Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/02/2024
Tanti “lavoretti” in un paese senza futuro
Il mistero è tale, appunto, solo per i cretini o i mentitori di professione (il governo e l’intero arco parlamentare). Se tutto “lo sviluppo” avviene in settori ad alta intensità di lavoro, ma con “strumenti di lavoro” pressoché inesistenti, il risultato non può che essere questo.
Fuori di discorsi generici: se il 13% del Pil viene dal turismo, e continua a crescere, è evidente che lì la “produttività totale dei fattori produttivi” non può crescere più di tanto. Camerieri, autisti, cuochi, operatori delle pulizie, ecc, puoi anche farli lavorare 20 ore al giorno, ma la produttività oraria non cresce. E figuriamoci i salari.
Al contrario, in una fabbrica, se “l’imprenditore” investe comprando macchinari più moderni, nella stessa unità di tempo produce molto di più. Ma naturalmente diminuisce il numero degli occupati perché quelle macchine richiedono assai meno braccia e gambe per funzionare.
È la fotografia impietosa degli “imprenditori” italici, avidi di profitto ma col braccino corto sugli investimenti e, soprattutto, con nessun “gusto per il rischio”. Meglio il turismo e la ristorazione, insomma, dove con pochi soldi si prova a mungere la vacca dei visitatori di passaggio (finché dura...), dove gli incassi sono immediati e si verifica velocemente se vale la pena di continuare o smettere, piuttosto che dedicarsi ai capannoni da riempire di macchine e operai, con prodotti che non sai se avranno successo o meno (la “competizione” è bella da dire in tv, ma difficile da fare), e soprattutto con profitti che arriveranno – forse – dopo un tempo comunque lungo.
Ma questo è il “modello di paese” che è stato lasciato crescere sopprimendo l’industria pubblica (perché gli industriali, qui, si sono sempre ben guardati dal “rischiare”, tranne qualche testa fina) con privatizzazioni tutte – senza eccezioni – fallimentari in termini di produzione, profitti e occupazione.
Perché solo questo “il privato” sa effettivamente “fare meglio”.
In Francia – certo non un “paese socialista” o guidato da pericolosi estremisti – si sta lavorando alla fusione tra Stellantis (Peugeot più Citroen, più Fiat, Chrysler, Jeep, ecc.) con Renault. In entrambe le multinazionali dell’automobile lo stato francese ha una partecipazione rilevante e dunque spinge per avere un colosso unico, sotto il proprio occhio vigile, in grado di provare a reggere la sfida con Volkswagen, Toyota e Ford. Per non dire dei colossi cinesi che stanno per sommergere il mercato europeo.
L’italica Fiat, nutrita per decenni con regali pubblici senza contropartita, è semplicemente andata via. Bye bye, deficienti, e grazie di tutto...
Ora la situazione è chiarissima, in primo luogo nella prospettiva.
Di produrre qui, con “forze autoctone”, qualcosa da proporre al mondo non se ne parla quasi più. Al massimo hanno successo (ma sempre meno) i “contoterzisti” che lavorano su parti destinate ad essere assemblate dalle industrie tedesche. Nel ciclo dell’auto, per esempio, possiamo proporre solo... i freni (Brembo, probabilmente i migliori al mondo ma, insomma, sempre freni sono, mica automobili...).
E così in qualsiasi altro settore. Nell’informatica avevamo avuto dei pionieri di successo (Olivetti), ma il tocco di Debenedetti è stato fatale anche in quel caso. Sparita dopo il breve successo di fatturato dovuto alla massiccia vendita di computer già fuori mercato all’amministrazione pubblica (la ricerca, costosa ma fondamentale in quel campo, era stata tagliata per prima...).
Se qualcuno ancora si può arricchire facendo dell’Italia la Florida d’Europa, il paese in generale – in termini di Pil, ricchezza distribuibile, salari, ecc. – ci rimette. Ma ai nostri tanti padroncini dal braccino corto, retorica nazionalista a parte, che gliene frega?
Fonte
03/10/2023
Un paese di camerieri, ristoratori e albergatori non basta più “a fare Pil”
A soffrire è l’industria che a luglio ha subito una nuova caduta (-0,7%; da inizio anno -1,9%). I consumi, rimasti fermi nel secondo trimestre, hanno avuto un continuo calo nel terzo, con i beni che restano penalizzati rispetto ai servizi. E poi ci sono la precarietà e le basse retribuzioni nel mercato del lavoro che producono un freno ai redditi e al potere d’acquisto dei salari.
Questo scenario, non particolarmente roseo, si rileva da quanto descritto da Confindustria nel suo rapporto sulla congiuntura: “Dopo la caduta nel secondo trimestre, il Pil italiano è stimato debole anche nel terzo e le attese sul quarto non sono migliori: al calo di industria e costruzioni si affianca la battuta d’arresto nei servizi. Non si fermano i rialzi dei tassi Bce, il credito è in caduta insieme alla liquidità, il costo dell’energia torna a salire. Ne risentono consumi e investimenti, mentre latita la domanda estera”.
L’inflazione è scesa al +5,3% annuo a settembre ma per i generi alimentari la moderazione non si vede proprio (+8,6%). I prezzi energetici al consumo crescono poco (+1,7% annuo), ma a settembre le quotazioni di gas e petrolio sono già risalite (35euro/mwh e 93 dollari al barile).
Per Confindustria l’altro tasto dolente, è quello sui mutui, dove l’effetto provocato dalla Bce, con il rialzo veloce e pesante dei tassi di interesse, ha provocato un raffreddamento della domanda interna nel tentativo di ridurre l’inflazione.
Secondo Confindustria l’aumento dei tassi è di +2,84 punti percentuali fino a luglio 2023, lo stock di mutui è di 425 miliardi di euro, di cui vanno considerati solo quelli a tasso variabile, stimati al 38% del totale (162 miliardi). “Risulta un aggravio di interessi annui pari a +4,6 miliardi, in aggregato. Che pesa da subito, nel 2023, dato che le rate sui mutui variabili si aggiornano mese per mese”.
Il maggiore onere connesso all’aumento degli interessi è abbastanza concentrato, perché riguarda solo le famiglie che hanno comprato casa con un mutuo variabile, una quota che è stimata pari al 4,9% delle famiglie italiane (1,2 milioni, su 25,6 totali). E non si tratta necessariamente di famiglie povere, infatti in Italia l’affitto è più diffuso tra le famiglie a minor reddito, mentre la proprietà e quindi il mutuo è più diffuso tra quelle a maggior reddito.
Ma così procede e incide anche la corsa del costo del credito per le imprese italiane (+5,09% a luglio) e peggiora la caduta dei prestiti (-4,0% annuo). Una quota crescente di imprese non ottiene credito (8,2% a settembre). Secondo Confindustria la domanda è frenata da condizioni troppo onerose, ma pesano anche i più rigidi criteri di accesso. La liquidità delle imprese si sta prosciugando (-10,1% in un anno i depositi), mentre aumentano i ritardi nei pagamenti e il deterioramento dei vecchi prestiti.
Emerge da questi dati che lo storico progetto delle destre di fare dell’Italia un paese meramente a vocazione turistica – piegando a questa investimenti, domanda alloggiativa, urbanizzazione, territori etc. – non può funzionare come volano dell’economia. Un paese di camerieri, albergatori, ristoratori per i turisti non ha un futuro. Serve anche un sistema industriale non desertificato come quello che ormai abbiamo, investimenti tecnologici e infrastrutturali “utili”, salari decenti per chi lavora. Prima ce se ne rende conto, meglio è.
Pensare di risollevarsi con i pellegrini nel Giubileo o con l’Expo è una mera e dolorosa illusione. A meno che, come ai tempi passati, non si immagini una economia fondata sul “taccheggio” dei pellegrini lungo la via Francigena o il “saccheggio”dei turisti nelle città d’arte. Ma alla fine la voce si sparge e la pacchia finisce.
Fonte
07/08/2023
Lo sguardo dei viaggiatori stranieri sulla quotidianità del Terzo Reich
di Gioacchino Toni
Julia Boyd, Turisti nel Terzo Reich. Viaggiare in Germania all’epoca del nazismo, Luiss University Press, Roma, 2023, pp. 424, € 26,00 stampa, € 14,99 ebook
Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Germania esercitava ancora una forte attrazione sugli stranieri presentandosi come un paese incantevole e incontaminato, con le sue città, i suoi borghi medievali, i suoi castelli e le sue cattedrali risparmiati dal conflitto, a cui si aggiungeva il fascino della sua cultura romantica e della sua tradizione musicale. La quantità di stranieri che, per vari motivi, soggiornavano e attraversavano il paese – in buona parte statunitensi e britannici – era decisamente elevata, tanto da arrivare a toccare nel 1937 quasi il mezzo milione di presenze l’anno.
Raccogliendo le testimonianze di tanti studenti, giornalisti, diplomatici, letterati, musicisti ecc., il corposo volume di Julia Boyd ricostruisce lo sguardo con cui i viaggiatori stranieri osservavano la quotidianità tedesca nel periodo hitleriano. Molti di loro avevano già un’idea ben precisa della Germania hitleriana prima di mettervi piede e la loro permanenza in terra tedesca, spesso, non faceva che confermare le loro aspettative; pochi cambiarono idea dopo avervi soggiornato. Tra gli stranieri presenti in Germania, almeno fino al 1937, a denunciare la deriva intrapresa dal paese erano soprattutto giornalisti e diplomatici ma, in molti casi, ai loro allarmi si guardava con disinteresse in patria.
Non è facile, sostiene, Boyd, trovare una spiegazione al perché così tanti statunitensi e britannici inviassero i loro figli a soggiornare nella Germania nazista persino quando la guerra sembrava sempre più imminente. Nonostante a livello internazionale non mancassero i timori che Hitler potesse condurre a un nuovo conflitto, molti visitatori desideravano vedere in lui un uomo di pace. Inoltre, l’enfasi nazista sull’ordine e sulla ferrea disciplina non mancava di esercitare un certo fascino sugli stranieri.
Nonostante fosse passato poco tempo dalla fine del primo conflitto mondiale, molti dei britannici che mettevano piede in Germania tendevano a guardare a quel paese come a un modello a cui ispirarsi. I viaggiatori statunitensi, sottolinea Boyd, pur stupiti dalla diffusione capillare di proclami antisemiti, faticavano ad affrontare criticamente la persecuzione nei confronti degli ebrei non solo in quanto, in molti casi, erano antisemiti loro stessi, ma anche perché ciò li avrebbe costretti a fare i conti con le discriminazioni praticate nel loro paese nei confronti degli afroamericani.
Inizialmente, per conquistarsi i favori stranieri, i nazisti insistevano molto nel presentarsi come baluardo alla minaccia “bolscevico-ebraica”. E se diversi viaggiatori di fede antibolscevica erano pronti a denunciare l’onnipotenza della polizia segreta, la propaganda martellante e l’autoritarismo del paese di Stalin, non altrettanto erano disposti a fare nei confronti di quello di Hitler, forse che le finalità di quest’ultimo bastassero a far passare del tutto in secondo piano tutto il resto.
Le prime testimonianze raccolte dal volume fanno riferimento al periodo weimariano, quando gli stranieri, nel visitare la Germania, non potevano che notare quanto fosse diffuso il risentimento per le condizione imposte dal Trattato di Versailles accentuato dall’impressionante livello di malnutrizione e povertà che toccava anche il ceto medio soprattutto nelle grandi città.
A stupire i viaggiatori britannici e statunitensi erano anche le tante espressioni artistiche, cinematografiche e teatrali d’avanguardia, il livello di emancipazione femminile, il libertinismo che si respirava a Berlino e, più in generale, la tendenza a un’esibizione del corpo del tutto sconosciuta nei loro paesi di provenienza. Negli ultimi anni della Germania weimariana a colpire i visitatori stranieri era anche l’incredibile attenzione riservata alle aggregazioni giovanili da parte di associazioni ecclesiastiche e formazioni politiche.
In apertura degli anni Trenta, la crisi dilagante aveva ridimensionato la presenza di visitatori stranieri in Germania, inoltre, le prime forme di turismo organizzato diminuirono le spese pro capite dei gruppi rispetto a quelle dei viaggiatori in proprio. Dopo la presa del potere da parte di Hitler, non pochi stranieri notarono come pian piano i tedeschi, a prescindere dalle precedenti posizioni politiche, si allineassero sempre più al nazismo per questioni di sopravvivenza.
Nel volume sono riportati gli sguardi attraverso cui i viaggiatori stranieri guardarono al rogo dei libri, ai sempre più frequenti sequestri di oppositori operati nottetempo e alle persecuzioni nei confronti degli ebrei. A proposito di queste ultime, dalle testimonianze raccolte, emerge come molti stranieri tendessero a ritenerle “un piccolo prezzo da pagare” per la rinascita di una grande nazione di cui si comprendeva, tutto sommato, il risentimento post Versailles.
Nel 1933 così vedeva invece le cose il giornalista francese di sinistra Daniel Guérin:
Per un socialista, visitare la Germania al di là del Reno era come esplorare le rovine di una città dopo un terremoto. Qui, fino a poco tempo fa, c’era il quartier generale di un partito politico, di un sindacato, di un giornale, là una libreria per i lavoratori. Oggi a quegli edifici son appese enorme bandiere con la svastica. Questa era solita essere una strada rossa; qui sapevano come si combatte. Oggi ci si imbatte solo in uomini silenziosi, dagli sguardi tristi e preoccupati, mentre i bambini ti spaccano i timpani con i loro “Heil Hitler!” (p. 114)
Quegli ostelli che solo poco tempo prima erano gremiti di giovani escursionisti pacifici ora erano occupati da giovani nazisti con cinturoni, stivali e la cravatta della Gioventù hitleriana indossata sulla camicia color cachi, indottrinati a ricordare agli stranieri che era grazie a loro se si stava salvando il pianeta dal bolscevismo. Non era difficile immaginare come questi giovani così entusiasti della disciplina a cui erano stati assoggettati prima o poi sarebbero stati ben disposti a prender le armi.
Oltre a notare quanto i giovani fossero stati coinvolti dal movimento nazista, qualche osservatore straniero restò stupito dal vedere come il ceto medio fosse disponibile a rinunciare a diverse libertà conquistate nel periodo weimariano e come molte donne, in nome dell’“interesse del popolo tedesco”, accettassero di abbandonare il lavoro per occuparsi solo della famiglia e di essere riprese se fumavano in pubblico o se andavano in giro truccate.
Se molti viaggiatori stranieri preferivano non guardare troppo in profondità la realtà tedesca, Guérin aveva notato come esistessero ancora luoghi nelle città tedesche in cui i nazisti preferivano non avventurarsi: nei bassifondi di Amburgo, ad esempio, continuavano a comparire sulle mura scritte come “Morte a Hitler!” e “Lunga vita alla rivoluzione”. Per qualche tempo, osservando piccoli comportamenti quotidiani, alcuni viaggiatori dedussero che non tutti i tedeschi sembravano in realtà convinti nazisti.
Consapevole dell’importanza del turismo come strumento di propaganda, il regime si adoperò per mostrare ai visitatori stranieri quanto la Germania fosse una nazione “amante della pace”, gaudente e ospitale: «“Venite a vedere con i vostri occhi” vantava un opuscolo “i progressi che sta facendo la Germania: disoccupazione assente, produzione ai massimi livelli, sicurezza sociale, grandi opere per lo sviluppo industriale, pianificazione economica, efficienza organizzata, una dinamica volontà di unire le forze, un popolo felice ed energico, lieto di condividere i sui successi con voi”» (p. 119).
A colpire gli stranieri era anche l’utilizzo propagandistico del festival wagneriano di Bayreuth, della festa del raccolto sulla collina di Bückeberg nei pressi di Hamelin, della rappresentazione della Passione di Oberammergau, di cui si accentuavano i caratteri antisemiti già presenti alla sua nascita secentesca. Probabilmente a sbalordire maggiormente i visitatori stranieri erano le tante iniziative neopagnane che celebravano il solstizio d’estate spronando i giovani al fervore patriottico. Molti stranieri raccontarono degli imponenti festeggiamenti annuali tenuti sulla collina di Hesselberg, scelta come Montagna Sacra dai nazisti, in cui si danzava attorno a un grande falò rivolgendo preghiere al sole e venerando Hitler. Centinaia di viaggiatori stranieri parteciparono agli oceanici raduni di Norimberga organizzati tra il 1933 e il 1938 e in diverse loro testimonianze raccontarono di quanto fossero coinvolgenti.
Nei primi tempi il campo di Dachau, inaugurato nel 1933, veniva mostrato con orgoglio ai visitatori stranieri. Le testimonianze riportate nel volume sono di diverso tono; mentre alcuni visitatori mettevano l’accento sul terrore che si poteva leggere negli occhi dei reclusi, consapevoli di essere in balia del totale arbitrio delle guardie, altri evidenziavano come, dopotutto, non si trattasse che di una modalità di rieducazione attraverso il lavoro. «L’antisemitismo era diffuso nell’alta società inglese, come pure in Francia e in buona parte dell’America. Analogamente il destino dei comunisti, degli zingari, degli omosessuali e dei “malati di mente”, che finivano a Dachau insieme agli ebrei, non rappresentava di certo una questione scottante per molti» (p. 154).
La testimonianza di uno straniero che aveva voluto sperimentare la partecipazione a un campo di lavoro nei primi anni del regime hitleriano riporta la facilità con cui era risuscito a integrarsi con lo spirito cameratesco dei giovani presenti e, soprattutto, come le esercitazioni fisiche che si tenevano – come nelle scuole – pur essendo eseguite senza armi, si sarebbero potute rivelare un ottimo addestramento per un futuro conflitto militare.
Stando a Boyd non erano pochi gli statunitensi presenti a Berlino nel 1934 per il congresso battista – che si diceva contrario al razzismo e all’antisemitismo – ad apprezzare la Germania hitleriana per aver «dato alle fiamme cumuli di libri e riviste diseducativi» facendo «piazza pulita delle librerie ebraiche comuniste» (p. 140). A visitare il paese erano anche diversi letterati europei e statunitensi. Anche in questo caso l’esperienza diretta aveva confermato il giudizio che già avevano del regime.
Nel volume viene racconta anche l’esperienza di un gruppo di studenti cinesi decisi a passare un periodo di vacanza a Berlino anche perché meno costosa rispetto alla capitale francese ove studiavano. Dai resoconti di questi studenti emerge un certo fastidio per l’ossessione con cui i tedeschi si esibivano costantemente in saluti a braccio teso e, soprattutto, la piena consapevolezza delle politiche repressive riservate agli ebrei.
Rimettendo piede in Germania dopo alcuni anni, qualche visitatore aveva notato come la popolazione apparisse improvvisamente più bionda; nel solo 1934 erano state vendute nel paese oltre 10 milioni di confezioni di tinta per capelli, mentre il rossetto, considerato non in linea con l’ideale femminile ariano, era letteralmente scomparso.
Nel 1936 si erano svolte in Germania sia le olimpiadi estive che quelle invernali e ciò aveva portato nel paese – soprattutto a Berlino – un numero elevato di stranieri, seppure, a conti fatti, inferiore alle attese. Per il regime nazista si trattava di una grande occasione per mostrare al mondo la rinascita e l’efficienza del paese. Se qualche inviato straniero colse l’occasione per denunciare quanto i giochi intendessero nascondere il totalitarismo del regime, così invece si esprimeva l’antisemita e razzista presidente del Comitato olimpico americano Avery Brundage: «Nessuna nazione dai tempi dell’antica Grecia ha colto il vero spirito olimpico come la Germania» (p. 218).
Anche nel biennio 1937-1938 il numero di visitatori stranieri in Germania restava alto. Nel commentare la sua visita alla mostra di Arte degenerata inaugurata a Monaco nel 1937, un commentatore straniero si diceva colpito dall’insistita presenza presenza tra le opere esposte di didascalie, punti esclamativi e interrogativi, «quasi come se i nazisti avessero paura che i visitatori non le schernissero abbastanza» (p. 270).
Curiosi sono i commenti rilasciati da un uomo di provate simpatie naziste come Crawford, consigliere del re d’Inghilterra, a margine della sua partecipazione (su invito) a una delle crociere a basso prezzo che lo stato, tra il 1933 ed il 1939, offriva ai lavoratori tedeschi: stupito dal cameratismo e dalla naturalezza con cui i tedeschi rispondevano con entusiasmo agli ordini loro impartiti – cosa, a suo avviso, inimmaginabile per i britannici – con ironia espresse il convincimento che i tedeschi fossero gli unici al mondo «nati socialisti».
Parrebbe che persino i viaggiatori fondamentalmente ostili al nazismo guardassero istintivamente oltre il regime e vedessero quella che immaginavano essere la reale Germania: un paese che, nonostante tutto, conservava la sua inossidabile capacità di sedurre e incantare (p. 281).
A partire dal 1938, quando si assistette a una vera e propria escalation di violenze, la visione della Germania da parte dei viaggiatori stranieri iniziò a cambiare; diversi “scoprirono” quanto sino ad allora non avevano saputo o voluto vedere e si resero conto di come la guerra fosse sempre più imminente. Non a caso nel 1939 le presenze straniere sul suolo tedesco diminuirono decisamente e molti tra i presenti optarono per abbandonare velocemente il paese. Poi arrivò la guerra. «Tutti i racconti che ci hanno tramandato gli stranieri ancora in grado di viaggiare in modo indipendente nel Reich durante gli ultimi tre anni di guerra sono raccapriccianti e commoventi al tempo stesso. Un tema li accomuna, i bombardamenti» (p. 229)
Ricostruendo le modalità con cui tanti viaggiatori stranieri avevano guardato alla quotidianità tedesca durante il regime hitleriano, il volume di Boyd, pur non aggiungendo nulla di nuovo sulla Germania del periodo, ha il merito di mostrare come a lungo, soprattutto i britannici e gli statunitensi avessero voluto vedere soltanto ciò che confermava il giudizio che già avevano sul regime e come, in diversi casi, forti delle convinzioni antibolsceviche e antisemite, che di certo non mancavano nei paesi d’origine, vi avessero guardato con una certa benevolenza, almeno fino allo scoppio della guerra.
Certo, non erano mancate voci dissonanti, provenienti da chi politicamente manifestava convincimenti risolutamente antinazisti, ma, complice anche la composizione sociale dei viaggiatori, i più non trovarono poi così disdicevole il totalitarismo incontrato visto che questo garantiva, ai loro occhi, l’efficiente rinascita di una nazione umiliata dal Tratto di Versailles e, soprattutto, un baluardo al comunismo. E pazienza per chi ne faceva e ne avrebbe fatto le spese con lo scoppio della guerra.
Attorno alla metà degli anni Trenta molti viaggiatori stranieri erano stati favorevolmente colpiti dal livello di idealismo e patriottismo manifestato dai tedeschi comuni, cosa che ritenevano del tutto impossibile nei loro paesi. Altra cosa che, come testimoniano diversi racconti, aveva profondamente colpito gli occhi dei visitatori era l’ostinato desiderio dei tedeschi di essere apprezzati, capiti e rispettati dagli stranieri.
Persino alla fine degli anni Trenta era ancora possibile per uno straniero passare settimane in Germania e non provare niente di più spiacevole di una puntura d’insetto. Tuttavia c’è una differenza tra “non vedere” e “non sapere”. E dopo la Notte dei cristalli del 9 novembre 1938 non potevano esserci scusanti per un viaggiatore straniero che affermasse di “non conoscere” la vera natura dei nazisti (p. 362).
A distanza di tempo, la disinvoltura con cui si tende ad appiccicare l’etichetta “nazista” a tutto ciò che si presenta autoritario rischia di sminuire la portata di quanto accaduto. Meglio sarebbe non dimenticarsi mai cosa è stato davvero il nazismo e di cosa è stato capace.
23/01/2023
Il governo Meloni spiana la strada allo sfruttamento dei “lavoretti”
Dal 1° gennaio infatti possono fare ricorso alle “prestazioni occasionali” anche i datori di lavoro che occupano da 6 a 10 dipendenti, condizione che era vietata fino al 31 dicembre (il limite era 5 dipendenti). Non solo. È raddoppiata anche la possibilità di utilizzo: fino a 10mila euro con quattro o più prestatori (5mila fino all’anno scorso con due o più prestatori); è abrogata la deroga per le aziende alberghiere. Infine le strutture ricettive del turismo e le discoteche, sale da ballo e night-club possono farvi ricorso per tutti i lavoratori.
Sono queste le modifiche introdotte – su pressione delle imprese del settore – dalla legge 297/2022 (legge Bilancio 2023) varata dal governo Meloni. L’Inps ha recepito queste amare novità per migliaia di lavoratrici e lavoratori con la circolare 6/2023.
La disciplina delle attività occasionali, ossia dei piccoli lavoretti un tempo gestiti con i voucher e oggi rientranti nella definizione di «prestazioni occasionali», fino al 2021 era articolata su due direttrici: il contratto di prestazione occasionale – “Prest.O” – per i datori di lavoro, cioè soggetti con partita Iva; oppure con il “Libretto Famiglia” per le persone fisiche, cioè per quei soggetti estranei ad attività professionali e d’impresa.
La nuova legge introdotta dal governo riforma la materia ma solo sul primo versante, quello relativo ai datori di lavoro, con due novità: l’estensione del campo di applicazione e la separazione della disciplina nel settore agricolo, per il quale introduce un contratto specifico.
Dal 1° gennaio, dunque le “prestazioni occasionali” sul lavoro sono soggette a tre scenari normativi:
– il contratto di prestazione occasionale (“Prest.O”);
– il “Libretto Famiglia”;
– le “prestazioni agricole di lavoro subordinato occasionale a tempo determinato” (max 45 giornate).
Adesso con la nuova legge, possono farvi ricorso anche i datori di lavoro con hanno alle dipendenze fino a 10 lavoratori, mentre fino all’anno scorso il limite si fermava a 5 addetti. Altra novità è l’abrogazione della norma che accordava un limite più alto (8 dipendenti, per le prestazioni rese da specifici lavoratori: pensionati; giovani con meno di 25 anni; disoccupati; percettori prestazioni sostegno del reddito) alle aziende alberghiere e strutture ricettive che operano nel settore turismo le quali, pertanto, rientrano ora nel limite alto (10 dipendenti). Per espressa previsione, inoltre, rientrano nel contratto “Prest.O” anche le attività occasionali svolte per discoteche, sale da ballo, night-club e simili (codice Ateco 93.29.1) con riferimento a tutti i prestatori (fino al 31 dicembre, come detto, era possibile solo per alcune categorie).
Infine è previsto anche il raddoppio del limite di utilizzo delle prestazioni occasionali da parte dei datori di lavoro. Fino al 31 dicembre 2022 i limiti erano:
– prestatori = massimo 5mila euro annui di compensi in relazione a tutti gli utilizzatori;
– prestatori = massimo 2.500 euro annui di compensi in relazione a ciascun utilizzatore;
– utilizzatore = massimo 5mila euro di compensi in relazione alla totalità dei prestatori.
Dal 1° gennaio sono diventati:
– prestatori = massimo 5mila euro annui di compensi in relazione a tutti gli utilizzatori;
– prestatori = massimo 2.500 euro annui di compensi in relazione a ciascun utilizzatore;
– utilizzatore = massimo 10mila euro di compensi in relazione alla totalità dei prestatori.
In pratica il blocco elettorale di consenso del governo (albergatori, balneari, proprietari di locali e imprese della recezione, proprietari agricoli etc.) ha ottenuto mano libera nel ricorso legalizzato a questo tipo di “lavoretti” vedendosi estendere le possibilità di utilizzo sia per numero di dipendenti che per tetto economico. Un incentivo alla precarietà e allo sfruttamento in settori come turismo e agricoltura.
Fonte
20/02/2022
Roma. Chiudono i grandi hotel: 300 licenziamenti, turismo in crisi
Dallo Sheraton al Cicerone, arrivando al Majestic e Ambasciatori Palace è grande la rabbia dei lavoratori che proprio ieri, in occasione della chiusura della prima fase del confronto sindacale per l’hotel di via del Pattinaggio, hanno dato vita ad una manifestazione a difesa del comparto de turismo. Un comparto che anche e soprattutto a Roma è in estrema difficoltà: tra lavoratori diretti e indotto la crisi potrebbe mettere a rischio circa 8mila posti.
La catena di chiusure e licenziamenti era iniziata con lo Sheraton. Chiuso a causa della pandemia dal 16 marzo del 2020 non ha più riaperto. La proprietà, approfittando dell’assenza di prenotazione e dello stop agli eventi, ha avviato i lavori di ristrutturazione prima avviando la cassa integrazione, e poi ha licenziato i dipendenti. Adesso la stessa sorte colpisce anche lavoratrici e lavoratori di altri grandi hotel della Capitale.
Roma è una città che sta pagando un prezzo più altissimo, 350 sono gli alberghi romani chiusi temporaneamente da marzo 2020, ma alcuni rischiano di non riaprire e sono migliaia i dipendenti che potrebbero perdere definitivamente il lavoro.
Nel caso del Majestic, storico hotel a 5 stelle in via Veneto, la proprietà ha deciso di chiudere e ha comunicato il licenziamento collettivo. La proprietà, E.G.A. Esercizio Grandi Alberghi, ha motivato la decisione con la grave situazione finanziaria che si è venuta a creare dopo due anni consecutivi di pandemia.
All’Hotel Cicerone, la proprietà, poco prima di Natale, ha deciso di avviare la procedura di licenziamento collettivo. A rischio il posto di lavoro di una trentina di lavoratori (31 unità per la precisione).
Nel caso dell’Ambasciatori Palace di via Veneto, la proprietà ha avviato le procedure di licenziamento collettivo per 51 lavoratori.
Fonte
25/05/2021
La stagione degli orrori
Finalmente, ora che le restrizioni si stanno progressivamente allentando, stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti e più in generale tutte le strutture di ricezione turistica sono in rampa di lancio per la stagione estiva. Il relativo afflusso di turisti, unito ad un deciso miglioramento della situazione epidemiologica, ha infatti spinto il Governo a dare luce verde al comparto turistico che, con gradualità e in sicurezza, può così ripartire, tornando a produrre reddito e occupazione.
Fin qui, sembrerebbe, tutto bene. Il turismo conta all’incirca per il 15% del prodotto nazionale, e il congelamento di questo comparto (ristoranti e bar chiusi o attivi solo per l’asporto, contenimento della mobilità tra regioni, limitazione agli arrivi dall’estero, etc.) ha dato una significativa sferzata all’economia italiana. Stando ai dati ISTAT, il turismo è stato il settore più duramente colpito dall’emergenza sanitaria, con una diminuzione di 187 mila occupati (pari all’11,3% degli occupati nel settore). Per dare un’idea della rilevanza del comparto, 4 persone su 10 di quelle che hanno perso il lavoro tra il 2019 e il 2020 apparteneva al settore del turismo.
Benedette riaperture, verrebbe da dire. Da qualche settimana, tuttavia, assistiamo ad un accorato allarme lanciato dagli imprenditori che si occupano di turismo, ai quali fa spesso da megafono la voce di qualche politicante. Nonostante questi numeri impietosi, nel rialzare le serrande gli imprenditori del settore starebbero affrontando un dramma: non ci sarebbero lavoratori stagionali da assumere. Le associazioni datoriali lamentano con forza l’assenza di cuochi, camerieri, baristi e bagnini. Emblematici sono i casi della Toscana, del Trentino e della riviera romagnola, dove mancherebbero all’appello migliaia di lavoratori, dai 5000 ai 7000 addetti, e per questa ragione le strutture ricettive farebbero fatica a ripartire. Si sta insomma diffondendo una velenosa retorica stando alla quale il turismo sta provando a risollevarsi ma le sue ali verrebbero tarpate dalla carenza di lavoratori. Le imprese del settore, infatti, pare non trovino personale. Sembra paradossale, ma nonostante più di tre milioni di disoccupati, e nonostante le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi lo scorso anno (specialmente nel comparto turistico), i padroni lamentano l’assenza di manodopera.
La voce del padrone è stata immediatamente raccolta dall’istrionico governatore campano Vincenzo De Luca, il quale avrebbe trovato nel Reddito di Cittadinanza il ‘colpevole’ di questa carenza di manodopera. Testualmente, De Luca ha asserito che “non si trovano più camerieri e lavoratori per le attività stagionali”, e che per questa ragione “alcune attività non riapriranno”. Schiettamente, il Governatore ha sostenuto che “questo è uno dei risultati paradossali dell’introduzione del reddito di cittadinanza”, perché “se mi dai 700 euro al mese (…) non ho interesse ad alzami alle sei e ad andare a lavorare”.
Persino un provvedimento blando, che non emancipa le fasce più deboli della società dalla condizione di povertà, né intacca il paradigma dell’austerità a cui si deve la cronica disoccupazione del paese e che, tra l’altro, con le clausole di condizionalità ha parzialmente introiettato la logica per cui il lavoratore sia per natura svogliato e debba essere disincentivato a poltrire, mette in fibrillazione i padroni. Giorno dopo giorno, infatti, l’assalto ai lavoratori si fa più subdolo: dopo anni di austerità e disoccupazione, attacco ai sindacati e diffusione del precariato, con conseguenze evidenti e peggiorative sui salari, ora si scarica loro addosso la colpa di voler campare delle briciole, perché di quello si tratta, del Reddito di cittadinanza, invece di accettare di essere sfruttati.
Senza sapere né leggere né scrivere, verrebbe da chiedersi, facendo lo sforzo di provare a prendere per buono il ragionamento di De Luca, per quale motivo una persona ragionevole dovrebbe preferire un lavoro a due spicci, senza tutele e con un orizzonte temporale breve (stagionale, per l’appunto), al sussidio di cittadinanza. Non solo, per essere coerenti con la teoria economica dominante, che anima le velleità di imprenditori e liberisti vari, qualora un’offerta di lavoro non fosse soddisfatta, non rimarrebbe che aumentare il salario offerto (o in genere, migliorare le condizioni offerte) fino a quando esso non sia sufficiente a convincere il lavoratore ad accettarla. Ma qui siamo di fronte a ben altro atteggiamento: un disgustoso pianto da chi non è disposto a pagare salari dignitosi, ma si lamenta dei lavoratori che la propria dignità vogliono tutelare.
De Luca, inoltre, non si limita a dare una bastonata a chi secondo lui non è disposto ad andarsi a spaccare la schiena (“Io sono d’accordo a dare un reddito a chi non ha il pane ma non sono d’accordo a tollerare degenerazioni, speculazioni e parassitismi”), preferendo poltrire sul divano a 700 euro al mese. Aggiunge qualcosa di funambolico, avanzando una suggestione particolarmente accattivante. L’idea è grossomodo questa: visto che mancano lavoratori nel turismo, e visto che ci sono persone sul divano a 700 euro, perché non mandare quei percettori di reddito di cittadinanza a riempire quelle caselle lavorative, aggiungendo al sussidio 500 euro al mese a carico del ristorante, dell’hotel o dello stabilimento che cerca manodopera? Ancora, testualmente, De Luca dice: “Visto che non si trovano lavoratori stagionali, senza far perdere a nessuno il reddito di cittadinanza o ammortizzatori, le aziende possono dare in aggiunta al reddito 500 euro al mese, per cui un giovane può aggiungere ai 750 altri 500. Dunque, 1.200 al mese mi pare una cosa dignitosa”.
Perché non dare la possibilità a quegli imprenditori, a quelle stesse imprese che lamentano carenza di manodopera, di assumere ciò di cui necessitano a soli 500 euro al mese? Sì, perché facendo come ‘suggerisce’ De Luca, le imprese sborserebbero solo una parte del salario del lavoratore, mentre sarebbe lo Stato a pagare i 700 euro: in un battibaleno, quei 700 euro si trasformerebbero da sussidio di cittadinanza a sussidio alle imprese. Ecco che la proposta di De Luca non solo si presenta come l’ennesimo attacco al lavoratore, colpevole di non essere disposto a lavorare per un salario di miseria, ma in un vero e proprio sgravio alle imprese e alla loro bramosia di reperire manodopera a buon mercato. Tutto ciò, in barba agli incentivi già previsti per quelle imprese che assumono a tempo indeterminato un percettore del Reddito di cittadinanza.
Come abbiamo avuto modo più volte di dimostrare, inoltre, i dati certificano che non vi è una mancanza di manodopera. Questo fenomeno è tanto più vero per il turismo nei settori ‘estivi’: stando ai dati ISTAT, il tasso di posti vacanti nei servizi di alloggio e ristorazione è generalmente inferiore alla media del settore servizi. Il punto è semmai che ogni parvenza di ripresa rappresenta per i padroni un’occasione ghiotta per gonfiare i loro profitti e peggiorare le condizioni di lavoro offerte. Le lamentele di questi giorni, prontamente amplificate da quotidiani e politici di ogni sorta, non rappresentano altro che un ingannevole canto delle sirene, ma non bisogna cedere alla tentazione di credervi: per quanto pervicace, questa retorica è ingiusta e mendace. Il problema non è la pigrizia dei lavorati, ma le condizioni di lavoro offerte, precarie e sottopagate.
19/04/2021
Airbnb lancia la sua inquietante “Opa” sulle nostre città
In una intervista al network Cnbc e ripresa dall’Agi, l’amministratore delegato di Airbnb, Brian Chesky, ha affermato che per soddisfare la domanda dei prossimi anni, la maggiore piattaforma di hosteling avrà bisogno di milioni di case da affittare in più.
“Penso che probabilmente avremo un grosso problema – ha detto alla Cnbc – perché mi aspetto che avremo più richieste di quanti alloggi attualmente disponiamo. Prevedo l’arrivo di un formidabile rimbalzo dei viaggi. Qualcosa di mai visto prima“.
Airbnb è valutata in borsa con un valore che supera i 100 miliardi di dollari. Il colosso degli affitti brevi, come tutto il settore del turismo, ha subito pesantemente gli effetti della pandemia da Covid-19, che ha congelato i viaggi nazionali e internazionali.
Le prenotazioni sulla piattaforma Airbnb durante la pandemia sono crollate fino al 75% e la società ha tagliato del 25% il personale.
L’estate scorsa però – con le riaperture varate dal governo e che hanno portato alla seconda ondata di Covid – AirBnb ha registrato una lenta ma significativa ripresa degli affari con i primi spostamenti consentiti, puntando sugli affitti di appartamenti nelle zone rurali e di mare vicino alle grandi città, ma anche sullo smart working che ha interessato molti lavoratori.
Airbnb dispone oggi di 4 milioni di ‘host’, persone che mettono in affitto una loro proprietà, ma ben l’86% di questi è al di fuori degli Stati Uniti, per un totale di 7,4 milioni di annunci.
La società stima che il mercato potenziale per i suoi servizi sia di 3,4 trilioni di dollari, di cui 1,8 trilioni per i soggiorni a breve termine, 210 miliardi di dollari per i soggiorni a lungo termine e 1,4 trilioni di dollari per esperienze di viaggio.
Adesso il business dei viaggi è in fermento, soprattutto negli Usa dove un numero elevato di statunitensi vengono vaccinati e le restrizioni si stanno allentando. Airbnb, dunque ha aperto la caccia ai proprietari di case privati disponibili ad affittarle agli ospiti.
Ma l’amministratore delegato della piattaforma ha anche gelato le aspettative su chi pensa di poter intercettare più soldi dall’eventuale boom di viaggi nel prossimo periodo. Airbnb non offrirà “molti incentivi” per convincere nuovi host a offrire le loro case, poiché ritiene che già ci sia un’enorme domanda di servizi.
“Penso che tutto ciò che dobbiamo fare è continuare a raccontare la nostra storia di Airbnb e i vantaggi dell’hosting. E stiamo riscontrando molto interesse“, ha affermato Chesky.
Il turismo è stato uno dei settori più penalizzati dalla pandemia. Secondo l’Ocse i flussi globali sono diminuiti tra il 60 e l’80% . Le perdite economiche globali sono state superiori a 1.100 miliardi.
Per un paese a “vocazione turistica” come l’Italia, si sono registrate 219 milioni di presenze in meno negli esercizi ricettivi nei primi undici mesi del 2020, pari a -52,2% (stime Istat). Secondo i dati di Assoturismo, gli arrivi diminuiscono del 61,8% e le presenze del 55%.
Nonostante il blocco dei licenziamenti le conseguenze sull’occupazione sono state pesante con 265 mila occupati in meno solo nel secondo trimestre 2020. A livello europeo l’Italia è il paese con il più alto numero di esercizi ricettivi (più del 30% del totale di tutta l’Unione), il secondo paese per presenze straniere e tra i primi quattro per presenze negli esercizi ricettivi.
Adesso molti puntano sui fondi del Next Generation Eu. Già nel vecchio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono previsti 8 miliardi di euro dedicati a “Turismo e Cultura”. Ora si tratta di vedere come saranno impiegati. Un rapporto del Agi/Censis indica maggiore qualità, di fronte alla riduzione delle quantità, puntando a “trasformare il turista-cliente in uno stakeholder del nostro territorio e delle nostre eccellenze”.
Ma Airbnb ha altre idee. Con le restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia è tornata di moda la vacanza di corto raggio. Il colosso degli affitti brevi ha così resettato la sua offerta proprio sul turismo di prossimità.
Un turismo fatto di spostamenti brevi. Mordi e fuggi appunto, come le cavallette. I guasti della gentrificazione e dell’espulsione d residenzialità, sono stati ben visibili in questi mesi di pandemia, soprattutto nei centri storici e nei quartieri gentrificati e svuotati dagli abitanti, sostituti appunto da turisti-cavallette. I quartieri “abitati” hanno retto molto meglio.
Sarebbe urgente mettere in campo da subito elementi di riflessione sul turismo che non concedano più spazi a iniziative meramente speculative come Airbnb, ma anche sul fatto che la “vocazione turistica” di un paese – che merita indubbiamente di essere visitato e goduto – se non governato ma lasciato ai privati e alla “mano invisibile del mercato”, rischia solo di accentuarne la subalternità piuttosto che i benefici collettivi.
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14/06/2020
Gli “invisibili” lavoratori del turismo e dello sport alzano la voce
L’emergenza Covid-19 ha congelato da subito il settore del turismo e tutto il suo indotto, una filiera che rappresenta il 13% del PIL e vede impiegati su scala nazionale 4,2 milioni di lavoratori.
Il Decreto Legge Rilancio Italia non registra la grave specificità del settore e si dimostra l’ennesimo regalo per le grandi aziende a cui vengono destinate gran parte delle risorse pubbliche.
Per le lavoratrici e i lavoratori, le piccole imprese e le famiglie solo le briciole delle risorse messe a disposizione dal Governo per l’emergenza Covid-19.
Il nuovo Patto Sociale siglato dal Governo Conte e dai suoi più fedeli alleati, Confindustria da una parte e CGIL, CISL e UIL dall’altra, ancora una volta abbandona il turismo all’assenza di politiche per la crescita, mentre tutela e garantisce gli interessi delle grandi imprese.
Per le lavoratrici e i lavoratori del settore resta solo la prospettiva di veder svanire da qui a poco la miseria erogata dagli ammortizzatori sociali senza alcuna prospettiva per il futuro.
In un comunicato USB fa sapere che “Le lavoratrici e i lavoratori del turismo non saranno né complici né vittime della macelleria sociale orchestrata dal Governo Conte e i suoi compari” e avanza una serie di obiettivi rivendicativi:
- reddito garantito e divieto di licenziamento fino alla totale ripresa del settore;
- applicazione delle norme in materia di sicurezza nei posti di lavoro;
- sospensione immediata del pagamenti di tutti i tributi e contributi fino a fine crisi e rimborso degli anticipi già versati per le partite IVA;
- rimodulazione delle addizionali comunali e regionale per i lavoratori dipendenti;
- riallocazione dei proventi delle tasse di soggiorno e permessi ZTL Bus per la creazione di un fondo di mutuo soccorso per i lavoratori e le lavoratrici del turismo e potenziamento dei servizi sul territorio.
Giovedì 18 giugno, invece, scenderanno in piazza davanti al Coni, i lavoratori e le lavoratrici dello sport, un’altra categoria di “invisibili”, che il perdurante blocco delle attività sportive ha lasciato senza lavoro e senza reddito.
Un terzo della popolazione italiana pratica sport (20 milioni di persone di cui il 40% donne), molti lo svolgono all’interno di strutture organizzate e la parte più rilevante dello sport non è professionistica ma dilettantistica.
I lavoratori dello sport sono per lo più inquadrati come “collaboratori sportivi” pur essendo di fatto dei lavoratori subordinati: una vera e propria rimozione nazionale, un voluto “equivoco” alimentato da interessi economici a cui ammiccano leggi ingiuste. In particolare, l’art. 67 coma 1 lett. m) del TUIR (testo unico sulle imposte e redditi DPR 22 dicembre 1985 n° 917) qualifica come redditi “diversi” (cioè non riconducibili al rapporto di lavoro) quelli erogati nel limite di 10mila euro nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche e per le società sportive dilettantistiche e ciò anche per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo e gestionale di natura non professionale.
Questi rapporti quindi non hanno alcuna tutela retributiva (minimi contrattuali, tredicesima, TFR) e non godono di alcuna copertura contributiva e assicurativa. Si tratta quindi di lavoratori che non avranno mai una pensione, che non ricevono alcuna tutela in caso di infortunio sul lavoro, in caso di malattia, di maternità e di ferie retribuite. Questo è frutto anzitutto di una vecchia concezione che accompagna il nostro ordinamento che contiene una rigida divaricazione tra attività sportiva professionistica e attività c.d. “dilettantistica”, considerando vere prestazioni lavorative solo quelle svolte in ambito professionistico, mentre quelle prestate nell’ambito dilettantistico vengono equiparate a prestazioni volontarie o comunque rese al di fuori di un rapporto obbligatorio. Ma ciò è falso: il settore che la normativa definisce “dilettantistico” è animato da migliaia di persone che svolgono la propria attività non per diletto. Sono lavoratori e lavoratrici che operano con professionalità e passione ma anche con la necessità di mantenere famiglie e pagare mutui e che svolgono una funzione sociale molto importante. Tutto ciò emerge anche dall’articolo 96 comma 3 del Decreto Cura Italia (D.L. 18/2020) che non può negare la natura lavoristica delle prestazioni sportive dilettantistiche e che ha stanziato 50mln di euro complessivi per tutti i lavoratori dello sport, prevedendo un’indennità di 600€.
Nel jobs act nel 2015 si vollero escludere proprio i lavoratori-collaboratori sportivi dalla tutele del lavoro subordinato che in quell’occasione vennero estese a tutti i collaboratori coordinati e continuativi (art.2 c.2 lett. d della legge n.81 del 2015).
Vogliamo inoltre ricordare che delle agevolazioni fiscali ai danni dei “collaboratori sportivi” ne usufruiscono non solo tutte le ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche) e le SSD (Società Sportive Dilettantistiche) ma allo stesso modo anche i grandi centri sportivi e di fitness con esose tariffe di iscrizione e di abbonamento mensile.
Nell’annunciare la mobilitazione di giovedì 18 giugno davanti al Coni, USB ha reso note le rivendicazioni che avanzerà in quella sede.
“Il giusto intento di voler promuovere e valorizzare lo sport dilettantistico è a carico dei lavoratori ed a favore delle aziende, in un settore dove sono possibili anche grandi profitti; crediamo sia il momento di andare oltre questo “equivoco” e dare ai lavoratori sportivi i loro diritti:
- riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro con le dovute tutele retributive, contributive, previdenziali e assistenziali;
- istituire un Tavolo interministeriale con il Ministero del Lavoro e Ministero Sport e Salute, aperto alle parti sociali, per regolamentare le condizioni di lavoro nello sport, con la piena tutela retributiva, assicurativa e previdenziale per chi svolge queste attività;
- favorire il rilancio dello sport come bene comune, promuovendo la municipalizzazione dei centri sportivi comunali che nel corso degli anni sono stati dati in mano alla gestione privatistica, con personale dipendente del Comune e sostenere tutte le ASD che perseguono lo stesso fine applicando tariffe calmierate”.
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10/10/2019
Fallimento della Thomas Cook e turisti lasciati a terra. Una lezione sul capitalismo
Il Sole 24 Ore ironizza paragonandolo a quello di Dunquerke cioè il più grosso rientro di cittadini dalla Seconda Guerra Mondiale. Il costo totale è pesante: 600 milioni di sterline tra rimpatri e rimborsi-risarcimenti per chi ha già prenotato e l’impatto fallimento. Ma il costo finale già veleggia verso il miliardo.
La Thomas Cook aveva accumulato un debito gigantesco di 1,7 miliardi, ed è saltata nonostante un piano di salvataggio da 1 miliardo che era pronto a partire.
Il paradosso, per il paese alfiere del liberismo e del disimpegno dello Stato dall’economia, è che riportare a casa i 150mila turisti costerà molto di più che se si fosse salvata la compagnia con i soldi pubblici: Thomas Cook infatti è andata in bancarotta per “soli” 200 milioni. Le banche coinvolte nel salvataggio volevano un ulteriore sforzo finanziario, per garantire a Thomas Cook di sopravvivere nei mesi invernali, quando le prenotazioni calano drasticamente. Un intervento dello Stato ventilato nei giorni scorsi, era però stato scartato per “non far pagare al contribuente il conto di un’azienda privata”, ma sarebbe costato molto meno che ora organizzare il rimpatrio di migliaia di turisti inglesi. Senza contare i costi indiretti sull’indotto: alberghi vuoti, località turistiche senza visitatori, etc.
In secondo luogo, il fallimento della Thomas Cook elimina ogni oggettività del mercato nelle cause che hanno portato al crac. Una di queste infatti risiede proprio nell’ingordigia dei cosiddetti consulenti privati chiamati a supportare le sorti della grande società.
Rileva il Sole 24 Ore che la società guidata dal manager svizzero Peter Fankhauser, finito sotto accusa per lo stipendio multimilionario, in questi anni ha sborsato circa 20 milioni di sterline a consulenti, i quali nonostante le laute parcelle non sono riusciti a fare quello per cui erano stati ingaggiati: salvare l’azienda.
A intascarsi le parcelle milionarie sono le solite società di revisione che abbiamo imparato tristemente a conoscere come advisor in molte privatizzazioni in Italia (PWC, E&Y, Kpmg e Deloitte). Inoltre ci sono ben 20 studi legali, il fondo di investimento che copre il piano assicurativo Atol, a copertura dei turisti in caso di problemi, e la stessa Aviazione Civile che aveva ingaggiato la Alvarez&Marsal, la più nota società di salvataggi aziendali: tutti profumatamente remunerati.
Gli effetti di questo fallimento, ennesima conferma della lordura del “privato è bello”, cominciano a farsi sentire anche sulla rete alberghiera in Italia, dove magari i turisti avevano già anticipato alla Thomas Cook i soldi ma arrivando all’hotel prenotato si vedono chiedere un nuovo pagamento perché l’azienda a cui avevano già pagato lavacanza... è fallita e, a sua volta, non ha pagato gli hotel convenzionati. “Thomas Cook era un’istituzione, era la prima agenzia di viaggi al mondo – spiega Giancarlo Carniani presidente di Confindustria Alberghi Firenze. È difficile dire cosa deve fare un albergo con un cliente che ha pagato a un’agenzia fallita: di solito si richiede nuovamente il pagamento e si invita a rivalersi sull’agenzia fallita”.
Praticamente come gettarsi in mare in mezzo agli squali e cercare di raggiungere la riva. Auguri!!!
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05/10/2019
Turismo - Per il crac Thomas Cook le imprese in Italia già battono cassa al governo
Se in Spagna il crac ha lasciato crediti esigibili e per ora non riscuotibili per circa 500 hotel e strutture turistiche, in Italia sembra che il numero sia addirittura il doppio.
Sulla questione si è tenuto un vertice d’urgenza all’Enit (Ente Nazionale del Turismo, uno degli enti che si volevano disciolti già da alcuni anni, ndr) tra le organizzazioni delle imprese del settore e la sottosegretaria al Turismo Lorenza Bonaccorsi.
Una indagine, realizzata nella settimana dal 24 al 30 settembre che ha consultato 2.094 strutture alberghiere nel territorio italiano, ha scoperto che il 61,3% di queste vanta crediti nei confronti del gruppo Thomas Cook con cifre che vanno da centinaia di migliaia di euro fino a oltre il milione.
Le categorie più colpite (47,2%) sono quelle della fascia medio alta, alberghi a 4 e 5 stelle; nel 36,3% dei casi sono alberghi a 3 stelle, nel 18,4% alberghi a 1 e 2 stelle. Sono hotel e alberghi situati soprattutto in Lombardia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige e Veneto. Sembrano essere fuori tiro le strutture ricettive in città a forte vocazione turistica come Roma, Napoli, Firenze.
Inutile dire che le imprese private sono andate subito a battere cassa al governo, ancora prima di accedere agli eventuali risarcimenti previsti dalle garanzie Atol per il settore. “Riconoscimento di un credito di imposta; sgravi ai fini Irpef; congelamento dell’Iva per le fatture emesse e non pagate dal fallito; ammortizzatori sociali per i lavoratori dei fornitori colpiti”. Sono queste le richieste avanzate al governo dalla Fiavet (Federazione Imprese Associazioni Viaggi e Turismo) a sostegno delle aziende italiane colpite dal crac Thomas Cook. La Fiavet ricorda di aver presentato un emendamento al Ddl Trasporti – atto Senato 727 – per la costituzione del Fondo di Garanzia a favore dei consumatori per i biglietti ‘no fly’, sul quale era stato richiesto un intervento sempre da parte del Governo.
Intanto si apprende che dal prossimo lunedì 7 ottobre, sarà disponibile online la pagina web messa a punto per avviare le procedure per le richieste di rimborso da parte dei clienti della Thomas Cook che avevano prenotato una vacanza con partenza nei giorni successivi alla dichiarazione di fallimento del gruppo.
Stando alle prime stime, dovrebbero avere diritto al completo risarcimento, in base al sistema di protezione Atol esistente in Gran Bretagna, circa 360mila persone: “un numero che è tre volte superiore a ogni altro programma di protezione fatto in passato” scrive il sito specializzato TTI.
Per avere una idea dei soldi che girano in questo settore, occorre sapere che solo in Italia i viaggi organizzati valgono oltre 8 miliardi, “per l’80% sono ancora veicolati dal trade. Però due terzi della crescita del settore arriva dal canale on-line” commenta Gabriele Ferri, managing director & partner di Boston Consulting Group, esperto del settore travel. Eh sì perché i “travel detailer” ossia i consumatori dinamici (come vengono chiamati nel linguaggio del business i turisti) girano e fanno girare un sacco di soldi. E su questi soldi sono tanti gli squali che ne vorrebbero azzannare il più possibile.
Molti lettori si chiederanno il perché di tutta questa attenzione che il nostro giornale presta alla questione del turismo. La risposta è semplice ma ben nascosta nelle pieghe di un senso comune mal riposto.
Il turismo, da risorsa sta diventando una dannazione per molte città e territori. Gentrificazione, congestione, insostenibilità del turismo di massa, lavoro nero diffusissimo, altissimo livello di appropriazione privata dei proventi e scarsissimi benefici per gli abitanti di città e territori soggetti ai flussi turistici.
Il turismo è il settore dell’economia mondiale con il più alto fatturato, ma la sua gestione tutta privata non produce benessere collettivo, al contrario. Ed è tempo che se ne prenda atto, se ne discuta e si mettano in campo soluzioni che non affidino tutto agli spiriti animali del mercato.
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03/10/2019
Turismo - Esplode la bolla speculativa?
Il 23 settembre la Thomas Cook ha annunciato di essere entrato in liquidazione obbligatoria dopo aver fallito un accordo di salvataggio da 1,1 miliardi di sterline con investitori e creditori. La mossa ha messo a rischio 21.000 posti di lavoro e ha bloccato fino a 600.000 turisti. Le azioni dell’azienda avevano già perso il 90% da inizio anno.
La Thomas Cook nel 2007 aveva dato vita ad una fusione con il rivale britannico MyTravel, ma sull’operazione incombeva già la crescente concorrenza delle Ota (Online Travel Agency) come Expedia e Booking Holdings, che consentono ai turisti di prenotare direttamente voli e camere d’albergo senza passare dalle classiche compagnie turistiche – per quanto grandi e integrate come la Thomas Cook – che gestiscono i pacchetti.
“Riteniamo che il caso Thomas Cook non sia un fallimento del modello di business o del sistema del turismo organizzato, come purtroppo in questi giorni abbiamo letto, ma la conseguenza di una specifica situazione finanziaria e di scelte strategiche sbagliate del Gruppo inglese che, da tempo, aveva dato segni in tal senso” afferma il presidente di Astoi Confindustria viaggi, Nardo Filippetti provando a “rasserenare” le inquietudini che si vanno diffondendo in un settore strategico per l’Italia come il turismo.
Secondo alcuni studi, in Italia il sistema dei viaggi organizzati è composto da circa 10.000 imprese tra agenzie di viaggi e tour operator, il numero degli occupati è stimato in più di 50.000 addetti e il volume d’affari prodotto complessivamente all’anno è di circa 7,5 mld di euro, di cui circa 4 mld di euro sviluppati in attività di organizzazione, ossia nell’attività propria dei tour operator.
Pochi ammettono che di tutto questo giro d’affari, una parte non entra in Italia ma rimane all’estero, perché a gestire gran parte dei pacchetti turistici sull’Italia sono ormai le OTA (Online Travel Agency) quelle che prenotano, movimentano e fissano i prezzi dei pacchetti o delle notti nelle strutture turistiche a Roma. La prima disfatta è che questo incontro tra domanda e offerta di pacchetti o prenotazioni ha visto tagliati fuori tutti i siti turistici italiani, che di fatto non permettono l’acquisto diretto di camere d’albergo o servizi turistici a Roma.
Si è passati ormai al monopolio o oligopolio di tre/quattro multinazionali straniere: Expedia, Bookings, Trivago, Tripadvisor. Le commissioni per i servizi di queste multinazionali arrivano anche al 35% e quindi circa 1miliardo di euro di provvigioni sulle vendite di servizi turistici viene ormai fatturato all’estero. Il 61% dei turisti è arrivato a Roma utilizzando internet (quindi le OTA) e solo il 25% le classiche agenzie di viaggio. Ma dalla gestione in internet dei servizi, sono tagliati fuori sia enti pubblici che aziende italiane.
In Spagna sono un centinaio gli hotel destinati alla chiusura immediata, che dipendono esclusivamente da Thomas Cook, mentre gli altri vedono una partecipazione società britannica per una percentuale che va dal 30 e al 70 per cento dei loro clienti.
Per ora il danno maggiore in Italia per il fallimento della Thomas Cook, lo subirà il settore alberghiero ma, in realtà, sono state coinvolte anche aziende appartenenti ad altri settori come quello dei trasporti o quello aeroportuale.
La Thomas Cook gode di una copertura a garanzia dei propri clienti attraverso il fondo di investimenti britannico Atol. In base alla nuova Direttiva Europea sui Pacchetti Turistici, i tour operator e le agenzie di viaggi, da tre anni a questa parte, sono obbligati a garantire i clienti in caso di fallimento e insolvenza. Bisognerà vedere se gli squali della finanza saranno di parola verso gli squali del business del turismo di massa.
Fonte
17/08/2019
Confini e superamenti. Turismo o rivoluzione
Rodolphe Christin, Turismo di massa e usura del mondo, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 134, € 14,00«Con l’industrializzazione del quotidiano anche i nostri sogni sono stati industrializzati». «Il turismo è la soluzione proposta dal capitalismo liberista per canalizzare la spinta sovversiva intrinseca alla volontà di trasformare la propria condizione». «La nostra smania di partire per le vacanze è l’indice della nostra insoddisfazione. Testimonia la nostra rassegnazione a vivere il noioso, l’insulso il carente, l’invivibile. Turismo o rivoluzione: bisogna scegliere» Rodolphe Christin
L’antropologo iraniano Shahram Khosravi nota che se da un lato l’attuale “sistema delle frontiere” sembra voler imporre l’immobilità agli esseri umani più poveri, dall’altro non manca di imporre agli stessi un’estenuante mobilità che li costringe a vagare tra paesi, legislazioni, istituzioni, burocrazie, campi di accoglienza e di espulsione ecc. Khosravi spiega perfettamente come attorno alla mobilità umana si sviluppi una lotta incessante tra chi tenta di ridurla a strumento di controllo sociale e chi cerca di sottrarsi a quest’ultimo.
La rigida distinzione gerarchica introdotta dall’attuale “regime delle frontiere” prevede una netta differenziazione tra viaggiatori “non qualificati” (migranti, profughi, persone prive di documenti) e viaggiatori “qualificati” (turisti, espatriati, avventurieri). Se Io sono confine (Elèuthera, 2019) di Shahram Khosravi [su Carmilla] si occupa del primo tipo di viaggiatori, Turismo di massa e usura del mondo (Elèuthera, 2019) del sociologo Rodolphe Christin affronta il secondo con l’intento di analizzare l’usura del mondo «mettendo in evidenza le contraddizioni tra l’apparente libertà di movimento e lo sviluppo dell’industria turistica».
Secondo il sociologo viviamo una contemporaneità “dromomaniaca”, in balia dell’automatismo deambulatorio. Se per i personaggi pubblici la mobilità è una condizione di visibilità, più in generale è spesso vista come mezzo per conseguire la felicità e se nel turismo è possibile vedere «la punta di diamante dell’ideologia edonistica associata al muoversi nello spazio», per certi versi il mondo virtuale è lo spazio limite in cui la mobilità giunge ad annullarlo nell’istante. L’ubiquità è la forma massima di ipermobilità.
Nonostante solitamente alla mobilità venga associata l’idea di libertà, lo spostamento può divenire un obbligo. «Subita o in apparenza accettata, la mobilità è la condizione degli individui che si mettono a disposizione, che si sottomettono al capitalismo fluido e flessibile. Per chi è disposto ad adattarsi alle opportunità offerte dal Grande Mercato, il prezzo da pagare è lo sradicamento, o quanto meno la sua versione estetico-turistica, lo spaesamento».
La mobilità, sostiene Rodolphe Christin, favorisce l’espansione capitalismo: grazie ad essa i prodotti conquistano nuovi consumatori, le aziende si delocalizzano riducendo i costi, si fluidifica il transito della manodopera ecc. «Una tale fluidità sociale è connaturata all’economia di mercato e la migrazione ne è un ingrediente di base». La libertà di andare e venire può trasformarsi in un obbligo imposto dal sistema economico. «La conseguenza dell’ipermobilità è lo sradicamento, necessario all’intercambiabilità degli esseri e alla standardizzazione dei luoghi, che dunque riguarda sia gli oggetti che i soggetti»
Se il turista nasce come sperimentatore esistenziale, ora si è trasformato in un “consumatore geografico” e la mobilità turistica risulta essere al servizio del “consumo del mondo”. La libertà concessa dal tempo libero è presto degenerata in «nuove forme di controllo sociale finalizzate a canalizzare le energie destinate alle vacanze». Il tempo libero, continua l’autore, «diventa ben presto la preda preferita delle normative messe in campo da una razionalizzazione ideologica tesa a inculcare un certo modello di salute pubblica, che peraltro va in continuità con il pretesto terapeutico del turismo delle origini, le cui destinazioni erano speso terme o sanatori».
Da indubbio avanzamento sociale, le ferie retribuite sono presto divenute dal punto di vista legislativo un «adeguamento al modus operandi del capitalismo che ne favorì l’accettazione da parte delle classi lavoratrici. Ma ancor di più il rapporto tra salariato e ferie destinate allo svago gettò le basi per lo stile di vita tipico della società consumista». Come accaduto con il tempo lavorativo, «anche il tempo delle vacanze è stato progressivamente conquistato dall’ingiunzione mobilitaria, che non poteva certo lasciarsi sfuggire una simile opportunità per assicurarsi una circolazione sempre maggiore di beni, servizi e persone».
Il senso di libertà del turista risiede nel godere per alcune settimane all’anno dell’illusione di vivere di rendita. Libero di impiegare tempo come crede e di farsi servire dagli altri che invece stanno lavorando, il turista si sente un rentier. «Se il turista sogna di emanciparsi dal lavoro, di fatto lo fa solo nello spazio temporale dedicato alle vacanze». «Industria della ‘falsa partenza’, il turismo prospera grazie al male di vivere. Al quale si torna sempre, inesorabilmente».
Walter Benjamin individuava tre condizioni affinché potesse esservi la figura del flaneur: la città, la folla e il capitalismo. Rodolphe Christian ritiene che il turista presupponga: il lavoro salariato con ferie retribuite, la capacità logistica di organizzare una mobilità su larga scala e il capitalismo.
Il luogo consacrato ai consumatori in transito per eccellenza è il centro commerciale, ove il consumatore-flaneur vaga nel suo anonimato sentendosi libero di fare acquisti senza interferenze. La galleria commerciale accoglie un pubblico che tenta di placare la sua noia frequentando un luogo pensato per l’individuo indolente. «La figura del consumatore-flaneur, furtivo e prodigo al tempo stesso, è complementare a quella del produttore di beni o servizi, remunerato per quello che fa, un rapporto che configura il primo come il cliente attuale o potenziale del secondo. Questa stessa partizione è presente nel turista e struttura la relazione commerciale che intrattiene con il mondo. Anzi il turismo è l’esempio perfetto di questa ambivalenza dell’uomo contemporaneo, diviso tra il desiderio di avere, qui e ora, la possibilità di godersela senza alcun ostacolo e l’obbligo di pagare un prezzo per tutto questo, ovvero l’obbligo di lavorare per guadagnare il denaro necessario per i suoi acquisti, che farà durante il tempo libero. Alla pari dell’ozio anche il bighellonare consapevole […] ha in sé un potenziale di dissidenza comportamentale. Ma la società del consumo e l’ideologia economicista sono riuscite a canalizzare la forza a proprio vantaggio, riducendola al fugace piacere di passeggiare guardando le vetrine. Il prevalente orientamento mercantile impedisce a quel potenziale di trasformarsi in autentica forza sovversiva, convertendolo in turismo, cioè una realtà organizzata attorno al consumo».
«Affinare il sogno turistico, fornendogli una gamma di risposte adatte a ogni esigenza, rende accettabile la vita di tutti i giorni: sempre a condizione di averne i mezzi, l’offerta è quella di trascorrere qualche settimana in un luogo in cui si è temporaneamente sgravati dall’obbligo di lavorare e dalla monotonia del tran tran quotidiano». Il fatto di viaggiare in compagnia di “strumenti ausiliari” come smartphone, computer ecc., sostiene il sociologo, sottolinea quanto si tenda a voler tutto sommato restare gli stessi indipendentemente da dove ci si viene a trovare. L’ipermobilità contemporanea sembra funzionale a contenere gli individui all’interno dello spazio sociologico predefinito. Tale tipo di mobilità sembra essere un modo per mantenere l’essere umano all’interno di un mondo di beni e servizi presentato come il solo auspicabile o possibile.
«Dal canto suo il turismo è eterotopico: genera i propri luoghi, che adatta ai propri fini [...] Per diventare turisticamente compatibile, una realtà deve prima estirpare i modi di vita tradizionali in cui affonda le proprie radici». Secondo l’autore, dopo essere state conquistate con fatica, le vacanze sono divenute uno dei pilastri del sistema insieme alla televisione, agli antidepressivi, al calcio ecc. «La fugace felicità delle vacanze turistiche è una risposta al cupo fardello della vita quotidiana».
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06/07/2019
Turismo/Dannazione. Airbnb “porta ricchezza” a chi? Il caso di Firenze
Bene, ma a chi va questa ricchezza?
1) agli speculatori. Secondo una ricerca dell’Università di Siena, gli appartamenti messi in affitto sulla piattaforma appartengono per la maggior parte ad una manciata di proprietari, i cosiddetti “host”, che concentrano nelle loro mani centinaia di appartamenti. Ciò vuol dire che quella degli affitti a breve termine è ormai una speculazione vera e propria dei pochi ai danni dei molti;
qui il link alla ricerca: https://tinyurl.com/yy3u57pz
2) ai proprietari delle attività turistiche, ma non di certo ai lavoratori . L’Ispettorato del Lavoro ha calcolato che, nella sola provincia di Firenze, l’evasione contributiva è aumentata del 350% dal 2016. A farla da padrone, guarda caso, il settore del turismo. Vuol dire che la ricchezza accumulata dai proprietari non viene redistribuita ai lavoratori, che sono invece sempre più precari e sottopagati.
qui i dati: https://tinyurl.com/y4bdu3vt
3) alla rendita fondiaria. L’aumento degli affitti a breve termine ha causato una diminuzione dell’offerta per affitti a lungo termine (quelli verso cui si dirigono sia gli studenti, sia i giovani in cerca di autonomia dai genitori). In breve: gli affitti volano alle stelle, trainando anche il valore degli immobili in vendita, e questo favorisce sia gli investitori, sia i grandi proprietari di case (principalmente finanziarie e banche) che grazie all’aumento del turismo fanno affari d’oro.
qui un prospetto sul prezzo delle case: https://tinyurl.com/yyr3dy2a
SE LA RICCHEZZA E’ NELLE MANI DI POCHI, COSA OCCORRE FARE PER REDISTRIBUIRLA?
Nel nostro programma per le amministrative, (che trovate a questo link: https://tinyurl.com/yy6xkaue), abbiamo tratteggiato alcune possibili soluzioni.
1) Una tassazione per host e per zona: non è possibile che la città, e in particolare il centro storico, divengano un parco giochi per speculatori. Pretendiamo che i controlli che regione e comune stanno conducendo siano finalizzati alla riduzione del numero di appartamenti per host, senza per questo punire chi, in possesso di una sola casa, la affitta ai turisti per arrotondare lo stipendio. Per questo a un livello di tassazione minimo (host con un solo appartamento), deve seguire un regime più severo (host con due o tre appartamenti) e soprattutto il divieto di immettere sul mercato più di 3 appartamenti! Bisogna inoltre favorire la distribuzione equa degli appartamenti affittati su piattaforma prevedendo delle fasce di tassazione decrescenti dal centro verso la periferia;
2) più controlli e pene più severe per chi assume a nero! Il comune può stipulare un protocollo di intesa con l’Ispettorato del lavoro e punire, ad esempio togliendo loro il permesso per il suolo pubblico, quei proprietari che assumono a nero ed evadono i contratti nazionali!
3) Più case popolari! Sia il centro sia la periferia sono pieni di contenitori vuoti. Quelli pubblici possono essere rilevati immediatamente dal comune e utilizzati per farne delle case popolari o servizi alla residenza. Quelli appartenenti a grossi proprietari possono essere sottoposti ad una forte tassazione in modo da forzarli a immetterli sul mercato, e in alcuni casi requisiti per farne case popolari. In questo modo si costringerebbe il prezzo degli affitti a seguire una dinamica discendente.
Fonte
27/06/2019
Un’estate (da schiavi) al mare
E così anche quest’anno è ricominciata. Dopo mesi e mesi di edifici sbarrati, di quartieri totalmente disabitati, di negozi, alberghi e ristoranti chiusi, le strade della città tornano ad essere vive; il tessuto produttivo dell’area costiera torna finalmente ad offrire una possibilità di sostentamento e un’alternativa a una fuga che altrimenti sarebbe inevitabile. E così se sei uno studente le lezioni finiscono, si accantonano i libri, se studi fuori sede si fanno le valigie per tornare a casa e ci si prepara a quei tre-quattro mesi di lavoro stagionale che nella riviera romagnola vengono spacciati come una grande opportunità lavorativa per i giovani di emanciparsi economicamente dal proprio nucleo famigliare.
Ma la verità che tutti sanno e che pochi osano denunciare è che ad arricchirsi sono solo le aziende private, le cooperative e le agenzie interinali che come l’associazione albergatori e quella bagnini fanno profitti smerciando ai padroni una manodopera proveniente soprattutto dal meridione e dall’est Europa, mentre i lavoratori, soprattutto con poca esperienza o immigrati, sono altamente ricattabili e sostituibili, e così costretti ad accettare condizioni che rasentano forme di schiavitù di fatto regolamentate.
Quella che una volta era considerata una delle mete turistiche più belle in Italia maschera da sempre un sistema marcio fatto di iper-sfruttamento e lavoro nero che affligge tutti i settori della categoria lavorativa stagionale, da quello balneare, alberghiero, a quello della ristorazione, della logistica e del turismo.
Una condizione disumana che continuando ogni anno palesa come le amministrazioni locali siano solo delle rappresentanti degli interessi padronali locali e di come i sindacati presenti sul territorio, come la CGIL e CISL (gli stessi che si sono opposti all’introduzione del salario minimo), non si pongono mai in rottura con questi, ma si fanno vedere tra i lavoratori solo nel momento di guadagnare qualche spiccio con le domande di disoccupazione.
Per questo il piagnisteo del sindaco di Gabicce, Domenico Pascuzzi (PD), che ha dichiarato sulle colonne di Confindustria lo stato di “emergenza vera” per la mancanza di stagionali, scaricando tutta la responsabilità al reddito di cittadinanza e continuando la retorica della “fannulloneria generazionale”, fa salire ancor più rabbia.
Come se la colpa fosse di noi giovani sfaticati che non abbiamo voglia di lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni, senza giorno libero, di essere reperibile h24 se si viene da fuori e si ha la (s)fortuna di avere una stanza sul posto di lavoro, con paghe di 4–4,50 euro all’ora in media, con contratti il più delle volte da apprendista o a chiamata e che coprono solo un paio d’ore lavorative reali, con buste paga finte, fatte ad oc per non far risultare il lavoro nero e in ambienti lavorativi che denigrano totalmente la salute e la dignità di chi ci lavora.
Non solo ci addossa la colpa ma tralascia anche di esplicitare che è proprio il suo PD a detenere da più mandati l’amministrazione della maggior parte dei comuni e delle province della zona (e anche della stessa regione Emilia-Romagna), lo stesso partito che col Ministro Poletti ha praticamente regolamentato, attraverso il jobs act, l’estensione del ‘modello romagnolo’ a tutto il mercato del lavoro del Paese.
Che si tratti quindi della riviera romagnola, di quella ligure o campana, di una metropoli o di una città è solo questione di sfumature, appare chiaro che lo sviluppo del settore terziario in seguito al processo di deindustrializzazione dell’Italia, è stato accompagnato politiche di smantellamento dei diritti dei lavoratori, producendo una totale asimmetria nei benefici del turismo: un’enorme risorsa di profitto per i padroni, e sfruttamento e precarietà per chi ci lavora.
Non è più accettabile lavorare in condizioni simili, è arrivato il momento di dire basta allo sfruttamento stagionale e organizzarci per rivendicare insieme i nostri diritti!
Pubblichiamo questo contributo di uno studente-lavoratore che fa la stagione in riviera. Ci sembra molto “paradigmatico” rispetto ai reali rapporti di lavoro...
E così anche quest’anno è ricominciata. Dopo mesi e mesi di edifici sbarrati, di quartieri totalmente disabitati, di negozi, alberghi e ristoranti chiusi, le strade della città tornano ad essere vive; il tessuto produttivo dell’area costiera torna finalmente ad offrire una possibilità di sostentamento e un’alternativa a una fuga che altrimenti sarebbe inevitabile. E così se sei uno studente le lezioni finiscono, si accantonano i libri, se studi fuori sede si fanno le valigie per tornare a casa e ci si prepara a quei tre-quattro mesi di lavoro stagionale che nella riviera romagnola vengono spacciati come una grande opportunità lavorativa per i giovani di emanciparsi economicamente dal proprio nucleo famigliare.
Ma la verità che tutti sanno e che pochi osano denunciare è che ad arricchirsi sono solo le aziende private, le cooperative e le agenzie interinali che come l’associazione albergatori e quella bagnini fanno profitti smerciando ai padroni una manodopera proveniente soprattutto dal meridione e dall’est Europa, mentre i lavoratori, soprattutto con poca esperienza o immigrati, sono altamente ricattabili e sostituibili, e così costretti ad accettare condizioni che rasentano forme di schiavitù di fatto regolamentate.
Quella che una volta era considerata una delle mete turistiche più belle in Italia maschera da sempre un sistema marcio fatto di iper-sfruttamento e lavoro nero che affligge tutti i settori della categoria lavorativa stagionale, da quello balneare, alberghiero, a quello della ristorazione, della logistica e del turismo.
Una condizione disumana che continuando ogni anno palesa come le amministrazioni locali siano solo delle rappresentanti degli interessi padronali locali e di come i sindacati presenti sul territorio, come la CGIL e CISL (gli stessi che si sono opposti all’introduzione del salario minimo), non si pongono mai in rottura con questi, ma si fanno vedere tra i lavoratori solo nel momento di guadagnare qualche spiccio con le domande di disoccupazione.
Per questo il piagnisteo del sindaco di Gabicce, Domenico Pascuzzi (PD), che ha dichiarato sulle colonne di Confindustria lo stato di “emergenza vera” per la mancanza di stagionali, scaricando tutta la responsabilità al reddito di cittadinanza e continuando la retorica della “fannulloneria generazionale”, fa salire ancor più rabbia.
Come se la colpa fosse di noi giovani sfaticati che non abbiamo voglia di lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni, senza giorno libero, di essere reperibile h24 se si viene da fuori e si ha la (s)fortuna di avere una stanza sul posto di lavoro, con paghe di 4–4,50 euro all’ora in media, con contratti il più delle volte da apprendista o a chiamata e che coprono solo un paio d’ore lavorative reali, con buste paga finte, fatte ad oc per non far risultare il lavoro nero e in ambienti lavorativi che denigrano totalmente la salute e la dignità di chi ci lavora.
Non solo ci addossa la colpa ma tralascia anche di esplicitare che è proprio il suo PD a detenere da più mandati l’amministrazione della maggior parte dei comuni e delle province della zona (e anche della stessa regione Emilia-Romagna), lo stesso partito che col Ministro Poletti ha praticamente regolamentato, attraverso il jobs act, l’estensione del ‘modello romagnolo’ a tutto il mercato del lavoro del Paese.
Che si tratti quindi della riviera romagnola, di quella ligure o campana, di una metropoli o di una città è solo questione di sfumature, appare chiaro che lo sviluppo del settore terziario in seguito al processo di deindustrializzazione dell’Italia, è stato accompagnato politiche di smantellamento dei diritti dei lavoratori, producendo una totale asimmetria nei benefici del turismo: un’enorme risorsa di profitto per i padroni, e sfruttamento e precarietà per chi ci lavora.
Non è più accettabile lavorare in condizioni simili, è arrivato il momento di dire basta allo sfruttamento stagionale e organizzarci per rivendicare insieme i nostri diritti!
Fonte
17/06/2019
Il turismo? Una risorsa per pochi privati, un disagio per tutti gli altri
Il Corriere del Mezzogiorno in un lungo articolo pubblicato sabato 15 giugno, documenta la “frenata” della crescita economica in Campania e usa i dati della Banca d’Italia per certificare la crisi. Ma dentro questo stato di crisi indica che “Fra i (pochi) settori in crescita, troviamo il turismo, soprattutto quello culturale”. In Campania, secondo i dati riportati, nel 2018 il numero totale dei visitatori dei musei, monumenti e aeree archeologiche statali è aumentato del 52% rispetto al 2013, contro il 39% della media italiana. I turisti hanno portato alla Campania un introito di 2,3 miliardi di euro, e, al primo posto dei siti più visitati c’è Pompei che si accaparra il 57,6% dei visitatori.
Si tratta di tanti soldi, dunque, per gli istituti museali autonomi “riformati” nel 2014 dal ministro Franceschini durante il governo Renzi. “Ma sarà davvero così?” si domanda il Corriere del Mezzogiorno.
E qui lo stesso giornale infila, una dopo l’altra, le stesse evidenze che avevamo registrato e denunciato nel caso di Roma. Stando a quanto emerge dai dati elaborati dalla Banca d’Italia, “gran parte dei guadagni dei musei vanno alle concessionarie di biglietteria, che si occupano, appunto, di vendere i ticket. Gli istituti autonomi campani hanno dato in gestione la biglietteria a un concessionario, con accordi abbastanza datati e che si rinnovano tacitamente. Tolto Pompei, che paga una quota del 7% per i grandi flussi di visitatori, gli altri poli restituiscono il 37,4% dei guadagni proprio a queste concessionarie. Il doppio rispetto alla media italiana del 17,4%”.
Il servizio aggiunge anche altre informazioni utili e che disegnano non una eccezione ma una regola voluta e sancita dai governi del centro-sinistra, prima con Ronchey negli anni ’90 e poi con Franceschini nel 2014 (l’anno in cui esplose lo scandalo degli introiti del Colosseo che andavano per il 70% ai concessionari privati). Secondo il Corriere del Mezzogiorno, “anche altri servizi come bookshop, guida e ristorazione sono appaltati a concessionarie. Ciò che resta ai musei, guardando agli introiti stimati a 5 milioni fra il 2013 e il 2017 è meno del 5%”.
Insomma anche per una regione che di risorse ne ha ma che ne necessita di ulteriori per affrontare la crisi, i modelli messi in campo per “mettere a valore” le risorse storiche di cui si dispone, alla fine finiscono solo per scaricare sulle comunità locali e gli abitanti i costi del turismo di massa (difficoltà nella raccolta rifiuti, aumenti degli affitti, gentrificazione, stress dei servizi tarati solo sui residenti ma utilizzati da milioni di persone in più ogni giorno e ogni anno) e per consentire ai soggetti privati di appropriarsi di quote crescenti dei benefici economici che ne derivano.
Infine, ma non certo per importanza, i concessionari privati dei beni pubblici (in questo caso musei, aree archeologiche etc) si rivelano “prenditori” come tutti gli altri e a danno degli interessi e dei soldi pubblici.
E’ notizia di questi giorni, che a Roma la società Electa, proprio lei, la concessionaria privata per il Colosseo, è finita sotto inchiesta per frode fiscale sugli introiti derivanti dalla sua attività di servizi su questo inestimabile bene storico e archeologico. E’ il quotidiano romano Il Messaggero a riferire di “una presunta frode milionaria, legata alla vendita dei biglietti e ai servizi come audioguide, cataloghi e visite guidate del Colosseo e degli altri siti museali collegati, tra cui il Foro Romano e il Palatino, quella su cui sta indagando la procura, che ha aperto un fascicolo a seguito di un accertamento dell’Agenzia delle entrate”.
L’inchiesta è arrivata fino alla Consip, ossia la centrale pubblica per l’assegnazione degli appalti. E’ sempre Il Messaggero a spiegare che “Nel mirino del pm infatti c’è anche il bando assegnato da Consip per l’affidamento della biglietteria e dei servizi aggiuntivi, gestiti da oltre vent’anni senza alcuna gara. Gli addetti la definiscono una «concessione ingessata», perché è scaduta da tempo e non può essere variata in alcun modo: venne affidata ad Electa Mondadori con CoopCulture nel 1997, che all’epoca si chiamavano Elemond e Pierreci. La mandataria è Electa, che si occupa di bookshop, cataloghi, mostre e pannelli didattici, mentre CoopCulture gestisce ticket, audioguide, laboratori”.
Ritorna così a gala il contenzioso sulla convenzione tra Ministero dei Beni Culturali e le società private concessionarie. “Stando alla convenzione di ventidue anni fa, l’incasso avrebbe dovuto essere così ripartito: il 30,2% del fatturato alla Soprintendenza, il resto ai concessionari. L’ex presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, ha spulciato i conti dei Beni culturali e ha scoperto che allo Stato, dal 2001 al 2016, è andato solo l’11,2% e sui 74 milioni di euro lordi maturati dalla gestione dei servizi aggiuntivi, «la Soprintendenza ha incassato 8,9 milioni, anziché 22,4 milioni di euro». Cifre poi rettificate dal direttore generale di Electa Rosanna Cappelli. La concessione è stata rinnovata nel 2005 e confermata nel 2011 con proroga a oltranza, in pratica un monopolio. Fino a dicembre 2017, quando il Consiglio di Stato blocca l’assegnazione da parte di Consip per i servizi di biglietteria e audioguide del Colosseo. Un nuovo bando è imminente, ma l’inchiesta potrebbe cambiare tutto”.
Fonte
09/08/2018
Perché non ti piace Risorgimarche?
Comunque, per quanto mi riguarda Risorgimarche è un problema.
Lo è da un punto di vista ambientale, lo è da un punto di vista politico.
Sul punto di vista ambientale vi rimando a quello che hanno scritto a proposito Phil Connors e Leonardo Animali, due persone che di questo lunghissimo doposisma sanno più di qualcosa.
Il punto di vista politico è complesso, e mi scuso in anticipo se sarò costretto a dilungarmi.
Tutto nasce da un equivoco molto grosso e molto di moda: i connotati esclusivamente positivi che si danno al fenomeno del turismo, panacea di ogni male, deus ex machina di un sistema ridotto ai minimi storici.
Il turista arriva, dà un’occhiata, scatta due foto brutte, mangia qualcosa, magari assiste a un concerto e poi va via. Il turista non visita un luogo, lo compra, lo affitta, scambia denaro per servizi.
Il problema principale del cratere del terremoto è che ci sono decine di paesi ormai in rovina, a due anni dalla prima scossa la ricostruzione non è mai partita e gli abitanti dell’Appennino ormai non esistono più. Aspettano il compiersi di un futuro indefinibile stipati in casette di ferro e plastica, circondati dalle macerie della loro vita precedente.
Pensate, nei villaggi di casette provvisorie non si può nemmeno aprire un centro ricreativo, a meno che non si abbia uno sponsor: l’aggregazione, la socialità, il vivere insieme sono subordinati alla volontà di un privato che decide di fare un regalo. Né il governo né le Regioni hanno mai tirato fuori un soldo per cose del genere. È un ragionamento vecchio come Ronald Reagan: o produci o consumi o crepi. E un centro ricreativo per terremotati non produce né consuma, quindi, cari terremotati, potete anche crepare. A meno che non vi troviate un mecenate dal cuore grande (e non vi facciate troppe domande sui suoi eventuali interessi paralleli).
Ecco, la gente che sale in montagna per Risorgimarche consuma e fa felici i produttori (alcuni, infatti quest’anno la Regione Marche ha appaltato tutto a due colossi dell’agroalimentare marchigiano, con tanti cari saluti ai meravigliosi «piccoli produttori»), ma non vive questi luoghi ormai, non giriamoci intorno, moribondi. La strategia dell’abbandono è anche questo: mollare tutto continuando a far credere di essere molto preoccupati e partecipi.
Quando si dice che la ricostruzione o è «dal basso» o non è, non si sta facendo un esercizio di retorica. Oltre al celebratissimo Neri Marcorè che porta i «grandi nomi» con i soldi della Regione (tra l’altro, il conto finale ancora non si sa: c’è chi dice 350mila, chi 500mila euro), esistono decine di piccole realtà che provano a portare cultura e spettacoli nel cratere, vivendo questi luoghi e rispettandoli per quello che sono, non per altro. Penso a Furgoncinema, a Liricostruiamo, all’orchestra giovanile di Paolo Rumiz: esperienze che i paesi terremotati li vivono per davvero, ci stanno dentro, tracciano un percorso.
«Noi non siamo architetti, non siamo ingegneri, non siamo muratori – mi ha detto Rumiz in un’intervista che gli ho fatto un paio di settimane fa – non possiamo ricostruire le case, proviamo a ricostruire le persone».
[Quest’estate Rumiz la sta passando sull’Appennino con settanta giovani musicisti: loro suonano, lui legge passi dei suoi libri in giro per le piazze e le osterie]
Risorgimarche è un’iniziativa calata eminentemente dall’alto, organizzata «per voi», ma non «con voi», perché voi non sapete quello di cui avete bisogno. O almeno non lo sapete tanto quanto gli esperti di marketing ingaggiati per organizzare la kermesse.
Risorgimarche ha un direttore artistico di peso (Neri Marcorè) e una struttura organizzativa messa insieme dalla Regione Marche, che non ha fatto tante storie quando si è trattato di aprire lautamente il portafoglio. Risorgimarche, in questo senso, è una maschera che l’amministrazione di Luca Ceriscioli e del Pd mette per coprire il fatto che negli ultimi due anni non è successo nulla. La ricostruzione non c’è, le persone sono abbandonate, se non addirittura ostacolate quando provano a farcela da sole: sono cose che si dicono e si scrivono da quasi due anni senza tema di smentita. In compenso c’è Jovanotti che ti dedica L’ombelico del mondo.
Il terremoto è tragedia, la sua gestione un dramma: c’è poco da scherzare e ancora meno da ridere. L’immagine di Ceriscioli in mezzo a decine di migliaia di persone su un prato è uno spot, perché la politica di questi anni vede tutto come marketing. Il cratere non è (più) un posto in cui può vivere qualcuno, ma una distesa di terra buona per diventare un centro commerciale a cielo aperto, con concerti, eventi, iniziative, attrazioni per turisti. Chi ci vive, ci viveva, vorrebbe tornare a viverci, viene sempre dopo.
Usciamo dall’equivoco, allora: Risorgimarche non è il ramoscello d’ulivo che il Palazzo offre al popolo per camminare insieme verso un futuro luminoso. Non è pace sociale. È resa sociale.
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