoro siano necessarie per svolgere i compiti previsti dall’accordo. Inoltre, l’idea dell’accordo individuale sembra presupporre una contrattazione tra individui dotati della stessa forza contrattuale. Ciò in barba alla tradizione giuslavoristica, che nasce proprio dalla constatazione che il datore di lavoro è infinitamente più forte del singolo lavoratore. Il lavoratore, dunque, potrebbe essere “costretto” (per situazioni emergenziali, per periodi di difficoltà a gestire la vita privata, per via di pressioni esercitate dal datore di lavoro) a firmare un accordo-capestro in cui i tempi convenzionalmente previsti sono del tutto insufficienti per svolgere le proprie mansioni. Alla faccia del diritto alla disconnessione, per adempiere al contratto il lavoratore potrebbe essere costretto a lavorare anche in orari serali, notturni e nei fine-settimana. Altro che conciliazione tra tempi di lavoro e vita privata!

In secondo luogo, non tutte le prestazioni lavorative sono “quantificabili” (ad esempio, individuando come obiettivo un determinato numero di pratiche, di clienti serviti, di e-mail alle quali dare risposta, e così via): ci sono lavori in cui i ritmi sono totalmente o parzialmente aleatori e ciò che conta è la prontezza a rispondere alle richieste. In questi casi, il rischio di essere contattati in qualsiasi ora della giornata per svolgere attività “indifferibili” cresce a dismisura. A fronte di tale incertezza, ciò che però è sicuramente quantificabile sono i costi sostenuti dal lavoratore. Questi si compongono dei costi per l’energia elettrica, la connessione, la manutenzione della strumentazione, il riscaldamento nei mesi invernali, lo spazio occupato in casa, ecc. Ognuno di questi costi si può tramutare in un risparmio per il padrone, e se lo moltiplichiamo per il numero dei dipendenti può raggiungere cifre ragguardevoli, facendo anche di questo aspetto un tema non trascurabile.

Il problema però è ancora più ampio, e coinvolge anche alcune recenti modifiche normative che hanno reso il lavoratore più debole nei confronti del padrone. Ci riferiamo, naturalmente, alle modifiche al regime previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in cui il licenziamento illegittimo poteva essere sanzionato, dal giudice, con l’obbligo di reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato. Questa impostazione è stata spazzata via con l’introduzione del cosiddetto “contratto a tutele crescenti” (temperato da alcuni pronunciamenti della Corte Costituzionale e da alcune previsioni del decreto Dignità), con il quale l’obbligo di reintegrare il lavoratore è stato ristretto a pochi, specifici casi.

Cosa c’entri il contratto a tutele crescenti con lo smart working è presto detto. Non rispondi a richieste in orari improponibili o non ti rendi disponibile a svolgere il tuo lavoro nel fine settimana? Lo spauracchio del licenziamento è sempre dietro l’angolo.

Vi è infine un aspetto che rischia di passare sottotraccia se ci si concentra solamente sul destino del lavoratore preso come singolo. C’è infatti anche la possibilità che grosse porzioni del mondo del lavoro dipendente si trasformino de facto, con la scusa dell’allentamento dell’eterodirezione, in lavoro autonomo. Ciò implicherebbe, in chiave futura, uno stravolgimento del rapporto tra diritti e doveri dei lavoratori, i quali si troverebbero per giunta a fronteggiare queste sfide sempre più isolati rispetto ai loro pari. Ciò è dovuto al forte allentamento dei vincoli fisici e sociali tra lavoratori causati dal distanziamento, che mina così anche la forza rivendicativa collettiva della classe nel suo complesso.

Conclusioni

Il dibattito sullo smart working prende spesso pieghe che ondeggiano tra diatriba filosofica e toni futuristici. È perciò necessario riportare la discussione su di un piano ben ancorato a dati oggettivi di realtà: i rapporti di forza tra le classi sono in grado di piegare uno strumento agli interessi prevalenti. Come ogni innovazione tecnologica o di processo, lo smart working e il telelavoro possono essere indirizzati, tramite strumenti legislativi e amministrativi e attraverso orientamenti giurisprudenziali, in maniera tale da favorire o sfavorire i lavoratori. Il problema quindi non è tanto lo smart working di per sé, quanto il contesto nel quale è implementato.

Per quel che riguarda lo strumento in sé, è chiaro che le minori necessità di spostamenti possono costituire un miglioramento per la vita del lavoratore. Allo stesso modo, la possibilità di spalmare la giornata lavorativa in maniera tale da conciliare vita privata e lavoro può essere considerata, potenzialmente, con favore da chiunque abbia sperimentato la fatica di districarsi tra impegni familiari, personali e lavorativi. Ma vi sono anche dei notevoli peggioramenti insiti nella innovazione in sé, sempre dal punto di vista del lavoratore: il sobbarcarsi i costi necessari per lavorare da casa, l’oggettivo rischio di isolamento rispetto agli altri lavoratori, il sostanziale aumento del peso dei rischi relativi alla salute e alla sicurezza sulle spalle dei lavoratori.

Per far fronte a questi indubbi peggioramenti nelle condizioni di lavoro e ai rischi, sopra delineati, derivanti dallo sbilanciamento della forza contrattuale a favore dei datori di lavoro, occorrerebbe stabilire, tramite la legge o tramite i contratti collettivi, un perimetro di sicurezza oltre il quale il datore di lavoro non può spingersi nel suo tentativo di sfruttare la propria posizione di forza. Sarebbe, però, una pia illusione pensare che ciò possa avvenire per gentile concessione dei poteri dominanti e dei loro portaborse. Messi di fronte a vecchi e nuovi attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori e vecchie e nuove forme di sfruttamento, dobbiamo farci trovare compatti a difesa delle nostre vite, dei nostri diritti e dei nostri salari.

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22/02/2020

Il “Comitato europeo dei diritti sociali” (Ceds) ha reso pubbliche, lo scorso 11 febbraio, le conclusioni del rapporto in merito all’indennità risarcitoria in caso di licenziamento illegittimo prevista dal “Contratto a tutele crescenti” (Catuc) entrato in vigore con il D.l. 23/2015, meglio conosciuto come il “Jobs Act”.

Secondo il Ceds, il Jobs Act con l’abrogazione dell’articolo 18, escludendo a priori la possibilità di reintegro (se non in rarissimi casi) del dipendente e prevedendo un tetto massimo all’indennizzo dovuto dall’azienda, «incoraggia, o quanto meno non dissuade, il ricorso al licenziamento illegittimo», violando così l’articolo 24 della “Carta sociale europea” secondo cui un lavoratore ha diritto a una tutela effettiva e realmente dissuasiva nei confronti del licenziamento illegittimo.

L’abrogazione dell’articolo 18 infatti aveva cancellato l’obbligo di reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente per le aziende con più di 15 dipendenti, sostituendolo con un’indennità monetaria che andava da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità da stabilire in base all’anzianità di servizio. Il “Decreto dignità”, tra le altre timide riforme che nulla intaccavano della logica del Jobs Act, aveva di fatto solo aumentato le mensilità minime-massime entro cui stabilire l’indennizzo, portandole rispettivamente a 6 e 36.

Su questo si era già espressa la nostra Corte costituzionale, che aveva giudicato contraria a i principi di ragionevolezza le disposizioni contenute nell’art. 3, comma 1, riferenti la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore, riattribuendo al giudice la possibilità di stabilire l’indennizzo più congruo oltre i parametri della mera anzianità, dovendo però rispettare la forbice riveduta nel Decreto dignità.

Il Ceds ha ritenuto di andare oltre la sentenza della Corte costituzionale, concludendo che non è ammissibile prevedere un tetto massimo al risarcimento dovuto al lavoratore o alla lavoratrice, inammissibilità su cui grava il meccanismo di riconciliazione previsto dall’art. 6 secondo cui il datore di lavoro può evitare il giudizio mediante l’offerta al lavoratore di una somma pari a una mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio, esentata da oneri fiscali e contributivi, somma che la vittima dell’abuso è di norma orientato ad accettare (risarcimento magari inferiore, ma incassabile in tempi più brevi e quindi con riduzione delle spese legali).

In questa maniera al datore di lavoro verrebbe sottratta l’arma della valutazione puramente economica (in termini di costi-benefici) dinanzi al licenziamento anche consapevolmente illegittimo di un dipendente, non potendo più prevedere l’entità massima della sanzione. Così facendo, il Ceds ha accolto il Reclamo collettivo n. 158 presentato dalla Cgil nel 2017 con il sostegno della Confederazione europea dei sindacati.

Una buona notizia dunque, che tuttavia non garantisce nessun effetto sulla realtà della vita lavorativa dei dipendenti delle aziende medio-grandi del nostro paese, né pone l’accento sulla necessità della reintroduzione piena dell’articolo 18, essendo la reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato suggerita lì dove si pongano le condizioni “concretamente praticabili”.

Infatti il Ceds (composto da 15 membri eletti dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa) è l’organo responsabile del controllo di conformità dei membri aderenti alla Carta sociale europea, ma le sue conclusioni, al contrario per esempio dei pronunciamenti della Corte di giustizia, non sono vincolanti nel nostro ordinamento.

E sono prive di efficacia esecutiva anche quelle del Consiglio d’Europa (composto dai 47 ministri degli esteri dei paesi membri, da non confondere né col Consiglio dell’Unione europea, né col Consiglio europeo), a cui il Ceds ha trasmesso il rapporto ma che formalmente è un’organizzazione estranea, seppure non priva di un certo peso politico, all’Ue: ciò significa che le sue iniziative hanno un valore di semplice indirizzo e non possono essere invocate alla Corte europea dei diritti dell’uomo come parametro di legittimità delle legislazioni nazionali.

Il fatto allora potrebbe avere risvolti politici importanti solo se ci fosse nel paese una mobilitazione tale da mettere sotto pressione il governo attuale (meno credibile le istituzioni dell’Unione, storicamente sorde alle rivendicazioni delle popolazioni dei propri membri, come insegnano la Grecia e la Catalogna) e costringerlo a una vera presa di posizione contro un dispositivo di legge, peraltro, partorito proprio dal Partito democratico e non rinnegato dal Movimento 5 stelle, le due formazioni attualmente al governo.

Se non dalla maggioranza, questa pressione di certo non potrà venire dalla Lega o dai restanti partiti di destra oggi all’opposizione, i quali di un impianto legislativo che sposta i rapporti di forza nel campo delle imprese mediante l’abbandono della prerogativa della stabilità come carattere principale del rapporto di lavoro (venuta meno con la “semplificazione” della disciplina sul licenziamento), sono ben contenti.

A dispetto dell’accoglimento del proprio Reclamo, crediamo che neanche la Cgil (così come la Cisl e la Uil) metterà in moto le proprie strutture per tramutare le parole del Ceds in fatti concreti per la classe lavoratrice. Proprio sul Jobs Act, l’allora accoppiata Landini-Camusso spese infinite parole formalmente in opposizione al “capolavoro teorico” partorito da Pietro Ichino e tradotto in legge dal Pd targato Matteo Renzi, salvo prima movimentare la base quando la legge delega al governo era già stata approvata, e poi firmando, nelle settimane immediatamente successive all’entrata in vigore del Catuc, i contratti del commercio (tra le altre cose, obbligo del lavoro domenicale e possibilità dell’impresa di impartire turni da 44 ore settimanali per 16 settimane) e dei bancari (settore in assoluto bisogno di “flessibilità in uscita” dovuto alle pesanti ristrutturazioni, garantita dall’abrogazione dell’articolo 18), di fatto sottoscrivendo e applicando ciò che sulla carta osteggiava.

Inquadrandolo in una tendenza storica, questa posizione sembra coerente sia con l’ambiguità mostrata dalla segreteria della stessa Cgil targata Epifani alla possibilità, col referendum del 2003, di allargare (tra le alte cose) l’articolo 18 alle imprese con meno di 16 dipendenti (proprio Epifani pronunciò un timido sì solo per sganciare la direzione dall’influenza dell’ex segretario Cofferati, schieratosi addirittura per l’astensione, che aveva difeso lo Statuto dei lavoratori contro l’attacco berlusconiano: motivazioni dunque più di opportunità politica che di battaglia ideologica, come sembrano essere i canti di vittoria odierna per le conclusioni del Ceds, probabilmente per staccare la base dalla deriva leghista), sia con gli ultimi accordi sulla rappresentanza, sulla ripresa economica e sugli Stati uniti d’Europa firmati di concerto con la Confindustria e con la Cisl e la Uil, in una “bizzarra convergenza” tra associazioni padronali e sindacali che mal si sposa con gli interessi contrapposti di cui dovrebbero farsi portatrici.

Al mondo del lavoro l’amara (neanche troppa) consapevolezza di essere al centro di un feroce attacco lungo oramai un quarantennio, fatto di un progressivo e per ora inesorabile arretramento in termini di sicurezza di reddito e di tutele, fino a quella della vita (17mila morti sul lavoro accertate solo nell’ultimo decennio). Per il riscatto tuttavia le parole non possono bastare.

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14/02/2020

Brancaccio - Riforme del lavoro: il re è nudo (e lo sa)

RAI Radio Uno – ERESIE – 14 febbraio 2020 – Le grandi istituzioni economiche internazionali, dal FMI, all’OCSE, alla Banca Mondiale, insistono con l’idea secondo cui la flessibilità del lavoro favorisce l’occupazione. Ma cosa dicono le ricerche di quelle stesse istituzioni? Un commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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11/01/2020

La Furlan si vergogni. L’art.18 va ripristinato non liquidato


La segretaria generale della CISL Annamaria Furlan ha dichiarato che l’articolo 18 è roba del secolo scorso. In questa sua sciocca affermazione è condensato tutto il degrado politico e anche morale di una casta sindacale conquistata dal liberismo e dall’impresa.

Degrado anche morale perché di fronte al dilagare delle sfruttamento fino alla schiavitù, di fronte al ricatto permanente del precariato, di fronte alla regola brutale cui oggi sono sottoposti lavoratrici e lavoratori: o fai così o quella è la porta.

Di fronte alla paura che regna sovrana in ogni posto di lavoro e che offende la stessa dignità delle persone, irridere come fa Furlan alla principale tutela contro i licenziamenti ingiusti non è solo fare la renziana di complemento, ma significa disprezzare la sofferenza di chi si dovrebbe rappresentare.

Non c’è un solo lavoratore in Italia che non senta come una ingiustizia la cancellazione dell’articolo 18, conquista costata sangue sudore e lacrime a generazioni di operai e che il governo Renzi ha soppresso con la complicità di dirigenti sindacali come Annamaria Furlan.

È vero che la tutela contro i licenziamenti ingiusti è una conquista del novecento, ma la sua soppressione ha riportato il mondo del lavoro all’ottocento.

E di questa regressione terribile è responsabile per la sua parte Furlan e con lei anche i dirigenti UIL e CGIL che l’hanno seguita sulla stessa strada e che ora non trovano scandalose le sue parole.

A tutti costoro, visto che nelle fabbriche italiane non ci vanno più, suggerisco almeno di fare un giretto turistico in Francia, così per vedere cosa fa un movimento sindacale vero, come era il nostro prima che i dirigenti di CISL UIL e CGIL si impegnassero per renderlo amico dei padroni e dei ricchi e nemico dei lavoratori.

Signora Furlan si vergogni.

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19/07/2019

17 miliardi regalati dal PD alle imprese in cambio di nulla


Un’azienda assume quando ha del lavoro da far fare a chi assume sennò non lo fa. È un principio economico che è ancora più brutale dove domina il mercato ed è paradossale che proprio i politici che del mercato hanno fatto una divinità, poi se ne dimentichino.

Il PD con il Jobsact ha regalato in tre anni 17 miliardi di sgravi contributivi alle imprese, ce lo dice ora l’INPS.

Renzi spiegò che questo serviva ad incentivare le assunzioni a tempo indeterminato. È bene ricordare che lo stesso governo PD aveva abolito la tutela dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiusti per tutti nuovi assunti. Quindi anche le assunzioni stabili in realtà sono precarie, perché si può essere liberamente licenziati in qualsiasi momento.

Ciò nonostante i dati Inps ci forniscono un quadro clamoroso e scandaloso. La conferme a tempo indeterminato dopo i tre anni di contributi dello Stato è scattata solo per il 54% dei lavoratori. Prima quando non c’erano gli incentivi erano del 51%.

Insomma con 17 miliardi dati alle imprese su un totale di 1,5 milioni di assunzioni, solo il 3% in più rispetto al triennio precedente è diventato a tempo indeterminato (lo ripeto, con la libertà di licenziamento).

Insomma le aziende hanno assunto esattamente coloro che comunque avrebbero assunto, qualcuno in più rispetto al passato per la ripresa economica.

Quindi i 17 miliardi non sono diventati più lavoro, ma più PROFITTI per le imprese. Un puro regalo, come lo sarebbero tutti gli sgravi fiscali promessi dall’attuale governo. Maggiori profitti delle imprese finanziati dallo stato, riducendo la contribuzione pensionistica e le tasse, cioè tagliando risorse alle pensioni e allo stato sociale. Cioè chiedendo ai lavoratori ed ai poveri di pagare i guadagni in più dei padroni.

È una sfacciata politica di classe che dura da trent’anni e che non accenna a finire, visto che il governo attuale vorrebbe accompagnare il sacrosanto salario minimo con nuovi sgravi contributivi e fiscali alle imprese.

Cioè se vogliamo aumentare i salari dei lavoratori più sfruttati, dobbiamo tagliarci le pensioni e la sanità. E poi c’è chi si stupisce che ci sia chi fa fortuna in politica con la guerra tra i poveri...

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27/06/2019

Un’estate (da schiavi) al mare

Pubblichiamo questo contributo di uno studente-lavoratore che fa la stagione in riviera. Ci sembra molto “paradigmatico” rispetto ai reali rapporti di lavoro...

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E così anche quest’anno è ricominciata. Dopo mesi e mesi di edifici sbarrati, di quartieri totalmente disabitati, di negozi, alberghi e ristoranti chiusi, le strade della città tornano ad essere vive; il tessuto produttivo dell’area costiera torna finalmente ad offrire una possibilità di sostentamento e un’alternativa a una fuga che altrimenti sarebbe inevitabile. E così se sei uno studente le lezioni finiscono, si accantonano i libri, se studi fuori sede si fanno le valigie per tornare a casa e ci si prepara a quei tre-quattro mesi di lavoro stagionale che nella riviera romagnola vengono spacciati come una grande opportunità lavorativa per i giovani di emanciparsi economicamente dal proprio nucleo famigliare.

Ma la verità che tutti sanno e che pochi osano denunciare è che ad arricchirsi sono solo le aziende private, le cooperative e le agenzie interinali che come l’associazione albergatori e quella bagnini fanno profitti smerciando ai padroni una manodopera proveniente soprattutto dal meridione e dall’est Europa, mentre i lavoratori, soprattutto con poca esperienza o immigrati, sono altamente ricattabili e sostituibili, e così costretti ad accettare condizioni che rasentano forme di schiavitù di fatto regolamentate.

Quella che una volta era considerata una delle mete turistiche più belle in Italia maschera da sempre un sistema marcio fatto di iper-sfruttamento e lavoro nero che affligge tutti i settori della categoria lavorativa stagionale, da quello balneare, alberghiero, a quello della ristorazione, della logistica e del turismo.

Una condizione disumana che continuando ogni anno palesa come le amministrazioni locali siano solo delle rappresentanti degli interessi padronali locali e di come i sindacati presenti sul territorio, come la CGIL e CISL (gli stessi che si sono opposti all’introduzione del salario minimo), non si pongono mai in rottura con questi, ma si fanno vedere tra i lavoratori solo nel momento di guadagnare qualche spiccio con le domande di disoccupazione.

Per questo il piagnisteo del sindaco di Gabicce, Domenico Pascuzzi (PD), che ha dichiarato sulle colonne di Confindustria lo stato di “emergenza vera” per la mancanza di stagionali, scaricando tutta la responsabilità al reddito di cittadinanza e continuando la retorica della “fannulloneria generazionale”, fa salire ancor più rabbia.

Come se la colpa fosse di noi giovani sfaticati che non abbiamo voglia di lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni, senza giorno libero, di essere reperibile h24 se si viene da fuori e si ha la (s)fortuna di avere una stanza sul posto di lavoro, con paghe di 4–4,50 euro all’ora in media, con contratti il più delle volte da apprendista o a chiamata e che coprono solo un paio d’ore lavorative reali, con buste paga finte, fatte ad oc per non far risultare il lavoro nero e in ambienti lavorativi che denigrano totalmente la salute e la dignità di chi ci lavora.

Non solo ci addossa la colpa ma tralascia anche di esplicitare che è proprio il suo PD a detenere da più mandati l’amministrazione della maggior parte dei comuni e delle province della zona (e anche della stessa regione Emilia-Romagna), lo stesso partito che col Ministro Poletti ha praticamente regolamentato, attraverso il jobs act, l’estensione del ‘modello romagnolo’ a tutto il mercato del lavoro del Paese.

Che si tratti quindi della riviera romagnola, di quella ligure o campana, di una metropoli o di una città è solo questione di sfumature, appare chiaro che lo sviluppo del settore terziario in seguito al processo di deindustrializzazione dell’Italia, è stato accompagnato politiche di smantellamento dei diritti dei lavoratori, producendo una totale asimmetria nei benefici del turismo: un’enorme risorsa di profitto per i padroni, e sfruttamento e precarietà per chi ci lavora.

Non è più accettabile lavorare in condizioni simili, è arrivato il momento di dire basta allo sfruttamento stagionale e organizzarci per rivendicare insieme i nostri diritti!

Pubblichiamo questo contributo di uno studente-lavoratore che fa la stagione in riviera. Ci sembra molto “paradigmatico” rispetto ai reali rapporti di lavoro...

E così anche quest’anno è ricominciata. Dopo mesi e mesi di edifici sbarrati, di quartieri totalmente disabitati, di negozi, alberghi e ristoranti chiusi, le strade della città tornano ad essere vive; il tessuto produttivo dell’area costiera torna finalmente ad offrire una possibilità di sostentamento e un’alternativa a una fuga che altrimenti sarebbe inevitabile. E così se sei uno studente le lezioni finiscono, si accantonano i libri, se studi fuori sede si fanno le valigie per tornare a casa e ci si prepara a quei tre-quattro mesi di lavoro stagionale che nella riviera romagnola vengono spacciati come una grande opportunità lavorativa per i giovani di emanciparsi economicamente dal proprio nucleo famigliare.

Ma la verità che tutti sanno e che pochi osano denunciare è che ad arricchirsi sono solo le aziende private, le cooperative e le agenzie interinali che come l’associazione albergatori e quella bagnini fanno profitti smerciando ai padroni una manodopera proveniente soprattutto dal meridione e dall’est Europa, mentre i lavoratori, soprattutto con poca esperienza o immigrati, sono altamente ricattabili e sostituibili, e così costretti ad accettare condizioni che rasentano forme di schiavitù di fatto regolamentate.

Quella che una volta era considerata una delle mete turistiche più belle in Italia maschera da sempre un sistema marcio fatto di iper-sfruttamento e lavoro nero che affligge tutti i settori della categoria lavorativa stagionale, da quello balneare, alberghiero, a quello della ristorazione, della logistica e del turismo.

Una condizione disumana che continuando ogni anno palesa come le amministrazioni locali siano solo delle rappresentanti degli interessi padronali locali e di come i sindacati presenti sul territorio, come la CGIL e CISL (gli stessi che si sono opposti all’introduzione del salario minimo), non si pongono mai in rottura con questi, ma si fanno vedere tra i lavoratori solo nel momento di guadagnare qualche spiccio con le domande di disoccupazione.

Per questo il piagnisteo del sindaco di Gabicce, Domenico Pascuzzi (PD), che ha dichiarato sulle colonne di Confindustria lo stato di “emergenza vera” per la mancanza di stagionali, scaricando tutta la responsabilità al reddito di cittadinanza e continuando la retorica della “fannulloneria generazionale”, fa salire ancor più rabbia.

Come se la colpa fosse di noi giovani sfaticati che non abbiamo voglia di lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni, senza giorno libero, di essere reperibile h24 se si viene da fuori e si ha la (s)fortuna di avere una stanza sul posto di lavoro, con paghe di 4–4,50 euro all’ora in media, con contratti il più delle volte da apprendista o a chiamata e che coprono solo un paio d’ore lavorative reali, con buste paga finte, fatte ad oc per non far risultare il lavoro nero e in ambienti lavorativi che denigrano totalmente la salute e la dignità di chi ci lavora.

Non solo ci addossa la colpa ma tralascia anche di esplicitare che è proprio il suo PD a detenere da più mandati l’amministrazione della maggior parte dei comuni e delle province della zona (e anche della stessa regione Emilia-Romagna), lo stesso partito che col Ministro Poletti ha praticamente regolamentato, attraverso il jobs act, l’estensione del ‘modello romagnolo’ a tutto il mercato del lavoro del Paese.

Che si tratti quindi della riviera romagnola, di quella ligure o campana, di una metropoli o di una città è solo questione di sfumature, appare chiaro che lo sviluppo del settore terziario in seguito al processo di deindustrializzazione dell’Italia, è stato accompagnato politiche di smantellamento dei diritti dei lavoratori, producendo una totale asimmetria nei benefici del turismo: un’enorme risorsa di profitto per i padroni, e sfruttamento e precarietà per chi ci lavora.

Non è più accettabile lavorare in condizioni simili, è arrivato il momento di dire basta allo sfruttamento stagionale e organizzarci per rivendicare insieme i nostri diritti!

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30/09/2018

Alternanza scuola-lavoro e cultura d’impresa

Il problema non è che gli studenti del Classico vadano a fare i gommisti e quelli del Tecnico si ritrovino a fare fotocopie. L’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria per tutti gli istituti Superiori dalla legge 107, meglio nota come Buona Scuola, è il dispositivo centrale di un’operazione propagandistica: la disoccupazione giovanile nascerebbe da un disallineamento tra le competenze dei diplomati e le richieste del mondo del lavoro. Spariti d’incanto decenni di ristrutturazione selvaggia dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro su scala internazionale, la responsabilità delle difficoltà occupazionali delle giovani generazioni viene attribuita ad una presunta inadeguatezza della scuola. Agli studenti e alle loro famiglie si fornisce da un lato l’illusione che qualche settimana in azienda faciliterà, poi, l’inserimento lavorativo, dall’altro la percezione che le materie oggetto di studio sono lontane dalla realtà e non sono realmente importanti per la vita. Intanto, la scuola pubblica, divenuta fornitrice di mano d’opera a costo zero, è sottoposta ad una vera invasione di campo da ditte, terzo settore, banche, assicurazioni, studi professionistici, che propongono agli studenti “pacchetti formativi”, talora persino a pagamento. Sfatiamo un luogo comune: non esiste una buona alternanza, perché non è emendabile un dispositivo strategico di adattamento sociale e di stravolgimento delle finalità educative. E’ necessario chiedere alle forze politiche una moratoria nell’applicazione dell’alternanza, dispositivo che compromette gravemente la dignità e lo spessore culturale del percorso educativo, la libertà di insegnamento, la necessaria indipendenza della scuola dalle pressioni del mercato.

Nell’ambito del processo di aziendalizzazione che, da almeno due decenni, investe il sistema della pubblica istruzione l’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria per tutti gli istituti Superiori dalla legge 107, meglio nota come buona scuola, rappresenta uno snodo cruciale, sia per le sue implicazioni -pratiche e teoriche- sia per il suo carattere strategico.

L’alternanza è esemplare di come la quantità possa trasformarsi in qualità, fino a caratterizzare una nuova impostazione scolastica. La riforma renziana, infatti, non ha inventato gli stages in azienda, già da tempo praticati in totale autonomia da molti istituti tecnici e professionali, ma ne ha sancito l’obbligatorietà, li ha estesi ad ogni tipo di scuola di secondo grado ed ha aumentato massicciamente il numero di ore (200 per il triennio dei Licei, 400 per quello dei Tecnici).

Già il nome attribuito al progetto è significativo: istituendo una relazione dicotomica tra i due ambiti, si nega che lo studio sia un lavoro che, come tale, necessita di un tirocinio psico-fisico, oltre che intellettuale e si esprime una concezione piuttosto primitiva, per la quale il lavoro è solo quello manuale o, comunque, quello espletato in azienda. Dietro tanta approssimazione e semplificazione si cela, in realtà, una profonda svalorizzazione dei contenuti culturali ed etici che dovrebbero trovare nella scuola il loro terreno privilegiato.

L’alternanza è paradigmatica di una scuola progettata per il mercato: da un lato tende a spostare il baricentro della formazione dalla scuola - ritenuta obsoleta, perché nel nostro Paese è ancora legata alla trasmissione e rielaborazione di un patrimonio culturale - all’impresa, dall’altro svolge un ruolo di adattamento sociale non trascurabile, considerate le dinamiche lavorative del nuovo millennio.

Il suo presupposto si basa su una colossale mistificazione che una martellante campagna mediatica ha cercato di trasformare in evidenza: la disoccupazione giovanile nascerebbe da un disallineamento tra le competenze dei diplomati e le richieste del mondo del lavoro. Spariti d’incanto decenni di ristrutturazione selvaggia dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro su scala internazionale, taciuta vergognosamente la complicità di una classe politica attenta solo a recepire le richieste dei mercati ed incapace di progettare politiche economiche di ampio respiro, la responsabilità delle difficoltà occupazionali delle giovani generazioni viene attribuita ad una presunta inadeguatezza della scuola, chiamata, quindi, a colmare questo ritardo attraverso la didattica delle competenze e la collaborazione con le imprese. Dovendo dare, naturalmente, a questo assioma una parvenza di scientifica oggettività, il testo della “buona scuola“ porta a sostegno i dati emersi da un’inchiesta McKynsey 2014, secondo cui il 40% della disoccupazione giovanile avrebbe carattere non congiunturale, ma strutturale e nascerebbe dallo scarto”  tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare e ciò che la nostra scuola effettivamente offre”. (http://labuonascuola.gov.it/documenti,p.106) Tutta la costruzione regge, insomma, su una sola fonte e sul metodo della decontestualizzazione dei dati rilevati, assunti come significativi in sé ed inappellabili e non ricondotti ad uno scenario economico ed occupazionale di ben diversa complessità e rispondente ad una ben precisa ratio.

Riduzionismo informativo e demagogia si mescolano per mettere a segno due obiettivi: assolvere le classi dirigenti dalle gravissime responsabilità nel campo delle politiche del lavoro e sociali e, contemporaneamente, attaccare la scuola pubblica e portarne avanti la progressiva destrutturazione.

L’alternanza diventa il dispositivo centrale di un’operazione demagogica e propagandistica indirizzata agli studenti e alle loro famiglie, ai quali si fornisce da un lato l’illusione che qualche settimana in azienda faciliterà, poi, l’inserimento lavorativo, dall’altro la percezione che le materie oggetto di studio sono lontane dalla realtà e non sono realmente importanti per la vita. Non solo: si dà corpo ad una concezione della scuola come luogo di formazione della futura manodopera che contrasta radicalmente con il portato di una lunga ed elaborata tradizione pedagogica per la quale la scuola è, innanzitutto, luogo di formazione della personalità umana, della coscienza civile, dell’educazione della ragione e dei sentimenti, attraverso la trasmissione (che è anche rielaborazione) delle conoscenze.

Operazione demagogica, perché gli ideatori della buona scuola sono i primi a sbandierare con compiacimento la rapidità dei mutamenti dell’assetto produttivo e lavorativo della cosiddetta “società della conoscenza” e, quindi, sono perfettamente consapevoli dell’inutilità pratica dell’alternanza ai fini dello sviluppo di competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro e che, nel giro di poco tempo, rischiano di divenire obsolete. La finalità perseguita è un’altra: l’elaborazione di uno strumento efficace per aprire la scuola pubblica ad una vera invasione di campo da parte di enti esterni: ditte, terzo settore, banche, assicurazioni, studi professionistici, compagnie navali che propongono agli studenti “pacchetti formativi”, talora persino a pagamento. La scuola è stata trasformata in un mercato appetibile che fornisce mano d’opera a costo zero e consente l’attivazione di convenzioni di tipo privatistico.

L’alternanza diventa, pertanto, il fulcro del processo di aziendalizzazione che sta snaturando in profondità la scuola, così come ogni ambito della vita pubblica, a partire dalla politica. Ben lontano dall’essere un parto naturale dei riformatori nostrani, trova il suo humus nelle “raccomandazioni” espresse in sede europea sul finire del secolo precedente. In particolare, il Libro bianco del 1995 del Commissario europeo con delega alla formazione e cultura Edith Cresson invita a stabilire nuovi ponti tra scuola e impresa, cui si conferiscono le credenziali di luogo formativo con correlate agevolazioni fiscali. Non solo: questo documento prospetta la possibilità di sostituire in futuro il titolo di studio, troppo rigido, con “una tessera personale delle competenze” sulla quale verrebbero registrate di volta in volta le acquisizioni del titolare, in modo da consentire al datore di lavoro una rapida valutazione delle qualifiche dell’aspirante lavoratore in ogni momento della sua vita. (www.mydf.it/DOC_IRASE/librobianco_Cresson.pdf, pp.10,11).

La certificazione delle competenze sarebbe demandata in buona parte alle imprese; in questo contesto la scuola sembra avviarsi a divenire un’agenzia formativa tra le altre, conformemente al nuovo scenario dell’apprendimento permanente funzionale alla mobilità dei lavoratori in base alle esigenze dell’economia. Non è possibile, salvo fraintenderne funzione e fini, estrapolare l’alternanza dal quadro più vasto delle politiche del lavoro programmate dai centri economico-politici decisionali sul breve-medio termine: il suo perfetto equivalente in ambito lavorativo è il jobs act, al quale essa prepara disinvoltamente i giovani, sin dall’età scolare. Non solo: fornisce alibi a mobilità, flessibilità, sottoccupazione, facilità di licenziamento, mettendo a disposizione delle imprese lavoratori non pagati da usarsi in sostituzione di quelli ancora abituati a percepire un salario, per quanto irrisorio. Ciò, naturalmente, è reso possibile da un quadro occupazionale caratterizzato ormai da contratti a tempo determinato o “atipici”.

Che, poi, la scuola sia chiamata ad attuare queste stesse politiche, così estranee al suo ambito d’intervento e alle sue finalità, prelude ad un capovolgimento radicale della sua struttura e del suo ruolo, di cui stiamo vedendo solo le prime avvisaglie. L’alternanza, insomma, funziona da efficace cavallo di Troia di una destrutturazione del sistema dell’istruzione, già delineata nelle sue linee essenziali attorno agli anni ’90 del Novecento, a cominciare dalla presenza di esperti esterni che garantiscono flessibilità quanto a reclutamento e fedeltà ideologica ai valori dell’impresa e del mercato, rispetto ai quali si sottolinea il persistere di una certa tiepidezza da parte dei docenti italiani. (La rimostranza viene espressa nei quaderni dell’Associazione TreeLLLe, think tank di ambito confindustriale che si propone di studiare le proposte per migliorare la qualità dell education e alla quale si sono largamente ispirati gli autori della buona scuola; cfr., in particolare, http//wwwtreellle.org/files/III/quaderno-8,p.21.)

L’alternanza come primo passo verso una progressiva esternalizzazione della docenza, con significativo cambiamento del profilo giuridico (libero da vincoli contrattuali ritenuti troppo rigidi) e professionale (da insegnanti alle prese con un sapere disciplinare a formatori chiamati ad addestrare a specifiche competenze richieste dal mondo esterno) va di pari passo con la sua funzione di dispositivo ideologico rivolto ai ragazzi per indirizzarli alla “cultura d’impresa” e all’autoimprenditorialità.

Se, infatti, con Harry Braverman, riteniamo che nella scuola non ha capitale importanza solo ciò che si impara, ma anche ciò a cui ci si abitua (cfr. Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel xx secolo,Einaudi, Torino,1978,p.287), non è di poco conto considerare che l’alternanza scuola-lavoro abitua gli studenti a lavorare gratuitamente dietro il presunto apprendimento di qualche abilità utile dopo il diploma. Se a ciò si aggiunge l’insistenza sulla necessità di una formazione permanente per rimanere sempre aggiornati rispetto alle esigenze del mercato del lavoro, si profila uno scenario futuro molto allettante per i profitti delle imprese, estremamente preoccupante per quanto riguarda la dignità del lavoro, già ampiamente devastata dalla deregolamentazione introdotta dalle “riforme” neoliberiste. L’alternanza proietta direttamente l’adolescente nella condizione lavorativa già predisposta per la gran maggioranza dei diplomati di lavoratore flessibile, sottopagato, docile, disposto ad accettare come normali demansionamenti, mobilità e precariato, incline a sentirsi personalmente responsabile in caso di disoccupazione o sottoccupazione, poiché privo di adeguate competenze o di soddisfacenti capacità imprenditoriali.

E’ doveroso sfatare un luogo comune che, criticando l’applicazione concreta dell’alternanza quale si è registrata in questi tre anni, non ne mette per nulla in discussione la sostanza che, peraltro, gli sfugge. Non esiste una buona alternanza, perché non è emendabile un dispositivo strategico di adattamento sociale e di stravolgimento delle finalità educative, rimosse a vantaggio di un economicismo che svilisce la scuola a luogo di formazione e addirittura di diretto collocamento di forza lavoro in possesso di qualche abilità settoriale di tipo tecnico. Il problema di fondo non consiste nello scarto tra la mancata corrispondenza fra le attività svolte dagli studenti durante lo stage in azienda e il loro piano di studio. Che gli studenti del Classico vadano a fare i gommisti e quelli del Tecnico si ritrovino a fare fotocopie in qualche ufficio, rappresenta solo un lato marginale e folkloristico del problema. E il problema è l’ingresso massiccio dell’impresa e della logica del mercato nella scuola, sia come concreta invadenza in termini di tempi, di spazi e di contenuti, sia come modello organizzativo, nonché culturale. Avrebbe dovuto sollevare l’indignazione del mondo intellettuale la perdita di un numero consistente di ore di lezione, di tempo sottratto alla trasmissione e rielaborazione delle conoscenze, alla riflessione critica, all’approfondimento disciplinare, tempo prezioso per la crescita umana e culturale che, per la maggior parte dei ragazzi, qualunque sia l’indirizzo frequentato, solo la scuola può offrire. L’alternanza comporta, inevitabilmente, un impoverimento dei contenuti, una compressione dei programmi e, in questo senso, è perfettamente organica alla “didattica delle competenze”. Che tale levata di scudi non ci sia stata, salvo qualche lodevole eccezione, rappresenta un’ulteriore riprova di un declino culturale complessivo, di un’attenzione alle sirene mercantilistiche che autorizza previsioni poco rosee relativamente alla tenuta di un pensiero critico e della stessa democrazia.

L’alternanza, in quanto meccanismo predisposto per un connubio contro natura scuola-impresa che sottrae specificità culturale ed educativa alla prima, nonché spazi istituzionali, costringendola sul terreno socialmente vincente della seconda, ipoteca gravemente il futuro della pubblica istruzione. Essa non ha nulla a che vedere con il riconoscimento della dimensione del lavoro e dell’esperienza pratica nella vita dei ragazzi, come viene suggerito da chi cerca di correggerne le storture più evidenti, con il fine di legittimarne la presenza, seppur in forme riviste. Le scuole, già da tempo, possono organizzare progetti estivi con gli enti locali per l’inserimento lavorativo, peraltro pagato, dei ragazzi che desiderino dedicare una parte delle loro vacanze allo svolgimento di un’attività professionale. L’ alternanza non promuove il lavoro che, anzi, svilisce in una nuova forma di apprendistato non riconosciuto socialmente ed economicamente, ma l’ideologia aziendalistica, non a caso, si avvale dell’educazione “all’autoimprenditorialità” consigliata già dalla scuola materna, mentre, nella concretezza della prassi scolastica, disputa il terreno ai saperi disciplinari, avvertiti come estranei alla ragione calcolante e strumentale.

E’ necessario chiedere alle forze politiche una moratoria nell’applicazione dell’alternanza, sulla scia di un appello, forte di migliaia di adesioni, lanciato nel dicembre 2017 da alcuni docenti. (cfr. Appello per la scuola pubblica. Un documento sulla scuola e sull’Istruzione: da leggere,pensare e sottoscrivere) L’obbligatorietà, il consistente monte-ore, la presenza di consulenti esterni, il suo essere requisito vincolante per l’ammissione alla Maturità compromettono gravemente la dignità e lo spessore culturale del percorso educativo, la libertà di insegnamento, la necessaria indipendenza della scuola dalle pressioni del mercato.

Fernanda Mazzoli

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